26 settembre 2015

Cadere tra le braccia della Venere di Milo: "Marquee moon" dei Television

Marquee moon dei Television è uno di quei dischi perfetti, che hanno l’ostinata capacità di resistere agli anni e alle mode. Un lavoro diverso da ogni altro, originalissimo e dal suono inconfondibile. L’anno era il 1977, quando i clamori del punk, dopo due anni o poco più, erano già sul punto di spegnersi; la scintilla che tanto aveva infiammato l’Europa e l’America sembrava giunta alla sua fine naturale, aver terminato il breve ciclo di combustione. D’altronde, il “no future” era proprio uno dei principali inni del movimento.
I newyorkesi Television erano capitanati da Tom Verlaine, la cui chitarra distorta, secondo la calzante definizione di Patti Smith, aveva “un suono simile allo stridio di mille uccelli”. Completavano la formazione Richard Lloyd alla seconda chitarra, Billy Ficca alla batteria e Fred Smith al basso.
Il disco di esordio si presenta talmente innovativo e convincente da costituire imprescindibile punto di riferimento per tanti artisti che verranno dopo. Marquee moon non si presta a facili definizioni, perché porta avanti il discorso del punk e lo supera. Si potrebbe citare un altro lavoro coevo, ovvero The scream di Siouxsie and the Banshees; rispetto a quest’ultimo, però, l’album di Verlaine e soci è portatore di una forza ancora più dirompente. É l’anello di congiunzione tra il punk e la new wave, tra due modi differenti di esprimere il malessere esistenziale: se il primo era velocità e due accordi, i Television dimostrano invece di saper suonare e, soprattutto, di farlo con un proprio stile.
Da rimarcare la centralità dei testi. Il nome d’arte del leader del gruppo è un chiaro omaggio al grande poeta francese; le sue liriche sono criptiche e visionarie, dense di immagini distorte e riflesse, tra l’illusione e l’allucinazione. Raccontano il male di vivere, l’incapacità di esprimersi dell’uomo contemporaneo. Un’immagine su tutte: nel brano che dà il titolo all’album appare l’inquietante figura di un’auto che esce da un cimitero e invita il protagonista a montare su, per condurlo nei luoghi più remoti e oscuri del suo animo.
Otto le tracce. La title track, di oltre dieci minuti, è un lungo viaggio nelle tentazioni oniriche di Verlaine, un impasto stridente di chitarre che seguono due linee melodiche diverse, con un perfetto innesto della sezione ritmica. Ipnotica e allucinante, è destinata a rimanere a lungo nella mente dell’ascoltatore. Seguono le divagazioni crepuscolari di Friction ed Elevation, gli sprazzi di luce di Guiding light (a dirci che non tutto è perduto), la melodia apparentemente balneare di Prove it, nonché quello che – a mio modesto avviso – è il capolavoro dell’intero disco: Venus. Il brano, che richiama atmosfere velvettiane, è un incedere maestoso culminante nell’epico ritornello, dove Tom, senza nascondersi, ammette di essere “caduto tra le braccia della Venere di Milo”, approdo di un’esistenza votata all’indagine degli aspetti più reconditi e immaginari dell’esperienza umana. Chiude il disco Torn curtain, epica e teatrale, che lascia intravedere altri mondi possibili oltre il velo della tenda, al di là dello scuro sipario.
A quasi quarant’anni dall’uscita, resta un disco fondamentale, che avrebbe meritato ben altra fortuna. I Television spariranno di lì a poco, ma con l’orgoglio di aver composto un lavoro originale, l’anello mancante, la traccia di collegamento tra il punk e la new wave. Il tutto senza dimenticare il passato, che portava i nomi di Velvet Underground, Jefferson Airplane e 13th Floor Elevators.
La leggendaria copertina del disco

14 settembre 2015

"Giuseppe Tardio" di Antonio Caiazza: una biografia del brigante-avvocato cilentano

Tra tutte le figure di “briganti” che la storia e le narrazioni popolari ci hanno tramandato, quella di Giuseppe Tardio da Piaggine occupa un posto particolare, per almeno due ragioni. La prima riguarda il suo status sociale: mentre la maggior parte dei briganti proveniva dagli strati più miserabili della società – poveri braccianti, fittavoli analfabeti, pastori, criminali comuni, soldati sbandati del disciolto esercito borbonico – Tardio era un avvocato. Laureatosi in Legge nel 1858, decise, dopo una parentesi antiborbonica, di aderire alla causa dei legittimisti, fondando una delle bande più temute della Provincia di Principato Citra (l’attuale Cilento e Vallo di Diano). Anziché sfruttare il proprio ruolo sociale e intraprendere una carriera, quella forense, che gli avrebbe garantito successi e agiatezza, preferì rintanarsi sui monti e sostenere la causa antiunitaria. Già questo aspetto contribuisce a sfatare un’inesattezza storica, delineando il ruolo che le classi più elevate e le persone istruite ebbero nella lotta che maturò dopo il 1860. Il secondo elemento di sicuro interesse è rappresentato dalla natura eminentemente politica dell’azione rivoluzionaria di Tardio. Ricevuto il grado di Maggiore direttamente dal Governo borbonico in esilio, il piagginese agì al solo scopo di restaurare la legittima monarchia sul trono di Napoli. Ogni sua azione venne presentata sotto le insegne di Francesco II, di cui Tardio si qualificava come emissario ufficiale. L’aspetto eminentemente politico dell’attività dell’avvocato cilentano porta a riconsiderare lo stesso termine “brigantaggio”, che in tale ipotesi appare decisamente improprio, trattandosi più che altro di un’azione legittimista e non di criminalità comune. Resta quindi aperta una domanda: si può definire “brigante” un uomo le cui gesta, sia pure contra legem, erano munite di legittimazione sovrana?
Tutti questi aspetti sono chiaramente messi in luce nel saggio di Antonio Caiazza. Giuseppe Tardio. Brigantaggio politico nel periodo postunitario in Provincia di Salerno è stato pubblicato per la prima volta nel 1986, per poi essere ristampato, in edizione riveduta, nel 2015 dalle Edizioni dell’Ippogrifo. Si tratta di un’opera fondamentale per conoscere una vicenda forse poco nota a livello nazionale, ma che cambiò profondamente il volto e la storia del Cilento. L’autore ricostruisce con esattezza e ricchezza di dettagli l’impresa legittimista del Tardio, dallo sbarco di Agropoli fino alla battaglia di Magliano Grande del giugno del 1863, che di fatto pose termine alle scorrerie. Il resoconto di tutte le azioni “brigantesche” è dettagliato e attento; Caiazza si avvale di una mole sterminata di documenti, privilegiando soprattutto le fonti giudiziarie, quali gli atti processuali: interi stralci di sentenze e di verbali di udienza sono infatti riportati in nota e in appendice. L’autore riesce abilmente ad evitare toni apologetici, mantenendo uno stile neutro e distaccato, che non dà giudizi e lascia al lettore ogni valutazione in merito. La figura di Tardio che emerge dal libro appare così bifronte: da un lato, ci appare come il paladino degli oppressi contro gli oppressori; dall’altro, però, non si possono tacere le violenze e le grassazioni che avvennero in nome del Re considerato legittimo.  
Il libro, inoltre, è arricchito da foto e documenti dell’epoca (anche autografi dello stesso Tardio), tabelle e schemi riassuntivi. Ma non è semplicemente un lavoro sull’operato del legale piagginese; il libro è un quadro vivido del Cilento (e, più in generale, dell’Italia meridionale) negli anni che seguirono l’unificazione, un resoconto puntuale che consente al lettore di comprendere le ragioni dei vincitori e dei vinti, nonché il modus operandi – egualmente spietato e contrario alla legge – degli uni e degli altri. Lo si può leggere, dunque, secondo due prospettive: o come biografia di un personaggio a suo modo eccezionale, oppure come completamento di uno studio di più ampia portata sul cosiddetto brigantaggio postunitario.

6 settembre 2015

"Le rovine in attesa": il video della presentazione alla Fondazione Alario

Il 25 agosto 2015, nella suggestiva cornice di Palazzo Alario in Ascea Marina (Sa), si è tenuta la presentazione de “Le rovine in attesa” curata dalla Fondazione Alario e da Il giglio marino o.n.l.u.s. L’incontro era inserito nel cartellone della rassegna LeggerMente – Incontri d’autore alla Fondazione Alario, che nei mesi di luglio e agosto ha ospitato generi letterari fra i più disparati, dalla narrativa alla poesia, dal teatro al reportage.
Voglio ringraziare coloro i quali hanno reso possibile l’evento: Nicola Botti (organizzatore), Gerardo Russo (giornalista), Marcello D’Aiuto (Presidente della Fondazione Alario) e Vince Esposito (responsabile della Biblioteca Alario).
Un ringraziamento particolare, infine, va al numeroso pubblico, ad Antonino Tomeo per il filmato ed a Sara Nigro per le fotografie.



2 settembre 2015

I miei video su YouTube

Su YouTube è presente una pagina con tutti i filmati che mi riguardano, dalle presentazioni dei libri alle altre iniziative ed eventi cui ho partecipato. La playlist è periodicamente aggiornata.

26 agosto 2015

"Le rovine in attesa: un nuovo genere di romanzo filosofico". La recensione di Gerardo Russo

Una recensione de Le rovine in attesa è stata pubblicata sul sito sudsostenibile.it. La riporto di seguito, ringraziando l’autore, il giornalista Gerardo Russo, per le parole di elogio che ha voluto spendere.

“LE ROVINE IN ATTESA”: UN NUOVO GENERE DI ROMANZO FILOSOFICO
A cura di Gerardo Russo 
Cosa c’è dietro un maniero che si erge sulla cima di una collina, all’estremità di un paese del Mezzogiorno? Cosa ne anima ancora le mura austere, gli stanzoni bui e freddi e la stessa vita dell’ultimo discendente di una stirpe di condottieri, prelati e grossi proprietari terrieri? I secoli han portato via il regno di cui queste mura robuste erano a guardia, ne han portato via l’autorità e il potere. I secoli ne hanno decretato la morte, lenta e inesorabile.
Eppure non tutto è perduto: quelle mura possenti hanno ceduto solo in parte; rimane, indelebile, un patto etico che la sensibilità, messa a dura prova dal mondo virtuale, potrebbe riuscire ancora cogliere. Sono queste “le rovine in attesa” e questi i pensieri che si affollano nella mente dopo che gli occhi si sono staccati dall’ultima pagina del romanzo del giovane Alfonso Cernelli. La struttura narrativa de “Le rovine in attesa” ha una valenza filosofica più che letteraria: non v’è una narrazione allegorica che si sviluppa sulla dialettica “protagonista-antagonista”, non v”è una vera e propria “fabula” ricca di intrecci. Il racconto inizia con una descrizione quasi giornalistica della vita di due giovani in una città: uno di loro, Erminio Narri, ha terminato, con ottimi risultati, gli studi giuridici. La triste condizione di una società in via di decadenza lo costringe a lavorare in una biblioteca e a tentar di strappare una donna ad un poeta dozzinale attraverso circoli, bar e bistrot. A modificare questa monotonia “fin de siècle” è la lettera di un marchese del Sud, sembra quasi di leggerne una provenienza cilentana, Alberico Priviano, che offre al giovane l’incarico, segreto sino a metà del romanzo, di fondare uno Stato meridionale attraverso una nuova Carta Costituzionale, una summa di valori etici che colleghino l’austerità del passato con la frivolezza del moderno. Questa carta dei valori viene concepita e redatta, ma, causa l’interdizione del nobile, rimane sui fogli che Priviano, in attesa di essere quasi deportato al sanatorio, scorre con lo sguardo compiaciuto e firma, sottoscrivendone l’intesa valoriale. La dialettica, si diceva, non è narrativa, ma scorre sul terreno della costruzione filosofica. La narrazione si dirama su due registri epidittici. Il primo registro promana dall’austerità del passato. Si fonda su una nobiltà, forse un tempo ricca di vizi, ma pregna di valori e di contenuti, ormai in decadenza: l’antica torre di palazzo Priviano svetta ancora sulla vallata e sul paese sottostante, rimane ancora il cuore forte e altero del resto del palazzo e del giardino a pezzi.
Questo registro narrativo definisce un effetto compartecipativo: si svolge in una narrazione più piana, ricca di particolari descrittivi che ne accelerano una confidenzialità estetica. Il secondo registro è invece più distaccato, ha un’intensità semantica volutamente più fredda, quasi a voler sfiorare il racconto dei fatti in un processo. E’ la frivolezza del presente: dalla precarietà del lavoro del giovane guirista, che nel romanzo non verrà mai chiamato per nome, ma sarà, quasi col gelo della cronaca giudiziaria, “il Narri”, alla debolezza di un amore tra Erminio ed Anna. Un sentimento, quest’ultimo, che già alla nascita non ha consistenza e si sfarina, nel prosieguo della narrazione, nei vani tentativi di Erminio di scrivere lettere d’amore dalla residenza nobiliare e in una sorta d’inseguimento quando, tornato per pochi giorni in città, rivede la ragazza uscire dal portone di casa. Sembra che, questa dell’inseguimento, sia un’impresa cominciata controvoglia: più per dare spiegazioni che col preciso intento di ridare consistenza al gioco amoroso. La contrapposizione, non dialettica, avviene tra questi due registri narrativi: il “pathos” che svetta dal passato con un ultimo discendente di una casata nobiliare in rovina e l’insicurezza di un’attualità liquida, dove niente ha più sostanza, nemmeno gli affetti. Si potrebbe affermare che la contrapposizione è tra “due decadenze”: un mondo che non c’è più, ma di questo se ne scorgono le vestigia prepotenti, e un mondo che forse non c’è mai stato, vissuto e trasmesso su fogli virtuali. Tutto è perduto? Non ci può essere un ponte tra queste due derive? Il ponte, sembra suggerire il giovane autore, non può essere virtuale, deve poggiare sulla consistenza di un esercizio quotidiano e costante. La sigla della Costituzione, nelle ultime pagine del romanzo, vuole sancire un patto, un ponte di valori etici che da contratto intergenerazionale tra un vecchio signore, ormai privo di autorità, e un giovane giurista, che non sa come sbarcare il lunario. Proprio su questo lembo tra passato e presente si eleva un richiamo esistenziale. Il richiamo al Mezzogiorno acquista così un valore di palingenesi culturale più che avere contenuti meridionalisti. Il Mezzogiorno è depositario di valori che hanno attraversato i secoli: le “rovine in attesa” sono al Sud, ma questa non vuole essere un’ammonizione, è invece un richiamo, quasi sussurrato con la forza descrittiva della natura, delle pietre, dei palazzi, che, nonostante l’età e l’incuria, rimangono in piedi nella loro severa austerità. Questo è, in sintesi, il valore filosofico del romanzo, il secondo, di Alfonso Cernelli.     
E’ un lavoro che detta con maggiore incidenza un percorso che si intravedeva già nella sua opera di esordio. E’, il romanzo filosofico, un’ottica per indagare l’animo umano che ha origini lontane, un campo poco battuto nella deriva di “thrilleraggio” che, ormai da decenni, ha assunto l’industria editoriale contemporanea. Eppure, la ricchezza di prospettiva, la rara perizia del giovane autore nel toccare temi così alti e austeri, fanno del romanzo un vero e proprio capolavoro.

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22 agosto 2015

"Pensieri puri e pericolosi: rovine in attesa". La recensione di Serena Di Sevo

Sulla rivista “La Mandragola” è apparsa una interessante recensione de Le rovine in attesa, a cura della giornalista Serena Di Sevo. Riporto di seguito le sue parole, cogliendo l’occasione per ringraziarla per i molti e nuovi spunti di riflessione sull’opera.

PENSIERI PURI E PERICOLOSI: ROVINE IN ATTESA
A cura di Serena Di Sevo 
Tra le tentazioni della modernità sua eccellenza tentazione è di certo quella del passato, un luogo in cui rifugiarsi alla ricerca di quei valori che si ritengono perduti. La modernità può essere vissuta con fastidio, condanna e incomprensione, farsi concetto assoluto del disagio e dell’estraneità rispetto al sentire altrui. È nella politica che questo disagio si manifesta prepotente: una tabula rasa di programmazione, ideali, diversificazione che produce quell’horror vacui che con termine terribile chiamiamo qualunquismo ma che di fatto è rassegnazione a un presente che non si può cambiare. La lotta, laddove resiste, parla la lingua vecchia del passato, un passato che nostalgicamente proviamo a ricostruire criticamente. Nelle desolate terre del sud Italia la rassegnazione è incancrenita nella convinzione di essere condannatati a un destino ineluttabile e crudele originato, secondo l’opinione di molti, da quella ferita mai curata dell’unificazione nazionale. Chi ha strappato il meridione dai fasti e dalla gloria, da un’identità di popolo unito sotto la stessa cultura, lo stesso re, lo ha fatto con false promesse e con cattiva coscienza. Il nostro sud è come una vecchia casa in rovina ristrutturata secondo regole scorrette che hanno impiantato, in luogo di forti pietre e pregiati legni, effimere promesse laddove profumavano i limoni e fiorivano le vigne e i ciliegi. Pensiero puro e pericoloso. Rovine in attesa.
Cosa accadrebbe se da questo pensiero si provasse a fare un passo più in là, un progetto di rinascita, un progetto rivoluzionario che porti le lancette della storia indietro nel tempo senza cancellare l’esperienza del tempo intanto trascorso? L’ultimo libro del giovane scrittore di origini cilentane Alfonso Cernelli, "Le rovine in attesa", parte proprio da questo presupposto per narrare con delicatezza il tema del passato nell’ossessione di un nobiluomo in rovina, arroccato nel suo palazzo, nascosto tra i libri di una ricca biblioteca, a coltivare progetti rivoluzionari per la propria terra. Un destino, quello del marchese Alberico Priviano, condannato e fatalmente destinato ad incontrarsi con altrettanta solitudine: il giovane Erminio Narri, giurista bibliotecario insoddisfatto e frustrato riceve una misteriosa lettera in cui gli viene offerto un incarico segretissimo e importante. Erminio lascia tutto, un amore, un lavoro sicuro, gli amici, per abbandonarsi al caso e all’incertezza, per inseguire la tentazione di un sogno di grandezza, trovare uno scopo più alto alla propria esistenza.
I due uomini si immergono nella costruzione di un nuovo ordine socio-politico e si abbandonano alla folle illusione di poter cambiare il corso della storia. Sprofondati nella solitudine, don Alberico e il Narri trovano reciproco sostegno nutrendosi di entusiasmo per un comune e nobile obiettivo: fondare un nuovo stato e dotarlo di una carta costituzionale. Nella storia di don Alberico e del Narri troviamo una tentazione e una sconfitta che è affermazione di un’attesa: il nostro sud, le rovine del passato mummificate, le potenzialità sempre inespresse della nostra terra, attendono che la lotta si compia nel presente, con la lingua e la testa di oggi per costruire il domani. Il coraggio di esprimere questo concetto semplice e cruciale risiede nella stesura stessa del libro, nella scelta di esprimersi in narrativa, in una narrazione peraltro non sentenziosa, che non conclude: il libro lascia aperto il finale, le conclusioni e persino le interrogazioni, evitando il bozzetto meridionalista, ponendolo anzi come imputato. Perché gli slogan e le sublimazioni, le frasi fatte e i luoghi comuni, sono forse i peggiori nemici della nostra ossessione di rinascita: gli alimentatori di confusioni e ignoranze sotto le quali ci siamo irrimediabilmente sepolti.


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20 agosto 2015

"Slow man" di J.M. Coetzee: un uomo a metà

Un uomo perde una parte di sé per ritrovare se stesso. O meglio, un uomo perde l’integrità fisica per recuperare quella morale. Questa l’essenza del romanzo di Coetzee pubblicato nel 2006, dopo il conferimento all’autore del Premio Nobel per la Letteratura.
Paul Rayment ha sessant’anni e vive da solo in un grande appartamento di Adelaide, circondato dalle fotografie sulla storia dell’Australia che intende donare alla Biblioteca civica. Una volta passato a miglior vita, nessuno si ricorderà di lui e il suo nome rimarrà impresso soltanto in un polveroso archivio pubblico, sui documenti del fondo che gli sarà intitolato. L’occasione di cambiare vita e, soprattutto, di spargere nel mondo un po’ d’amore, si presenta inaspettata, quando un incauto automobilista lo travolge facendogli perdere una gamba. L’incidente, anziché avvicinarlo alla morte, diviene un’occasione di rinascita. La chiave del cambiamento è l’amore per Marijiana, l’infermiera di origine croata che lo accudisce. Ma questo sentimento supera la dimensione puramente carnale del rapporto uomo-donna, per diventare qualcosa di diverso e più profondo. Paul Rayment intraprende una strada che mai avrebbe immaginato di poter percorrere: l’esperienza della paternità. L’amore per Marijiana, infatti, trascende la solida figura di lei, per irradiarsi su tutta la sua famiglia, in particolare sui figli. La passione (non corrisposta, per la verità) diventa travolgente, passando dall’adorazione all’ossessione, mettendo lo stesso Paul in ridicolo. Eppure, il suo desiderio è privo di ogni malizia: vorrebbe semplicemente diventare il nume tutelare della famiglia di Marijiana, provando la sensazione e la responsabilità di essere padre, anche se in tarda età.
L’opera dello scrittore sudafricano scruta con profondità di analisi un aspetto spesso trascurato, per disinteresse o reticenza: il rapporto tra handicap e desiderio. E il merito di Coetzee è quello di aver indagato con sensibilità e giusto distacco, sul presupposto che la vitalità dei sensi prescinde dalla pienezza della forma fisica. Si può amare da anziani e da malati, con la stessa drammatica pienezza della gioventù.
Slow man non è certamente il miglior romanzo di Coetzee, né un libro imprescindibile. Tuttavia, riesce ad offrire interessanti spunti di riflessione su tematiche di rilevanza universale, quali il contrasto tra deformità e bellezza, l’accettazione del diverso, l’insopprimibile bisogno di andare avanti anche quando il destino sembra aver poggiato un velo scuro sulle nostre spalle.

1 agosto 2015

"Le rovine in attesa": la recensione di Giuseppe Baiocco

Lo scrittore e neuropsichiatra Giuseppe Baiocco ha scritto una interessante recensione del mio romanzo Le rovine in attesa, cogliendone con grande maestria spunti e suggestioni. Lo ringrazio per il graditissimo omaggio.

La recensione 
Nel romanzo "Le rovine in attesa" di Alfonso Cernelli, il palazzo turrito di don Alberico ci appare come il santuario dell’umana esistenza, svettante verso la sommità del cielo dove ci si aspetterebbe di vedere Mosè ricevere le tavole della legge. Di legge, in realtà, nella torre avita si parla e molto ma nel senso di Costituzione morale da consegnare all’aristocrazia del mondo per liberare l’uomo da ogni "strumento di repressione". Un uomo non utopico – ben inteso – ma storicamente agente nelle lotte di popolo contro il tiranno. Si può giustificare il travolgimento violento di una civiltà, sia pure in rovina, per promuovere un'utopica Costituzione moralmente alta al fine di rendere buona e giusta l'umanità così generata? É da qui che prende corpo la stupenda narrazione del romanzo, anche se lo spleen narrativo si lascia pervadere sin da subito dall'attesa cotardiana del crollo cosmico (una sorta di Aspettando Godot alla rovescia): l’umana ragione dei protagonisti – disastrata dalle storie che la sconvolgono – vive con la disposizione d’animo di chi va in rovina, rassegnato alla fine ineluttabile. Affabulante nella sua desolazione ci appare questo santuario pensile sospeso nel cielo, per raggiungere il quale c’è solo un'angusta via metafisica, il corso: "espressione tanto fuori luogo" da essere essa stessa un non-luogo di quel mondo.
Eccoci dunque, alle relazioni tra i personaggi del romanzo tutte pregne di una crepuscolarità umorale depressa che oscura l'eros del sentimento pur di allontanare la rovina che incombe. E a nulla servirà fuggire lontano in cerca di fortuna, come fa Erminio: la sua non è una ribellione titanica contro il dio-tiranno della storia (i piemontesi) ma un acquattarsi in attesa per ritrovare in essa un cantuccio in cui vivacchiare. Come appaiono lontani i vagheggiamenti su Errico Malatesta al Caffè degli Oracoli e sugli ideali rissosi degli spiriti ribelli!
Quello di don Alberico è un palazzo dell'immaginario, è una galassia dove si approda dalle vie più disparate e da cui non c'è più ritorno perché è frontiera di troppi mondi fantasmatici insieme, quello della ragione in fuga, delle emozioni coercite, delle passioni ritualizzate, dei sentimenti-ossessione. Il marchese e i suoi "cortigiani" si muovono sullo scenario del romanzo come controfigure dell'inconscio, un inconscio più simile ai gironi danteschi che alle istanze freudiane.
Chi vive nella torre è un “eletto” o meglio un predestinato e forse per questo tra di loro si stabilisce un collante umano forte quanto una religione, una cospirazione, una regola monastica, una mistica sovversiva. Lì, ove si abbatte ogni genere di avversità con la forza fascinatrice del mito (intemperie, desolazione, rovina, vecchiaia), non può non allignare anche l’archetipo dell'umanità più malvagia: i due amanti fedifraghi. Su di loro non deve calare un giudizio morale di condanna perché "necessari" all'economia del romanzo, necessari quanto Giuda al trionfo di Cristo. Solo che in "Rovine in attesa" non c'è delitto, né castigo e, peggio ancora, non c'è crisi catartica, quindi "resurrezione".
Un consiglio: il libro è così denso di retrogusti che va assaporato soprattutto dopo che si è finito di leggerlo, rivisitandone le "stanze" che hanno scaricato sul nostro immaginario le loro suggestioni visuali.

L’autore
Giuseppe Baiocco dice di sé: «Sono un marchigiano delle Marche "sporche" (cioè del maceratese), mi sono sempre nutrito di sentimenti forti e passioni che hanno costellato la mia esistenza, in modo diverso a seconda delle stagioni della vita. La biologia è stata la prima di queste solo per ordine di tempo (anche perché è quella che mi ha nutrito - in tutti i sensi - per quarant'anni), poi la poesia (Aretusa, 1986) e infine la narrativa (Storie di Borgo e di Bottega, 2002 - La donna di Villamare, 2014). In mezzo a queste, si è inserito l'amore per la fotografia (fotoSvagando), arte che in qualche modo rappresenta un ponte tra le due potendo essa figurare immagini estratte dall'immaginario delle altre. Ho rincorso tutta la vita il grande sogno di scrivere il "mio" romanzo, perché quello (specie se è il primo e magari sarà anche l'unico) ti rappresenta come nessuna altra cosa al mondo e proprio come un mondo in cui ti sei incarnato lo puoi  condividere, nella sua pienezza psicologica, anche con chi non ti conosce e non ti conoscerà mai. Il destino ha voluto che, proprio grazie a "lui", io abbia incontrato per i "mari delle lettere" Alfonso e il suo romanzo "Le rovine in attesa". Ecco perché mi trovate in questo blog».

30 luglio 2015

25 agosto, Ascea Marina (SA): presentazione de "Le rovine in attesa"

Martedì 25 agosto presenterò Le rovine in attesa ad Ascea, celebre località costiera del Cilento. La presentazione si inserisce nel contesto della manifestazione LeggerMente – Incontri d’Autore alla Fondazione Alario, organizzata dalla Onlus Il giglio marino e dalla Fondazione Alario per Elea-Velia.
Appuntamento martedì 25 agosto, ore 18, presso la corte di Palazzo Alario in Ascea Marina.
Locandina della manifestazione

16 giugno 2015

"La mia scrittura umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante": intervista al poeta e scrittore Dante Maffia

Dante Maffia, nato a Roseto Capo Spulico (Cs) nel 1946, è uno dei più importanti scrittori e poeti contemporanei. Non è possibile riassumere in poche righe la sua vasta produzione letteraria, che comprende opere di narrativa, poesia e saggistica; per questo, mi limito a rinviare alla pagina della biografia presente sul suo sito e su Wikipedia.
Mi ha concesso, e per questo lo ringrazio tantissimo, una lunga e appassionata intervista, che, partendo da un’analisi del romanzo Milano non esiste, affronta altri interessanti temi, quali il meridionalismo, l’emigrazione, la civiltà letteraria, il ruolo della poesia, la globalizzazione.

Domanda. Milano non esiste è, a mio avviso, un tassello fondamentale della letteratura italiana degli ultimi cinquanta anni, il libro che ogni emigrante dovrebbe leggere e conservare come una cara reliquia, per ritrovarvi una parte di sé. Qual era il suo intento nella stesura del romanzo?
Risposta. Quando ho cominciato a scrivere Milano non esiste non avevo intenti d’altro genere che quello di raccontare una storia molto nota soprattutto a me stesso che ho visto vuotarsi il mio paese di nascita. Una storia però che fosse di tutti gli emigranti, e senza la retorica piagnona del distacco e della nostalgia. Il protagonista doveva essere un simbolo, innanzi tutto (ecco perché non ha nome), focalizzare la contraddizione del suo essere a Milano senza esserci veramente (la moglie milanese, i figli nati a Milano) fino a considerare i figli calabresi e la moglie ormai anch’ella calabrese.
No, non vorrei che il mio romanzo fosse letto e conservato come una  reliquia, ma come valore della diversità, nella certezza che niente e nessuno deve (o dovrebbe) mai farsi cancellare le radici, quali che siano, ma confrontarsi e riconoscere l’altro da sé.
Sull’emigrazione i romanzi abbondano, a cominciare da quello di Francesco Perri (per documentarsi accuratamente basta sfogliare un ricchissimo testo di Rocco Paternostro) e sarebbe stato sciocco puntare al sapore e agli effetti antropologici ed etnologici. Il mio intento era quello di guardare a far guardare dentro una realtà che non appare mai, che però spacca le famiglie, le rende estranee a se stesse. Non nascondo che era anche quello di sfidare un luogo comune. Lo faccio spesso, ultimamente per esempio, ho pubblicato un libro di versi di oltre cinquecento pagine intitolato Il poeta e la farfalla, rigorosamente poesie d’amore, cercando di distruggere icone e abitudini per rinnovarne lo spirito e la sostanza. In qualche modo l’intento, scrivendo Milano non esiste, è stato il medesimo.

D. “Però un paese ci vuole”, diceva Pavese. “Non si può vivere senza le proprie radici”, afferma l’operaio di Milano non esiste. L’origine geografica è un marchio che non si può cancellare, eppure la globalizzazione mette in crisi questa certezza. Qual è la sua opinione in merito alla crescente massificazione del pensiero, che vuole annullare ogni differenza e renderci tutti uguali?
R. Il giorno in cui dovesse accadere che gli uomini diventano tutti uguali, hanno tutti la stessa maniera di esprimersi e di muoversi, hanno tutti gli stessi gusti e le stesse abitudini, sarebbe una catastrofe irreversibile e di conseguenza la cancellazione della vita stessa. La vita, di per sé, è diversità, altrimenti è orrore impastato nello zero della ripetizione. E’ un tema a me molto caro, che ho trattato anche in una mia poesia. Le cito parte della composizione che conclude la sezione di Sbarco clandestino, un libro uscito nel 2011: “Mi domando che cosa sarà la vita / quando tutti saremo tali e quali / e tutti indosseremo la stessa divisa / e tutti mangeremo lo stesso cibo / e tutti ameremo lo stesso Dio. // … La pace non è un mare incolore / che racconta nenie per addormentare. / Oh, ecco i bambini tutti uguali / andare a scuola in fila ordinata / inchinarsi e sorridere. Un’indecenza / l’uniformità gioconda e statuaria. // La vita si ribellerà, / si nasconderà nei tubi dei cessi, / nei fondali marini / per conservare una briciola / del canto universale / che è la negazione della serie, / … Che mai si parli una lingua soltanto, / che mai gli uomini siano tutti / d’un solo colore, / che mai i cuori siano allineati / in una sola direzione”.

D. L’io narrante di Milano non esiste sa di essere una pedina del sistema, una rotella di un ingranaggio violento e complesso; eppure, nonostante tutto, riesce con cieca determinazione a non farsi abbagliare dal miraggio della ricchezza e del benessere, fino a trovare una via di fuga a lungo vagheggiata. Egli non vuole distruggere il sistema, ma solo eluderlo scappando. Come si colloca il suo romanzo nella tradizione del “romanzo operaio” della letteratura italiana? Può essere visto come un libro di rottura, perché sostituisce alla lotta collettiva una guerra privata?
R. Certo, non pensavo minimamente di diventare l’appendice di una cordata che comunque non ha dato risultati eccellenti, se non visti in chiave sociologica e politica. A me ha sempre interessato l’umanità che ognuno si porta dentro, l’esperienza, il vissuto che è e sarà sempre individuale. Il mio operaio si rifiuta istintivamente di diventare un numero, ha dentro gli umori e i sapori del paese, la luce e il sale di parole vive che lo accompagnano, ma non si pone neppure il problema di volere o non volere distruggere il sistema in cui è stato catapultato. Ha dentro di sé princìpi e carezze dell’infanzia che vuole riconquistare tornando, ed è talmente tanto convinto che sia nel giusto, che disinvoltamente organizza anche la vita dei figli e della moglie nella direzione del ritorno.

D. Il protagonista di Milano non esiste è un umile operaio calabrese che considera la città che lo ha sfamato come una prigione, e non vede l’ora di fuggire per sempre. Lei è un intellettuale calabrese che da molti anni vive a Roma. Com’è il suo rapporto con la Città eterna?
R. Quando nel 1967 sono arrivato a Roma per iscrivermi all’Università, c’era ancora una civiltà letteraria ben articolata e di altissimo livello. Non fu difficile fare amicizia con Alberto Moravia, Elsa Morante, Livia De Stefani, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Elsa De Giorgi, Giacinto Spagnoletti, Laura Di Falco, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Enzo Siciliano, Franco Cordelli, Stefano D’Arrigo, Cesare Vivaldi, Renato Guttuso, Ennio Calabria, Eugen Dragutescu, Pier Paolo Pasolini, Aldo Turchiaro, Maria Luisa Spaziani, Alberto Bevilacqua, Sergio Zavoli, Aldo Palazzeschi e potrei continuare l’elenco con nomi eccellenti del mondo del cinema, del teatro, della musica, della poesia, della critica, del giornalismo e della narrativa… Avevano in comune una cosa, questi signori, non sopportavano la mediocrità e perciò o avevi qualcosa da dire  sul serio o eri abbandonato nel tuo brodo.
Dopo la laurea ho fatto il professore in Calabria ma poi ho chiesto il trasferimento. Avrei potuto sfamarmi anche al mio paese, perciò la mia non era una condizione identica a quella del mio operaio. Dopo avere scandagliato Milano per viverci, (Milano è un inferno balordo convinto di non esserlo), scelsi Roma, di cui avevo intravisto i difetti, ma che sentivo carica di umanità. Non sbagliai, fui accolto dai signori citati e da altri. Ma adesso anche Roma è diventata una specie di deserto culturale, una corsa al presenzialismo e alle cariche e perciò il mio rapporto è diventato quello che si può avere con una vecchia amante che ormai è incapace di donarsi e di capire che cosa è essenziale. Soprattutto che cosa è essenziale per un poeta che non ha mai rincorso la “carriera”. Io ho sempre desiderato che le mie pagine facciano breccia e trovino accoglienza, non io, io sono appena uno strumento, è quel che scrivo che vorrei arrivasse, anche in maniera anonima.

D. Chi è, a suo avviso, lo scrittore che ha saputo descrivere il Sud meglio di tutti, evidenziandone bellezze e contraddizioni?
R. Io, naturalmente… Questa è una di quelle domande a cui non è facile rispondere in sintesi, dovrei ripercorrere un lungo cammino di testi e indicare alcune pagine, dei capitoli… Se poi devo fare per forza dei nomi dico Vitaliano Brancati, R. M. de Angelis e Marotta.

D. Assistiamo negli ultimi anni ad una reviviscenza del pensiero meridionalista, al risvegliarsi della consapevolezza della nostra storia e del nostro passato. Al contempo, però, c’è chi assume atteggiamenti di “stampo leghista”, esagerando forse un po’ nell’idea di un Sud preunitario quale età dell’oro. Qual è il suo pensiero in proposito?
R. Non era età dell’oro il Sud preunitario, certamente, ma non era nemmeno ciò che diventò immediatamente dopo l’annessione. I libri di Carlo Alianello e di Salvatore Scarpino spiegano qualcosa di molto importante in proposito. Ma le polemiche ormai non servono, anche se non dobbiamo dimenticare che a Mongiana (Calabria) esisteva la più grande acciaieria d’Europa e a San Leucio (Campania) una signora seteria da fare invidia a tutte quelle inglesi. Certo, fu una beffa farsi annettere da una popolazione di un milione e settecentomila abitanti sparsi fin nella Sardegna essendo il Sud di circa tredici milioni di abitanti, e non tutti analfabeti o privi di valore, come hanno voluto farci intendere. La storia ha svenimenti e incoerenze, vertiginose sconcezze, nessuno mai ne comprenderà il corso. Io credo, comunque, che sia ora di fare sentire la propria voce e di mettersi alla pari, in ogni senso. Non potrò mai dimenticare, avevo sedici anni, se non ricordo male, un gruppo di ragazze bergamasche e friulane in vacanza al mare del mio paese, lo Jonio, culla della civiltà più straordinaria che si sia mai avuta. Facemmo amicizia e si scandalizzavano se mi scappava una frase in dialetto, chiamandomi baluba, barbaro, africano. Invece il loro dialetto, incomprensibile, era giusto, civile, necessario, poetico.

D. Mafia capitale, scandalo Expo e Mose, “Lega ladrona”: c’è ancora spazio per un pregiudizio antimeridionale in un Paese che sembra aver elevato la corruzione a regola di sistema, da Nord a Sud?
R. I pregiudizi è sempre difficile sradicarli, anche quando non hanno un fondamento. Basta che sorgano e poi si radicano e diventano vangelo. E’ una storia antica. Una volta a Milano fu debellata una banda di quattro poveri cristi meridionali guidata da un avvocato milanese, che aveva finalità politiche e voleva creare tensione. Tutti i giornali titolarono a lettere cubitali "Banda meridionale" facendo appena un cenno, se pure, della mente che organizzava furti e rapine e terrorizzava i quartieri alti della città lombarda. Il pregiudizio continuò e non accadde nulla di diverso neppure quando si insistette sulla matrice lombarda. Sono certo che continuerà anche adesso, è una questione di antropologia, di cultura il sentirsi portatori di valori e attribuire agli altri le miserie dei comportamenti. Ne sono convinti al Nord e la convinzione è un’arma micidiale che non si debella coi fatti, ma con una rivoluzione delle coscienze che tutti si guarderanno bene da mettere in atto. Neppure di tentare. Del resto credo che faccia comodo, e non è una provocazione, anche ai meridionali stessi.

D. Lei è un apprezzato poeta. Oggi quasi tutti scrivono “poesia” e pochissimi ne leggono; crede che questa forma di espressione possa avere ancora uno spazio nella letteratura contemporanea?
R. Il fatto che molti scrivano poesia la dice lunga su questa esigenza, probabilmente perché ormai è assegnato al poeta il ruolo dell’uomo sensibile. E poiché la sensibilità non si può misurare con nessuno strumento, ecco che si arroccano nel diritto di essere poeti. Ed è vero che chi scrive poesia non la legge, strano fenomeno che a me fa ridere, che trovo buffo, e così cretino da farmi pensare che la velleità è una malattia peggiore del cancro.
Al di là di questa osservazione ormai consacrata e riscontrabile ovunque (sette milioni circa di libri di versi vengono editi ogni anno) chi scrive poesia vera sono cinque, al massimo dieci persone che distillano vita, amori, rancori, illusioni, tensioni, ideali, storia, cultura, religione, cadute morali, esaltazioni e tanto altro per arrivare a significare, come diceva l’Alighieri, e a insegnare “ad ora ad ora come l’uom s’eterna” dopo averlo imparato. Scrivere versi è una moda, ma i più non sanno neanche che cosa sia un vero verso. Comunque una ragione, vanno sempre dicendo, ci deve essere se quando vogliamo porre in risalto la grandezza dell’Italia facciamo per prima i nomi di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Leopardi e Foscolo.
Sì, ci sarà sempre spazio per la forma espressiva della poesia, vera o falsa, stupida o intelligente. E’ un’esigenza dell’uomo tentare di esprimere al meglio ciò che prova. Certo, i danni fatti da alcune cordate di finti poeti sono stati feroci e sanguinanti, ma la poesia sa rimarginare le ferite e sa rinnovare il suo lievito umano e culturale puntando alla bellezza e alla luce e abbandonando alle scorie e all’immondizia il marginale. Ma dobbiamo digerire il veleno che una masnada purtroppo di finti poeti ha sparso ovunque togliendo alla poesia il mistero, il fascino e l’altezza spirituale e poiché in genere questi finti poeti sono stati o sono impiegati o funzionari della editoria che conta, siamo stati inondati da miseria e da caccole di ragni e di topi. Balestrini, Giuliani, Cucchi, Majorino, D’Elia, Insana, De Signoribus, De Angelis, per fare qualche nome, hanno autorizzato nei fatti la banalità, il semplicismo becero, l’oscurità del dettato, la bruttezza e il gioco fine a se stesso. Ma la confusione passerà presto. Come si dice? Alla squagliata della neve si vedono tutte le malefatte e anche altro…

D. Gli editori, specie i grandi gruppi editoriali, incentivano la pubblicazione di opere scritte da attori, presentatori televisivi, sportivi, presenzialisti del tubo catodico, volti più o meno noti, a danno della letteratura di qualità e degli “emergenti”, che trovano sempre meno spazio. Il fine ultimo degli editori sembra essere solo il profitto. È stato sempre così, oppure si sta assistendo ad uno scadimento letterario, che è poi lo specchio della decadenza del Paese e della società?
R. Non è stato sempre così. Prima le case editrici, fino a qualche decennio addietro, erano in qualche modo i santuari della cultura, intesa in tutte le sue irradiazioni e le sue ragioni, e lavoravano con una equipe di studiosi che badavano a scegliere le opere senza stare a preoccuparsi della eventuale vendita. Un libro veniva valutato per quel che valeva e non per altro. Poi sono cambiati i parametri, morti Bazlen, Pavese, Vittorini, Sereni, Spagnoletti, Ravegnani, Calvino non si sono avuti più lettori per scegliere le opere da pubblicare. Ed ecco l’ondata dei giornalisti, degli attori, degli sportivi, dei televisivi, che però non lasciano traccia, si sostituiscono ai giornali, ai rotocalchi e non so nemmeno esattamente se fanno profitto, visto che gli editori chiedono contributi allo stato. Sono sospettoso nell’instaurare una equazione tra ciò e la decadenza del Paese e della società, ho l’impressione che ci possa essere qualcosa di peggio, di più losco, di più scandaloso.

D. Quali sono i libri che considera fondamentali per la sua formazione culturale? Preferisce leggere opere che trattano argomenti di stretta attualità, oppure classici che approfondiscono tematiche universali, legate alla natura immutabile dell’essere umano?
R. Sono onnivoro, leggo di tutto, e con una fame di pagine che più consumo e più ne voglio. Dopo il pasto ho più fame di pria, come dice il poeta. Ma col passare degli anni ho messo in uno scaffale i cento volumi che ho riletto e che rileggerò. Per lo più classici, da Omero a Orazio, da Lucrezio ad Aristofane, da Platone a Rabelais, da Tasso a Sterne, a Gogol, a Tolstoi, ma amo molto e li ritengo fondamentali per la mia crescita o per i miei scontri, anche autori più vicini nel tempo, come Manuel Scorza, Juan Rulfo, Saramago, Hamsun, Bunin, Hilton, Broch, Celine, Steinbeck, Canetti. Quest’ultimo più di tutti, è quello che meglio ha capito il senso del vivere e del morire, e forse anche il senso del nostro passaggio sulla terra.

D. In un’intervista rilasciata nel 2013 alla rivista letteraria L’EstroVerso, lei afferma di essere “anarchico in ogni direzione, soprattutto letteraria” e di “non accettare le graduatorie imposte dall’alto, i suggerimenti dei recensori ufficiali”. Questo atteggiamento anticonformista le ha consentito di costruire un percorso di tutto rispetto, ma lontano dal pensiero unico delle certezze acquisite. Quali difficoltà ha incontrato per affermarsi nel panorama letterario?
R. Nessuna. Sarebbe bastato che mi fossi genuflesso e avessi accettato il diktat di alcuni mediocri per essere subito dentro il panorama dei presenti. Io non amo essere presente, l’ho già detto, mi piacerebbe che fossero le mie opere ad essere presenti. Agli occhi esterni il mio atteggiamento è risultato anticonformista, lo comprendo, in realtà io ho seguito soltanto e semplicemente il mio modo di essere e di vivere, la mia inclinazione alla semplicità e al saper dire pane al pane e vino al vino. Con sviste clamorose, ci mancherebbe altro! Ma non so fingere, fare l’ipocrita o tradire.  Non so essere salottiero (ci vorrebbe poco a fare le smorfie delle scimmie e a tessere lodi e salamelecchi).  
Le certezze acquisite! Io credo che chi scrive non debba mai partire da certezze, ma da possibilità, da probabilità. Neanche la morte è una certezza vista da un certo punto di vista. Dunque, mi domanda quali difficoltà ho incontrato per affermarmi nel panorama letterario. Una sola: quella di convincere a leggermi. Ecco che ritorniamo al cambiamento, ai letterati di un tempo, a quando dicevo di ”civiltà letteraria”. Palazzeschi o Moravia, la Morante o Spagnoletti, prima di prenderti a calci o di rifiutarsi a darti retta, spiavano, spulciavano, si sporgevano verso i giovani…verso le loro opere.

D. Se dovesse definire la sua produzione letteraria con un aggettivo, quale userebbe?
R. Scelga lei tra questi: umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante. Sì, molto, molto maffiana.
Lo scrittore e poeta Dante Maffia