25 febbraio 2020

Precari sul lavoro, precari negli affetti: l'ultima lezione di Ken Loach

Ken Loach è uno che non guarda in faccia a nessuno, che se ne frega delle mode del momento e porta avanti da oltre cinquant'anni un personale discorso di militanza e impegno civile. Capisci che gli anni non lo scalfiscono quando persino nel suo ultimo lavoro, Sorry we missed you (2019), riesce con maestria ad infilare immagini e ricordi del celebre sciopero dei minatori del 1984. Il regista di Nuneaton non fa sconti, coadiuvato dal fido sceneggiatore Paul Laverty e grazie all'intensa interpretazione di attori non professionisti. La sua telecamera non è indulgente o pietosa, ma si limita a raccontare una realtà grigia e sovente iniqua, senza edulcorarla. Da sempre parla degli ultimi, dei poveri, dei disagiati, di coloro che sono costretti ai margini da una società ingiusta; i protagonisti dei suoi film sono spesso ex detenuti, disoccupati, tossicodipendenti, lupi di periferia, immigrati, lavoratori precari, operai sottopagati, cassintegrati, disabili. E anche quando ci racconta una vicenda familiare, la sua telecamera sa penetrare senza pietà all'interno dei meccanismi distorti della morale borghese, rivelandoli nella loro crudezza; si pensi, su tutti, al magistrale Family life del 1971.
Anche Sorry we missed you è la storia di una famiglia dei nostri giorni, alle prese con le mille contraddizioni dell'economia liquida. Loach affronta ancora una volta con grande lucidità e spirito critico il tema del lavoro; stavolta però il suo obiettivo non si concentra sui minatori in sciopero dell'epoca thatcheriana, né sui ferrovieri che subiscono la privatizzazione selvaggia (come in Paul, Mick e gli altri), e neppure sugli immigrati sottopagati a cui vengono assegnate le mansioni più umili (come in Bread and roses). Il regista britannico entra nelle case di quella che era la classe media, immiserita dalla stagnazione economica e illusa dal mito di una flessibilità che si è rivelata precariato. Lancia i suoi strali contro la cosiddetta gig economy, il sistema di prestazioni lavorative a richiesta, senza tutele né diritti, sviluppatosi di pari passo con il boom del commercio on-line.
Ricky, il protagonista, vive a Newcastle assieme alla moglie Abby e ai due figli, Liza Jane di undici anni e Sebastian di sedici. Sia lui che la moglie sono originari di Manchester e nella città di adozione non hanno nessun familiare che possa aiutarli. Dopo essere passato da un impiego all'altro, Ricky resta disoccupato; la famiglia può così contare solo sulle entrate di Abby, che fa da assistente domiciliare a persone non autosufficienti. La svolta sembra arrivare quando il capofamiglia si convince a diventare un “padroncino”, ossia un corriere con un mezzo di proprietà per una società che si occupa di consegnare i pacchi degli acquisti on-line. La speranza è di regalare un futuro migliore alla propria famiglia, ma in breve Ricky si rende conto di quale sia la terribile verità. La posizione dei corrieri è ambigua: non hanno le garanzie dei lavoratori dipendenti e neppure la libertà degli autonomi. La giornata lavorativa dura quattordici ore, sotto l'implacabile dittatura di un palmare che organizza itinerari e consegne al centesimo di secondo. I rischi sono grandissimi: ogni ritardo o mancata consegna comporta una salata sanzione, multe e danni da sinistri sono a carico del corriere, che non può neppure prendersi un'ora di permesso se non trova prima un sostituto da pagare di tasca propria. Giorno dopo giorno, Ricky diventa schiavo del nuovo lavoro, fino a perdere di vista moglie e figli, che annegano miseramente nei problemi.
Ken Loach si dimostra a più di ottant'anni uno dei più precisi interpreti e cronisti dei nostri tempi; soprattutto ha la capacità di innovare continuamente il suo discorso, adeguandolo al linguaggio contemporaneo. Il messaggio che lancia è spietato, tanto più spietato perché attuale: l'instabilità lavorativa provoca la precarietà degli affetti, il precariato sul lavoro si traduce nell'instabilità dei nuclei familiari. Il povero Ricky soccombe all'ossessione del tempo e del (poco) guadagno, sacrificando il bene più prezioso, la famiglia, che vede sgretolarsi giorno dopo giorno senza poterlo impedire.
Sorry we missed you vuole avvisarci che il tempo delle vecchie lotte novecentesche è finito, ora che il padrone contro cui lottare non ha più il volto severo, ma pur sempre umano, del capitalista, ma è un dominatore senza cuore né compassione, un algoritmo che dà ordini attraverso un telefono portatile. È il livello ultimo dello sfruttamento, o forse il livello zero dell'umanità, in cui persino l'efficientissima ed egualitaria Inghilterra diventa patria di terribili squilibri sociali, sconosciuti fino a pochi lustri fa. In una recente intervista rilasciata alla Rai, Loach si è detto in fin dei conti ottimista, speranzoso che le cose possano mutare in meglio. Servirebbe però toccare il fondo, come ha argutamente osservato; guardando Sorry we missed you possiamo dire che purtroppo non siamo poi così lontani.

12 febbraio 2020

Bere l'amaro calice: la poesia di Georg Trakl

La breve esistenza di Georg Trakl (1887-1914) è una fedele trasposizione dei canoni che l'immaginario collettivo associa ad un certo tipo di poeta. Basterebbero poche parole significative per riassumerla: il multiculturalismo, l'incesto, l'abuso di sostanze, la guerra. Trakl nacque da padre ungherese protestante e madre slava cattolica, a Salisburgo, in quel crogiolo di etnie e religioni che era l'Impero asburgico. Nutrì un amore indiscusso, platonico e persino carnale, per la sorella minore Grete, morta suicida nel 1915. Studiò da farmacista e questo gli consentì di accedere facilmente a sostanze stupefacenti, per cui maturò dipendenza. Allo scoppio della Prima guerra mondiale venne inviato in prima linea a curare i feriti e ad alleviare le sofferenze dei moribondi; traumatizzato dalla vista di tanto dolore, tentò una prima volta il suicidio, per poi morire la sera del 3 novembre 1914 per overdose di cocaina, secondo alcuni biografi procurata volontariamente. Vicende scarne, dunque, ma estremamente significative. Si aggiungano le poche ma fidate amicizie, che lo introdussero nel vivace clima culturale dell'epoca: lo scrittore Karl Kraus, l'architetto Adolf Loos, il pittore Oskar Kokoschka.
In mezzo a tutto questo c'era la poesia, che i critici definiscono espressionista. Sono liriche cupe, melanconiche, ossessive, in cui predominano i mezzitoni. I suoi paesaggi sono immoti, eppure dilaniati da brevi esplosioni di luce, da apparizioni umane agonizzanti, da cambiamenti climatici lenti ma inflessibili. Quando parla di uomini, Trakl ricorda la sorella, i commilitoni, gli avventori di un'osteria, una donna amata e perduta (Sonja), pescatori, ammalati, defunti. Ma è il paesaggio, specialmente autunnale o invernale, su cui concentra maggiormente l'attenzione; eppure non c'è niente di bucolico nei suoi versi, perché persino la natura emana un gelido respiro di morte. Leggendoli ho pensato ai nostri poeti crepuscolari, Corazzini su tutti. Eppure c'è una differenza, non di poco conto: mentre i Crepuscolari vivevano di malinconia cercata, riportando sul foglio immagini velate di pianto, Trakl vi riversava un dolore inconsolabile, un senso apocalittico di vuoto che va oltre il semplice rimpianto di gozzaniana memoria. Leggere le sue poesie è come bere un distillato di dolore, equivale ad abbeverarsi alla fonte stessa di un invincibile malessere fisico e psicologico.
La prima raccolta in italiano delle sue opere uscì nel 1949 presso l'editore Enrico Cederna di Milano, tradotta dal germanista Leone Traverso. Nel 1992 Passigli Editore ripropose questa antologia, arricchita dalla esaustiva prefazione di Italo Alighiero Chiusano, che riassume in poche pagine il senso profondo di un uomo caratterizzato da «nevrosi, introversione, cupezza e mutismo, ipersensibilità patologica, proclività a una violenza anarchica, peraltro raffrenata da una grande gentilezza di cuore, che lo portava ad avere ottimi rapporti con la gente semplice e coi bambini».
Le poesie che riporto sono tratte proprio da quest'ultima edizione, con traduzione di Leone Traverso.

In un album antico 
Sempre ritorni tu, malinconia,
dolcezza dell'anima solitaria.
Alla fine arde un giorno d'oro.
Umile si piega al dolore il paziente,
risonante d'armonia e di molle delirio.
Vedi! Scende ormai il crepuscolo.
E ritorna la notte e si lamenta un mortale,
e soffre un altro con lui.
Rabbrividendo sotto le stelle autunnali
si piega ogni anno più profondo il capo.

Canti del Rosario
Dove tu avanzi scende autunno e sera,
azzurra fiera, che tra gli alberi risuona,
solitario stagno nella sera.
Sommesso il volo degli uccelli suona,
la tristezza sugli archi dei tuoi cigli.
Il tuo tenue sorriso suona.
Dio ha distorto le tue palpebre.
Stelle cercano a notte, figlia del Venerdì Santo,
l'arco della tua fronte.

Sonja 
Sera torna nel vecchio giardino;
vita di Sonja, azzurra calma.
Uccelli selvaggi migranti;
albero spoglio in autunno e calma.
Girasole, soavemente curvo
sulla bianca vita di Sonja.
Piaga, rossa, mai mostrata
lascia vivere in oscure stanze,
dove suonano le azzurre campane;
passo di Sonja e dolce calma.
Moribondo animale saluta scivolando via,
albero spoglio in autunno e calma.
Sole d'antichi giorni riluce
sulle bianche ciglia di Sonja,
neve che le sue guance inumidisce,
e il selvaggio folto delle sue ciglia.

Il sonno
Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Lo stranissimo giardino
di alberi che affondano in crepuscolo,
pieno di serpi, farfalle,
ragni, pipistrelli.
Straniero! La tua ombra perduta
nel rosso tramonto,
tenebroso corsaro
nel mare di sale dell'affanno.
Balzano svolazzando bianchi uccelli
lungo l'orlo della notte
su precipiti città
di acciaio.
Copertina dell'edizione Passigli (1992)

31 gennaio 2020

Sulle orme di Arthur Lee: "Pacific Street"

Domandarsi perché i Pale Fountains siano rimasti un gruppo sconosciuto ai più è tutt'altro che una questione secondaria. Per dare una risposta esauriente non basta prendersela con la sorte poco benevola; la verità è più complessa e ci costringe a fare i conti con una stagione musicale fluida, la metà degli anni Ottanta, che aveva chiuso definitivamente con i furori del punk e si godeva un'ubriacatura elettronica da cui sarebbe uscita – almeno secondo il giudizio dei posteri – con le ossa rotte. D'altronde, gli stessi Joy Division, che pure avevano rivoluzionato il panorama appena un lustro prima, sembravano già lontani anni luce.
In un simile contesto era arduo trovare spazio per un gruppo che aveva assorbito così bene le divagazioni psichedeliche del 1967 da volerle riproporre secondo il gusto contemporaneo, non disdegnando un tiepido tappeto elettronico su cui innestare archi e fiati. Eppure i giovanissimi Pale Fountains incontrarono il favore di una major, la Virgin, che nel 1984 accettò la scommessa di produrre il loro primo LP, Pacific Street. L'azzardo fu ripagato solo in parte: il lavoro raggiunse al massimo la posizione n. 84 della classifica britannica, ma è tuttora ricordato da una schiera di fedeli appassionati. In copertina un celebre scatto del fotografo italiano Mario De Biasi, che ritrae un giovane combattente per le strade di Budapest nel 1956; la foto inganna, perché dà l'idea di un disco street-punk, tipo The Redskins per intenderci. Invece la miscela proposta dalla band di Liverpool guidata da Mick Head (voce e chitarra) è non solo atipica, ma difficilmente inquadrabile entro un genere. Su alcuni siti si parla di new wave, ma la definizione è incompleta, se non fuorviante. Se proprio volessimo accostare la musica dei Pale Fountains ad un genere, dovremmo richiamare il rock psichedelico di fine anni Sessanta e il suo alfiere, il compianto Arthur Lee dei Love. Alcuni passaggi di Pacific Street sembrano presi direttamente da Forever changes, magari adattati a un gusto più moderno grazie all'uso delle tastiere, comunque mai invasive; altrove i quattro di Liverpool sembrano invece indulgere verso suoni tropicali. Il tutto ha un sapore così squisitamente sixties che risulta difficile persino collocare cronologicamente l'album, quantomeno a un primo ascolto. I Love, dunque, ma anche i concittadini Beatles risuonano tra i solchi di Pacific Street. E non è un caso che un pezzo come Natural potrebbe benissimo fare parte del repertorio degli ultimi Jam, perché proprio la band di Paul Weller era tra quelle che strizzavano l'occhio con maggiore veemenza alla scena di vent'anni prima.
Analizzare il disco traccia per traccia ha poco senso; tuttavia, è necessario spendere qualche parola in più sulle canzoni. L'apertura di Reach è spettacolare; ricorda così tanto gli Smiths che, se l'avesse scritta Morrissey, oggi sarebbe ricordata come una delle migliori del suo repertorio. Certo i Pale Fountains non possedevano il tocco inconfondibile della chitarra di Johnny Marr, ma supplivano con solari innesti di tromba, capaci di aprire oltre le frontiere d'Albione, verso caldi lidi tropicali. La tromba di Andy Diagram si fa sentire anche nelle felici contaminazioni di (There's always) something in my mind, una sorta di bossanova, impreziosita da percussioni latine. La successiva Unless apre con ritmi tribali, per poi planare felicemente su spunti elettronici alla Ultravox. Come ho già ribadito, però, è Forever changes dei Love la vera pietra di paragone; ecco allora la spagnoleggiante Southbound excursion, oppure la trasognata Beyond Friday's field, che sembrano toccate dalla mano felice di Arthur Lee nei suoi giorni migliori.
Pacific Street è un gioiello poco conosciuto, che merita un ascolto non frettoloso. Certo non aspettatevi una scoperta miracolosa: rimane un disco piacevole e poco più, che trova il proprio limite nella scarsa omogeneità delle tracce, che non sempre seguono un filo conduttore comune. È stato ristampato in cd, ma non è difficile reperire il vinile dell'edizione italiana del 1984 a prezzi onesti.
The Pale Fountains - Pacific Street - 1984  

20 gennaio 2020

Morire di saudade ad Hammamet

Come era lecito attendersi, l'ultimo film di Gianni Amelio è stato accompagnato da polemiche e giudizi, anche preventivi, segno che la parabola umana e politica di Bettino Craxi è una ferita ancora aperta, che divide il Paese in opposte fazioni. E allora è subito opportuno sgombrare il campo da possibili fraintendimenti: Hammamet (2020) non è un film agiografico o celebrativo, e neppure strettamente ideologico. Le vicende politiche sono accennate e si riducono di fatto alla scena iniziale del Congresso 1989 del Partito Socialista. Le vicende giudiziarie sono presenti in sottofondo, costituendo il necessario presupposto della trama, senza entrare a far parte del cuore della narrazione. È tutto un gioco sottile di citazioni e sottintesi, di riferimenti volutamente mascherati, che si rivolgono ad un pubblico che conosce la vicenda e non ha bisogno di vedersela raccontata con la freddezza del cronista giudiziario. Gianni Amelio concentra la sua attenzione sul dramma umano e personale di un uomo di potere che fugge all'estero per scampare ad un processo che ritiene iniquo, sentendosi perseguitato dalla magistratura.
La mia impressione, ma potrei sbagliarmi, è che il nome “Craxi” non venga mai fatto durante i centoventi minuti della pellicola, così come altri personaggi di quegli anni sono indicati con nomi inventati. In una scena, addirittura, il figlio dell'ex Presidente del Consiglio usa l'espressione “il caso C.”, a riprova che si tratta di una precisa volontà degli sceneggiatori. La scelta è funzionale al messaggio di fondo; se per un momento si abbandona l'identificazione tra il protagonista e Bettino Craxi, si scopre l'essenza profonda del film, il valore universale della storia diretta da Amelio. Il protagonista trascende la storia recente italiana per diventare l'emblema dell'uomo politico caduto in disgrazia, colui che nel giro di pochi mesi passa dal dirigere le sorti di uno Stato all'essere spogliato di ogni potere.
In questo senso, sgombrato dagli ineliminabili riferimenti alla storia contemporanea del Belpaese, il lungometraggio potrebbe andare bene ad ogni latitudine. Non posso dire con certezza che fossero queste le intenzioni del regista, ma di certo il film ruota intorno all'uomo e non al politico, approfondisce la dimensione privata ed evoca solamente quella pubblica. Tre sono i temi fondamentali: la malattia, la famiglia e il rimpianto. Il Craxi di Amelio non è quello che si oppose agli americani a Sigonella; pur mantenendo la dignità e l'austerità dei suoi giorni migliori, è soprattutto un uomo sofferente, costretto ad estenuanti ricoveri in un ospedale pubblico tunisino. La famiglia, trascurata negli anni gloriosi, diventa così l'approdo sicuro, unico legame solido che resiste nonostante l'esilio. Ancora una volta, però, regista e sceneggiatori non hanno optato per la soluzione più semplice, ovvero quella di rappresentare la famiglia come il rifugio obbligato contro ogni malinconia; in verità, le dinamiche familiari sono sviscerate con realismo e cinismo, senza nulla nascondere dei piccoli odi, delle incomprensioni, delle meschinità e dell'incomunicabilità di fondo che isola i protagonisti nella bolla del loro dramma individuale. Resta poi il terzo grande tema: il rimpianto, o forse sarebbe più corretto parlare di saudade. Il Presidente è un uomo ambizioso, abituato a muovere a piacimento i fili del Paese; per questa ragione, l'inazione coatta a cui è costretto diventa cocente frustrazione, come quella che deve provare una tigre chiusa in gabbia. In questo guazzabuglio di depressione e mortificazione, l'unica speranza per ricucire le ferite del passato e dare una speranza al futuro è quella di aiutare Fausto, il figlio del compagno di partito Vincenzo, morto suicida pochi giorni dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. E proprio alla figura di Fausto sono dedicati gli ultimi minuti della pellicola, con una struggente incursione nel dramma privato, che trascende e supera la desolazione della cosa pubblica.
Nulla da aggiungere sull'interpretazione di Favino, monumentale come affermato da tanti e più autorevoli commentatori. È certamente un film da vedere, purché si affronti la visione con animo sereno e neutrale, sgombrato dagli inevitabili pregiudizi.
La locandina di Hammamet, di Gianni Amelio (2020)

9 gennaio 2020

"Dentro la Stella" di Luigi Compagnone: le conversazioni napoletane

Sono stato a lungo indeciso se scrivere qualche riga su questo romanzo minore di Luigi Compagnone (Napoli, 1915-1998), pubblicato nel 1977 per l'editore Rusconi. L'indecisione era dovuta non tanto e non solo al fatto che il libro non ha incontrato il mio favore, quanto piuttosto per non aver letto prima Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Invero, non si tratta di una mia considerazione, perché Dentro la Stella è a tutti gli effetti una riscrittura del celebre romanzo dello scrittore siciliano. È lo stesso Compagnone, nell'introduzione al volume, a chiarire che il racconto «vuol essere un atto di riconoscenza che molti uomini della mia generazione devono a Vittorini per la grande lezione, lirica e morale, con cui egli seppe interpretare i nostri sgomenti in uno dei più tragici periodi della storia d'Europa». Non un semplice omaggio, dunque, ma un vero e proprio atto di devozione. Compagnone sente una connessione tra l'Italia del 1938 e quella del 1977 a lui contemporanea; due epoche difficili e drammatiche, dilaniate rispettivamente dal totalitarismo e dalle minacce allo Stato democratico. Lo scrittore napoletano percepisce che «le antiche paure della fame e della violenza» sono tornate, e che ora come allora sono gli intellettuali a dover scendere in campo. Per questo è corretto parlare di una riscrittura del romanzo di Vittorini, vuoi per l'afflato socialista che anima le pagine, vuoi per l'identicità della trama e dei nomi dei personaggi.
Il protagonista, Silvestro Ferrauto, intraprende un viaggio in treno da Roma a Napoli, dopo essere stato avvisato delle gravi condizioni di salute in cui versa la madre. Sebbene la distanza che separa le due città sia minima, per Silvestro il ritorno nel quartiere natale “della Stella”, uno dei più antichi e popolosi di Napoli, rappresenta un viaggio nella memoria, un tuffo nelle origini, un'immersione in ricordi e odori che parevano sopiti, se non addirittura dimenticati. Silvestro rivede il padre, il vecchio avvocato Ferrauto, che arrotonda la magra pensione tenendo la contabilità a negozianti e artigiani del rione; il lungo giro che compie assieme al papà, di bottega in bottega, diventa l'occasione per ripensare a un passato mitico, ancora vivo nella memoria ma offuscato dalle ansie e dalle paure del presente. La paura più grande è sempre la stessa, la madre delle paure partenopee: la miseria, e con essa la fame. Come Conversazione in Sicilia, anche Dentro la Stella è un romanzo fatto di incontri e di lunghi dialoghi; ad un certo punto si entra persino in una dimensione onirica, dove labili e indefiniti sono i confini tra sogno e realtà.
In Dentro la Stella tornano tanti temi della tradizione letteraria della città partenopea: la dignità della miseria, il dolore eterno camuffato con l'ironia, i piccoli sotterfugi per campare la giornata, la secolare rassegnazione e al contempo il desiderio di cambiare le cose, un vago anarchismo di fondo e il senso della libertà, la solidarietà e la forza dirompente del collettivo. In poche parole, la vita dei bassi con tutte le sue contraddizioni.
In conclusione, non so se consigliare o meno la lettura di questo romanzo. Si tenga presente che si tratta di un'opera minore dello scrittore campano; magari potrebbe essere un utile complemento a Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Ma chi, come me, non ha ancora letto il capolavoro dello scrittore siciliano, farebbe bene a dirottarsi verso quest'ultimo, anziché sulla “riscrittura” di Compagnone.

28 dicembre 2019

"Maledetto Sud" di Vito Teti: guardarsi dentro per vincere il pregiudizio

«Ecco / io e te, Meridione, / dobbiamo parlarci una volta, / ragionare davvero con calma, / da soli, / senza raccontarci fantasie / sulle nostre contrade. / Noi dobbiamo deciderci / con questo cuore troppo cantastorie». Così scriveva il poeta calabrese Franco Costabile, e non è un caso che Vito Teti abbia utilizzato le sue parole in chiusura dell'interessante saggio Maledetto Sud, edito nel 2013 per Einaudi. Si potrebbe sostenere che la lirica di Costabile riassuma magistralmente la tesi portata avanti dal professor Teti: i meridionali non potranno mai affrancarsi dai pregiudizi fin quando non abbandoneranno l'atteggiamento ambivalente e ondivago di contemporaneo autocompiacimento e autocommiserazione. Bisogna dunque sedersi e saper guardare in faccia la realtà, andare oltre le immagini edulcorate di un Meridione mitico, che forse non è mai esistito, saper ragionare, per l'appunto, togliendosi la maschera.
«Per sfoltire, sfrondare, attenuare, annullare, rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali è necessario andare dentro di noi. È necessario guardare nelle nostre profondità. Non possiamo tollerare pregiudizi e stereotipi, ma non possiamo sopportare gli imbrogli, le menzogne, gli inganni perpetrati in nome di un “noi” nel quale non vogliamo riconoscerci.»
Maledetto Sud è un saggio breve, di agevole lettura, che si propone di affrontare con obiettività, e magari smontare, tutti i pregiudizi antimeridionali che si sono sedimentati nei secoli. Oziosi, lenti, sudici, maledetti, pittoreschi, briganti, mafiosi, camorristi sono solo alcune delle espressioni ingiuriose, a cui l'Autore dedica capitoli specifici. Oppure ancora l'onnipresente melanconia, un misto di dolore, rassegnazione e rimpianto che assume valenza quasi patologica nei giudizi impietosi di “nordici” e stranieri. La validità culturale e scientifica dell'opera sta nel tono complessivo: Teti si guarda bene dall'assumere l'atteggiamento tra il piagnucoloso e il revanscista che caratterizza gran parte della letteratura neomeridionalistica degli ultimi anni, da lui biasimata e liquidata con poche righe sibilline. Il professor Teti dimostra di essere un profondo conoscitore della materia, circostanza che gli consente di non indulgere nel pietismo; è proprio questa visione partecipe e al contempo distaccata ad offrire una difesa adeguata e a rendere giustizia al Meridione.
Si pensi al meraviglioso capitolo in cui viene affrontato uno dei più antichi pregiudizi, secondo cui i meridionali sarebbero “oziosi e lenti”. L'Autore dimostra che la verità è un'altra; la civiltà contadina era una realtà in perpetuo movimento, fatta di gente dinamica e operosa, che usciva di casa all'alba e tornava al crepuscolo, portando con sé soltanto un tozzo di pane nero, magari condito con grasso di maiale, ché l'olio era roba da ricchi. «Davvero era tutta una corsa quella che vivevano le figure di un universo errante», scrive Teti, riassumendo in modo esemplare il discorso. La stessa parola “terrone”, pur avendo un senso spregiativo, rivela un attaccamento industrioso ad una terra dura, amara, resa fertile dalle lacrime e dal sudore della fronte.
Oppure, si leggano le pagine dedicate al tentativo post-risorgimentale di costruire, accanto ad «un Sud criminale e maledetto», l'immagine opposta «di un Sud pittoresco da inserire in una cornice nazionale». Anche qui l'Autore calabrese oppone una visione critica, ricordando come l'idea del Mezzogiorno quale luogo magico, naturale e selvaggio, opposto al Nord industrializzato e razionale, abbia di fatto aperto la strada ad una “etnicizzazione del folclore”. Ciò ha fatto prevalere nell'immaginario collettivo gli elementi essenzialmente pittoreschi di un territorio in realtà molto più complesso, fatto di particolarismi culturali, storici e geografici, ricco di città, rovine, castelli, monumenti, arricchito da un rapporto sempre fecondo con il mare.
Il merito del professore calabrese sta nella capacità di rovesciare molti stereotipi, senza tuttavia diffondersi in elogi o retoriche celebrative, guardandosi bene dall'esaltare un presunto passato mitico o dal cavalcare la vulgata neoborbonica. Se dovessi individuare il maggiore pregio del libro, direi che è la lucidità dell'analisi; Teti scruta la materia con lo sguardo obiettivo dello scienziato, indaga le ragioni profonde di ogni stereotipo, evidenziando ciò che è veritiero e quanto è tendenzioso. Dove può, oppone le buone pratiche e gli esempi contrari, ma non nega mai i problemi reali. È per l'appunto il sapersi guardare dentro, di cui ragionava il poeta Franco Costabile. Un suggerimento prezioso e ancora attuale, che Vito Teti ha saputo cogliere perfettamente.

18 dicembre 2019

Il satanismo di maniera dei Black Widow

Ci sono opere sempre attuali, in ogni luogo ed epoca, e altre contingenti, strettamente legate al tempo in cui furono prodotte. Così è per l'arte, la letteratura, la musica, e più in generale per ogni creazione umana. E se possiamo certamente affermare che Revolver dei Beatles o Forever changes dei Love siano figli del loro tempo, ciò nonostante sarebbe sacrilego definirli "vecchi", o peggio ancora "sorpassati". Viceversa, un disco come Sacrifice (1970) degli albionici Black Widow, pur restando a detta di molti una pietra miliare, a mio avviso risente del tempo passato.
I Black Widow nacquero dalle ceneri dei Pesky Gee, gruppo blues-rock di discreto successo; cambiato nome, il sestetto inglese decise di scatenare un piccolo terremoto nella scena musicale dell'epoca, pubblicando Sacrifice. La sinistra copertina e i disegni interni richiamavano atmosfere luciferine, come pure i testi, densi di riferimenti all'esoterismo, all'occultismo e al satanismo. In un'epoca in cui il genere rock era ancora identificato con le divagazioni psichedeliche del beat, i Black Widow apparivano innovativi e scandalosi; se a ciò si aggiungono alcune leggende metropolitane, come i presunti sacrifici animali sul palco, il piatto è servito. Assieme a Coven e Black Sabbath furono i pionieri di un genere destinato a fare proseliti, anche se, a differenza delle due band citate, si muovevano principalmente nei terreni del progressive.
Sbaglia chi appoggia la puntina sul vinile aspettandosi qualcosa di duro: Sacrifice è un LP folk-rock dalle venature prog, in cui a farla da padrone sono i fiati di Clive Jones e l'organo di Zoot Taylor, mentre le chitarre suonate da Jim Gannon non sono mai invasive. La formazione era completata dalla precisa sezione ritmica di Clive Box alle percussioni e Bob Bond al basso, mentre a cantare ci pensava Kip Trever. Come ho già detto, il confronto inevitabile è con i Black Sabbath, che nello stesso anno pubblicavano il loro primo, maestoso e omonimo album; ed è proprio quest'ultimo a vincere su tutta la linea in un ipotetico confronto con Sacrifice. Si pensi ai solchi iniziali: mentre i Black Widow accolgono l'ascoltatore con un organo sinistro ma comunque legato alla vulgata beat, Ozzy & co. lo terrorizzano con gli scrosci di un temporale e il lugubre incedere di una campana a morto.
Sia pure con alcuni passaggi interessanti – su tutte, l'iniziale In ancient days –, il lato A scorre senza particolari sussulti. Quel che manca, a mio avviso, è la costruzione di un'atmosfera realmente gotica o nera. I Black Widow si affidano a testi persino più audaci ed espliciti di quelli dei Black Sabbath, eppure appaiono un po' incerti e manieristici. Si ascolti in proposito la celebre Come to the sabbat, in cui l'invocazione corale al demonio assume, per uno strano paradosso, un carattere del tutto innocuo, quasi parodistico.
Decisamente superiore il lato B, impreziosito dalla lunga title-track, una cavalcata progressiva di oltre sette minuti, che resta la parte più convincente del lavoro. Qui i Black Widow si cimentano in lunghe improvvisazioni strumentali, con i fiati e l'organo che si inseguono sul tappeto martellante delle percussioni, a dare l'idea di una messa nera.
Dopo ripetuti ascolti, sono giunto alla conclusione che Sacrifice è un disco innovativo nelle intenzioni, se non altro per le tematiche trattate, eppure ingenuo negli esiti. Fulminante la recensione contenuta nel volume Progressive dell'Atlante musicale Giunti, in cui si parla di «un suono che non ha retto il peso degli anni, privo forse di quelle sincere connotazioni dark tipiche di altri gruppi», caratterizzato da «un po' di occulto, accenti moderatamente ossessivi e satanismo quanto basta». Dispiace avere bistrattato un disco che molti considerano seminale per tutta la scena a seguire, ma ritengo che risenta particolarmente il peso degli anni. In conclusione: è un LP rivoluzionario per l'epoca in cui fu concepito, ma esagera chi lo eleva a capostipite di un genere.

7 dicembre 2019

"Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro: l'arte di servire con dignità

I concetti di “dovere” e “dignità” costituiscono il fulcro del celebre romanzo di Ishiguro, pubblicato nel 1989 e trasposto sul grande schermo nel 1993. Il primo rappresenta la strada maestra di ogni maggiordomo, l'unico imperativo da seguire. La seconda è invece la somma qualità che un maggiordomo che si rispetti deve possedere, secondo i dettami della massima autorità in materia, la Hayes Society.
Le due qualità sono impersonate da Stevens, l'impeccabile maggiordomo di Darlington Hall, una grande magione nell'Oxfordshire, tra le più antiche e rinomate d'Inghilterra. Stevens, figlio d'arte, ha trascorso tutta la vita al servizio del controverso Lord Darlington, attraversando specialmente gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando la casa di quest'ultimo era uno dei centri ufficiosi della politica internazionale. Dopo la guerra, morto il vecchio padrone, Stevens viene di fatto “acquistato assieme alla casa” da un ricco americano, presso cui presta servizio cercando di far rivivere i fasti del passato, nonostante l'ovvio ridimensionamento dovuto ai tempi.
Il romanzo, pur avvalendosi frequentemente dell'analessi, è ambientato nel luglio del 1956, quando una proposta apparentemente banale stravolge la metodica esistenza di Stevens. Il nuovo datore di lavoro si assenta per un periodo e concede al maggiordomo una settimana di ferie, lasciandogli persino la sua automobile e invitandolo a trascorrere una piacevole vacanza. Stevens, poco propenso ad un viaggio di pura evasione, decide di approfittare dei giorni di libertà per rivedere miss Kenton, la vecchia governante di Darlington Hall, che aveva lasciato la casa vent'anni prima per sposarsi. Stevens si convince ad intraprendere il viaggio solo dopo averlo mascherato con ragioni professionali, nella speranza di far tornare a Darlington Hall l'antica governante.
Anche se può sembrare una considerazione ovvia, Quel che resta del giorno è il tipico esempio in cui il viaggio, inteso come spostamento fisico da un luogo all'altro, è solo la metafora di un itinerario ben più lungo e accidentato, quello dentro di sé. Durante la settimana di libertà, Stevens fa un bilancio della propria esistenza, spesa nell'adempimento del dovere, sacrificata per la realizzazione di due fini: la soddisfazione dei desideri del padrone e il raggiungimento della “dignità”. Si leggano in proposito le pagine in cui rievoca la morte del padre, quale supremo esempio di attaccamento ai propri doveri e tentativo di raggiungere la tanto celebrata dignità. Eppure, per quanto egli tenti di sacrificare ogni emozione sull'altare del senso del dovere, i sentimenti tornano prepotentemente a fargli visita in occasione del viaggio, che diventa un'occasione per ripensare alla propria vita. Si apre così una crepa, che porta a galla la verità: il dovere è stata una gabbia, Darlington Hall una dorata prigione, la dignità una chimera che si può sfiorare ma non afferrare. Viene allora in mente il celebre Jacob von Gunten dello svizzero Walser, in cui si narra di una scuola per perfetti servitori, l'Istituto Benjamenta. C'è però una differenza di fondo: mentre nel romanzo dello scrittore elvetico l'obiettivo che la scuola si propone è quello di ridimensionare i propri allievi, fino a renderli “zeri, rotondi come un palla”, nel racconto di Ishiguro il saper servire è invece una strada per l'elevazione e la sublimazione di sé.
Concludo con una breve notazione sullo stile. Il romanzo è scritto in prima persona, sotto forma di un lungo monologo che prende vita sull'onda dei ricordi; a parlare è Stevens e pertanto il linguaggio è professionale, chirurgico, di un'aristocratica asciuttezza. Consiglio vivamente la lettura di questo classico moderno, scritto da un autore di origini giapponesi, eppure inglese fin nel midollo per tematiche, stile e ambientazione.
«La dignità in un maggiordomo ha a che fare, fondamentalmente, con la capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna. […] I grandi maggiordomi sono grandi proprio per la capacità che hanno di vivere all'interno del loro ruolo professionale e di viverci fino in fondo; sono individui che non si fanno sconvolgere da eventi esterni, per quanto sorprendenti, allarmanti o irritanti questi possano essere.» 

26 novembre 2019

Guardare senza essere visti: l'osservatorio privilegiato di Palazzo Bonaparte

Nel punto di intersezione tra Piazza Venezia e Via del Corso sorge un palazzo seicentesco rimasto chiuso per decenni, da poco riaperto alla collettività. È chiamato Palazzo Bonaparte, perché dal 1818 al 1836 vi dimorò Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone. Si narra che la nobildonna trascorse la prima parte del soggiorno romano tentando con ogni mezzo diplomatico la liberazione del figlio, in esilio a Sant'Elena, interpellando persino il Pontefice. Gli ultimi anni, invece, scivolarono via nel silenzio della preghiera e della rassegnazione, fino ad un definitivo allontanamento dalle cose del mondo, aggravato dalla rottura del femore che le impedì di lasciare la casa.
Accompagnata dal padre spirituale, o più di frequente da una dama di compagnia, amava trascorrere i lunghi pomeriggi romani in un balconcino coperto ad angolo, chiamato anche “bussolotto”. Qui poteva osservare il passaggio di Piazza Venezia e Via del Corso, ammirare con un unico colpo d'occhio la vita brulicante dei luoghi nevralgici della città, il tutto senza essere vista. Le imposte spioventi del caratteristico balconcino, infatti, celano chi si affaccia agli occhi dei passanti. È la sensazione del “guardare senza essere visti”, che donna Letizia e le sue dame di compagnia provavano nelle interminabili giornate di un esilio autoimposto.
Oggi un'intera ala di Palazzo Bonaparte è aperta ai visitatori, ed è un altro spazio espositivo che si aggiunge all'offerta culturale della città. Nove stanze complessivamente, corrispondenti all'appartamento della Ramolino, tutte riccamente decorate con stucchi, affreschi allegorici e meravigliosi caminetti. Non resta nulla degli arredi originari, a parte una copia in gesso della statua raffigurante Napoleone, commissionata dallo stesso Imperatore a Canova. Meravigliosi anche i pavimenti dell'epoca, protetti ma visibili grazie a pannelli di plexiglass. Il percorso si conclude nella stanza da letto della Ramolino, passando per il vestibolo d'ingresso, la splendida sala dei ricevimenti e il già menzionato “bussolotto”. Anche il visitatore moderno può così riposare un momento sui sedili in legno, magari proprio nel punto in cui la madre di Napoleone trascorreva le sue giornate romane, osservando la vita di centinaia di persone senza essere vista.
Tutte le foto sono state scattate da me; chiedo cortesemente, a chiunque volesse utilizzarle, di citare la fonte.
La copia in gesso della statua di Napoleone, opera di Canova
Il soffitto affrescato del salone dei ricevimenti
Il celebre balconcino ad angolo, o "bussolotto"
Particolari delle decorazioni del balconcino

Il Palazzo da solo vale una visita, ma un'occasione in più è data dagli eventi che periodicamente ospita. Attualmente – e fino al prossimo otto marzo – è in programma l’interessante mostra Impressionisti segreti, che espone cinquanta opere di importanti pittori impressionisti, “segrete” perché provenienti da collezioni private, normalmente celate al grande pubblico. Sono rappresentati i grandi autori francesi come Monet, Manet, Gauguin, Caillebotte, Renoir, Seurat, Laugé, nonché alcuni provenienti da altre nazioni, come l'italiano Zandomeneghi. La mostra è ben curata, gli spazi sono ampi e ogni opera è corredata da un'esaustiva didascalia esplicativa.
G. Caillebotte, Una strada a Napoli 
P.A. Renoir, Ritratto di Madame Josse
A. Laugè, Dinanzi alla finestra
C. Pissarro, Sulla sponda della Senna
G. Caillebotte, Un balcone, Boulevard Haussmann

12 novembre 2019

"Rituals": le radiazioni di una luce fredda

Nel pantheon ideale della new wave italiana, i Neon occupano un posto di rilievo. Appartenenti alla scena fiorentina come Litfiba, Diaframma e Moda, scelsero in controtendenza di esprimersi in lingua inglese, per dare respiro internazionale al proprio lavoro. A distanza di trentaquattro anni dal primo e unico LP, sono ancora attivi sulla scena indipendente; proprio l'anno scorso ho avuto la fortuna di vederli dal vivo a Roma, in forma smagliante.
Rituals venne pubblicato nell'autunno del 1985, dopo Siberia dei Diaframma (1984) e Desaparecido dei Litfiba, uscito a gennaio dello stesso anno. Le differenze tra i tre dischi sono di palmare evidenza. Siberia, pur riprendendo il suono d'oltremanica, lo mediava attraverso una vena "cantautoriale" e poetica tipicamente italica; Desaparecido guardava al Mediterraneo, all'Oriente, all'America Latina. Rituals è invece un LP che avrebbe ben potuto essere stampato in terra d'Albione, sia pure in ritardo rispetto a quanto avevano già fatto New Order, Bauhaus, Cure, OMD e Depeche Mode, anche se i più immediati punti di riferimento rimangono i tedeschi Faust e Kraftwerk.
Pur con gli ovvi limiti, dovuti principalmente ad una registrazione non eccelsa, Rituals resta un punto di riferimento per la darkwave nostrana, se non addirittura l'apice dell'intero movimento. La fanno da padroni tastiere e sintetizzatori suonati da Piero Balleggi e dal cantante Marcello Michelotti; le chitarre sono invece affidate a Ranieri Cerelli, mentre Roberto Federighi suona batteria e percussioni. I Neon dimostrano anche alla lunga distanza le caratteristiche che li avevano resi celebri nel circuito underground: toni cupi, ritmiche ossessive, sonorità che strizzano l'occhio al synthpop più raffinato. Il risultato è chiaramente figlio dei tempi, ma resta godibile anche a distanza di trent'anni, soprattutto per la scelta meditata di mantenersi fuori dal commerciale, senza tuttavia abbracciare gli eccessi criptici del genere industriale, che pure aveva seguito e degni interpreti in Italia.
L'iniziale Runnin' è uno dei brani più celebri dei Neon, molto efficace dal vivo: un drumming martellante che sostiene il preciso incedere delle chitarre elettriche, su cui si staglia la profonda voce di Michelotti. Last chance è un altro gran pezzo, che ricorda i migliori New Order di Power, corruption & lies di un paio d'anni prima. La successiva Isolation all'epoca venne promossa anche con un video, disponibile ancora su YouTube. Predominano i sintetizzatori e gli effetti, ma stupisce la sezione ritmica, precisa e ossessiva, che fa molto Joy Division. Michelotti esalta le sue doti vocali con un testo che non avrebbe sfigurato nel repertorio di Ian Curtis: «Every night I'd like to kill my fantasy, / everytime I fight but cannot win. / Maybe I felt your sound in ancient memories, / what I need is out of reality. […] For my crime of passion I've got no safety, / no one will relieve my agony. / Turn, turn off the light, / your ecstasy does make me stay».
Il lato B si apre con il punto più alto del disco, a mio modesto avviso: la maestosa Dark age, con un titolo che è già una dichiarazione d'intenti. È un delizioso gioiello synthpop, in cui tutto si mantiene magicamente in equilibrio: la voce distorta dagli effetti, la batteria precisa e incalzante, la chitarra che disegna la melodia principale, il sottofondo quasi progressivo delle tastiere. Potrebbero averla scritta benissimo gli Ultravox o i Kraftwerk, tanto alto è il livello raggiunto. L'eclettismo e le capacità del gruppo sono poi dimostrate dalla cover di Burning of the midnight lamp, rilettura in chiave wave di un classico hendrixiano. Le tracce sono otto, per quaranta minuti abbondanti di una musica fredda, che illumina la notte dell'anima ma non riscalda, proprio come un neon.
Nel 2010 la Spittle Records ne ha curato una splendida ristampa in vinile, che riprende la grafica originaria; io l'ho trovata ad un prezzo davvero conveniente, 12 euro. Unica pecca la mancanza dei testi, che è comunque possibile scaricare dal sito ufficiale della band.
La copertina dell'album 
La band, foto della busta interna del vinile