27 agosto 2026

Il buio e la risorgenza: le Grotte del Bussento

L'Oasi Grotte del Bussento è una delle aree protette gestite dal WWF Italia sul territorio nazionale. È stata istituita nel 1995 e si trova nel territorio del Comune di Morigerati, all'interno del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. La sua estensione è di 607 ettari, con vincolo paesistico, idrogeologico e di protezione della fauna. La presenza del fiume Bussento caratterizza l'Oasi dal punto di vista geologico e idrico. Il fiume è noto per un fenomeno carsico tra i più rilevanti del Meridione e del nostro Paese: nasce sul monte Cervati, scorre in superficie fino a Caselle in Pittari, quindi si inabissa in un inghiottitoio naturale, continuando la sua corsa per circa cinque chilometri nel sottosuolo, per riemergere infine proprio nell'Oasi, nella Grotta cosiddetta "della risorgenza". Qui si apre uno spettacolare e impressionante orrido, il vero e proprio cuore pulsante del percorso escursionistico.
L'inizio del sentiero

Come si legge nel cartellone illustrativo posto all'entrata, la presenza del corso d'acqua e le diverse esposizioni dei versanti fanno sì che vi siano numerosi tipi di vegetazione. Il fondo della gola del fiume è caratterizzato da una vegetazione riparia fatta di muschi e felci e, tra gli alberi, di salici e ontani. A nord, in posizione dominante sul vallone, si estende invece un lecceto, mentre sugli altri versanti il leccio è accompagnato dalla roverella, dal frassino e dal carpino. In direzione dell'abitato di Sicilì si sviluppa prevalentemente la macchia mediterranea. Lungo il versante esposto a sud sono invece presenti specie vegetali che prediligono il clima caldo arido. La fauna acquatica è costituita da trote, gamberi e granchi, nonché dalla lontra. Tra gli uccelli sono state avvistate diverse specie di rapaci, mentre nei boschi dimorano i gatti selvatici e perfino qualche raro lupo.
Il punto di partenza è in prossimità dell'abitato di Morigerati. Nel centro visite, dove si acquistano i biglietti con diverse possibilità di sconto specialmente per i gruppi, è disponibile anche qualche souvenir. La prima parte del sentiero, di circa 800 metri, è in discesa per un dislivello di 130 metri, con la massima pendenza del 14%. La mulattiera è ben tracciata e la passeggiata è agevole, anche grazie alla presenza di quattro fontane di acqua potabile e freschissima. Si arriva così alla Grotta della risorgenza, sicuramente la parte più spettacolare del percorso. La grotta è piuttosto alta e impressionante: la stretta scalinata che si inoltra all'interno dà l'idea di scendere al centro della Terra. Si prosegue fino alla balaustra di un ponte, sotto il quale scorrono le impetuose acque del Bussento che riemerge alla luce dopo il lungo tratto sotterraneo. 

Particolari della Grotta della risorgenza


Il percorso è circolare, per cui si torna indietro fino a un altro bivio: a sinistra si scende fino alla cosiddetta Stazione dei muschi, un'ampia superficie caratterizzata da muschi e licheni che scendono come una barba dai rami degli alberi.

Risaliti verso il sentiero principale, si prosegue costeggiando il corso del fiume e, superati alcuni ponti, si arriva fino all'antico mulino, oltre il quale è presente una polla d'acqua gelida in cui è possibile immergersi. Il mulino ad acqua risale al XVIII secolo ed è stato utilizzato fino agli anni Sessanta del Novecento. La sua caratteristica principale è l'uso della ruota orizzontale, un meccanismo più rudimentale rispetto alla classica ruota laterale verticale, ma adatto ai piccoli corsi d'acqua. Il meccanismo di funzionamento viene spiegato dai volontari del WWF presenti sul posto. Inoltre, a poca distanza è possibile vedere la sorgente che lo alimenta. Il mulino serviva i due abitati di Morigerati e Sicilì ed era un importante punto di riferimento per la popolazione locale, oltre che un luogo di ritrovo. Dalla piscina naturale è possibile risalire verso l'uscita, fino a incontrare di nuovo la prima parte del percorso, da fare questa volta in salita. Oppure, in alternativa, si può intraprendere il lungo sentiero che porta all’abitato di Sicilì, frazione del comune di Morigerati. L'Oasi Grotte del Bussento non è infatti una realtà a sé, ma è perfettamente inserita nel sistema e nella rete sentieristica del Parco.

15 agosto 2026

"La fine di Wettermark" di Elliott Chaze: varcare la linea invalicabile

Se volete la prova definitiva di quanto sia limitante inquadrare un romanzo in un genere, vi invito a leggere La fine di Wettermark. Thriller, noir, hard-boiled, sono gli aggettivi più frequentemente utilizzati per descrivere quest'opera del 1969 dello statunitense Elliott Chaze (1915-1990), giornalista della vecchia scuola e autore di una manciata di romanzi, il più celebre dei quali è Il mio angelo ha le ali nere. Già dalle prime pagine si comprende quanto queste definizioni siano quantomeno fuorvianti e parziali. La fine di Wettermark, infatti, non è intrattenimento ma pura letteratura, una storia di tormento e disillusione che si inserisce perfettamente nel solco della tradizione del Novecento. Il titolo italiano, in questo senso, si rivela più efficace rispetto all'originale Wettermark, in quanto rende meglio l'idea del dramma di una vita intera che si consuma in poco meno di duecento pagine. Cliff Wettermark è infatti uno degli ultimi epigoni di quella stirpe di "inetti" che costella la storia della letteratura occidentale del Novecento.
Più che un noir, abbiamo di fronte il crudo e cinico resoconto di una discesa nel baratro, il precipitare di un uomo dal paradiso di una vita appagante al purgatorio del dissesto economico, fino a piombare nell'inferno del crimine e dell'amoralità. Cliff Wettermark è un giornalista di cronaca locale del Catherine Call, piccolo giornale di un'immaginaria cittadina del Mississippi. Ex alcolista, è sposato con una donna che lo adora, sebbene la pazienza e l'amore della moglie siano messe a dura prova dai comportamenti dell'uomo. Sempre in bolletta, Cliff non riesce a far quadrare i conti con le modeste entrate del giornale e per questo è pieno di debiti. Neppure i suoi romanzi, su cui riponeva qualche speranza, hanno avuto sorte migliore, in quanto nessun editore si è dichiarato disposto a pubblicarli. Indebitato fino al collo, derelitto e disilluso, Cliff Wettermark scopre anche di essere malato piuttosto seriamente: a soli quarantuno anni si considera dunque un uomo finito. Quando però il giornale lo incarica di seguire la cronaca di una rapina in banca, una miccia si accende nella sua testa. Decide così di passare il guado, dalla riva di una vita modesta ma rispettabile e onesta, alla sponda di chi ha optato per il crimine. In parole povere, Wettermark si convince che l'unica strada percorribile sia quella di prendersi con la forza ciò di cui ha bisogno. Diventa così un rapinatore, progettando e mettendo in atto un audace colpo in banca.
Anche leggendo sommariamente la trama si comprende quanto sia riduttivo inquadrare quest'opera in un genere popolare, come il noir o il thriller. La fine di Wettermark, in realtà, dietro l'apparenza del noir nasconde una spietata critica alla società americana del benessere degli anni Sessanta, una denuncia del razzismo strisciante negli stati del Sud e, soprattutto, una feroce invettiva contro il dio denaro e l'ossessione per il suo accumulo che corrode il cuore degli uomini.
«Cinquemila dollari in una sola mano. Oh, Dio. Per quei rettangoli di carta, la gente combatte e muore, va fuori di testa se li perde, in tutto il mondo la gente si sbatte da una parte all'altra con quei pezzetti di carta, e li dà via per avere sesso, automobili, e barche e case, abiti, cibo, istruzione, e li baratta con viaggi, e con quella roba costruisce chiese, casinò e bordelli, la offre in dono a Dio, o la usa per ubriacarsi, per riscaldare le proprie case e le amanti, o la dà via in cambio di pellicce.»
Cliff, in fin dei conti, non è un uomo malvagio, né un fallito su tutti i fronti: ha una moglie che lo ama, un lavoro non propriamente remunerativo ma comunque dignitoso, una testa pensante in una società in cui abbondano gli stupidi; eppure, anche lui cade preda dell'ansia del possesso e dell'ossessione per l'apparenza, fino a soccombere.
La scrittura di Chaze è fulminea e in grado di raffigurare con immediatezza le immagini nella mente del lettore, senza richiedere complesse operazioni di decodifica. Nondimeno, il suo stile è tutt'altro che scarno; il suo modo di scrivere è ricco di dettagli e sfumature, sa tratteggiare un personaggio con due o tre frasi essenziali e al tempo stesso circostanziate. Ciò è evidente, in particolare, nelle descrizioni delle donne, tantissime quelle che affollano le pagine del romanzo anche solo per una brevissima comparsa. Cassiere di banca, segretarie di redazione, addette alla reception di un ospedale, bariste; di tutte Chaze sottolinea un dettaglio, magari una parte del corpo (seno, gambe, capelli) o del modo di vestire. E ciò basta a renderle vive e perfino desiderabili agli occhi del suo protagonista e del lettore che ne segue le vicende. Lo stesso accade per i luoghi, un Sud selvaggio, preda di una canicola bestiale, che tuttavia sa regalare spazi immensi e panorami indimenticabili, per chi li sa vedere.
Cinico, oscuro e drammatico, al contempo ironico e a tratti divertente, La fine di Wettermark è un romanzo che merita di essere letto. Grazie dunque all'editore Mattioli 1885 per averlo reso fruibile anche al pubblico italiano.

4 agosto 2026

L'orrore e la bellezza: "Torneranno i prati"

L'ultima regia di Ermanno Olmi non è propriamente un film di guerra, bensì un film sulla guerra, quella "brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai", come la definì un fante citato nei titoli di coda. Torneranno i prati fu salutato da opinioni contrastanti alla sua uscita nel 2014: da un lato, quelli che ne elogiavano l'aspetto più squisitamente poetico, dall'altro, quanti lo contestavano in punto di verosimiglianza storica. Al di là di ogni considerazione, resta il testamento visivo di uno dei grandi protagonisti e innovatori del cinema mondiale.
Siamo nel 1917, sul fronte italiano, poco prima del disastro di Caporetto. In uno sperduto avamposto trincerato del nord-est presta servizio un gruppo di soldati del Regio Esercito, comandati da un capitano gravemente malato. Oltre la terra di nessuno, così vicino che se ne può sentire la voce, c'è il nemico. Gli austro-ungarici non si vedono mai nel corso della pellicola; tuttavia, a differenza del nemico mai giunto del Deserto dei Tartari, ogni tanto fanno sentire la loro presenza con i colpi dei cecchini e i pesanti bombardamenti di artiglieria. Tutt'intorno immensi boschi e montagne innevate, una natura selvaggia e magnifica, purtroppo stuprata dalla guerra degli uomini. È pieno inverno e la trincea è sommersa dalla neve; all'interno, i soldati passano il tempo intabarrati e infreddoliti, alternando i turni di guardia alle lunghe nottate di veglia. La distribuzione della posta e del rancio sembrano essere gli unici eventi rilevanti, in quell'avamposto che pare dimenticato da Dio e dagli alti comandi. L'arrivo improvviso di un maggiore e di un giovane tenente cambia però le sorti dei poveri fanti. I due ufficiali sono latori di un ordine suicida: c'è da piazzare un cavo telefonico oltre la terra di nessuno, in modo da poter riferire al Comando i movimenti del nemico. Da quel momento, la brutalità della guerra irrompe anche nel piccolo avamposto.
Come ho scritto all'inizio della recensione, Torneranno i prati non è propriamente un film di guerra: non ci sono combattimenti, il nemico non si vede e, a parte la terribile scena del bombardamento, non ci sono accelerazioni brusche. La pellicola mantiene un ritmo lento, nonostante la durata inferiore all'ora e mezza. Se dunque si vuole vedere un film di guerra nel senso più classico del termine, meglio orientarsi su altre pellicole, come, per limitarsi alla Grande Guerra, il recente 1917, le varie versioni di Niente di nuovo sul fronte occidentale, oppure l'epocale Uomini contro. Questo è, invece, un film sulla guerra, ossia un racconto di straordinaria intensità drammatica sul senso di precarietà degli uomini al fronte, sulla miseria del quotidiano (il rancio, il freddo, la malattia), sulle attese snervanti, sugli sguardi resi lucidi dalla follia, sull'impressione che la vita sia appesa a un filo e che la Morte vi armeggi intorno con le forbici in mano. E infatti, nonostante la quasi totale assenza di combattimenti, i poveri fanti contadini pagano egualmente un tributo altissimo e muoiono suicidi, di malattia, sacrificati in inutili sortite dall'ottusità dello Stato Maggiore.
Alcuni attenti osservatori hanno evidenziato la poca verosimiglianza storica di alcuni dettagli. Sottigliezze, a mio avviso, se ci si sofferma sul senso profondo della pellicola. Olmi ha utilizzato la guerra come scenografia per raccontare una storia che, pur non mancando di brutalità, è prima di tutto un inno alla poeticità dell'esistenza e alla potenza del sentire umano e della compassione, anche nelle peggiori tragedie. Si pensi alla scena del soldato napoletano che canta sul parapetto della trincea, applaudito dagli stessi nemici; poco verosimile, forse, eppure di grande intensità lirica. Torneranno i prati racconta bene il dolore, la paura e l'angoscia dei poveri fanti contadini, grazie a una buona prova di tutti gli attori, tra cui Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Camillo Grassi (davvero evocativo il suo mutismo nel ruolo dell'attendente). Al tempo stesso, come suggerisce il titolo, c'è anche un fondo di fiducia nel futuro, nella consapevolezza che la guerra finirà e la natura riprenderà il suo silente e indifferente dominio, seppellendo il corpo dei morti e la memoria dei vivi.
Un discorso a parte merita la splendida fotografia, curata dal Maestro assieme al figlio Fabio. Il film è stato girato a colori, ma in fase di post-produzione si è proceduto a una sorta di "sottrazione" digitale di alcuni toni. I colori prevalenti sono dunque il marrone delle divise, il grigio della bruma e dei fumi, il bianco accecante della neve, l'azzurro del cielo e il blu cupo delle montagne. Il risultato finale è un'atmosfera algida, una sorta di bianco e nero su cui spiccano improvvisi barbagli di colore, come il rosso del sangue, il giallo delle esplosioni e l'oro del larice in una delle scene di maggiore lirismo. Sempre in merito alla fotografia, colpisce la contrapposizione tra l'angustia della trincea e gli spazi immensi delle catene montuose all'esterno; per un voluto paradosso visivo, sembra quasi che la guerra esista solo all'interno del rifugio, dove teoricamente si è al sicuro, mentre gli spazi aperti sono rassicuranti e ammantati di pace, sebbene è lì che si muoia.
Pur con alcuni limiti giustamente evidenziati dalla critica, è indubbio che Ermanno Olmi abbia chiuso la sua straordinaria carriera con una pellicola che racchiude molte delle tematiche a lui più care: l'attenzione verso gli ultimi, l'amore per la natura e la montagna, il profondo rispetto verso i dialetti e la capacità di guardare il mondo con un occhio poetico, contemplativo, colmo di stupore quasi religioso.