21 maggio 2017

“ASPETTANDO NOI”: ANDARE OLTRE BECKETT

     Confrontarsi con un classico del teatro contemporaneo, magari tentandone una personale rielaborazione, non è mai facile. Se poi ci si accosta ad uno dei testi più ostici e criptici del Novecento, il tentativo diventa un’impresa. Il Laboratorio GirasoliTeatro, composto da attori non professionisti (ma bravissimi), ha accettato la difficile sfida, rappresentando con successo l’opera inedita Aspettando noi nell’intima e suggestiva cornice del Teatro Piccolo Re di Roma. Il testo, liberamente tratto dal celeberrimo Aspettando Godot, è stato scritto da Helga Dentale, con monologhi degli stessi attori del laboratorio teatrale. L'interpretazione è stata impeccabile e coinvolgente, capace di trasmettere agli spettatori tutta la potenza del testo e delle tematiche trattate.
     Audace la scelta della struttura dell’opera, che presenta almeno due punti di forza. In primo luogo, vi è una riuscita commistione tra brani di Beckett – come gli irresistibili botta e risposta tra Estragone e Vladimiro –, e monologhi originali, che hanno la funzione di adattare il testo di partenza alla sensibilità contemporanea, alle problematiche dei nostri giorni. In secondo luogo, sorprende la scelta di non assegnare il ruolo di Estragone e Vladimiro a due attori fissi, ma di farli interpretare a turno da tutti gli artisti della compagnia, favorendo così l’immedesimazione tra lo spettatore ed i personaggi sul palco, come a voler dire che Gogo e Didi siamo tutti noi e che nessuno può sentirsi escluso dai loro discorsi e dalle loro vicende.   
     Ma vi è di più: Aspettando noi rovescia nel suo contrario il senso di straniamento di Aspettando Godot. Si dice che il pubblico, uscendo dal teatro dopo aver assistito alle prime rappresentazioni dell’opera di Beckett, si domandasse cosa mai avesse visto, cercando di coglierne significati simbolici a valenza rassicurante. In questo caso, invece, l’effetto è diametralmente opposto: si esce dal teatro colpiti nel profondo, storditi ma al tempo stesso più consapevoli. Tutto questo perché Aspettando noi parla dell’uomo contemporaneo e delle sue illusioni, seguendo sì l’insegnamento del grande drammaturgo irlandese, ma al tempo stesso discostandosene, tracciando una via autonoma che valga per questi nostri giorni confusi. La guerra fredda è finita da un pezzo, le ideologie sono cadute assieme ai muri e lo smarrimento del Novecento, da condizione transeunte mitigata dai solidi appigli della dottrina, è divenuto regola che governa le nostre esistenze. Non a caso, precarietà, paura ed attesa di tempi migliori sono le parole d’ordine del quotidiano. Ecco dunque che in Aspettando noi, ad esempio, la dinamica capitalista/sfruttato del binomio Pozzo/Lucky è solo accennata, mentre viene dato ampio risalto alla precarietà individuale, ai bisogni dell’uomo considerato nella veste imposta di marito, moglie, madre, bambino obbediente, studente o lavoratore. Se dunque la grandezza del testo di Beckett sta nella impietosa ricognizione della natura umana, in Aspettando noi si cerca di andare oltre: non vi è una passiva accettazione di tale condizione, quanto piuttosto la spinta per trovare una direzione, per uscire dall’illusione dell’attesa.
     L’attesa di Beckett è una condizione perenne: si attende per aspettare, si aspetta per rimandare la scelta sulla forma definitiva del proprio stato. Nello spettacolo del Laboratorio GirasoliTeatro, invece, l’attesa è solo il punto di partenza per una ricerca di sé che non può essere rimandata. Nei monologhi, che si alternano efficacemente alle scene “beckettiane”, si parla di libertà, di ribellione al conformismo, di opposizione al bigottismo dominante, di ricerca di una dimensione che ci appartenga veramente. Ed è questo l’aspetto che coglie nel segno, stimolando lo spettatore alla riflessione: non si può vivere nell’attesa di qualcosa o di qualcuno, né si può condurre un’esistenza lungo gli stringenti binari della morale borghese e delle convenzioni sociali. La società è una gabbia e l’attesa di qualcosa di diverso è come la fioca speranza della grazia per l’ergastolano. Aspettando noi ci invita ad operare una scelta urgente, a non rimandare, perché la vita spesa nell’attesa equivale a rinunciare a vivere.
     Uscendo dal teatro, riecheggiano allora nella mente le parole di una canzone scritta da Alice e Francesco Messina che, citando Shakespeare, contiene un prezioso avvertimento: «Mi svegliavi la notte dicendo anche spesso “To be or not to be”: hai scelto mai?».
La locandina dello spettacolo, con i nomi degli attori

18 maggio 2017

UNA BIBLIOTECA DA 500 EURO: BREVE ELOGIO DELL’USATO

     La crisi degli ultimi anni ha cambiato le abitudini dei consumatori e il volto del mercato. Come spesso accade in tali situazioni, la cultura è stata la prima a pagarne lo scotto, quale bene primario ma non di prima necessità. I prezzi dei libri, inoltre, hanno subito un aumento rispetto al passato; si pensi che un’opera appena edita, anche di un autore sconosciuto o emergente, supera abbondantemente i quindici euro. Per i classici il discorso non è molto diverso, salvo qualche editore che fa del prezzo popolare la sua bandiera (Newton Compton su tutti). Il lettore medio, magari indeciso tra due o più volumi, si trova sempre più spesso di fronte alla necessità di scegliere quale lasciare in libreria, da prendere magari in un secondo momento.
     È forse questa la ragione della moltiplicazione, specialmente nelle grandi città, dei mercatini del libro usato, capaci di offrire a prezzi vantaggiosi un numero imponente di opere di tutti i generi. Sono un assiduo frequentatore di bancarelle, mercatini e librerie dell’usato; anzi, negli ultimi tempi ho acquistato molti più libri usati che nuovi. Al di là del risparmio, spulcio nei mercatini principalmente perché è possibile trovarvi edizioni oramai fuori commercio e opere che non sono mai state ristampate. È lì che ho conosciuto autori validissimi ma ormai quasi dimenticati, come Alianello, Castellaneta, Bona o Lernet-Holenia. Di certo, bisogna saper scegliere, perché nei mercatini si trova anche una buona percentuale di libri non certo memorabili, se non di vera e propria spazzatura.
     Le bancarelle offrono soprattutto una vastissima scelta di classici, non solo in edizione economica. Mi vengono in mente le collane in abbinamento ai quotidiani, come “La biblioteca del Novecento” di Repubblica o “I grandi romanzi” del Corriere della sera, entrambe uscite circa quindici anni fa. Sono volumi di pregevole fattura, con copertina cartonata e sovraccoperta, rilegatura resistente e preziose introduzioni/prefazioni. Grazie alla grande diffusione di queste collane, è possibile aggiudicarsi libri importanti al prezzo di un caffè o poco più. Inoltre, a dispetto di un mercato editoriale sempre più dominato dai nomi stranieri, le bancarelle offrono un’ampia scelta di autori italiani, a volte meno noti ma assai interessanti.
     Considerando una media di 1 o 2 euro a libro, con la modica spesa di 500 euro si può portare a casa una biblioteca essenziale, che magari raccoglie grandi classici, qualche opera contemporanea, molto Novecento, ma anche poesia e saggistica. Secondo i dati ISTAT del 2015, «il 9,1% delle famiglie non ha alcun libro in casa, il 64,4% ne ha al massimo cento». Basta un po’ di pazienza e un investimento minimo per invertire la tendenza. Con piccole spese, magari dilazionate nel tempo, è possibile procurarsi una biblioteca di tutto rispetto.
     Sarebbe bello se questa semplice proposta venisse recepita anche dai piccoli Comuni, che spesso non hanno sufficienti fondi da dedicare alla cultura, impegnati a garantire tra mille difficoltà i servizi pubblici essenziali. Aprire una biblioteca comunale con soli 500 euro o poco più è realizzabile, auspicabile, magari doveroso.
Una bancarella di libri usati in India ( foto tratta da http://www.illibraio.it/ )

9 maggio 2017

"NUDA E SENZA PUDORE" di ATTILIO CREPAS: IL RITRATTO DEL CHIROMANTE

     Nel giugno del 1944, nel pieno del secondo conflitto mondiale, uscì per i tipi di un’oscura casa editrice romana, la Apollon, un curioso saggio di argomento esoterico. Nuda senza pudore ne è l’accattivante titolo, pensato per catturare l’attenzione dei potenziale lettori. Due elementi, però, consentono già ad una prima occhiata di distinguerlo da un pruriginoso romanzo d’appendice: l’immagine di copertina e il sottotitolo. Il disegno, una xilografia opera del celebre pittore Diego Pettinelli, raffigura il palmo di una mano circondato da simboli astrologici e raffigurazioni di divinità. Il sottotitolo, poi, chiarisce il contenuto del libro: “vita segreta dei chiromanti”. Ad essere senza pudore è dunque la mano, perché solo la palma nuda «ad occhio conoscitore può rivelare, di noi, segreti e tendenze, indovinare ore del passato, divinare le future».
     Attilio Crepas, secondo le scarne notizie rinvenibili sulla rete, era un giornalista de “La stampa”. Nuda e senza pudore raccoglie una serie di articoli, riveduti e sistemati, che egli scrisse tra il 1938 e il 1944 per il prestigioso quotidiano. La prosa è garbata, semplice, ammiccante verso il lettore, a cui l'autore  si rivolge in tono amicale e confidenziale. La lettura risulta così agevole e finanche appassionante, grazie ad un registro volutamente didascalico.
     Il saggio è il resoconto dei viaggi che il Crepas fece in Italia e all’estero (Francia ed Egitto) alla scoperta della vita segreta dei chiromanti. Le tappe principali furono Trieste, Roma e Napoli. A Trieste incontrò uno dei più celebri veggenti di quegli anni, il professor Renato Damiani, che ebbe l’onore di leggere la mano a personaggi del calibro di Saba, Pirandello, Stuparich, Franz Lehar ed altri. A Napoli si imbattè in madame Frisiello, allieva dell’Aimi, autore del primo manuale sulla chiromanzia pubblicato in Italia. Crepas offre un ritratto semiserio di tutti i personaggi incontrati, illustrandone accuratamente le differenze di pensiero e di modus operandi. Il libro fornisce anche alcune nozioni basilari di chiromanzia, corredate da una trentina di tavole in bianco e nero. Viene in particolare spiegato il significato delle linee, dei monti e delle isole, che fanno assomigliare le mani ad una vera e propria carta geografica.
     L’autore concentra la sua analisi su tre aspetti, che rappresentano altrettanti campi di indagine della chiromanzia. Il primo, verso il quale Crepas è decisamente scettico, è quello della divinazione, in cui la lettura del palmo è strumento per predire il futuro. Il secondo è quello conoscitivo, in cui la mano è una mappa in grado di racchiudere le caratteristiche psichiche e caratteriali dell’individuo. Residua, infine, l’aspetto più propriamente scientifico, cui l’autore dedica l’ultima parte del saggio: la dattiloscopia, quale strumento di indagine criminale.
     Alla fine della lettura si rimane suggestionati e si è portati a guardarsi le mani, per scoprirvi magari dei segni propiziatori. Oppure il lettore, quasi intimorito da quanto le palme nude sanno rivelare, potrebbe essere spinto a nasconderle nelle tasche o a coprirle con dei guanti, perché la nudità più gelosa è proprio quella delle mani.
     Inutile dire che il saggio non è stato mai più ristampato; sarà dunque difficile (ma non impossibile) scovarlo negli anditi più riposti di qualche libreria esoterica.
 
Una tavola tratta dal libro e la copertina

28 aprile 2017

“IL SILENZIO DELLE CICALE” di GIAN PIERO BONA: RADIOGRAFIA DI UNA CATASTROFE

     È sufficiente leggere le prime pagine de Il silenzio delle cicale (1981) per dare ragione a Jean Cocteau, che non esitò a definire Gian Piero Bona un «poète extraordinaire». La sua scrittura immaginifica dà corpo alle spinte dell’anima, concretizzandole in raffigurazioni delicate e colte. Cionondimeno, la prosa è tutt’altro che arresa, ma densa di una forza espressiva che si lascia apprezzare sia nelle singole descrizioni che nell’insieme.
     Il romanzo racconta la decadenza economica e morale della nobile e ricca famiglia Baumgrille, di origine austriaca ma trapiantata in Italia. I Baumgrille, che «vedevano nell’Austria la madre perduta e nell’Italia una matrigna», subiscono nell’arco di soli trent’anni il definitivo tracollo. La loro epopea si intreccia con le vicende della storia italiana del Novecento: vissuti gli ultimi palpiti di gloria durante il Fascismo, i Baumgrille, al pari delle cicale di cui portano il nome, scompaiono all’approssimarsi del progresso, che ha le meccaniche sembianze della paventata guerra nucleare e del boom economico.   
     Tristano Baumgrille, il protagonista del romanzo, è uno dei personaggi più complessi e singolari della letteratura italiana del Novecento. Costretto a sbarcare il lunario come musicista in un modesto cafè chantant viennese, è l’unico consapevole testimone della catastrofe della famiglia, di cui traccia un’impietosa radiografia. Egli è prima di tutto un poeta, un uomo «che vive verticalmente ciò che gli altri subiscono orizzontalmente». Proprio per sublimare i tormenti del cuore, decide, dopo vent’anni di assenza, di ritornare a Villa Tramonto, sontuosa residenza di famiglia in stile fascista, ridotta ad un ammasso di macerie sacrificate al dio del capitalismo. Tristano è di «natura utopistica e delicatamente anarchica, che l’avrebbe portato a disprezzare la società, tuttavia senza tradirla; nel fondo era un autolesionista, sedotto ma impaurito dalla sovversione, cantore della libertà ma con riserva». A Gian Piero Bona bastano poche righe per tratteggiare la natura più recondita del suo personaggio:
 
«Tristano sentiva di essere nato per dispetto e per ammonimento. Remissivo per calcolo più che per disposizione, nutriva fin dall’infanzia i germi dell’indipendenza e della critica, non sufficienti per spingerlo sulle piazze dell’eroe, del politico, dell’ideologo, ma bastanti per sradicarlo dall’ordine borghese e dall’ottusità sociale. Perciò scandalizzava i salotti, rifiutava gli inviti coronati, dormiva in alberghi malfamati, polemizzava coi predicatori, sputava per terra e si faceva rastrellare dalla Buon Costume. Era uno scapigliato in ritardo di un secolo e forse l’anticipatore di un ribellismo metafisico troppo prematuro. Avrebbe voluto fuggire di casa, ma Villa Tramonto era la sua tomba, e alla tomba non ci si rivolta. Egli sapeva che il giogo dell’abitudine, se viene scosso, getta in un isolamento diffidente, in una libertà senza pace. Era destinato all’affanno inespresso e la rivoluzione soffocata gli dava la volontà di resistere ai tumulti del cuore. Infine si rassegnava. Capiva che un’agitata indipendenza sarebbe stata peggiore di una tranquilla schiavitù.»
 
     Tornato nella villa di famiglia, pallida ombra della meravigliosa dimora che aveva lasciato vent’anni prima, Tristano ripercorre a ritroso il passato. I suoi ricordi spaziano dall’infanzia al raggiungimento della vita adulta, descrivendo la parabola sempiterna delle stagioni nei giardini e nelle lussuose stanze di Villa Tramonto. Egli vive un rapporto conflittuale con il mondo e con le persone: «per lui le abitudini proprie all’essere umano non avevano alcun interesse, ossia non era mai stimolato dalla banalità del quotidiano. Ci voleva un nembo di tempesta o addirittura un’eclissi di luna per trovare eccezionale la persona che gli stava vicino e allora se ne invaghiva; sparito il fenomeno naturale spariva il sentimento». Il conflitto è insanabile soprattutto con la madre Polissena, che vuole trasfigurare il figlio ad immagine e somiglianza delle sue ambizioni; per questo lo rimprovera quando egli va a giocare a carte nelle osterie con i contadini della zona per ubriacarsi di rozzezza, accusandolo di «compromettere la dignità del suo nome in una taverna di ubriachi». Polissena rappresenta la parte più retriva del sentimento aristocratico: decisa oppositrice di ogni forma di progresso sociale e fieramente conservatrice, è l’unica a non accettare la triste fine di un’epoca. Diametralmente opposto è il marito Max, padre di Tristano. È un uomo colto ed intelligente, consapevole dell’ineluttabilità del disastro ma pronto ad accettarlo stoicamente.
     Quale uomo dominato dai sentimenti, Tristano vive con sofferenza l’amore, che divide tra tre persone. La prima è la cugina Isabella, promessa sposa per volontà della madre Polissena. Isabella rappresenta «la sfida alla solitudine, agli affetti, la soluzione borghese della perpetuità»; per questo viene abbandonata sull’altare da Tristano, che si ribella alla volontà della madre. I veri poli del suo sentimento, infatti, sono il cugino Italo e l’amica di famiglia Irene, a loro volta avvinti da una torbida ed indecifrabile relazione. Irene è divisa tra i due cugini, ognuno dei quali la ama di un amore diverso: carnale quello di Italo, spirituale quello di Tristano. I due ragazzi non potrebbero essere più diversi: Tristano è delicato, sensibile, raffinato e colto; Italo, all’opposto, è l’emblema dell’uomo fascista, virile, sprezzante, rozzo e tracotante. Tristano vive con sofferenza il confronto con il cugino, ma al contempo ne è attratto, perché sente che Italo è in grado di amare Irene come egli non saprebbe mai fare. In parole povere, Tristano ama Irene perché amata da Italo, ama Italo per il desiderio carnale di quest’ultimo verso Irene. Tristano sublima così la propria incapacità di amare nella prepotenza erotica del cugino. Il sogno della sua vita è quello di «possedere una donna legata a un uomo il quale a sua volta fosse legato a lui, l’inattuabile utopia del cuore doppio». Tristano viene travolto da «una delle passioni umane più strazianti: l’amore per una donna perché amata da un uomo amato, o meglio l’amore per un uomo attraverso il quale raggiungere la donna amata». Eppure nel libro non vi è nulla di scandaloso, perché Bona, da poeta qual è, riesce a trattare con impeto e delicatezza un tema potenzialmente in grado di far tremare alle fondamenta l’edificio della morale corrente. D’altronde, l’argomento non è nuovo nella letteratura; si pensi al romanzo Jules e Jim di Roche. Tuttavia, rispetto al libro francese, in cui il triangolo si compone, ne Il silenzio delle cicale il rapporto a tre vive soltanto nelle deluse aspirazioni di Tristano, il solo a desiderarlo.
     Il romanzo non può che lasciare un segno indelebile nel lettore, come solo la grande poesia sa fare in chi ha la pazienza di ascoltarla. Dopo aver chiuso il libro, si rimane scossi, interdetti al pari di Tristano, che quantomeno ha avuto il merito di sacrificare tutto al sentimento, conscio che «nella vita non bisogna tentare di capire niente e il ricordo di ciò che credi di aver capito è un suicidio».
Prima edizione Garzanti (1981)

16 aprile 2017

I DIAFRAMMA TRA PUNK E CANZONE D'AUTORE: "ANNI LUCE"

     L’odore delle rose è una potenziale hit, una di quelle canzoni destinate ad essere canticchiate persino dal grande pubblico, se venissero passate in continuazione in radio o in televisione. Resta invece un gioiello per pochi e forse è meglio così. Sarebbe comunque riduttivo considerarlo solo un grande pezzo: è una dichiarazione di intenti, un’esplosione di energia e rabbia, un distillato di verità. Si ascoltino i primi, profetici versi: «l’odore delle rose è una reazione chimica, se un giorno lo scoprissi non lo ameresti più». La canzone apre Anni luce (Abraxas records, 1992), secondo disco dei Diaframma post-Sassolini, seconda prova di Fiumani alla voce. Del gruppo originario è rimasto solo lui, coadiuvato da Valter Poli al basso, Alessio Riccio alla batteria e Riccardo Onori alla seconda chitarra. Rispetto al precedente In perfetta solitudine (1990), Anni luce è un lavoro più meditato, di impatto quasi cantautoriale; se nel primo prevalgono urgenza, rabbia, voglia di riscatto e la dimostrazione di potercela fare anche da solo, nel secondo dominano i toni morbidi e si nota una maggiore consapevolezza delle proprie doti autoriali. Mancano forse i grandi inni (si pensi a Gennaio, Beato me, Verde, Trecento balene), ma ci sono pezzi più complessi, che necessitano di un livello superiore di elaborazione, come La mia vita con una dea, Ridendo e Le alpi.
     La voce di Fiumani è la solita: ineducata, sofferta, strozzata, in una parola asimmetrica. Di certo chi lo apprezza non cerca la bella voce, eppure il suo canto-non canto, quasi recitato, possiede la capacità di inchiodarci a verità indiscutibili, con frasi semplici a cui riesce a dare un impatto di autorità ed autenticità. E anche quando canta versi improbabili («andiamo ad immolarci nel centro di Sassari»), lo fa con naturalezza, senza la pretesa di nascondersi dietro frasi volutamente ambigue o incomprensibili. Fiumani non è un cantautore impegnato, non vuole redimere l’uomo o risolvere i problemi del mondo. Più semplicemente (ma semplice non lo è affatto), mette a nudo su disco le proprie emozioni, tira fuori dal cilindro storie malinconiche di donne o perverse di sesso, frammenti d’infanzia e mali esistenziali, racconti di una vita simile ad «una curva impazzita che mai retta sarà». La dimensione intima è stata sempre presente nei suoi lavori, sin dagli albori; si potrebbe però dire che in Anni luce viene fuori prepotentemente l’uomo-Fiumani, che senza infingimenti racconta storie sempre sofferte e conturbanti.
     Il lato A contiene una sequenza formidabile. Dopo la morbida L’odore delle rose, viene rievocato un viaggio dell’adolescenza con la tiratissima Le alpi, che rispolvera le chitarre dure e il canto urlato. I toni si dilatano con la meravigliosa ballata La mia vita con una dea, una perfetta sintesi di ispirazione, testo ed interpretazione, che da sola spiega perché Federico Fiumani vada adorato. Seguono due classici del repertorio, la ritmata La densità della nebbia e la divertente Palla di burro.
     Il lato B si apre con Un’altra volta, forse il pezzo più duro dell’album. Nel tuo mondo, invece, è un compendio del Fiumani cantautore, grazie ad una chitarra morbida che non disdegna improvvise accelerazioni nel ritornello e con un’attitudine punk nella voce, che sa quando alzare i toni. Stessi elementi che ritroviamo nella successiva Guida tu, mentre Ridendo è una classica ballata "diaframmatica", che trasuda voglia di affrancamento da una vita balorda.
     Fino a poco tempo fa il disco era praticamente introvabile; nel 2016 la benemerita Contempo records lo ha ristampato su vinile. Le dimensioni dell’LP consentono di ammirare meglio la deliziosa copertina, chiaro omaggio a The freewheelin’ Bob Dylan. Sono passati venticinque anni dal 1992, ma Anni luce mantiene ancora tutta la freschezza di una gemma rara nel panorama musicale italiano dei Novanta. D’altronde, «cambia forse lo scenario, cambia il gusto, ma che fa?».
 

6 aprile 2017

“LA POLITICA ESTERA DELL’ITALIA FASCISTA. 1925-1928” di GIAMPIERO CAROCCI: UN SAGGIO DA RISCOPRIRE

     Quando si parla di politica estera fascista, la mente corre alla guerra di Etiopia, alla costruzione dell’Impero coloniale, alle invasioni di Grecia ed Albania e alle drammatiche vicende del secondo conflitto mondiale. Si tende a credere che nel corso degli anni Venti il regime fosse disinteressato alla politica estera, chiuso nell’autarchia e intenzionato esclusivamente a consolidare il potere e il consenso. Se questo è in parte vero, il saggio di Carocci (I ed. 1969) svela una storia sconosciuta ai più, delineando le direttrici della dinamica politica estera fascista negli anni 1925-1928.
     Ad avviso di Carocci, la politica estera nei primi anni del regime segnò una svolta rispetto al passato, innanzitutto perché non si concretizzò in azioni militari, pur presentando un carattere aggressivo, imperialista almeno nelle intenzioni. Secondo il grande storico fiorentino, l’imperialismo fu uno degli strumenti con cui il fascismo cercò di risolvere il problema della povertà. Decisiva fu l’influenza del ceto medio declassato, tartassato dalla guerra, dall’inflazione, dalla crisi e dalla stagnazione economica. La classe media puntava a nuove posizioni da conquistare, anche sui mercati stranieri; proprio sulle sue richieste si innestò la politica estera fascista, volta ad ottenere un ruolo mondiale di potenza e prestigio per dare un’immagine vincente del regime e dirottare i problemi di politica interna. Mussolini utilizzò ampiamente il mito nazionalista delle masse pauperizzate, sostenendo le cosiddette “colonie di popolamento”, modello per la verità già abbandonato dalle altre potenze.
     Gli anni 1925-1928, in cui l’Italia non fu impegnata in guerre di conquista, definirono le coordinate delle future azioni militari, grazie ad un imponente lavoro diplomatico.
     Uno dei capitoli più interessanti del saggio è dedicato alle due figure chiave della politica estera del periodo: il ministro Contarini e il suo successore Grandi. Il primo lasciò l’incarico nel maggio del 1925, dopo una serie di contrasti con Mussolini. Contarini viene perciò definito il prosecutore ideale delle istanze dello Stato liberale, specialmente per la sua politica slavofila, in modo da bilanciare la protezione che la Francia esercitava sui Paesi balcanici della Piccola Intesa. Dopo le sue dimissioni, salì al dicastero Grandi, a cui Mussolini assegnò il compito di fascistizzare gli Esteri. Grandi era più ambizioso del cauto predecessore: voleva ottenere il “senso del mondo”, favorendo la presenza dell’Italia in tutti i contesti mondiali di crisi.
     La strategia della politica estera italiana dal 1925 al 1928 si indirizzò essenzialmente verso l’Europa danubiano-balcanica, precorrendo ciò che avrebbe realizzato in scala più vasta ed aggressiva  la Germania nazista. L’azione mussoliniana fu tesa a creare nell’Est Europa delle “riserve di caccia”, al fine di assumere una posizione di primato a detrimento delle altre potenze, in un’area già destabilizzata e orfana dell’Impero asburgico.
     Il primo obiettivo fu l’Albania, in aderenza alla politica di accerchiamento della Iugoslavia propugnata dal regime. L’Albania era l’unico paese europeo rimasto in una condizione di semifeudalità; la penetrazione italiana poté così assumere i caratteri dell’imperialismo economico, grazie all’appoggio del Governo italiano ai bey, i proprietari latifondisti delle terre di pianura, che mantenevano i contadini nella condizione di servi della gleba. Il Governo italiano, interessato a mandare i propri coloni nel Paese delle aquile quale preambolo di una progettata invasione, riuscì ad impedire ogni possibile riforma, assicurandosi l’appoggio delle classi ricche e reazionarie.
     Un discorso simile vale per l’Ungheria, pensata come una testa di ponte verso la Croazia, un alleato utile per esercitare una pressione costante nei confronti della Iugoslavia. L’Italia garantì all’Ungheria l’appoggio ai tentativi di revisionismo degli accordi postbellici, provocando la reazione durissima del ministro degli esteri inglese, Lord Chamberlain, che accusò Mussolini di voler rompere l’ordine costituito col Trattato di Locarno. Ancora più stretti i rapporti con la Romania. Mussolini intendeva legare a sé il generale e primo ministro Averescu, considerato di simpatie fasciste, in modo da istituire un regime analogo anche in Romania. Secondo Carocci si trattò del primo tentativo di legarsi ad uno stato estero, intervenendovi attivamente nella politica interna e favorendone le forze di destra.
     Carocci dedica molte pagine ai rapporti con un altro nemico storico, la Francia. Mussolini evitò sempre di rompere con il Paese transalpino, nonostante le numerose ragioni di attrito, quali la vittoria mutilata, l’ausilio fornito agli esuli antifascisti, l’espansione nell’area danubiana e il controllo dell’Africa settentrionale. Egualmente interessante il capitolo che tratta delle relazioni con l’Unione Sovietica, altra potenza con cui era necessario fare i conti.
     Il saggio di Carocci non è di facile reperibilità, eppure è un’opera interessante e di agevole lettura, destinata a coloro i quali desiderano conoscere gli antecedenti remoti del secondo conflitto mondiale, nonché la politica estera fascista al di fuori delle imprese coloniali.

28 marzo 2017

“LA MACCHINA DI CARNE” di GABRIELE LORIZIO: LA MALATTIA DELLA COSCIENZA

     Il famoso regista Lucio Fulci, interpellato a proposito dei suoi controversi film, amava definirsi un “terrorista dei generi”, per l’abilità di uscire dal tipo e disorientare lo spettatore. La calzante definizione mi è ritornata in mente leggendo il romanzo d’esordio di Gabriele Lorizio, che si avvale di archetipi tipici del giallo, del noir, del romanzo introspettivo e del racconto metafisico, sebbene non possa essere ricondotto in un genere circoscritto. Le pagine sono attraversate da una vena surreale che, pur deviando spesso verso l’ironia, dà al lettore un’inquietante sensazione di straniamento. Si potrebbe dire che ne La macchina di carne è adottato un meccanismo ciclico: da circostanze del quotidiano emergono eventi insoliti, che a loro volta vengono ricondotti nel più sicuro recinto della “normalità”, in cui, però, sono contenuti a forza.
     Entro una cornice di stretta contemporaneità si muovono personaggi che portano addosso tutte le ferite della nostra società, col suo portato di precarietà, disaffezione, incapacità di comunicare. La Roma che racconta l’autore – ma potrebbe essere una qualsiasi spersonalizzante città contemporanea – è un microcosmo dai tratti surreali, in cui convivono punkabbestia che ascoltano i Pink Floyd, «strambi tipi occhialuti che dichiarano uno scacco matto al loro contendente immaginario», disillusi poliziotti già eroi civici e persino donne che ringiovaniscono al passaggio del tempo. In questo piccolo mondo, l’unica presenza vitale non può che essere India, facente parte della schiera degli «esseri inanimati che trascorrono la vita ad essere ammirati», ovvero i manichini. India sembra strappata a forza da un dipinto di Savinio, catapultata nella realtà dagli strati più reconditi dell’inconscio, a cui dovrebbe essere relegata.
     Il primo ad essere avvinto dalla sua indefinita malia è Tempo, trentenne invischiato in una vita monotona e senza slanci. Bistrattato dal capo di giorno e tormentato dalla madre la sera, non enumera eventi degni di nota nella sua giornata tipo. Tempo è di fatto un inetto, categoria della letteratura novecentesca che si attaglia perfettamente al personaggio; la sua inettitudine si traduce nella totale passività di fronte agli eventi ed alle persone, un penoso lasciarsi vivere in cui persino il portiere dello stabile diventa una figura autoritaria, pericolosa, giudicatrice. Il riscatto porta il curioso nome di India, lo «stupendo manichino di donna, con i capelli viola fino alle spalle […], un corpo di plastica tra il marrone chiaro e l’arancio, con la testa lievemente girata sul lato sinistro, le labbra rosse e gli occhi viola scuro, grandi come quelli di un’eroina di un manga giapponese». La fugace visione commuove Tempo, che scopre l’intimo legame che lo avvince alla figura (solo apparentemente) inanimata: entrambi sono schiavi, sottoposti a severi ed implacabili padroni. «Erano simili loro due, entrambi ai margini del palcoscenico delle luci e delle insegne, entrambi spogli, entrambi distanti». Matura così in lui la scelta che cambierà definitivamente la sua esistenza: rapire India e portarla con sé. Il gesto balzano solo apparentemente possiede il valore di una liberazione dai lacci del conformismo, perché India diventa una padrona esigente, a cui Tempo sacrificherà interamente se stesso. Il romanzo è il canto dell’illusorietà della libertà umana; Tempo si libera dai vincoli della società per cadere in una schiavitù ancora peggiore, quella dell’ossessione e delle proiezioni della sua mente. Senza svelare troppo della trama, si può affermare che il rapimento del manichino segna il primo punto di svolta, la primigenia bomba che deflagra il genere. Da questo momento inizia una lunga scia di sangue, quella “macchina di carne” su cui si profilano gli altri incredibili protagonisti della storia: il depresso Danilo, il curioso Anchise, l’inquieta Irene e l’ammaliante Ines. La scelta del nome “India” per indicare l’ossessione amplifica ancora di più il senso di straniamento, dato che nell’immaginario collettivo l’India è associata ad un processo di liberazione fisica e spirituale. Non a caso qualche anno fa il compianto Claudio Rocchi cantava “Vado in India”, fuggendo dalle costrizioni della società occidentale dei consumi. Ma forse la scelta è solo apparentemente provocatoria, dato che anche l’India del romanzo contribuisce alla piena realizzazione dell’essere Tempo, sia pure in un senso perverso ed imprevedibile.
     Il romanzo poi affronta un vero e proprio topos della letteratura, dal Romanticismo fino alla fantascienza del secondo Dopoguerra: la fascinazione del manichino, dell’automa, della figura antropomorfa. Magistrale in tal senso il racconto L’uomo della sabbia di Hoffmann, vero e proprio punto di riferimento del genere. Esiste tuttavia una profonda differenza tra il racconto dell’autore tedesco e il romanzo di Lorizio: mentre nel primo la follia del protagonista è provocata dal disvelamento e dalla mancata accettazione della verità, ne La macchina di carne la verità non si rivela, al punto che il piano della coscienza e quello dell’incoscienza non possono separarsi. India è forse animata da una forza maledetta? È dotata di vita propria, oppure è lo specchio della malvagità di chi la possiede? Riesce ad esternare un vizio dell’animo che altrimenti resterebbe confinato nei recessi della psiche di Tempo? Sono domande che non possono avere una risposta. Il punto nevralgico del romanzo sta nel rappresentare una figura antropomorfa che non è dotata di sentimenti umani, non ha un’esistenza ulteriore a parte quella puramente meccanica; eppure possiede la capacità, ancora più inquietante, di liberare pulsioni che dovrebbero rimanere sopite. India è dunque uno stupendo ossimoro, «un’anima di carne», la malattia che «ha un volto perfetto e un corpo da sogno», come cantava Miro Sassolini nei primi Diaframma. Ancora una volta Lorizio duplica la prospettiva: Tempo libera India dall’involucro che la teneva prigioniera, India libera le forze creative (artistiche) e distruttive (omicide) che dimorano in Tempo; Tempo libera India dalla schiavitù dell’essere esposta al pubblico giudizio, India consente a Tempo di essere esposto al pubblico compiacimento.
     Ci sarebbe ancora da parlare di tante cose, degli altri personaggi che costellano il romanzo, di una ricerca privata che si intreccia con un’indagine pubblica, ma non vorrei rivelare troppo. Tra citazioni dei CCCP ed echi alla Pinketts, la scrittura procede a ritmo serrato, nervosa, dai tratti postmoderni. Lorizio sa scrivere; preme sottolineare questo aspetto, in un mercato editoriale sempre più abulico, attento solamente all’intreccio, a tutto detrimento della buona scrittura. Ma forse il punto di forza del romanzo va ricercato nel meccanismo narrativo. L’autore si diverte a lanciare sulle pagine una serie di vicende e personaggi apparentemente distanti, che solo nel finale si incastreranno a perfezione, quale pezzi di un puzzle di complessa risoluzione.
     Eppure, quando tutto sembra comporsi, l’autore, da buon terrorista dei generi, lancia la bomba finale: la suadente voce del manichino (o sarebbe meglio dire, demone?) India, destinata ad echeggiare a lungo nella mente del lettore.

15 marzo 2017

“LE ROVINE IN ATTESA: LA SOLITUDINE DELL’ANTICO MANIERO”. LA RECENSIONE di GABRIELE LORIZIO

     Ricevo e pubblico molto volentieri una recensione del mio romanzo a cura dell’amico e scrittore Gabriele Lorizio. Nel ringraziarlo pubblicamente per i tanti ed interessanti spunti letterari e cinematografici, lascio a lui la parola.
 
LA SOLITUDINE DELL'ANTICO MANIERO
A cura di Gabriele Lorizio
     È un’opera fuori dal tempo, questo romanzo dal titolo che sa di un passato intriso di epicità. Come un antico rudere, scalfito dalla mano irriguardosa dei secoli, tuttavia in piedi, isolato, ricoperto da un’incolta vegetazione che tutto divora e nasconde, ma non spazza via, preservando in tal modo la propria sorte dal passaggio devastante della massa. Solo a leggerne distrattamente il titolo verrebbe da pensare che si tratti di un vecchio manoscritto seppellito da cumuli di polvere, magari  scovato per caso nella soffitta del casolare di campagna dei nonni, uno di quei libri della prima metà del Novecento che si credeva andato perduto. Ed anche il nome dell’autore, Alfonso, reca in sé qualcosa di remoto ed autorevole, rispetto ai vari Nicolas e Thomas, internazionali appellativi di cui il panorama italiano dei nomi di questi informi anni Duemila si va costellando e stravolgendo. Eppure non si tratta di un risalente volume della cantina dei nostri avi, nonostante gli indizi lo lascino presagire. Le rovine in attesa è un romanzo del 2015, fatica letteraria di un giovane avvocato poco più che trentenne ben inserito nelle alienanti e frenetiche dinamiche della vita moderna. Un libro che si discosta dalla più recente produzione della narrativa del XXI secolo, un’opera decisa a rivendicare una nicchia temporale novecentesca in questa era scarna di idee e di contenuti, in cui si predilige ricorrere ad espressioni povere e stilizzate a tutto detrimento della ricchezza della lingua italiana, martoriata dalle semplificazioni verbali ad uso e consumo degli internet addicted people (ecco che indulgo nell’utilizzo di anglicismi rubati al gergo dello homo mechanicus!). Riecheggiano nel romanzo del Cernelli - senza voler esprimere paragoni eccessivamente impegnativi per l’autore - le atmosfere delle opere di alcuni esponenti meridionali della letteratura del secolo passato, quali Vitaliano Brancati, Elio Vittorini, Ignazio Silone (ascrivibile quest’ultimo al novero degli scrittori del versante sud italico più per il retaggio socio-culturale che per la collocazione geografica), tanto per citarne alcuni. Innanzitutto, si può ravvisare una somiglianza con la narrativa appena descritta già nel tema trattato: la questione del Mezzogiorno. Non è un segreto, infatti, che il Cernelli, benché cresciuto a Roma e tutt’ora abitante ed operativo nella capitale, abbia un profondo legame con la sua terra d’origine, il Cilento, dove ritorna ogni qual volta gli è possibile per purificarsi dall’aggressiva e violenta esistenza urbana e andare ad immergersi nei più miti e pacifici tempi dell’anima paesani.
     La vicenda prende avvio in una biblioteca di teologia, dove il giovane giurista spiantato e demoralizzato, Erminio Narri, svolge la funzione di inserviente sotto lo sguardo austero e sprezzante di un dispotico direttore. Erminio detesta trascorrere le giornate tra gli scaffali colmi di opere a tema religioso, materia che non lo interessa minimamente. La sua vera passione, infatti, è il diritto, disciplina che non si stancherebbe mai di studiare. All’immobilismo in cui staziona la sua vita sembrerebbe dare uno scossone l’arrivo di una lettera, una preziosa e misteriosa missiva che potrebbe cambiare radicalmente l’esistenza del Narri. Il pezzo di carta su cui sono vergate le parole che mandano in fibrillazione Erminio, è trattato come un feticcio dall’aspirante giurista. Non fa altro che soppesare la lettera, sfiorarne la consistenza con i polpastrelli, elettrizzato al solo contatto. Licenziatosi dall’impiego in biblioteca, decide di salutare l’amico di sempre, Duilio Sollani, e di partire per l’ignota località in cui è atteso dal mittente della missiva. Un luogo imprecisato, distante una decina di ore di treno in direzione sud dalla città di provincia che Erminio si risolve ad abbandonare “… aveva scelto il treno delle nove di sera. Sarebbe arrivato la mattina successiva alle sette …”. Da queste parche e volutamente generiche indicazioni, sembrerebbe desumersi che il centro urbano in cui la storia ha origine sia situato presumibilmente al centro-nord della penisola, considerati i tempi di spostamento che l’autore descrive. Tutte supposizioni che non trovano alcuna conferma in quanto il Cernelli preferisce non fornire alcun dettaglio che possa agevolare il lettore nell’individuazione di una particolare cittadina. Nel corso del viaggio viene svelato finalmente il contenuto della lettera: si apprende che un certo Marchese Alberico Priviano, venuto a conoscenza della grande competenza di giurista del Narri, sia intenzionato ad offrire al giovane un prestigioso incarico “… per sbrigare alcuni affari segreti e di somma importanza …”. Giunto a destinazione, in un villaggio di sparute anime dimenticate da Dio, Erminio si trova al cospetto del palazzo del Marchese. Da quell’istante il giurista sarà catapultato in un’altra dimensione, dove i bistrattati disvalori della vita cittadina – l’isolamento, l’asprezza del territorio, l’assenza delle comodità – assurgeranno a valori, pregiato ed inestimabile tesoro. Iniziato ai segreti affari dal nobiluomo, Erminio lavorerà alacremente ad un progetto tanto assurdo quanto ambizioso, la cui realizzazione, ove avvenisse, consentirebbe ai due “… uomini del nostro rango …” di incidere i loro nomi nelle pagine della Storia.
     Senza voler anticipare altro al lettore – troppo già è stato svelato – che lo privi del piacere di scoprire da sé il prosieguo della vicenda, l’opera in esame offre degli interessanti spunti di riflessione, dialogando con alcune pietre miliari del patrimonio culturale nostrano. Al di là delle intenzioni dello scrittore cilentano (affiora la famosa domanda: che cosa avrà voluto dire l’autore con questo libro?), sembra quasi che Le rovine in attesa rappresentino l’altra faccia della medaglia de Il Gattopardo, ponendosi in profonda antitesi con l’opera di Tomasi di Lampedusa.
La lotta del Marchese Alberico Priviano all’atavica inerzia de Il Gattopardo.
     “Se vogliamo che rimanga tutto come è, bisogna che tutto cambi”. La famosa frase pronunciata dal Principe Fabrizio Salina nel celebre romanzo di Tomasi di Lampedusa rappresenta simbolicamente lo spirito dell’aristocrazia sicula nei confronti di ogni cambiamento sociale in cui l’isola si è imbattuta nel corso della storia. Fin dai tempi degli invasori greci, passando per gli arabi e i normanni, il popolo siciliano si è adattato ai dominatori senza modificare l’essenzialità del proprio carattere e delle proprie attitudini. Anche il mutamento apportato dal Risorgimento e dall’Unità d’Italia viene definito da Tomasi di Lampedusa– per bocca del Principe Salina – come l’ennesimo cambiamento vuoto di contenuti, un mero involucro di un atteggiamento stanco ed inerte, privo di iniziativa che contraddistingue la sicilianità orgogliosa e irremovibile. Secondo l’amara analisi di Tomasi di Lampedusa sembra non esserci spazio per un cambio di rotta, per un sovvertimento del nuovo ordine imposto dall’invasore della casata Savoia: la vecchia classe dirigente siciliana, tutta protesa a sopravvivere agli eventi che si abbattono sull’isola, non fa altro che asservirsi ai garibaldini e ai piemontesi, certa che sia questo l’unico modo per sperare che tutto resti come prima. La nobiltà del meridione che emerge da Il Gattopardo è una classe inerme, pigra e calcolatrice, senza alcun interesse per le questioni idealistiche che più appartengono ad una visione romantica della vita. Diversamente, agli antipodi, si pone la prospettiva del Marchese Priviano. Eroe romantico, idealista e sognatore, il nobiluomo non si è mai arreso alla decadenza del suo Mezzogiorno. “… Dopo il 1861, invece, è stata attuata una consapevole politica di depauperamento del Sud in favore del Nord, che ha determinato il divario attuale. Intere aree sono state spogliate, le industrie cancellate, i contadini illusi col miraggio della redistribuzione delle terre, che non è mai avvenuta. E soprattutto, gli illuminati conquistatori si sono alleati proprio con la parte più retriva della società meridionale, quella che ha visto confermati, anzi rafforzati, i suoi immutabili e vergognosi privilegi …”. Il Marchese dialoga con il Gattopardo ponendosi in contrasto con la posizione dell’aristocratico siciliano. Nel suo visionario ed ambizioso progetto, vagheggia una rivoluzione che conduca ad un Risorgimento inverso, una rinascita del Sud che è prima di tutto un ridestarsi culturale, mediante l’instaurazione di un ordine razionale, il “… regno del dover essere …”, in una parola, il diritto.
     L’altra pietra miliare, non letteraria, ma cinematografica che il romanzo evoca attraverso uno dei suoi personaggi minori più riusciti, è Il marchese del Grillo.
Fra Ruggero come Fra Bastiano de Il marchese del Grillo
     Tra i personaggi secondari dell’opera spicca la figura di Fra Ruggero, definito dal Marchese Priviano, suo fedele amico, come “… un personaggio particolare. Più che un sant’uomo è un buon diavolo, non si può pretendere troppo da lui …”. Il fraticello dai tratti briganteschi (si aggira ramingo, armato di tutto punto per i terreni più impervi del Marchese, usando un linguaggio e dei modi che si addicono più ad un bandito che ad un religioso) ricorda molto il Fra Bastiano della celebre pellicola di Mario Monicelli, Il marchese del Grillo. Chi non rammenta la famosa scena in cui, tra le rovine di Monterano, il frate brigante don Bastiano, dal pesante accento pugliese, lascia circolare, nelle campagne da lui dominate a suon di schioppettate, il marchese del Grillo (magistralmente interpretato da Alberto Sordi) il quale, sebbene in compagnia di un francese, invasore inviso al frate con la lupara, riesce ad evitare di essere bucherellato giustificandosi così? “… No, Bastiano … per me lui è un uomo, non francese … io so’ amico dell’omo, no der francese!!” Anche il primo accidentale incontro tra Erminio e Fra Ruggero, infatti, è contraddistinto dalla rudezza e dalle armi: “… Per la miseria, se non fossi frate dovrei confessarmi per questo! Ma dato che sono un umile servo di Dio, mi assolvo da solo. Segnati pure tu, che sei vivo per miracolo. Ho sparato anche per meno, pure a persone più innocenti di te!” Autoassoluzione che tanto evoca – seppur con i dovuti distinguo per l’insolenza grottescamente blasfema del linguaggio di don Bastiano – il tonante discorso del cinematografico frate pugliese prima di essere ghigliottinato. “… E voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi, a chinare la testa davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi, e chinate la testa davanti a uno che la testa non l'ha chinata mai, se non davanti a questo strummolo qua! Inginocchiatevi, forza! E fatevi il segno della croce! E ricordatevi che pure Nostro Signore Gesù Cristo è morto da infame, sul patibolo, che è diventato poi il simbolo della redenzione! Inginocchiatevi, tutti quanti! E segnatevi, avanti! E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo! E adesso, boia, mandami pure all'altro mondo, da quel Dio Onnipotente, Lui sì padrone del Cielo e della Terra, al quale – al posto dell'altra guancia – io porgo... tutta la capoccia!”. Chissà che il Cernelli non abbia voluto omaggiare il film, ormai diventato un cult, tratteggiando lo sgangherato fra Ruggero e strizzando così l’occhio al leggendario don Bastiano.
     L’opera del Cernelli si caratterizza per la cura di ogni particolare; minuziose appaiono le rappresentazioni dei luoghi, approfondite le descrizioni degli stati d’animo dei personaggi. Ma questo è evidente ed il lettore potrà bearsene semplicemente perdendosi nelle pagine dedicate ai paesaggi e all’introspezione, appunto. Nulla invece, come già anticipato in precedenza, viene riferito suoi nomi dei luoghi, che resteranno ignoti per tutta la narrazione. Gli unici nomi menzionati sono quelli dei personaggi.
I nomi
     Nella maggior parte dei casi i nomi scelti dall’autore per i suoi personaggi appaiono desueti, talvolta ricercati e ridondanti. Erminio, Duilio, Federigo, Alberico. Senza aver la pretesa di passarli tutti in rassegna, è curioso rilevare che il nome del Marchese, Alberico, provenga paradossalmente dalla tradizione nordica assumendo ora il significato di signore, re degli elfi (secondo la variante germanica) o di stregone dei nani (secondo la variante norrena). Nome che calza a pennello con il nobiluomo, il quale sebbene non di origini settentrionali, si comporta come il signore di creature misteriose, silenziose ed invisibili.
L’assenza di un rapporto con la tecnologia: l’incommensurabile valore di una lettera
     In ultimo non potrà sfuggire che il romanzo è privo di alcun riferimento alle moderne tecnologie: non si parla mai di telefoni cellulari, di internet o di qualsiasi altro supporto elettronico possa essere riconducibile alla contemporaneità. Si potrebbe semplicemente sostenere che la vicenda sia ambientata in un’epoca anteriore alla diffusione delle tecnologie di massa, magari nell’immediato dopoguerra, tutt’al più negli anni Sessanta. Forse è così. Sarebbe la soluzione più logica. Eppure a me piace credere che l’autore abbia voluto astenersi dall’introdurre elementi tecnologici non per conferire una particolare connotazione storica degli eventi narrati, ma, piuttosto perché abbia ritenuto il monstrum telematico come un enorme oggetto spersonalizzante, sprovvisto del “giusto” grado di poeticità e lirismo da cui l’opera è avvolta. Un ipotetico presente privo del retrogusto informatico che oggi pervade il mondo. Cosa ne sarebbe scaturito se l’autore, invece di prendere le mosse dalla misteriosa lettera attorno alla quale ruota tutta la storia, avesse sostituito alla missiva un carteggio elettronico, un contatto via social network?Probabilmente il romanzo avrebbe preso tutt’altra piega, o forse, non sarebbe mai nato. Quest’opera, edita nel futuristico 2015 (non a caso anno in cui fu ambientato il secondo capitolo della saga di Ritorno al Futuro), ha tra i tanti, un particolare pregio: quello di essere scritto da un giovane uomo del XXI secolo che non teme di sporcarsi con il calamaio e l’inchiostro, perché consapevole di quanto fascino possa celarsi dietro una cara vecchia lettera affrancata.

5 marzo 2017

LA STRADA PER LA REDENZIONE: IL "LIVE 1974" DEL BIGLIETTO PER L'INFERNO

     Ho un rapporto controverso con i dischi dal vivo; dopo averne acquistati un buon numero (compresi titoli improbabili, come un live degli Sham69), col tempo ho quasi finito per non comprarne più. Le ragioni di questa scelta vanno rintracciate nella qualità non sempre eccelsa del suono e nella preferenza per i dischi di studio, che presentano una struttura più coerente ed unitaria.
     Il Live 1974 del Biglietto per l’inferno, pubblicato dalla benemerita Btf, è però uno di quei titoli irrinunciabili, da possedere senza indugi. Lo acquistai perché attratto dal luciferino nome del gruppo e dal memorabile ed evocativo scatto di copertina. Le note del libretto tracciano le coordinate essenziali: «registrato dal vivo a Lecco il 9 maggio del 1974 durante il tour con gli UFO, probabilmente con un registratore a nastro e poi copiato su audiocassetta». Una registrazione amatoriale, a tratti imperfetta e proprio per questo ricca di seduzione. Il buon lavoro di editing, fatto a distanza di trent’anni dal concerto, ha migliorato l’ascolto mantenendo inalterati il fascino e l’atmosfera.     
     Il gruppo propone dal vivo il primo album per intero, oltre ad una versione strumentale de Il tempo della semina. La formazione è quella classica: Claudio Canali (voce, flauto e flicorno baritono), Fausto Branchini (basso), Mauro Gnecchi (batteria), Marco Mainetti (chitarra elettrica), Giuseppe “Baffo” Banfi (Mini-Moog e Gem organ) e Giuseppe “Pilly” Cossa (organo Hammond e piano). Il prog proposto dal Biglietto è assai articolato e non è facile inscatolarlo entro correnti definite: il suono spazia dalle aperture sinfoniche di alcune formazioni nostrane alle cavalcate hard-rock di certi gruppi albionici, come gli Uriah Heep. Senza voler fare sterili confronti, si può certamente affermare che il Biglietto ha rappresentato un episodio isolato nel panorama nazionale del prog, grazie ad un’impronta marcatamente “dura” ma impreziosita dall’uso non intrusivo di fiati e tastiere, e alla scrittura di testi coraggiosi, eretici, senza compromessi. Un altro elemento centrale nella loro proposta era il carisma del cantante, quel Claudio Canali che ha trovato una risposta alle domande della vita soltanto nel silenzio di un eremo. Credo che Canali, per voce e presenza scenica, si collochi al terzo posto di un immaginario podio di vocalist prog italiani, subito dopo Demetrio Stratos e Francesco Di Giacomo.
     Rispetto al lavoro in studio, il live presenta un suono più cupo e corposo, dimostrando al meglio lo straordinario affiatamento della band. Claudio Canali sfoggia una vera grinta da animale da palco, giganteggiando tra urla e sussurri, preghiere ed imprecazioni (si ascolti la sanguigna versione de Una strana regina), il tutto condito da lunghi interventi di flauto e flicorno. La sezione ritmica e la chitarra fanno egregiamente il loro dovere, ma il pezzo forte sono i formidabili intrecci dei due tastieristi.
     Apre Il tempo della semina, in una versione solo strumentale e più breve di quella che apparirà nel secondo album, pubblicato dopo lo scioglimento del gruppo. Le altre tracce appartengono tutte al primo omonimo lavoro, a partire dall’iniziale Ansia, in cui moog e chitarra fraseggiano, disegnando atmosfere ipnotiche. La successiva Confessione è il brano più celebre del Biglietto, dai toni decisamente hard, grazie ad una chitarra sopra le righe. Forte la polemica contro la Chiesa e l’ipocrisia del potere, con un testo tra i meglio riusciti del nostro rock: «Ascoltami frate, non so se ho peccato, / ho ucciso un bastardo che avrebbe voluto / coprire coi soldi il suo sporco passato, / cercando così di beffare il suo fato». Le successive Una strana regina e Il nevare alzano ancora il livello. La prima è costruita sopra un’alternanza di momenti hard, sostenuti dalla chitarra, e fasi più dilatate grazie alle tastiere in evidenza. Il nevare è un pezzo di pura poesia rock, con immagini lugubri e diafane che si sciolgono nel finale da brividi. L’amico suicida conclude il concerto: quattordici minuti che non conoscono neppure un istante di stasi. Tiratissima dall’inizio alla fine, la coraggiosa canzone affronta senza patetismi il tema del suicidio.
     Il Live 1974 del Biglietto per l’inferno è un documento prezioso, fortunatamente riemerso dalle nebbie del passato. Perdere il nastro sarebbe stato un sacrilegio: se il disco in studio lascia intuire le potenzialità del gruppo, ascoltare il concerto rende davvero l’idea di cosa fossero capaci di fare Canali & soci. Il Biglietto era un gruppo potente, forse più ancora del Rovescio della medaglia, ma soprattutto ispirato ed originale. Le canzoni, pur entro una cornice prog, non hanno il sapore stantio di certi lavori del periodo, ma possiedono una straordinaria contemporaneità. Parlano del marcio del mondo, della corruzione del potere e degli animi, di depressione e suicidio, del male di vivere allietato dalla «gioia pura di un semplice nevare». E forse era nei live che questi fantasmi prendevano al meglio forma e sostanza. Ascoltare per credere. 

21 febbraio 2017

LA NOTTE A CUI NON SEGUE L'ALBA: "UNKNOWN PLEASURES"

     Impossibile dire qualcosa di originale o diverso su Unknown pleasures, considerato un caposaldo della storia del rock, nonché una delle opere che più sono state in grado di influenzare la produzione successiva. I Joy Division sono stati il necessario anello di congiunzione tra il punk e la new wave, spediti in prima linea ad esplorare quella che era ancora una terra di nessuno. Si può parlare di post-punk o di dark, ma ascoltare il disco significa prima di tutto calarsi nella mente e nelle ossessioni di Ian Curtis, scandagliare le pieghe di una notte del cuore che non vedrà mai l’alba. Se dunque è vero che ci troviamo di fronte ad un lavoro di squadra, esaltato da un’attenta ed incisiva produzione, è altresì indubitabile che Curtis ne è il protagonista assoluto, con la sua voce distante e spettrale e un’interpretazione lucida e disarmante. Angoscia e male di vivere traspaiono da ognuna delle dieci tracce, che abbiano l’andamento funebre di Day of the lords o l’incedere nervoso di Disorder. Bernard Sumner alla chitarra, Peter Hook al basso e Stephen Morris alla batteria danno corpo a questi fantasmi.
     Già dai primi solchi, una cappa plumbea ed ipnotica cala sull’ascoltatore. Unknown pleasures traccia i canoni di un’estetica cupa, in divenire, che si carica di connotazioni introspettive grazie ad una costruzione dei pezzi tale da non potere essere slegata dall’interpretazione. L’unico vero cantore catacombale non può che essere Curtis; le canzoni sono la sincera espressione di uno spirito martoriato da un’angoscia che trovava la sua causa nel vivere e l’unica consolazione nell’attesa della fine.
     Celebre l’immagine di copertina, curata dal grafico Peter Saville, che rappresenta le vibrazioni elettromagnetiche prodotte da una pulsar; nella sua alternanza ossessiva di bianco e nero introduce le atmosfere dell’album. Fondamentali le intuizioni del produttore Martin Hannett, che ha inciso profondamente sulle canzoni, trasformandole in pezzi più lenti, cadenzati ed ossessivi; ed è stato proprio questo lavoro di produzione ad aver reso immortale il disco, operando una netta cesura rispetto a quanto era stato scritto e suonato fino a quel momento.
     Le due facciate hanno i curiosi nomi di inside ed outside, dentro e fuori le quattro mura in cui Curtis coltivava il suo dolore. Il disco si apre con l’inconfondibile ritmo di Disorder. Basso e chitarra si rincorrono sopra una base ritmica dettata da una batteria ovattata, quasi elettronica; è una canzone sulla perdita di senso e sull’incapacità di comunicare. Ian Curtis lo rivela subito nei primi versi, sta cercando una guida che lo prenda per mano e lo aiuti a provare le sensazioni di un uomo normale; ma questo non è possibile, perché «I've got the spirit, lose the feeling» (ho l’anima, ma ho perso il sentimento; sono vivo, ma ho perso la voglia di emozionarmi). Il lamento diventa funereo e strisciante nella successiva Day of the lords, dove una chitarra tagliente lacera lo spazio e regge le sorti di un mondo in sfacelo, su cui si staglia una voce che assume i toni del sermone. Ancora una volta sono l’incomunicabilità e la diversità le fonti del male di vivere: «There’s no room for the weak», canta amaramente. La facciata si chiude con due capolavori. Un basso possente e bordate di chitarra elettrica, che disegnano melodie ipnotiche, caratterizzano Insight, in cui persino i sogni alzano bandiera di resa. Spettacolari i versi iniziali: «Guess you dreams always end. / They don't rise up, just descend. / But I don't care anymore, / I've lost the will to want more. / I'm not afraid not at all, / I watch them all as they fall, / but I remember when we were young». Chiude la prima facciata un’altra traccia memorabile, quella New dawn fades in cui Curtis parla dei suoi tentativi di cambiare, destinati ad infrangersi perché, quando il nemico si annida nel proprio animo («It was me, waiting for me»), non è possibile sfuggire. Allora non resta che intraprendere l’unica strada possibile, sebbene tutti sconsiglino di farlo: «A loaded gun won’t set you free, so you say».
     Il secondo lato si apre con She’s lost control, un classico del repertorio; ritmo serrato e senza respiro, per raccontare la dolorosa vicenda di un’amica di Ian, morta a seguito di una crisi epilettica. Anche il cantante ha paura di perdere il controllo e l’amara cantilena finisce per diventare un triste presagio. Altri due brani di forte impatto, che richiamano le origini punk del gruppo, sono Shadowplay e Interzone. La prima racconta l’impossibilità di trovare nell’amore una strada per affrontare il dolore del mondo. In Interzone, Curtis, quasi conscio della fine, dà sfogo a tutte le visioni della sua mente e conduce l’ascoltatore in un gorgo di visioni apocalittiche senza speranza. I remember nothing, della durata di sei minuti che si dilatano in una lenta agonia, chiude l’album. Ian è ingabbiato nel suo mondo ed è incapace di uscirne: «Me in my own world […] we were strangers», ammette con un celato rimpianto. Con questo pezzo, i Joy Division suggellano un capolavoro e rendono permanente quella notte del cuore che tutti abbiamo provato almeno una volta nel corso della nostra esistenza.
Joy division - Unknown pleasures: un'icona senza tempo