3 luglio 2013

"Storia politica della Grande Guerra" di Piero Melograni: conoscere per non ripetere gli orrori del passato

L’opera, la cui prima edizione risale al 1969, si propone di indagare gli aspetti politico-sociali della Grande Guerra, con specifico riferimento alla situazione italiana negli anni 1915-1918. Nonostante sia trascorso quasi mezzo secolo dalla sua pubblicazione, rimane una delle più complete sul tema.
Piero Melograni si è servito di un’ampissima bibliografia, specie di autori che hanno combattuto sul fronte, in modo da ricostruire con la maggiore precisione possibile le vicende, gli umori e le atmosfere di quei tragici anni. Viene così lasciato grande spazio alle parole di chi ha vissuto la guerra, di cui vengono riportati stralci di diari, articoli di giornale, lettere private e scritti polemici. A differenza di altre opere incentrate sul conflitto, in questa non vengono quasi mai riportate le parole dei fanti-contadini, ma quelle degli alti ufficiali dello Stato Maggiore, degli uomini politici (Boselli, Orlando, Salandra), dei giornalisti (il giovane Mussolini), di scrittori e intellettuali. Tale scelta è dovuta alla precisa volontà dell’autore di fornire una ricostruzione non meramente quotidiana delle vicende, privilegiando invece tutti quegli aspetti sociali, politici e giuridici che solo il ceto intellettualmente più preparato del Paese era in grado di cogliere. Questo non significa affatto che l’opera non si dilunghi ad analizzare anche gli aspetti della vita giornaliera della grande massa dei fanti-contadini, ma solo che vengono approfonditi specialmente altri temi, quali i rapporti tra Governo e Stato maggiore, le vicende politiche del Paese in guerra, il ruolo dei cattolici e dei socialisti, la funzione della propaganda e del clero. Grande spazio viene poi lasciato ad una questione solo apparentemente secondaria: la frattura che si determinò negli anni del conflitto tra contadini e operai, i primi spediti in trincea ed i secondi “imboscati” nelle retrovie, favoriti perché in possesso di nozioni tecniche. Secondo Melograni questo fu uno dei principali effetti “politici” della Grande Guerra, in quanto impedì l’affermarsi in Italia di una rivoluzione di tipo socialista, stante l’astio che si determinò tra le due classi, in particolare dei contadini nei confronti degli operai.
L’opera, inoltre, attraverso pagine che brillano per esemplare chiarezza divulgativa, offre un esaustivo resoconto delle vicende militari e delle principali battaglie del fronte italiano: le offensive dell’Isonzo, la disfatta di Caporetto e l’epilogo di Vittorio Veneto.
Il libro si conclude con una breve ma interessante analisi sulle conseguenze che il conflitto ha determinato nella società italiana: ad avviso dell’Autore, esso spalancò le porte all’avvento del Fascismo. La classe media, che aveva costituito l’ossatura dello Stato liberale, uscì distrutta dalla guerra, che viceversa rafforzò gli industriali e finanche le grandi masse operaie e, in minor parte, contadine, chiamate per la prima volta nella loro storia a svolgere un ruolo che le riscattò da un secolare signoraggio. E fu proprio quell’umanità nuova forgiata dalla guerra che scivolerà, lentamente ma inesorabilmente, verso i nuovi orrori delle ideologie totalitarie.

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15 maggio 2013

"Vogliamo tutto" di Nanni Balestrini: gli anni dell'utopia

Il 1969 è stato un anno decisivo per la storia italiana, costellato di scontri e lotte sociali, conclusosi tragicamente con la Strage di Piazza Fontana, che ha dato inizio a quel periodo efficacemente definito “la notte della Repubblica”. Nel mese di aprile scoppia la sanguinosa rivolta di Battipaglia, a luglio è Torino a bruciare negli scontri tra operai FIAT e polizia; in breve, il fuoco di protesta divampa in tutto il Paese, tanto che la parte finale dell’anno passerà alla storia come “l’Autunno caldo”.
In questo clima esasperato di lotta di classe si muove il protagonista del romanzo, un giovane operaio meridionale che si è trasferito al Nord per inseguire il miraggio del posto fisso e del guadagno. In breve, però, egli si rende conto di come il lavoro sia sfruttamento del povero da parte del ricco. Sebbene sia del tutto digiuno di ideologie, egli scopre quale terribile verità si nasconde dietro l’emigrazione di massa: il sottosviluppo del Meridione è voluto e programmato, in quanto condizione indispensabile per lo sviluppo del Nord, che non potrebbe esistere senza lo sfruttamento di masse enormi di operai emigrati, malpagati, dequalificati, alienati dai ritmi della produzione e costretti a vivere in tuguri malsani. Il crescere della rabbia e della frustrazione va di pari passo con la formazione di una coscienza di classe, nonché con l’acquisizione della consapevolezza che la lotta va combattuta al di fuori dei circuiti democratici rappresentati dai sindacati, dalle contrattazioni collettive, dagli scioperi. L’impossibilità di convogliare la rabbia entro canali convenzionali e pacifici, dovuta anche alla netta chiusura dei “padroni” e del Governo, porta allo sbocco inevitabile della violenza e della rivoluzione; il libro, infatti, si conclude con una vivida descrizione degli scontri di Corso Traiano del 3 luglio 1969.
"Vogliamo tutto” era lo slogan che gli operai e gli studenti gridavano nelle piazze, quando ormai la lotta per il lavoro si era trasformata in lotta contro il lavoro, contro i suoi ritmi inumani e le paghe da fame. Balestrini descrive tutta la parabola del conflitto, dai suoi timidi segnali fino al definitivo inasprimento, che tante conseguenze luttuose porterà nel Paese. Ed è così che egli giunge ad un’amara ed estrema conclusione: “non c'è lavoro che va bene è proprio il lavoro che è schifoso. Qua oggi se vogliamo migliorare non dobbiamo migliorare lavorando di più. Ma lottando e non lavorando più solo così possiamo migliorare”.
Una breve notazione va fatta in ordine allo stile, premettendo che Balestrini ha fatto parte di quella corrente di avanguardia definita “Gruppo 63”. Come è evidente dalle poche righe citate, l’autore rompe gli schemi tradizionali del linguaggio scritto, ripudia la virgola e più in generale la punteggiatura, al punto da far assumere all’opera l’immediatezza e la vitalità della lingua parlata. Un romanzo duro, scomodo, di impegno civile, che va letto perché travalica gli anni e si pone ineludibilmente come testimonianza storica.

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15 marzo 2013

"Jacob Von Gunten" di Robert Walser: a lezione di servitù

“Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla”. Questa è la profezia del giovane Jakob, allievo dell’Istituto Benjamenta, una scuola per ragazzi che insegna ad essere dei servitori perfetti. Walser costruisce con questo romanzo (1909) un magnifico paradosso: mentre le scuole tradizionali, impartendo una pluralità di nozioni, insegnano come avere successo nella vita, l’Istituto Benjamenta imprime nei discenti le doti dell’umiltà e dell’ubbidienza, riducendoli di fatto a veri e propri zeri.
La scuola viene solitamente intesa come un’istituzione volta a formare e modellare la personalità individuale, per farla crescere e sviluppare in autonomia; Jakob von Gunten, invece, si trova in un istituto misterioso e guidato da fini imperscrutabili, in cui vengono impartite insulse e ripetitive lezioni che annullano l’individuo, ne azzerano peculiarità e senso critico, rendendolo un servo.      
L’Istituto Benjamenta, dove si svolge interamente questo originalissimo romanzo, è un’istituzione totale, al pari di un carcere o di un manicomio, cui viene talvolta paragonato dagli stessi personaggi. Nei bui corridoi dell’edificio, nelle misere stanzette e nelle sterminate aule di lezione si consuma la giovinezza di Jakob e degli altri allievi. L’Istituto è retto da una miriade di regolamenti, che i discenti non possono in nessun caso infrangere; questa vita da caserma, governata da regole imperative e indiscutibili, finisce per minare la loro libertà di autodeterminazione, fino ad annichilirne la personalità. Ad avviso di Walser, tuttavia, essere delle nullità non significa essere destinati ad una vita di infelicità, anzi, egli ritiene che proprio nell’uomo più meschino sia più evidente l’impronta del Creatore. Il servo, infatti, ha delle certezze inossidabili: egli è un nulla, al pari di un oggetto, in quanto esiste solo nella misura in cui può essere utilizzato. In questo senso, l’obiettivo ultimo che si pone la scuola Benjamenta non è affatto spregevole, anzi è il più alto che si possa immaginare: trasformare i propri allievi in zeri, ovvero in opere divine. Questo, in poche parole, il senso (se si può parlare di un senso) del magnifico paradosso di Walser.
Jakob, il protagonista del romanzo, è l’ultimo ad uscire dall’Istituto; con lui la scuola riesce a modellare una creatura perfetta. E così, senza dubbi o paure, egli potrà infine affermare, quasi con un senso liberatorio: “E se io andrò in pezzi o in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà? Uno zero. Io, come singolo individuo, sono uno zero”.
Jakob von Gunten è un romanzo originale, impossibile da ricondurre entro schemi predefiniti. Fu amatissimo da Franz Kafka e Walter Benjamin: credo che questo possa essere sufficiente per consigliarne la lettura.
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21 gennaio 2013

"Il sangue del Sud" di Giordano Bruno Guerri: una storia negletta

La complessa vicenda storica nota con il nome di Risorgimento è stata oggetto, nel corso del secolo e mezzo di storia unitaria, di valutazioni diverse, spesso contrastanti. Ai toni agiografici e celebrativi dei primi anni, rafforzati dal ventennio fascista che considerò il Risorgimento un totem di cui era vietato parlar male, sono poi succedute opinioni critiche, tese a negare la presunta inferiorità del Sud e soprattutto ad evidenziare le storture ed i soprusi commessi dai Piemontesi invasori. Negli ultimi anni la corrente di pensiero meridionalista sta vivendo un’inaspettata reviviscenza, grazie soprattutto alla pubblicazione di opere, destinate non più solamente ad una ristretta cerchia di studiosi, che portano a conoscenza di molti una serie di vicende spesso neglette. In questa corrente “neomeridionalista” o, comunque, revisionista, si colloca l’opera di Guerri. L’autore ritiene che l’Unità sia stata un processo storico inevitabile, da compiersi necessariamente; tuttavia, erronee sono state le modalità attraverso le quali è stata realizzata. Il processo unitario si è nei fatti tradotto nell’espansione di uno Stato, il Piemonte, a discapito delle legittime pretese di altre popolazioni, quelle del Meridione in particolare. Guerri condivide le tesi di coloro che, come Zitara o Alianello, hanno definito l’Unità quale nascita di una colonia. L’autore di questo saggio si spinge oltre, non esitando a qualificare “guerra civile” quella che impropriamente era stata definita “lotta al brigantaggio”, espressione volta a negare qualsivoglia riconoscimento ufficiale a coloro che combatterono per la libertà della propria terra. Questi ultimi, delegittimati dai vincitori, vennero marchiati come briganti.
Guerri, che non esita a parlare di genocidio quando descrive le stragi perpetrate dai Piemontesi, è accurato specialmente nell’analizzare la genesi sociale del c.d. brigantaggio, da lui inteso come  la ribellione di quanti, soprattutto contadini, avevano sperato in un miglioramento della propria condizione, ma che di fatto si erano ritrovati più servi di prima.
Sono pagine dense di eventi e personaggi, scritte con uno stile lineare, adatto alla divulgazione. Il merito dell’opera è certamente la completezza, anche se spesso l’autore si avvale di schematismi al fine di riassumere in poche pagine vicende complesse. Il lettore ignaro della “vera” storia dell’unificazione troverà tutto quello di cui ha bisogno per farsi un’idea: la descrizione del contesto storico, le figure dei principali “briganti”, le manovre politiche, il rapporto Chiesa-Borbone, le stragi, le fucilazioni sommarie, l’infame legge Pica, gli inganni e le bugie. Per chi conosce già bene le vicende narrate ed i capisaldi del pensiero meridionalista, si tratterà invece di un utile ripasso.

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2 gennaio 2013

"Tutti giù per terra" di Giuseppe Culicchia: produci, consuma, crepa

Il talento di Giuseppe Culicchia venne scoperto dal grande Pier Vittorio Tondelli, che proprio agli scrittori giovanissimi dedicò il suo ambizioso progetto “Under 25”. L’incontro con Tondelli è raccontato in questo romanzo autobiografico, che ha rappresentato l’esordio letterario di Culicchia.    
L’opera narra le vicende di Walter, giovane irrequieto e insoddisfatto che nei primi anni Novanta vive il drammatico passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. Sono anni di profonde trasformazioni storiche e sociali: il muro di Berlino è caduto e con esso il sistema alternativo di ideali che esso rappresentava, mentre in Occidente inizia ad affacciarsi un’altra terribile crisi, quella del capitalismo, che mostrerà la vacuità del sogno degli anni del boom economico e si trascinerà, con sempre maggiore drammaticità, fino ai giorni nostri. Proprio per questa ragione consiglio di leggere questo romanzo, perché racconta esperienze, quali il lavoro nero, l’emigrazione, la precarietà economica e affettiva, il crollo degli ideali, che sono quanto mai attuali. Si potrebbe anzi dire che Culicchia, raccontando il proprio presente, abbia in qualche modo anticipato il futuro. Il protagonista del romanzo rimane così impresso nella mente del lettore contemporaneo, specie se giovane e assillato dall’incubo della precarietà. Walter non è infatti figlio dei gommosi anni Ottanta, né dei sogni rivoluzionari del ’68; egli è il reduce della guerra scatenata da chi lo ha preceduto, minacciato dai mostri del capitalismo, del debito e del consumismo. La famiglia e il luogo di lavoro rappresentano il suo fronte, la scrittura e l’agognato amore l’impossibile riscatto.
La sua ribellione all’asservimento dei mezzi di comunicazione di massa ed alla massificazione imperante è però destinata a fallire. Alla fine anche lui, senza nemmeno capire come, si troverà rinchiuso in quella gabbia da cui aveva cercato eroicamente di sfuggire.
“Produci-consuma-crepa” cantavano più o meno in quegli anni i compianti CCCP di Giovanni Lindo Ferretti. Sarebbe questa la giusta colonna sonora del romanzo, che non esiterei a definire punk fin nel midollo.

5 dicembre 2012

"Dissipatio H.G." di Guido Morselli: le conseguenze del paradosso

A causa di un fenomeno inspiegabile l’intera razza umana scompare, si dissolve nel nulla lasciando solo le tracce materiali del suo passaggio. Soltanto un uomo, che in quella misteriosa notte aveva rinviato all’ultimo momento i suoi propositi suicidi, sfugge alla dissipatio humani generis. Proprio lui, che aveva deciso di farla finita, è l’unico a rimanere in vita.
Questa la visionaria trama dell’ultimo romanzo di Morselli, scritto pochi mesi prima della morte del controverso autore (1973). Tutta l’opera vive di questo terribile paradosso, di questo rovesciamento di ruoli: colui che doveva morire sopravvive, quelli che avrebbero dovuto seppellirlo scompaiono nel nulla. Nemmeno si può dunque parlare di fine del mondo: gli esseri umani sono letteralmente volatilizzati, fuorché uno, le altre creature sono rimaste.
Il lungo monologo che compone l’opera descrive minuziosamente gli stati d’animo del protagonista, oscillanti tra cupa disperazione e momenti di sollievo. La situazione di superstite lo pone di fronte ad un indecifrabile interrogativo: se debba cioè definirsi l’escluso oppure il prescelto. E tale interrogativo è tanto più drammatico per lui, da sempre antropofobo e ritiratosi in un solitario rifugio di montagna proprio per sfuggire ai suoi simili.
La dissipatio humani generis è, per Morselli, prima di tutto una triplice liberazione. Venuto meno il fattore distruttivo (l’uomo), la natura e gli animali hanno modo di estendere nuovamente il loro incontestato dominio. Da questo punto di vista, il romanzo può sembrare vicino ad alcune tematiche ecologiste. In secondo luogo, la fine dell’uomo determina anche la scomparsa del tempo, inteso come strumento di regolazione e di controllo sociale. In un pianeta senza uomo, l’esistenza può fluire liberamente, senza condizionamenti e obblighi di sorta. Infine, la scomparsa dei bipedi determina il venir meno del diritto di proprietà, fonte di odi, guerre e disuguaglianze. Il protagonista del romanzo, quindi, in quanto solo, ha modo di sperimentare l’assoluta libertà: dal bisogno, dalla morale, dalle convenzioni sociali, dalla proprietà e dal tempo. Egli dispone di tutto, di un’infinità di tempo libero, di ogni cosa sia stata prodotta fino alla dissolvenza, ha modo di stabilirsi in qualunque luogo in qualunque momento. Anarchia e monarchia coincidono nella stessa persona allo stesso tempo. Proprio questa onnipotenza, però, genera in lui una profonda crisi. Il senso di liberazione cede il passo ad un’affannosa ricerca di altri eventuali superstiti, perché il protagonista comprende come la propria esistenza separata, il suo esilio volontario pre-catastrofe, avesse senso solo in rapporto agli altri. La mancanza di alcuna possibilità di confronto inclina le sue certezze, mina la sua stabilità mentale, gli ripresenta in continuazione la bruciante domanda sul senso della vita. Il fastidio che prima provava verso gli altri si trasforma in compassione, comprensione della miseria umana, quasi una lieve nostalgia.
L’ultima opera di Morselli è una lettura impegnativa, dalla scrittura articolata e spesso ostica, dai toni cupi e dalle visioni apocalittiche. Vale però la pena di leggerla, per capire per quali ragioni sia considerata da alcuni un classico della letteratura italiana del Novecento.

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22 novembre 2012

L'insostenibile ansia della condivisione

L’altro giorno sull’autobus c’era una donna che, munita di una tavoletta elettronica di ultima generazione, scriveva i propri appuntamenti di vita e di lavoro. Il magico apparire dell’apparecchio del desiderio calamitava l’attenzione di molti dei presenti, che si mettevano tranquillamente a leggere gli appunti della signora. Anche io non sono riuscito a fare a meno di sbirciare, scoprendo così che la signora aveva per le ore 10 un appuntamento dal dentista e alle 17 avrebbe atteso l’idraulico a casa. Allora io mi sono chiesto se, qualora al posto dell’aggeggio elettronico da dieci pollici la signora avesse tirato fuori taccuino e penna, l’effetto sarebbe stato lo stesso. La domanda è retorica. Con una penna e un’agenda la privatezza della signora sarebbe stata tutelata, questo è certo, ma essa non avrebbe potuto condividere col mondo le proprie esperienze, cosa che faceva con parecchia disinvoltura, ben avvedendosi della presenza di estranei che sbirciavano i suoi affari.
Nel lontano 1973 Guido Morselli, anticipando con grande lucidità i mali (e la stupidità) del nostro tempo, scriveva: “non mi convince la tesi che ogni esprimere, anche il più privato, supponga un comunicare”. A distanza di quaranta anni, possiamo affermare con certezza che quelle parole hanno assunto una portata profetica. Il raccontare agli estranei le proprie faccende private, infatti, sembra essere oggi la forma più diffusa di comunicazione, se non quella esclusiva, almeno per molte persone. La massiccia diffusione dei telefoni portatili e dei c.d. “social network” ha ampliato la possibilità per tutti di comunicare, consentendo a chiunque, persino in strada o sull’autobus, di esprimere pensieri e raccontare vicende, che spesso non meriterebbero di essere condivisi, perché futili, discutibili, offensivi, banali. Il mezzo, certamente fenomenale, è stato così utilizzato male. L’ampliamento delle possibilità comunicative ha determinato una perdita di qualità del contenuto della comunicazione. Ho sentito persone parlare ad alta voce al telefonino dell’ultima di campionato di calcio, oppure litigare, o discutere animatamente, senza fare nulla per abbassare la voce o per non dare nell’occhio. Ci sono taluni che desiderano che gli altri ascoltino la loro conversazione, per far sapere quanti soldi hanno, quale lavoro svolgono, quale squadra tifano, dove andranno in vacanza. Un tempo le cabine telefoniche erano munite di porte e pareti, che salvaguardavano la segretezza della comunicazione e la voglia di non ascoltare dei passanti.
Oggi queste barriere sono scomparse: la condivisione, persino di vicende che dovrebbero essere confinate in ambiti di gelosa riservatezza, è divenuta la regola becera della modernità. Tutto deve essere lasciato in pasto alla rete, perché ognuno crede di essere innovativo, di avere pensieri o parole originali da diffondere. Senza pensare che, in molti casi, sarebbe meglio sussurrare, per un’istintiva forma di difesa.
 

Il "mi piace" di Facebook, simbolo dell'ansia della condivisione

16 novembre 2012

"L'oro di Napoli" di Giuseppe Marotta: l'anima di una città

Trentasei brevi racconti, trentasei "quadri di vita napoletana" compongono questa celebre opera, una delle più significative della letteratura novecentesca meridionale.
Attraverso una scrittura poetica e colma di rimpianti, l’autore ci restituisce in pagine vivide ed essenziali i colori, i profumi e le vicende della sua città. In particolare, però, a Marotta interessa il mondo dei vicoli, di quei budelli strettissimi e intersecati dove talvolta non arriva nemmeno a battere il sole, dove nei miseri "bassi" vive una comunità varia, dolente e operosa, dotata di vitalità e inventiva non comuni. Anche grazie ad una serie di accenni autobiografici che occupano la prima metà del libro, veniamo a conoscenza di personaggi di straordinaria varietà e profondità, ciascuno portatore di una personale filosofia di vita: lo iettatore, il ciabattino, il bottegaio, il mendicante, il nobile decaduto, lo sbeffeggiatore di professione, l’avvocaticchio, il sacerdote, lo scrivano e così via. Ad ognuno di questi caratteri Marotta dedica qualche pagina, per ciascuno ha parole evocative colme di affetto e malinconia. Egli descrive le loro vicende, ma in realtà fa un lavoro su se stesso, come uomo e scrittore: compie cioè un’indagine sociologica e culturale di quel mondo "dei bassi" da cui egli proviene e a cui si sente ancora legato, nonostante viva ormai lontano.
Marotta scrive nel 1947, ma parla di un’epoca ancora più lontana, i primi del Novecento, gli anni della sua fanciullezza e adolescenza. La Napoli descritta da Marotta, com’è naturale, non è quella dei nostri giorni, per cui si può affermare che lo scrittore partenopeo abbia rappresentato sulla carta quel mondo che Totò ed Eduardo su tutti hanno invece messo in scena, al cinema o a teatro. E non è quindi raro, leggendo questi racconti, che il lettore rimembri quelle scene che hanno fatto grande il nome e la fama degli attori che ho citato.
Opera che si inserisce nel solco del neorealismo, L’oro di Napoli non è altro che il tratto più tipico della popolazione di questa grande città, ovvero, come ci svela l’Autore, "la possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza".
Da questo libro è stato tratto un lungometraggio ad episodi diretto da Vittorio De Sica (1954).

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Vecchia edizione Bompiani

8 maggio 2012

L'esercito di Franceschiello e la pubblicità della Tim

Guardo poco la televisione, men che meno la pubblicità. Quando posso, la evito, specie nella sua forma più invasiva, che si è sviluppata negli ultimi anni: gli spot a puntata, che pretendono di raccontare una storia ad episodi condita dal messaggio reclamistico. Negli ultimi mesi la TIM, vera pioniera di questi stupidari a puntate, ha pensato bene di inscenare una propria versione del Risorgimento, con un Garibaldi impersonato da Neri Marcoré che sarebbe pure simpatico, se la vicenda non avesse assunto gli aspetti offensivi che descriverò.
Nell’ultimo spot un Garibaldi munito di telefonino invita i soldati borbonici, nascosti nelle macchie e già muniti di bandiera bianca di resa d’ordinanza, ad arrendersi, perché se lo faranno (ed entreranno a far parte dell’Italia) avranno telefonate, messaggi e internet gratis. Ed ecco che questi spauriti pulcinella con la divisa dell’esercito duosiciliano escono fuori dal loro nascondiglio a braccia alzate e si arrendono, non per l’amor di patria, ma per l’amor di telefonata.
Credo che suddetto spot sia offensivo non solo per la memoria di quanti (e furono molti) hanno combattuto per la difesa della loro patria invasa, ma anche e soprattutto per tutti noi meridionali, che continuiamo a distanza di quasi due secoli ad essere descritti come conigli smidollati privi di ideali, pronti a vendersi per un tozzo di pane. Ma soprattutto, credo che questa pubblicità produca un altro danno collaterale gravissimo: alimenta la disinformazione sugli eventi del Risorgimento, perpetua l’idea dell’esercito di Franceschiello, mette in barzelletta vicende sanguinose (si pensi a Pontelandolfo e Casalduni) su cui occorrerebbe fare chiarezza anziché ironia. Questo provoca un danno non tanto nelle persone avvedute che conoscono la storia, ma anche e soprattutto nei giovani che spesso non utilizzano altri strumenti per informarsi al di là della televisione.
Consiglierei, non dico alla TIM che non ne avrebbe la sensibilità, ma a Neri Marcorè, persona che stimo tantissimo, di leggersi il classico di Carlo Alianello L’alfiere, di cui posto la mia recensione. Magari, lui che è un appassionato di libri, potrà proporlo in una delle sue trasmissioni televisive.
Un'immagine di Francesco II delle Due Sicilie (da Wikipedia)

2 aprile 2012

Diploma di Merito al "Premio letterario nazionale AlberoAndronico 2011"

Venerdì 30 marzo si è svolta nella Sala della Protomoteca in Campidoglio la serata conclusiva del "Premio AlberoAndronico 2011", con la premiazione degli autori vincitori delle varie categorie. Nell'occasione è stato anche conferito un Diploma agli autori che, pur non risultando vincitori, sono stati considerati meritevoli di un riconoscimento per il valore delle loro opere.
Nel ringraziare i giurati e gli organizzatori del Premio per aver selezionato il mio romanzo Percezione dell'inverno, allego il Diploma di Merito che mi è stato conferito.