3 gennaio 2018

"From the lions mouth" dei The Sound: Borland nella gabbia dei leoni

Parlare dei The Sound significa inevitabilmente tirare fuori la solita favola triste della band sfortunata, ignorata all’epoca e riscoperta postuma, che ha raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato. Facile allora inquadrare il gruppo tra i grandi sconosciuti, fino ad elevarlo tra i migliori in assoluto, come pure fanno alcuni. Più semplicemente, nella musica come nell’arte in generale, la fama non sempre arride ai più bravi ed è spesso una questione di contingenze. Come ho scritto in un precedente articolo, rimane certamente un mistero la ragione per cui certi validi gruppi siano destinati a non lasciare alcuna traccia nella memoria musicale collettiva, mentre invece tanti musicisti non propriamente all’altezza siano invece passati ai posteri e abbiano goduto del beneficio di vedere i propri dischi ristampati in continuazione. Indagare questo mistero non avrebbe senso, né è possibile trovare una soluzione. È allora sufficiente affermare che i The Sound sono stati un grande gruppo di piccolo culto. E non è poco.
Adrian Borland, ragazzo dall’espressione sorniona e dagli occhi spenti, ne era il fondatore e leader. Nell’aspetto non rispecchiava i canoni classici della rockstar ma, al pari di molti e più famosi di lui, era affetto da un incurabile male di vivere, che l'ha portato a morire suicida sotto un treno a soli 42 anni, il 26 aprile del 1999. «Un figlio amato e un talentuoso cantautore e chitarrista», recita il suo epitaffio. The Sound è stata la sua creatura. Il gruppo, inquadrabile nell’area del post punk – new wave, ha pubblicato cinque dischi in studio tra il 1980 e il 1987 prima di sciogliersi, oltre ad una manciata di live. Sembrerebbe che proprio le crisi depressive del leader, oltre agli scarsi riscontri commerciali, siano state le cause principali dello scioglimento, avvenuto nel 1988. Una storia che ricorda in parte quella dei coevi e universalmente noti Joy Division. Completavano la formazione Graham Green al basso, Colvin “Max” Mayers alle tastiere e l’occhialuto Mike Dudley alla batteria. Per chi volesse vederli dal vivo, consiglio questa splendida testimonianza su You Tube.
From the lions mouth è il loro secondo album (1981), che segue di un anno l’esordio di Jeopardy, sempre per la Korova Records. Mentre il loro primo disco è intriso dei sapori del punk morente, From the lions mouth si avvicina invece alla new wave, risultando un deciso passo in avanti e, al tempo stesso, un disco ancora fresco a distanza di trentasei anni. La 1972 Label, casa discografica americana, ne ha curato una recente ristampa in vinile, che riporta anche i cupi testi e una fotografia del gruppo. Suggestiva la copertina, che riproduce un famoso dipinto del pittore inglese Briton Riviere, intitolato “Daniele nella fossa dei leoni”. Viene dunque da chiedersi quali fossero questi leoni da cui Adrian Borland si sentiva oppresso: potrebbero essere i vincoli imposti dalla società, o più semplicemente le spire soffocanti del sentimento in perenne contrasto con la volontà.
È un disco che si esalta nei felici ricami delle tastiere, che si intrecciano in continuazione con i riff selvaggi della chitarra di Borland; onnipresente il basso, che disegna la strada maestra dalla prima all’ultima traccia. Si apre con l’inconfondibile giro di basso di Winning, a cui dopo pochi secondi si aggiunge il ripetitivo e psichedelico tappeto delle tastiere. A sorpresa, la canzone parla di riscatto, della capacità di liberarsi dalle catene e di ripartire quando si è toccato il fondo: «I was going to drown, then I started swimming. / I was going down, then I started winning». Segue la corposa Sense of purpose, atipica canzone d’amore in cui Borland chiede ad una lei (o forse a se stesso) di cercare un nuovo senso all’irrequietezza quotidiana. Ancora una volta sono le tastiere e il basso a dominare la scena, sovrastati nel finale da un assolo di chitarra. Contact the fact si avvale invece di un felice ritornello, per poi dilatarsi in una coda strumentale che rappresenta uno dei momenti più felici dell’album. La successiva Skeletons è invece un classico brano dark-wave, sostenuto dal basso e con un testo cupo; nel finale la voce di Borland si smarrisce in suoni appena udibili, mentre la musica si frammenta in schegge impazzite. Chiude la facciata la complessa Judgement, in cui il mostro assume il volto silenzioso e immoto di Dio («he’s so still, silent, motionless»), visto nella sua veste di sommo e implacabile giudice. Anche qui la coda strumentale è qualcosa di spettacolare: un meraviglioso amplesso di chitarra e tastiere, come una scala che in poco meno di un minuto lambisce il paradiso e ricade a terra.
Il lato B non conosce cali d’ispirazione. Fatal flaw è una canzone sull’incapacità di amare: «sense of distance when you stand close to me / I’ve a strange disappearance […] / you can’t reach me anymore». La duplice natura dell’animo umano è il tema centrale anche della successiva Possession, con un basso che pompa a livelli altissimi e la voce di Borland che si alza di intensità e di volume. Spinge invece sull’acceleratore The fire, la mia preferita; questo è punk, signore e signori, forse un po’ ammansito dalle tastiere, ma che nel finale esplode in un assolo chitarristico incendiario. Silent air è invece un riuscito intermezzo di dolce malinconia alla U2, che lascia il passo alla conclusiva New dark age. L’ovvio, inevitabile punto di riferimento per questo brano sono i Joy Division; in effetti il pessimismo non lascia scampo, perché Borland ci porta per mano in un universo post-atomico, dove di umano è rimasto poco e ciò che rimane si prepara all’avvento di una “nuova età oscura”. La voce di Adrian galleggia sopra rimasugli dilatati di batteria e basso, fino ad un finale incisivo e sorprendente, con la chitarra a spingere come a voler uscire fuori da questa new dark age.
Dovessi partire domattina per un’isola deserta e avessi la possibilità di portarmi una manciata di dischi, From the lions mouth non potrebbe mancare. Ascoltare per credere.

24 dicembre 2017

"La casa in collina" di Cesare Pavese: la Resistenza degli inerti

Ci sono momenti storici che impongono una scelta. Ci sono contingenze che richiedono a ciascun cittadino di schierarsi, di prendere una decisione che travalichi la dinamica puramente intima e ideale, per divenire concreta partecipazione alla costruzione di un nuovo mondo, oppure alla preservazione del vecchio. L’otto settembre del 1943 ha rappresentato per l’Italia uno di questi momenti chiave, forse l’ultimo e il più drammatico. Sotto i cieli foschi della guerra civile, i cittadini furono chiamati a scegliere quale parte servire. In tali frangenti, più che la scelta sbagliata, fanno paura l’inerzia e l’indecisione.
Corrado, il protagonista de La casa in collina, è professore di scienze naturali in un liceo torinese. Pur essendo ancora giovane, non viene richiamato alle armi e può continuare a svolgere la sua professione. Quando la guerra si fa più dura e anche le città italiane vengono bombardate nottetempo dagli Alleati, Corrado sceglie di allontanarsi da Torino e di salire in collina, trovando ospitalità nella casa di due donne che lo accudiscono amorevolmente. La collina è un vero e proprio mondo a parte, il fulcro del microcosmo pavesiano in antitesi alla città: mentre nella prima si succedono ancora le stagioni e la frutta continua a crescere sugli alberi, la metropoli è ferma nella paura costante della morte che arriva dal cielo. Corrado cerca la salvezza dagli orrori del conflitto, ma la quieta rassegnazione domestica non fa per lui; intraprende così lunghe passeggiate assieme al cane Belbo. Durante una di queste uscite, giunto all’osteria denominata "Le Fontane", incontra Cate, un suo vecchio amore, che nel frattempo aveva avuto un figlio. Cate presenta a Corrado i suoi amici antifascisti, che dopo l’armistizio si danno alla lotta partigiana contro tedeschi e repubblichini. Scampato fortunosamente ai rastrellamenti, Corrado è l’unico della compagnia a non prendere parte alla lotta, bloccato come sempre dall’incapacità di prendere una decisione diversa dalla fuga. Egli è dunque l’emblema dell’accidia, o forse meglio ancora dell’incapacità di far fronte agli obblighi. Tutta la sua vita è stata un continuo disertare dalle responsabilità: ha lasciato Cate perché non voleva stringere un rapporto più duraturo, ha abbandonato la città per fuggire dagli orrori e, infine, non è neppure riuscito a seguire fino in fondo i propri ideali, una volta che la Storia l’ha posto di fronte alla necessità di sacrificarsi per essi.
La casa in collina è dunque il racconto di un intimo rovello, reso dall’utilizzo della narrazione in prima persona. È tuttavia un romanzo che non può essere confinato entro i tormenti del protagonista, perché altre sono le figure che brillano nitidamente: l’enigmatica Cate e il figlio ribelle Dino, l’ingenuo ma ardimentoso Fonso, la devota Elvira. Anzi, può addirittura sostenersi che, mentre le altre figure si muovono agilmente verso un destino finanche crudele ma scelto coraggiosamente, Corrado è la quintessenza della neghittosità e della rinunzia a vivere.
Va rimarcato che il breve romanzo venne pubblicato nel 1948 nel volume Prima che il gallo canti, assieme a Il carcere, scritto circa dieci anni prima. Il nome del volume richiama naturalmente il tema del tradimento, che è in primo luogo di se stessi e dei propri ideali. Stefano, protagonista de Il carcere, è un ingegnere di simpatie antifasciste confinato in un villaggio della Calabria; col tempo dimentica persino le ragioni della carcerazione e finisce per adeguarsi alla molle vita del paese, giungendo a rifiutare il contatto con un non meglio precisato anarchico, confinato in un villaggio vicino, pur di non essere coinvolto di nuovo nella lotta politica. L’adeguarsi alla sua condizione lo preserva forse dal dolore, ma è di fatto l’atto attraverso cui si consuma il tradimento. Allo stesso modo, Corrado fugge in collina per accomiatarsi dagli strepiti del conflitto; ma quando la guerra lambisce anche i colli, portandosi via gli amici, egli non sa fare altro che scappare di nuovo, alla ricerca di un ventre caldo in cui lasciarsi vivere tranquillo. La sua infedeltà è dunque triplice: pur di non essere coinvolto, tradisce gli amici, gli ideali e persino le amate colline.
La casa in collina è forse l’apice della scrittura pavesiana, la summa del suo pensiero, come sostenuto da molti e più autorevoli di me. Rimane uno dei testi seminali della letteratura sulla Resistenza, raccontata secondo il punto di vista degli indecisi, degli impauriti, degli inerti.
Il volume che include il romanzo breve "La casa in collina"

6 dicembre 2017

"Le rovine in attesa" si aggiudica il secondo posto al "XXI Concorso letterario internazionale Il Saggio – Città di Eboli"


La Giuria del “XXI Concorso letterario internazionale Il Saggio – Città di Eboli” ha conferito il secondo premio per la sezione narrativa edita al mio romanzo Le rovine in attesa. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 2 dicembre nella Sala Mangrella del Complesso monumentale di San Francesco in Eboli (Sa).
Il primo premio per la sezione narrativa edita è andato al giornalista Luciano Ragno, con il suo romanzo storico Marozia, la padrona di Roma. Arrivare secondo è per me un grande onore, tenuto conto dell'elevato numero di partecipanti al Premio, che rappresenta oramai uno dei più importanti eventi culturali della provincia di Salerno. Desidero dunque ringraziare il Presidente Giuseppe Barra e tutti i giurati per avermi conferito tale significativo riconoscimento.
Questa la motivazione:
«Il romanzo di Alfonso Cernelli “Le rovine in attesa” ha una scrittura fluida ed avvincente; i personaggi sono definiti e riconoscibili e la trama non risulta mai essere banale. Il tema centrale, che accomuna i due protagonisti, è la solitudine; la bravura dello scrittore sta nel raccontarla senza l’uso di luoghi comuni. Romanzo ben congegnato e ricco di tante vie d’uscita, che portano il lettore ad eventuali e personali sliding doors.»
Un momento della cerimonia di premiazione
L'attestato per il secondo posto della sezione narrativa edita

Su YouTube è disponibile un breve video della premiazione.

27 novembre 2017

Nostrani ma strani: i Mercenaries e il loro unico album, "I'm not Russian"

Quando adocchio una bancarella che vende LP a poco prezzo, so già che il ciarpame la farà da padrone. Eppure, nonostante innumerevoli volte l’unico risultato conseguito sia stato respirare un mucchio di polvere, cedo sempre alla tentazione. Non credo alla possibilità di fare l’affare, quanto piuttosto spero di trovare qualche disco misconosciuto per cui valga la pena spendere il prezzo di un caffè o poco più. Si sa che la storia della musica, come d’altronde la letteratura, è piena di vicende meno note che avrebbero meritato un maggiore approfondimento.
I’m not Russian dei Mercenaries ne è l’emblema. Buttato alla rinfusa in mezzo a decine di raccolte di Fausto Papetti, mi ha attirato per la copertina. E dire che è anche piuttosto anonima! Quasi completamente bianca, riporta sulla sinistra il nome del gruppo e sulla destra il titolo dell’album, con un’iscrizione aggiuntiva in giapponese. Tutto faceva pensare ad un gruppo straniero alla Ultravox, compresi i titoli delle canzoni, ma altri indizi dicevano il contrario: il nome dei musicisti e alcuni piccoli disegni di celebri monumenti del Bel Paese.
I’m not Russian è un lavoro oscuro, perla minore di un certo rock all’italiana che si era sviluppato all’inizio degli Anni Ottanta, grazie ad autori come Gino d’Eliso o Faust’o. Dalle poche notizie ricavabili sulla rete, si scopre che i Mercenaries erano una creatura del chitarrista Claudio Dentes, autore di un album sperimentale pubblicato alla fine degli anni Settanta, nonché musicista per artisti del calibro di Alberto Fortis e produttore di successo. La formazione, oltre allo stesso Dentes alla voce e chitarra, comprendeva Betty Vettori ai cori, Franco Cristaldi al basso e i due fratelli Beppe e Piero Gemelli, rispettivamente alla batteria e chitarra (sotto lo pseudonimo di Josè 1 e Josè 2). Il disco vede l’apporto di Claudio Fabi come produttore, mentre in due tracce le tastiere sono suonate da Alberto Fortis, ospite d’eccezione perché i componenti dei Mercenaries erano il gruppo spalla del cantautore. I’m not russian è il loro unico album, pubblicato nel 1982 dalla Aleph Records, una sussidiaria della CGD.
La busta interna riporta i crediti ed i testi, tutti in inglese. Non è facile definire il genere dei Mercenaries, perché non sono inquadrabili in alcun genere. C’è però un immediato punto di riferimento, che emerge subito: i primi Police, quelli di Outlandos d’amour per intenderci. Brani come Men who fight, Radio e la title-track, infatti, risentono evidentemente dell’influsso della band di Sting, tanto che a tratti i Mercenaries fanno palesemente il verso ai Police. Eppure, sarebbe riduttivo parlare di un disco derivativo. È un LP originale, che mescola pop elettronico con echi di new-wave, o meglio di synth-pop, e influenze di altri stili come il reggae. Ho parlato di new-wave, ma va fatta una precisazione: nel disco non dominano atmosfere cupe o claustrofobiche, quanto piuttosto ariose, ampie, tipiche di un pop raffinato che si caratterizza per i repentini cambiamenti di ritmo e l’uso dei cori. È forse un lavoro che in alcuni punti risente degli anni, ma comunque sorprende già al primo ascolto per la cura degli arrangiamenti e delle parti strumentali, che lasciano intuire la classe di Dentes & soci.
La prima facciata contiene quattro gioielli. Il primo, Men who fight, ricalca lo stile dei Police, al pari della successiva e incalzante Radio. Panorama drama è una piccola gemma pop dal ritmo coinvolgente. Chiude la facciata la meravigliosa White tornado, che sfoggia una coda finale chitarristica da far impallidire gruppi più quotati, oltre ad avere un testo suggestivo sorretto da un canto perfetto. Il lato B prosegue sulla falsariga del primo, con brani più veloci e meno strutturati. Ancora una volta sono i Police il necessario termine di paragone: si ascolti I’m not Russian, oppure la pimpante Intruder. Il disco sorprende fino all’ultimo solco: si conclude con una delicatissima ballata cantata da Betty Vittori, Follow the string, così perfetta che sembra di conoscerla da una vita.
È un disco di fatto ignoto, ma che vale la pena ascoltare perché è un tentativo compiuto di uscire fuori dai ristretti confini del pop-rock, per costruire qualcosa di più raffinato che, almeno in Italia, non aveva precedenti (e sarei ben felice di essere smentito). Nonostante sia abbastanza raro, è reperibile on-line a prezzi irrisori.
LP "I'm not Russian" - Mercenaries - 1982, Aleph Records

11 novembre 2017

Il punk oltre il punk: "The image has cracked" degli Alternative TV

Erano anni che non acquistavo un disco appartenente alla prima ondata del punk inglese. Ormai disamorato dei Sex Pistols e dei Damned, non più entusiasta di fronte ad un riff dei Buzzcocks, fedele solo al verbo dei Clash, mai avrei creduto di comprare e recensire un album degli Alternative TV, di cui ricordavo solo il nome, letto in un’antologia sul punk che per anni ha rappresentato la mia Bibbia in materia.
L’occasione si è presentata per il “Cassette store day 2017”, la festa che ogni anno celebra le musicassette e autocelebra i pochi che ancora le ascoltano, sostenendo magari che il nastro è l’unico vero supporto ad alta fedeltà. La Radiation Records di Roma ha festeggiato la giornata con tre ristampe in musicassetta (edizione limitata a 350 copie) di altrettanti album meno noti del periodo d’oro del punk. Tra questi, il primissimo lavoro degli Alternative TV, The image has cracked. Il nastro suona davvero bene, anche se non possedete un mitico Nakamichi Dragon. Sul mio più modesto Luxman K111 del 1989 il suono esce limpido e sufficientemente definito, nonostante il lavoro sia in parte live.
Gli Alternative TV nacquero su iniziativa di Mark Perry, editore della storica rivista “Sniffin’ glue”, che voleva fondare un gruppo che potesse innestare tendenze sperimentali nel punk, genere per sua natura intuitivo e poco cerebrale. The image has cracked venne pubblicato nel maggio del 1978, ed in qualche modo rappresenta la consacrazione e il superamento del genere, come una porta socchiusa che lascia intravedere quello che verrà. È dunque un disco di transizione, anche se, a mio avviso, ben più significativo in tal senso è il coevo The scream dei Siouxsie & The Banshees.
Consiglio di tralasciare la prima traccia, Alternatives, una sorta di noioso dialogo in forma di botta e risposta tra il gruppo e gli spettatori, che prendono in mano il microfono ed esprimono la propria opinione. Noioso oltre ogni dire e inutile. Conviene allora passare alla seconda traccia, la nervosa ed elettrica Action time vision, probabilmente la più riuscita dell’album. La prima facciata è più vicina ai canoni classici del punk, con echi degli Adverts e degli Sham69 (si ascoltino in proposito Why don’t you do me right? e Good times), anche se i nostri non disdegnano parti strumentali più lunghe, sebbene non particolarmente articolate.
Il lato B contiene invece i germi delle sperimentazioni degli anni successivi: le canzoni si dilatano, si allarga la gamma degli strumenti, fino a timidi accenni elettronici. Si pensi alla corposa Viva la rock n’ roll, caratterizzata dalle note di un pianoforte in apertura e chiusura, che termina con una ripresa addirittura delicata. O ancora, si ascolti la strumentale Red, che si dilata in lancinanti e cadenzate scariche elettriche. Splitting in two, invece, inizia in maniera poco convincente, per poi esplodere in una coda strumentale da muro del suono. L’edizione in MC è arricchita da due deliziose bonus tracks: Love like limp, dalle venature reggae alla Clash, e la tiratissima Lies.
Di certo The image has cracked non è un lavoro epocale, ma è qualcosa di diverso rispetto al classico schema “tre minuti-tre accordi”. Gli Alternative TV hanno tentato un’evoluzione rispetto ad un piano prestabilito, forse senza grandi doti tecniche, ma senza dimenticare la rabbia e l’urgenza espressiva. Punk, ma con un piede oltre la soglia.

La ristampa in MC curata Radiation Records (2017)

28 ottobre 2017

"L’eredità di Eszter" di Sándor Márai: non si sfugge al proprio destino

Nei romanzi dell’ungherese Sándor Marai (1900-1989) ricorre spesso il tema dell’attesa di un destino che deve compiersi: è così nel celebre Le braci, nonché ne L’eredità di Eszter. L’ineluttabilità del fato non è tuttavia percepita con fastidio dai personaggi; essi piuttosto la vivono con rassegnazione, anzi con una quieta accettazione, perché a nulla varrebbe opporsi. «Ho fatto di tutto per mettermi in salvo, ma il nemico continuava a seguirmi. Ormai so che non poteva agire diversamente: siamo legati ai nostri nemici, che a loro volta non sono in grado di sfuggirci», afferma Eszter nel preambolo delle sue memorie.
Eszter abita nella casa che le ha lasciato il padre, assieme all’anziana parente Nuna; le due donne vivono modestamente, ma con dignità, grazie ai pochi risparmi e alla cura del piccolo orto. L’esistenza di Eszter è monotona, i giorni si accumulano l'uno dopo l’altro senza particolari variazioni sul tema; l’unico uomo che abbia mai amato, l’infido e menzognero Lajos, è sparito da vent’anni. Per quanto la loro storia d’amore sia stata tormentata e triste, lei sa che «quel senso di allarme continuo» provato a causa di Lajos è stato l’unico vero significato della sua vita. Il tempo ha ricucito le ferite, restituendole la serenità in cambio di una completa abulia affettiva. Un giorno però Lajos annuncia con una lettera il suo ritorno. Dalla missiva sembrerebbe animato da buone intenzioni, ma Eszter sa che tornerà solamente per riprendersi quel poco che non è ancora riuscito a sottrarle.
Lajos ci viene presentato come un uomo che «si era fermato a un certo stadio del suo sviluppo, era diventato vecchio senza mai perdere quello spirito goliardico da studente di legge, che non è particolarmente rischioso e non porta – ecco la cosa più triste – da nessuna parte». Il tempo ha imbiancato i suoi capelli e ha disegnato sottili rughe sul suo volto, ma non è riuscito a cambiarlo nel profondo. Egli è rimasto «un genio della menzogna», pronto a sacrificare tutto e tutti in nome di un’indefinita smania di vivere, che non ha altro scopo se non quello di distruggere gli altri per alimentare se stessa. Eszter ne è pienamente consapevole, tanto che arriva ad affermare che «la tua vita è stata un’unica grande menzogna; non potrò credere neanche alla tua morte, perché anche quella sarà un inganno». Eppure, la coscienza dell’imbroglio non riuscirà a salvarla da un destino ampiamente preveduto, ma ineluttabile. Eszter accetta ciò che il fato le riserva e si lascia docilmente spogliare di ogni avere e depauperare di ogni speranza; tuttavia, non per questo possiamo definirla sciocca. Marai costruisce Eszter come un’eroina stanca, saggia nella misura in cui non oppone un’inutile resistenza a quanto le è stato riservato da una forza superiore. Resta da comprendere se tale forza abbia o meno una valenza religiosa, ma io propenderei per una risposta negativa. Forse per Marai è la passione a governare le nostre esistenze, ma anche questa soluzione rimane dubbia. È davvero amore quello che venti anni prima ha avvinto Lajos e Eszter? Oppure è solo una meschina e umana macchinazione, creata dal deus ex machina Lajos, vero e proprio prototipo del mascalzone e del bugiardo? Il segreto non è svelato, tutto rimane confinato nel rapporto tra i due, al punto che il dubbio rimane anche una volta chiuso il romanzo. L’eredità di Eszter lascia addosso tanta amarezza, perché ci fa intendere quanto possano essere spietati e cedevoli i rapporti umani.
Marai è considerato uno dei grandi della letteratura mitteleuropea; nonostante abbia vissuto a lungo a Napoli e a Salerno, la sua fama in Italia è relativamente recente, grazie alla casa editrice Adelphi che ne ha tradotto e pubblicato le opere dopo la morte. Le sue doti di scrittore emergono con limpidezza ne L’eredità di Eszter, che oltre ad essere animato da una sotterranea profondità filosofica, brilla per la purezza dello stile e il piacere della lettura.

14 ottobre 2017

Un pugno di canzoni italiane da riscoprire

L’anno scorso Giorgio Canali ha dato alle stampe un album di cover, reinterpretando a suo piacimento alcune canzoni italiane poco conosciute e spesso dimenticate, che avrebbero meritato sorte migliore. Per gioco ho voluto ripetere l’operazione secondo il mio gusto, scegliendo alcune canzoni italiane meno note, da scoprire o riscoprire.

Lucio Battisti – No dottore (da La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Spulciare nel patrimonio che Battisti ci ha lasciato significa trovare canzoni meno o per nulla note, forse poco radiofoniche, ma che testimoniano la poliedricità di un cantautore che non deve e non può essere accostato unicamente a La canzone del sole. No dottore è il monologo, reso di fronte ad uno psichiatra o ad un giudice (non ci è dato saperlo), di un “pazzo” accusato di aver ucciso la propria fidanzata. Tra numerosi non ricordo e scampoli di lucidità, la canzone lancia domande che non avranno una risposta, insinua dubbi che non possono essere sciolti. Sofferto il cantato, che si apre nel ritornello in ampi spazi di luce.

Bluvertigo – Ebbrezza totale (da Metallo non metallo, 1997). Trovare le giuste parole per descrivere un brano dei Bluvertigo non è facile. Ebbrezza totale ti assale dalla prima nota, ti sconvolge dal primo verso («Questi fiori blu ci deviano») e quando ti lascia vorresti che ricominciasse immediatamente da capo. Elettronica e chitarre in giuste dosi, voce sopra la media.

I Califfi – Madre domani (da Fiore di metallo, 1973). Non poteva mancare un pezzo sentimentale e strappalacrime, nella più pura tradizione italica. Ho scelto questa canzone dei Califfi, appartenente al periodo della loro svolta progressiva. Madre domani, però, non ha nulla a che vedere con il prog, è una piacevole ballata dalla struttura tradizionale “strofa-ritornello-strofa-ritornello”, che tuttavia ha dalla sua parte un testo che mi ha sempre sinceramente emozionato.

Giorgio Canali & Rossofuoco – Orfani dei cieli (da Rojo, 2011). Canali è arrivato tardi alla carriera solista, dopo aver militato per anni nei CSI con la sua chitarra distorta. Assieme ai Rossofuoco ha tirato fuori dal cilindro canzoni meravigliose, in cui mette a nudo un’anima tormentata e una rabbia covata sin dalla nascita. In Orfani dei cieli, però, mette da parte l’incazzatura e i watt per raccontarci l’amore dal suo punto di vista: «come se non avessimo modi più letali di farci male / di innamorarci delle ragazze che dietro il bancone di un bar / ci danno da bere. / Come se fosse la prima volta che ci si innamora, / come se avessimo bisogno di imparare ancora, ancora, ancora».  

Circo fantasma – Vecchi amanti (da Ninna nanna per la classe operaia, 1997). Gruppo poco conosciuto dell’ondata rock italiana degli anni Novanta, i Circo fantasma hanno dato alle stampe un intenso album di impegno sociale, tra pezzi originali e cover (De Andrè, Springsteen). Vecchi amanti racconta di due persone che si erano amate durante la guerra e si incontrano di nuovo dopo decenni. Un testo ispirato e un’originale e struggente fisarmonica ne fanno un brano che avrebbe meritato ben altra fortuna.

Consorzio Suonatori Indipendenti – L’ora delle tentazioni (da Linea gotica, 1995). Uno di quei pezzi che necessitano di più ascolti per essere compresi, assimilati ed infine amati. Nove minuti pazzeschi, che iniziano in sussurro e terminano in un'orgia di chitarre distorte, con due voci stupende che si incrociano. Il testo, poi, è tra i più suggestivi scritti da Ferretti: «la casa, la chiesa a modo e per bene / campana che suona, la notte che viene, / cattolico decoro, cattolico decoro, cattolico decoro, / la luce si spegne. / Scaldano le braccia del peccato, / scaldano il freddo del firmamento, / che fredda è la notte».

Diaframma – Io amo lei (da In perfetta solitudine, 1990). Federico Fiumani è uno di quei cantautori dal repertorio vastissimo, praticamente sconosciuto al grande pubblico. Sceglierne soltanto una è un’ingiustizia, ma Io amo lei resta una delle canzoni migliori, imprescindibile in ogni concerto dei Diaframma. Dentro c’è la summa dell’arte del Fiumani: un testo mai banale che racconta una storia intrigante, la voce asimmetrica che si spinge fino all’urlo e un giro di chitarra che riconosceresti tra mille.

Marlene Kuntz – Infinità (da Ho ucciso paranoia, 1999). «La cosa più speciale / che mi potessi offrire / è un lampo di infinità, / che non mi fa dormire / e non mi fa vegliare. / Ora è per sempre ora». Bastano queste eteree parole a dire tutto. Un pezzo lieve ma intenso, quattro minuti perfetti.

Moda – Polvere (da Senza rumore, 1989). Una precisazione è d’obbligo: sto parlando dei Moda, gruppo culto della new wave italiana degli anni Ottanta, e non dei contemporanei Modà. Polvere non ha nulla a che vedere con i suoni cupi della new wave, ma è un perfetto gioiellino pop, arricchito dalle tastiere e da un’ottima interpretazione vocale di Andrea Chimenti. Radiofonico com’è, farebbe tuttora impallidire molti attuali singoli di successo.

Claudio Rocchi – Ho girato ancora (da A fuoco, 1977). È la canzone del riflusso, l’amaro resoconto della fine delle utopie, delle lotte e dei sogni. La generazione che voleva cambiare il mondo è finita annegata nella droga, nella violenza, nel terrorismo mascherato da lotta di classe. L’unità è diventata divisione e nessuno avrebbe saputo raccontarla con parole migliori di queste: «anche se in una foto / scattata un momento potrebbe sembrare / che noi tutti insieme siamo un esercito grande / che può se lo vuole riuscire a cambiare. / Ma dentro le tasche degli stessi vestiti / che tutti vestiamo, oggetti diversi ci dicono / la vera realtà che viviamo. / La pistola o la lira, la siringa o la mala, / la tessera o il fumo, la chiave di ferro, / il fumetto di sesso, la Gita, il Vangelo, / la bottiglia di whisky, il pane integrale. / E in un solo momento un esercito grande / diventano gruppi che guardando più in fondo / si scopron diversi, si scopron lontani, / si scopron nemici».

Alan Sorrenti – Vorrei incontrarti (da Aria, 1972). Quando uscì Aria, Alan Sorrenti era un cantautore quasi sconosciuto, ancora lontano dal successo di pubblico che avrebbe costellato la sua carriera a partire dalla fine degli anni Settanta. Il primo LP seguiva però una direzione precisa lungo la strada del sogno, trainato da una straordinaria prima facciata, in cui si dipanava una delle suite più riuscite del panorama progressivo nazionale. Il lato B si apriva invece con un breve gioiello, la delicata Vorrei incontrarti, canzone d’amore che profuma di Oriente e misticismo, viaggi in luoghi lontani e respiri d’incenso. Poesia pura i versi: “vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica, / vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India”.
La copertina di Aria di Alan Sorrenti, grande disco da riscoprire

5 ottobre 2017

"Lettere di una novizia" di Guido Piovene: alle radici di un segreto rovello

In uno sperduto convento della campagna veneta, una giovane novizia di nome Rita Passi viene colta da atroci dubbi sulla propria vocazione ad un passo dal prendere il velo. Desiderosa di salvarsi da quella che considera una condanna, rivela le sue ambasce in un’accorata lettera indirizzata a don Giuseppe Scarpa, sacerdote che qualche giorno prima aveva fatto visita al convento. Inizia così un turbinio di missive tra una pluralità di persone, che cercano di dipanare una matassa, non solo morale, che si dimostrerà impossibile da sbrogliare; quello che sembrava essere semplicemente il naturale sommovimento di uno spirito giovane, finisce per diventare un increscioso caso di cronaca, tale da sconvolgere l’esistenza di quanti ne vengono a conoscenza. È questa, in parole povere, la trama del romanzo di Piovene, pubblicato nel 1941 e considerato un classico. Confesso che, quando il libro mi è capitato tra le mani, l’ho inizialmente considerato di scarsa attrattiva, ma ho dovuto ricredermi già dalla lettura della prima lettera. Il caso narrato da Piovene va oltre la tematica religiosa, per elevarsi a paradigma di studio della natura umana e della sua doppiezza. Parlando dell’ambiguità dell’uomo, il poeta gallese Dylan Thomas rivelava che servivano dieci paradossi per ricomporre in lui un’unica verità. In un certo senso, è questo il messaggio lanciato da Piovene: tutti i suoi personaggi hanno un fondo di ambiguità, che li conduce a giustificare le proprie azioni agli occhi degli altri, nella costante paura di un giudizio. Le loro azioni sono guidate dall’istinto, e questo li porta ad autoassolversi, a cercare negli altri (e nel lettore) una conferma della propria innocenza. Si pensi a quanto scrive Rita sull’amore, che sente «come precario e condannato, più una invenzione e specialità mia che un sentimento naturale e comune». Tale convinzione, mai scalfita da dubbi, la conduce agli errori che ne funesteranno la giovane vita.
Lettere di una novizia promette, pagina dopo pagina, la rivelazione di una verità che permane invece oscura. Chiuso il libro, rimane sospesa una domanda: qual è la verità? Quella torbida e ambigua narrata da Rita, oppure quella gravida di risentimento esposta dalla madre? Una risposta non è data, perché ciò che a Piovene interessa non è la scoperta del vero, quanto piuttosto l’accettazione dell’impossibilità di tale scoperta. Ma d’altronde la verità è sconosciuta agli stessi protagonisti. Nell’introduzione, Piovene scrive che «i personaggi […] hanno un punto comune: tutti ripugnano dal conoscersi a fondo; […] ognuno tiene i suoi pensieri sospesi, fluidi, indecifrati, pronti a mutare secondo la sua convenienza». Per questa ragione il romanzo non vive della classica dicotomia buono/cattivo; tutti i personaggi mentono, tutti cercano di giustificare le proprie azioni scaricando le colpe sugli altri e sul fato. La novizia Rita è l’emblema di questa ambiguità; è al tempo stesso vittima e carnefice, ingenua e maliziosa, al punto da soccombere a tale doppiezza.
In conclusione, Lettere di una novizia è il racconto epistolare di una crisi di coscienza, l’intimo resoconto di un segreto rovello in grado di sconvolgere le esistenze di quanti ne sono venuti a conoscenza. C’è poco da dire sulla qualità della scrittura. Piovene è un grande narratore e rimane un piacere leggere le quarantadue lettere che compongono il romanzo, sempre in bilico tra uno stile colto e la cruda cronaca dei tormenti del cuore.

22 settembre 2017

Giorgio Canali alla (ri)scoperta della canzone italiana

Giova subito chiarire che Perle per porci (2016) è un album di cover. L’ultimo disco di inediti dei Rossofuoco è invece Rojo del 2011, in cui Canali usava la sua chitarra disturbata per combattere i poteri forti e le storture del mondo. A cinque anni di distanza, il chitarrista di Predappio ha deciso di cimentarsi in un progetto in qualche misura rischioso: sfornare un album interamente formato da cover. Non si tratta di una novità assoluta nel panorama del rock indipendente italiano; mi viene in mente Un ricordo che vale dieci lire di Federico Fiumani del 2014, in cui il cantautore punk per eccellenza reinterpretava brani di autori noti, come Dalla e Battisti. L’operazione portata avanti da Canali è diversa e controcorrente, come d’altronde è nello stile del personaggio. Perle per porci contiene probabilmente le canzoni che Canali vorrebbe aver scritto, e la scelta è tutto fuorché scontata. Il disco non è però un semplice divertissement, ma si propone un meritorio obiettivo di recupero, non sempre archeologico, di canzoni che non hanno avuto i riconoscimenti che avrebbero meritato. In questo senso sono state “perle buttate ai porci”, gettate nel mare magnum del mercato discografico senza essere state adeguatamente recepite da un pubblico disabituato alla musica di qualità. Il punto di forza dell’album è che tutte le tredici canzoni sembrano essere state scritte da Canali, che le interpreta con la sua consueta energia mista di dolore e rabbia, coadiuvato da Steve Dal Col alla chitarra, Marco Greco al basso e chitarra e Luca Martelli alla batteria.
Come ho detto, la scelta dei brani non ha un carattere propriamente archeologico: se certamente vengono recuperati vecchi pezzi di artisti famosi (De Gregori, Finardi) o meno (Frigidaire tango, Faust’O), Canali si cimenta al tempo stesso in cover di canzoni contemporanee di un certo successo (Lacrimogeni) o sconosciute ai più. Il disco è stato trainato dal potente singolo Tutto è così semplice di Macromeo, presentato con un simpatico video in stile retrò, in cui i Rossofuoco fluttuano con le immagini di un vecchio campionato mondiale di frisbee sullo sfondo. A.F.C. (Angelo Fausto Coppi) è una delle canzoni più “canaliane” del disco, che a tratti ricorda MP nella BG, altro brano sul ciclismo contenuto in Nostra Signora delle dinamite. E ancora, Canali ci ricorda quanto Faust’O sia un grande cantautore sottovalutato: Buon anno è infatti uno dei punti più alti del disco, di eterea e struggente bellezza. Anche quando reinterpreta colleghi più quotati, l’ex-CSI riesce a dare alle canzoni un’impronta inconfondibile, grazie a quel marchio di protesta (si ascolti F-104 di Finardi) e di ironico menefreghismo (Storie di ieri di De Gregori) che contraddistingue tutta la sua carriera solista. Degne di nota sono anche Canzone dada, dall’incedere sostenuto e dal testo surreale, e la splendida ballata Un giorno come tanti dei Mary in June. Lacrimogeni, invece, è ancora più dilatata e sofferta rispetto alla versione originaria de Le luci della centrale elettrica. Altro punto di forza è Mi vuoi bene o no? di Angela Baraldi, che Canali personalizza persino nel testo: è inconfondibilmente suo il verso «non mi piace aver paura / quando sento una sirena», al posto di «non mi piace aver paura / quando torno a casa sola / sento un brivido alla schiena / sento un nodo che si stringe in gola».
Salvo qualche episodio meno incisivo (Pesci e sedie, Richiamo), il disco scorre via piacevolmente per quasi un’ora, regalandoci un Canali inedito, forse meno incazzato e più riflessivo, il ritratto di un uomo che rivela se stesso prendendo in prestito le parole scritte da altri. Se già possedete la discografia completa dei Rossofuoco, questo disco è da avere come necessario completamento.
Giorgio Canali & Rossofuoco: foto promozionale per Perle per porci (2016)

8 settembre 2017

"America perduta" di Bill Bryson: sulla strada dei ricordi

Partire su una Chevrolet scassata per un lungo tour degli Stati Uniti, oltrepassando deserti, montagne e oziose cittadine, è un sogno che, più o meno consapevolmente, coltiviamo tutti. Sarà il retaggio di qualche libro (Kerouac su tutti), oppure il desiderio suscitato da qualche pellicola, fatto sta che intraprendere un viaggio on the road è un’idea che da sempre ispira curiosità e desiderio di evasione. Tra i tanti che hanno vissuto quest’esperienza, Bill Bryson è tra coloro i quali hanno deciso di raccontarla in un libro. Bryson è un giornalista americano, nato nel 1951 nello Iowa, nel cuore degli Stati Uniti, proprio al centro della più grande pianura del Paese. Dopo aver vissuto per vent’anni in Inghilterra ed aver viaggiato per tutta Europa, è tornato negli Usa, dove collabora con importanti quotidiani, quali il Washington Post e il New York Times.
Poco prima dei quarant’anni, Bryson ha deciso di intraprendere un viaggio in auto, attraversando praticamente tutti gli Stati Uniti, da Est ad Ovest, partendo dalla città natale di Des Moines. Non si è trattato del solito itinerario “da costa a costa”, ma di un tragitto a forma di otto, molto più lungo e faticoso, che ha lambito quasi tutti gli Stati. America perduta è il resoconto dell’appassionante esperienza, che ha rappresentato, prima di tutto, un percorso sull’onda dei ricordi. Il Paese perduto di cui parla Bryson è quello della sua infanzia, dei viaggi assieme ai genitori durante gli interminabili periodi di vacanza. Il cammino diventa così l’occasione per rievocare ricordi ancora vividi, oppure per constatare quanto i luoghi della fanciullezza siano cambiati negli anni.
L’autore descrive prevalentemente un’America minore, rurale, lontana dalle luci e dai fasti delle grandi metropoli. Leggendo il libro si ha modo di conoscere luoghi sperduti e dai nomi esotici, come Oskaloosa, Bolivar, Cairo, Monroe, Dearborne, Cedar City, solo per citarne alcuni. Eppure, i luoghi descritti da Bryson sono il cuore pulsante del Paese, l’America più vera e tradizionalista, legata a valori e riti immutabili. Al tempo stesso, sono i posti che meglio corrispondono all’immaginario collettivo costruito dalle pellicole cinematografiche, fatto di motel, stazioni di servizio nel deserto e infinite lingue di asfalto che si srotolano per chilometri nel nulla. Gli stessi scenari dei quadri di Hopper, per intenderci con una suggestiva similitudine.
Il libro, tuttavia, presenta almeno due punti deboli. Il primo è la monotonia del racconto, che fa gradualmente scemare l’attenzione del lettore. Le prime cento pagine sono entusiasmanti, pur nella semplicità del meccanismo narrativo: Bryson si limita a raccontare le sue giornate, fatte di lunghi tragitti in auto, visite alle cittadine disseminate lungo il percorso e soste notturne negli alberghi. Se inizialmente il racconto scorre via in scioltezza, alla lunga le situazioni finiscono per ripetersi, rendendo faticosa la prosecuzione. L’autore descrive accuratamente i luoghi visitati, ne racconta la storia e i tratti peculiari degli abitanti, come se si trattasse di un reportage. La reiterazione di tale meccanismo narrativo rende arduo concludere alcuni capitoli, che appaiono quasi una replica di altri. Il secondo punto debole è, a mio avviso, nello stile. Bryson è assai efficace quando adotta il piglio del reporter, ma fa spesso uso di un tono ironico forzato e poco incisivo, che scade talvolta in banali freddure.
Nel complesso si tratta comunque di un libro piacevole, da leggere in piccole dosi, magari un solo capitolo al giorno, per avere quasi l’impressione di viaggiare assieme all’autore sulle sterminate autostrade americane, all’inseguimento di un sogno, o forse di un ricordo d’infanzia.