1 marzo 2014

L'editore che dà voce ai muti della storia: intervista a Giuseppe Galzerano

Dalla lettura dell’interessante saggio Fonologia del dialetto cilentano è nata l’idea di chiedere un’intervista all’editore Giuseppe Galzerano, che mi è stata gentilmente concessa. La Casa editrice Galzerano, con sede a Casalvelino Scalo, nel Cilento, è attiva dal 1975 e, come riportato sul sito ufficiale, “pubblica i libri "dell'altra Italia": storia sociale e politica, anarchismo, antifascismo, emigrazione, rivolte contadine, cultura popolare, questione meridionale e Cilento”. Libri che hanno lo scopo di “dare "voce" ai ribelli e ai rivoluzionari, ai vinti e ai sofferenti”.

Recensione del volume Fonologia del dialetto cilentano:
http://www.sololibri.net/Fonologia-del-dialetto-cilentano.html
Di seguito, l’intervista.

Domanda. Dottor Galzerano, come è venuto a conoscenza dell’esistenza del testo del prof. Ondis? Come si è svolta l’attività di ricerca successiva?
Risposta. A distanza di anni non ricordo esattamente come venni a conoscenza della preziosa testimonianza sul dialetto del Cilento di Lewis Amedeus Ondis, anche se certamente è avvenuta o leggendo altri libri o frequentando le biblioteche italiane ed estere, in quanto la Casa Editrice con le sue ricerche non si è mai chiusa in un mero localismo, ma ha avuto sempre la capacità di condurre - pur con le poche risorse a disposizione e nonostante le difficoltà economiche e linguistiche - ricerche in Italia e all’estero, come testimoniano anche altri libri che abbiamo pubblicato. Una volta venuto a conoscenza della Biblioteca americana che possedeva il volume, ne chiedemmo una fotocopia. Poi chiesi a un mio amico, Cosimo Corsano, docente universitario negli Stati Uniti, figlio di un emigrato ebolitano, con il quale ero entrato in contatto per aver pubblicato anni prima il volume di Antonio Margariti America! America!, che mi recensì, la traduzione dell’opera, traduzione controllata da una giovane universitaria salernitana. Una volta scoperta l’origine cilentana dell’autore, misi in moto la ricerca per sapere da quale paese proveniva. Sono così entrato - anche grazie alla collaborazione dell’avvocato James Segreto, figlio di emigrati cilentani, che ho conosciuto personalmente - in contatto con i discendenti di Ondis (qualcuno di loro è certamente ancora in vita)  e sono riuscito a ricostruire la sua vita di emigrante e di studioso, trovando anche la testimonianza di una sua allieva, Marta E. Hesson. La ricerca, oltre che in Italia e negli Stati Uniti, è stata fatta anche in Germania per trovare la recensione in tedesco fatta da Gerhard Rohlfs all’opera di Ondis, pubblicata in inglese nel 1932. Questa ricerca, della quale parlo anche nel libro, è stata fatta quando si scrivevano ancora le lettere, non c’era internet né Facebook…

D. Nella prefazione al libro si legge che Ondis è morto nel 1987, quando lei era già venuto in possesso del testo. È riuscito a conoscerlo di persona?
R. Purtroppo, non solo non ho conosciuto Ondis, morto ad Athens, nel 1987, a 93 anni, anche se ero già in possesso del suo libro, ma non sono stato in contatto con lui neanche per corrispondenza. Naturalmente mi avrebbe fatto grande piacere conoscerlo.

D. Il prof. Ondis è un emigrante di successo che, come lei scrive nella prefazione del libro, ha dato lustro alla sua terra natale ed alla sua nuova patria, l’America. Oggi in Italia si discute molto dell’attribuzione del diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati nati nel nostro Paese (il c.d. ius soli). Ondis, senza il riconoscimento civile della cittadinanza americana, probabilmente non avrebbe potuto intraprendere una così luminosa carriera. Secondo lei, non sarebbe il caso di riconoscere la cittadinanza italiana a quelli che, pur essendo originari di terre lontane, sono nati e si sono formati in Italia?
R. Ho sempre pensato che l’emigrazione sia una ricchezza per il paese che accoglie gli emigranti. Il caso di Ondis lo dimostra in maniera eloquente, figlio di emigrati diventato docente universitario, contribuendo così alla diffusione della cultura americana, ma ha fatto anche conoscere il Cilento e la sua cultura. Il nostro è un paese in ritardo, perché attraversato da una politica di destra, che nega la cittadinanza italiana a chi è nato nel nostro paese. Naturalmente io sono per il superamento della cittadinanza italiana, che dovrebbe essere acquisita automaticamente alla nascita, perché mi sento e sono cittadino del mondo. Ritengo che il mondo intero è patria di tutta l’umanità e penso che i confini e le barriere fra gli Stati - creati dai governanti - dovrebbero essere superati e aboliti. La storia dell’umanità è sempre stata una storia di emigrazione e di meticciato e le emigrazioni hanno arricchito, non impoverito. Non si può stare chiusi nel proprio guscio, ma bisogna confrontarsi, mescolarsi con gli altri…

D. I dialetti arretrano sotto la spinta dell’esterofilia dominante e dei nuovi linguaggi nati su internet. Anche i giovani, che pure si esprimono in dialetto, spesso hanno dimenticato molte delle parole che usavano i nonni. A suo avviso, si può parlare di un impoverimento del linguaggio dialettale, così come si è soliti parlare di un impoverimento della lingua ufficiale?
R. Senza alcun dubbio, stiamo vivendo un forte impoverimento culturale e ci troviamo di fronte ad una notevole perdita culturale ogni qualvolta dimentichiamo i termini dialettali per descrivere nella nostra parlata alcuni oggetti, che magari non usiamo più. Ricordo in proposito una bella e significativa poesia di Ignazio Buttita. Il rincorrere vocaboli esteri e linguaggi internettiani è un male per la nostra identità.

D. Nella prefazione all’opera di Ondis, definisce il dialetto la lingua dei “muti della storia”. La sua produzione editoriale dà spesso voce a questi “muti”; basti pensare alle biografie di Passannante o Bresci. Cosa ha significato per lei dare voce a questi personaggi, in opposizione alla retorica benpensante?
R. La ringrazio per questa domanda e per questo interessante collegamento linguistico e politico. Parlando il dialetto i cilentani sono stati esclusi dalla storia, ovvero la storia non si è interessata delle loro sofferenze, delle loro rivolte… Ecco perché sono i “muti della storia”. Aggiungo che sono muti della storia tutti i popoli, tutti gli uomini e le donne dei quali la Storia non ci documenta le sofferenze, le oppressioni patite, gli atti di rivolta contro il potere. Anche i regicidi Giovanni Passannante e Gaetano Bresci, l’uno lucano e l’altro emigrante toscano, dei quali mi sono occupato, erano ignoti alla storia e nelle biografie che ho dedicato alla loro vita, alle loro lotte e ai loro attentati al re d’Italia, quell’Umberto I, definito spesso «re mitraglia» per aver fatto sparare sul popolo affamato, ho seguito la voce dei ribelli che intendono liberare l’umanità dalla catene, nelle quali i potenti li tengono legati. E il discorso è proseguito anche con quelli che hanno combattuto il fascismo. Poi per riportare il discorso al Cilento, mi sono occupato anche dei rivoltosi e dei combattenti della nostra terra, come i fratelli Capozzoli, Antonio Galotti, Costabile Carducci fino a Carlo Pisacane, alcuni dei quali erano completamente dimenticati e sconosciuti. Le mie ricerche, sempre documentate e mai affidate alla fantasia, hanno fatto conoscere questi uomini e queste lotte.

D. Lei è un editore controcorrente, perché parla di storia locale, emigrazione e lotta politica in un’epoca in cui predominano i prodotti letterari sciatti e di facile consumo. Cosa ha significato portare avanti queste tematiche in Italia e soprattutto nel Meridione? Quali difficoltà ha incontrato?
R. Oltre che controcorrente, sono un editore che crede nelle cose che fa, e le fa con passione e convincimento, che non ha mai seguito mode commerciali. Naturalmente le scelte si pagano ed anch’io ho pagato, ma non sono pentito delle mie scelte culturali e politiche. Avrei potuto fare altri libri, inseguire la ricchezza, ma certamente avrei fatto libri che non sarebbero durati nel tempo, invece i miei libri sono un punto di riferimento nel panorama letterario ed editoriale italiano, oserei dire anche all’estero, perché - oltre ad avere avuto clienti e lettori all’estero - spesso mi capita di trovare le mie edizioni in importanti Biblioteche estere.

D. Il revisionismo della vicenda risorgimentale è tornato di grande attualità, specie dopo il successo del libro Terroni di Pino Aprile. In questo dibattito si sono affermati anche orientamenti cosiddetti “neoborbonici”, con punte di estremismo che a mio avviso non aiutano sempre a comprendere fino in fondo la complessa vicenda storica. Come si colloca Giuseppe Galzerano in questo dibattito?
R. Non sono per il revisionismo, lo ritengo un male, perché non si basa sulla storia e sulla documentazione. Molti revisionisti ripetono affermazioni prive di fondamento, che hanno sentito o letto da altri, che non hanno verificato, che non documentano. Frequentando gli archivi non mi è mai capitato di incontrare i cosiddetti «storici revisionisti », anzi qualche volta ho chiesto se alcuni di loro erano stati in Archivio, ma non risultava nessuna loro presenza. Questa è una pratica che qualche volta è seguita anche da alcuni professori universitari, i quali però, pur non andando in Archivio, affidano le ricerche ai giovani laureandi, con il rischio che i giovani possano tralasciare alcuni documenti. La storia invece si fa trovando e analizzando i documenti, facendo confronti.
Le mie ricerche nascono da un’attenta consultazione della documentazione archivistica, sempre citata nelle note, e spesso per scrivere poche notizie dietro ci sono ricerche, lunghi viaggi, giornate trascorse in archivio a sfogliare, leggere e trascrivere carte polverose, magari consultate per la prima volta, letture di altri libri. Io mi ispiro alla pratica: niente documento, niente storia. Per me, se manca il documento, la storia ha necessariamente delle lacune e non potrebbe essere diversamente; invece c’è chi riempie questi vuoti della storia ricorrendo alla propria fantasia, in questo caso fa il romanzo non la storia.

D. Quali sono i nuovi progetti editoriali della sua casa editrice?
R. I progetti naturalmente e fortunatamente sono tanti, ma siamo fermi anche per ragioni economiche, perché si vendono sempre meno libri per la crisi che sta attanagliando il nostro paese. Ma non ci lasciamo scoraggiare e andiamo avanti. E’ imminente l’edizione di un’ampia ricerca sull’attentato di Paolo Lega all’allora presidente del Consiglio, on. Francesco Crispi, avvenuto a Roma a giugno del 1894, sulla repressione del dissenso e sulle leggi speciali votate dal Parlamento del regno d’Italia che ridussero le già limitate libertà politiche che godevano gli italiani. E’ un attentato sul quale non è stato scritto mai nulla, che ricostruisco attraverso un’ampia documentazione archivistica e giornalistica.
Oltre a questo libro, ho anche altre cose sul Cilento che attendono di essere pubblicate, come il viaggio di uno straniero nella nostra terra, del quale ho pronta da tempo la traduzione, saggi di varia natura, ecc. Ci piace conoscere e studiare, ci piace far conoscere e far studiare il Cilento attraverso gli occhi e i sentimenti di chi è venuto da un’altra cultura, da un altro paese a scrivere sulla nostra terra. E lo ha fatto con obiettività, con verità e con sincerità. Anche per questo siamo cilentani-cittadini del mondo!
L'editore Giuseppe Galzerano (foto tratta dal sito Giornale del Cilento)

22 febbraio 2014

Un cilentano nella terra dei Papi: Paolo de Matteis a Roma

Un cilentano in Europa era il titolo della mostra dedicata a Paolo de Matteis, tenutasi l’anno scorso al Museo diocesano di Vallo della Lucania. Non esiste in effetti una formula più felice per definire il più importante pittore cilentano, nato a Piano Vetrale nel 1662 e operante in tutta Italia, Francia e Spagna. Le sue opere, oltre che in diversi centri del Meridione, si trovano nelle più suggestive capitali europee: Roma, Londra, Parigi, Madrid e Vienna.
E proprio a Roma il de Matteis si recò in diverse occasioni, lasciando tracce importanti della sua arte pittorica. Alcune di queste opere sono di proprietà privata, oppure si trovano in collezioni raramente aperte al pubblico, come il Palazzo Rospigliosi. Almeno due tele, invece, sono facilmente accessibili, per giunta gratuitamente, in quanto si trovano in due tra le più importanti basiliche romane: Santa Maria sopra Minerva e Sant’Andrea delle Fratte. Pochi cenni artistici sono sufficienti per comprendere la rilevanza di queste chiese. Santa Maria sopra Minerva, che si trova a due passi dal Pantheon, ospita pregevolissimi dipinti di autori dei secoli XV-XVIII (Filippino Lippi, il Verrocchio e tanti altri), nonché gruppi scultorei del Bernini e una celebre statua di Michelangelo raffigurante il Cristo. Inoltre, in questa Basilica è il sepolcro di S. Caterina da Siena. La Basilica di Sant’Andrea delle Fratte, non distante da Piazza di Spagna, è celebre invece per l’originale campanile opera del Borromini; anch’essa racchiude al suo interno opere pittoriche e scultoree di indubbio valore. Questi sommari dati sono sufficienti per capire l’importanza di Paolo de Matteis, i cui lavori si trovano negli stessi luoghi dove hanno operato alcuni dei più grandi maestri del passato.
Dei due dipinti di de Matteis non sono riuscito a trovare alcuna immagine sulla rete; ho deciso pertanto di fotografarli, in modo da farli conoscere, sia pure virtualmente, a chiunque fosse interessato. Di fronte a queste opere ho provato una forte emozione, pensando a come un uomo proveniente da una terra povera e quasi sconosciuta sia riuscito a lasciare il suo nome ai posteri, destinandolo all’immortalità. Invito dunque tutti i cilentani che si recano a Roma ad abbandonare per un momento gli itinerari consueti e abusati, per ritrovare un pezzo importante della loro terra d’origine.

Nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, nella cappella di San Domenico (a sinistra rispetto all’abside), si trova la meravigliosa pala d’altare raffigurante La Madonna che offre l’icona con San Domenico tra S. Caterina e S. Maria Maddalena, dipinta dal de Matteis tra il 1723 e il 1726. Nella stessa cappella è sepolto il Pontefice Benedetto XIII. La tela è interessante per almeno due ragioni, oltre che per la superba tecnica pittorica. In primo luogo, notevole è il contrasto tra la Maddalena, raffigurata con povere vesti da popolana, e Caterina d’Alessandria, la cui origine nobiliare è evidente nell’abito ricercato e nei gioielli che la adornano. Un altro particolare mi ha colpito: la presenza di un “dipinto nel dipinto”. La Madonna, infatti, aiutata dalle due Sante e da un putto, sorregge una vera e propria icona, con tanto di cornice, ove è riprodotta l’immagine di S. Domenico.
La seconda opera, forse di minore impatto emotivo ma egualmente significativa, si trova sulla volta della sagrestia della Basilica di Sant’Andrea delle Fratte. È visibile attraverso una porta a vetri, ma, se domandate ad un frate, vedrete esaudito di buon grado il vostro desiderio di ammirarla più da vicino. Il dipinto è intitolato San Francesco di Paola e l’estasi delle tre corone e raffigura una delle vicende mistiche e soprannaturali che caratterizzarono la vita del celebre Santo, quando venne trovato da alcuni suoi confratelli in estasi, sollevato da terra e con tre corone luminose che gli cingevano il capo.
Un itinerario insolito e affascinante, per onorare un personaggio che ha portato un po’ di Cilento nell’eterna città dei Papi.

31 gennaio 2014

"Fonologia del dialetto cilentano" di Lewis Amedeus Ondis: riscoprire la lingua degli avi

Fonologia del dialetto cilentano (pubblicato in Italia da Galzerano Editore) è un saggio di sicuro interesse per almeno due ragioni: per la straordinaria vicenda umana del suo autore, il professor Lewis Amedeus Ondis (nato Luigi Amedeo Ciuccio), e perché si tratta di uno dei primi e più compiuti studi sul dialetto della parte meridionale della provincia di Salerno, il Cilento.
Grazie alle accurate ricerche di Giuseppe Galzerano, che firma la prefazione dell’opera, veniamo a conoscenza di un uomo che “partito solo e povero dal Cilento […] riuscì a conquistare la docenza nelle università americane, onorando così se stesso, la sua terra e la sua gente”. Ondis era figlio di poveri emigranti, trasferitisi da Cicerale a Providence. Fino a diciassette anni non ricevette un’istruzione regolare, ma grazie alla sua tenacia e ad una straordinaria forza di volontà riuscì a conseguire la laurea, fino a divenire stimato professore presso diverse università americane e canadesi. Morto nel 1987, ha vissuto un’esistenza per certi aspetti irripetibile, incarnando in pieno il cosiddetto “sogno americano” e riuscendo a sfuggire al destino di miseria e di emarginazione cui spesso gli emigranti sono stati condannati.
Fonologia del dialetto cilentano è la sua tesi di dottorato, pubblicata nel 1932 nella prestigiosa collana dell’Istituto di Studi Francesi di New York. L’opera, dedicata alla moglie e all’anziana madre, rappresenta un sentito e ideale filo conduttore con la terra d’origine, che il professor Ondis continuava ad amare, sebbene non gli avesse dato che miseria. Nella prima parte, l’autore fa una breve ricognizione sulla millenaria storia del Cilento, evidenziando come le invasioni succedutesi nei secoli abbiano lasciato il segno nel suo dialetto; non è raro, pertanto, trovare parole di origine araba, francese, spagnola, latina, greca o persino germanica. Quindi, egli si occupa di rimarcare le differenze tra il dialetto cilentano e quello di altre zone dell’Italia meridionale. Nei tre successivi capitoli, dedicati ai suoni, alle vocali e alle consonanti, il professor Ondis svolge la parte più tecnica della sua tesi, studiando approfonditamente la fonologia del dialetto (es., sul c.d. “raddoppiamento consonantico”).
Si tratta di un’opera che può essere letta a due livelli: per gli studiosi di fonologia è un imprescindibile strumento di studio e ricerca; per tutti gli altri, è un libro utile soprattutto per conoscere l’etimologia di alcune parole.
Si segnala questa edizione, oltre che per il citato saggio dell’editore Galzerano, perché riporta in appendice la recensione del professor Rohlfs dell’Università di Tubinga, uno dei massimi studiosi dei dialetti dell’Italia meridionale.

20 gennaio 2014

La cultura dell'uva fragola e della pasta e fagioli

C’è una vecchia canzone dei Napoli Centrale che si intitola A musica mia che r’è. I primi versi recitano: “A musica mia che r’è? È vino e’ fravulelle e pasta e fasule” (Cos’è la mia musica? È vino di uva fragola e pasta e fagioli). Raramente ho letto o ascoltato una così precisa descrizione della poetica di un artista. I Napoli Centrale, forti di un nutrito seguito di pubblico e degli apprezzamenti della critica, avrebbero potuto utilizzare parole diverse, più alla moda, avrebbero potuto citare il free-jazz, l’improvvisazione, Miles Davis o il suono mediterraneo e il folclore. Eppure nessuna frase sarebbe stata più incisiva di questa, nessuna citazione sarebbe stata in grado di rendere l’idea meglio del vino fragolino e della pasta e fagioli. Queste poche parole, anche se semplici, possiedono una straordinaria forza evocativa, che trascende il dato meramente letterale e richiama alla mente una dimensione umile ma dignitosa, ove custodire un geloso canto di privatezza. L’immagine usata riporta ad un ambito domestico quieto, al paese natale, alla casa dove si è nati, alle abitudini semplici che ci appartengono. Vino e pasta e fagioli finiscono così per diventare una metafora della propria cultura di appartenenza, meridionale e contadina.
Il gusto oggi imperante nell’arte, nella letteratura, nel cinema e in televisione sembra aver dimenticato questa cultura. Volutamente la rifiuta, la considera ingombrante retaggio da accantonare. Il vino e la pasta e fagioli ci parlano di un universo dove ogni cosa ha uno spazio ben definito e dove il trascorrere lento del tempo non è un ostacolo all’incedere roboante della modernità, ma costituisce la naturale dimensione in cui collocare la vicenda umana.
Nella nostra epoca, invece, i libri sono diventati un prodotto commerciale da consumare in fretta, meglio ancora se viene eliminato il supporto materiale che da sempre li ha contraddistinti, la carta. Le opere di successo ci parlano sempre meno di quello che siamo veramente, e sempre di più di quello che vorremmo essere: supereroi, vampiri, poliziotti dal fiuto infallibile, conquistatori di successo, manager spietati o archeologi del mistero. Per tale ragione questi libri (o film, o altro genere di opere) sono destinati ad una rapida obsolescenza, programmata e voluta da chi li ha concepiti come prodotti di consumo e nulla più. Chi usufruisce di questi prodotti crede di capire il mondo, di essere un cittadino universale, di non rinchiudersi in una cultura di appartenenza ritenuta limitata e di angusti orizzonti. Il risultato è che le culture di origine cedono sempre di più il passo all’esterofilia dominante, ad una piatta uniformazione di linguaggi e contenuti che ci impoverisce anziché arricchirci.
Ci vorrebbe, nelle librerie, nei cinema e in televisione, un ritorno al vino fragolino e alla pasta e fagioli, metafora di un patrimonio di conoscenze apparentemente limitato, ma che in realtà aiuta davvero a capire chi siamo. Vale a tal proposito quello che Camus disse di Silone, quando lo definì “uno scrittore legato alla sua terra natale eppure talmente europeo”. Ecco, forse Silone ci parla del vino e della pasta e fagioli, ma dentro le sue pagine di vita semplice e contadina si nasconde l’uomo.


I Napoli Centrale (foto tratta da http://classikrock.blogspot.it/

9 gennaio 2014

"Il segreto di Luca" di Ignazio Silone: un caso di coscienza e di impegno civile

Luca Sabatino, scontati ingiustamente quaranta anni di carcere, di cui dieci in isolamento, fa ritorno al paese natale dopo aver ottenuto la grazia. In breve scopre che nulla è mutato nella mentalità dei suoi compaesani, e che meschinità e grettezza sono ancora i tratti caratteristici di quella gente. Nessuno vuole più avere a che fare con lui, sebbene molti siano consapevoli della sua innocenza; solo tre persone gli rivolgono la parola e si interessano, seppure in maniera diversa, al suo caso. Il primo è il giovane Toni, che, nonostante la sua semplicità, dimostra di saper vedere oltre le apparenze e di saper indagare nel cuore degli uomini meglio di tanti che si ergono a giudici. Il secondo è don Serafino, parroco del villaggio al tempo del processo, che si prende cura dell’ex ergastolano per aver avuto a suo tempo una parte importante nella dolorosa vicenda. Infine, c’è il socialista Andrea Cipriani, che ritorna al paese natale dopo aver trascorso dodici anni in esilio per la sua fiera opposizione al fascismo. Andrea, che riveste un incarico importante nel partito a Roma, delude le aspettative dei suoi compaesani, rifiutandosi di dispensare favori e raccomandazioni. Egli, infatti, disdegna gli incontri politici e si dedica anima e corpo alla vicenda di Luca. Da bambino, infatti, aveva scritto per conto dell’analfabeta madre di Luca le lettere che questa inviava al figlio in carcere. L’aver partecipato, sia pure in veste di mero scrivano, ad un caso così drammatico, ha rappresentato per Andrea il primo e confuso approccio con il dolore dell’esistenza. Per questo motivo, ciò che soprattutto gli preme è il ristabilimento della verità, che diventa una sorta di necessità.
In particolare, Andrea vuole sapere per quale motivo al processo Luca avesse rifiutato di difendersi, finendo per accettare con animalesca passività la condanna all’ergastolo. Davanti ai giudici, pur proclamando la propria innocenza, egli non aveva mai voluto rivelare dove aveva trascorso la notte in cui era stato commesso l’omicidio di cui era accusato. Ha inizio così per Andrea Cipriani una vera e propria indagine personale, in cui si scontra con pregiudizi, superstizioni, omertà e con l’irriducibile silenzio dello stesso Luca. La scoperta della verità ha il sapore di una rivelazione, che trascende il caso individuale per imporsi come metro di valutazione della natura umana. Il segreto di Luca, infatti, altro non è che la strenua difesa di un amore platonico, un amore contadino per cui sacrificare persino la propria libertà.
Il segreto di Luca è un grande romanzo di impegno civile, che scandaglia nel profondo il conflittuale rapporto tra diritto e onore, tra legge e sentimento. Luca Sabatino, pur nella sua estrema semplicità di contadino, aveva compreso che la risposta a taluni drammatici casi della vita non si può trovare negli impersonali commi del codice, ma in una dimensione intima che vale come autentica prova di innocenza.

Copertina di una vecchia edizione Oscar Mondadori

3 dicembre 2013

"Viviamo da tempo una forma di medioevo moderno": intervista a Miro Sassolini

Miro Sassolini, storica voce della new wave italiana, ormai da molti anni porta avanti una coraggiosa attività di contaminazione tra le arti, di cui il disco Da qui a domani (2012, Black Fading Records) costituisce l’ultimo tassello. E proprio l’ascolto di questo lavoro mi ha spinto a cercare Miro, per porgli alcune domande sul suo nuovo interessantissimo progetto, che mescola sapientemente voce, musica e poesia. Premetto che la mia intenzione è stata quella di fare un’intervista “da qui a domani”, ovvero riguardante il disco ed i progetti futuri. Inoltre, poiché il mio è un blog prevalentemente di letteratura, le domande hanno avuto ad oggetto anche questo tema.
Ringrazio di cuore Miro Sassolini per la disponibilità e la sensibilità dimostrate, nonché Monica Matticoli, senza il cui contributo questa intervista non sarebbe stata possibile. Buona lettura.
    
Domanda. Qual è il ruolo della Poesia in questo suo ultimo disco?
Risposta. La poesia ha generato una sorta di Big Bang a monte e Da qui a domani è la conseguenza di questo evento, è il frutto di quell’esplosione così come l’energia sprigionata è il combustibile per i progetti futuri. Dalla lettura del libro di Monica Matticoli e Valentina Tinacci, Venti lucenti unghie, attraverso Da qui a domani e fino al lavoro che stiamo portando avanti la poesia compone, insieme alla musica, alla voce, alla contaminazione fra generi e linguaggi, lo scenario su cui compiamo le nostre scelte artistiche e progettuali.

D. Che importanza possono avere la poesia e la letteratura nella nostra epoca, che appare così vuota di bellezza?
R. L’uomo (non il poeta) è l’unico responsabile del vuoto di bellezza nella nostra epoca perché col tempo è diventato “orrendo dentro”. Poesia e letteratura rappresentano solo una parte della bellezza perduta. Viviamo da tempo una forma di medioevo moderno ed è (di nuovo) come se la bellezza fosse solo di chi va alla guerra.   

D. Nel disco sono evidenti riferimenti colti, letterari e musicali. Cosa legge oggi Miro Sassolini? E cosa ascolta?
R. Leggo di tutto, ascolto di tutto e metabolizzo solo quello che mi serve. Nel disco i riferimenti colti sono frutto di questa selezione naturale.

D. Le librerie sono piene di opere mediocri, scritte specialmente da personaggi televisivi o diventati noti per mezzo della televisione, come calciatori, saltimbanchi e attori di modesta caratura. Lo stesso dicasi per i negozi di dischi. Cosa significa affrontare oggi in Italia un progetto musicale impegnativo e di non facile presa sulle masse come il suo? 
R. La mediocrità è un’arma secolare. L’uomo può essere eccelso o mediocre, in mezzo ci sono tutte le sfumature della sua natura, lo dice la storia. La storia ci insegna anche quanto la mediocrità sia necessaria per generare piccole e grandi rivoluzioni culturali. La mia progettualità è autentica e contemporanea: sta a me trovare soluzioni, vero; agli altri invece tocca dotarsi di recettori capaci di individuarmi, non vedo alternative e quindi non mi pongo il problema. Faccio quello che mi piace.

D. In una recente intervista, fatta ad XL de La Repubblica, lei ha fatto un riferimento preciso a Demetrio Stratos, un artista che sarebbe riduttivo definire un cantante. Anche lei, ritornato al canto dopo molte e diverse esperienze artistiche, ha in mente un progetto di ricerca sulla voce, da trattare alla stregua di uno strumento?
R. Su Stratos ho detto tutto quello che avevo da dire. Il resto è assolutamente personale, lo è sempre, ne parlo così poco... Ci tengo (ancora una volta) a dire che non ho mai lasciato il canto: un ventennio di ricerca e sperimentazione vocale può bastare. La voce è uno strumento, il più intimo e complesso. Stiamo lavorando per renderla un insieme di suoni universali.

D. Quali sono i suoi futuri progetti di artista? In particolare, sono in cantiere nuovi lavori col marchio S.M.S.?
R. Il prossimo album attraverserà la complessità dello strumento voce: sarà un lavoro antropologico, ancestrale come i suoni dei nostri antenati, evoluto nella sua forma più contemporanea. Per adesso non posso aggiungere altro ma ne riparleremo, volentieri, più avanti.

(Miro Sassolini fotografato da Angelo Gambetta - Terranuova Bracciolini - AR - 16/11/2013)

Sito ufficiale Miro Sassolini:
http://mirosassolini.wordpress.com/

La mia recensione del disco Da qui a domani.

6 novembre 2013

"Da qui a domani" di S.M.S. Miro Sassolini: un disco che scava nel profondo

S.M.S. è il nome del nuovo progetto musicale di Miro Sassolini, storica ed indimenticata voce della new wave italiana, che, dopo aver intrapreso negli ultimi anni altre e diverse esperienze artistiche, è tornato al canto, quale forma primigenia di espressione. Da qui a domani (2012, Black Fading Records) è il titolo del primo lavoro di questo collettivo, che unisce, oltre al citato Miro Sassolini, la poetessa Monica Matticoli, Cristiano Santini, Federico Bologna e Daniele Vergni. Si tratta indubbiamente di una proposta interessante, di un disco di non facile assimilazione, da ascoltare più e più volte, preferibilmente in cuffia.
Sopra un tappeto sonoro minimale, prevalentemente elettronico, si staglia la riconoscibile voce di Sassolini, che ha il merito di dare sostanza e corpo a testi di rara suggestione e poesia. Si può quindi affermare che lirismo, elettronica e interpretazione vocale costituiscono i tre capisaldi di questo lavoro, perfettamente fusi in un inestricabile intrico armonioso, tanto che nessuno dei tre elementi potrebbe brillare di luce propria. Ma forse è proprio la voce di Miro, nella sua concreta tangibilità e teatralità, a tenere le redini del discorso ed a guidare l’ascoltatore nelle pieghe del suono. Basti ascoltare Disvelo, una delle tracce più interessanti dell’album; è qui evidente che le parole e la musica sono al servizio di un’interpretazione vocale sentita, profonda ed emozionante.
Senza voler fare paragoni con altri artisti, che appaiono impropri data l’originalità di quest’opera, è tuttavia possibile rintracciare influenze colte nei testi e nella musica: dalla tradizione cantautoriale italiana, passando per la dark wave, l’elettronica e il migliore rock italiano degli anni ’90. Insomma, un disco denso di suggestioni, che dà l’idea di non essere un prodotto occasionale, destinato ad una rapida obsolescenza, ma un’opera meditata, che proprio nel non essere attuale trova il suo punto di forza. Dodici le tracce che compongono il disco, su cui svettano, per un’evidente compiuta commistione di parole, musica e interpretazione, Disvelo, Rimane addosso la veste lacerata del risveglio e Mai troppo chiuso il tempo. E proprio in quest’ultimo pezzo è contenuto il verso “averti inventata / vorrei, nel mio grembo”, che forse rappresenta il punto lirico più alto dell’album, nell’idea del sentimento dell’amore che diventa desiderio di generazione.
“Una droga per il mio cuore malato” ha scritto un anonimo utente su You Tube per definire questo lavoro, dimostrando di averne capito il senso più profondo. Questo è prima di tutto un disco d’amore, parola spesso abusata o usata impropriamente, ma che è l’unica in grado di dare luce nella notte sempiterna di questi tempi e della nostra anima. E Miro lo ha capito.
La copertina dell'album.

30 ottobre 2013

"Il disertore" di Giuseppe Dessì: un insolubile dilemma di coscienza

A Cuadu, piccolo centro dell’Iglesiente, nei giorni convulsi del Fascismo nascente, una donna che ha perduto entrambi i figli nella Grande Guerra dona tutti i suoi risparmi al comitato che si occupa dell’erezione di un monumento ai caduti. Il fatto è eclatante per due ragioni: innanzitutto perché Mariangela Eca, donna umile e povera, ha donato più dei ricchi possidenti del paese, i cosiddetti “prinzipales”; in secondo luogo perché è sempre stata lontana dalle celebrazioni patriottiche e dai clamori della “vittoria mutilata”, sempre chiusa in un silenzio impenetrabile. La ragione di tale eclatante gesto consiste nel fatto che uno dei suoi figli, Saverio, è in realtà un disertore, fuggito dalle trincee e venuto a morire nei boschi della Baddimanna, a casa. Nessuno, a parte la madre e il sacerdote Coi, è a conoscenza di questo evento. La sconsolata Mariangela, che per amore del figlio non vuole che gli altri vengano a conoscenza della diserzione, desidera con tutte le sue forze la costruzione del monumento, perché è convinta che una volta che i nomi dei figli saranno impressi sul marmo, verrà finalmente calata una pietra tombale sulla vicenda bellica e sulla sue celebrazioni. La pietra è silenzio, addirittura strumento di redenzione per Saverio, la cui triste vicenda nessuno verrà mai a sapere.
Mariangela non ha voce, si esprime solo con i gesti e con un silenzio carico di significato. È il dolore ad averla resa muta e indifferente al resto. Le sue azioni sono guidate dall’ancestrale sentimento della pietas materna, che la porta a perdonare il figlio che ha sbagliato, anzi ad amarlo di più. L’altro grande personaggio del romanzo è invece padre Coi, l’unico ad essere venuto a conoscenza della verità, sia pure nel segreto della confessione. Egli vive un terribile conflitto interiore, che contrappone il dovere di sacerdote e, prima di tutto, di cittadino, con gli obblighi morali imposti dalla pietà e dall’umana compassione.
A quest’opera è stata mossa una critica da parte di chi ha sottolineato che Dessì avrebbe curato poco il contesto ambientale e storico in cui si muovono i due personaggi principali, riducendolo a mero contorno. In verità, credo che l’autore abbia volutamente costruito la sua opera ponendo maggiore attenzione alla dimensione intima e alla vicenda tragica ma minima di Mariangela e padre Coi, accennando solamente alla contingenza storica, al nascente Fascismo, alle lotte sindacali dei minatori, ai conflitti tra “prinzipales” e socialisti. Il disertore, dunque, è il racconto di una questione privata (per usare il titolo di un celebre romanzo di Fenoglio), una storia umana di pietà e redenzione e un insolvibile dramma di coscienza.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ]

6 ottobre 2013

"Signora Ava" di Francesco Jovine: alle radici della Questione meridionale

La signora Ava è una ancestrale figura del folclore molisano: per indicare un’era antichissima, in cui fantasia e realtà, magia e razionalità si confondevano, si parlava appunto del “tempo della signora Ava”. Jovine scrive questo romanzo rielaborando le figure, i personaggi e le vicende che popolavano i racconti che da piccolo ascoltava intorno al fuoco, specie nel corso delle lunghe veglie invernali. Per tale ragione l’opera è dedicata alla memoria del padre, “ingenuo rapsodo di questo mondo defunto”.
Il romanzo narra la drammatica vicenda della “conquista del Sud” (per usare un’espressione coniata da Carlo Alianello) dal punto di vista dei contadini del Molise. Le due parti che lo compongono sono differenti per tematiche e stile. Nella prima l’autore molisano, che racconta la vita quotidiana di Guardialfiera alla vigilia degli eventi risorgimentali, usa un tono ironico, quasi bonario e divertito; specialmente si concentra sull’eterna lotta tra “cafoni” e “galantuomini”, ovvero tra i contadini e i nobili proprietari terrieri. La seconda parte si apre con la notizia della guerra; in breve il ritmo della narrazione diviene più concitato e il tono drammatico prende il sopravvento. L’Unità non cambia nulla: i galantuomini si inginocchiano di fronte al nuovo Re, così come facevano con il vecchio, e i contadini si vedono sempre più oppressi, umiliati e disillusi. Per molti l’unica strada percorribile sarà quella della macchia, della guerra contro i nuovi e i vecchi oppressori, accomunati dalla stessa sete di denaro, potere e privilegi.
Signora Ava è in un certo senso l’epopea delle masse contadine meridionali, un grandissimo romanzo, imprescindibile punto di partenza per la comprensione della "Questione meridionale".   
Copertina di una vecchia edizione Einaudi Scuola

18 settembre 2013

"Agostino" di Alberto Moravia: la dura iniziazione alla vita adulta

Il drammatico passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dall’età delle certezze inossidabili a quella del dubbio, viene scandito, secondo Moravia, dalla scoperta dell’erotismo, quale chiave necessaria per acquisire una maggiore consapevolezza di sé e degli altri. Agostino è un tredicenne di estrazione borghese, che nel corso di una sola estate vede crollare tutte le convinzioni che sino a quel momento avevano sorretto la sua giovane esistenza. Ragazzino introverso e impacciato, che nutre una vera e propria venerazione per l’avvenente madre, si reca con quest’ultima in una località marina per trascorrervi un periodo di villeggiatura.
Qui incontra per caso un gruppo di ragazzacci volgari e violenti, che lo attirano irresistibilmente con il loro modo sconcio di fare e di parlare. L’incontro con questa masnada lo trasforma irreversibilmente: prima con una serie di esplicite allusioni riferite alla madre, e poi a seguito dell’incontro col pederasta Saro, Agostino viene a conoscenza, seppur in maniera vaga e indistinta, della dimensione dell’erotismo, che ne turba l’equilibrio e lo sconvolge. Il primo cambiamento che tale scoperta provoca in lui è nei rapporti con la madre, che per la prima volta inizia a vedere maliziosamente come donna dotata di una propria sensualità, e non più solo in modo tenero e innocente. Il secondo cambiamento è forse ancora più profondo: da ragazzo impacciato, candido ed educato, Agostino cerca di diventare simile ai suoi nuovi compagni di giochi, da cui è diversissimo prima di tutto per estrazione sociale.
In questo romanzo di formazione, però, la crescita del protagonista non è completa, in quanto la trasformazione è così improvvisa e subitanea che egli alla fine rimane in una sorta di limbo: non è più il bambino di un tempo e neppure un uomo, non si riconosce più nei coetanei di buona famiglia che frequentava prima, ma al tempo stesso non è divenuto un ragazzo di strada. La sua completa maturazione, come Moravia lascia intuire, si compirà soltanto nel momento in cui sarà in grado di liberarsi dei lacci imposti dalla morale borghese, percorso lungo e infelice. 
Questo romanzo condivide, assieme ad altri dello stesso genere (su tutti, Estate al lago di Alberto Vigevani), la tematica della scoperta dell’erotismo quale doloroso momento di iniziazione alla vita adulta; a differenza di altre opere, però, in Agostino tale rivelazione diventa ancora più amara e incomprensibile, per le connotazioni edipiche che essa viene ad assumere. Opera breve pregevolissima per stile, ritmo e ambientazione. Da leggere senza esitazioni.