Ci sono casi in cui la copertina di un album è già di per sé una dichiarazione d'intenti. Pertanto, l'ascoltatore sa già cosa l'aspetta quando si trova di fronte a un'immagine che raffigura il teschio di un cavallo, una candela consunta e una fotografia che ritrae tre personaggi che sembrano presi da un racconto di Poe, il tutto avviluppato da spesse ragnatele. Così si presentano gli Attrition sulla copertina del loro primo LP datato 1984, The Attrition of Reason, pubblicato dalla Third Mind Records e registrato in poco meno di due mesi. Il gruppo di Coventry, fondato nel 1980 da Martin Bowes e Julia Niblock (a volte riportata come Julia Waller), aveva già all'attivo diversi concerti e una serie di tracce inserite in compilation su cassetta, vendute in allegato a fanzine. Erano dunque una realtà già consolidata, sebbene underground, quando nel 1984 diedero alle stampe il primo lavoro di lungo minutaggio.
Sul retro del 33 giri è riportata la dicitura: "for this LP Attrition were: Martin Bowes, Chryss, Ash. Additional saxophone by Gordon Maxwell". Da informazioni attinte sulla rete risulta che Martin Bowes suonava i sintetizzatori ed era la voce maschile, Ashley Niblock (Ash) si occupava delle tastiere e dell'elettronica, mentre Julia era la voce femminile sotto lo pseudonimo di Chryss. Poiché nella primissima formazione suonava anche il fratello di Martin, Chris, molti sono indotti a pensare che si trattasse della stessa persona. In realtà, poiché nei crediti non compare il nome di Julia, è quest'ultima che si nasconde sotto lo pseudonimo di Chryss. Un piccolo mistero che accresce la curiosità intorno a questo gruppo.
Per quanto sia imbarazzante snocciolare un elenco di parole inglesi, non vedo altra strada per descrivere la musica suonata dagli Attrition. Darkwave quanto all'epoca storica, il loro stile oscilla tra il dark-ambient, l'industrial e un'elettronica con influenze gothic. Definizioni tutte giuste, ma anche tutte insufficienti; meglio concentrarsi sul disco d'esordio.
La copertina non inganna e infatti, già dai primi solchi, si entra in un clima esoterico e oscuro, in grado di incutere una strisciante sensazione di paura lungo la schiena. Day I was born è la traccia iniziale: un organo che ripete ossessivamente le stesse tre note, ululati di fantasmi e un tappeto di percussioni. Su questa base si sovrappongono e si inseguono le due voci: lei sembra una Siouxsie Sioux in versione strega, lui uno Ian Curtis ancora più cupo. Il testo è lugubre e ben si adatta all'incedere funereo del brano; due versi colpiscono in particolare.
«I once had a child but it died,no one knew so no one cried.»
The redoubt of light ci proietta in una brughiera al crepuscolo, un attimo prima che calino le ombre della notte e tutto diventi minaccioso e ostile. Ci sono echi di campane lontane e un flauto sgangherato che sembra suonato da un bambino o da un folle; è una specie di folk, ma distorto, straniante e psichedelico. Gli Attrition avevano una vera e propria passione per i ritmi ossessivi, quasi tribali, perfetti per riprodurre sul vinile sogni inquietanti e visioni al confine con l'incubo, anche grazie all'uso dei campionamenti e della drum machine. You will remember nothing ne è l'esempio perfetto. È l'interrogatorio che una voce maschile fa a una donna morta, chiedendole cosa abbia provato durante e dopo il trapasso. Anche qui la musica è ridotta all'essenziale, un solo ipnotico riff di sintetizzatore e le due voci che danno vita a un macabro scambio di battute. Una traccia ostica, per certi versi brutta, che lascia addosso una sensazione sgradevole.
«How long have you been dead? A week.What have they done with your body? In the water.Who dropped your body in the water? Sailors.»
L'ultimo episodio del lato A, Take a walk, è un pezzo di elettronica pura che ricorda i migliori Ultravox e qualcosa dei New Order. Curioso poi l'effetto finale, in quanto è inciso anche lo spazio oltre i solchi, quello a contatto con l'etichetta, per intenderci. Quando la puntina arriva a fine corsa, la voce di Bowes continua in loop finché non si solleva il braccio. Beast of burden è invece un synth-pop che in una discoteca qualcuno potrebbe persino azzardarsi a ballare. Ma è solo un intermezzo isolato, perché il resto del lato B ritorna su atmosfere sepolcrali, sussurri e inserti di sintetizzatore di sottofondo, mentre le voci sembrano provenire dall'oltretomba, o forse da altri mondi.
The Attrition of Reason non è per niente un disco facile. Per me è stata un'esperienza di ascolto senza dubbio originale e a modo suo memorabile, sebbene non l'abbia particolarmente apprezzata. La pensa sicuramente in maniera diversa la schiera di amanti dell'industrial/gothic, per i quali questo disco è una piccola gemma di culto.
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento
Commenta l'articolo!