27 novembre 2015

"Senza rumore": l'altra storia dei Moda

Il biennio 1988-1989 è stato uno spartiacque importante per il rock italiano, o meglio per quel “rock italiano cantato in italiano”, secondo la calzante definizione di Alberto Pirelli, fondatore dell’IRA, la casa discografica a cui più di ogni altra si deve la scoperta e la promozione dei gruppi new wave nostrani. È infatti in quel periodo che vengono pubblicati tre dischi fondamentali: Litfiba 3, Boxe dei Diaframma e Senza rumore dei Moda. Sono album diversi, che però, oltre all’identità di casa discografica, presentano almeno due punti di contatto. Il primo è che si tratta del terzo LP per tutti e tre i gruppi; il secondo è che gli album in questione rappresentano un punto di svolta decisivo, a volte di non ritorno. Dopo Boxe, Miro Sassolini lascerà i Diaframma, che raggiungeranno i giorni nostri con Fiumani unico membro originario. Dopo Litfiba 3, chiusa la “trilogia del potere”, il gruppo di Pelù e Renzulli andrà incontro al grande successo di pubblico. Di questi due dischi si è parlato tanto; meno, molto meno, di Senza rumore.
Una piccola premessa è d’obbligo. Sto parlando dei Moda (senza accento), gruppo new wave degli anni Ottanta, non dei contemporanei Modà. E in proposito mi permetto un appunto: quando si decide di fondare (e poi promuovere) un gruppo, sarebbe cosa saggia informarsi, per evitare scopiazzature dei nomi che, oltre ad essere fonte di equivoci, sono tremendamente fastidiose. Si pensi in proposito a Il volo, il supergruppo degli anni Settanta con Alberto Radius; come ben sappiamo, il nome è stato plagiato per dare vita ad una discutibile operazione musical-commerciale su cui preferisco soprassedere.
Tornando ai Moda, si potrebbe dire che con Diaframma e Litfiba hanno rappresentato il trittico delle meraviglie della nostra new wave, oltre che le punte di diamante dell’IRA. I Moda, però, anche se capitanati da un leader carismatico come Andrea Chimenti, non hanno avuto né il successo commerciale dei Litfiba, né una continuità discografica e di seguito (sia pure di nicchia) come quella dei Diaframma.  Dopo Bandiera (1986) e il cupo Canto pagano (1987), la band toscana registrò il terzo disco, Senza rumore (1989), che avrebbe dovuto segnarne la definitiva consacrazione. Dietro l’album c’era forse una precisa operazione commerciale: realizzare il passaggio dalle atmosfere visionarie e ombrose degli esordi ad un pop-rock raffinatissimo, ma volutamente più orecchiabile e vicino ai gusti del mercato. Prova ne è il fatto che la line-up sia stata arricchita in studio di registrazione da Daniele Trambusti (futuro Litfiba), Francesco Magnelli (poi CSI) alle tastiere e Demo Morselli ai fiati. Ed è proprio l’uso intenso delle tastiere e dei fiati a togliere un po’ di freschezza alle canzoni, che, se fossero state lasciate nella loro essenzialità elettrica, avrebbero reso meglio.
Dieci le tracce. Si parte con Sogni d’oro, scritta da un Piero Pelù insolitamente (almeno per quegli anni) solare. Seguono Polvere e Cammina, elaborate ballate di forte impatto sonoro, con la splendida voce di Chimenti in evidenza. Ma le canzoni migliori sono nella seconda facciata: Shalalala, dal ritmo piacevole con ottime parti vocali; Gianni Brillante, dura invettiva contro i fabbricanti di armi; infine, Albero nero, in cui ritornano le profonde sonorità degli esordi. Il resto, sia pur pregevole, risente a mio avviso degli anni, appesantito dagli arrangiamenti non proprio felici.
Il risultato è un lavoro riuscito a metà, buono nella perizia strumentale e nelle parti vocali, a volte debole negli arrangiamenti. I Moda tentarono con questo disco il grande salto, ma di lì a poco decisero di sciogliersi. D’altronde, la grande stagione della wave italiana era finita: per i fuoriusciti, non restava che cambiare per sopravvivere, come fecero i Litfiba e i Diaframma. I Moda no, la loro è stata un’altra storia, egualmente entusiasmante e meritevole di rispetto.
La copertina di "Senza rumore" dei Moda

18 novembre 2015

"Figli di ferroviere" di Ugo Pirro: quell'Italia che viveva sui binari

Ugo Pirro, nato a Battipaglia nel 1920 e morto a Roma nel 2008, è stato uno dei più importanti autori del nostro cinema. Sue le sceneggiature di alcuni straordinari lungometraggi di impegno civile, come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso (entrambi con Gian Maria Volonté, per la regia di Elio Petri) e La proprietà privata non è più un furto (sempre di Petri, con Flavio Bucci). Nonostante l’attività di scrittore per il cinema sia quella che gli ha garantito successo e imperitura memoria, Pirro è stato anche un prolifico narratore, dalla prosa semplice e lineare, potremmo dire molto cinematografica.
Figli di ferroviere è una sorta di diario, il racconto autobiografico della vita e dei continui trasferimenti da una città all’altra della famiglia dell’autore, in un lasso di tempo che va dal 1920 alla metà degli anni Cinquanta, passando per il Fascismo e la guerra. Eppure, sarebbe riduttivo limitarne la valentia al mero dato personale, alla rievocazione sull’onda del ricordo. Il libro è soprattutto la storia minima dell’Italia che fu, il racconto collettivo dei ferrovieri, che più di tutti hanno contribuito ad unire il Paese. Si può parlare di un’accurata e nostalgica narrazione di una ferrovia che ora non c’è più; non una semplice storia del treno, ma qualcosa di più profondo e umano: la storia delle Ferrovie dello Stato e dei suoi uomini del personale viaggiante. Figure che sembrano appartenere all’era del mito: i casellanti che conducevano un’esistenza rurale al bordo della massicciata, i macchinisti che sporgevano dal finestrino la testa annerita dal fumo, i frenatori che trascorrevano interminabili giornate nei desolati vagoni merci, i capigestione addetti alla formazione dei convogli, gli accelerati, le vecchie locomotive sbuffanti. E soprattutto i capistazione, con il loro acuto fischietto, le bandiere di segnalazione e il berretto rosso orlato d’oro, simile a quello degli ufficiali dell’esercito. Ma l’aspetto che l’autore vuole evidenziare è soprattutto un altro: la ferrovia da lui raccontata è una grande famiglia, dove il vincolo che unisce non è dato dal sangue, ma dalla comunanza di condizione, da un senso di appartenenza che non ha eguali nella storia industriale italiana.
Un paragone, in particolare, ricorre nel libro: quello tra le famiglie dei ferrovieri e quelle degli zingari e dei circensi; le prime, come le seconde, assai numerose e sempre in viaggio. Scrive infatti l’autore:
«La vita nostra sembrava esistere soltanto tra treni, stazioni, locomotive, telegrafi, orari ferroviari, trasferimenti da una stazione all’altra. Viaggiavamo anche quando ci affacciavamo alla finestra della nostra casa nella stazione. I treni visti dalle  nostre finestre erano così familiari che sembravano nostri, come se vivessimo sui treni, alla pari dei nomadi. E chissà se questo nomadismo ferroviario alla fine non abbia fatto viaggiare liberamente i pensieri, l’immaginazione.»
Scorrere le pagine è come fare un viaggio nei vecchi scompartimenti di terza classe, alla scoperta di un tempo in cui il capostazione era una figura amata e rispettata al pari di un’autorità, un tempo in cui i figli dei ferrovieri godevano di una libertà per altri ragazzi sconosciuta, perché il loro campo di giochi era un mondo meraviglioso, fatto di vagoni fermi sui binari morti, immensi piazzali, scali merci, locomotive su cui montare con sprezzo del pericolo. Ma non bisogna pensare che la narrazione sia semplicisticamente edulcorata; Pirro nulla nasconde di quegli anni, parla della fame, delle lotte sindacali, delle paghe misere, della povertà, della Napoli bombardata durante la guerra, degli scontri tra fascismo e massoneria. La sua analisi sa essere spietata, senza risparmiare nessuno, persino l’amato padre.
A chi è destinato questo libro? Come ho detto, lo stile è semplice, asciutto, non indulge in coloriture letterarie. Lo apprezzeranno i vecchi ferrovieri, i figli di ferroviere, ma anche tutti quelli che hanno voglia di leggere una testimonianza storica, il resoconto sentito di un mondo che non esiste più. Perché anche la ferrovia è cambiata e forse per questo non esercita più il suo incanto. D’altronde, quanto a bellezza e fascino, avrebbe senso paragonare una E.636 con un attuale locomotore dell’alta velocità? La prima, sia pure meno “moderna” (ma siamo sicuri che questo sia un difetto?), vincerebbe sotto tutti i punti di vista.

6 novembre 2015

"Il posto" di Ermanno Olmi: l'attualità di una pellicola del 1961

Inserito nella prestigiosa lista dei “100 film italiani da salvare”, che raccoglie le pellicole che hanno saputo raccontare meglio la storia collettiva del Paese, Il posto di Ermanno Olmi (1961) è un capolavoro nascosto, un lungometraggio che brilla pur raccontando una vicenda minima.
Domenico è un ragazzo di Meda, figlio di una campagna ormai snaturata, diventata estrema periferia della metropoli che avanza. I genitori sognano per lui il posto fisso, l’occupazione che dura una vita, garanzia di un’esistenza senza stenti e preoccupazioni. Per loro, come per tutti quelli che ne vivono ai margini, Milano significa soprattutto un impiego stabile, speranza di un futuro migliore.
Una fredda mattina d’inverno Domenico prende il treno diretto verso la città, per partecipare alle selezioni di una grande azienda alla ricerca di diverse figure professionali. E sebbene gli esami si risolvano in semplici esercizi di aritmetica e banali test psico-attitudinali, sono comunque in grado di svelare la cruda spietatezza del sistema. Uno dei candidati, padre di famiglia, non riesce a risolvere il problema di calcolo, venendo così escluso. E sono proprio gli occhi disperati di quest’uomo, inquadrati per pochi fotogrammi, a restituire tutto il dolore di chi è posto ai margini della società, privato di un benessere di cui tutti gli altri possono apparentemente godere.
Domenico, invece, riuscirà senza sforzi ad essere assunto, sia pure come semplice aiuto-fattorino. Entrato in azienda, avrà modo di conoscere lo squallore della vita impiegatizia: la prepotenza dei capi, la strafottenza dei raccomandati, la  routine che piega gli anni, le invidie e i rancori che stagnano nel profondo degli animi. Olmi è abilissimo nel tratteggiare tutti questi aspetti, con scene fatte soprattutto di sguardi, tic nervosi, gesti e poche, misurate parole.
Per il ruolo del protagonista venne scelto un attore non professionista: il quindicenne Sandro Panseri, uno dei volti più espressivi del cinema nostrano. Il suo sguardo smarrito resta impresso nella mente dello spettatore, come nella celebre scena dell’esame psicologico, dove il ragazzo risponde attonito ed esterrefatto alle incomprensibili (per lui) domande che gli vengono fatte. Nei suoi occhi si legge la speranza di ottenere l’impiego, ma al contempo un muto disincanto, una sorta di invincibile nichilismo, la vaga consapevolezza che è inutile cercare di dominare le regole del sistema, perché queste sono oscure e impenetrabili. Solo l’amore può essere una via d’uscita dal vicolo cieco; ma per Domenico il miracolo non si avvererà.
Altro “personaggio” del film è la città industriale, che meraviglia e sovrasta i protagonisti, fino ad inglobarli nei suoi ingranaggi. Tutto è mostruoso: i lavori della metropolitana, la ressa delle pause caffè, lo sferragliare dei tram e il traffico impazzito. Eppure, nessuna forza di ribellione si annida nel cuore di Domenico, perché la resistenza è impossibile. Alla fine, entrerà a fare parte di quel sistema che, in cambio dell’anima, offre un’anonima scrivania e l’agognato posto fisso.
La felicità tanto sperata, però, non arriverà. Nella scena finale, Domenico guarda avanti a sé la schiera grigia delle schiene dei colleghi, con aria interrogativa. Forse non capisce fino in fondo di essere diventato la rotella di un ingranaggio pauroso, ma percepisce di non appartenere più a se stesso. Perché conquistare il “posto” non ha il sapore glorioso del successo, ma porta con sé un marcescente sentore di morte.
E la domanda che aleggia nell’aria, quando scorrono i titoli di coda, è soltanto una: qual è il prezzo che Domenico ha dovuto pagare per ottenere “il posto”?  
Domenico (Sandro Panseri) alla sua scrivania

26 ottobre 2015

Il canto crepuscolare dei C.F.F.

C.F.F. e il Nomade Venerabile ha rappresentato una delle realtà musicali più interessanti e originali degli ultimi quindici anni, soprattutto per la capacità di unire rock, danza e teatro in trascinanti esibizioni live. Ricordo di averli visti nel 2006 al festival Today I’m rock di Capaccio, quando presentarono i brani del loro EP Ghiaccio, impressionandomi per la tecnica e, soprattutto, per i suggestivi effetti scenici. Sembrava di assistere ad una performance dei CCCP degli anni migliori, quelli di Annarella e Fatur, per intenderci.
Canti notturni è il primo album a marchio (semplicemente) C.F.F., pubblicato ad ottobre 2015 per l’etichetta Maxsound Records. É un lavoro di svolta, non solo perché la formazione è ridotta a tre elementi, ma perché Anna Maria Stasi (voce e tastiere), Anna Surico (chitarre e sequenze) e Vanni La Guardia (alla sezione ritmica) hanno scelto coraggiosamente di operare una cesura rispetto al passato, che tuttavia non è abiurato, ma echeggia nelle nove tracce che compongono il disco.
Evocativo il titolo, che già suggerisce le atmosfere in cui l’ascoltatore sarà calato. Occorre però sgombrare il campo da un preconcetto. La notte raccontata dai C.F.F. non è il luogo della paura, la ragnatela perversa degli esorcismi umani, ma è il momento in cui i ricordi più intensi vengono a trovarci, dove l’uomo svela la propria natura, senza infingimenti. Si potrebbe dire, per quanto possa apparire una contraddizione, che la notte nasconde ogni cosa ma rivela l’uomo a se stesso, culla la sua umanità e la palesa. Non per nulla il titolo richiama un fondamentale caposaldo della nostra letteratura, quel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi, che, per la complessità strutturale e pregnanza di significati, viene ad assumere una valenza più filosofica che lirica. D’altronde, i C.F.F. credono in una musica “istruita”, lontana dal puro intrattenimento, che abbia la capacità di raccontare l’uomo com’è, spogliato dalle sovrastrutture. Si considerino i versi di Stelle nere, seconda traccia dell’album: “Abbandonate dalla luna / le stelle rare si tuffano nel mare / luci gemelle nel riflesso / danzando libere sul precipizio dell’abisso. / E non c’è niente che mi faccia stare in pace con il mondo / come quel canto furibondo”.
I C.F.F. propongono una melodia diversa, di non facile presa, ma al tempo stesso niente affatto ostica. C’è sperimentazione, ma questa è ricondotta entro i binari di un’elettronica non invasiva, delicato tappeto sonoro al servizio di uno splendido canto. Sebbene non manchino richiami alla musica popolare (pur non potendosi parlare di revival folk), si potrebbe parlare di un disco di cantautorato colto, filtrato da una sensibilità tutta contemporanea, che predilige il dato intimista a quello civile.
Se proprio dovessi fare dei paragoni, tre sono gli artisti che mi vengono in mente. La prima è Alice dei grandi album di fine Ottanta – inizio Novanta (su tutti, Park hotel e Il sole nella pioggia); si ascolti in proposito la seconda traccia, l’eterea Quando viene marzo. In Forse, invece, si sente qualche eco di musica popolare, con i Musicanova di Eugenio Bennato quale possibile punto di riferimento. Infine, la proposta musicale dei rinnovati C.F.F. si avvicina agli Spain di Josh Haden, band che più di ogni altra ha portato avanti la bandiera di un rock colto, minimale, diretto all’essenzialità del suono.
Sorprendente l’inizio di Un paese innocente, con quei versi destinati a rimanere a lungo nella mente: “Nel paese dove sei falena / non hai squame sulle ali / ma polvere da sparo”. Il testo è criptico, ma nella mia interpretazione personale ho visto nel “paese innocente” una rappresentazione dell’Italia, così come è diventata. Il Paese degli amori che corrono sulle linee telefoniche, delle piazze pacifiche e delle “percosse democratiche” (forse un riferimento a recenti fatti di cronaca, che hanno visto coinvolti uomini delle istituzioni?). Il brano viene poi proposto anche in una versione alternativa, intitolata Un solo minuto di vita, caratterizzata da sottili divagazioni elettroniche ed un uso più corposo dei campionamenti.
Degne di nota sono poi Quando viene marzo, che si regge su improvvise aperture armoniche, e In assenza di gravità, con un impiego più evidente delle chitarre elettriche, che strizza l’occhio alle esperienze contemporanee della musica indie.
Segue Come fiori, una canzone sull’olocausto dei rom e dei sinti. È dedicata a Johann Trollmann, meglio noto come Rukelie (l’Albero), pugile tedesco di origine sinti, ucciso nel 1943 in un campo di concentramento. Una storia poco nota, che si aggiunge all’orrore che già conosciamo. La triste parabola del pugile diviene così “pretesto” per raccontare l’eccidio di un intero popolo. E colpiscono davvero al cuore le parole del ritornello: “Noi sinti siamo come fiori / ci possono strappare / o lasciare a seccare / ma vivi di colori sempre / noi sinti non possiamo / che ritornare”. E anche qui si ritorna alla metafora della notte, vista questa volta come obnubilamento della coscienza umana; d’altronde, non si intitola proprio La notte un celebre romanzo di Elie Wiesel, una delle più crude testimonianze sulla barbarie nazista?
Chiude l’album Il mio inverno, il cui oscuro inizio lascia gradualmente il passo ad una luminosa ballata: “Se potessi fermarmi / resterei in quell’angolo di mondo / dove si può osservare tutto / senza essere visti / e tu / saresti il mio tutto”.
In sostanza, quello che i C.F.F. propongono è un canto crepuscolare, un momento di cauta riflessione, la colonna sonora dell’imbrunire che lascia il passo all’incedere della notte. Da ascoltare più volte, per cogliere tutte le suggestioni che nasconde. Così classico, eppure così dannatamente contemporaneo.

La copertina del disco

19 ottobre 2015

"Fiorirà l'aspidistra" di George Orwell: una guerra personale contro il dio denaro

“Siamo figli delle stelle, pronipoti di Sua Maestà il Denaro”, cantava qualche lustro fa Franco Battiato. Se Gordon Comstock, il protagonista del romanzo di Orwell, avesse conosciuto i versi di questa canzone, probabilmente li avrebbe eletti a proprio inno.
Gordon è un trentenne londinese, rampollo di una famiglia della media borghesia caduta in disgrazia. I pochi parenti superstiti, e soprattutto la sorella Julia, sognano per lui un buon posto di lavoro, convinti che potrà ridare lustro all’annacquato casato. Ma Gordon, più di ogni altra cosa, odia la vita piccolo-borghese che gli viene prospettata, disprezza le abitudini dei benpensanti, abiura la misera esistenza dell’uomo medio. Per lui, ciò che conta non è fare bene nella vita, perché questo inevitabilmente comporta la schiavitù, l’asservirsi alle regole di un sistema che detesta. Non vuole “fare bene”, ma sopravvivere nella sottile terra di nessuno tra l’apparente benessere e la nera miseria, cercando di avere successo nella poesia, sua grande passione e sincera aspirazione.
Tutto il suo odio si concentra su due simboli: il denaro e le aspidistre. Il primo è un bieco tiranno, elevato dagli uomini a vera è propria divinità; per i moderni, “è ciò che dio soleva essere” per gli antichi. Gordon ha un atteggiamento ambiguo verso il denaro, che chiama Dio Quattrino. Da un lato, vorrebbe affrancarsene, per essere libero come un anacoreta; dall’altro, però, ne ha un maledetto bisogno per le semplici necessità quotidiane. Dovrà perciò constatare che anche una vita al limite della indigenza ha un costo, e non può prescindere dal possesso di una somma, sia pur irrisoria, di denaro. L’altro nemico giurato è l’aspidistra, una pianta dalle foglie a forma di scudo, che decora le case della piccola borghesia inglese. Nell’aspidistra il protagonista identifica la summa del mondo che odia, il concentrato di tutte le perversioni umane. Perché, in fin dei conti, l’uomo medio altro non sogna che “sistemarsi, far bene, vendersi l’anima per una villetta o un’aspidistra”. Tutte le case londinesi hanno una di queste piante, così diffuse per la longevità e la straordinaria capacità di adattarsi ad ogni clima, di sopravvivere all’incuria umana, di crescere dove neppure il più esile filo d’erba riuscirebbe ad andare avanti. L’aspidistra, nella sua semplicità di pianta comune, è la quintessenza delle aspirazioni e del fallimento della classe media: il desiderio di una vita agiata che si scontra con l’amara constatazione della realtà, fatta di biechi agenti di commercio, operai pagati meno di una sterlina la settimana, modiste zitelle, procaci bariste di sordidi pubs, mariti annoiati che si trastullano con prostitute. Più che il simbolo del benessere borghese, l’aspidistra è il simulacro di un’esistenza solo apparentemente agiata, il fallace segno di chi crede di “avercela fatta” e la espone alle finestre come una bandiera.
Il credo di Gordon, professato con somma intransigenza, è tanto semplice quanto impossibile da realizzare: “unica religione è tenersi lontani dal sudicio denaro”. Eppure, per quanto fermo nei suoi propositi, Gordon non riuscirà a portare fino in fondo la sua ribellione, sarà costretto a soccombere alla malia del denaro (e delle aspidistre). E si troverà così a dover scegliere, a malincuore, tra una vita rispettabile e l’ostinata guerra ai quattrini, che conduce inevitabilmente al carcere, alla fogna, al cimitero.
In questo straordinario romanzo, Orwell ha compiuto una precisa scelta ideologica. La graduale soccombenza del protagonista, che da scapestrato diventa un borghese modello, con tanto di cravatta e aspidistra, non è altro che la vittoria del profitto sul puro ideale, la sconfitta dell’individualismo anarchico a tutto vantaggio di una visione utilitaristica dell’essere umano, semplice pedina di una scacchiera che non può dominare. Eppure, forse proprio per questa precisa scelta politica, il romanzo appare non solo realistico, ma addirittura vero, di una illuminante concretezza.
I personaggi si muovono in una Londra paurosa e tetra, abitata da esseri che hanno una consistenza poco più reale di quella di un fantasma; “in una città come Londra, ogni vita che si vive deve essere intollerabile e senza significato”, arriva a dire il giovane Comstock. Eppure, anche in questa cloaca dolorante e purulenta ci sono degli spiriti eletti, il cui contributo sarà essenziale per il rinsavimento di Gordon. Il primo è Ravelston, direttore della rivista Anticristo, cui Gordon occasionalmente collabora con delle poesie. Di famiglia agiata, Ravelston è una sorta di mecenate, che cerca di mettere in pratica i principi del socialismo: la sua casa è un andirivieni di artisti falliti, che aiuta con laute sovvenzioni. Poi c’è Rosemary, la devota fidanzata di Gordon, una delle più intense figure di donna che la letteratura del Novecento ci ha regalato. È una ragazza del popolo, dotata di solido buonsenso e di un temperamento mite ma non remissivo. Accetta le stranezze del fidanzato, anche se non riesce a capire fino in fondo la sua ossessione per il denaro; eppure, sarà proprio il suo amore devoto e incondizionato a ricondurlo sui solidi binari di un’esistenza borghese.
Sono tante e profonde le suggestioni di quest’opera, che con cocciuta superficialità viene definita “minore”. In verità, in essa c’è tanto della vita e del pensiero di Orwell, che alla lotta contro la tirannide – sia questa politica o finanziaria – dedicò la miglior parte della sua produzione letteraria.

La copertina di una vecchia edizione Mondadori

8 ottobre 2015

Alla scoperta di Wilko Johnson & The Solid Senders

Se compri un LP a due euro, il rischio è maggiore del possibile beneficio. E non parlo della perdita economica, ma dell’azzardo di poter esporre le orecchie ad una tortura immeritata. Ho capito che quando un vinile si trova ad un prezzo irrisorio sui banchi di un mercatino dell’usato, i casi sono tre. O si tratta della solita spazzatura dance-soul-pop anni Settanta-Ottanta con copertine tra il pessimo e l’ammiccante (nel 95% dei casi), oppure di una pietra miliare della storia della musica, che l’incauto commerciante non è consapevole di svendere ad un cinquantesimo del suo valore reale (2,5% dei casi). Residua un’ultima, sia pur marginale, possibilità: quella di aver adocchiato in mezzo a tanto ciarpame, e per giunta al prezzo di un astuccio di Big-babol, un decente disco di un artista ignoto ai più, quasi nuovo perché suonato pochissime volte. L’album ti attira perché, sebbene non hai la più pallida idea di quale sia il suo contenuto, strizza l’occhio a qualcosa che conosci, ha un’aria familiare e rassicurante. E quando lo ascolti, ti convinci definitivamente di aver fatto l’affare.
È quello che mi è accaduto con questo primo, omonimo e unico LP dei Solid Senders, misconosciuta (almeno per me) band inglese di fine Settanta. Mi sono imbattuto in una copertina che ricorda molto Marquee moon dei Television: i quattro del complesso in atteggiamento tra il serio e il minaccioso, con il leader in primo piano che pare un Tom Verlaine meno emaciato e più incazzato, con uno sguardo folle di sfida e tutto vestito di nero, dalla giacca alla camicia tutta abbottonata. Poi vengo a scoprire che il tizio, che risponde al nome di Wilko Johnson, è una celebrità nel Regno Unito, per essere stato il chitarrista dei leggendari Dr. Feelgood. E proprio per i dissapori con gli altri componenti della sua vecchia band, Wilko se ne andò sbattendo la porta e fondando nel 1978 i Solid Senders, assieme ad Alan Platt (batteria), Steve Lewins (basso) e John Potter (tastiere).
Quando il disco inizia a girare sul piatto è subito chiaro che non si tratta di punk, né di nascente new wave alla Television: è blues-rock, il primo amore di Wilko, quello mai abbandonato. Il gruppo propone un suono contaminato in parte dal beat (Beatles, Kinks) e, sia pure in misura minore, dal garage. È un lavoro onesto, che lascia trasparire la tecnica cristallina di Wilko. Restano nella memoria specialmente i pezzi della prima facciata, quali Blazing fountains, You’re in my way e First thing in the morning (impreziosita dal sax).
Il disco scorre via nelle sue undici tracce senza alti né bassi, sempre sulla stessa falsariga, senza raggiungere picchi significativi ma lasciando soddisfatto l’ascoltatore. Insomma, se lo trovate abbandonato e dimenticato sopra un polveroso banco dell’usato, ricordatevi dell’immagine qui sotto e compratelo.
Copertina del disco. Foto tratta da vynilrock.net
Su YouTube ci sono molti video per poter apprezzare la perizia tecnica di Wilko Johnson, coi suoi completi neri, l’aria assonnata e spettinata, le smorfie continue e il celebre incedere “da papera” sul palco. Uno fra i tanti è questo.

26 settembre 2015

Cadere tra le braccia della Venere di Milo: "Marquee moon" dei Television

Marquee moon dei Television è uno di quei dischi perfetti, che hanno l’ostinata capacità di resistere agli anni e alle mode. Un lavoro diverso da ogni altro, originalissimo e dal suono inconfondibile. L’anno era il 1977, quando i clamori del punk, dopo due anni o poco più, erano già sul punto di spegnersi; la scintilla che tanto aveva infiammato l’Europa e l’America sembrava giunta alla sua fine naturale, aver terminato il breve ciclo di combustione. D’altronde, il “no future” era proprio uno dei principali inni del movimento.
I newyorkesi Television erano capitanati da Tom Verlaine, la cui chitarra distorta, secondo la calzante definizione di Patti Smith, aveva “un suono simile allo stridio di mille uccelli”. Completavano la formazione Richard Lloyd alla seconda chitarra, Billy Ficca alla batteria e Fred Smith al basso.
Il disco di esordio si presenta talmente innovativo e convincente da costituire imprescindibile punto di riferimento per tanti artisti che verranno dopo. Marquee moon non si presta a facili definizioni, perché porta avanti il discorso del punk e lo supera. Si potrebbe citare un altro lavoro coevo, ovvero The scream di Siouxsie and the Banshees; rispetto a quest’ultimo, però, l’album di Verlaine e soci è portatore di una forza ancora più dirompente. É l’anello di congiunzione tra il punk e la new wave, tra due modi differenti di esprimere il malessere esistenziale: se il primo era velocità e due accordi, i Television dimostrano invece di saper suonare e, soprattutto, di farlo con un proprio stile.
Da rimarcare la centralità dei testi. Il nome d’arte del leader del gruppo è un chiaro omaggio al grande poeta francese; le sue liriche sono criptiche e visionarie, dense di immagini distorte e riflesse, tra l’illusione e l’allucinazione. Raccontano il male di vivere, l’incapacità di esprimersi dell’uomo contemporaneo. Un’immagine su tutte: nel brano che dà il titolo all’album appare l’inquietante figura di un’auto che esce da un cimitero e invita il protagonista a montare su, per condurlo nei luoghi più remoti e oscuri del suo animo.
Otto le tracce. La title track, di oltre dieci minuti, è un lungo viaggio nelle tentazioni oniriche di Verlaine, un impasto stridente di chitarre che seguono due linee melodiche diverse, con un perfetto innesto della sezione ritmica. Ipnotica e allucinante, è destinata a rimanere a lungo nella mente dell’ascoltatore. Seguono le divagazioni crepuscolari di Friction ed Elevation, gli sprazzi di luce di Guiding light (a dirci che non tutto è perduto), la melodia apparentemente balneare di Prove it, nonché quello che – a mio modesto avviso – è il capolavoro dell’intero disco: Venus. Il brano, che richiama atmosfere velvettiane, è un incedere maestoso culminante nell’epico ritornello, dove Tom, senza nascondersi, ammette di essere “caduto tra le braccia della Venere di Milo”, approdo di un’esistenza votata all’indagine degli aspetti più reconditi e immaginari dell’esperienza umana. Chiude il disco Torn curtain, epica e teatrale, che lascia intravedere altri mondi possibili oltre il velo della tenda, al di là dello scuro sipario.
A quasi quarant’anni dall’uscita, resta un disco fondamentale, che avrebbe meritato ben altra fortuna. I Television spariranno di lì a poco, ma con l’orgoglio di aver composto un lavoro originale, l’anello mancante, la traccia di collegamento tra il punk e la new wave. Il tutto senza dimenticare il passato, che portava i nomi di Velvet Underground, Jefferson Airplane e 13th Floor Elevators.
La leggendaria copertina del disco

14 settembre 2015

"Giuseppe Tardio" di Antonio Caiazza: una biografia del brigante-avvocato cilentano

Tra tutte le figure di “briganti” che la storia e le narrazioni popolari ci hanno tramandato, quella di Giuseppe Tardio da Piaggine occupa un posto particolare, per almeno due ragioni. La prima riguarda il suo status sociale: mentre la maggior parte dei briganti proveniva dagli strati più miserabili della società – poveri braccianti, fittavoli analfabeti, pastori, criminali comuni, soldati sbandati del disciolto esercito borbonico – Tardio era un avvocato. Laureatosi in Legge nel 1858, decise, dopo una parentesi antiborbonica, di aderire alla causa dei legittimisti, fondando una delle bande più temute della Provincia di Principato Citra (l’attuale Cilento e Vallo di Diano). Anziché sfruttare il proprio ruolo sociale e intraprendere una carriera, quella forense, che gli avrebbe garantito successi e agiatezza, preferì rintanarsi sui monti e sostenere la causa antiunitaria. Già questo aspetto contribuisce a sfatare un’inesattezza storica, delineando il ruolo che le classi più elevate e le persone istruite ebbero nella lotta che maturò dopo il 1860. Il secondo elemento di sicuro interesse è rappresentato dalla natura eminentemente politica dell’azione rivoluzionaria di Tardio. Ricevuto il grado di Maggiore direttamente dal Governo borbonico in esilio, il piagginese agì al solo scopo di restaurare la legittima monarchia sul trono di Napoli. Ogni sua azione venne presentata sotto le insegne di Francesco II, di cui Tardio si qualificava come emissario ufficiale. L’aspetto eminentemente politico dell’attività dell’avvocato cilentano porta a riconsiderare lo stesso termine “brigantaggio”, che in tale ipotesi appare decisamente improprio, trattandosi più che altro di un’azione legittimista e non di criminalità comune. Resta quindi aperta una domanda: si può definire “brigante” un uomo le cui gesta, sia pure contra legem, erano munite di legittimazione sovrana?
Tutti questi aspetti sono chiaramente messi in luce nel saggio di Antonio Caiazza. Giuseppe Tardio. Brigantaggio politico nel periodo postunitario in Provincia di Salerno è stato pubblicato per la prima volta nel 1986, per poi essere ristampato, in edizione riveduta, nel 2015 dalle Edizioni dell’Ippogrifo. Si tratta di un’opera fondamentale per conoscere una vicenda forse poco nota a livello nazionale, ma che cambiò profondamente il volto e la storia del Cilento. L’autore ricostruisce con esattezza e ricchezza di dettagli l’impresa legittimista del Tardio, dallo sbarco di Agropoli fino alla battaglia di Magliano Grande del giugno del 1863, che di fatto pose termine alle scorrerie. Il resoconto di tutte le azioni “brigantesche” è dettagliato e attento; Caiazza si avvale di una mole sterminata di documenti, privilegiando soprattutto le fonti giudiziarie, quali gli atti processuali: interi stralci di sentenze e di verbali di udienza sono infatti riportati in nota e in appendice. L’autore riesce abilmente ad evitare toni apologetici, mantenendo uno stile neutro e distaccato, che non dà giudizi e lascia al lettore ogni valutazione in merito. La figura di Tardio che emerge dal libro appare così bifronte: da un lato, ci appare come il paladino degli oppressi contro gli oppressori; dall’altro, però, non si possono tacere le violenze e le grassazioni che avvennero in nome del Re considerato legittimo.  
Il libro, inoltre, è arricchito da foto e documenti dell’epoca (anche autografi dello stesso Tardio), tabelle e schemi riassuntivi. Ma non è semplicemente un lavoro sull’operato del legale piagginese; il libro è un quadro vivido del Cilento (e, più in generale, dell’Italia meridionale) negli anni che seguirono l’unificazione, un resoconto puntuale che consente al lettore di comprendere le ragioni dei vincitori e dei vinti, nonché il modus operandi – egualmente spietato e contrario alla legge – degli uni e degli altri. Lo si può leggere, dunque, secondo due prospettive: o come biografia di un personaggio a suo modo eccezionale, oppure come completamento di uno studio di più ampia portata sul cosiddetto brigantaggio postunitario.

6 settembre 2015

"Le rovine in attesa": il video della presentazione alla Fondazione Alario

Il 25 agosto 2015, nella suggestiva cornice di Palazzo Alario in Ascea Marina (Sa), si è tenuta la presentazione de “Le rovine in attesa” curata dalla Fondazione Alario e da Il giglio marino o.n.l.u.s. L’incontro era inserito nel cartellone della rassegna LeggerMente – Incontri d’autore alla Fondazione Alario, che nei mesi di luglio e agosto ha ospitato generi letterari fra i più disparati, dalla narrativa alla poesia, dal teatro al reportage.
Voglio ringraziare coloro i quali hanno reso possibile l’evento: Nicola Botti (organizzatore), Gerardo Russo (giornalista), Marcello D’Aiuto (Presidente della Fondazione Alario) e Vince Esposito (responsabile della Biblioteca Alario).
Un ringraziamento particolare, infine, va al numeroso pubblico, ad Antonino Tomeo per il filmato ed a Sara Nigro per le fotografie.



2 settembre 2015

I miei video su YouTube

Su YouTube è presente una pagina con tutti i filmati che mi riguardano, dalle presentazioni dei libri alle altre iniziative ed eventi cui ho partecipato. La playlist è periodicamente aggiornata.