28 marzo 2017

“LA MACCHINA DI CARNE” di GABRIELE LORIZIO: LA MALATTIA DELLA COSCIENZA

     Il famoso regista Lucio Fulci, interpellato a proposito dei suoi controversi film, amava definirsi un “terrorista dei generi”, per l’abilità di uscire dal tipo e disorientare lo spettatore. La calzante definizione mi è ritornata in mente leggendo il romanzo d’esordio di Gabriele Lorizio, che si avvale di archetipi tipici del giallo, del noir, del romanzo introspettivo e del racconto metafisico, sebbene non possa essere ricondotto in un genere circoscritto. Le pagine sono attraversate da una vena surreale che, pur deviando spesso verso l’ironia, dà al lettore un’inquietante sensazione di straniamento. Si potrebbe dire che ne La macchina di carne è adottato un meccanismo ciclico: da circostanze del quotidiano emergono eventi insoliti, che a loro volta vengono ricondotti nel più sicuro recinto della “normalità”, in cui, però, sono contenuti a forza.
     Entro una cornice di stretta contemporaneità si muovono personaggi che portano addosso tutte le ferite della nostra società, col suo portato di precarietà, disaffezione, incapacità di comunicare. La Roma che racconta l’autore – ma potrebbe essere una qualsiasi spersonalizzante città contemporanea – è un microcosmo dai tratti surreali, in cui convivono punkabbestia che ascoltano i Pink Floyd, «strambi tipi occhialuti che dichiarano uno scacco matto al loro contendente immaginario», disillusi poliziotti già eroi civici e persino donne che ringiovaniscono al passaggio del tempo. In questo piccolo mondo, l’unica presenza vitale non può che essere India, facente parte della schiera degli «esseri inanimati che trascorrono la vita ad essere ammirati», ovvero i manichini. India sembra strappata a forza da un dipinto di Savinio, catapultata nella realtà dagli strati più reconditi dell’inconscio, a cui dovrebbe essere relegata.
     Il primo ad essere avvinto dalla sua indefinita malia è Tempo, trentenne invischiato in una vita monotona e senza slanci. Bistrattato dal capo di giorno e tormentato dalla madre la sera, non enumera eventi degni di nota nella sua giornata tipo. Tempo è di fatto un inetto, categoria della letteratura novecentesca che si attaglia perfettamente al personaggio; la sua inettitudine si traduce nella totale passività di fronte agli eventi ed alle persone, un penoso lasciarsi vivere in cui persino il portiere dello stabile diventa una figura autoritaria, pericolosa, giudicatrice. Il riscatto porta il curioso nome di India, lo «stupendo manichino di donna, con i capelli viola fino alle spalle […], un corpo di plastica tra il marrone chiaro e l’arancio, con la testa lievemente girata sul lato sinistro, le labbra rosse e gli occhi viola scuro, grandi come quelli di un’eroina di un manga giapponese». La fugace visione commuove Tempo, che scopre l’intimo legame che lo avvince alla figura (solo apparentemente) inanimata: entrambi sono schiavi, sottoposti a severi ed implacabili padroni. «Erano simili loro due, entrambi ai margini del palcoscenico delle luci e delle insegne, entrambi spogli, entrambi distanti». Matura così in lui la scelta che cambierà definitivamente la sua esistenza: rapire India e portarla con sé. Il gesto balzano solo apparentemente possiede il valore di una liberazione dai lacci del conformismo, perché India diventa una padrona esigente, a cui Tempo sacrificherà interamente se stesso. Il romanzo è il canto dell’illusorietà della libertà umana; Tempo si libera dai vincoli della società per cadere in una schiavitù ancora peggiore, quella dell’ossessione e delle proiezioni della sua mente. Senza svelare troppo della trama, si può affermare che il rapimento del manichino segna il primo punto di svolta, la primigenia bomba che deflagra il genere. Da questo momento inizia una lunga scia di sangue, quella “macchina di carne” su cui si profilano gli altri incredibili protagonisti della storia: il depresso Danilo, il curioso Anchise, l’inquieta Irene e l’ammaliante Ines. La scelta del nome “India” per indicare l’ossessione amplifica ancora di più il senso di straniamento, dato che nell’immaginario collettivo l’India è associata ad un processo di liberazione fisica e spirituale. Non a caso qualche anno fa il compianto Claudio Rocchi cantava “Vado in India”, fuggendo dalle costrizioni della società occidentale dei consumi. Ma forse la scelta è solo apparentemente provocatoria, dato che anche l’India del romanzo contribuisce alla piena realizzazione dell’essere Tempo, sia pure in un senso perverso ed imprevedibile.
     Il romanzo poi affronta un vero e proprio topos della letteratura, dal Romanticismo fino alla fantascienza del secondo Dopoguerra: la fascinazione del manichino, dell’automa, della figura antropomorfa. Magistrale in tal senso il racconto L’uomo della sabbia di Hoffmann, vero e proprio punto di riferimento del genere. Esiste tuttavia una profonda differenza tra il racconto dell’autore tedesco e il romanzo di Lorizio: mentre nel primo la follia del protagonista è provocata dal disvelamento e dalla mancata accettazione della verità, ne La macchina di carne la verità non si rivela, al punto che il piano della coscienza e quello dell’incoscienza non possono separarsi. India è forse animata da una forza maledetta? È dotata di vita propria, oppure è lo specchio della malvagità di chi la possiede? Riesce ad esternare un vizio dell’animo che altrimenti resterebbe confinato nei recessi della psiche di Tempo? Sono domande che non possono avere una risposta. Il punto nevralgico del romanzo sta nel rappresentare una figura antropomorfa che non è dotata di sentimenti umani, non ha un’esistenza ulteriore a parte quella puramente meccanica; eppure possiede la capacità, ancora più inquietante, di liberare pulsioni che dovrebbero rimanere sopite. India è dunque uno stupendo ossimoro, «un’anima di carne», la malattia che «ha un volto perfetto e un corpo da sogno», come cantava Miro Sassolini nei primi Diaframma. Ancora una volta Lorizio duplica la prospettiva: Tempo libera India dall’involucro che la teneva prigioniera, India libera le forze creative (artistiche) e distruttive (omicide) che dimorano in Tempo; Tempo libera India dalla schiavitù dell’essere esposta al pubblico giudizio, India consente a Tempo di essere esposto al pubblico compiacimento.
     Ci sarebbe ancora da parlare di tante cose, degli altri personaggi che costellano il romanzo, di una ricerca privata che si intreccia con un’indagine pubblica, ma non vorrei rivelare troppo. Tra citazioni dei CCCP ed echi alla Pinketts, la scrittura procede a ritmo serrato, nervosa, dai tratti postmoderni. Lorizio sa scrivere; preme sottolineare questo aspetto, in un mercato editoriale sempre più abulico, attento solamente all’intreccio, a tutto detrimento della buona scrittura. Ma forse il punto di forza del romanzo va ricercato nel meccanismo narrativo. L’autore si diverte a lanciare sulle pagine una serie di vicende e personaggi apparentemente distanti, che solo nel finale si incastreranno a perfezione, quale pezzi di un puzzle di complessa risoluzione.
     Eppure, quando tutto sembra comporsi, l’autore, da buon terrorista dei generi, lancia la bomba finale: la suadente voce del manichino (o sarebbe meglio dire, demone?) India, destinata ad echeggiare a lungo nella mente del lettore.

15 marzo 2017

“LE ROVINE IN ATTESA: LA SOLITUDINE DELL’ANTICO MANIERO”. LA RECENSIONE di GABRIELE LORIZIO

     Ricevo e pubblico molto volentieri una recensione del mio romanzo a cura dell’amico e scrittore Gabriele Lorizio. Nel ringraziarlo pubblicamente per i tanti ed interessanti spunti letterari e cinematografici, lascio a lui la parola.
 
LA SOLITUDINE DELL'ANTICO MANIERO
A cura di Gabriele Lorizio
     È un’opera fuori dal tempo, questo romanzo dal titolo che sa di un passato intriso di epicità. Come un antico rudere, scalfito dalla mano irriguardosa dei secoli, tuttavia in piedi, isolato, ricoperto da un’incolta vegetazione che tutto divora e nasconde, ma non spazza via, preservando in tal modo la propria sorte dal passaggio devastante della massa. Solo a leggerne distrattamente il titolo verrebbe da pensare che si tratti di un vecchio manoscritto seppellito da cumuli di polvere, magari  scovato per caso nella soffitta del casolare di campagna dei nonni, uno di quei libri della prima metà del Novecento che si credeva andato perduto. Ed anche il nome dell’autore, Alfonso, reca in sé qualcosa di remoto ed autorevole, rispetto ai vari Nicolas e Thomas, internazionali appellativi di cui il panorama italiano dei nomi di questi informi anni Duemila si va costellando e stravolgendo. Eppure non si tratta di un risalente volume della cantina dei nostri avi, nonostante gli indizi lo lascino presagire. Le rovine in attesa è un romanzo del 2015, fatica letteraria di un giovane avvocato poco più che trentenne ben inserito nelle alienanti e frenetiche dinamiche della vita moderna. Un libro che si discosta dalla più recente produzione della narrativa del XXI secolo, un’opera decisa a rivendicare una nicchia temporale novecentesca in questa era scarna di idee e di contenuti, in cui si predilige ricorrere ad espressioni povere e stilizzate a tutto detrimento della ricchezza della lingua italiana, martoriata dalle semplificazioni verbali ad uso e consumo degli internet addicted people (ecco che indulgo nell’utilizzo di anglicismi rubati al gergo dello homo mechanicus!). Riecheggiano nel romanzo del Cernelli - senza voler esprimere paragoni eccessivamente impegnativi per l’autore - le atmosfere delle opere di alcuni esponenti meridionali della letteratura del secolo passato, quali Vitaliano Brancati, Elio Vittorini, Ignazio Silone (ascrivibile quest’ultimo al novero degli scrittori del versante sud italico più per il retaggio socio-culturale che per la collocazione geografica), tanto per citarne alcuni. Innanzitutto, si può ravvisare una somiglianza con la narrativa appena descritta già nel tema trattato: la questione del Mezzogiorno. Non è un segreto, infatti, che il Cernelli, benché cresciuto a Roma e tutt’ora abitante ed operativo nella capitale, abbia un profondo legame con la sua terra d’origine, il Cilento, dove ritorna ogni qual volta gli è possibile per purificarsi dall’aggressiva e violenta esistenza urbana e andare ad immergersi nei più miti e pacifici tempi dell’anima paesani.
     La vicenda prende avvio in una biblioteca di teologia, dove il giovane giurista spiantato e demoralizzato, Erminio Narri, svolge la funzione di inserviente sotto lo sguardo austero e sprezzante di un dispotico direttore. Erminio detesta trascorrere le giornate tra gli scaffali colmi di opere a tema religioso, materia che non lo interessa minimamente. La sua vera passione, infatti, è il diritto, disciplina che non si stancherebbe mai di studiare. All’immobilismo in cui staziona la sua vita sembrerebbe dare uno scossone l’arrivo di una lettera, una preziosa e misteriosa missiva che potrebbe cambiare radicalmente l’esistenza del Narri. Il pezzo di carta su cui sono vergate le parole che mandano in fibrillazione Erminio, è trattato come un feticcio dall’aspirante giurista. Non fa altro che soppesare la lettera, sfiorarne la consistenza con i polpastrelli, elettrizzato al solo contatto. Licenziatosi dall’impiego in biblioteca, decide di salutare l’amico di sempre, Duilio Sollani, e di partire per l’ignota località in cui è atteso dal mittente della missiva. Un luogo imprecisato, distante una decina di ore di treno in direzione sud dalla città di provincia che Erminio si risolve ad abbandonare “… aveva scelto il treno delle nove di sera. Sarebbe arrivato la mattina successiva alle sette …”. Da queste parche e volutamente generiche indicazioni, sembrerebbe desumersi che il centro urbano in cui la storia ha origine sia situato presumibilmente al centro-nord della penisola, considerati i tempi di spostamento che l’autore descrive. Tutte supposizioni che non trovano alcuna conferma in quanto il Cernelli preferisce non fornire alcun dettaglio che possa agevolare il lettore nell’individuazione di una particolare cittadina. Nel corso del viaggio viene svelato finalmente il contenuto della lettera: si apprende che un certo Marchese Alberico Priviano, venuto a conoscenza della grande competenza di giurista del Narri, sia intenzionato ad offrire al giovane un prestigioso incarico “… per sbrigare alcuni affari segreti e di somma importanza …”. Giunto a destinazione, in un villaggio di sparute anime dimenticate da Dio, Erminio si trova al cospetto del palazzo del Marchese. Da quell’istante il giurista sarà catapultato in un’altra dimensione, dove i bistrattati disvalori della vita cittadina – l’isolamento, l’asprezza del territorio, l’assenza delle comodità – assurgeranno a valori, pregiato ed inestimabile tesoro. Iniziato ai segreti affari dal nobiluomo, Erminio lavorerà alacremente ad un progetto tanto assurdo quanto ambizioso, la cui realizzazione, ove avvenisse, consentirebbe ai due “… uomini del nostro rango …” di incidere i loro nomi nelle pagine della Storia.
     Senza voler anticipare altro al lettore – troppo già è stato svelato – che lo privi del piacere di scoprire da sé il prosieguo della vicenda, l’opera in esame offre degli interessanti spunti di riflessione, dialogando con alcune pietre miliari del patrimonio culturale nostrano. Al di là delle intenzioni dello scrittore cilentano (affiora la famosa domanda: che cosa avrà voluto dire l’autore con questo libro?), sembra quasi che Le rovine in attesa rappresentino l’altra faccia della medaglia de Il Gattopardo, ponendosi in profonda antitesi con l’opera di Tomasi di Lampedusa.
La lotta del Marchese Alberico Priviano all’atavica inerzia de Il Gattopardo.
     “Se vogliamo che rimanga tutto come è, bisogna che tutto cambi”. La famosa frase pronunciata dal Principe Fabrizio Salina nel celebre romanzo di Tomasi di Lampedusa rappresenta simbolicamente lo spirito dell’aristocrazia sicula nei confronti di ogni cambiamento sociale in cui l’isola si è imbattuta nel corso della storia. Fin dai tempi degli invasori greci, passando per gli arabi e i normanni, il popolo siciliano si è adattato ai dominatori senza modificare l’essenzialità del proprio carattere e delle proprie attitudini. Anche il mutamento apportato dal Risorgimento e dall’Unità d’Italia viene definito da Tomasi di Lampedusa– per bocca del Principe Salina – come l’ennesimo cambiamento vuoto di contenuti, un mero involucro di un atteggiamento stanco ed inerte, privo di iniziativa che contraddistingue la sicilianità orgogliosa e irremovibile. Secondo l’amara analisi di Tomasi di Lampedusa sembra non esserci spazio per un cambio di rotta, per un sovvertimento del nuovo ordine imposto dall’invasore della casata Savoia: la vecchia classe dirigente siciliana, tutta protesa a sopravvivere agli eventi che si abbattono sull’isola, non fa altro che asservirsi ai garibaldini e ai piemontesi, certa che sia questo l’unico modo per sperare che tutto resti come prima. La nobiltà del meridione che emerge da Il Gattopardo è una classe inerme, pigra e calcolatrice, senza alcun interesse per le questioni idealistiche che più appartengono ad una visione romantica della vita. Diversamente, agli antipodi, si pone la prospettiva del Marchese Priviano. Eroe romantico, idealista e sognatore, il nobiluomo non si è mai arreso alla decadenza del suo Mezzogiorno. “… Dopo il 1861, invece, è stata attuata una consapevole politica di depauperamento del Sud in favore del Nord, che ha determinato il divario attuale. Intere aree sono state spogliate, le industrie cancellate, i contadini illusi col miraggio della redistribuzione delle terre, che non è mai avvenuta. E soprattutto, gli illuminati conquistatori si sono alleati proprio con la parte più retriva della società meridionale, quella che ha visto confermati, anzi rafforzati, i suoi immutabili e vergognosi privilegi …”. Il Marchese dialoga con il Gattopardo ponendosi in contrasto con la posizione dell’aristocratico siciliano. Nel suo visionario ed ambizioso progetto, vagheggia una rivoluzione che conduca ad un Risorgimento inverso, una rinascita del Sud che è prima di tutto un ridestarsi culturale, mediante l’instaurazione di un ordine razionale, il “… regno del dover essere …”, in una parola, il diritto.
     L’altra pietra miliare, non letteraria, ma cinematografica che il romanzo evoca attraverso uno dei suoi personaggi minori più riusciti, è Il marchese del Grillo.
Fra Ruggero come Fra Bastiano de Il marchese del Grillo
     Tra i personaggi secondari dell’opera spicca la figura di Fra Ruggero, definito dal Marchese Priviano, suo fedele amico, come “… un personaggio particolare. Più che un sant’uomo è un buon diavolo, non si può pretendere troppo da lui …”. Il fraticello dai tratti briganteschi (si aggira ramingo, armato di tutto punto per i terreni più impervi del Marchese, usando un linguaggio e dei modi che si addicono più ad un bandito che ad un religioso) ricorda molto il Fra Bastiano della celebre pellicola di Mario Monicelli, Il marchese del Grillo. Chi non rammenta la famosa scena in cui, tra le rovine di Monterano, il frate brigante don Bastiano, dal pesante accento pugliese, lascia circolare, nelle campagne da lui dominate a suon di schioppettate, il marchese del Grillo (magistralmente interpretato da Alberto Sordi) il quale, sebbene in compagnia di un francese, invasore inviso al frate con la lupara, riesce ad evitare di essere bucherellato giustificandosi così? “… No, Bastiano … per me lui è un uomo, non francese … io so’ amico dell’omo, no der francese!!” Anche il primo accidentale incontro tra Erminio e Fra Ruggero, infatti, è contraddistinto dalla rudezza e dalle armi: “… Per la miseria, se non fossi frate dovrei confessarmi per questo! Ma dato che sono un umile servo di Dio, mi assolvo da solo. Segnati pure tu, che sei vivo per miracolo. Ho sparato anche per meno, pure a persone più innocenti di te!” Autoassoluzione che tanto evoca – seppur con i dovuti distinguo per l’insolenza grottescamente blasfema del linguaggio di don Bastiano – il tonante discorso del cinematografico frate pugliese prima di essere ghigliottinato. “… E voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi, a chinare la testa davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi, e chinate la testa davanti a uno che la testa non l'ha chinata mai, se non davanti a questo strummolo qua! Inginocchiatevi, forza! E fatevi il segno della croce! E ricordatevi che pure Nostro Signore Gesù Cristo è morto da infame, sul patibolo, che è diventato poi il simbolo della redenzione! Inginocchiatevi, tutti quanti! E segnatevi, avanti! E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo! E adesso, boia, mandami pure all'altro mondo, da quel Dio Onnipotente, Lui sì padrone del Cielo e della Terra, al quale – al posto dell'altra guancia – io porgo... tutta la capoccia!”. Chissà che il Cernelli non abbia voluto omaggiare il film, ormai diventato un cult, tratteggiando lo sgangherato fra Ruggero e strizzando così l’occhio al leggendario don Bastiano.
     L’opera del Cernelli si caratterizza per la cura di ogni particolare; minuziose appaiono le rappresentazioni dei luoghi, approfondite le descrizioni degli stati d’animo dei personaggi. Ma questo è evidente ed il lettore potrà bearsene semplicemente perdendosi nelle pagine dedicate ai paesaggi e all’introspezione, appunto. Nulla invece, come già anticipato in precedenza, viene riferito suoi nomi dei luoghi, che resteranno ignoti per tutta la narrazione. Gli unici nomi menzionati sono quelli dei personaggi.
I nomi
     Nella maggior parte dei casi i nomi scelti dall’autore per i suoi personaggi appaiono desueti, talvolta ricercati e ridondanti. Erminio, Duilio, Federigo, Alberico. Senza aver la pretesa di passarli tutti in rassegna, è curioso rilevare che il nome del Marchese, Alberico, provenga paradossalmente dalla tradizione nordica assumendo ora il significato di signore, re degli elfi (secondo la variante germanica) o di stregone dei nani (secondo la variante norrena). Nome che calza a pennello con il nobiluomo, il quale sebbene non di origini settentrionali, si comporta come il signore di creature misteriose, silenziose ed invisibili.
L’assenza di un rapporto con la tecnologia: l’incommensurabile valore di una lettera
     In ultimo non potrà sfuggire che il romanzo è privo di alcun riferimento alle moderne tecnologie: non si parla mai di telefoni cellulari, di internet o di qualsiasi altro supporto elettronico possa essere riconducibile alla contemporaneità. Si potrebbe semplicemente sostenere che la vicenda sia ambientata in un’epoca anteriore alla diffusione delle tecnologie di massa, magari nell’immediato dopoguerra, tutt’al più negli anni Sessanta. Forse è così. Sarebbe la soluzione più logica. Eppure a me piace credere che l’autore abbia voluto astenersi dall’introdurre elementi tecnologici non per conferire una particolare connotazione storica degli eventi narrati, ma, piuttosto perché abbia ritenuto il monstrum telematico come un enorme oggetto spersonalizzante, sprovvisto del “giusto” grado di poeticità e lirismo da cui l’opera è avvolta. Un ipotetico presente privo del retrogusto informatico che oggi pervade il mondo. Cosa ne sarebbe scaturito se l’autore, invece di prendere le mosse dalla misteriosa lettera attorno alla quale ruota tutta la storia, avesse sostituito alla missiva un carteggio elettronico, un contatto via social network?Probabilmente il romanzo avrebbe preso tutt’altra piega, o forse, non sarebbe mai nato. Quest’opera, edita nel futuristico 2015 (non a caso anno in cui fu ambientato il secondo capitolo della saga di Ritorno al Futuro), ha tra i tanti, un particolare pregio: quello di essere scritto da un giovane uomo del XXI secolo che non teme di sporcarsi con il calamaio e l’inchiostro, perché consapevole di quanto fascino possa celarsi dietro una cara vecchia lettera affrancata.

5 marzo 2017

LA STRADA PER LA REDENZIONE: IL "LIVE 1974" DEL BIGLIETTO PER L'INFERNO

     Ho un rapporto controverso con i dischi dal vivo; dopo averne acquistati un buon numero (compresi titoli improbabili, come un live degli Sham69), col tempo ho quasi finito per non comprarne più. Le ragioni di questa scelta vanno rintracciate nella qualità non sempre eccelsa del suono e nella preferenza per i dischi di studio, che presentano una struttura più coerente ed unitaria.
     Il Live 1974 del Biglietto per l’inferno, pubblicato dalla benemerita Btf, è però uno di quei titoli irrinunciabili, da possedere senza indugi. Lo acquistai perché attratto dal luciferino nome del gruppo e dal memorabile ed evocativo scatto di copertina. Le note del libretto tracciano le coordinate essenziali: «registrato dal vivo a Lecco il 9 maggio del 1974 durante il tour con gli UFO, probabilmente con un registratore a nastro e poi copiato su audiocassetta». Una registrazione amatoriale, a tratti imperfetta e proprio per questo ricca di seduzione. Il buon lavoro di editing, fatto a distanza di trent’anni dal concerto, ha migliorato l’ascolto mantenendo inalterati il fascino e l’atmosfera.     
     Il gruppo propone dal vivo il primo album per intero, oltre ad una versione strumentale de Il tempo della semina. La formazione è quella classica: Claudio Canali (voce, flauto e flicorno baritono), Fausto Branchini (basso), Mauro Gnecchi (batteria), Marco Mainetti (chitarra elettrica), Giuseppe “Baffo” Banfi (Mini-Moog e Gem organ) e Giuseppe “Pilly” Cossa (organo Hammond e piano). Il prog proposto dal Biglietto è assai articolato e non è facile inscatolarlo entro correnti definite: il suono spazia dalle aperture sinfoniche di alcune formazioni nostrane alle cavalcate hard-rock di certi gruppi albionici, come gli Uriah Heep. Senza voler fare sterili confronti, si può certamente affermare che il Biglietto ha rappresentato un episodio isolato nel panorama nazionale del prog, grazie ad un’impronta marcatamente “dura” ma impreziosita dall’uso non intrusivo di fiati e tastiere, e alla scrittura di testi coraggiosi, eretici, senza compromessi. Un altro elemento centrale nella loro proposta era il carisma del cantante, quel Claudio Canali che ha trovato una risposta alle domande della vita soltanto nel silenzio di un eremo. Credo che Canali, per voce e presenza scenica, si collochi al terzo posto di un immaginario podio di vocalist prog italiani, subito dopo Demetrio Stratos e Francesco Di Giacomo.
     Rispetto al lavoro in studio, il live presenta un suono più cupo e corposo, dimostrando al meglio lo straordinario affiatamento della band. Claudio Canali sfoggia una vera grinta da animale da palco, giganteggiando tra urla e sussurri, preghiere ed imprecazioni (si ascolti la sanguigna versione de Una strana regina), il tutto condito da lunghi interventi di flauto e flicorno. La sezione ritmica e la chitarra fanno egregiamente il loro dovere, ma il pezzo forte sono i formidabili intrecci dei due tastieristi.
     Apre Il tempo della semina, in una versione solo strumentale e più breve di quella che apparirà nel secondo album, pubblicato dopo lo scioglimento del gruppo. Le altre tracce appartengono tutte al primo omonimo lavoro, a partire dall’iniziale Ansia, in cui moog e chitarra fraseggiano, disegnando atmosfere ipnotiche. La successiva Confessione è il brano più celebre del Biglietto, dai toni decisamente hard, grazie ad una chitarra sopra le righe. Forte la polemica contro la Chiesa e l’ipocrisia del potere, con un testo tra i meglio riusciti del nostro rock: «Ascoltami frate, non so se ho peccato, / ho ucciso un bastardo che avrebbe voluto / coprire coi soldi il suo sporco passato, / cercando così di beffare il suo fato». Le successive Una strana regina e Il nevare alzano ancora il livello. La prima è costruita sopra un’alternanza di momenti hard, sostenuti dalla chitarra, e fasi più dilatate grazie alle tastiere in evidenza. Il nevare è un pezzo di pura poesia rock, con immagini lugubri e diafane che si sciolgono nel finale da brividi. L’amico suicida conclude il concerto: quattordici minuti che non conoscono neppure un istante di stasi. Tiratissima dall’inizio alla fine, la coraggiosa canzone affronta senza patetismi il tema del suicidio.
     Il Live 1974 del Biglietto per l’inferno è un documento prezioso, fortunatamente riemerso dalle nebbie del passato. Perdere il nastro sarebbe stato un sacrilegio: se il disco in studio lascia intuire le potenzialità del gruppo, ascoltare il concerto rende davvero l’idea di cosa fossero capaci di fare Canali & soci. Il Biglietto era un gruppo potente, forse più ancora del Rovescio della medaglia, ma soprattutto ispirato ed originale. Le canzoni, pur entro una cornice prog, non hanno il sapore stantio di certi lavori del periodo, ma possiedono una straordinaria contemporaneità. Parlano del marcio del mondo, della corruzione del potere e degli animi, di depressione e suicidio, del male di vivere allietato dalla «gioia pura di un semplice nevare». E forse era nei live che questi fantasmi prendevano al meglio forma e sostanza. Ascoltare per credere. 

21 febbraio 2017

LA NOTTE A CUI NON SEGUE L'ALBA: "UNKNOWN PLEASURES"

     Impossibile dire qualcosa di originale o diverso su Unknown pleasures, considerato un caposaldo della storia del rock, nonché una delle opere che più sono state in grado di influenzare la produzione successiva. I Joy Division sono stati il necessario anello di congiunzione tra il punk e la new wave, spediti in prima linea ad esplorare quella che era ancora una terra di nessuno. Si può parlare di post-punk o di dark, ma ascoltare il disco significa prima di tutto calarsi nella mente e nelle ossessioni di Ian Curtis, scandagliare le pieghe di una notte del cuore che non vedrà mai l’alba. Se dunque è vero che ci troviamo di fronte ad un lavoro di squadra, esaltato da un’attenta ed incisiva produzione, è altresì indubitabile che Curtis ne è il protagonista assoluto, con la sua voce distante e spettrale e un’interpretazione lucida e disarmante. Angoscia e male di vivere traspaiono da ognuna delle dieci tracce, che abbiano l’andamento funebre di Day of the lords o l’incedere nervoso di Disorder. Bernard Sumner alla chitarra, Peter Hook al basso e Stephen Morris alla batteria danno corpo a questi fantasmi.
     Già dai primi solchi, una cappa plumbea ed ipnotica cala sull’ascoltatore. Unknown pleasures traccia i canoni di un’estetica cupa, in divenire, che si carica di connotazioni introspettive grazie ad una costruzione dei pezzi tale da non potere essere slegata dall’interpretazione. L’unico vero cantore catacombale non può che essere Curtis; le canzoni sono la sincera espressione di uno spirito martoriato da un’angoscia che trovava la sua causa nel vivere e l’unica consolazione nell’attesa della fine.
     Celebre l’immagine di copertina, curata dal grafico Peter Saville, che rappresenta le vibrazioni elettromagnetiche prodotte da una pulsar; nella sua alternanza ossessiva di bianco e nero introduce le atmosfere dell’album. Fondamentali le intuizioni del produttore Martin Hannett, che ha inciso profondamente sulle canzoni, trasformandole in pezzi più lenti, cadenzati ed ossessivi; ed è stato proprio questo lavoro di produzione ad aver reso immortale il disco, operando una netta cesura rispetto a quanto era stato scritto e suonato fino a quel momento.
     Le due facciate hanno i curiosi nomi di inside ed outside, dentro e fuori le quattro mura in cui Curtis coltivava il suo dolore. Il disco si apre con l’inconfondibile ritmo di Disorder. Basso e chitarra si rincorrono sopra una base ritmica dettata da una batteria ovattata, quasi elettronica; è una canzone sulla perdita di senso e sull’incapacità di comunicare. Ian Curtis lo rivela subito nei primi versi, sta cercando una guida che lo prenda per mano e lo aiuti a provare le sensazioni di un uomo normale; ma questo non è possibile, perché «I've got the spirit, lose the feeling» (ho l’anima, ma ho perso il sentimento; sono vivo, ma ho perso la voglia di emozionarmi). Il lamento diventa funereo e strisciante nella successiva Day of the lords, dove una chitarra tagliente lacera lo spazio e regge le sorti di un mondo in sfacelo, su cui si staglia una voce che assume i toni del sermone. Ancora una volta sono l’incomunicabilità e la diversità le fonti del male di vivere: «There’s no room for the weak», canta amaramente. La facciata si chiude con due capolavori. Un basso possente e bordate di chitarra elettrica, che disegnano melodie ipnotiche, caratterizzano Insight, in cui persino i sogni alzano bandiera di resa. Spettacolari i versi iniziali: «Guess you dreams always end. / They don't rise up, just descend. / But I don't care anymore, / I've lost the will to want more. / I'm not afraid not at all, / I watch them all as they fall, / but I remember when we were young». Chiude la prima facciata un’altra traccia memorabile, quella New dawn fades in cui Curtis parla dei suoi tentativi di cambiare, destinati ad infrangersi perché, quando il nemico si annida nel proprio animo («It was me, waiting for me»), non è possibile sfuggire. Allora non resta che intraprendere l’unica strada possibile, sebbene tutti sconsiglino di farlo: «A loaded gun won’t set you free, so you say».
     Il secondo lato si apre con She’s lost control, un classico del repertorio; ritmo serrato e senza respiro, per raccontare la dolorosa vicenda di un’amica di Ian, morta a seguito di una crisi epilettica. Anche il cantante ha paura di perdere il controllo e l’amara cantilena finisce per diventare un triste presagio. Altri due brani di forte impatto, che richiamano le origini punk del gruppo, sono Shadowplay e Interzone. La prima racconta l’impossibilità di trovare nell’amore una strada per affrontare il dolore del mondo. In Interzone, Curtis, quasi conscio della fine, dà sfogo a tutte le visioni della sua mente e conduce l’ascoltatore in un gorgo di visioni apocalittiche senza speranza. I remember nothing, della durata di sei minuti che si dilatano in una lenta agonia, chiude l’album. Ian è ingabbiato nel suo mondo ed è incapace di uscirne: «Me in my own world […] we were strangers», ammette con un celato rimpianto. Con questo pezzo, i Joy Division suggellano un capolavoro e rendono permanente quella notte del cuore che tutti abbiamo provato almeno una volta nel corso della nostra esistenza.
Joy division - Unknown pleasures: un'icona senza tempo

8 febbraio 2017

“L’ETÀ BREVE” di CORRADO ALVARO: LA SCOPERTA DEL MALE DEL MONDO

     L’esperienza del collegio gesuita di Frascati, da cui il giovane Corrado Alvaro fu espulso perché scoperto a leggere “libri proibiti”, è alla base di questo intenso romanzo del 1946, il primo della trilogia delle “Memorie del mondo sommerso”.
     Spunti autobiografici possono essere rintracciati anche nelle vivide descrizioni dell’immaginario paese calabrese di Corace. Qui vive Rinaldo Diacono, primogenito di una modesta famiglia di piccoli possidenti. Sebbene nella casa «facesse ancora impressione la dicitura di secondo piatto», il padre Filippo coltiva sogni di grandezza, al limite della megalomania, e vuole utilizzare il figlio per imporli. Filippo Diacono è tutt’altro che stupido; anzi, è un uomo dotato di intelligenza e carisma, forse anche più dei maggiorenti del paese. La sua smodata ambizione, però, è un instancabile tarlo, che lo spinge a scelte avventate, fino ad attirarsi l’odio di tutti e mandare la famiglia sull’orlo della rovina. Illuso dai sogni che gli si affollano in testa, crede di vedere nel primogenito Filippo tutti i prodromi della genialità, tanto da prenderlo sul serio quando questi, ancora bambino, dichiara che da grande farà il poeta: «erano miseri possidenti di un ettaro di terra, e perciò non lo sgridarono, non  lo derisero; lo consideravano visitato da un male divino, una divina idiozia o epilessia». Si sviluppa così in Filippo un’idea, rivoluzionaria per sua stessa ammissione: mandare il figlio a studiare in un collegio vicino Roma, per farlo diventare un “dottore” temuto e rispettato, a cui tutti dovranno rivolgersi con il “voi”. La scelta è fonte di sconcerto ed invidia, al punto che Nicola Oscuro, appartenente ad una delle famiglie più in vista di Corace, esprime una sinistra profezia: «tu mi stai portando la rivoluzione in paese, già molti pensano di fare gli studenti, e vedrai i pastori e i calzolai che manderanno i loro figli per farli addottorare; gente che non ha mai veduto altro che le pecore, cosa vuoi che capiscano di Giulio Cesare o di algebra».
     La realtà del collegio si dimostra soffocante. La perversione delle regole dell’istituto, che avvincono ragazzi ed educatori in una innaturale e pericolosa promiscuità, svela agli occhi di Rinaldo il male del mondo. Proprio nel collegio nascono nella sua mente «pensieri di cose che si sciupano e si corrompono», perché «qui egli aveva per la prima volta l’impressione delle cose che decadono, del tempo che divora, degli elementi nemici; ora cominciava ad avere nozione della lotta contro il tempo, e quindi della lotta contro la corruzione e la fine, e quindi contro il brutto, il deforme, il guasto, e quindi contro tutto quello che si sciupa».
     L’istituto, a parte la luminosa figura di Padre Orbain, è popolato da personaggi infidi, come l’ambiguo Luisella o il padre Rettore, ossessionato dal “fiore dell’innocenza” dei ragazzini ancora impuberi. Rinaldo è emarginato per via della provenienza da una famiglia modesta; viene così a contatto per la prima volta con il disprezzo che i ricchi nutrono nei confronti dei poveri. Ma soprattutto, gli inflessibili sacerdoti inculcano nelle menti degli allievi una concezione profondamente misogina, che vede la donna come un vaso dei peccati, sirena ingannatrice che contiene la summa di ogni perversione. Rinaldo, invece, anche grazie ai libri di poesia che legge di nascosto, comprende che la realtà è ben più complessa di quella che gli viene raccontata. Nei libri apprende «che tutto parla della donna, al contrario di quello che si sente dire intorno».
     In breve, il desiderio di conoscere la verità, unito ad un’indefinita attrazione verso l’altro sesso amplificata dalla dimensione castrante del collegio, portano Rinaldo a trasgredire le rigide regole imposte; inizia così una platonica relazione epistolare con una ragazza, da lui chiamata Amanda. Scoperto, viene espulso senza possibilità di appello. L’istituzione mostra tutta la sua ipocrisia: spietata coi poveri ed indulgente verso i ricchi, mette alla porta Rinaldo per un peccato dell’immaginazione, mentre tollera abusi ben più gravi e reali che si consumano tra le sue mura.
     Con il ritorno del giovane a Corace si apre la seconda parte del romanzo. Filippo Diacono, incapace di ammettere la sconfitta del figlio persino a se stesso, si rifugia nella menzogna, arrivando a dar credito alle sue stesse bugie. Dopo aver vestito il figlio come un “dottorino”, con tanto di tuba e occhiali, inizia a portarlo in giro per il paese a mo’ di trofeo, per suscitare in egual misura invidia ed ammirazione: «il cemento era suo figlio, di cui, a furia di raccontare pretesi successi, egli si era fatta una garanzia di avvenire, un segno di nuova nobiltà». L’ambizione gli si ritorce contro, ma Filippo non se ne avvede fino all’inevitabile catastrofe finale. Guidato dalla stupida illusione di aver «portato la rivoluzione in paese», egli tenta di sovvertire la legge imperativa che non consente ai poveri di ergersi al livello dei ricchi. Corace, così come il collegio gesuita, è la roccaforte delle regole immutabili, architrave di un sistema ancestrale retto dal Re e dal Papa, governato da preti, ricchi e notabili, di cui i cafoni costituiscono la parte più misera e bistrattata. D’altronde, è ancora una volta Nicola Oscuro a spiegare perché i poveri non debbano avvicinarsi all’educazione, sancendo che «prima, sapere era privilegio di pochi, ora sanno tutti; poi si mettono a pensare, ad avere delle idee, i libri guastano la testa, la penna è la rovina dell’uomo». L’errore di Filippo Diacono non è stato quello di aver fatto studiare il figlio, che anzi è un atto apprezzabile e di grande intelligenza. Il suo sbaglio è stato l’aver inteso lo studio non come un fine, ma quale mezzo di scalata sociale, strumento per attirare su di sé l’invidia e il rispetto dei compaesani. Per questa ragione viene infine punito.
     L’età breve è naturalmente un romanzo di formazione, la narrazione compunta del passaggio dall’infanzia alla maturità, dall’epoca dei giochi innocenti a quella del peccato e delle responsabilità. E alla fine anche Rinaldo dovrà accettare la tragedia del divenire, proprio lui che credeva che «sarebbe rimasto piccolo», perché «tutto è eterno nell’infanzia, anche i vecchi, anche la morte».
Edizione Fabbri su licenza Garzanti del 1980

27 gennaio 2017

GLI OTTO MALI DELLA NOSTRA CIVILTÀ SECONDO KONRAD LORENZ

     Ci sono saggi che, pur essendo strettamente legati all’epoca in cui furono scritti, mantengono un carattere di attualità anche a distanza di decenni. Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, di Konrad Lorenz, rientra nella categoria; anzi, si può affermare che le tesi siano ancora più valide oggi rispetto al 1973. Il libretto affronta, nella prospettiva etologica e biologica, otto mali della contemporaneità, flagelli che minacciano di distruggere la nostra società. Ad avviso di Lorenz, i “peccati capitali” sono una patologia dell’evoluzione, che non è riuscita a liberare del tutto l’umanità dagli istinti primordiali. Anzi, sarebbe erroneo qualificare l’uomo come un “essere dagli istinti ridotti”, in quanto sono proprio le fonti autonome degli impulsi primitivi ad aver creato disfunzioni nel normale processo di evoluzione della specie.
     La prima minaccia è la sovrappopolazione (I), dissipatrice delle energie del mondo. Lo sviluppo tecnologico e scientifico tenderebbe, per un terribile paradosso, a favorire la rovina dell’umanità per auto-soffocazione. Ad avviso dell’Autore, taluni effetti deleteri sono già ravvisabili nell’indifferenza che regna nelle grandi metropoli, dove l’amore per il prossimo svanisce in favore di un istinto egoistico all’autoconservazione.
     La devastazione dello spazio vitale (II) è una conseguenza diretta del sovrappopolamento. L’etologo austriaco, partendo dal presupposto della esauribilità delle risorse naturali, pone alla base del suo ragionamento il concetto di biocenosi, il processo di adattamento delle varie specie in un ambiente, che normalmente richiede milioni di anni. Tutte le modifiche che si instaurano lentamente, come ad esempio l’estinzione non indotta di una specie, non costituiscono in tal senso un problema, mentre lo sono le modificazioni improvvise prodotte dall’uomo: lo sfruttamento intensivo, l’uso di prodotti chimici e l’abuso delle risorse naturali rischiano di alterare i ritmi altrimenti millenari delle biocenosi, conducendo al disastro ecologico.
     Terzo peccato capitale è la competizione fra uomini (III). Anche questo è un concetto in sé naturale, che rientra nella logica della concorrenza per la selezione. La società capitalistica ha invece importato una “anomala competizione specifica mostruosa”; la paura di vedersi superati e l’ansia di fare meglio del prossimo, soprattutto per finalità di guadagno, agiscono più di qualsiasi fattore biologico nella distruzione di tutti i valori propri dell’uomo.
     L’estinzione dei sentimenti (IV), secondo Lorenz, ne è l’inevitabile esito. La società tecnologica, diretta univocamente alla ricerca del piacere ad ogni costo, favorisce l’eliminazione di ogni capacità introspettiva. Ciò conduce alla rimozione dello stesso concetto del dolore e del sacrificio; raggiungere il massimo impegnando il minimo diventa l’imperativo della civiltà dei consumi. Immediata conseguenza è pertanto il deterioramento del patrimonio genetico (V), con una crescita esponenziale del fenomeno dell’infantilismo.
     Sesto peccato capitale della nostra civiltà è la demolizione delle tradizioni (VI). Lorenz era uno scienziato, eppure credeva fermamente nel valore della dimensione fantastica ed irrazionale, per secoli patrimonio di ogni popolo e cultura. Oggi, invece, si crede che il sostrato di conoscenze debba basarsi esclusivamente su ciò che è scientificamente provato, abbandonando la tradizione, i miti, le credenze e la religione. La sottovalutazione del sapere tradizionale e, di contro, la supervalutazione della scienza razionale, porteranno inevitabilmente ad un appiattimento culturale, ad un uniforme ed acritico egualitarismo, presupposto del pensiero unico.
     Ciò renderà ancora più subdolo l’insinuarsi del settimo male, l’indottrinamento (VII). I mass media sono i principali rei, perché hanno la capacità di mistificare la realtà, instillando nelle masse lo stesso falso convincimento. Sarà la scienza a pagare il prezzo più alto, in quanto l’interesse delle masse verrà sempre più orientato verso le conoscenze che sono in grado di produrre molto denaro, molta energia o molto piacere, tralasciando quelle dirette alla realizzazione di obiettivi nobili e alti.
     L’ultimo peccato capitale è il più distruttivo, anche se (forse) oggi meno attuale. Si tratta delle armi nucleari (VIII), strumenti di sterminio che attribuiscono ai leader della Terra un potere prima impensabile: annientare in un solo colpo tutte le forme di vita.
 
Nell’articolo ho semplificato estremamente il pensiero di Lorenz. Tuttavia, spero almeno di aver stimolato la curiosità di leggere il saggio integrale.

12 gennaio 2017

I NAPOLI CENTRALE CANTANO 'O SANGHE DEGLI ULTIMI

     Gli anni passano, ma James non delude mai: ha deciso di stare con chi soffre e lo dice già nella prima traccia di questo meraviglioso ultimo album (2016, etichetta AlaBianca). ‘O sanghe è quello dei poveri, degli ultimi, degli emarginati, di coloro che vengono quotidianamente schiacciati da un sistema violento, da un potere che “non dà una carezza, non sa cos’è la gentilezza”. E se negli anni Settanta i protagonisti delle canzoni dei Napoli Centrale erano i braccianti meridionali, oggi il messaggio è universale perché la sofferenza dei popoli è globale. La denuncia delle ingiustizie del mondo è dunque il tema portante del disco, ma con una significativa novità. La rabbia è sempre la stessa, gagliarda e per nulla ammansita; rispetto al passato, però, non è più urlata, ma convertita in invocazione e preghiera. In questo senso il disco ha una componente religiosa non secondaria, sia pure filtrata attraverso una visione personale e non clericale; nella title-track, ad esempio, Senese rivolge la sua preghiera direttamente a Dio, chiedendogli di porre fine alle guerre che insanguinano il pianeta colpendo sempre i più deboli. Se dunque nei precedenti dischi predominava, sia pure in senso figurato, l’imprecazione, O’ sanghe è invece un atto di devozione.
     Ritratto in forme tribali in copertina, Senese è sempre più il deus ex machina della longeva formazione, oggi composta da Gigi De Rienzo al basso, Ernesto Vitolo alle tastiere e Fredy Malfi alle pelli. Va poi segnalato il gradito ritorno dello storico co-fondatore del gruppo, il batterista Franco Del Prete, che ha suonato in qualche brano e collaborato ai testi. Il sax di Senese segna la strada maestra, accarezza l’ascoltatore con piacevoli melodie e lo graffia con acuti lancinanti che racchiudono tutta l’angoscia del creato. Il resto della band gli viene dietro egregiamente, costruendo un tappeto ritmico su cui si staglia la calda voce del leader. Il risultato è una cifra stilistica unica, non riconducibile ad un solo genere, che fonde il folk, la world music, il jazz, il funk e il rock.
     Apre le danze il groove della struggente Bon voyage, dedicata agli emigranti di ogni razza e religione. Senese canta di una terra ingrata, che costringe a partire anche chi vorrebbe tanto rimanere, di persone che attraversano il mare piene di speranze e vedono miseramente naufragare il sogno di migliorare la propria esistenza. Si raggiungono alti livelli con la quarta traccia, Il mondo cambierà, un canto di speranza retto da un basso trascinante e un testo immediato che si manda subito a memoria. I ricordi di vita vissuta di Mille poesie, poi, sono uno dei momenti più felici del disco. Sostenuto da una incisiva chitarra funk, il brano è un’autobiografia in versi di James, un uomo che sa bene “quant’è amaro il pane”, ma che nonostante tutto il dolore vissuto è ancora in grado di emozionarsi di fronte ad un cielo stellato. Ma soprattutto, è una dichiarazione d’amore verso la musica, palliativo di ogni dolore umano, ragione di vita a cui James deve non solo il successo, ma la forma stessa del proprio essere. Di grande impatto Povero munno, con una base strumentale funky cadenzata e incalzante. Davvero ispirato il testo, in cui Senese riesce a parlare di senzatetto, anziani negli ospizi e crisi dei valori senza indulgere nel patetismo. Il suo è un lamento rabbioso, la dura invettiva di chi non ha paura di metterci la faccia e dire le cose come stanno, anche se scomode ai più. L’ultima traccia è una vera e propria chicca dedicata ai collezionisti. Addo’ vaje non era stata mai incisa fino ad ora, sebbene facesse parte del repertorio dei Napoli Centrale da tre decenni; è infatti il brano che viene suonato nel famoso film “No grazie, il caffè mi rende nervoso” (1982), in occasione della comica intervista che un impacciato Lello Arena tenta di fare a James.
     ‘O sanghe è davvero un disco sorprendente, oltre che attuale. Con cinquant’anni di carriera alle spalle non è facile reinventarsi, né proporre inediti di buona qualità. I Napoli Centrale ci sono riusciti, e in questo lavoro hanno piazzato almeno cinque o sei perle destinate a durare nel tempo; la Targa Tenco 2016 per il miglior disco in dialetto ne è la definitiva conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Clicca qui per leggere l'intervista a James Senese in occasione del tour di 'O sanghe

1 gennaio 2017

A SCUOLA DI POP-ROCK: “SIMPATICO!” DEI VELOCITY GIRL

     Per quale ragione certi validi gruppi siano destinati a non lasciare alcuna traccia nella memoria musicale collettiva rimane certamente un mistero. Soprattutto se si pensa a quanti musicisti non propriamente all’altezza siano invece passati ai posteri e abbiano goduto del beneficio di vedere i propri dischi ristampati in continuazione. Gli americani Velocity girl hanno avuto un discreto successo intorno alla metà degli anni Novanta, per poi scomparire rapidamente dalle cronache. Eppure avevano le carte in regola per sfondare nel mondo del pop/rock: talento, melodia, presenza scenica, un’etichetta importante alle spalle (la benemerita Sub Pop), e persino una certa somiglianza con i Cranberries, baciati dalla dea bendata ed incoronati da pubblico e critica.
     Il gruppo si è formato nel 1989 nel Maryland e ha pubblicato tre album prima di sciogliersi: Copacetic nel 1993, Simpatico! nel 1994 e Gilded stars e zealous hearts nel 1996. Il nome lo avevano preso da un lato B di un singolo dei Primal Scream. I componenti erano la cantante Sarah Shannon, Archie Moore alla chitarra e ai cori, Brian Nelson alla seconda chitarra, Kelly Riles al basso e Jim Spellman alla batteria. Dopo lo scioglimento, la Shannon ha iniziato una non troppo fortunata carriera solista, Moore ha fondato altri gruppi, mentre Spellman è diventato un noto giornalista della CNN. I Velocity girl si muovevano sull’onda dell’indie/power pop, proponendo un suono asciutto ed essenziale, senza troppi virtuosismi, con piacevoli melodie al servizio di una bella voce femminile mai sopra le righe.
     Simpatico!, il loro secondo album, è da tempo esaurito, tanto che risulta non disponibile sul sito della casa discografica. Non so quale sia l’effettiva reperibilità sul mercato italiano; dalle notizie disponibili sulla rete, sembrerebbe che in Europa sia stato stampato in sole mille copie. Io ho trovato la versione americana in lp a pochi euro in un mercatino dell’usato. In copertina c’è un semplice collage di riquadri colorati; sul retro i crediti e una piccola foto del gruppo, mentre mancano i testi. La versione europea è invece arricchita da un adesivo e un singolo aggiuntivo in vinile da 7 pollici.
     Il disco è stato registrato in due settimane (dicembre 1993/gennaio 1994) negli studi di Falls Church in Virginia; dura poco più di mezz’ora ed è costituito da dodici tracce, di cui l’ultima strumentale. Simpatico! scorre via piacevolmente, grazie a melodie semplici ed orecchiabili, arricchite da riff di chitarra elettrica di stampo quasi surf e da un ritmo sempre sostenuto. S’impone subito al primo ascolto come un ottimo lavoro, efficace dall’inizio alla fine e senza cali di concentrazione. Alcune canzoni del lato A sono veri e propri gioielli, da antologia del pop/rock: si pensi alla botta d’energia iniziale di Sorry again, agli spunti shoegaze della meravigliosa Drug girls, all’incedere di There’s only one thing left to say. Il secondo lato si apre con la sanguigna Rubble, prosegue con l’ottima Labrador e si chiude con il potente muro del suono di What you left behind, cantata da Archie Moore. È un disco elettrico ma pulito, attento alla melodia ma mai mellifluo, a parte la sognante Hey you, get off my moon, in cui la band si concede un momento di quiete.
     C’è da rimanere di sasso nel pensare che i Velocity girl siano spesso etichettati come una band “minore”. Simpatico! dimostra esattamente il contrario: intrattiene e diverte quanto basta sin dai primi solchi, trasuda energia e passione in ogni traccia: c’è forse bisogno di altro?
I Velocity girl e la copertina di Simpatico!

22 dicembre 2016

I CAPOLAVORI DELLA GALLERIA COMUNALE DI ARTE MODERNA DI ROMA

     La Galleria d’Arte moderna di Roma Capitale non va confusa con la più celebre Galleria Nazione di Arte moderna, che ha sede nell’immenso palazzo in stile neoclassico di Viale delle belle arti. Il Museo comunale si trova invece in Via Crispi 24, in un edificio recentemente ristrutturato, un tempo monastero di clausura, adiacente la chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case. Il grazioso palazzetto passò nel 1879 in proprietà del Comune di Roma, per effetto del trasferimento della comunità monastica, e negli anni ha avuto diverse destinazioni, fino a quella attuale. L’antico chiostro è stato mantenuto e costituisce un angolo suggestivo di meditazione e riposo, con vista sui tetti di Roma.
     Il percorso museale si sviluppa su tre livelli, anche se non tutte le opere sono esposte. La collezione della Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale è infatti costituita da oltre tremila opere, tra dipinti, sculture, disegni ed incisioni, che coprono il periodo che va dalla fine dell’Ottocento agli Anni Quaranta del ventesimo secolo. La grande mole di capolavori impone una necessaria turnazione nell’esposizione. Le opere provengono sia da acquisti compiuti dal Comune presso rassegne espositive, che da donazioni private.
     Il Museo nacque ufficialmente nel 1925, anche se l’amministrazione capitolina aveva iniziato ad effettuare i primi acquisti già alla fine del XIX secolo; nel corso degli Anni Trenta tale attività ricevette un significativo impulso, grazie alle Biennali ed alle Quadriennali che furono organizzate presso il Palazzo delle Esposizioni. Per comprendere la valentia della politica culturale di quegli anni, basti pensare che «le opere acquistate per la Galleria Comunale nelle edizioni delle Quadriennali tra il 1931 e il 1943 furono ben trecentoquarantotto, un patrimonio estremamente interessante che raccoglieva i nomi più significativi dell’arte italiana della prima metà del Novecento, quali Carrà, de Chirico, Carena, Casorati, Capogrossi, Scipione, Cavalli, Afro, Severini, Trombadori, Morandi e molti altri che si andarono ad aggiungere alle opere di Carlandi, di Sartorio, di Coleman, e in genere agli artisti de I XXV della Campagna Romana, oltre a un significativo nucleo di opere della seconda metà dell’Ottocento. Per non dimenticare, poi, un variegato fondo ascrivibile agli anni tra Simbolismo e Secessione e a un nucleo altrettanto importante di opere futuriste degli anni Trenta» (dal sito del Museo). Dopo la Guerra le vicende del fondo museale furono assai travagliate, con diversi cambi di sede e addirittura lo smantellamento della Gallleria, fino alla sua riapertura nel 1995.
     Impossibile enumerare tutte le opere degne di menzione; per questo, mi limiterò a descrivere le tre che più mi hanno colpito.
     Il pastore, di Arturo Martini (1889-1947), è collocato in posizione strategica, in fondo al corridoio che costeggia l’antico chiostro dell’ex convento. Ad altezza naturale, appoggiato ad un bastone, fissa l’osservatore con i suoi occhi senza pupille eppure pieni di espressività. È considerata una delle opere più significative della scultura italiana del Novecento; realizzata in materiale refrattario, venne esposta alla I Quadriennale romana del 1931, ottenendo un prestigioso primo premio. È una figura senza tempo, ancestrale, semplice ma carica di simbolismi religiosi ed esoterici. Martini voleva tornare al primitivismo delle forme e per farlo aveva necessità di arretrare fino ad un soggetto primigenio, vecchio quanto l’uomo e comune a tutti i popoli e a tutte le latitudini. Nel suo atteggiamento meditabondo, reso ancora più intenso dal materiale umile con cui è stato realizzato, il pastore è la sintesi di millenni di storia, e al tempo stesso la conferma dell’immutabilità della sostanza più profonda dell’essere umano. Una sostanza incoercibile, così simile al divino.
Altro capolavoro della Galleria è il Cardinal decano, ritratto del porporato Vincenzo Vannutelli eseguito da Gino Bonichi, meglio noto come Scipione (1904-1933), figura originalissima della pittura italiana del Novecento. La grande tela è la summa della sua arte, il culmine delle visioni di una Roma livida e sanguinolenta, corrotta e corrosa da un potere che si ammanta di grazia e che ne regge le sorti da oltre due millenni. Il cardinale è seduto in posa classica, il viso quasi caricaturale e le mani scheletriche e vizze. Intorno a lui, angeli che non hanno niente di celestiale ed una città che sembra andare in fiamme assieme ai suoi simboli, come la cupola di San Pietro che incombe sinistra alle spalle. Immobile, nonostante i suoi 94 anni, il cardinal decano governa un mondo in sfacelo. Si dice che Scipione fosse affascinato dall’anziano cardinale, dall’autorevolezza che promanava dalla sua figura superba. L’opera, tuttavia, non ha intenti celebrativi: il porporato è l’allegoria di un potere invincibile, che si è preservato perpetrando negli anni gli stessi errori e le medesime ipocrisie.
     Con L’angelo rapitore, di Gino Severini (1883-1966), si torna alla centralità dei sentimenti umani. L’opera è dedicata al figlioletto, morto all’età di sei anni. È lui il bambino tra le braccia dell’angelo che lo porta via, rapendolo all’affetto dei suoi cari. Lo sguardo dell’angelo è immoto: non c’è cattiveria nel suo gesto, solo consapevolezza dell’ineluttabilità di un fato di cui è mero esecutore e da cui non può sottrarsi. Tiene con tenerezza il bimbo, quasi volesse proteggerlo da un male più grande della stessa morte. Ai piedi della tomba i giocattoli ed i ricordi di una breve esistenza: un fucile a piombini, un grammofono, una riproduzione della Torre Eiffel, una tromba, due fotografie. La grandezza dell’opera sta nel fatto che l’artista è riuscito a comunicare il dramma senza indulgere nel patetismo, il lutto senza cadere nel lacrimevole. Sono le cose, più che le figure umane, a parlare; sono gli oggetti che si caricano di una forza inaspettata e comunicano il messaggio. Il bimbo fissa l’osservatore e alza una mano in un gesto di estremo saluto, pochi istanti prima di essere portato via per sempre.

9 dicembre 2016

"I DIDN'T SEE IT COMING": L'INFINITA STORIA DEGLI IRRIDUCIBILI DEL PUNK

     Nell’anno di grazia 1981 il furore punk era già archiviato, Sid Vicious era morto da tempo e Johnny Rotten si era rifatto una vita coi Public Image Ltd. I Sex Pistols, coerenti con la filosofia del no future, rappresentavano un passato glorioso da destinare ai libri di storia. Steve Jones e Paul Cook, rispettivamente chitarra e batteria dei Pistols, avevano già da un paio d’anni fondato i Professionals, un gruppo che, sfruttando la popolarità dei fondatori, aveva firmato con la Virgin. Dopo un singolo di rodaggio, avrebbero dovuto esordire su LP, ma una serie di problemi legali ritardarono l’uscita del disco, che vide la luce solo nel 1990 con una nuova etichetta e in edizione limitata. Dopo un cambio di formazione e un tour prima annunciato e poi disdetto, i Professionals tornarono in studio di registrazione e nel novembre 1981 licenziarono I didn’t see it coming (letteralmente, Non l’ho visto arrivare). Mai titolo fu più profetico: pochi giorni dopo la pubblicazione, tre membri del gruppo rimasero feriti in un incidente stradale negli Stati Uniti, in Minnesota, dove si erano recati per promuovere il lavoro. L’incidente costrinse la band ad un periodo di inattività, che contribuì a far cadere nel dimenticatoio il disco, nonostante alcune buone recensioni. Nel 1982 tornarono in tour negli Stati Uniti, ignorando ancora una volta l’Inghilterra, ed in quell’occasione suonarono come gruppo di apertura ai concerti dei Clash. Alla fine del tour, Cook, Meyers e Mc Veigh tornarono in patria, mentre Jones rimase negli Usa, segnando di fatto lo scioglimento della sfortunata formazione. A trent’anni di distanza, nel 2015, i Professionals, guidati dal solo Paul Cook alla batteria, sono ritornati con una raccolta, una serie di concerti e un annunciato nuovo album.
     Nell’accingersi a recensire I didn’t see it coming (1981), bisogna partire da una domanda: cosa accade se le figure meno carismatiche di una band arcinota decidono di provarci da sole? Potrebbero sfornare il capolavoro che non ti aspetti, oppure un disco pietoso. Esiste però una terza strada, quella di fatto percorsa dai nostri: licenziare un disco onesto, non straordinario ma con buoni spunti. L’album in questione segue la strada maestra dei Sex Pistols: si tratta di punk che strizza l’occhio al glam, fatto di canzoni più lunghe e meno veloci dello standard, con pezzi interessanti, che qualche volta denotano tuttavia una carenza di fantasia nelle soluzioni ritmiche. Privo di particolari doti vocali, il gruppo spesso si affida ai cori e ad un robusto muro del suono, grazie alla collaborazione di Paul Meyers al basso e Ray Mc Veigh alla seconda chitarra. La copertina tradisce l’intenzione di pestare duro: di grande impatto, rappresenta un pugile colpito in pieno viso da un potente destro, che evidentemente non aveva visto arrivare (come da titolo).
     Il lato A è decisamente il migliore. Si parte forte con i primi solchi di The magnificent, che la leggenda vuole sia dedicata a Sid Vicious. In effetti il brano narra della rapida ascesa e dell’altrettanto fulminea caduta di un personaggio del mondo dello spettacolo. Potente il ritornello: «Who put you on the wall?/ Who's the one who has to watch you fall?/ Who put you on the pedestal?/ Who's the one who wins out pass the fool?». Segue Payola, canzone ironica che stigmatizza la pratica, in uso tra le radio, di farsi pagare dalle etichette discografiche (o dagli stessi gruppi) in cambio della messa in onda dei loro brani. Il pezzo ha un ritmo sostenuto con le chitarre elettriche a farla da padrone, anche se è evidente una semplicità della scrittura, che indulge nel ritornello orecchiabile. La terza traccia, Northern slide, è una delle migliori, grazie ad una inusuale tromba che cerca di imporsi sopra il muro chitarristico. Seguono i nostalgici ricordi di vita punk di Friday night square, pezzo più lento e dal ritmo cantilenante, che affronta la dipendenza dalle droghe. Espliciti i versi «Some black dude, he said, “Come along with me/ I think I know the type of thing you need.”/ I will wait, I will get anew,/ I hope she comes and gets me pretty soon./ Feeling hard, trying to feel so mean,/ I always hate these type of scenes». Chiude la facciata la bellissima Kick down the doors, che profuma di riscatto di periferia, di affrancamento da una vita balorda. È una ballata che richiama alla mente le cose migliori dei Generation X e che si impone grazie ad uno scaltro ritornello.
     Il secondo lato si apre col botto. Little boys è tiratissima e splendida, un canto di protesta che non avrebbe sfigurato nel repertorio dei Clash. È l’urlo dei Professionals contro i simboli di una società oppressiva: il lavoro, la scuola e la polizia. Da antologia punk i primi versi: «Little boys like you, they got a job to do/ in a uniform, I’ll tell you what to do./ Help old ladies across the street,/ direct the traffic in the sleep./ It’s a job that you won’t mind». Trascurabili le successive All the way e Crescendo, meri riempitivi non degni di nota. Il livello si alza alla fine con Madhouse, il grido di disperazione di un internato in un manicomio che chiede aiuto a chi non può o non vuole sentirlo, e con la conclusiva Too far to fall, in cui ritorna lo straniante suono della tromba sopra una piacevole melodia sostenuta dalle due chitarre.
     Pur non trattandosi di un LP indispensabile, va comunque premiata la pervicace coerenza del gruppo, che rimase ancorato ai fasti degli anni ’70 senza farsi abbagliare dalle nuove sonorità elettroniche. La furia iconoclasta dei Sex Pistols era già un lontano ricordo, ma i Professionals misero egualmente entusiasmo e mestiere al servizio di un buon album, la cui principale pecca, se ne vogliamo proprio individuare una, è quella di correre con il freno tirato in alcuni punti.
     È stato ristampato in CD nel 2001 dalla EMI, ma è molto meglio procurarsi il vinile usato, anche se nell’edizione italiana (codice VIL12220) mancano i testi e la confezione è piuttosto scarna.
La copertina del disco
La band, fotografia sul retro dell'edizione italiana
 
Per chi volesse saperne di più, la storia del gruppo è raccontata sul sito comune di Cook e Jones: