20 febbraio 2018

Il piccolo e magro professore di diritto: vita vera e poesia

     C’è una poesia di Emilio Praga (1839-1875) che costituisce un passaggio atipico nella sua produzione: Il professor di greco. Praga è noto per essere stato il principale tra i lirici della Scapigliatura, nonché “il Baudelaire italiano” per la vita dissoluta e il contenuto provocatorio delle sue opere. Il professor di greco è invece una lirica di impianto tradizionale, che racconta un episodio vero ed intimo.
     Praga, che è stato anche un affermato pittore, nella poesia racconta di quando si è presentato alla porta del suo studiolo il «lungo e magro professor di greco» delle tediose giornate di scuola, quelle che il poeta avrebbe preferito passare tra «le dolci aure dei campi», anziché in un’aula polverosa. La vista del professore rievoca il ricordo delle noiose lezioni e della buia prigione che era stata la scuola. La reazione immediata è quindi di odio, che Praga non esita a dimostrare, rivolgendo al docente uno sguardo «torvo e bieco».
     Ma il tempo non è trascorso invano; dopo la prima diffidenza, il poeta scopre l’uomo dietro il professore. Colui che aveva sempre considerato un nemico da combattere, gli si rivela qual è, un «uom, già in uggia tanto, incanutito e sofferente e stanco». Si compie allora un vero e proprio miracolo: il professore si guarda intorno, ammira le tele che costellano la stanza ed elogia l’ex studente ribelle, diventato un affermato pittore. La confidenza che nasce tra i due è il colpo decisivo che annienta i passati rancori. Il vecchio docente, «desto ai primi ardenti affetti», paragona la sua misera vita, fatta di giorni sempre uguali, all’esistenza errabonda ed avventurosa dell’allievo, non nascondendo una punta di invidia. Lo studente indisciplinato ha visitato il mondo, mentre l’inflessibile professore, onusto solo del peso della scuola e della famiglia, non ha mai vissuto pienamente.
     Il finale è commovente, senza indulgere nel patetismo. Praga, che forse non è riuscito a manifestare al professore ciò che ha realmente provato, esorta i suoi versi ad uscire dallo studiolo, a seguire il vecchio per la strada, rincuorandolo che «col greco è svanita ogni rancura». Rimasto solo, il poeta si lascia andare ad un pianto liberatorio, pensando forse al tempo passato e al triste destino di un uomo buono e comprensivo, che il crudele gioco di ruoli della scuola gli aveva fatto considerare un nemico.
     Si dice che la poesia sia tanto più vera quanto più trovi rispondenza nella vita reale. Qualche tempo fa ne ho avuto la prova, quando alla fermata dell’autobus ho incontrato il mio vecchio professore di Istituzioni di Diritto Pubblico all’università. Negli anni dell’insegnamento era noto per la rettitudine morale, ma soprattutto era assai severo e temuto, anche per via dell'aspetto austero. Il solo pensiero di dover affrontare l’esame con lui terrorizzava noi studenti; dato l’alto livello delle sue lezioni, infatti, il professore esigeva una preparazione eccellente, oltre che una proprietà di linguaggio che molti ragazzi del primo anno non possedevano. Ecco perché questo professore rappresentava per noi la quintessenza dell’inflessibilità.
     Alla fermata dell’autobus, invece, mi è sembrato subito un uomo diverso. Oramai in pensione, minuto, incanutito e con il passo appesantito dagli anni, mi ha provocato una strana sensazione di rispetto mista a tenerezza. Allora mi sono avvicinato e presentato; lui ovviamente non poteva ricordarsi di me, ma è stato comunque felice di rammentare i giorni dell’insegnamento. Come il professore di greco, anche il professore di diritto mi ha enumerato i suoi acciacchi, confidandomi che «la testa non è più quella di una volta». Sono bastati pochi minuti per rovesciare completamente il mio giudizio. Ho visto di fronte l’uomo, al di là del professore, e tutto il passato risentimento si è trasformato in rispetto. Ecco, in quei pochi minuti anche io mi sono sentito un po’ Emilio Praga.

Il lungo e magro professor di greco,
che quasi odiar mi fece il divo Omero,
fu stamane a vedermi al mio studietto.
La tavolozza mia si tinse a nero,
e io lasciando i pennelli con dispetto
il guatai torvo e bieco.
Ché all’entrar suo mi rientrò nel core
tutta la noia dei passati inciampi,
quando fanciullo pallido e sparuto
alle dolci anelavo aure dei campi,
e avrei pei gioghi del Sempion venduto
e Troia e il suo cantore.
Ma poi ch’io vidi l’uom, già in uggia tanto,
incanutito e sofferente e stanco,
l’antica bile mi fuggì dal petto,
e fissai mestamente il suo crin bianco;
egli abbracciommi coll’usato affetto
e mi sedette accanto.
Poi mi narrò de’ suoi lunghi malanni
e delle pene della famigliuola;
sentirsi affranto e avvelenato ormai
dall’afa sempre uguale della scuola,
che fin gli toglie il ricrearsi ai rai
del sole agli ultimi anni.
Indi guardando con occhio d’amore
la stanza piena di festa e di luce,
e le sparse mie tele e gli abbozzetti,
da cui la lieta fantasia traluce,
parea, che desto ai primi ardenti affetti,
chiusi non morti in core,
volesse dirmi: "Oh quanti nuovi lidi,
quanta stesa di cieli e di marine,
tu vedesti, e pur giovane sei tanto!
Ed io? Dei grami dì già presso al fine
che mai conosco di sì vago incanto?
Nulla, mai nulla io vidi!
Talor fra l’aure aperte e la verzura
la mia stanca vecchiezza si riposa,
quand’esco coi figliuoli alla campagna;
ma quell’ora di pace, ahi come vola!
Qual tristezza maggior non m’accompagna
poi fra le chiuse mura!"
Povero vecchio! Ed io fui crudo tanto
da attristargli la già misera vita?
Sù, versi miei, seguitelo per via,
ditegli voi, che col greco è svanita
ogni rancura, e che quand’egli uscia
dalla mia stanza, ho pianto!

Emilio Praga (primo a sinistra) con altri scapigliati (fonte Wikipedia)

6 febbraio 2018

Gli esoterici della new wave: "Fiction" dei Comsat Angels

     Nel sottobosco della new wave in terra d’Albione troppi erano gli orfani del punk: formazioni più o meno note, talentuose o da dimenticare, con un’attitudine dark o votate all’elettronica. In parole povere, un mare in cui è difficile orientarsi. In quel di Sheffield si muovevano i Comsat Angels di Stephen Fellows (voce e chitarra), Mik Glaisher (batteria), Kevin Bacon (basso) e Andy Peake (tastiere). Esordirono nel 1980 con il sorprendente Waiting for a miracle, seguito a ruota dal claustrofobico Sleep no more (1981) e da Fiction (1982), dall’attitudine meno oscura. Album tutti pubblicati dalla Polydor, segno del credito di cui godeva la band.
     I Comsat Angels, che avevano preso il nome da un racconto di fantascienza (edito in Italia nella collana Urania), volevano affermare un suono diverso dagli altri gruppi della medesima corrente. Meno cupi dei Joy Division, meno elettrici dei The Sound, proponevano atmosfere dilatate, di stampo quasi psichedelico. Il terzo LP, intitolato Fiction, chiude il loro periodo migliore. Registrato nei mesi di maggio e giugno del 1982, è stato, per ammissione dello stesso Fellows, un lavoro meno meditato dei precedenti, a causa della stanchezza accumulata dopo lunghi ed estenuanti concerti. Cupezza, malinconia e attitudine new romantic sono i tratti principali del disco, che si dipana in canzoni non sempre di facile presa. Bandita la rabbia, predomina l’inquietudine.
     Si ascolti la prima traccia, After the rain. Strumentazione ridotta all’osso, poche note di tastiera ripetute all’infinito, a dare l’idea della pioggia che cade. Una canzone-gioiello, che immerge l'ascoltatore in un’atmosfera soffusa di campi nebbiosi bagnati dall’inverno. Quasi un intermezzo la successiva Zinger, che lascia spazio alla meravigliosa Now I know. Qui i nostri si cimentano nella più classica delle ballate darkwave: il basso a reggere le fila del discorso, echi lancinanti di tastiere provenienti da altri mondi e chitarre a tentare di forzare uno scenario altrimenti desolante. Un pezzo suggestivo, forse l’apice dell’album. Segue Not a word, il brano più elettrico della facciata, dall’incedere post-punk; è un’atipica canzone d’amore, dedicata alla «strangest girl I have ever known». Ju ju money chiude la facciata con un’invettiva contro il dio denaro riuscita solo a metà.
     Il lato B è aperto da More, che riprende l’essenzialità di After the rain, con una batteria incalzante e la voce di Fellows a raccontarci quanto siano effimeri i sogni: «more things than you’ve time for / more dreams than you can use / they fill up all the sky / and fall into your eyes». Si torna a viaggiare alti con Pictures, soffusa canzone che si esalta in un ritornello di strisciante malinconia. Purtroppo la chiusura del disco non è all'altezza del resto: Birdman è un mero riempitivo senza un’idea portante, mentre Don’t look now e What else!? non lasciano traccia nella memoria. È proprio nella chiusura che si sentono la stanchezza e la carenza di idee di cui parlava Fellows.
     Dimenticato dai più, è un album tutto sommato buono, con almeno quattro gemme da ricordare. Qualche caduta di tono, ma i Comsat Angels si confermano un gruppo con una propria identità, al di là dell’inquadramento in un genere. Il vinile è reperibile a prezzi contenuti, ma il disco è stato ristampato anche in cd. Due parole sulla grafica: copertina semplice ma d’impatto con schegge vaganti di colori e, nella busta interna, una simpatica foto del gruppo che non si prende troppo sul serio.
La band nella busta interna del vinile
La copertina di Fiction

25 gennaio 2018

"Io, Daniel Blake" sono un uomo, non un numero

     Ancora prima di guardare un film di Ken Loach si può star certi che ritroveremo una parte di noi. Il regista inglese è da sempre il cantore della contemporaneità cruda e priva di poesia, raccontata attraverso uno stile asciutto, quasi documentaristico, che lascia allo spettatore ogni giudizio. Anche Io, Daniel Blake è un film di impegno civile e denuncia, ma ancora una volta Loach non fa propaganda, non si nasconde dietro il colore di una bandiera, ma sbatte in faccia i fatti così come sono, senza amplificarli o edulcorarli, lasciando che il messaggio passi da solo. Emblematica in tal senso la scelta di attori esordienti e non professionisti. Il film è stato premiato dalla critica, ottenendo diversi riconoscimenti nazionali ed internazionali, tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes 2016.
     Daniel Blake è un sessantenne che ha un solo desiderio: vedere riconosciuti i propri diritti ed essere trattato come uomo e non come numero. Rimasto vedovo dopo la morte della moglie, continua a svolgere la professione di carpentiere finché un infarto non lo obbliga al riposo forzato. È dunque costretto a rivolgersi agli istituti di previdenza sociale per avere un sostentamento economico, scontrandosi per la prima volta con il muro di gomma della burocrazia. Loach racconta il gioco kafkiano del paradosso: Daniel non può lavorare, ma deve fingere di cercare un lavoro per ottenere il sussidio di disoccupazione; al tempo stesso, però, non può farsi assumere, per non perdere la possibilità di vedersi riconosciuta l'indennità di malattia. La pellicola ruota intorno a questo contrasto: è evidente a tutti che Daniel ha diritto ad un sussidio, ma la burocrazia è sorda ai suoi bisogni e rigetta le sue legittime domande per ogni cavillo. Parole come “protocollo”, “ricorso” e “procedura” finiscono per avere la meglio sulle necessità umane. In attesa di ricevere un sussidio che sembra non arrivare mai, Daniel scivola lentamente nel bisogno. L’inedita condizione di “povero” gli fa conoscere Katie, una ragazza madre vittima a sua volta delle aberrazioni della pubblica amministrazione. Pur di non perdere un alloggio popolare, Katie è stata costretta ad accettarlo a centinaia di chilometri di distanza dalla propria città natale. Si ritrova così sola e senza lavoro in una periferia ostile dove non conosce nessuno. Tra Daniel e Katie nasce un’insolita amicizia fatta di sostegno reciproco, l’unica luce di speranza di tutta la pellicola.
     Quella di Daniel e Katie è dunque la tragedia dell’uomo comune schiacciato da un’amministrazione pubblica che non comprende le sue necessità, diventando nemica del cittadino che dovrebbe tutelare. Il tema non è nuovo nella letteratura e nel cinema, ma Loach vuole raccontare la stretta attualità di una classe media sempre più impoverita, ridotta al collasso da una crisi che ha aumentato il divario ricchi e (sempre più) poveri. Daniel Blake non è un ultimo o un disadattato: ha una casa, una vita tranquilla e un lavoro. La malattia e la burocrazia lo costringono però a vendere il mobilio pur di andare avanti. Allo stesso modo, Katie non viene dalla miseria: quando però è costretta a lasciare Londra perché le è stato assegnato un alloggio popolare a Newcastle, il suo mondo di certezze si sgretola, riducendola alla fame.  
     «Questa è la situazione della civile Inghilterra e più in generale della civile Europa» ha affermato il regista in un’intervista. In effetti, il film non è solo il racconto della fine del welfare state, ma l’impietosa radiografia di un tradimento, quello che lo Stato ha consumato a danno dei propri cittadini. Ken Loach si dimostra ancora una volta vincente, perché il film coinvolge e fa arrabbiare, per poi commuovere fino alle lacrime. Il messaggio passa forte e chiaro: non siamo numeri e neppure utenti o cittadini di Sua Maestà, ma prima di tutto uomini e donne. La soluzione non è però fare la rivoluzione; lo stesso Daniel, cittadino modello, si ritrova suo malgrado rivoluzionario, ma senza alcun beneficio pratico. L’unica soluzione è il vincolo della solidarietà umana, un legame tra simili che nasce dal bisogno, per poi trasformarsi in un nuovo umanesimo. Serve un pensiero che metta al centro l’uomo e le sue necessità, sembra dirci Ken Loach. Ma un pensiero non è sufficiente, deve diventare pratica concreta, in primis dei Governi europei.
«Non sono un consumatore, né un utente, né un cliente, non sono un lavativo, né un parassita, né un mendicante, né un ladro. Non sono un numero di previdenza sociale o un puntino su uno schermo. […] Non accetto e non chiedo elemosina. Mi chiamo Daniel Blake, sono un uomo, non un cane. Come tale, esigo i miei diritti, esigo di essere trattato con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino; niente di più, niente di meno.»
(estratto della lettera di Daniel Blake all'Istituto di previdenza sociale)
La locandina italiana del film

13 gennaio 2018

In memoria di Pat Di Nizio: gli anni verdi di "Green thoughts"

     Pat Di Nizio (1955 – 2017) se n’è andato troppo presto, a dicembre, a causa dei tanti problemi di salute che lo tormentavano da anni. Era il cantante, chitarrista e leader degli Smithereens, formazione power pop che avevo scoperto da poco, ma che era riuscita subito a conquistarmi. Come avevo scritto in un precedente articolo, si tratta di un gruppo di piccolo culto, che ha continuato per oltre trent’anni a girare in tour nella formazione originaria composta da Pat Di Nizio (voce e chitarra), Jim Babjak (chitarra), Dennis Diken (batteria) e Mike Mesaros (basso). Il Dizionario del pop-rock di Tonti e Gentile ricorda che gli Smithereens, «da cover band con un amore particolare per il beat inglese e il R’n’R classico americano», sono poi diventati uno dei principali gruppi di power pop, sfornando una serie impressionante di validi singoli, come Behind the wall of sleep, Blood and roses, Strangers when we meet, Lonely room, House we used to live in, Drown in my own tears e altri. Da ricordare specialmente i primi lavori: l’EP di esordio Beauty and sadness (1983), Especially for you (1985) e Green thoughts (1988).
     Qualche giorno fa, accingendomi a scrivere la recensione di Green thoughts, sono venuto a conoscenza della triste notizia. Ci sono rimasto male, perché l’italoamericano Pat riusciva a farsi volere bene anche attraverso un video su YouTube, oppure sbirciando le foto degli Smithereens negli archivi on line. Aveva una voce profonda, un talento nello scrivere canzoni apparentemente “facili” ma di impatto emotivo e, soprattutto, un atteggiamento un po’ schivo da antidivo, che lo rendeva simpatico, diverso da tanti artisti boriosi che calpestano i palcoscenici. Mi sarebbe piaciuto intervistarlo e stavo cercando un suo contatto per poterlo fare. Purtroppo non è stato possibile; questa breve recensione vuole essere il mio saluto.
     Green thoughts, secondo LP del quartetto, venne pubblicato nel 1988 dalla Enigma records. La veste grafica lascia a desiderare: la copertina è anonima e riproduce uno sfondo urbano con due figure umane appena accennate. Il retro riporta i crediti ed una bella fotografia della band, che avrebbe figurato meglio in copertina.
     Se quel che conta davvero, però, è la musica, allora Green thoughts è un disco valido. Già dai primi solchi si sente la vera passione di Di Nizio e soci: i Beatles. Molti brani risentono della matrice della band di Liverpool, sia pure filtrata attraverso una sensibilità contemporanea, magari con qualche riff d’impatto. Si tratta di un onestissimo disco di power pop, anzi di puro pop chitarristico, grazie all’egregio lavoro di Di Nizio e Babjak. La formazione è quanto mai affiatata e sforna almeno tre singoli radiofonici da urlo: House we used to live in, Only a memory e Drowing in my own tears. Niente di spettacolare, sia chiaro, ma tanto mestiere e sincera passione. Possono piacere o meno, ma sono tre gioielli pop perfetti nella solida struttura strofa-ritornello-strofa, arricchiti dalla bella voce di Di Nizio.
     Il disco scorre sulla medesima falsariga, senza cadute di stile: non vi sono canzoni più brutte delle altre, non si conta nessun passo falso. Gli Smithereens si affidano a due grandi doti: perizia tecnica e ammirevole pervicacia ideologica. Sanno qual è la loro strada e non sono disposti a cambiarla; ne escono fuori pezzi mai banali, come la tenera ballata Especially for you, l’elettrica Elaine e la ritmata Spellbound. Con Green thoughts gli Smithereens ci hanno insegnato che la musica può anche essere divertente e disimpegnata, senza per questo essere superficiale. Cosa volere di più da un disco pop?
Grazie Pat, ci mancherai.
 La copertina di Green thoughts
Una foto recente di Pat Di Nizio

3 gennaio 2018

"From the lions mouth" dei The Sound: Borland nella gabbia dei leoni

     Parlare dei The Sound significa inevitabilmente tirare fuori la solita favola triste della band sfortunata, ignorata all’epoca e riscoperta postuma, che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato. Facile allora inquadrare il gruppo tra i grandi sconosciuti, fino ad elevarlo tra i migliori in assoluto, come pure fanno alcuni. Più semplicemente, nella musica come nell’arte in generale, la fama non sempre arride ai più bravi ed è spesso una questione di contingenze. Come ho scritto in un precedente articolo, rimane certamente un mistero la ragione per cui certi validi gruppi siano destinati a non lasciare alcuna traccia nella memoria musicale collettiva, mentre invece tanti musicisti non propriamente all’altezza siano invece passati ai posteri e abbiano goduto del beneficio di vedere i propri dischi ristampati in continuazione. Indagare questo mistero non avrebbe senso, né è possibile trovare una soluzione. È allora sufficiente affermare che i The Sound sono stati un grande gruppo di piccolo culto. E non è poco.
     Adrian Borland, ragazzo dall’espressione sorniona e dagli occhi spenti, ne era il fondatore e leader. Nell’aspetto non rispecchiava i canoni classici della rockstar ma, al pari di molti e più famosi di lui, era affetto da un incurabile male di vivere, che l'ha portato a morire suicida sotto un treno a soli 42 anni, il 26 aprile del 1999. «Un figlio amato e un talentuoso cantautore e chitarrista», recita il suo epitaffio. The Sound è stata la sua creatura. Il gruppo, inquadrabile nell’area del post punk – new wave, ha pubblicato cinque dischi in studio tra il 1980 e il 1987 prima di sciogliersi, oltre ad una manciata di live. Sembrerebbe che proprio le crisi depressive del leader, oltre agli scarsi riscontri commerciali, siano state le cause principali dello scioglimento, avvenuto nel 1988. Una storia che ricorda in parte quella dei coevi ed universalmente noti Joy Division. Completavano la formazione Graham Green al basso, Colvin “Max” Mayers alle tastiere e l’occhialuto Mike Dudley alla batteria. Per chi volesse vederli dal vivo, consiglio questa splendida testimonianza su You Tube.
     From the lions mouth è il loro secondo album (1981), che segue di un anno l’esordio di Jeopardy, sempre per la Korova Records. Mentre il loro primo disco è intriso dei sapori del punk morente, From the lions mouth si avvicina invece alla new wave, risultando un deciso passo in avanti e, al tempo stesso, un disco ancora fresco a distanza di trentasei anni. La 1972 Label, casa discografica americana, ne ha curato una recente ristampa in vinile, che riporta anche i cupi testi ed una fotografia del gruppo. Suggestiva la copertina, che riproduce un famoso dipinto del pittore inglese Briton Riviere, intitolato “Daniele nella fossa dei leoni”. Viene dunque da chiedersi quali fossero questi leoni da cui Adrian Borland si sentiva oppresso: potrebbero essere i vincoli imposti dalla società, o più semplicemente le spire soffocanti del sentimento in perenne contrasto con la volontà.
     È un disco che si esalta nei felici ricami delle tastiere, che si intrecciano in continuazione con i riff selvaggi della chitarra di Borland; onnipresente il basso, che disegna la strada maestra dalla prima all’ultima traccia. Si apre con l’inconfondibile giro di basso di Winning, a cui dopo pochi secondi si aggiunge il ripetitivo e psichedelico tappeto delle tastiere. A sorpresa, la canzone parla di riscatto, della capacità di liberarsi dalle catene e di ripartire quando si è toccato il fondo: «I was going to drown, then I started swimming. / I was going down, then I started winning». Segue la corposa Sense of purpose, atipica canzone d’amore in cui Borland chiede ad una lei (o forse a se stesso) di cercare un nuovo senso all’irrequietezza quotidiana. Ancora una volta sono le tastiere e il basso a dominare la scena, sovrastati nel finale da un assolo di chitarra. Contact the fact si avvale invece di un felice ritornello, per poi dilatarsi in una coda strumentale che rappresenta uno dei momenti più felici dell’album. La successiva Skeletons è invece un classico brano dark-wave, sostenuto dal basso e con un testo cupo; nel finale la voce di Borland si smarrisce in suoni appena udibili, mentre la musica si frammenta in schegge impazzite. Chiude la facciata la complessa Judgement, in cui il mostro assume il volto silenzioso ed immoto di Dio («he’s so still, silent, motionless»), visto nella sua veste di sommo ed implacabile giudice. Anche qui la coda strumentale è qualcosa di spettacolare: un meraviglioso amplesso di chitarra e tastiere, come una scala che in poco meno di un minuto lambisce il paradiso e ricade a terra.
     Il lato B non conosce cali d’ispirazione. Fatal flaw è una canzone sull’incapacità di amare: «sense of distance when you stand close to me / I’ve a strange disappearance […] / you can’t reach me anymore». La duplice natura dell’animo umano è il tema centrale anche della successiva Possession, con un basso che pompa a livelli altissimi e la voce di Borland che si alza di intensità e di volume. Spinge invece sull’acceleratore The fire, la mia preferita; questo è punk, signore e signori, forse un po’ ammansito dalle tastiere, ma che nel finale esplode in un assolo chitarristico incendiario. Silent air è invece un riuscito intermezzo di dolce malinconia alla U2, che lascia il passo alla conclusiva New dark age. L’ovvio, inevitabile punto di riferimento per questo brano sono i Joy Division; ed in effetti il pessimismo non lascia scampo, perché Borland ci porta per mano in un universo post-atomico, dove di umano è rimasto poco e ciò che rimane si prepara all’avvento di una “nuova età oscura”. La voce di Adrian galleggia sopra rimasugli dilatati di batteria e basso, fino ad un finale incisivo e sorprendente, con la chitarra a spingere come a voler uscire fuori da questa new dark age.
     Dovessi partire domattina per un’isola deserta e avessi la possibilità di portarmi una manciata di dischi, From the lions mouth non potrebbe mancare. Ascoltare per credere.

24 dicembre 2017

"La casa in collina" di Cesare Pavese: la Resistenza degli inerti

     Ci sono momenti storici che impongono una scelta. Ci sono contingenze che richiedono a ciascun cittadino di schierarsi, di prendere una decisione che travalichi la dinamica puramente intima e ideale, per divenire concreta partecipazione alla costruzione di un nuovo mondo, oppure alla preservazione del vecchio. L’otto settembre del 1943 ha rappresentato per l’Italia uno di questi momenti chiave, forse l’ultimo e il più drammatico. Sotto i cieli foschi della guerra civile, i cittadini furono chiamati a scegliere quale parte servire. In tali frangenti, più che la scelta sbagliata, fanno paura l’inerzia e l’indecisione.
     Corrado, il protagonista de La casa in collina, è professore di scienze naturali in un liceo torinese. Pur essendo ancora giovane, non viene richiamato alle armi e può continuare a svolgere la sua professione. Quando la guerra si fa più dura e anche le città italiane vengono bombardate nottetempo dagli Alleati, Corrado sceglie di allontanarsi da Torino e di salire in collina, trovando ospitalità nella casa di due donne che lo accudiscono amorevolmente. La collina è un vero e proprio mondo a parte, il fulcro del microcosmo pavesiano in antitesi alla città: mentre nella prima si succedono ancora le stagioni e la frutta continua a crescere sugli alberi, la metropoli è ferma nella paura costante della morte che arriva dal cielo. Corrado cerca la salvezza dagli orrori del conflitto, ma la quieta rassegnazione domestica non fa per lui; intraprende così lunghe passeggiate assieme al cane Belbo. Durante una di queste uscite, giunto all’osteria denominata "Le Fontane", incontra Cate, un suo vecchio amore, che nel frattempo aveva avuto un figlio. Cate presenta a Corrado i suoi amici antifascisti, che dopo l’armistizio si danno alla lotta partigiana contro tedeschi e repubblichini. Scampato fortunosamente ai rastrellamenti, Corrado è l’unico della compagnia a non prendere parte alla lotta, bloccato come sempre dall’incapacità di prendere una decisione diversa dalla fuga. Egli è dunque l’emblema dell’accidia, o forse meglio ancora dell’incapacità di far fronte agli obblighi. Tutta la sua vita è stata un continuo disertare dalle responsabilità: ha lasciato Cate perché non voleva stringere un rapporto più duraturo, ha abbandonato la città per fuggire dagli orrori e, infine, non è neppure riuscito a seguire fino in fondo i propri ideali, una volta che la Storia l’ha posto di fronte alla necessità di sacrificarsi per essi.
     La casa in collina è dunque il racconto di un intimo rovello, reso dall’utilizzo della narrazione in prima persona. È tuttavia un romanzo che non può essere confinato entro i tormenti del protagonista, perché altre sono le figure che brillano nitidamente: l’enigmatica Cate e il figlio ribelle Dino, l’ingenuo ma ardimentoso Fonso, la devota Elvira. Anzi, può addirittura sostenersi che, mentre le altre figure si muovono agilmente verso un destino finanche crudele ma scelto coraggiosamente, Corrado è la quintessenza della neghittosità e della rinunzia a vivere.
     Va rimarcato che il breve romanzo venne pubblicato nel 1948 nel volume Prima che il gallo canti, assieme a Il carcere, scritto circa dieci anni prima. Il nome del volume richiama naturalmente il tema del tradimento, che è in primo luogo di se stessi e dei propri ideali. Stefano, protagonista de Il carcere, è un ingegnere di simpatie antifasciste confinato in un villaggio della Calabria; col tempo dimentica persino le ragioni della carcerazione e finisce per adeguarsi alla molle vita del paese, giungendo a rifiutare il contatto con un non meglio precisato anarchico, confinato in un villaggio vicino, pur di non essere coinvolto di nuovo nella lotta politica. L’adeguarsi alla sua condizione lo preserva forse dal dolore, ma è di fatto l’atto attraverso cui si consuma il tradimento. Allo stesso modo, Corrado fugge in collina per accomiatarsi dagli strepiti del conflitto; ma quando la guerra lambisce anche i colli, portandosi via gli amici, egli non sa fare altro che scappare di nuovo, alla ricerca di un ventre caldo in cui lasciarsi vivere tranquillo. La sua infedeltà è dunque triplice: pur di non essere coinvolto, tradisce gli amici, gli ideali e persino le amate colline.
     La casa in collina è forse l’apice della scrittura pavesiana, la summa del suo pensiero, come sostenuto da molti e più autorevoli di me. Rimane uno dei testi seminali della letteratura sulla Resistenza, raccontata secondo il punto di vista degli indecisi, degli impauriti, degli inerti.
Il volume che include il romanzo breve "La casa in collina"

6 dicembre 2017

"Le rovine in attesa" si aggiudica il secondo posto al "XXI Concorso letterario internazionale Il Saggio – Città di Eboli"

 
     La Giuria del “XXI Concorso letterario internazionale Il Saggio – Città di Eboli” ha conferito il secondo premio per la sezione narrativa edita al mio romanzo Le rovine in attesa. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 2 dicembre nella Sala Mangrella del Complesso monumentale di San Francesco in Eboli (Sa).
     Il primo premio per la sezione narrativa edita è andato al giornalista Luciano Ragno, con il suo romanzo storico Marozia, la padrona di Roma. Arrivare secondo è per me un grande onore, tenuto conto dell'elevato numero di partecipanti al Premio, che rappresenta oramai uno dei più importanti eventi culturali della provincia di Salerno. Desidero dunque ringraziare il Presidente Giuseppe Barra e tutti i giurati per avermi conferito tale significativo riconoscimento.
Questa la motivazione:
«Il romanzo di Alfonso Cernelli “Le rovine in attesa” ha una scrittura fluida ed avvincente; i personaggi sono definiti e riconoscibili e la trama non risulta mai essere banale. Il tema centrale, che accomuna i due protagonisti, è la solitudine; la bravura dello scrittore sta nel raccontarla senza l’uso di luoghi comuni. Romanzo ben congegnato e ricco di tante vie d’uscita, che portano il lettore ad eventuali e personali sliding doors.»
Un momento della cerimonia di premiazione
L'attestato per il secondo posto della sezione narrativa edita

Su YouTube è disponibile un breve video della premiazione.

27 novembre 2017

Nostrani ma strani: i Mercenaries e il loro unico album, "I'm not Russian"

     Quando adocchio una bancarella che vende LP a poco prezzo, so già che il ciarpame la farà da padrone. Eppure, nonostante innumerevoli volte l’unico risultato conseguito sia stato respirare un mucchio di polvere, cedo sempre alla tentazione. Non credo alla possibilità di fare l’affare, quanto piuttosto spero di trovare qualche disco misconosciuto per cui valga la pena spendere il prezzo di un caffè o poco più. Si sa che la storia della musica, come d’altronde la letteratura, è piena di vicende meno note che avrebbero meritato un maggiore approfondimento.
     I’m not Russian dei Mercenaries ne è l’emblema. Buttato alla rinfusa in mezzo a decine di raccolte di Fausto Papetti, mi ha attirato per la copertina. E dire che è anche piuttosto anonima! Quasi completamente bianca, riporta sulla sinistra il nome del gruppo e sulla destra il titolo dell’album, con un’iscrizione aggiuntiva in giapponese. Tutto faceva pensare ad un gruppo straniero alla Ultravox, compresi i titoli delle canzoni, ma altri indizi dicevano il contrario: il nome dei musicisti e alcuni piccoli disegni di celebri monumenti del Bel Paese.
     I’m not Russian è un lavoro oscuro, perla minore di un certo rock all’italiana che si era sviluppato all’inizio degli Anni Ottanta, grazie ad autori come Gino d’Eliso o Faust’o. Dalle poche notizie ricavabili sulla rete, si scopre che i Mercenaries erano una creatura del chitarrista Claudio Dentes, autore di un album sperimentale pubblicato alla fine degli anni Settanta, nonché musicista per artisti del calibro di Alberto Fortis e produttore di successo. La formazione, oltre allo stesso Dentes alla voce e chitarra, comprendeva Betty Vettori ai cori, Franco Cristaldi al basso e i due fratelli Beppe e Piero Gemelli, rispettivamente alla batteria e chitarra (sotto lo pseudonimo di Josè 1 e Josè 2). Il disco vede l’apporto di Claudio Fabi come produttore, mentre in due tracce le tastiere sono suonate da Alberto Fortis, ospite d’eccezione perché i componenti dei Mercenaries erano il gruppo spalla del cantautore. I’m not russian è il loro unico album, pubblicato nel 1982 dalla Aleph Records, una sussidiaria della CGD.
     La busta interna riporta i crediti ed i testi, tutti in inglese. Non è facile definire il genere dei Mercenaries, perché non sono inquadrabili in alcun genere. C’è però un immediato punto di riferimento, che emerge subito: i primi Police, quelli di Outlandos d’amour per intenderci. Brani come Men who fight, Radio e la title-track, infatti, risentono evidentemente dell’influsso della band di Sting, tanto che a tratti i Mercenaries fanno palesemente il verso ai Police. Eppure, sarebbe riduttivo parlare di un disco derivativo. È un LP originale, che mescola pop elettronico con echi di new-wave, o meglio di synth-pop, e influenze di altri stili come il reggae. Ho parlato di new-wave, ma va fatta una precisazione: nel disco non dominano atmosfere cupe o claustrofobiche, quanto piuttosto ariose, ampie, tipiche di un pop raffinato che si caratterizza per i repentini cambiamenti di ritmo e l’uso dei cori. È forse un lavoro che in alcuni punti risente degli anni, ma comunque sorprende già al primo ascolto per la cura degli arrangiamenti e delle parti strumentali, che lasciano intuire la classe di Dentes & soci.
     La prima facciata contiene quattro gioielli. Il primo, Men who fight, ricalca lo stile dei Police, al pari della successiva ed incalzante Radio. Panorama drama è una piccola gemma pop dal ritmo coinvolgente. Chiude la facciata la meravigliosa White tornado, che sfoggia una coda finale chitarristica da far impallidire gruppi più quotati, oltre ad avere un testo suggestivo sorretto da un canto perfetto. Il lato B prosegue sulla falsariga del primo, con brani più veloci e meno strutturati. Ancora una volta sono i Police il necessario termine di paragone: si ascolti I’m not Russian, oppure la pimpante Intruder. Il disco sorprende fino all’ultimo solco: si conclude con una delicatissima ballata cantata da Betty Vittori, Follow the string, così perfetta che sembra di conoscerla da una vita.
     È un disco di fatto ignoto, ma che vale la pena ascoltare perché è un tentativo compiuto di uscire fuori dai ristretti confini del pop-rock, per costruire qualcosa di più raffinato che, almeno in Italia, non aveva precedenti (e sarei ben felice di essere smentito). Nonostante sia abbastanza raro, è reperibile on-line a prezzi irrisori.
LP "I'm not Russian" - Mercenaries - 1982, Aleph Records

11 novembre 2017

Il punk oltre il punk: "The image has cracked" degli Alternative TV

     Erano anni che non acquistavo un disco appartenente alla prima ondata del punk inglese. Ormai disamorato dei Sex Pistols e dei Damned, non più entusiasta di fronte ad un riff dei Buzzcocks, fedele solo al verbo dei Clash, mai avrei creduto di comprare e recensire un album degli Alternative TV, di cui ricordavo solo il nome, letto in un’antologia sul punk che per anni ha rappresentato la mia Bibbia in materia.
     L’occasione si è presentata per il “Cassette store day 2017”, la festa che ogni anno celebra le musicassette ed autocelebra i pochi che ancora le ascoltano, sostenendo magari che il nastro è l’unico vero supporto ad alta fedeltà. La Radiation Records di Roma ha festeggiato la giornata con tre ristampe in musicassetta (edizione limitata a 350 copie) di altrettanti album meno noti del periodo d’oro del punk. Tra questi, il primissimo lavoro degli Alternative TV, The image has cracked. Il nastro suona davvero bene, anche se non possedete un mitico Nakamichi Dragon. Sul mio più modesto Luxman K111 del 1989 il suono esce limpido e sufficientemente definito, nonostante il lavoro sia in parte live.
     Gli Alternative TV nacquero su iniziativa di Mark Perry, editore della storica rivista “Sniffin’ glue”, che voleva fondare un gruppo che potesse innestare tendenze sperimentali nel punk, genere per sua natura intuitivo e poco cerebrale. The image has cracked venne pubblicato nel maggio del 1978, ed in qualche modo rappresenta la consacrazione e il superamento del genere, come una porta socchiusa che lascia intravedere quello che verrà. È dunque un disco di transizione, anche se, a mio avviso, ben più significativo in tal senso è il coevo The scream dei Siouxsie & The Banshees.
     Consiglio di tralasciare la prima traccia, Alternatives, una sorta di noioso dialogo in forma di botta e risposta tra il gruppo e gli spettatori, che prendono in mano il microfono ed esprimono la propria opinione. Noioso oltre ogni dire ed inutile. Conviene allora passare alla seconda traccia, la nervosa ed elettrica Action time vision, probabilmente la più riuscita dell’album. La prima facciata è più vicina ai canoni classici del punk, con echi degli Adverts e degli Sham69 (si ascoltino in proposito Why don’t you do me right? e Good times), anche se i nostri non disdegnano parti strumentali più lunghe, sebbene non particolarmente articolate.
     Il lato B contiene invece i germi delle sperimentazioni degli anni successivi: le canzoni si dilatano, si allarga la gamma degli strumenti, fino a timidi accenni elettronici. Si pensi alla corposa Viva la rock n’ roll, caratterizzata dalle note di un pianoforte in apertura e chiusura, che termina con una ripresa addirittura delicata. O ancora, si ascolti la strumentale Red, che si dilata in lancinanti e cadenzate scariche elettriche. Splitting in two, invece, inizia in maniera poco convincente, per poi esplodere in una coda strumentale da muro del suono. L’edizione in MC è arricchita da due deliziose bonus tracks: Love like limp, dalle venature reggae alla Clash, e la tiratissima Lies.
     Di certo The image has cracked non è un lavoro epocale, ma è qualcosa di diverso rispetto al classico schema “tre minuti-tre accordi”. Gli Alternative TV hanno tentato un’evoluzione rispetto ad un piano prestabilito, forse senza grandi doti tecniche, ma senza dimenticare la rabbia e l’urgenza espressiva. Punk, ma con un piede oltre la soglia.

La ristampa in MC curata Radiation Records (2017)

28 ottobre 2017

"L’eredità di Eszter" di Sándor Marai: non si sfugge al proprio destino

     Nei romanzi dell’ungherese Sándor Marai (1900-1989) ricorre spesso il tema dell’attesa di un destino che deve compiersi: è così nel celebre Le braci, nonché ne L’eredità di Eszter. L’ineluttabilità del fato non è tuttavia percepita con fastidio dai personaggi; essi piuttosto la vivono con rassegnazione, anzi con una quieta accettazione, perché a nulla varrebbe opporsi. «Ho fatto di tutto per mettermi in salvo, ma il nemico continuava a seguirmi. Ormai so che non poteva agire diversamente: siamo legati ai nostri nemici, che a loro volta non sono in grado di sfuggirci», afferma Eszter nel preambolo delle sue memorie.
     Eszter abita nella casa che le ha lasciato il padre, assieme all’anziana parente Nuna; le due donne vivono modestamente, ma con dignità, grazie ai pochi risparmi ed alla cura del piccolo orto. L’esistenza di Eszter è monotona, i giorni si accumulano l'uno dopo l’altro senza particolari variazioni sul tema; l’unico uomo che abbia mai amato, l’infido e menzognero Lajos, è sparito da vent’anni. Per quanto la loro storia d’amore sia stata tormentata e triste, lei sa che «quel senso di allarme continuo» provato a causa di Lajos è stato l’unico vero significato della sua vita. Il tempo ha ricucito le ferite, restituendole la serenità in cambio di una completa abulia affettiva. Un giorno però Lajos annuncia con una lettera il suo ritorno. Dalla missiva sembrerebbe animato da buone intenzioni, ma Eszter sa che tornerà solamente per riprendersi quel poco che non è ancora riuscito a sottrarle.
     Lajos ci viene presentato come un uomo che «si era fermato a un certo stadio del suo sviluppo, era diventato vecchio senza mai perdere quello spirito goliardico da studente di legge, che non è particolarmente rischioso e non porta – ecco la cosa più triste – da nessuna parte». Il tempo ha imbiancato i suoi capelli e ha disegnato sottili rughe sul suo volto, ma non è riuscito a cambiarlo nel profondo. Egli è rimasto «un genio della menzogna», pronto a sacrificare tutto e tutti in nome di un’indefinita smania di vivere, che non ha altro scopo se non quello di distruggere gli altri per alimentare se stessa. Eszter ne è pienamente consapevole, tanto che arriva ad affermare che «la tua vita è stata un’unica grande menzogna; non potrò credere neanche alla tua morte, perché anche quella sarà un inganno». Eppure, la coscienza dell’imbroglio non riuscirà a salvarla da un destino ampiamente preveduto, ma ineluttabile. Eszter accetta ciò che il fato le riserva e si lascia docilmente spogliare di ogni avere e depauperare di ogni speranza; tuttavia, non per questo possiamo definirla sciocca. Marai costruisce Eszter come un’eroina stanca, saggia nella misura in cui non oppone un’inutile resistenza a quanto le è stato riservato da una forza superiore. Resta da comprendere se tale forza abbia o meno una valenza religiosa, ma io propenderei per una risposta negativa. Forse per Marai è la passione a governare le nostre esistenze, ma anche questa soluzione rimane dubbia. È davvero amore quello che venti anni prima ha avvinto Lajos e Eszter? Oppure è solo una meschina ed umana macchinazione, creata dal deus ex machina Lajos, vero e proprio prototipo del mascalzone e del bugiardo? Il segreto non è svelato, tutto rimane confinato nel rapporto tra i due, al punto che il dubbio rimane anche una volta chiuso il romanzo. L’eredità di Eszter lascia addosso tanta amarezza, perché ci fa intendere quanto possano essere spietati e cedevoli i rapporti umani.
     Marai è considerato uno dei grandi della letteratura mitteleuropea; nonostante abbia vissuto a lungo a Napoli e a Salerno, la sua fama in Italia è relativamente recente, grazie alla casa editrice Adelphi che ne ha tradotto e pubblicato le opere dopo la morte. Le sue doti di scrittore emergono con limpidezza ne L’eredità di Eszter, che oltre ad essere animato da una sotterranea profondità filosofica, brilla per la purezza dello stile e il piacere della lettura.