15 agosto 2026

"La fine di Wettermark" di Elliott Chaze: varcare la linea invalicabile

Se volete la prova definitiva di quanto sia limitante inquadrare un romanzo in un genere, vi invito a leggere La fine di Wettermark. Thriller, noir, hard-boiled, sono gli aggettivi più frequentemente utilizzati per descrivere quest'opera del 1969 dello statunitense Elliott Chaze (1915-1990), giornalista della vecchia scuola e autore di una manciata di romanzi, il più celebre dei quali è Il mio angelo ha le ali nere. Già dalle prime pagine si comprende quanto queste definizioni siano quantomeno fuorvianti e parziali. La fine di Wettermark, infatti, non è intrattenimento ma pura letteratura, una storia di tormento e disillusione che si inserisce perfettamente nel solco della tradizione del Novecento. Il titolo italiano, in questo senso, si rivela più efficace rispetto all'originale Wettermark, in quanto rende meglio l'idea del dramma di una vita intera che si consuma in poco meno di duecento pagine. Cliff Wettermark è infatti uno degli ultimi epigoni di quella stirpe di "inetti" che costella la storia della letteratura occidentale del Novecento.
Più che un noir, abbiamo di fronte il crudo e cinico resoconto di una discesa nel baratro, il precipitare di un uomo dal paradiso di una vita appagante al purgatorio del dissesto economico, fino a piombare nell'inferno del crimine e dell'amoralità. Cliff Wettermark è un giornalista di cronaca locale del Catherine Call, piccolo giornale di un'immaginaria cittadina del Mississippi. Ex alcolista, è sposato con una donna che lo adora, sebbene la pazienza e l'amore della moglie siano messe a dura prova dai comportamenti dell'uomo. Sempre in bolletta, Cliff non riesce a far quadrare i conti con le modeste entrate del giornale e per questo è pieno di debiti. Neppure i suoi romanzi, su cui riponeva qualche speranza, hanno avuto sorte migliore, in quanto nessun editore si è dichiarato disposto a pubblicarli. Indebitato fino al collo, derelitto e disilluso, Cliff Wettermark scopre anche di essere malato piuttosto seriamente: a soli quarantuno anni si considera dunque un uomo finito. Quando però il giornale lo incarica di seguire la cronaca di una rapina in banca, una miccia si accende nella sua testa. Decide così di passare il guado, dalla riva di una vita modesta ma rispettabile e onesta, alla sponda di chi ha optato per il crimine. In parole povere, Wettermark si convince che l'unica strada percorribile sia quella di prendersi con la forza ciò di cui ha bisogno. Diventa così un rapinatore, progettando e mettendo in atto un audace colpo in banca.
Anche leggendo sommariamente la trama si comprende quanto sia riduttivo inquadrare quest'opera in un genere popolare, come il noir o il thriller. La fine di Wettermark, in realtà, dietro l'apparenza del noir nasconde una spietata critica alla società americana del benessere degli anni Sessanta, una denuncia del razzismo strisciante negli stati del Sud e, soprattutto, una feroce invettiva contro il dio denaro e l'ossessione per il suo accumulo che corrode il cuore degli uomini.
«Cinquemila dollari in una sola mano. Oh, Dio. Per quei rettangoli di carta, la gente combatte e muore, va fuori di testa se li perde, in tutto il mondo la gente si sbatte da una parte all'altra con quei pezzetti di carta, e li dà via per avere sesso, automobili, e barche e case, abiti, cibo, istruzione, e li baratta con viaggi, e con quella roba costruisce chiese, casinò e bordelli, la offre in dono a Dio, o la usa per ubriacarsi, per riscaldare le proprie case e le amanti, o la dà via in cambio di pellicce.»
Cliff, in fin dei conti, non è un uomo malvagio, né un fallito su tutti i fronti: ha una moglie che lo ama, un lavoro non propriamente remunerativo ma comunque dignitoso, una testa pensante in una società in cui abbondano gli stupidi; eppure, anche lui cade preda dell'ansia del possesso e dell'ossessione per l'apparenza, fino a soccombere.
La scrittura di Chaze è fulminea e in grado di raffigurare con immediatezza le immagini nella mente del lettore, senza richiedere complesse operazioni di decodifica. Nondimeno, il suo stile è tutt'altro che scarno; il suo modo di scrivere è ricco di dettagli e sfumature, sa tratteggiare un personaggio con due o tre frasi essenziali e al tempo stesso circostanziate. Ciò è evidente, in particolare, nelle descrizioni delle donne, tantissime quelle che affollano le pagine del romanzo anche solo per una brevissima comparsa. Cassiere di banca, segretarie di redazione, addette alla reception di un ospedale, bariste; di tutte Chaze sottolinea un dettaglio, magari una parte del corpo (seno, gambe, capelli) o del modo di vestire. E ciò basta a renderle vive e perfino desiderabili agli occhi del suo protagonista e del lettore che ne segue le vicende. Lo stesso accade per i luoghi, un Sud selvaggio, preda di una canicola bestiale, che tuttavia sa regalare spazi immensi e panorami indimenticabili, per chi li sa vedere.
Cinico, oscuro e drammatico, al contempo ironico e a tratti divertente, La fine di Wettermark è un romanzo che merita di essere letto. Grazie dunque all'editore Mattioli 1885 per averlo reso fruibile anche al pubblico italiano.

Nessun commento:

Posta un commento

Commenta l'articolo!