6 luglio 2014

L'inesauribile ricerca di un gusto superiore: omaggio a Claudio Rocchi ad un anno dalla scomparsa

Ascoltare Viaggio di Claudio Rocchi (1951-2013), a distanza di oltre quarant’anni dalla pubblicazione del disco, rimane un’esperienza magica e straniante, segno di una stagione irripetibile per la nostra cultura musicale. E la cosa più sorprendente è il fatto che all’epoca Rocchi avesse soltanto diciannove anni, sebbene, in qualità di convinto sostenitore delle teorie della reincarnazione, egli sosteneva di aver già attraversato “miliardi di estati e miliardi di inverni”. Non è difficile crederlo ascoltando questo disco, crogiolo di suoni che provengono da terre vicine e lontane (l’India, le percussioni tribali africane), punto di partenza di un viaggio che è prima di tutto interiore. Rocchi non è mai stato un cantautore come gli altri. Diverso da Lolli, De Gregori o Venditti, perché lontano quanto bastava dai clamori della politica. Ironico, eppure non assimilabile né a Fortis né a Rino Gaetano. Attento alla melodia e al ritmo, quasi come Lucio Battisti; si ascoltino, in proposito, le lunghe parti strumentali di Giusto amore. Sperimentatore al pari del primo Alan Sorrenti, ma sempre coerente con se stesso, a differenza del musicista italo-gallese. Come hanno scritto Enzo Gentile e Alberto Tonti nel “Dizionario del pop-rock”, Rocchi “conquista quei ragazzi che cercano una risposta alle domande della vita”. Lo fa con canzoni apparentemente semplici, chitarra acustica in testa, ma che trattano temi profondi, come la spiritualità, la mercificazione della religione, l’amore universale come fratellanza di tutte le creature, la morte come inizio della rinascita. 
In Viaggio tutte queste tematiche, che costituiranno la spina dorsale di ogni suo futuro lavoro, sono già delineate nei loro elementi essenziali. Si legga l’audace testo di Gesù Cristo (tu con le mani), in cui Rocchi ipotizza un Gesù Cristo dei nostri giorni, ridotto ad icona pop, sfruttato dallo stesso sistema capitalistico che vorrebbe combattere, spolpato commercialmente per produrre magliette, poster e altre effigi.
Gesù Cristo non e' morto:
vive e lavora, vive e lavora
vive e lavora
nel Perù,
sì, ed anche questa volta lo faranno fuori
ma lui sa che questa volta servirà molto di più,
molto di più perché
stamperanno le magliette
ne faranno i manifesti
e ne venderanno tanti.
Crocifisso con puntine sopra i muri delle stanza,
sopra i muri di tutti noi.
E sorride, sorride fra un cantante,
fra un cantante e un calciatore.

I due dischi successivi, Volo magico n. 1 e n. 2, segnano il deciso passo della maturità artistica, lanciando un ponte ideale tra l’Occidente e l’Oriente, in un sincretismo filosofico, religioso e musicale di raro equilibrio e sintesi.  

Io, io che un giorno sono nato imparando nel respiro la mia vita.
Poi tu, lei, bimba magica d'incenso, che mi porti dritto in fondo, dritto, fino a me.
Sole, occhi al centro di ogni fronte, quattro simboli segnati,
la tua fine, no, non è in te.
Dio passa sopra, lo puoi pensare uomo,
lo puoi pensare uomo con la faccia di un maestro di saggezza.

Rocchi gira il mondo, vive per un periodo in India, poi torna in un’Italia dilaniata dalla strategia della tensione e dagli scontri sociali. E meglio di tutti descrive il male profondo di un Paese diviso da secolari antagonismi di partito e di parrocchia, ancora fermo alle lotte tra guelfi e ghibellini, incapace di cambiare per davvero, se non a parole. Per esprimere questa sacrosanta verità, Rocchi usa un’efficacissima metafora.

Ma dentro le tasche degli stessi vestiti
che tutti vestiamo, oggetti diversi ci dicon
la vera realtà che viviamo:
la pistola o la lira, la siringa o la mala,
la tessera o il fumo, la chiave di ferro,
il fumetto di sesso, la Gita, il Vangelo,
la bottiglia di whisky, il pane integrale.

E in un solo momento un esercito grande
diventano gruppi, che guardando più in fondo
si scopron diversi, si scopron lontani,
si scopron nemici.

Nel 1980, assieme a Paolo Tofani, dà alle stampe Un gusto superiore, che resta uno degli album più originali del panorama nazionale. I due, che avevano da poco aderito alla Associazione internazionale per la coscienza di Krishna, licenziano un disco dalle sonorità prevalentemente elettriche (ed elettroniche), che affronta il tema dello smarrimento dell’uomo moderno, circondato di beni materiali eppure incapace di trovare una vera felicità, obnubilato dal convincimento che la realizzazione personale vada conquistata col possesso, la carriera e il potere. La chiave della gioia è invece la rinuncia, il possedere poco per appartenere davvero a se stessi.
Adesso che ci penso, se ci penso bene,
non sono più tanto sicuro di questa dimensione.
Io l'ho già vissuta tante altre volte
e tutte le cose che avevo son diventate niente.
Allora mi domando dov'è che sta l'errore:
è chiaro che la vita che faccio è tutta materiale.

Un personaggio inimitabile e positivo, che non voleva distruggere il mondo, ma offriva soluzioni semplici e disarmanti, come il guardarsi dentro per scoprirsi creature uniche e irripetibili.
  

9 giugno 2014

"In culo al mondo" di Antonio Lobo Antunes: un contemporaneo cuore di tenebra

Il colonialismo ha rappresentato una delle pagine più vergognose della storia europea, al punto da essere, come sostenuto da molti, una delle concause del sottosviluppo economico del continente africano. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento ha inizio la lunga stagione dell’indipendenza politica, sebbene le potenze europee non abbiano mai rinunciato del tutto ad un controllo delle ex colonie, specialmente per finalità di sfruttamento economico. Uno dei Paesi che più pervicacemente ha difeso quel che restava del suo impero è stato il Portogallo salazarista, impegnato dal 1961 al 1974 in un’estenuante e sanguinosa guerra in Angola, per molti versi simile a quella combattuta dagli Americani in Vietnam.
Del conflitto di liberazione angolana si è parlato poco, per lo meno al di fuori del Portogallo, forse per la marginalità del Paese lusitano nel contesto continentale. Eppure In culo al mondo, dello scrittore-medico Antonio Lobo Antunes, è un’opera di somma importanza, che andrebbe letta per la sua valenza universale, che trascende le vicende storiche contingenti, e per la capacità di elevarsi a simbolo di un’epoca nefasta, a paradigma del dolore e della crudeltà umana.
Si tratta di un romanzo di forte impronta autobiografica. Protagonista è un ex ufficiale medico dell’esercito portoghese, che narra la sua spaventosa esperienza al fronte ad una donna conosciuta in un bar di Lisbona, senza nasconderle dettagli scabrosi e particolari ripugnanti. Spedito in Angola subito dopo la laurea, egli in poco tempo comprende come la retorica patriottica inculcata all’accademia non abbia nulla a che vedere con la realtà. Pochi giorni sono sufficienti per abbandonare gli agi e gli usi della vita civile, per trovarsi catapultato in un inferno che non ha alcunché di eroico o di letterario. Il libro è un lungo, avvolgente monologo, scandito da un linguaggio duro e senza sconti, in cui le descrizioni crude si alternano alle riflessioni sulla politica, sulla vita militare, sull’insensatezza delle regole della catena di comando e sulla vacuità della vita umana. Le parole del reduce crepitano sulle pagine come scariche di un mitra, lasciando il lettore attonito eppure irresistibilmente attratto ad andare avanti.
Il punto di forza del romanzo sta nella capacità dell’autore di descrivere la metamorfosi che la guerra produce negli uomini, alterandone i tratti somatici, i sentimenti e la psiche.

«Noi non eravamo cani rabbiosi quando arrivammo […], non eravamo cani rabbiosi prima delle lettere censurate, delle offensive, delle imboscate, delle mine, della mancanza di cibo, della mancanza di tabacco, di bibite, di fiammiferi, di acqua, di bare, prima che una camionetta valesse più di un uomo e prima che un uomo valesse una notizia di tre righe sul giornale.»
Non c’è pietà nelle dense pagine di questo libro, né eroismo; c’è spazio solo per una muta compassione e per gesti insignificanti e meschini. E forse è proprio questa la guerra, così diversa da quella raccontata dai megafoni della propaganda.

25 maggio 2014

"Attraverso il Cilento" di Craufurd Tait Ramage: ai margini del Grand Tour

Tanti e affascinanti sono i resoconti che i viaggiatori stranieri del Grand Tour ci hanno lasciato, primo fra tutti Goethe. Napoli era una tappa obbligata per questi coraggiosi viandanti, che, alla ricerca delle vestigia del passato, non di rado si spingevano più a sud, fino a Paestum. Pochi, però, erano quelli che, lasciata l’antica Poseidonia, avevano l’ardire di proseguire oltre, fino agli argini del “nobile Alento”, in quel Cilento allora considerato la “terra dei tristi”.
Craufurd Tait Ramage, letterato e studioso di lettere classiche, nonché precettore dei figli del console inglese a Napoli, nell’aprile del 1828 intraprese un lungo tragitto, il cui racconto venne dato alle stampe col titolo di Viaggio nel Regno delle Due Sicilie. Attraverso il Cilento è un estratto di quest’opera, ed è stato di recente pubblicato in volume autonomo dalle Edizioni dell’Ippogrifo. Ramage si avventura nel Cilento alla ricerca delle rovine greche e romane e, più in generale, delle sopravvivenze classiche in un territorio così ricco di storia. La parte dedicata alla zona più meridionale della Campania è costituita da un centinaio di pagine, che ci offrono un resoconto fedele, perché scritto da uno straniero, di un popolo e di una terra che all’epoca doveva apparire a molti appena al di sopra delle soglie della civilizzazione.
Il letterato scozzese incontra persone di ogni ceto sociale, dai nobili ai contadini, uscendo indenne persino da un fortunoso (e comico) incontro con i briganti di Monteforte. Egli si avvicina con pregiudizio a questo popolo povero ma orgoglioso, tanto che in più occasioni, specie nelle prime pagine del libro, rivela al lettore la folle paura di poter essere in qualsiasi momento accoltellato e derubato dei suoi averi. In breve, però, ogni pregiudizio si rivela infondato; alcuni lo guardano con sospetto, ma la maggioranza delle persone che incontra sono gentili e disponibili, nonché curiose: egli riesce addirittura a parlare di costituzionalismo con i semplici avventori di una locanda di Torchiara. E quando si imbatte nei più umili, questi non esitano a voler dividere con lui il poco pane posseduto, per un innato senso dell’ospitalità. Certo egli non nasconde i difetti di questa gente, il pressappochismo e la mancanza di industriosità che regnano un po’ ovunque. Eppure, alla fine non potrà che concludere che: “tutto ciò che ho potuto osservare di questa gente mi piace; nulla può superare la bontà, la cortesia e l’ospitalità dimostratami senza distinzione, da tutti quelli che ho avvicinato”.
Ramage rimane affascinato dalla natura selvaggia che incontra, dal placido mare ai boschi scuri e secolari, attraversati da impetuosi torrenti. E arriva persino a dire che le opere naturali appaiono ancora più grandiose delle pur impressionanti vestigia dell’antichità, perché “anche se non avessi visto null’altro all’infuori del tramonto dalla cima del Monte Stella, mi considererei pienamente ripagato di tutti i disagi che ho fin qui sostenuto”.
Il viaggiatore scozzese dedica alcune riflessioni anche alla difficile situazione politica. Il 1828 è un anno cruciale, tanto che nei mesi successivi al passaggio di Ramage il Cilento sarà infiammato da un tentativo rivoluzionario, guidato dalla Carboneria e volto ad ottenere la Costituzione, represso nel sangue dalle truppe borboniche. Interessanti sono pertanto i riferimenti a questa situazione esplosiva, che ci danno anche un quadro di come il governo diffidasse apertamente di questo popolo, considerato avvezzo all’eversione e al tradimento.
Volevo infine segnalare che l’opera è ricca di citazioni classiche, greche e latine, che ci rendono simpatico questo misconosciuto viaggiatore dell’Ottocento, a cui ogni pietra parlava con le lingue di Cicerone o di Omero.

9 maggio 2014

C'è stato un tempo in cui i miei migliori amici erano i Ramones

Non c’è sito o rivista musicale che non abbia ceduto, almeno una volta, al fascino della “classifica dei dischi imprescindibili”, quelli “da portare sopra un’isola deserta”. Ricordo le classifiche di Rolling stones, le “pietre miliari” di OndaRock e gli elenchi del Mucchio selvaggio, pronto sempre a scansare, a torto o ragione, qualsiasi vago sentore di prog. Ogni volta, specialmente quando vengono pubblicate sulla rete, tali classifiche destano critiche feroci e acerrime rivalità, come se nel campo minato dei giudizi si potesse pretendere una verità assoluta.
Quello che segue è il mio personale elenco di dischi fondamentali. È soggettivo, parziale, incompleto e discutibile, anzi, discutibilissimo (soprattutto per la prevalenza di artisti italiani). 
Tra parentesi il supporto da me posseduto.
Il titolo è una citazione di Federico Fiumani ("Grande come l'oceano", 2012).
- Bluvertigo – Metallo non metallo (1997, MC), perché è la prima musicassetta che ho acquistato, a 12 anni. 26.000 lire e all’inizio pensai di aver fatto una cazzata, tanto era “diverso” quel suono. Da allora il nastro ha girato per ore ed ore, fino a consumarsi.
- Affinity – Affinity (1970, CD), perché ha la copertina più suggestiva che abbia mai visto.
- Area – Arbeit macht frei (1973, CD), perché è rivoluzione di suoni e di voce, improvvisazione e studio. Perché Demetrio svetta su tutti.
- Alan Sorrenti – Aria (1972, LP), perché è etereo e fuori dal tempo e dalle mode. Dentro c’è Londra, Napoli, il Mediterraneo, l’avanguardia.
- Consorzio suonatori indipendenti – Linea gotica (1995, CD), perché ho impiegato anni per capirlo fino in fondo. Materiale resistente.
- Clash – Give’em enough rope (1978, CD), perché c’è la rabbia dei vent’anni e tutto quello che bisogna sapere sul punk.
- Jefferson Airplane – Surrealistic pillow (1967, CD), perché c’era Grace Slick, in una stagione irripetibile.
- Napoli Centrale – Napoli Centrale (1975, CD), perché c’è sangue e tradizione, sudore e tecnica, perché ci sono le parole dei braccianti in lotta contro i padroni.
- Litfiba – 17 re (1986, MC), perché dà finalmente una forma definitiva al corpo informe del rock italiano.
- Claudio Rocchi e Paolo Tofani – Un gusto superiore (1980, LP), perché ci insegna quali sono le cose che contano davvero nella vita.
- Lucio Battisti – La batteria, il contrabbasso eccetera (1976, CD), perché c’è il ritmo, quello vero.
- Van der Graaf Generator – H to He who am the only one (1970, CD), perché mi ha insegnato quali straordinari voli si possano fare anche senza chitarra, quando si ha una voce che è più di uno strumento.
- The Beatles – Revolver (1966, CD), perché è l’inizio della rivoluzione, il disco che mostra cosa c’è oltre il velo.
- Diaframma – Boxe (1988, CD), per quella frase che dice tutto: “voglio stare ad aspettare e leccarmi le ferite, sotto un cielo di stelle”.
- Alberto Fortis – Alberto Fortis (1979, CD), perché è una rivoluzione nel quadro del cantautorato della Penisola.
- Pino Daniele – Nero a metà (1980, LP), perché sembra scritto negli Usa, e solo per una questione di lingua ti accorgi che non è così.
- The Smiths – The queen is dead (1986, CD), perché i riff di Johnny Marr e le liriche di Morrisey sono un connubio impossibile da non riconoscere.
La celeberrima copertina del disco di esordio degli Area

4 maggio 2014

"Varco le soglie e vedo" di Maurizio Agamennone: musica popolare e religiosa nel Cilento

L’elemento religioso è così intrinsecamente legato alla storia del Cilento da non poterne essere separato. Non a caso, la monumentale e mai troppo lodata opera omnia di Pietro Ebner sulla storia di questa terra si intitola Chiesa, baroni e popolo nel Cilento.
Partendo da questo legame tra popolo e devozione, il Professor Maurizio Agamennone dell’Università di Firenze ha dato alle stampe nel 2008 l’interessante saggio Varco le soglie e vedo (ed. Squilibri) sul canto confraternale nel Cilento antico. L’opera, che è il risultato di oltre vent’anni di studi e ricerche sul campo, offre spunti interessanti non solo per gli studiosi di etnomusicologia, ma per tutti coloro i quali desiderino approfondire un aspetto, forse poco conosciuto, ma certamente decisivo della storia cilentana. In un territorio policentrico, acefalo per mancanza di un centro dominante, i gruppi confraternali (le c.d. congreghe) hanno costituito per molti secoli una delle poche occasioni di incontro e scambio culturale tra individui, che, pur vivendo in casali posti a pochi chilometri l’uno dall’altro, raramente avevano occasione per comunicare tra loro. La dominazione del feudalesimo ha di fatto impedito l’affermazione nel Meridione dei Comuni, per cui lo spirito comunitario e di condivisione ha trovato proprio nel fenomeno religioso il suo naturale sbocco. Ad avviso dell’autore del saggio, l’ambito territoriale di indagine va ristretto al solo Cilento antico (o storico), vale a dire quell’area, limitata rispetto a quella dell’attuale Parco, che gravita intorno al Monte Stella, sulla cui sommità, con ogni probabilità, era un antichissimo insediamento di origine lucana, noto come Lucania o castrum Cilenti. È proprio su questo territorio che da secoli si compie quello che il professor Agamennone definisce il “piccolo rito penitenziale cilentano”, ovvero quella sorta di “pellegrinaggio che mette in movimento reciproco” durante la Settimana Santa “tutti i sodalizi attivi, estendendosi a coprire e marcare l’intera area del Monte Stella”. Tale “piccolo rito”, proprio per il suo carattere di ambulatorietà – le confraternite arrivano a coprire nell’arco di una sola giornata fino a nove chiese differenti – è fenomeno originale, che presenta tratti di peculiarità rispetto ad esperienze simili rintracciabili in altre parti d’Italia. La prima parte del saggio è dedicata alla descrizione dell’evoluzione storica di questo rito, dalle sue origini fino ai giorni nostri, passando per la legislazione eversiva dell’asse ecclesiastico e per l’esperienza totalitaria. Il tutto è esaustivamente documentato da preziosissime fonti; vengono richiamati e riprodotti, ad esempio, gli antichi statuti delle congreghe e le circolari ecclesiastiche, nonché testimonianze dal vivo e stralci di interviste agli stessi priori o confratelli. Nella seconda parte, di carattere più marcatamente tecnico, l’autore si dedica allo studio del canto e delle polifonie confraternali. All’opera è allegato un cd con registrazioni effettuate dal vivo. Si tratta di un libro interessante, che fa luce su un aspetto forse poco conosciuto della cultura del Cilento, ma davvero decisivo per incidenza ed originalità.
[ Questa mia recensione è apparsa anche su La Mandragola Blog e Sololibri.net ]

24 aprile 2014

"Tira ovunque un'aria sconsolata": intervista a Massimo Zamboni

Storico chitarrista dei CCCP/CSI, autore di colonne sonore e di sei album da solista, nonché scrittore, Massimo Zamboni è uno dei personaggi più interessanti del panorama musicale (e non solo) italiano, se non altro per lo sguardo non conforme con cui guarda le cose. Presto in tour assieme a Fatur con lo spettacolo Tira ovunque un’aria sconsolata (di cui allego locandina e presentazione), è stato così gentile da rilasciarmi una breve intervista.

Domanda. Lei è un artista eclettico, scrittore oltre che musicista. Qual è il suo rapporto con la letteratura? Quali sono le sue letture abituali?
Risposta. Ora sono sotto un incantesimo che si chiama Anna Maria Ortese. Per una concordanza di sentire che mi lascia sempre sbigottito. Se volete leggere qualcosa, un suo piccolo libro edito da Adelphi: Corpo Celeste. Quest'anno cade il centenario della sua nascita, qualcuno se ne ricorderà?

D. L’Emilia, Berlino, Mostar, la Mongolia, l’Artide. La sua vicenda umana e professionale sembra fatta di un intersecarsi di strade, percorsi e chilometri. Il viaggio è solo fonte di ispirazione, oppure è ricerca continua di nuovi linguaggi?
R. Il viaggio è linguaggio di per sé, alfabeto rinnovato se non si accontenta del mero consumo o della  conta dei chilometri. La Mongolia mi ha letteralmente reinsegnato la parola, Berlino me l'ha donata, Mostar l'ha tolta e poi ridata.

D. Ancora conservo il ritaglio della rivista Musica!, quando i Csi annunciarono il loro scioglimento. Il titolo era: “Csi addio, travolti da troppo successo”. Per me fu una rivelazione e un grande insegnamento: mai avevo creduto si potesse “morire” di successo. Qual è il pericolo insito nella fama?
R. Uno solo: l'isolamento. Essere altro da tutti, e anche da sé. E divenire “altro” anche per quelli con cui condividi l'esperienza. Un meccanismo da animale soddisfatto e insaziato che oggi mi disgusta.

D. Dopo sessant'anni di ideologia e ortodossia, ci dicono che siamo in un’epoca post-ideologica, dove i vecchi canoni non valgono più e non c’è nulla in cui valga la pena di credere. E’ proprio così, oppure è il sistema, che dopo aver avuto bisogno di un’umanità schierata, ora ci vuole tutti conformi, inglobati in un pensiero unico?
R. Decisamente così. Non conosco questo “sistema” di nome e di cognome, lo vedo in faccia però, e non va ascoltato, nelle buone o nelle cattive ragioni che porta con sé. A tutto vale la pena di credere, non solo le vecchie parole consunte, ma anche l'alzarsi la mattina e il trascorrere del giorno.

D. Da sempre ho cercato di dare una definizione al “chitarrista Zamboni”, senza riuscirci. Per me, lei è semplicemente “il suono” dei Cccp/Csi, come entità separata rispetto ai testi e all’ideologia. Che definizione darebbe di se stesso come musicista?
R. Mah, non mi sono mai sentito tale, non saprei: leggo cose che mi riguardano e penso che parlino di qualcun altro, poi a volte mi ricollego con questa immagine cui fatico a corrispondere. Una definizione? “Passavo di lì, ho cercato di dare il meglio che potevo.”

D. Quali sono i suoi progetti futuri? In particolare, in cosa consiste lo spettacolo Tira ovunque un’aria sconsolata, assieme a Fatur?
R. Un viaggio nell'Italia sconsolata, senza cronache o incitamenti. Uno spettacolo omeopatico, dove al disastro attuale cerchiamo di rispondere accentuandolo.

Massimo Zamboni
TIRA OVUNQUE UN'ARIA SCONSOLATA (Grand tour in little Italy)

Un Grand Tour nella piccola italia che va in rovina e che necessita di essere vista e raccontata per gli increduli che verranno dopo di noi. Musica per i tempi nuovi, dove si canta la sfinita bellezza del nostro Paese per una parte della sua gente. Impresa quasi disperante, nell'ora della nostra serafica demolizione. Come intellettuali dei secoli passati, in viaggio di istruzione lungo il nostro Paese andiamo a respirare l'aria che tira per incontrare tutto quello che la televisione mostra, detratti i sorrisi e le menzogne. L'esistenzialismo elettrico di MZ, accompagnato dalla mole augusta di Danilo Fatur, “artista del popolo” di CCCP-Fedeli alla linea, e dalle sonorità di Cristiano Roversi in uno spettacolo di buskerismo estremo, in cui muoversi come si fosse in strada, stazione o angolo desolato, tra rottami e rifiuti, involti di plastica, cartelli strappacuore. Il set di un dramma collettivo dove si elemosinano parole e canzoni. Sono di rigore le monetine.

15 aprile 2014

Recensioni: "La letteratura fantastica" di Todorov e "La pietra lunare" di Landolfi

Riporto due mie recensioni sul romanzo fantastico, già apparse su Sololibri.net.
  
Tzvetan Todorov – La letteratura fantastica
Nel 1970 il critico e filologo bulgaro Tzvetan Todorov diede alle stampe questo saggio, vero e proprio punto di riferimento per ogni studioso di letteratura fantastica.
Secondo l’autore, il racconto fantastico, per esistere, ha bisogno che siano soddisfatte tre condizioni: il lettore deve considerare i personaggi come persone viventi ed esitare tra una spiegazione naturale e una soprannaturale; anche i personaggi possono provare la stessa esitazione; il lettore deve rifiutare sia l’interpretazione allegorica che quella poetica.
Il fantastico nasce quando in un mondo che è sicuramente il nostro, quello che conosciamo, si verifica un avvenimento che non è possibile spiegare con le leggi del mondo che ci è familiare. Colui che percepisce l’avvenimento può optare per due soluzioni: o si tratta di un’illusione dei sensi (e allora le leggi del mondo permangono le stesse), oppure l’avvenimento è realmente accaduto (allora la realtà è governata da leggi a noi ignote). Il fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza; è dunque l’esitazione provata da un essere, il quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte ad un avvenimento apparentemente sovrannaturale.
Esistono dunque fenomeni strani che si possono spiegare in due modi: la possibilità di esitare fra le due spiegazioni (naturale e non) crea l’effetto fantastico. Tutti i principali autori di racconti fantastici credono, secondo Todorov, che siano possibili avvenimenti di due ordini diversi; qualcuno (il lettore o il personaggio) deve scegliere tra il mistero, l’inesplicabile e “l’inalterabile legalità quotidiana”.
L’autore pensa che la formula del fantastico sia riassunta in una frase del Manoscritto trovato a Saragozza del polacco Potocky, quando il protagonista, catapultato in una serie di eventi inspiegabili, riferisce: “Arrivai quasi a credere”. È il quasi che determina il fantastico, il permanere dell’incertezza. Nel racconto fantastico è innanzitutto il protagonista a dubitare.
Todorov spiega altresì che il racconto fantastico si pone ad un livello particolare di interpretazione del testo, che non è né allegorico, né poetico. Dell’allegoria fanno parte le fiabe, che contengono elementi sovrannaturali senza che il lettore si interroghi mai sulla loro natura: se parlano gli animali non ci coglie alcun dubbio, sapendo che ci troviamo ad un livello del testo detto allegorico. L’interpretazione poetica non è fantastica, perché alla poesia non si chiede di essere rappresentativa della realtà, non si cerca di andare al di là delle parole. Il fantastico, dunque, implica una maniera di leggere particolare, che può essere definita solo negativamente: una lettura né allegorica né poetica. Todorov conclude la sua definizione del fantastico spiegandone lo scopo, che è conoscitivo: “al di là del piacere, della curiosità e di tutte le emozioni che suscitano questi racconti lo scopo reale del viaggio meraviglioso e fantastico è l’esplorazione più completa della realtà universale”. 
Tommaso Landolfi – La pietra lunare
Romanzo a metà strada tra il fantastico e il surreale, pubblicato nel 1939, narra la singolare avventura di Giovancarlo, che, tornato al paese natale per le vacanze estive, incontra una strana ma sensuale ragazza di nome Gurù, che in alcune notti dell’anno si trasforma in capra (è una capra-mannara, come tiene a precisare il narratore). La relazione tra i due si trasforma in un’intensa storia d’amore, che svelerà agli occhi del giovane l’altra faccia del reale, quella che si nasconde dietro l’apparenza delle cose. Durante un memorabile sabba notturno in una radura nel bosco, egli avrà modo di assistere alla trasformazione della ragazza e di conoscere personaggi spettrali e mitici, usciti dal mondo onirico dell’inconscio.
Le bizzarrie fantastiche di Landolfi possono essere associate alla dimensione del “fantastico quotidiano”, secondo la definizione di Calvino, poiché non portano ad un altro mondo, ma sono il risultato della quotidianità, esprimendone il risvolto magico. Dietro l’apparente razionalità del nostro mondo, specie quello bieco della provincia addormentata, si nasconde un lato misterioso e spesso ineffabile. É così possibile cogliere il significato del sottotitolo del romanzo, “Scene della vita di provincia”, un sottotitolo realistico, che vuole mostrare il rapporto stretto tra realtà e fantastico. Secondo Landolfi, l’assurdo è “il regolare stravolgimento della normalità”, perché in esso si combinano due elementi contrari: il quotidiano svolgersi della vita e un mondo “altro”, che emerge dal primo senza alcuna apparente frattura. Come evidenziato dal critico Russi, tre sono le componenti del fantastico landolfiano: il retaggio dei racconti popolari e dei miti contadini, la corrente del c.d. realismo magico e l’influenza del pensiero freudiano.
Interessantissima appare la postilla dell’opera, un immaginario “Giudizio del Sig. Giacomo Leopardi sulla presente opera”. È qui contenuta la summa del pensiero landolfiano: “un uomo tanto meno sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione; tutti quelli che possono esser grandi nella poesia e nelle lettere devono esser dominati dalle illusioni. (...) Mentre l’uomo si allontana da quella puerizia in cui tutto è singolare e meraviglioso, in cui l’immaginazione sembra non abbia confini, allora l’uomo perde la capacità di esser sedotto, diventa artificioso, cade tra le branchie della ragione che gli va a ricercare tutti i segreti della realtà. Ma questo senno e questa esperienza sono la morte della poesia”.
La metamorfosi è l’altro grande tema del romanzo, la metafora più nitida per esprimere il trasformarsi continuo della realtà nell’irrealtà ad essa sottesa. Non è solo Gurù a cambiare (da donna a capra-mannara), ma è lo stesso Giovancarlo che muta profondamente visione del mondo, sino ad aderire intimamente alla profonda e volubile realtà della vita e delle cose.

9 aprile 2014

La lezione di Thomas Sankara contro il colonialismo culturale

L’omologazione del linguaggio e dei costumi è uno dei pericoli maggiori che minacciano le culture storiche. Veniamo quotidianamente bombardati da annunci entusiastici che ci dicono che il mondo è sempre più piccolo, che ogni distanza può essere colmata o annullata. Il merito di questo risultato, sulla cui utilità nessuno può obiettare, è tutto dei mezzi di comunicazione di massa. Il rovescio della medaglia, però, è rappresentato dalla globalizzazione del pensiero, dall’affermazione di un sentire unico, che è quello dominante ma non necessariamente il migliore. La posta in gioco è molto alta: è a rischio il concetto stesso di diversità culturale, in un sistema che ci vuole tutti uniformi nei gusti e negli orientamenti. La prevedibilità del pensiero diventa prevedibilità e orientabilità delle scelte, specie quelle del consumatore, il tutto a vantaggio delle multinazionali e delle grandi distribuzioni. Il linguaggio risente di questo processo, per cui, oltre ad impoverirsi, viene letteralmente violentato dall’abuso di espressioni straniere, spesso e volentieri anglosassoni, che ci sembra possano esprimere al meglio nozioni e concetti che, per la verità, sono stati da sempre definiti facendo riferimento alla lingua madre. Ecco che un fuorigioco diventa un “offside”, uno studio legale una “law firm” e un piano per il rilancio dell’occupazione si trasforma in “job act”. Molti di quelli che usano siffatte (e altre) espressioni lo fanno per sembrare più alla moda, o forse per dare apparenza di sostanza a discorsi vacui e fumosi.
A tutti questi, consiglio di ascoltare (è disponibile su YouTube) il famoso “discorso sul debito” che il Presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara, fece ad Addis Abeba nel luglio del 1987, di fronte ai rappresentanti dell’Organizzazione dell’Unione Africana e agli osservatori europei. In sintesi, il giovane Presidente dalla voce limpida e dal sorriso sincero, che di lì a pochi mesi sarebbe stato assassinato, secondo alcuni proprio per l’eco suscitata da quel discorso, invitava gli Stati africani a non pagare il debito pubblico, perché essi non ne sono responsabili. Il debito è stato prodotto dai Paesi sviluppati e dalla loro politica coloniale e neocoloniale; per tale ragione, chi ha prodotto tali dannose conseguenze non può chiedere a chi le subisce di rimediarvi: “se noi paghiamo, moriremo; se non paghiamo, gli altri non moriranno”.
Eppure, non è questo l’aspetto su cui vorrei soffermarmi, che pure richiederebbe un’analisi approfondita. Mi interessa, invece, porre l’accento su quello che Sankara dice alla fine di quei sedici memorabili minuti, quando, con parole semplici e un esempio pratico di immediata comprensione, fa la più bella e commovente apologia della difesa della propria cultura e del non conformismo. Indicando la sua giacca, Sankara spiega che tutto il filato usato per produrla proviene dal suo Paese e che è stato tessuto da manodopera burkinabè. Non un solo filo deve provenire dall’Europa, perché l’autoproduzione è il primo passo verso l’emancipazione economica e culturale. Detto questo, a chiusura del suo intervento, il giovane primo ministro conclude così: “dobbiamo vivere africano. È il solo modo di vivere liberi e degni”. Ritengo che questo sia un grande insegnamento morale, valevole per tutti i popoli ed a tutte le latitudini, specialmente oggi, a quasi  trent’anni da quel discorso. “Vivere africano” è la metafora del vivere secondo la propria cultura, senza farsi sopraffare da quei modelli importati, quasi tutti di origine nordamericana, che pretendono di imporre un’unica e manichea visione del mondo. I modelli che ci sono stati imposti, sul presupposto di una presunta superiorità, sono spesso risultati deleteri, nel mondo del lavoro, della scuola e dell’università. Oggigiorno, ascoltare le parole di molti professionisti rampanti o politici di nuova e vecchia  generazione è diventata una triste assuefazione ad un vomito incolore, che il più delle volte serve a nascondere l’imbarazzo del non sapere cosa dire. La sopraffazione culturale è l’arma più potente usata dai colonizzatori; dietro quelle parole che ci possono sembrare più vicine alla sensibilità moderna, si nasconde spesso la volontà di assuefare le coscienze e di annullare il pensiero. Questo Sankara lo sapeva bene, lui che non aveva esitato a mutare il nome del proprio Paese da Alto Volta (denominazione meramente geografica imposta dai colonizzatori) in Burkina Faso, che è un’espressione bellissima, perché significa “il Paese degli uomini integri”. E uomo integro è innanzi tutto colui il quale è in grado di mantenere e difendere il proprio linguaggio e la cultura di appartenenza. La colonizzazione è diabolica perché mira, come fine ultimo, a privare gli assoggettati della propria cultura. La destrutturazione della personalità e la disgregazione dell’individuo si realizzano con il pensiero unico, senza necessità di catene. Eppure, più ancora delle catene sono in grado di assoggettare i popoli.
Thomas Sankara ci insegnava che non dobbiamo farci fottere. La sua lezione di “uomo integro” contiene al tempo stesso un avvertimento e una raccomandazione. L’avvertimento è che la dominazione culturale è l’arma più potente e subdola, perché ottunde le coscienze generando pericolosi desideri di emulazione; la raccomandazione è quella di decolonizzare la nostra mentalità, per vivere finalmente da uomini liberi e degni.
Il Presidente del Burkina Faso, Sankara (1949-1987)

31 marzo 2014

"L'opera dei Turchi" di Prignano Cilento, tra devozione e catarsi

Tra le tante e antiche tradizioni tuttora vive nei paesi del Cilento, un ruolo particolare riveste la rappresentazione detta Opera dei Turchi, che si svolge a Prignano il lunedì dell’Angelo. La suggestiva Piazza del Plebiscito, su cui si affacciano la Chiesa madre e il palazzo marchesale della famiglia Cardone, è il palcoscenico di questa manifestazione, la cui origine risale alla notte dei tempi, profondamente legata com’è all’antichissima devozione dei prignanesi per San Nicola di Bari. 
Si tratta di una rappresentazione teatrale in costume, che rievoca due miracoli attribuiti al Santo dall’agiografia ufficiale. Si recita a soggetto, perché non esiste un testo scritto. Tutti i prignanesi, però, ne conoscono le battute, che si tramandano oralmente di generazione in generazione. Nel primo atto viene ricordato il miracoloso salvataggio di Diodato, un adolescente cristiano rapito dai Saraceni. La scena si apre con una tavola imbandita, dove un gruppo di Saraceni (chiamati genericamente “i Turchi”) si accinge a consumare un lauto pasto. A servirli è appunto lo sfortunato Diodato. In più occasioni il “Capoturco” lo provoca, invitandolo ad abiurare la sua religione e ad unirsi all’allegra compagnia. Diodato, però, rifiuta sdegnosamente l’invito, perché intende celebrare con il digiuno la festa di San Nicola di Bari, a cui è molto devoto. All’ennesimo rifiuto, il temibile Saraceno apostrofa duramente il giovane servo : “Ah, sciocco, sciocco! Se San Nicola fosse realmente un Santo miracoloso, verrebbe qui a liberarti dalla nostra schiavitù!”. A questo punto si compie il primo miracolo. Intenerito dalle esortazioni del fanciullo, il Santo invia un angelo a salvarlo, perché lo porti via, volando, lontano dalla schiavitù dei Saraceni, sbigottiti e increduli per quanto avviene di fronte ai loro occhi. Questo è uno dei momenti centrali della rappresentazione. Un bambino vestito di bianco, appeso con un robusto gancio ad una carrucola che scorre su una fune, vola letteralmente dal campanile della Chiesa madre fino al palco dove si trova la tavolata dei Turchi. Diodato si aggrappa all’angelo e viene portato via. È questo il volo dell’angelo, che riempie di angoscia e stupore gli astanti, fin quando i due non approdano di nuovo sul campanile della chiesa, con le campane che suonano a festa. La seconda scena racconta invece un episodio della vita del Santo, quando era ancora vescovo di Myra. Nicola desidera rifocillarsi dopo un lungo viaggio e si ferma in un’osteria. L’oste è un uomo malvagio e senza scrupoli, che non esita a dare in pasto ai suoi avventori tenera carne di bambino, spacciata per “tonnina”. Nicola, però, consapevole del turpe inganno, ordina all’oste di mostrargli il tino dove viene conservata la carne. Non appena la botte viene scoperchiata, quattro bambini escono fuori, vivi e vegeti, ringraziando il vescovo Nicola, che li aveva resuscitati con la forza della preghiera. Scoperto il terribile segreto, l’oste non può evitare la punizione capitale. Viene così condotto da una guardia nel fortilizio della città, per essere bruciato vivo. La scena dell’esecuzione viene riprodotta con l’esplosione dei fuochi d’artificio, seguiti da un lungo applauso liberatorio degli spettatori. L’uccisione dell’oste, che non esito a definire barbara, funge tuttavia da catarsi, come nelle antiche tragedie greche. Il sacrificio del colpevole alleggerisce gli animi degli spettatori, che vengono in tal modo esorcizzati dal male e dalla tentazione.
Le festività pasquali si avvicinano. Per questo, invito tutti quelli che non hanno mai assistito alla rappresentazione a recarsi a Prignano, intorno all’ora di pranzo, subito dopo la solenne Messa del lunedì in Albis. Si tratta di un’ottima occasione per conoscere meglio le nostre tradizioni, il terreno di coltura da cui tutti proveniamo.
Scorcio di Piazza del Plebiscito in Prignano Cilento, con il palazzo Cardone

23 marzo 2014

"The God given right": il Vangelo secondo Lee Fardon

Quando avevo quindici anni o poco più, agli albori della mia passione musicale, non era raro che acquistassi un disco soltanto per la sua copertina. Raramente ho sbagliato. In alcuni casi ho trovato dei veri e propri capolavori (il primo, omonimo e monumentale disco degli Affinity, ad esempio), in altri è stato un totale fallimento.
Così, quando ho adocchiato, sui polverosi banchi di un mercatino dell’usato, The god given right, LP di uno sconosciuto (almeno per me) Lee Fardon, ho deciso di acquistarlo senza tanti indugi. Forse il disco che ho pagato di meno, un euro solamente; certamente, un album di valore decisamente superiore a molti di quelli per cui ho sborsato dieci o venti volte tanto. Sulla copertina di questo LP (Aura records) c’è un ragazzo sopra un letto sfatto, con il materasso ben in vista, che guarda verso l’osservatore con aria annoiata. In alto a sinistra uno straccio, o forse una coperta, o forse addirittura una bandiera del Regno Unito stropicciata. Insomma, tutto il contrario della classica estetica da rockstar. Più che altro un’immagine intimista, che ben avrebbe potuto costituire la copertina di un disco di Nick Drake.
L’anno era il 1982 e il nostro Lee, nato negli anni ’50 dalle parti di Londra, si accingeva a pubblicare il suo secondo album, dopo Stories of an adventure (1981). All’incisione di The god given right (più o meno, “il diritto dato da Dio”) partecipano musicisti quadrati e puliti nell’esecuzione: Jim Hall alla chitarra, Colin Fardon al basso, Chris Brown alla batteria e l’ottimo Jan Schelhaas alle tastiere. Le tracce sono dieci e, come spesso succede, il lato A è il migliore. Già dai solchi iniziali, quelli di Show me (like this again), si capisce che il nostro ha talento da vendere. Nella prima facciata c’è una sequenza davvero notevole di pezzi, su cui spicca la terza traccia, Together in heat. Sul lato B spiccano, invece, Like an automatic, con quel ritornello cantilenante che ti entra nella testa, e lo struggente finale di I remember you.
Ma di quale tipo di musica si tratta? Non ha torto chi l’ha definito un emulo di Springsteen, ma è una definizione sommaria e parziale. Lee Fardon ha un proprio stile, che fonde egregiamente il gusto della ballata “springsteeniana” con suoni che discendono direttamente dalla new-wave. Lee è un cantante dalla voce profonda, simile a quella di Ian Curtis; sa dosare egregiamente le tastiere, che, anziché avere quel gommoso sapore anni ’80, sono ben inserite nel contesto, con accenni di Hammond anni ’60.
Si tratta certamente di un disco non perfetto, con qualche episodio meno felice, ma che risulta piacevole dall’inizio alla fine. A giudicare dalle notizie pescate sulla rete, sembrerebbe proprio che questo album abbia avuto una certa diffusione in Italia. Non dovrebbe essere raro, allora, trovarlo sulle bancarelle o in qualche fiera del vinile. Compratelo, non ve ne pentirete. Lo sfortunato Lee Fardon merita un po’ della nostra fiducia.    

Lee Fardon mi ha anche concesso un'intervista. Per leggerla, CLICCA QUI!