21 settembre 2026

"Dietro la porta" di Giorgio Bassani: la crudele gioventù

Quanto si può essere crudeli da giovani, in quella delicata fase della vita che va dalla fine dell'infanzia al raggiungimento della maggiore età? E quanto possono incidere nell'età adulta i traumi subìti da ragazzi? Queste le domande a cui Bassani cercò di dare una risposta nel quarto libro del ciclo Il romanzo di Ferrara, pubblicato nel 1964.
«Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l'ottobre del 1929 e il giugno del '30, quando facevo la prima liceo. Gli anni trascorsi da allora non sono in fondo serviti a niente: non sono riusciti a medicare un dolore che è rimasto là, come una ferita segreta, sanguinante in segreto.»
Così si esprime, nell'incipit del romanzo, il suo protagonista, che da uomo fatto trascrive i ricordi di una stagione di vita dolorosa, coincidente con un intero anno scolastico. E se egli ha sentito il bisogno di imprimere sulla carta questo grande dolore, a distanza di così tanto tempo, allora vuol dire che gli anni non sono serviti a medicarlo. È questo il nucleo profondo di Dietro la porta, tutt'altro che un romanzo leggero, come invece suggerirebbe l'ambientazione scolastica. Bassani mette subito le idee in chiaro, parlando attraverso il suo personaggio: la scuola è equiparata a un carcere, di cui condivide gli abusi di potere, la convivenza forzata, le meschinità del quotidiano, le invidie e le beghe da due soldi che ingigantiscono entro le quattro mura.
«La scuola intesa come galera, il preside come direttore della medesima, i professori come secondini, i compagni come galeotti: un sistema insomma non già da inserirvisi in qualità di zelanti collaboratori, ma da sabotare e denigrare a ogni occasione.»
Il protagonista e io narrante è un ragazzo timido e introverso della ricca borghesia ferrarese di religione ebraica. Il passaggio dalla V ginnasio alla I classe del liceo classico si rivela per lui drammatico: Otello, il suo miglior amico, è stato bocciato e per questo spedito dai genitori in un collegio di Padova. Rimasto solo, egli fatica a integrarsi con gli altri studenti e soprattutto con il compagno di banco Carlo Cattolica, primo della classe e all'apparenza perfetto. L'arrivo da Bologna di un nuovo studente, Luciano Pulga, cambia però le carte in tavola; pur provando inizialmente un'indefinibile repulsione, il protagonista stringe con Luciano un'amicizia che col tempo diventa torbida e quasi pericolosa, come una lenta e inconsapevole deviazione dai principi morali. L'epilogo si consuma quando Carlo Cattolica lo invita a casa sua; qui, nascosto dietro una porta, il protagonista ascolta gli impietosi e offensivi giudizi che Luciano esprime su di lui. Il tradimento è consumato, l'amicizia violentata: così si compie la tragedia della crudele gioventù.
Una vicenda tutto sommato semplice, perché di fatto non accade nulla che vada oltre l'ordinarietà e i pettegolezzi di un anno di scuola. Gli avvenimenti più intensi si compiono invece nell'animo del protagonista, in quel suo convulso mondo interiore che subisce in pochi mesi una trasformazione repentina e sconvolgente, tale da mettere in dubbio i pilastri su cui si era retto il suo mondo: l'ingenua fiducia nel valore dell'amicizia e nell'assoluta purezza della madre, nonché la totale assenza di malizia nel corpo e nello spirito. Certamente si può parlare di un romanzo di formazione, in cui la crescita del protagonista coincide con l'acquisizione di una drammatica consapevolezza circa la spietatezza del cuore umano già dall'adolescenza, anticamera della vita adulta.
Come tutti i romanzi del "ciclo", anche questo è ambientato a Ferrara, di cui, tuttavia, non viene fornita un'approfondita descrizione, quanto piuttosto un insieme di impressioni che concorrono a disegnarne il quadro, come nei numerosi richiami alla toponomastica. Dietro la porta è soprattutto un romanzo d'interni, le cui scene salienti sono ambientate nelle aule scolastiche e nelle case della ricca borghesia ferrarese. Come una sineddoche che usa la parte per rappresentare il tutto, Bassani ha fatto il ritratto dello spirito profondo della sua città attraverso la descrizione delle sue case, abitazioni ricche e ordinate in cui tuttavia si nasconde un'umanità sonnolenta e provinciale che sa essere feroce e meschina. Quanto all'ambientazione storica, sebbene il racconto sia collocato negli anni 1929-1930, i riferimenti al fascismo sono fugaci e circostanziati; anche il tema dell'antisemitismo è solo accennato e non raggiunge i picchi drammatici del Giardino dei Finzi-Contini.

9 settembre 2026

"Il giorno della locusta" di Nathanael West: la spietata Hollywood

Chissà se in quel maledetto 22 dicembre 1940 – quando, a soli trentasette anni, perì in un incidente d'auto al ritorno da un weekend di caccia – Nathanael West aveva già ricevuto la notizia della morte dell'amico Francis Scott Fitzgerald, avvenuta il giorno prima. Si racconta che i due scrittori nutrissero una grande ammirazione reciproca e che si fossero incontrati a cena solo una settimana prima. Di certo Fitzgerald aveva descritto Il giorno della locusta come «il più bel romanzo mai scritto su Hollywood», a riprova della stima nei confronti dell'amico e collega. Tuttavia, mentre Fitzgerald è universalmente noto come uno dei migliori narratori della sua generazione, in pochi oggi ricordano West. Ciò è dovuto in parte alla sua ridotta produzione letteraria, in parte alla sua esperienza di vita. Nathan Weinstein – questo il suo vero nome – nacque a New York nel 1903, figlio primogenito di due ebrei di origine tedesca trapiantati in Lituania e trasferitisi negli Stati Uniti alla fine dell'Ottocento. I genitori erano benestanti e spinsero il giovane Nathan a frequentare le scuole più prestigiose, con scarsi risultati. Egli, infatti, fedele ai precetti del dadaismo che allora si andava diffondendo, rifiutò sempre i valori borghesi, al punto che si iscrisse all'università falsificando il diploma; espulso per scarso rendimento, ci riprovò con un altro ateneo, utilizzando i documenti di un altro ragazzo. Il tema del trasformismo e della mistificazione che caratterizzò buona parte della sua vita, ritorna nei suoi romanzi, come in Signorina cuorinfranti, unitamente al gusto per il grottesco e il paradossale. West lavorò a lungo per il cinema, carriera che alternò a quella di scrittore. Quest'ultima attività gli diede ben poche soddisfazioni in vita, potendosi al più parlare di un successo postumo.
Il giorno della locusta (1939), la sua opera più importante, è un romanzo sulla Hollywood degli anni Trenta, la prima "età dell'oro" del cinema americano, che proprio in quel periodo si trasformò in un'industria culturale globale che attirava persone e immensi capitali. Nathanael West conosceva bene Hollywood e le sue dinamiche; in questo romanzo descrisse proprio quella eterogenea massa di diseredati che si riversavano nella Mecca del cinema nella speranza di far parte della mastodontica industria dei sogni. Attricette e attorucoli privi di qualsiasi capacità recitativa, nani e storpi alla ricerca di un ruolo da freaks, vecchi rottami da spettacolo ambulante che speravano di riciclarsi nella settima arte, spiantati pronti a tutto pur di guadagnarsi la giornata come comparse, anziani o giovani depressi che bramavano il sole della California come un nuovo paradiso terrestre, e così via. Questo è il caravanserraglio di personaggi che popolano le pagine del libro.
In questo bailamme di folli, il protagonista appare il più centrato. Tod è un modesto pittore, impegnato nella realizzazione di scenografie per produzioni cinematografiche, ma soprattutto intento a ultimare un grande dipinto intitolato "L'incendio di Los Angeles", da lui immodestamente considerato un capolavoro. Vive in affitto in un umile caseggiato, dove conosce la giovanissima e bella Faye, di cui si innamora. La ragazza, capricciosa e volubile, è un'attrice senza talento che non si fa scrupolo alcuno pur di raggiungere l'agognato successo. Tuttavia, come lo stesso West ebbe a precisare, non si tratta di una scontata storia d'amore. Il giorno della locusta è infatti una feroce critica del vacuo mondo hollywoodiano e della spietatezza del sogno americano che tutti illude di false speranze, salvo poi far soccombere i deboli. E deboli sono i personaggi di West, perché, come ha scritto Auden, sono affetti dal "morbo di West", una malattia spirituale che rende incapaci di trasformare i desideri in atti di volontà, un'incapacità di tradurre in realtà le proprie aspirazioni che è la forma estrema dell'inettitudine. Non a caso il più inetto tra tutti i personaggi si chiama Homer Simpson, nome che ispirerà Matt Groening per la sua geniale serie di cartoni animati.
Sebbene emerga un'ironia di fondo, nel romanzo prevale il tono drammatico, in un'escalation che conduce al concitato finale, in cui Tod viene contagiato dalla follia generale. Con la stesura delle ultime pagine, West ha dimostrato di essere un ottimo conoscitore della psicologia delle masse e della folla. Attraverso l'analisi degli eccessi del mondo del cinema, egli ha elaborato l'equazione folla/follia che rende benissimo nella nostra lingua. Il giorno della locusta, a mio avviso, non è un romanzo imprescindibile, esistendo nella coeva letteratura americana opere più significative. Tuttavia, nei limiti dell'analisi dello specifico contesto hollywoodiano, resta una delle descrizioni più vivide di quel periodo di gloria e contraddizioni.