19 agosto 2017

“LE ROVINE IN ATTESA”: IL BOOKTRAILER

     Su YouTube è stata pubblicata una breve presentazione del mio romanzo Le rovine in attesa, nella forma del booktrailer. Il filmato è visibile CLICCANDO QUI.
 

6 agosto 2017

“I SOTTERRANEI” di JACK KEROUAC: UN LINGUAGGIO FEBBRILE COME IL JAZZ

     I sotterranei è un romanzo che va letto tutto d’un fiato, senza soffermarsi tanto sul senso delle parole, quanto piuttosto assaporandone la musicalità, la melodia che si sprigiona dalle pagine di un monologo denso e martellante. Non a caso è il manifesto della prosodia bop, la tecnica di scrittura che cerca di riproporre sulla carta l’ininterrotto flusso dei pensieri, lo stream of consciousness di joyciana memoria, al ritmo della musica jazz. Si tratta di una fondamentale evoluzione del percorso letterario di Kerouac, che soltanto otto anni prima aveva esordito con un romanzo dall’impianto e dal linguaggio tradizionali, La città e la metropoli.
     Il titolo non si riferisce ad un luogo: era infatti chiamato “i sotterranei” un gruppo di giovani artisti, spesso di scarso o nessun talento, che vivevano febbrili esistenze promiscue, trascinandosi nella notte tra locali e abitazioni di una San Francisco vivida e frenetica. I loro idoli erano poeti e musicisti, droghe e alcool la loro benzina.
     C’è tanto di autobiografico in questo romanzo: il protagonista, Leo Percepied, è lo stesso Kerouac, mentre la seducente Mardou è Alene Lee, che fu unita allo scrittore da una breve e tormentata relazione. Leo e Mardou si incontrano a casa di un amico comune e vivono una veloce ma intensa stagione d’amore prima di separarsi, apparentemente senza rimpianti. Il loro è un amore sconveniente per molte ragioni, prima fra tutte il diverso colore della pelle: Mardou è infatti nera, per giunta libera e anticonformista, in un’America ancora profondamente razzista. La storia si dipana in un macchinoso monologo, ma soprattutto è un arguto ritratto di quella gioventù beat di cui Kerouac è stato il capostipite. I personaggi del romanzo sono dunque la trasfigurazione di persone reali; ad esempio, Adam Moorad è Allen Ginsberg, mentre Gregory Corso si nasconde sotto i panni dell’infido Yuri Gligoric.
     Come ho già detto, il libro è importante più per lo stile che per la trama. Henry Miller, che a sua volta fu un innovatore, ne riconobbe immediatamente l’importanza, affermando con un’acuta metafora che I sotterranei avevano avuto la capacità di violentare la lingua, al punto che la letteratura americana non sarebbe più stata in grado di riacquistare la verginità perduta. In Italia il romanzo ha avuto una vita editoriale tormentata, prima di affermarsi al pari di un classico: è stato sottoposto a processo per oscenità, ma il collegio giudicante non ha potuto che riconoscere la bellezza lirica del linguaggio, tale da elevarlo ad opera d’arte, anziché degradarlo a sceneggiato pornografico come reclamavano i detrattori.
     Resta comunque un libro a tratti ostico, proprio per le caratteristiche della scrittura bop. Probabilmente andrebbe letto in lingua originale, per poterne apprezzare al meglio le sottili sfumature. Ritengo sia adatto soprattutto a chi ha già una conoscenza abbastanza approfondita dello scrittore statunitense; consiglio di acquistarlo dopo aver letto i più celebri Sulla strada, I vagabondi del dharma e Big Sur. Iniziare la conoscenza di Kerouac partendo da I sotterranei potrebbe infatti rivelarsi un pericoloso fraintendimento.

25 luglio 2017

“11”: LA MATURITÀ POWER POP DEGLI SMITHEREENS

     «Tutte le volte in cui cercavo un album degli Smiths in un negozio di dischi, inevitabilmente me ne capitava tra le mani uno degli Smithereens, che scartavo senza appello». Così scriveva un commentatore su YouTube, biasimando la sua fretta giovanile e affermando che, col senno di poi, non li avrebbe scartati a colpo sicuro; anzi, li avrebbe di gran lunga preferiti agli Smiths. Al di là dell’evidente ironia, l’anonimo commentatore non ha avuto torto nell’affermare che gli Smithereens sono stati un valido gruppo. Certo, nulla a che vedere con i più quotati Smiths, che sono riusciti ad inventare un genere e uno stile. Eppure, nel ristretto recinto del power pop, anche agli Smithereens spetta un posto d’onore.
     Sono uno dei gruppi minori della scena rock americana, ma ritengo sia erroneo definirli “sottovalutati”, come scrivono in molti sulla rete. Prima di imbattermi in 11, il loro quarto lavoro in studio, non sapevo chi fossero; poi ho scoperto che hanno avuto una discreta fama per tutto il corso degli anni Ottanta, specialmente negli Usa. Ancora oggi sono un gruppo di piccolo culto, che continua a girare in tour nella formazione originale, composta da Pat Di Nizio (voce e chitarra), Jim Babjak (chitarra), Dennis Diken (batteria) e Mike Mesaros (basso). Il Dizionario del pop-rock di Tonti e Gentile ricorda che gli Smithereens, «da cover band con un amore particolare per il beat inglese e il R’n’R classico americano», sono diventati uno dei principali gruppi di power pop, sfornando una serie impressionante di validi singoli, come Behind the wall of sleep, Blood and roses, Strangers when we meet, Lonely room, House we used to live in, Drown in my tears e altri. Da ricordare specialmente i primi tre album: l’EP di esordio Beauty and sadness (1983), Especially for you (1985) e Green thoughts (1988).
     Il quarto LP (1989), intitolato semplicemente 11, è stato un punto di svolta nella loro carriera, perché ha segnato la fine della fase più felice, o meglio, l’inaridimento della vena creativa di Pat Di Nizio, leader indiscusso della band e autore di quasi tutti i testi e le musiche. Il quartetto si dimostra affiatato e quadrato, proponendo dieci canzoni di un power pop sanguigno, che a volte strizza l’occhio al rock americano più classico. É dunque un disco di transizione, perché segna una svolta nello stile, orientato sempre più verso una proposta marcatamente rock, sorretta dai riff della Rickenbacker di Babjak e dal basso potente e preciso di Mesaros.
     Il lato A si apre con A girl like you, pimpante canzone d’amore a lungo in classifica negli Stati Uniti e in Canada. Segue la vera e propria gemma dell’album, l’intrigante ballata Blues before and after, con un egregio lavoro al basso e un ritornello destinato a rimanere a lungo in testa. Per comprendere quanto la band fosse quotata, si prenda in considerazione la terza traccia, la fluida Blue period, impreziosita addirittura dalla voce di Belinda Carlisle, all’epoca una celebrità. La facciata si chiude con altri due pezzi quadrati, Baby be good e A room without a view. Il secondo lato continua sulla falsariga del primo, con un altro azzeccato singolo, Yesterday girl, e proseguendo con uno dei pezzi migliori del disco, la decisa Cut flowers. Da ricordare William Wilson, omaggio ad un celebre racconto di Edgar Allan Poe, che tratta il tema del doppelgänger. Il disco si conclude con una lenta ballata pop decisamente radiofonica, Kiss your tears away.
     11 non è un disco memorabile, ma è l’impronta di una band sempre coerente con se stessa. The Smithereens meritano il nostro rispetto per questa ragione: stanno portando avanti da più di trent’anni il discorso di un pop-rock sobrio, suonato bene, che rinuncia ai riff ruffiani in favore di una vena compositiva che si ispira ai Sixties, Beatles e Byrds su tutti. Anche se i testi non sono sempre all’altezza, Di Nizio li carica di drammaticità grazie alla sua intensa voce. 11 ha segnato anche il passaggio dalla Enigma ad una major, la Capitol; per questo dovrebbe essere di facile reperibilità anche nel Bel Paese, per giunta a prezzi abbordabili, dato che il vinile è stato stampato in concessione dalla Emi italiana. Ripeto che i primi tre lavori del gruppo americano sono certamente i migliori. 11, come tutti i dischi di transizione, vive di alti e bassi, ma porta comunque l’inconfondibile marchio di fabbrica di Pat Di Nizio e soci.
La band (Babjak, Mesaros, Di Nizio e Diken) e la copertina di "11"

13 luglio 2017

“L’AMICO EBREO” di GIAN PIERO BONA: UN MIRACOLOSO SALVATAGGIO DALL’OLOCAUSTO

     Il titolo di Giusto tra le nazioni spetta ai non ebrei che, privi di interesse personale ed a rischio della propria incolumità, abbiano salvato anche un solo ebreo dallo sterminio nazista; l’onorificenza trae origine dal versetto del Talmud secondo cui «chi salva una vita, salva il mondo intero». Lo scrittore e poeta Gian Piero Bona, superata la soglia dei novant’anni, ha deciso di raccontare una vicenda autobiografica e familiare rimasta fino ad oggi ignota. È così venuto alla luce il romanzo L’amico ebreo (Ponte alle grazie, 2016), con dedica al padre, uno fra i Giusti. L’autore spiega nelle prime pagine le ragioni che l’hanno indotto a raccontare questa toccante storia.
"Alcuni esemplari di quei nazisti intenti a eliminare nei loro lager sei milioni di ebrei e due milioni tra zingari, cristiani, intellettuali, malati, omosessuali, ho avuto modo di vederli per tre anni dentro e fuori della mia casa. Fu così che un piccolo episodio di questa tragedia umana, vissuto per caso nel luogo dove allora abitavo con la mia famiglia, è rimasto ancora oggi come un marchio a fuoco sfrigolante nella carne della mia anima."
     Tra il 1942 e il 1945, nell’antica magione dei Bona di Carignano, si è infatti consumata una vicenda che ha dell’incredibile. Sotto lo stesso tetto, per quasi quattro anni, hanno vissuto a stretto contatto il ragazzino ebreo Sergej Yonov e l’odioso Richtel, capitano delle SS. Sia il carnefice che la potenziale vittima erano ospiti della famiglia dello scrittore, in una forzata e pericolosa convivenza che solo per miracolo non si è tramutata in tragedia. Sergej, ebreo di origine russa, era compagno di scuola e di conservatorio di Gian Piero Bona; fu il padre di quest’ultimo a salvarlo dall’olocausto, conducendolo in casa propria e facendolo passare come un lontano parente grazie ad un’accurata messinscena. Negli stessi anni in cui Sergej era ospite dei Bona, nella grande casa si era stabilito anche l’ignaro capitano Richtel, secondo l’usanza per cui gli ufficiali nazisti, anziché vivere nelle caserme, trovavano forzosa ospitalità nelle case dei maggiorenti. Sergej e Gian Piero erano due ragazzi diversissimi: il primo ebreo, razionalista e logico, il secondo cristiano, inquieto ed affascinato dall’esoterismo.
"Il destino mi aveva mandato il grande amico e ciò fu la scoperta del vero male e del vero bene intorno a noi, della luce e delle tenebre. […] Avevamo opinioni radicalmente opposte, dovute alla nostra diversa educazione; eppure, lui ebreo e io cristiano, eravamo diventati fratelli di viaggio".
     Lo stretto contatto con Richtel rafforza l’amicizia tra i due ragazzi, che di fatto diventano come un’unica persona; anzi, è proprio la minaccia della deportazione a renderli più uniti, rinsaldando un legame che va al di là della semplice amicizia. La quotidiana visione del nazista Richtel assume i caratteri di una pericolosa vicinanza alla morte, perché il tedesco incarna gli aspetti negativi dell’esistenza, è il simbolo del male e del cuore di tenebra. Ambiguo e proprio per questo temibile, Richtel è in egual misura capace di slanci di affettività e di orribili crimini.
     Gian Piero Bona, da poeta di razza qual è, riesce a raccontare una vicenda toccante senza forzosi patetismi, ma al tempo stesso con una strenua vis polemica nei confronti degli occupanti nazisti. Il libro non è semplicemente la memoria di una irripetibile stagione di vita, ma anche un commosso ricordo della propria famiglia, unita dal vincolo del sangue e dalla necessità di difendere un segreto che non poteva essere rivelato.
     L’amico ebreo è un emozionante romanzo di formazione, una formidabile lezione di resistenza e solidarietà, nonché una vivida testimonianza del valore della diversità. Viviamo in tempi difficili e c’è chi vorrebbe rimettere in discussione alcuni principi fondanti della nostra democrazia; leggere L’amico ebreo diventa così un doveroso atto di coraggio, per non dimenticare e rischiare di ricadere negli errori del passato.
 

28 giugno 2017

"SONO UN MOD AL SERVIZIO DEL MODERNISMO": INTERVISTA A OSKAR GIAMMARINARO

     Da oltre trent’anni sulla breccia, gli Statuto rappresentano ormai un’istituzione. Tra i primi in Italia a suonare ska, tra i primi ad abbracciare la cultura mod, seguono con coerenza la stessa strada al motto di “rabbia & stile”. Nel 2016 hanno pubblicato l’ultimo disco di inediti, Amore di classe, mentre è di questi ultimi mesi la ristampa di Zighidà, in occasione dei venticinque anni dall’uscita dell’album. Oscar Giammarinaro (detto oSKAr) ne è il cantante, fondatore ed indiscusso leader; è stato così gentile da rilasciarmi un’intervista, in prossimità del tour estivo. Colgo l’occasione per ringraziarlo di cuore per la disponibilità.

Domanda. All’inizio di ogni concerto precisate con orgoglio di essere “i mods di Piazza Statuto”. Cosa significa essere mod? E soprattutto, cosa significa esserlo oggi, nell’epoca del conformismo dominante?
Risposta. Essere mod è la nostra migliore soluzione per vivere in questo sistema che proprio non ci piace. Fuori dalla massificazione e dall’omologazione ma mai autoghettizzati, cerchiamo di trovare il meglio nelle espressioni ideologiche, estetiche e comportamentali prima di chiunque altro. Una continua ricerca, interiore ed esteriore che ci rende veramente liberi, mai di moda e sempre attuali.

D. Sono più di trent’anni che girate l’Italia in tour, per cui siete i perfetti testimoni dei cambiamenti che l’hanno trasformata. Com’è cambiato il Paese? C’è maggiore rassegnazione nei giovani, oppure la rabbia è sempre la stessa?
R. La crisi ha sicuramente reso l’Italia un paese “post” industriale, la differenza tra classi sociali si è decisamente allargata, l’immigrazione ha causato la speculazione di alcune forze politiche a servizio del capitalismo che ha fatto leva sul razzismo per innescare un’assurda “guerra tra poveri”. Nei giovani c’è rabbia, ma la società attuale, così fondata sui social di internet, li ha resi totalmente individualisti, privi di consapevolezza di appartenenza e del tutto rassegnati all’impossibilità di cambiare il sistema attuale.

D. Avete fatto della coerenza una bandiera, avete portato avanti sempre un discorso autonomo e controcorrente, riuscendo persino ad andare a Sanremo senza snaturarvi. Credi che questa coerenza, il vostro essere fedeli ad un credo, abbia avuto un ruolo decisivo nella stima che il pubblico tributa agli Statuto? Oppure pensi che vi abbia fatto raccogliere meno di quanto avreste meritato?
R. Essere coerenti non è per noi una “bandiera” e non siamo mai stati “controcorrente” a priori. Siamo mods, alcuni Mods di piazza Statuto che suonano e usiamo la musica per diffondere il più possibile il nostro stile, le nostre idee e la nostra cultura. Da sempre lo facciamo indipendentemente dal palco o dalla situazione in cui ci troviamo ad esibirci e rimanendo integri esteticamente e ideologicamente, siamo arrivati veramente ovunque. A livello di cifre e “successo” abbiamo raggiunto livelli inaspettati rispetto alle nostre origini; ciò che ci interessa da parte del pubblico è il rispetto.

D. La nostra è una società allergica alla riflessione, restia a prendersi il giusto tempo per meditare le cose, che preferisce il consumo immediato e spicciolo all’approfondimento. In questo contesto “usa e getta”, come si colloca la proposta musicale degli Statuto, decisamente impegnata? A quale pubblico è rivolta?
R. Non credo che la nostra proposta musicale sia “decisamente impegnata”, semplicemente raccontiamo ciò che viviamo in prima persona quotidianamente, veniamo dalla strada e viviamo sulla strada e siamo a stretto contatto con problematiche sociali come la disoccupazione, razzismo, necessità di migliore sanità e scuola pubblica. Ci rivolgiamo a tutti.

D. In occasione del venticinquennale, Zighidà è stato ripubblicato anche in vinile, così come l’ultimo album di inediti, Amore di classe. Nell’epoca che stiamo vivendo, quella della dematerializzazione, il disco come oggetto tangibile ha ancora un futuro, oppure dovremo rassegnarci alla fine del supporto?
R. C’è un netto ritorno all’interesse per il disco su vinile e credo che il futuro ci regalerà qualche bella sorpresa a proposito

D. Ti consideri un uomo di successo? Come lo gestisci?
R. Se per successo intendi essere a posto con me stesso, sicuramente sì. Ma se intendi popolarità, guadagno e tenore di vita da nababbo, è evidente che non è così. Non l’ho mai cercato e mai mi è interessato, credo di non avere il necessario talento artistico e neanche una disponibilità caratteriale adeguata. A me interessa far conoscere e crescere il Modernismo, in questo sono molto orgoglioso e gratificato.

D. Quali sono i dischi che ti hanno cambiato la vita? E fra gli italiani, quali sceglieresti?
R. One Step Beyond dei Madness, Glory Boys dei Secret Affair, Beat Boys in the Jet age dei Lambrettas, Specials degli Specials e Definitely Maybe degli Oasis. Tra gli italiani apprezzo molto i cantautori storici (Guccini, Dalla, De Gregori, Ron, Venditti, Battiato, Battisti) ai quali aggiungo i Gang, i 99Posse, Caparezza e Frankie Hi-NRG.

D. Oltre che musicista, sei anche uno scrittore. Qual è il tuo rapporto con la letteratura e quali sono gli autori che ami di più?
R. No, non sono affatto uno scrittore. Il libro Il Migliore dei Mondi Possibili è una serie di racconti di storie vere di noi Mods di piazza Statuto. L’unica mia “invenzione” è Amore di Classe, scritto per realizzarci il disco concept omonimo uscito nel 2016.

D. Amore di classe, il vostro ultimo disco di inediti, è appunto un concept album. Ho notato che molti gruppi e cantautori prima o poi si cimentano in questa operazione, spesso rischiosa. Come è nata la scelta di scrivere un concept?
R. Utilizzare una storia o un tema per avere le canzoni consequenziali può rendere più fluida la composizione. Noi attraverso la storia d’amore tra due adolescenti appartenenti a classi sociali ben diverse, siamo riusciti a far emergere tematiche sociali importanti.

D. Anche se è una domanda retorica, voglio fartela lo stesso. Cosa sceglieresti tra una tormentata libertà e una tranquilla schiavitù?
R. Vorrei conoscere qualcuno che esprime preferenze usando il termine “schiavitù”…

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, quale useresti?
R. Un mod al servizio del Modernismo, anche con la musica. 
La formazione attuale degli Statuto; il terzo da sinistra è Oskar.

23 giugno 2017

“PSYCHOCANDY”: IN AVANSCOPERTA SU TERRE INESPLORATE ASSIEME A THE JESUS AND MARY CHAIN

     C’è una bella maglietta che vendono sulla rete, che riproduce semplicemente la scritta “Reid, Reid, Hart & Gillespie”, formazione storica dei primi Jesus and Mary Chain, quelli che esordirono su LP nel 1985 con Psychocandy. I fratelli Jim e William Reid alle chitarre (distortissime) e alla voce, Douglas Hart al basso e Bobby Gillespie dietro una minimale batteria, sono stati gli alfieri di un nuovo suono, destinato a cambiare la storia della musica contemporanea. Non erano propriamente degli sconosciuti, perché avevano alle spalle qualche singolo; forse per questo motivo la prova del 33 giri era particolarmente attesa, per verificare le capacità della band nella lunga durata. “Vorrei che venisse ricordato per sempre”, affermò Jim Reid in un’intervista, “che diventasse come quegli album che vendono sempre, al pari del primo dei Velvet Underground”. La sua speranza si è trasformata in una felice profezia, perché Psychocandy, a distanza di oltre sei lustri, non solo continua a vendere, ma mantiene una freschezza che pochi album degli anni Ottanta possono vantare.
     Merito di una proposta musicale innovativa, che ha posto le basi dei generi che saranno chiamati noise e shoegaze. Pur essendo dei precursori, i JAMC non hanno mai nascosto, a partire da questo esordio, le loro fonti di ispirazione; sebbene non possa essere definito come un lavoro puramente derivativo, Psychocandy è fortemente debitore dei Velvet underground, in particolare del primo, omonimo e monumentale disco del 1967. Il passo in avanti sta nel fatto che i JAMC hanno appreso la lezione psichedelica della band di Lou Reed per trasformarla in qualcosa d’altro, in un suono prossimo agli umori del post-punk, più vicino al sentire di una generazione, quella degli anni Ottanta, che viveva nello smarrimento completo a causa della perdita di ogni punto di riferimento, in primis ideologico. I testi cupi, funerei e ossessivi, ricordano quelli dei contemporanei Joy Division, anche se in Psychocandy non è presente la nera disperazione intimista di Ian Curtis, quanto piuttosto un canto arreso di più ampio respiro generazionale.
     Il disco contiene tutti gli elementi fondamentali della proposta musicale dei JAMC: un potentissimo muro del suono retto da chitarre distorte e lancinanti, che sovente rallentano in pause ipnotiche, con una batteria ridotta ai minimi termini ma onnipresente. Si dice spesso, anche a sproposito, che un determinato disco ha avuto la capacità di influenzare in maniera decisiva la produzione futura. Nel caso di Psychocandy non si tratta di una formula di stile; la verità è che i JAMC hanno condizionato quantomeno le due generazioni successive di musicisti, e il loro esordio ha rappresentato il vero e proprio manuale del nuovo suono. Quattordici brani che sono altrettante potenziali hit, che spaziano da momenti più dilatati dal sapore ipnotico (Just like honey, Taste of cindy), a frammenti di materia musicale in disturbante feedback (The living end, Taste the floor), per passare a scampoli di perversa dolcezza (Sowing seeds), rinchiudendosi infine nelle cupe spirali di un cuore malato (My little underground, Something wrong).
     Difficile dire quale pezzo spicchi sugli altri, impossibile preferirne uno. Psychocandy è stato pensato, concepito e suonato come un continuum, espressione di uno stato d’animo più che insieme ragionato di canzoni. I critici hanno poi cercato di dare un nome a questo umore, parlando di noise, shoegaze e post-punk. Come al solito, le etichette lasciano il tempo che trovano; è solo ascoltando questo pugno di canzoni derelitte e lancinanti che si può capire quanto la sensibilità musicale contemporanea sia debitrice dei JAMC, anzi di Reid, Reid, Hart & Gillespie.

12 giugno 2017

“NESSUNA VOCE DENTRO” di MASSIMO ZAMBONI: UN’ESTATE PUÓ CAMBIARTI LA VITA

     Berlino ha rappresentato, per gli anni Ottanta, quello che Londra è stata per i Sessanta/Settanta: meta agognata di migliaia di giovani europei inquieti e ribelli, alla ricerca di un Eden in cui ritrovare nuovi stimoli, abbandonando un’esistenza altrimenti vacua e frustrante. Molti sono tornati indietro delusi, altri si sono stabiliti definitivamente in Germania, magari diventando un ingranaggio del sistema da cui avevano cercato di fuggire. Per tanti, invece, l’esperienza è stata davvero rivoluzionaria, perché ha avuto il potere di sprigionare energie creative latenti, o semplicemente perché ha consentito loro di percorrere un sentiero diverso da quello prestabilito. Massimo Zamboni, celebre chitarrista dei CCCP/CSI, rientra proprio in quest’ultima categoria; partito in autostop nel 1981, a Berlino ha vissuto l’estate che ha cambiato definitivamente la sua vita, tracciando il primo solco di una strada maestra che sta ancora caparbiamente seguendo. Nessuna voce dentro (Einaudi, 2017) è il resoconto di quell’irripetibile stagione, oltre ad essere un avvincente romanzo di formazione. Può sembrare esagerato parlare di “romanzo di formazione” per un libro che di fatto copre un arco temporale di pochi mesi; eppure, nessuna definizione risulta così calzante. Il passaggio dalla molle vita della provincia italiana alla frenetica metropoli tedesca ha infatti il sapore di una rivelazione, destinata a trasformare in uomo il timido studente partito da Reggio Emilia.
     A Berlino, Zamboni ha modo di confrontarsi con una realtà realmente cosmopolita, popolata di punk, fricchettoni dell’ultima ora, rockabillies, mods ed altre sottoculture. Ne esce il ritratto di una generazione non arresa al grande riflusso ideale degli anni Ottanta, ma che «sulla sfacciata presunzione punk del “non c’è futuro”, fonda l’urgenza di “un ora e subito” che non si può più rimandare». Oltre il Muro, un mondo alla rovescia: la tetra ed austera DDR che Zamboni non vedrà mai, se non attraverso i suoi simboli, siano essi paurosi come i temibili Vopos, oppure allegri come le colorate Trabant.
     Il romanzo scorre via piacevolmente, grazie ad una scrittura snella, debitrice della lezione del maestro Pier Vittorio Tondelli, citato in più occasioni nel testo. Il punto forte della narrazione sta nel fatto che Zamboni non ha rielaborato le vicende sotto la lente della maturità, ma è riuscito a trasportare sulla carta le stesse sensazioni provate all’epoca, che risultano vivide e presenti. Si potrebbe dire che il libro non ha il distacco emotivo tipico del memoriale, ma mantiene l’urgenza espressiva del diario. L’autore parla di vicende accadute trentacinque anni fa mantenendo voce e occhi di quand’era ragazzo, trasmettendo al lettore una piacevole impressione di vicinanza agli eventi narrati.
     Un accenno meritano le divertenti pagine dedicate alla Pizzeria da Salvo, «l’avamposto della meridionalità più spermatica e terrosa» in cui il protagonista va a lavorare per potersi pagare il soggiorno berlinese, assieme ad un «pugno di eroi in punta di diamante partiti a espugnare il settentrione». È qui che Zamboni abbandona i panni del cronista per vestire quelli del narratore puro, ricostruendo con tinte ironiche l’ambiente degli emigranti italiani in Germania. Personaggi come il cuoco Vinicio o il capocameriere ‘Cenzo, con il suo irresistibile intercalare, sono destinati a rimanere a lungo nella mente dei lettori, addirittura più dei Besetzer, i colorati abitanti delle case occupate.
     Per chi è cresciuto a pane e CCCP/CSI, come il sottoscritto, il finale contiene una piacevole ed emozionante sorpresa. Berlino è il luogo in cui Massimo Zamboni incontra Giovanni (provate ad indovinarne il cognome!), dando vita ad un duraturo sodalizio artistico che rivoluzionerà il modo di fare musica in Italia. Senza voler rivelare troppo, basta riportare le sentite parole dell’autore, che hanno tutto il sapore del riscatto e di una nuova consapevolezza.
«Poi accade qualcosa. Qualcosa che cambierà tutto, e lo cambierà per sempre, mi andrà a travolgere e disordinare. Qualcosa che mi chiede di seguire il richiamo di un indistinto, del tutto vago, possibile cambiamento che aspettavo e forse mi aspettava dall’inizio del viaggio; dei viaggi, forse, dei tanti viaggi che in ultima analisi erano stati soltanto bozze, schizzi preparatori.»

30 maggio 2017

A PASSEGGIO SENZA META PER LA “ROMA DEI PAZZI”

     In un precedente articolo avevo elogiato la decisione della Bonelli di pubblicare una nuova serie a fumetti, in un’epoca in cui si legge sempre di meno. Al tempo stesso, avevo definito un azzardo la scelta di presentare un personaggio che si muove nella Roma papalina del 1826. Dopo aver letto il primo numero della serie regolare, le impressioni di allora sono state in parte confermate: Mercurio Loi è un eccellente prodotto di nicchia, destinato ad un pubblico colto, interessato alle vicende storiche che fanno da sfondo ad ogni albo e alle disquisizioni filosofiche dei personaggi. Vorrei però precisare che non è affatto un fumetto verboso, perché la sceneggiatura di Bilotta è costruita in modo da alternare egregiamente le scene di azione con quelle di riflessione.
     Il primo albo della serie regolare è un numero interlocutorio, che ha principalmente la funzione di presentare i personaggi, calandoli in quel “palcoscenico di pazzi” che era la Roma del 1826. Si capisce subito che i personaggi saranno uno dei punti di forza della serie. C’è chi ha scritto che il protagonista, Mercurio, è poco simpatico, quasi supponente. La considerazione non è sbagliata, ma va rimeditata, perché si tratta di una scelta voluta. Mercurio non è un eroe, non è un investigatore, né semplicemente un curioso; egli è un uomo di pensiero, dotato di un intelletto fuori dal recinto del conformismo. Vive in una città appena lambita dal pensiero liberale ed illuminista, governata autoritariamente da un Papa-Re, in cui gli spazi di espressione individuale sono limitati, al punto che è vietato persino detenere in casa alcuni libri, considerati proibiti. In questo clima politico e culturale, Mercurio appare per forza di cose un personaggio saccente, quasi privo di dubbi, portatore di una personale visione di vita. Egli vaga per l’Urbe alla ricerca di tutto quanto possa stimolare la sua mente deduttiva, magari ingegnandosi di risolvere qualche mistero che non fa dormire sonni tranquilli alle autorità o ai membri della Sharada, la società segreta di cui fa parte.
     Bilotta, nell’introduzione al primo albo, ha voluto chiarire ancora una volta questo aspetto. Mercurio è un flâneur, un passeggiatore senza meta, che ama vagare alla ricerca di un evento, un volto o una semplice coincidenza che possano incitare la sua curiosità.
     Per forza di cose, la Città Eterna diventa la seconda protagonista della serie. Roma era una città ricca di sotterranei fermenti, in cui religione e superstizione, cattolicesimo e residui di paganesimo si intrecciavano strettamente. Inoltre, era la capitale dello Stato Pontificio, il cui truce Governo era ossessionato da carbonari e giacobini, impegnato ad estirpare i primi moti liberali e risorgimentali.
     Come ogni fumetto che si rispetti, anche Mercurio ha un assistente. Si tratta dell'inquieto ed accigliato Ottone, un giovane carbonaro già macchiatosi dell’omicidio di un innocente, sia pure per un errore di persona. Vedremo in che modo evolverà questa figura, ma di sicuro non si tratta di un semplice comprimario, quanto piuttosto di un carattere capace di scelte autonome, anche in contrasto col suo maestro.
     Straordinario nella sua complessità è l’arcinemico di Mercurio, il temibile Tarcisio Spada. Un tempo assistente del professore, ha deciso di abbandonare il maestro per potersi misurare alla pari con lui in impegnative sfide di intelligenza. Tarcisio, però, ha scelto la via del male, e non per arricchirsi o conquistare il potere, quanto piuttosto per affermare la propria personalità, per sfidare l’ordine morale, logico e politico costituito. È un uomo tormentato, che viene accostato al Catilina descrittoci da Sallustio: «di nobile stirpe, fu uomo di grande forza e coraggio, ma di indole cattiva e malvagia […] di spirito audace, subdolo, mutevole, era simulatore di qualsiasi cosa; affamato delle cose d’altri, generoso delle proprie. […] Il suo animo insaziabile desiderava sempre cose smisurate, incredibili, troppo alte» (p. 46 dell’albo). Al pari di Catilina, anche Tarcisio è capace al contempo di elucubrazioni geniali e di turpi misfatti, di atti di disinteressata generosità e spregevoli abusi nei confronti dei più deboli.
     Altro personaggio ben caratterizzato è il colonnello Belforte. Divenuto muto a causa di una terribile aggressione subita, può esprimersi solo a gesti oppure scrivendo i suoi pensieri sopra una lavagnetta. Pur non potendo parlare, Belforte è uno dei personaggi più eloquenti della serie, in quanto presenta una spiccata dualità: è un uomo incaricato di far rispettare la legge, ma al tempo stesso rifiuta la cieca obbedienza del servo. È un militare, ma non si limita a dare o ad eseguire ordini, perché cerca di comprendere le mille contraddizioni della realtà che lo circonda. Si potrebbe dire che è la “voce” critica del fumetto: è muto, ma nella sua testa si alternano in continuazioni le voci di uno sterminato uditorio.
     La serie è a colori, scelta editoriale che la Bonelli sta perseguendo negli ultimi anni. Il parco disegnatori è di tutto rispetto e il primo numero è stato illustrato da Matteo Mosca. La scelta del colore ha suscitato reazioni contrastanti, ma credo sia funzionale alla migliore ricostruzione degli umori e delle atmosfere del periodo storico.
     Doverosa un’ultima considerazione: prima di leggere il primo numero sarebbe bene procurarsi il “numero zero”, ovvero l’omonimo albo della collana “Le storie” uscito nel gennaio del 2015, di recente ristampato in edizione da libreria. Ritengo infatti che molti dei passaggi della vicenda potrebbero rimanere oscuri a chi non ha avuto modo di leggere il fortunato albo pilota.
Mercurio Loi n. 1 - Roma dei pazzi - 05/2017 - Sergio Bonelli editore - euro 4,90

21 maggio 2017

“ASPETTANDO NOI”: ANDARE OLTRE BECKETT

     Confrontarsi con un classico del teatro contemporaneo, magari tentandone una personale rielaborazione, non è mai facile. Se poi ci si accosta ad uno dei testi più ostici e criptici del Novecento, il tentativo diventa un’impresa. Il Laboratorio GirasoliTeatro, composto da attori non professionisti (ma bravissimi), ha accettato la difficile sfida, rappresentando con successo l’opera inedita Aspettando noi nell’intima e suggestiva cornice del Teatro Piccolo Re di Roma. Il testo, liberamente tratto dal celeberrimo Aspettando Godot, è stato scritto da Helga Dentale, con monologhi degli stessi attori del laboratorio teatrale. L'interpretazione è stata impeccabile e coinvolgente, capace di trasmettere agli spettatori tutta la potenza del testo e delle tematiche trattate.
     Audace la scelta della struttura dell’opera, che presenta almeno due punti di forza. In primo luogo, vi è una riuscita commistione tra brani di Beckett – come gli irresistibili botta e risposta tra Estragone e Vladimiro –, e monologhi originali, che hanno la funzione di adattare il testo di partenza alla sensibilità contemporanea, alle problematiche dei nostri giorni. In secondo luogo, sorprende la scelta di non assegnare il ruolo di Estragone e Vladimiro a due attori fissi, ma di farli interpretare a turno da tutti gli artisti della compagnia, favorendo così l’immedesimazione tra lo spettatore ed i personaggi sul palco, come a voler dire che Gogo e Didi siamo tutti noi e che nessuno può sentirsi escluso dai loro discorsi e dalle loro vicende.   
     Ma vi è di più: Aspettando noi rovescia nel suo contrario il senso di straniamento di Aspettando Godot. Si dice che il pubblico, uscendo dal teatro dopo aver assistito alle prime rappresentazioni dell’opera di Beckett, si domandasse cosa mai avesse visto, cercando di coglierne significati simbolici a valenza rassicurante. In questo caso, invece, l’effetto è diametralmente opposto: si esce dal teatro colpiti nel profondo, storditi ma al tempo stesso più consapevoli. Tutto questo perché Aspettando noi parla dell’uomo contemporaneo e delle sue illusioni, seguendo sì l’insegnamento del grande drammaturgo irlandese, ma al tempo stesso discostandosene, tracciando una via autonoma che valga per questi nostri giorni confusi. La guerra fredda è finita da un pezzo, le ideologie sono cadute assieme ai muri e lo smarrimento del Novecento, da condizione transeunte mitigata dai solidi appigli della dottrina, è divenuto regola che governa le nostre esistenze. Non a caso, precarietà, paura ed attesa di tempi migliori sono le parole d’ordine del quotidiano. Ecco dunque che in Aspettando noi, ad esempio, la dinamica capitalista/sfruttato del binomio Pozzo/Lucky è solo accennata, mentre viene dato ampio risalto alla precarietà individuale, ai bisogni dell’uomo considerato nella veste imposta di marito, moglie, madre, bambino obbediente, studente o lavoratore. Se dunque la grandezza del testo di Beckett sta nella impietosa ricognizione della natura umana, in Aspettando noi si cerca di andare oltre: non vi è una passiva accettazione di tale condizione, quanto piuttosto la spinta per trovare una direzione, per uscire dall’illusione dell’attesa.
     L’attesa di Beckett è una condizione perenne: si attende per aspettare, si aspetta per rimandare la scelta sulla forma definitiva del proprio stato. Nello spettacolo del Laboratorio GirasoliTeatro, invece, l’attesa è solo il punto di partenza per una ricerca di sé che non può essere rimandata. Nei monologhi, che si alternano efficacemente alle scene “beckettiane”, si parla di libertà, di ribellione al conformismo, di opposizione al bigottismo dominante, di ricerca di una dimensione che ci appartenga veramente. Ed è questo l’aspetto che coglie nel segno, stimolando lo spettatore alla riflessione: non si può vivere nell’attesa di qualcosa o di qualcuno, né si può condurre un’esistenza lungo gli stringenti binari della morale borghese e delle convenzioni sociali. La società è una gabbia e l’attesa di qualcosa di diverso è come la fioca speranza della grazia per l’ergastolano. Aspettando noi ci invita ad operare una scelta urgente, a non rimandare, perché la vita spesa nell’attesa equivale a rinunciare a vivere.
     Uscendo dal teatro, riecheggiano allora nella mente le parole di una canzone scritta da Alice e Francesco Messina che, citando Shakespeare, contiene un prezioso avvertimento: «Mi svegliavi la notte dicendo anche spesso “To be or not to be”: hai scelto mai?».
La locandina dello spettacolo, con i nomi degli attori

18 maggio 2017

UNA BIBLIOTECA DA 500 EURO: BREVE ELOGIO DELL’USATO

     La crisi degli ultimi anni ha cambiato le abitudini dei consumatori e il volto del mercato. Come spesso accade in tali situazioni, la cultura è stata la prima a pagarne lo scotto, quale bene primario ma non di prima necessità. I prezzi dei libri, inoltre, hanno subito un aumento rispetto al passato; si pensi che un’opera appena edita, anche di un autore sconosciuto o emergente, supera abbondantemente i quindici euro. Per i classici il discorso non è molto diverso, salvo qualche editore che fa del prezzo popolare la sua bandiera (Newton Compton su tutti). Il lettore medio, magari indeciso tra due o più volumi, si trova sempre più spesso di fronte alla necessità di scegliere quale lasciare in libreria, da prendere magari in un secondo momento.
     È forse questa la ragione della moltiplicazione, specialmente nelle grandi città, dei mercatini del libro usato, capaci di offrire a prezzi vantaggiosi un numero imponente di opere di tutti i generi. Sono un assiduo frequentatore di bancarelle, mercatini e librerie dell’usato; anzi, negli ultimi tempi ho acquistato molti più libri usati che nuovi. Al di là del risparmio, spulcio nei mercatini principalmente perché è possibile trovarvi edizioni oramai fuori commercio e opere che non sono mai state ristampate. È lì che ho conosciuto autori validissimi ma ormai quasi dimenticati, come Alianello, Castellaneta, Bona o Lernet-Holenia. Di certo, bisogna saper scegliere, perché nei mercatini si trova anche una buona percentuale di libri non certo memorabili, se non di vera e propria spazzatura.
     Le bancarelle offrono soprattutto una vastissima scelta di classici, non solo in edizione economica. Mi vengono in mente le collane in abbinamento ai quotidiani, come “La biblioteca del Novecento” di Repubblica o “I grandi romanzi” del Corriere della sera, entrambe uscite circa quindici anni fa. Sono volumi di pregevole fattura, con copertina cartonata e sovraccoperta, rilegatura resistente e preziose introduzioni/prefazioni. Grazie alla grande diffusione di queste collane, è possibile aggiudicarsi libri importanti al prezzo di un caffè o poco più. Inoltre, a dispetto di un mercato editoriale sempre più dominato dai nomi stranieri, le bancarelle offrono un’ampia scelta di autori italiani, a volte meno noti ma assai interessanti.
     Considerando una media di 1 o 2 euro a libro, con la modica spesa di 500 euro si può portare a casa una biblioteca essenziale, che magari raccoglie grandi classici, qualche opera contemporanea, molto Novecento, ma anche poesia e saggistica. Secondo i dati ISTAT del 2015, «il 9,1% delle famiglie non ha alcun libro in casa, il 64,4% ne ha al massimo cento». Basta un po’ di pazienza e un investimento minimo per invertire la tendenza. Con piccole spese, magari dilazionate nel tempo, è possibile procurarsi una biblioteca di tutto rispetto.
     Sarebbe bello se questa semplice proposta venisse recepita anche dai piccoli Comuni, che spesso non hanno sufficienti fondi da dedicare alla cultura, impegnati a garantire tra mille difficoltà i servizi pubblici essenziali. Aprire una biblioteca comunale con soli 500 euro o poco più è realizzabile, auspicabile, magari doveroso.
Una bancarella di libri usati in India ( foto tratta da http://www.illibraio.it/ )