18 gennaio 2026

"Il gigante sepolto" di Kazuo Ishiguro: oltre i confini del fantasy

È forse vero che il fantasy sia nato e morto con Tolkien. Per avvedersene è sufficiente leggere Lo hobbit o Il signore degli anelli e confrontarli con uno qualsiasi dei loro epigoni; il paragone sarà impari. Ciò vale anche quando a commisurarsi con il genere sia un premio Nobel come Ishiguro, che nel 2015 pubblicò Il gigante sepolto, libro che per tematiche e ambientazione può essere avvicinato al genere fantasy.
La vicenda è ambientata in un'Inghilterra dilaniata dall'odio tra Sassoni e Britanni, un odio profondo e inestinguibile che provoca lutti e devastazioni. In un misero villaggio vivono due coniugi, Axl e Beatrice, quasi emarginati dalla propria comunità, ai cui bisogni comunque contribuiscono con il duro lavoro. Axl e Beatrice hanno un figlio, sebbene non ricordino né il suo nome né che fine abbia fatto. La loro memoria, come quella di tutti gli abitanti di quelle lande selvagge, è stata infatti annebbiata da un oscuro e sconosciuto maleficio. Nessuno ha memoria del proprio passato, che pure ogni tanto ricompare sotto forma di vaghi ricordi, brumosi e inafferrabili come la nebbia che ha cagionato l'incantesimo. Guidati da uno di questi ricordi, i coniugi decidono di lasciare casa e intraprendere un periglioso viaggio alla ricerca del figlio disperso. Durante il tragitto vivranno ogni sorta di esperienza e avventura, fino al sorprendente finale che riordina tutti i fili della complicata matassa.
Ishiguro in questo romanzo ha operato una commistione tra elementi tipici del fantasy e altri legati alla storia locale. Tra i primi va menzionata la presenza di orchi, elfi, draghi e altre figure misteriose ed esoteriche, nonché i richiami alla leggenda di Re Artù. Appartengono invece alla storia i rimandi al Cristianesimo, la rivalità tra Sassoni e Britanni, la descrizione delle condizioni di vita del popolo minuto e delle diffuse superstizioni. Il gigante sepolto è dunque ambientato in una sorta di Medioevo immaginario: una cornice realistica entro la quale si sviluppano situazioni di matrice fantastica. Il cuore del libro è ovviamente nel viaggio intrapreso dai due coniugi; il viaggio, come noto, assieme alle battaglie, è il tema portante di ogni fantasy che si rispetti. A differenza dei classici del genere, però, Il gigante sepolto presenta un elemento originale: i protagonisti non sono giovani e forti, non assomigliano alla classica figura dell'eroe, bensì sono due anziani malandati e zoppicanti, già duramente provati dalla sventura.
Certo Il gigante sepolto è qualcosa di più di un romanzo dalle tinte fantasy: è soprattutto una riflessione su temi profondi come l'amore coniugale e filiale, la vecchiaia, la vendetta e il perdono, nonché sulla capacità tutta umana di saper riparare i torti per il tramite della misericordia. Pur non essendo d'ispirazione religiosa, si può affermare che per certi versi sia un libro profondamente cristiano. Queste tematiche forti non sono affrontate da Ishiguro in forma diretta, ma trasfigurate, per così dire, grazie all'utilizzo del mito e di elementi fantastici. É dunque un libro che spinge alla riflessione su temi antichissimi e universali che appartengono all'umanità sin dai suoi albori. È un romanzo sulla memoria e sulla colpa, in cui con un coup de théâtre la nebbia che provoca la smemoratezza diventa quasi un bene, perché fa dimenticare tutti i torti. Ecco dunque che il lieto fine con la sconfitta del "mostro", pur rientrando nel più classico dei cliché del fantasy, in realtà nasconde una radice di male. In ciò, senza voler svelare troppo, sta il messaggio che Ishiguro ha voluto lanciare.
Eppure, nonostante la profondità del significato, il ritmo della narrazione è spesso rallentato, oppure si invischia in dialoghi verbosi e finanche stucchevoli, soprattutto, spiace dirlo, quando a parlare sono i due protagonisti. A mio modesto avviso, è un libro riuscito a metà.

3 gennaio 2026

"Anniversario dell'esame di maturità" di Franz Werfel: la colpa giovanile

Tra i tanti cantori della finis Austriae, Franz Werfel (1890-1945) non è uno dei più noti. Eppure in tutti i suoi romanzi si sente il canto del cigno di una civiltà in rovina, un tempo gloriosa e infine travolta sotto la marcia inesorabile della Storia. Degno rappresentante di questa società defunta è il protagonista del romanzo Anniversario dell'esame di maturità, il giudice istruttore Sebastian. Figlio del presidente della Corte Suprema, egli è tutto sommato un uomo mediocre che deve la propria carriera all'ingombrante figura del padre.
Una sera Sebastian viene invitato a una cena di ex compagni di scuola, venticinque anni dopo l'esame di maturità. Tra tutti gli ex scolari dell'Imperial Regio Ginnasio "San Nicola" manca però Franz Adler, il più talentuoso, l'intellettuale che a soli sedici anni aveva composto un dramma dedicato agli ultimi giorni dell'imperatore Federico II, l'unico tra i compagni che possedesse il sommo dono della poesia.
«Io compresi per la prima volta la potenza emotiva di ogni umana opera d'arte. Adler con la sua fantasia creava uomini, ne guidava i destini, e non si limitava a scribacchiare brano a brano le sue creazioni, ma le conduceva a termine secondo un piano prestabilito. […] Nella sua testa rossa, troppo grande, io scopersi il divenire di una bellezza superiore. Una bellezza spirituale, carismatica, si diffondeva sopra di lui, mentre leggeva.»
Adler possedeva un'intelligenza sopraffina, un pensiero originale che rifuggiva dalle strade consuete del sapere accademico, per intrufolarsi in vicoli secondari, percorsi laterali e obliqui che producevano idee non convenzionali ma geniali. Sebastian negli ultimi lustri aveva quasi dimenticato il vecchio compagno, ma di colpo il passato torna prepotentemente a fargli visita, nelle vesti di un uomo accusato dell'omicidio di una prostituta che il giudice istruttore deve sottoporre a interrogatorio. Quell'uomo si chiama Franz Adler, come il vecchio compagno di classe. Ma è davvero lui? Scosso da quell'incontro presago, il giudice, nel corso di una tormentosa notte, si lascia andare a una lunga confessione in forma di memoriale, la confessione di una grande ingiustizia di cui Adler è stato vittima ai tempi del ginnasio. Il memoriale del giudice diventa così il sofferto racconto di una terribile colpa giovanile.
«La mia risata era germogliata come una semente. Ora sbocciava in molte gole. Quel riso improvviso era riuscito a distruggere l'autorità di Adler. […] Aveva annientato come per incanto il rispetto che si tributava a un'intellettualità superiore, e aveva posto termine alla benevolenza che perfino i ragazzi concedono a un corpo sgraziato.»
Werfel ha affrontato in questo romanzo un tema terribile e drammatico: il tragico destino degli eletti, la travagliata esistenza di chi, baciato dal talento e caro agli dèi, viene fatto vittima dei soprusi e delle angherie degli umani, dettate dall'invidia. E ciò è ancora più evidente tra gli adolescenti, quando la crudeltà verso i coetanei più dotati può raggiungere forme impensabili di cinismo e sopraffazione. Franz è indubbiamente il migliore della sua classe, dotato di una sensibilità fuori dal comune. Per questo viene bersagliato dai compagni, perché persino essere un grande spirito può diventare causa di dannazione. Il male, sembra dirci Werfel, si annida nell'animo umano a ogni età e l'invidia può essere la scintilla che lo fa deflagrare. La soluzione è solo nell'amore, ma Sebastian arriva a comprenderlo troppo tardi, quando ormai la colpa giovanile si è incancrenita e il passato non può più essere messo in ordine. "Di fronte alla grande superiorità di un altro non c'è mezzo di salvezza al di fuori dell'amore", scriveva Goethe, citazione che viene ripresa e ragionata nel romanzo di Werfel. 
Anniversario dell'esame di maturità è, a mio avviso, un grandissimo libro. Squisitamente novecentesco, è un romanzo di formazione sui generis, in quanto il raggiungimento della maturità non passa attraverso le esperienze giovanili, bensì tramite un'acquisizione di consapevolezza postuma, giunta praticamente fuori tempo massimo. Werfel sembra voler legare il destino dei suoi personaggi a quella società in rovina che li ha visti adolescenti; egli ci ammonisce che quel mondo doveva morire affinché Sebastian, divenuto giudice, potesse finalmente espiare la sua colpa. Ecco che il mito dell'Austria felix declina anche moralmente nel tramonto della finis Austriae, che copre col manto dell'oblio ogni colpa e vergogna.

Edizione Guanda del 1988

21 dicembre 2025

"Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli" di Pier Giusto Jaeger: la dignità dei vinti

Si dice che la storia la scrivano i vincitori. Tuttavia, spesso è l'odissea dei vinti a far battere di più il cuore dei lettori. Si pensi agli ultimi giorni del Regno delle Due Sicilie, agli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Un manipolo di fedelissimi che difesero un lembo di territorio e, con esso, un sistema secolare di valori, princìpi e ideali che facevano capo a una dinastia ormai al tramonto. Com'è possibile non provare un moto istintivo di simpatia verso quegli uomini? E com'è possibile non provare viva compassione per il loro re? Un ragazzo neppure venticinquenne che subì l'onta del tradimento dei propri generali, l'indifferenza (se non l'ostilità) delle potenze straniere e l'aggressione da parte di uno Stato che si diceva amico e fratello.
Francesco II di Borbone. L'ultimo re di Napoli è un saggio scritto da Pier Giusto Jaeger (1936-2008) e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1982. A distanza di tanti anni resta un'opera validissima per conoscere meglio il sovrano, per almeno due buone ragioni. Innanzitutto si tratta di uno dei primi lavori che hanno inteso rivalutare, nell'ottica dell'obiettività storiografica, una figura che per oltre un secolo era stata ingiustamente derisa e vilipesa sulla base di illazioni e stereotipi. In secondo luogo, il saggio è di molto precedente alla corrente revisionista e "neoborbonica" che si è affermata negli ultimi tempi, la quale, pur avendo il merito di far luce su vicende raccontate finora unilateralmente, d'altro canto viene criticata per un atteggiamento di partigianeria che non sempre si accompagna a un'analisi lucida e obiettiva. Jaeger, triestino di nascita, avvocato di professione e storico per passione, era sicuramente al di fuori delle contrapposte correnti di pensiero, interessato più che altro a restituire un'immagine di Francesco II il più possibile imparziale e senza intenti polemici. Non c'è dubbio che si evinca una certa simpatia per lo sfortunato re, ma il racconto scorre lungo i binari della neutralità ideologica e del rigore scientifico.
Il saggio di Jaeger non è una biografia in senso stretto. Salta infatti a piè pari l'infanzia, l'adolescenza e la prima giovinezza del re, per concentrarsi specialmente sugli ultimi mesi del suo dominio, ossia i giorni drammatici e gloriosi dell'assedio di Gaeta. Un atto dovuto e di onestà intellettuale, perché questo libro è stato uno dei primi a rivalutare una figura che i detrattori della sua epoca avevano semplicisticamente, aggiungo proditoriamente, descritta come debole e inetta. Non a caso gli epiteti giocosi, d'ironia popolaresca e tutto sommato innocui, come "Franceschiello" o "Re lasagna", sono stati utilizzati per decenni in malafede per sminuire questo sfortunato sovrano. Jaeger, si badi bene, non nasconde le debolezze di Francesco II, complice del suo destino infausto a causa di errori militari e politici marchiani che hanno contribuito alla caduta della dinastia. Nel saggio questi errori vengono tutti impietosamente evidenziati, al pari dei tradimenti di gran parte dell'élite militare e cortigiana del Regno. Al tempo stesso, però, lo storico triestino ha avuto il merito di distaccare il re dall'immagine da operetta che per lungo tempo gli è stata appiccicata addosso. Ne viene fuori il ritratto, più rispondente al vero, di un uomo giusto, retto, coraggioso, disinteressato ai beni materiali, devoto solo al proprio onore e all'incrollabile fiducia nella Provvidenza.
«Re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita.»
Le pagine più intense del saggio sono quelle che descrivono l'assedio di Gaeta, fino all'epilogo del febbraio 1861, quando la coppia reale lasciò definitivamente la fortezza e si imbarcò sull'avviso francese Mouette. La vicenda militare viene narrata nei dettagli, con descrizioni accurate degli armamenti, degli ordini di battaglia, dei bombardamenti, delle condizioni di vita negli opposti schieramenti, nonché con ampie parti dedicate al racconto delle vicende diplomatiche, parallele a quelle militari. La storia dell'assedio è raccontata attraverso le parole dei protagonisti: lettere, dispacci, ordini del giorno, telegrammi. Ed è proprio sugli spalti di Gaeta che la figura di Francesco II venne definitivamente riabilitata. Il re infatti si espose a tutti i disagi e i rischi dell'assedio, alloggiando negli ultimi mesi in una casamatta e rinunciando a molti dei privilegi del suo ruolo.
«Se queste speranze sono sogni, v'ha almeno un punto che non ammette discussioni, ed è che combattendo pel mio diritto, soccombendo con coraggio e cadendo con onore io sarò degno del nome che porto e lascerò un esempio ai Principi futuri. E s'egli è vero che non v'abbia più speranza per la mia resistenza, mi resta ancora da provare al mondo che io son forse superiore alla mia fortuna.»
Accanto a lui la romantica figura della moglie, la regina Maria Sofia di Baviera, ricordata come l'eroina di Gaeta. Le ultime pagine del saggio si concentrano sui lunghi anni dell'esilio. La coppia reale trovò rifugio dapprima nella soffocante Roma papalina, così diversa dall'amata Napoli, poi a Parigi e infine in altri luoghi, fino alla prematura scomparsa di Francesco, avvenuta ad Arco di Trento nel 1894. Maria Sofia visse altri trent'anni e a lei sono dedicate le ultime, struggenti parole del volume.
Il libro di Jaeger può essere letto anche da chi non è interessato alla storia risorgimentale e agli ultimi palpiti del Regno delle Due Sicilie. È infatti, prima di tutto, la cronaca di una vicenda umana drammatica e irripetibile, quella di un giovane re oppresso da gravose responsabilità, che pure nell'ora più buia del tradimento, dell'aggressione e dell'esilio ha saputo rispondere agli schiaffi della sorte con ferma dignità, la dignità dei vinti.
«Io sono stato vittima della mia inesperienza, dell'astuzia, dell'ingiustizia e dell'audacia di una potenza ambiziosa; ho perduto i miei Stati, ma non la fiducia nella protezione di Dio e nella giustizia degli uomini. Il mio diritto è ora il mio solo patrimonio, ed è mestieri che per difenderlo io mi faccia seppellire, se fa d'uopo, sotto le fumanti rovine di Gaeta.»
(Lettera di Francesco II all'Imperatore Napoleone III di Francia)

Edizione in abbinamento con il quotidiano il Giornale

10 dicembre 2025

L'ultimo graffio dei Litfiba

La recente ristampa di Insidia a cura della Saifam è al contempo un atto di giustizia e un'operazione nostalgia. Atto di giustizia perché il secondo e penultimo album con Cabo alla voce non era mai stato ristampato dal 2001, sebbene sia considerato il migliore della trilogia senza Piero Pelù. Un'operazione nostalgia per quanti all'epoca erano adolescenti e ricordano il disco con affetto, perché, si sa, col tempo si apprezza di più ciò che appartiene ai giorni spensierati della giovinezza. Come ricorderà chi ha quarant'anni o più, la separazione tra Ghigo e Piero nel 1999 fu uno shock per i fan, da cui derivò una lacerazione tra chi appoggiò il nuovo corso e chi invece considerò i Litfiba morti e sepolti. Se la nuova incarnazione della band non decollò mai veramente, forse ciò dipese dalla scelta di mantenere il nome, rivelatasi un'arma a doppio taglio. Per quanto Gianluigi Cavallo fosse un ottimo musicista e un carismatico vocalist, i "nuovi" Litfiba non avrebbero potuto reggere il confronto con la propria storia ventennale, il fantasma di Piero e capolavori come Desaparecido e 17 Re.
Il primo album della nuova ditta Cabo & Ghigo si intitolava Elettromacumba ed era un lavoro ancora acerbo, con qualche buona intuizione ma non esaltante. Con Insidia il nuovo corso visse il suo momento più alto, dando alle stampe un disco intenso, vario, espressione di un rock forse non originalissimo, ma diretto e schietto, senza compromessi. Rispetto al precedente lavoro cambiò il batterista: Ugo Nativi fu sostituito da Gianmarco Colzi. Gianluigi Cavallo alla voce, Ghigo Renzulli alle chitarre e Gianluca Venier al basso completavano la formazione. Sebbene sia presente qualche innesto elettronico (Ruggine), è un disco prettamente elettrico con venature hard-rock e dark. D'altronde, si vocifera che alla base della separazione tra Ghigo e Piero ci sarebbero stati diverbi artistici, volendo il primo seguire la strada maestra del rock, laddove il secondo avrebbe preferito cimentarsi in sonorità più morbide sulla scia di Infinito.
Insidia è un disco valido dal primo all'ultimo solco, in cui anche i brani meno riusciti come Senza rete riescono a raggiungere la sufficienza. I primi cinque pezzi sono un crescendo di buone sensazioni. L'iniziale Mr. Hyde è una dichiarazione d'intenti che mette in chiaro dove si andrà a parare, ossia verso un rock solido che abbandona le trame pop di Infinito per recuperare le sonorità di Mondi sommersi (Dottor M. è il punto di riferimento più prossimo). La successiva, la title-track, viaggia su tappeti elettronici grazie alle tastiere del compianto Mauro Sabbione. Si ritorna alla ballata rock con La stanza dell'oro, non a caso scelta come singolo di lancio. Valida anche la successiva Nell'attimo, in cui sono evidenti gli echi di Spirito, a conferma della volontà di Ghigo di dare riconoscibilità e coerenza al progetto. La migliore del mazzo è, a mio avviso, Invisibile, una canzone che rivela l'intesa perfetta tra la voce di Cabo e la chitarra di Renzulli, che si diffonde in due begli assoli, impreziositi dall'inconfondibile wah wah. Si tratta del punto più alto dell'album, nonché, azzardo, una delle migliori canzoni dei Litfiba anni 1990/2000. La seconda parte del disco è meno incisiva, ma contiene comunque pezzi come Il branco (che anticipa le sonorità che caratterizzeranno il ritorno di Piero) e la conclusione soft di Oceano. In mezzo c'è Luce che trema, pezzo di quadrato hard-rock e duro atto d'accusa contro la pena di morte, nonché uno dei migliori testi di Cabo.
Con Insidia Ghigo & Cabo hanno esaurito la fase più feconda della loro collaborazione; non a caso, il successivo Essere o sembrare non ne è all'altezza. E se è vero che i testi sono meno incisivi di quelli di Pelù, va dato atto che in Insidia la voce di Cabo ha acquisito maggiore personalità, distaccandosi nettamente dal cantato "di maniera" di Elettromacumba.
Tornando a quanto scritto all'inizio della recensione, questa ristampa è dedicata specialmente a quanti nei primi anni Duemila hanno seguito le traversie dei Litfiba, dallo scioglimento alla ricomparsa con la nuova formazione. E così, inevitabilmente, a distanza di oltre vent'anni è possibile dare un giudizio più sereno di quegli eventi. Un giudizio necessariamente meno critico, se è vero che tutto ciò che è venuto dopo in ambito musicale ci consente di guardare a Insidia con affetto e benevolenza. Anche i successivi album con Pelù, Grande nazione del 2012 ed Eutòpia del 2016, sono inferiori, a giudizio di molti. E allora questa ristampa è graziosa benevolenza nei confronti di chi la reclamava come un ricordo postumo della giovinezza perduta. Ci fa comprendere che eravamo felici e non ce ne rendevamo conto.
La copertina della ristampa 2025

24 novembre 2025

"L'isola misteriosa" di Jules Verne: il più classico tra i classici

«Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!
[…]
Pace al tuo grande spirito disperso,
tu che illudesti molti giorni grigi
della nostra pensosa adolescenza.»
In morte di Giulio Verne non è la più famosa tra le poesie di Gozzano, eppure è un piccolo gioiello che vibra di sincera commozione e gratitudine. Un tempo erano i romanzi d'avventura ad accendere la fantasia dei giovani, ancora prima del cinema e dei fumetti. Gli scrittori erano dunque considerati dei miti, come poi accadrà con attori e rockstar.
Tra tutti i romanzi di Verne, L'isola misteriosa è uno dei più celebri, nonché uno dei migliori a giudizio di critici e lettori. È un classico intramontabile che merita di essere letto a tutte le età, perché oltre al piano squisitamente narrativo contiene riflessioni sempre valide che si possono apprezzare anche da adulti. La vicenda si svolge durante la Guerra civile americana, a metà dell'Ottocento. Cinque uomini vengono fatti prigionieri dai sudisti e condotti nella città di Richmond, dove possono muoversi liberamente ma da cui non possono allontanarsi. Durante una notte di tempesta riescono tuttavia a imbarcarsi a bordo di un pallone aerostatico, mollano le zavorre e scompaiono tra le nubi. Dopo un lungo e faticoso viaggio naufragano su un'isola apparentemente deserta, da loro ribattezzata Isola Lincoln.
Con questo libro Jules Verne cantò la cieca fiducia nelle sorti progressive dell'umanità. I cinque protagonisti infatti, sbarcati coi soli vestiti addosso e poco altro, col duro lavoro e avvalendosi della propria intelligenza riescono a insediarsi nella terra in cui il caso li ha gettati, trasformandola da landa desolata in colonia autosufficiente. Questa fiducia assoluta nell'uomo e nei suoi mezzi è un valore tipicamente ottocentesco, quando il rapido progresso della scienza e della tecnologia dava l'idea che tutto fosse possibile. Purtuttavia Verne, da precursore dei tempi qual era, anticipò anche alcuni principi ecologisti che si sarebbero fatti largo nel secolo successivo, come la consapevolezza della limitatezza delle risorse naturali, una certa coscienza ambientalista e l'amaro convincimento che il potere dell'ingegno umano è destinato ad arrendersi di fronte alle sovrane leggi di madre natura.
I cinque protagonisti della vicenda sono uomini del loro tempo. Cyrus Smith, il capo indiscusso, è un ingegnere; la sua sapienza tecnica e scientifica è illimitata e non esiste campo del sapere in cui non sia versato. Il secondo più autorevole è Gideon Spilett, giornalista di professione che non disdegna di abbandonare la penna per dedicarsi ai lavori manuali. Harbert, il più giovane del gruppo, è un ragazzo che studia da naturalista: piante e animali non hanno segreti per lui. Pencroff è invece un burbero marinaio, che sotto la scorza del lupo di mare nasconde un cuore d'oro. Infine c'è Nab, cuoco abilissimo e anch'egli espertissimo di tutti i lavori manuali. Nab è un uomo di colore ed è il personaggio che parla di meno e spesso si esprime con una disarmante ingenuità. Questa caratterizzazione stereotipata, persino velatamente razzista, è tuttavia figlia del suo tempo e come tale va inquadrata. Ciò non rispecchia però le idee dei suoi compagni, tutti convinti antischiavisti che trattano Nab con massimo rispetto e amicizia. Un sesto membro della spedizione è il cane Top, quadrupede fedele e intelligente che in più di un'occasione si rivela un aiuto preziosissimo. Infine non si può dimenticare l'Isola Lincoln, forse il vero protagonista del romanzo. Verne l'ha descritta così minuziosamente che i suoi paesaggi rimangono scolpiti nella mente del lettore, dando quasi l'impressione di trovarsi lì a condividere le peripezie del gruppo di coloni.
L'isola misteriosa è un libro su cui si è scritto di tutto, né è possibile aggiungere alcunché. Come tutti i grandi classici, però, ha sempre qualcosa da dire. In primis è una storia senza tempo che contiene tutti gli ingredienti dell'Avventura con la A maiuscola: un'isola sperduta e non segnata sulle carte, alcuni eventi inspiegabili e persino inquietanti, un rompicapo da risolvere, una misteriosa e invisibile presenza salvifica, lotte contro animali feroci e invasioni di pirati, burrasche ed eruzioni vulcaniche. Tutti ingredienti che sanno accendere la fantasia dei lettori a prescindere dalla data di nascita, purché abbiano voglia di lasciarsi trasportare dalla formidabile penna del Maestro Jules Verne.
Una recente edizione Feltrinelli

8 novembre 2025

"Poco zucchero", il cinico e tagliente Faust’O

A fine anni Settanta si affermarono nuovi volti nella fitta schiera del cantautorato nostrano. Personaggi diversi dal cliché dell'artista impegnato "di sinistra" che aveva furoreggiato nel decennio, i quali presentavano una proposta musicale diversa, spesso più vicina alle influenze straniere. Penso all'ironia graffiante di Alberto Fortis, oppure al mitteleurock di Gino D'Eliso, fino ad arrivare alle tentazioni art-rock di Garbo qualche anno dopo. Tra questi, una figura ancora più radicale che merita un discorso a parte è quella di Fausto Rossi, nativo di Sacile e più conosciuto con lo pseudonimo di Faust'O.
Aveva esordito nel 1978 con un album dalle tinte forti e dal titolo eloquente: Suicidio. Conteneva brani come Benvenuti tra i rifiuti, Godi, Bastardi e Il mio sesso, veri e propri gioielli di piccolo culto ancora ricordati da una sparuta schiera di fedelissimi, come si evince da una sommaria ricerca sulla rete. L'anno successivo fu la volta di Poco zucchero, secondo lavoro in studio pubblicato nel 1979 dall'etichetta Ascolto di Caterina Caselli. Fu registrato nei mesi di febbraio e marzo presso il "Radius Studio" sotto la sapiente produzione artistica dello stesso Faust'O e del compianto Alberto Radius. Nutrita e di livello la schiera dei musicisti coinvolti, tra cui Claudio Pascoli al sax, Walter Calloni e Tullio De Piscopo alle percussioni, Radius alla chitarra elettrica e il bassista statunitense Julius Farmer. Fausto Rossi, oltre a cantare, suona tastiere e sintetizzatori, tra cui l'italico polifonico Crumar.
Nell'iniziale Vincent Price, scritta a quattro mani con Oscar Avogadro, si nota il tocco di Radius: è un pezzo marcatamente rock con chitarra elettrica in evidenza, in cui la figura dell'istrionico attore statunitense, noto per aver interpretato celebri pellicole horror, diventa la metafora per esprimere un messaggio inquietante: è fuorviante cercare il mostro negli altri, il mostro è dentro di noi, anzi siamo noi.
«Ma quando alla mattina scopri allo specchio
la faccia che hai,
e mentre fai la barba giunge un suono all'orecchio:
sta russando anche lei.
Dubbi ormai non hai più,
quei due occhi e quel mostro sei tu.»
Spesso il nome di Faust'O è associato alla new wave, quantomeno per la prima fase della sua carriera di cui fa parte anche Poco zucchero. In questo LP le influenze del genere appaiono effettivamente marcate, soprattutto in virtù dell'ampio uso di tastiere e sintetizzatori che regalano quel suono algido tipico appunto della new wave. Si ascolti Il lungo addio, un'anomala canzone d'amore dalle atmosfere glaciali e rarefatte che sostengono la voce tagliente del cantautore. Il brano, forse il migliore della scaletta, ricorda Vienna degli Ultravox, con la precisazione che il capolavoro della band inglese fu pubblicato l'anno successivo. Altre canzoni si allontanano invece dal genere citato, come l'intensa Attori malinconici o la radiofonica Oh! Oh! Oh!, più vicine a un pop raffinato. Il canto si fa sussurro in Kleenex, altro pezzo di culto, con un testo che sfida la buona creanza e osa varcare i limiti della comune decenza. D'altronde, le liriche che inquietano sono il suo marchio di fabbrica, ora sinistramente ironiche, ora dirette come un gancio in faccia.
«La mia lingua su un tampax
sfiora la castità,
per servirti ho il mio Rolex,
per freddarti ho l'età.»
L'album, della durata di poco più di trenta minuti, si chiude con i sette minuti di Funerale a Praga. L'inizio è quasi di matrice progressiva, in stile Pink Floyd; quando però arriva la voce salmodiante di Faust'O, il pezzo assume un incedere funereo, fino alla meravigliosa coda finale di sintetizzatori e sassofono.
Provocazione, feroce sarcasmo e attitudine punk sono le chiavi di lettura di questo album e più in generale dell'intera produzione di Fausto Rossi, figura anomala e anarchica nel panorama cantautoriale nostrano. Conosciuto da pochi, idolatrato da un manipolo di irriducibili appassionati, di lui si può dire tanto, nel bene o nel male, ma di certo gli vanno riconosciute la coerenza e la capacità di seguire una strada diversa da quella battuta dagli altri. Poco zucchero è un disco cinico e tagliente, come lo sguardo sul mondo di questo artista.

25 ottobre 2025

Le ombre del sogno irlandese

Il vento che accarezza l'erba, Palma d'oro nel 2006 al 59.mo Festival di Cannes, è forse il film più crudo di Ken Loach. Il regista inglese, da sempre incline a un cinema militante e impegnato, con questo lungometraggio ha toccato picchi di drammaticità e finanche di violenza ineguagliati nella sua vasta produzione.
La vicenda è ambientata in Irlanda, durante la guerra d'indipendenza (1919-1921) e la successiva guerra civile. Narra le travagliate vicende che portarono alla nascita dello Stato libero d'Irlanda a seguito del Trattato anglo-irlandese. Questo Stato, progenitore dell'attuale Repubblica d'Irlanda, nacque come dominion dell'Impero britannico, dotato di una certa autonomia ma di fatto dipendente da Londra. Gli esiti del tanto agognato accordo non accontentarono l'ala oltranzista degli indipendentisti, che consideravano il trattato un inaccettabile compromesso rispetto all'auspicata piena indipendenza. Scoppiò così una guerra civile. Bastano queste poche nozioni di storia per comprendere un film che comunque presenta scene didascaliche che, lungi dall'essere pedanti, aiutano a comprendere la vicenda.
In un'amena contea irlandese vivono i fratelli O'Donovan, ossia il giovane medico Damien (interpretato da Cillian Murphy) e Teddy (Pàdraic Delaney), il maggiore. Teddy è un dirigente dell'I.R.A., mentre Damien ha deciso di lasciare la travagliata madrepatria per lavorare in un ospedale di Londra. Tuttavia anch'egli decide infine di rimanere, entrando a sua volta nell'I.R.A., dopo aver assistito all'uccisione di un amico d'infanzia da parte dei soldati inglesi, nonché al violento pestaggio di un ferroviere repubblicano che si era rifiutato per protesta di trasportare sul proprio convoglio le truppe di sua maestà.
Il conflitto è il tema al centro del film, a diversi livelli. Al primo c'è quello tra inglesi e irlandesi, poi quello interno alla stessa causa irlandese e infine il conflitto tra i due fratelli. Il dramma della vicenda pubblica si riverbera su una "questione privata", per dirla alla Fenoglio. Teddy accetta il trattato di compromesso e depone le armi, nella speranza che con il tempo e la diplomazia l'Irlanda possa conquistare la totale indipendenza; Damien, invece, ripudia le scelte del fratello e si dà alla macchia con l'ala più intransigente dell'I.R.A. La guerra civile diventa guerra fratricida nel senso letterale del termine; Loach porta il conflitto fino alle estreme conseguenze, come dimostra il devastante finale, forse il punto debole del film per eccesso di drammaticità.
Il regista di Nuneaton non mostra dubbi. La sua regia asciutta e senza fronzoli è al servizio della sceneggiatura del fido Paul Laverty, che tira dritto con una visione militante, a tratti manichea. Il rischio dietro l'angolo è quello di una eccessiva semplificazione, dove gli inglesi stanno inequivocabilmente dalla parte del torto: violenti, usurpatori, razzisti e insensibili agli altrui diritti. Dall'altra parte della barricata ci sono invece gli irlandesi: essi lottano per una giusta causa e ogni loro azione, persino le più violente e spregiudicate, è trattata con maggiore benevolenza. Il cineasta, pur non avendo dubbi su quale fazione sostenere, appare tuttavia consapevole dei rischi di un'eccessiva semplificazione. Viene dunque inserita nella sceneggiatura l'altra faccia della medaglia della giusta causa, le ombre del sogno irlandese. Anche gli indipendentisti durante quella guerra si sono resi responsabili di omicidi, esecuzioni sommarie e vendette. Non a caso tra le scene più crude del film c'è l'esecuzione senza processo di un possidente irlandese e di un giovanissimo membro dell'I.R.A. reo di tradimento.
Il sogno irlandese narrato nel film è anche quello di una società più giusta, dove la ricchezza possa essere distribuita equamente tra tutti. Loach riveste la lotta per l'indipendenza di un popolo con i colori dello scontro di classe, come dimostra l'eloquente scena del processo al capitalista usuraio. Al di là di alcuni eccessi ideologici, che tuttavia sono il marchio di fabbrica di Loach e come tale vanno accettati, Il vento che accarezza l'erba è destinato a restare a lungo nella memoria collettiva. È un film rabbioso e potente, impreziosito da un'ottima fotografia, dove le amene brughiere dell'Irlanda antica e rurale diventano lo splendido scenario di una storia sanguinosa di ingiustizie, da ambo le parti, che a distanza di cento anni gridano ancora vendetta.
La locandina italiana

12 ottobre 2025

"Aria", il Mediterraneo che abbraccia l'Inghilterra

Ripensando a certi dischi letteralmente consumati da adolescente, mi meraviglio della costanza che all'epoca avevo nell'ascoltare ripetutamente e assimilare album "difficili". La verità è che avevo più tempo e meno opportunità. Più tempo libero perché almeno due ore della giornata erano dedicate all'ascolto. Meno opportunità perché non c'era la varietà offerta gratuitamente da internet, i soldi erano di meno e quindi prima di archiviare un disco lo ascoltavo a ripetizione, soprattutto se la prima impressione non era stata positiva. Eppure ricordo che Aria di Alan Sorrenti (1972) mi conquistò subito.
Ne avevo sentito parlare in un articolo sul settimanale Musica!, all'epoca il mio principale punto di riferimento assieme a un altro pilastro dell'editoria musicale nostrana, il compianto Mucchio selvaggio. Ovviamente di Alan Sorrenti conoscevo le hit, i tormentoni pop che gli hanno garantito il successo. Quando appresi dell'esistenza di un album anomalo come Aria, la curiosità prese il sopravvento sul pregiudizio. Le recensioni erano così entusiastiche che non esitai ad acquistarne una ristampa in cd della Sony, credo fosse il 2005.
Quattro tracce in tutto, quaranta minuti, sufficienti per innalzare il musicista italo-gallese tra le stelle del progressive nostrano. Una suite di diciannove minuti che occupa l'intera prima facciata, una ballata acustica che si colloca tra le migliori canzoni d'amore della musica italiana, due pezzi tra il mistico e lo stralunato, tanto bastò a Sorrenti per firmare uno degli esordi più folgoranti che si ricordino. Aria fu una rivoluzione nel panorama musicale dell'epoca, un crogiolo di suoni e poesia, un disco d'avanguardia eppure per niente ostico. La suite che dà il titolo all'album, come detto, dura oltre diciannove minuti ma non conosce neppure un calo d'ispirazione. Aria è il Mediterraneo che incontra l'Inghilterra, la melodia di Napoli e la sperimentazione di Londra, la tradizione che abbraccia il futuro, una voce eccelsa e mai di maniera. Fosse stato pubblicato nel Regno Unito, oggi sarebbe ricordato come uno dei più grandi dischi prog di sempre.
Aria è un LP che profuma di India, d'incenso e misticismo. Le atmosfere sono rarefatte e il sentimento che domina è la malinconia, o forse sarebbe più corretto parlare di saudade, quel termine portoghese difficilmente traducibile nella nostra lingua che indica (anche ma non esaustivamente) uno struggimento verso qualcosa o qualcuno che è stato e ora non è più, il tendere verso un passato reso mitico dai ricordi. Questo senso di indeterminatezza è già nella copertina, di sicuro impatto visivo: una specie di selva stilizzata color blu, da cui emerge una figura inquietante di profeta, quasi un Cristo che avanza verso una specie di acquitrino. L'impressione è confermata dalle fotografie del libretto interno che ritraggono Alan nelle vesti di un mistico orientale. Qualcuno potrebbe opinare che si tratti di un immaginario "da fricchettone", ma io ritengo che questa scelta grafica abbia retto alla prova del tempo.
Per registrare questo primo lavoro, Sorrenti scelse un fidato manipolo di musicisti: Tony Esposito alla batteria, Vittorio Nazzaro al basso e alla chitarra solista, Albert Prince alle tastiere, con la partecipazione del violino di Jean Luc Ponty nel pezzo che dà il titolo all'album. Aria, la traccia che apre il disco, si dipana in un crescendo di suggestioni sonore e liriche. Alan usa la propria voce in falsetto come uno strumento, al pari di artisti del calibro di Peter Hammill o Tim Buckley; ne viene fuori una commistione perfetta di musica e parole. La lunga suite non si può descrivere, va ascoltata più volte e assimilata. Seguono altre tre canzoni dal minutaggio più basso. Vorrei incontrarti è una delicata ballata dell'amore perduto, un viaggio di quattro minuti fatto di voce e chitarra acustica, fino alla comparsa nel finale di una struggente fisarmonica.
«Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,
vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India.»
Un fiume tranquillo e La mia mente chiudono il disco. Sono due tracce sperimentali nella struttura e nel testo; non sono canzoni nel senso stretto del termine, perché non seguono il classico schema strofa-ritornello-strofa. Un fiume tranquillo è il punto d'arrivo del viaggio del mistico, dopo le dolorose peregrinazioni dell'eterno vagare. Ascoltarla dà un senso di pace e di definitivo.
«La mia scarpa la troverete vicino a un marciapiede
e il mio corpo lontano, nelle sale di un dormitorio,
la mia mano in un fosso e il mio occhio nel cielo.
Quel fiume sa dov'è la mia casa, quel fiume per me esiste.»
L'anno successivo Sorrenti ci provò di nuovo con un disco dal nome criptico: Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto. Nonostante qualche ottimo spunto, il guizzo dell'esordio sembra già svanito e anche la lunga title-track, pur validissima, non ha il medesimo fascino della precedente. Dopo un terzo album di transizione, di cui va segnalata la splendida versione di Dicintecello vuje, il nostro approderà ai fortunati lidi del pop da classifica. E proprio questa inversione di rotta consacrerà Aria nell'olimpo delle cose più belle mai prodotte nel nostro Paese.

29 settembre 2025

"Un amore" di Dino Buzzati: cronaca di un'ossessione

Romanzo anomalo nella produzione di Buzzati, Un amore è la cronaca di un'ossessione. Nella Milano brulicante di vita del boom si consuma il dramma privato di Antonio Dorigo, architetto e scenografo alla soglia dei cinquant'anni che conosce soltanto l'amore mercenario. Scapolo per inadeguatezza più che per scelta, si innamora della ventenne Laide quando si era ormai convinto che la vita non gli avrebbe più regalato alcuna emozione. Nonostante la giovane età, Laide è un inestricabile mistero. Antonio la conosce come prostituta, ma la ragazza afferma di essere ballerina alla Scala. Si concede per denaro eppure non accetta il patto di esclusività che Antonio le propone, disposto a dar fondo alle proprie finanze per mantenerla, pur di averne l'esclusività. L'attrazione fisica diventa innamoramento e l'innamoramento ossessione, fino al punto che Antonio perde se stesso, occupando le proprie giornate col pensiero fisso della giovane.
Bella, cinica, indipendente, spregiudicata ai limiti dell'immoralità, promiscua e bugiarda, Laide conduce Antonio sull'orlo della follia perché è un essere del tutto incomprensibile e sfuggente. In lei non è possibile scindere la bugia dalla verità, entrambe sembrano avere il medesimo peso specifico e la stessa credibilità. Racconta palesi bugie, eppure è così convincente che queste assumono la dignità dell'assoluta verità, almeno agli occhi di Antonio. Buzzati ha creato un personaggio femminile difficile da dimenticare; Laide è una figura moderna, figlia di un'epoca, gli anni Sessanta, che ha visto la liberazione dei costumi, in special modo quelli sessuali, nonché il consolidamento del processo di emancipazione femminile iniziato alla fine del secolo precedente. C'è dunque una differenza anche generazionale tra Antonio e Laide: il primo ha fatto la guerra ed è legato ancora all'idea obsoleta che il denaro gli dia un potere assoluto di assoggettamento delle donne. La seconda è una figlia del boom perfettamente integrata nel proprio tempo e non esita a vendere il corpo senza che ciò la renda una schiava. Intorno ai due protagonisti si muovono pochi personaggi secondari, figure di contorno appena abbozzate la cui irrilevanza amplifica la perversione del nucleo duale costituito dagli amanti. Eppure, a veder bene, c'è un terzo protagonista: la Milano frenetica e proiettata al futuro del boom. La storia è ambientata nell'anno 1960, quando ormai le tracce del conflitto mondiale erano sparite; la città cresceva, si avviluppava su se stessa, con le sue guglie, palazzi, grattacieli, torri e condomìni. Le vecchie case di ringhiera resistevano negli stretti vicoli al confine del centro storico, ma un po' alla volta cedevano il passo ai simboli della modernità: caffè alla moda al posto delle latterie, night club al posto delle balere, uffici e sedi di neonate società che agognavano una fetta di capitalismo.
In questo contesto di disarmo urbano si sviluppa l'incastro malato tra Antonio e Laide, un amore (ma è davvero tale?) non convenzionale ostacolato dalle convenzioni borghesi. È qui la grande colpa di Antonio, ennesima dimostrazione della sua inettitudine: anziché chiedere a Laide di sposarlo, le propone uno squallido accordo economico. Timoroso di perdere la propria credibilità facendosi vedere al fianco della giovane, egli sottoscrive così la propria rovina, amplificata, a mio modesto avviso, dall'ambiguo finale.
Un'altra tematica centrale del romanzo è il divario generazionale, tanto più evidente in anni in cui la società andava incontro a cambiamenti repentini. Seguendo questo filone interpretativo, assistiamo a una sorta di inversione di ruoli: Antonio, già sull'orlo della senescenza, mantiene l'adolescenziale fiducia nell'amore come soluzione a tutti i suoi problemi esistenziali; d'altro canto Laide, appena ventenne, possiede già il cinismo e la spregiudicatezza di chi non si aspetta più nulla dalla vita.
Un amore è un romanzo ancora attuale perché certi meccanismi e incastri sentimentali "malati" fanno parte del complesso gioco delle relazioni umane, oggi come allora. Cambiano forse gli strumenti – si pensi alle possibilità di controllo che oggi sono offerte dagli smartphone – ma l'ossessione e il desiderio di possesso sono costanti nel tempo. E Buzzati ha saputo raccontare magistralmente tale tema, pur allontanandosi dai suoi soliti terreni d'elezione letteraria.
Copertina di una vecchia edizione Oscar Mondadori

14 settembre 2025

"Rosa Bronzo, l'ammazzabimbi di Vallo della Lucania" di Giuseppe Galzerano: la fabbricatrice di angeli

Quando la cronaca ci porta a conoscenza di efferati delitti, siamo indotti a credere che siano il frutto della modernità, di una "società malata" che ha perso i valori di un tempo. Si tratta di una falsa percezione, un pregiudizio dettato dalla scarsa conoscenza del presente e soprattutto del passato. Scartabellare i vecchi giornali ci restituisce invece vicende terrificanti e del tutto dimenticate che raramente potrebbero verificarsi ai giorni nostri. Tale attività di ricerca è stata condotta dallo storico cilentano Giuseppe Galzerano che ha riportato alla luce una storia terribile avvenuta circa centocinquanta anni fa, di cui si erano perse le tracce e la memoria.
Rosa Bronzo era una donna di Vallo della Lucania, cittadina in cui alla fine dell'Ottocento gran parte della popolazione viveva in condizioni misere, pur essendo capoluogo di circondario. La Bronzo era nota alla giustizia per una vecchia condanna per furto aggravato che le era costata un periodo in carcere. Intorno al 1877, costretta dall'indigenza, si inventò un lavoro che si rivelò remunerativo: accogliere nella propria casa i neonati indesiderati, perché nati al di fuori del matrimonio o frutto di relazioni adulterine, incaricandosi di condurli all'orfanotrofio di Salerno. La "ruota" di Vallo era stata infatti abolita nel 1875 e il viaggio fino a Salerno era un'odissea per quanti avrebbero voluto affidare i neonati alla pubblica misericordia, in assenza di ferrovie e di strade degne di questo nome. In breve la casa di Rosa divenne meta di tante madri disperate che le lasciavano i loro bimbi, il cui numero esatto non è mai stato accertato. La Bronzo, per rendere più remunerativa l'attività, decise di intraprendere il periodico viaggio verso Salerno dopo aver raccolto un numero sufficiente di bambini, anziché portarne uno alla volta. Non aveva però di che sfamarli e così alcuni neonati morirono di stenti. Altri li ammazzò la stessa Rosa, o strozzandoli con le proprie mani perché esasperata dai pianti, o avvelenandoli con potenti dosi di estratto di papavero, una sorta di sonnifero naturale. Molti sapevano, anche alcune madri, ma il senso di vergogna e l'omertà consentirono a Rosa di operare indisturbata per quasi due anni, fino alla perquisizione della sua abitazione, al ritrovamento dei poveri resti di numerosi bambini e all'arresto da parte dei Carabinieri. Il numero esatto di vittime non è stato mai accertato.
Giuseppe Galzerano, storico molto conosciuto nel Cilento e titolare dell'omonima casa editrice, imbattutosi per caso in un articolo di giornale dell'epoca, ha deciso di far venire alla luce una storia da brivido che nessuno più ricordava, nemmeno nel paese natale. Attraverso un lungo lavoro di ricerca, Galzerano ha riportato nel suo saggio tutti gli articoli di giornale che si occuparono del caso della "fabbricatrice di angeli", come la definì il neonato (all'epoca) Corriere della Sera. Nel libro sono così riportati stralci del Roma, della Gazzetta dei tribunali, della Gazzetta Piemontese, de Il Carabiniere e finanche di Le Figaro, in quanto la vicenda destò orrore anche oltralpe.
Nonostante il lavoro archivistico, l'autore spiega a malincuore come non sia riuscito a trovare l'incartamento del processo. Neppure si sa con certezza se la Bronzo fu giudicata dalla Corte di Assise di Vallo o da quella di Napoli. Il Corriere della Sera parla di una condanna a vita ai lavori forzati, ma dopo questo trafiletto la notizia scompare dalle cronache e con essa l'inquietante figura di Rosa Bronzo. Come si è difesa durante il processo? Cosa hanno sostenuto l'accusa e la difesa? Dove ha scontato la sua pena? Dove e quando è morta? Ha ottenuto la grazia o uno sconto di pena, oppure è morta durante l'esecuzione della condanna? Domande legittime che finora sono rimaste senza risposta, come evidenzia l'autore del saggio. La speranza è che prima o poi emergano nuovi documenti che possano chiarire gli esiti e il perché di una vicenda così macabra e oscura. I motivi dell'agire di Rosa potrebbero essere molteplici: una patologia psichiatrica, l'invidia per non essere mai diventata madre lei stessa, oppure semplicemente un movente economico, una squallida storia di estrema indigenza nel misero Cilento di fine Ottocento.
Personalmente non seguo la cronaca nera, anzi la evito in quanto non ho mai provato interesse per queste vicende di sangue. Il saggio è invece consigliato alla nutrita schiera di "appassionati" di biografie di serial killer. Io ho acquistato il libro principalmente perché sono interessato alla storia del Cilento e in effetti il saggio restituisce il quadro desolante di una terra a quel tempo divisa tra credenze ancestrali (il sangue, l'onore) e tendenze modernizzatrici del pensiero, destinate infine a prevalere.