17 marzo 2015

"Il grande amico Meaulnes" di Alain-Fournier: l'infanzia come "hortus conclusus"

Esiste una particolare categoria di scrittori, quella degli “autori di una sola opera”, che conta molti nomi eccellenti e altri più o meno conosciuti. Di questa nutrita schiera fanno parte personaggi che devono la celebrità ad un solo romanzo, pur avendo composto altre opere (come Tomasi di Lampedusa o Radiguet), e altri che, in effetti, sono autori di un unico lavoro. Alain-Fournier (1886-1914) è uno di questi ultimi; è suo Il grande amico Meaulnes – noto anche con le traduzioni Il gran Meaulnes o semplicemente Il grande amico – che gli ha dato grandissima fama postuma e unanime approvazione di pubblico e critica. Il giornale transalpino Le Monde lo ha inserito al nono posto della sua prestigiosa classifica dei cento libri del XX secolo. Innumerevoli le traduzioni e le edizioni (anche italiane), tantissimi gli intellettuali che ne sono rimasti affascinati, come Salinger e Kerouac. Tra gli italiani, il partigiano Guglielmo Petroni, nel suo celebre romanzo-saggio La vita è una prigione, ricorda con affetto Il grande Meaulnes, per il sollievo che la lettura del libro gli diede nei durissimi giorni della prigionia a Regina Coeli, durante l’occupazione tedesca di Roma.
Il libro è la più vivida e sentita testimonianza di una stagione irripetibile, l’infanzia. Anzi, l’opera ha la capacità di fissare sulla carta il passaggio dall’adolescenza alla maturità, scrutando il momento in cui un incancellabile solco separa le due età.
Il giovane Francesco Seurel, protagonista ed io narrante della vicenda, vede la sua semplice e monotona esistenza sconvolta, in senso positivo, dall’arrivo di un nuovo compagno di scuola, l’immaginoso Agostino Meaulnes, subito ribattezzato “il gran Meaulnes”, per una straordinaria forza dirompente che promana dalla sua persona, che lo rende diverso da tutti gli altri ragazzini. E proprio durante uno dei suoi vagabondaggi, Meaulnes sarà protagonista di una strana avventura, a metà tra il sogno e la realtà, che cambierà profondamente l’esistenza di molti e la stessa percezione del senso della vita. Non posso aggiungere altro, per non svelare troppo la trama.
Meaulnes non è propriamente un Peter pan, perché non c’è in lui la cieca ostinazione di non voler crescere; egli, piuttosto, vive fino in fondo quell’età acerba che è l’adolescenza, fino a trasformarla da passaggio obbligato in punto di arrivo irripetibile, hortus conclusus sempre vagheggiato con infinita nostalgia.
Non si può non fare una notazione sullo stile, straordinariamente evocativo. Alain-Fournier è un grande narratore, che dà il meglio di sé nelle vivide descrizioni campestri e nello scrutare nel fondo dell’animo dei suoi personaggi. Ma soprattutto, è un maestro nella costruzione delle atmosfere soffuse della vita contadina; leggendo le dense pagine, sembra davvero di immergersi nei campi coperti da un sottile strato di bruma, nelle case coi tetti di ardesia, passando per le stanze rischiarate da un fuoco di arbusti e le strade bagnate e luccicanti di pioggia.
Sembra difficile pensare che la persona che ha scritto questo delicatissimo libro sia stata la stessa che, pur potendo per censo e cultura sottrarsi agli orrori della trincea, magari impegnando un posto in retrovia, ha invece chiesto di essere mandata in prima linea. Forse un estremo atto di incoscienza giovanile, o piuttosto il desiderio di morire assieme agli ultimi, quei contadini costretti a diventare fanti, che egli aveva descritto nella sua unica opera. Resta aperta una domanda, e non potrebbe essere altrimenti. Cosa avrebbe potuto ancora regalarci Alain-Fournier se, come molti altri intellettuali e artisti, non fosse caduto in trincea? Impossibile dirlo, ma di certo sarebbe stato difficile superarsi, perché in quest’opera aveva già e consapevolmente deciso di trasfondere tutto se stesso, tutta la sua sensibilità e la sua esperienza di vita, breve ma intensa.
 
Copertina edizione Garzanti 1965

7 marzo 2015

Internet e la deriva del linguaggio

Il fatto di consentire l’immediata e capillare diffusione di pensieri, opinioni e conoscenze è certamente uno dei maggiori pregi della rete internet. Superato il naturale ostacolo delle distanze, e quello artificiale delle frontiere, le idee sono libere di circolare come mai era accaduto in passato, quando spesso erano confinate in circoli elitari, diffuse solamente in circuiti chiusi e difficilmente comunicanti. È però altrettanto evidente, e di questo vorrei parlare, che tale strumento abbia al contempo consentito a milioni di idioti di dare liberamente sfogo agli istinti più primitivi, ben celati dietro un nome di fantasia. Per capire di cosa parlo, è sufficiente aprire un qualsiasi giornale on-line, oppure un video su YouTube, e leggere i commenti dei lettori, specie per quanto concerne gli argomenti di più stretta attualità. Si potrà allora assistere disgustati ad un florilegio di offese di ogni sorta, spesso gravissime, di triviali litigi, di turpiloqui che farebbero impallidire i poveri scaricatori di porto del famoso proverbio. Ogni occasione, dal fatto di cronaca a quello di politica, dal filmato comico all’evento sportivo, diviene propizia circostanza per vomitare sulla tastiera il peggio che l’ignoranza umana possa partorire. Il tutto, con la sicurezza (anzi, grazie alla sicurezza) offerta dall’anonimato. A volte, poi, questi vandali della rete inscenano infimi e pietosi sceneggiati,  lunghissimi litigi a suon di commenti, che, inevitabilmente, chiamano in causa, con i peggiori epiteti possibili, mogli, sorelle, madri e nonne. C’è gente che minaccia gli altri di morte per delle semplici divergenze sui gusti musicali, altri che sputerebbero sulla tomba di chi ha osato difendere gli immigrati. Ed ecco allora che nasce tutto un campionario di insulti, prima sconosciuti: “buonista” (inteso in senso negativo, specie come difensore dello straniero), “bimbominkia” (giovane ebete allineato al sistema), “sinistro” , “berluschino” e così via. E se leggere questi commenti può far ridere, certamente deve anche indurci a riflettere sulla pietosa condizione di chi sfoga le frustrazioni di una vita miserabile sulla tastiera. Lasciare la propria traccia sulla rete, specialmente per chi farebbe bene a legarsi le mani (a causa anche della scarsa conoscenza della lingua), diventa così una gigantesca proiezione dell’io, tra l’eroico e l’erotico, che fa credere di contare qualcosa persino a chi, altrimenti, sarebbe destinato al mutismo ed all’oblio.
Questo accade specialmente, è bene rilevarlo, per i siti più visitati, quali quelli di informazione generale, ove l’accesso è indiscriminato, per cui si vengono a confrontare persone di ogni età, cultura, condizione sociale, opinioni. Ed ecco che mentre nella realtà la discussione, anche tra persone molto diverse, viene di solito intavolata lungo binari di civile confronto, sulla rete tutto si rovescia, fino a trasformarsi nel vomitatoio delle peggiori nefandezze. Se poi volessimo fare un’analisi sociologica di questi tipici frequentatori della rete, potremmo, senza difficoltà, raggrupparli in tre categorie: il fanatico, l’indignato e il giustiziere. Il fanatico è all’agguato ovunque sia possibile parteggiare per qualcuno o qualcosa: nello sport, nella musica, nel cinema. Difende i propri idoli e chiede per loro rispetto, ma non esita ad infangare quelli degli altri. C’è chi, in questo settore, raggiunge stati patologici: si pensi all’amante della musica “seria”, che si sorbisce i video delle popstar di tendenza solo per insultarle. L’indignato, invece, è un appassionato di politica. Usa i polpastrelli per sollevare le masse, è l’alfiere del “tanto sono tutti uguali”, ma poi, nel segreto dell’urna, non riesce a tradire i vecchi partiti, quelli che, bene o male, gli hanno dato da mangiare. L’indignato, che non sa usare l’arma legittima, cioè il voto, dimostra invece di saper maneggiare, almeno a parola, le armi più cruente. Quella del giustiziere è, a mio avviso, la categoria più pericolosa, su cui è opportuno spendere più parole. Il giustiziere vive nei meandri delle pagine di cronaca nera, aleggia come un avvoltoio sui cadaveri, predilige sguazzare nel sangue e nel pettegolezzo. È al contempo esperto, senza aver mai aperto un libro, di psicologia, criminologia e diritto spicciolo, quello primitivo della pietra e del bastone, per intenderci. Riesce ad essere, allo stesso tempo, pubblico ministero, poliziotto e (più raramente) avvocato, tanto da poter giudicare, senza conoscere le carte, il lavoro di tutti questi professionisti. Ma soprattutto, egli è giudice. Le sue nozioni giuridiche sono ancora più ancestrali di quelle di Rotari. Il re legislatore dei Longobardi, nel suo celebre Editto, rispettava il principio di proporzionalità, quello per cui la pena deve essere il più possibile rapportata al male commesso, al punto che la pena capitale non può che costituire l’extrema ratio. I giustizieri della rete, invece, amano la forca, la accarezzano come si farebbe con un cagnolino, la invocano ad ogni occasione, al punto che sarebbero pronti essi stessi a stringere il cappio intorno alla gola del “mostro” di turno, sbattuto sulla prime pagine di tutti i giornali. E sorge quindi il legittimo dubbio che, condannando il male degli altri, vogliano in realtà esorcizzare il proprio, riconquistando una verginità perduta. Come liberarsi di questo fenomeno? Non nego che anche a me è capitato, in passato, di cadere nel gioco dell’offesa gratuita su internet. Poi, oltre alla stupidità del gesto, mi ha convinto a desistere la considerazione che tutte le parole scritte sulla rete scompaiono quasi subito, fino ad essere sommerse dal mare magnum di internet, che è in continua evoluzione e mai si ferma. Cosa rimane di tutti i fiumi di ingiurie, delle tonnellate di indignazione? Solo schizzi di sterco, come quando il benefico sciacquone lava via ogni cosa.
L'anonimato offerto dalla rete incentiva condotte offensive

23 febbraio 2015

"Il mondo è una prigione" di Guglielmo Petroni: oltre l'olocausto dei valori

Tra le testimonianze sulla Resistenza, questa è certamente una delle più intime e sentite. Con uno stile asciutto, senza orpelli di sorta, Guglielmo Petroni racconta i trentatre giorni trascorsi da detenuto a Roma nel 1944, arrestato dai tedeschi per la sua attività di antifascista. Il libro (prima edizione 1949) appartiene al genere del “memoriale dal carcere”, che tanti illustri predecessori ha avuto, da Wilde a Gramsci. Quattro le prigioni visitate dall’autore nei tragici giorni che precedettero la Liberazione alleata: la casermetta dei militi forestali, il commissariato di Via Flaminia, l’atroce Via Tasso e, infine, il terzo braccio di Regina Coeli, gestito dagli occupanti tedeschi.
Petroni credeva fermamente nel suo ruolo di intellettuale, nel dovere di assumere l’onere e i panni del testimone, per far conoscere a tutti, specie ai più giovani, ciò che aveva visto e provato. Il carcere patito dall’autore non è solo la violazione di ogni elementare diritto, ma è la negazione stessa della civiltà e dei basilari principi di giustizia e umanità. Ne esce un quadro di cupa desolazione: uomini stipati in celle sordide, avvezzi alle percosse e alle torture, condannati a morte o ai lavori forzati senza un equo processo. Con grande sensibilità Petroni ne racconta storie e passioni, ne descrive i volti e gli affanni, avendo cura di non dimenticare nessuno di quelli che ha sentito fratelli per comunanza di destino. In queste pagine si respira un’aria di drammatica precarietà, che porta il lettore a immedesimarsi nei personaggi, fino a provare la stessa angoscia e le medesime semplici speranze.
Il romanzo è anche un grande atto d’accusa contro la detenzione per ragioni politiche, dove la differenza tra carcerati e carcerieri non presuppone la commissione di un crimine da parte dei primi, ma l’esercizio della tirannide e della oppressione a opera dei secondi. Anche fuori dal carcere, però, la libertà non ha il dolce sapore tanto desiderato: tutto il mondo è una prigione, e lo sarà fin quando gli uomini non giungeranno a una soluzione morale, che consenta loro di intraprendere un nuovo cammino verso la giustizia e la fratellanza. La guerra e la prigionia hanno trasformato irrimediabilmente lo spirito e le relazioni umane; solo nel profondo del cuore sarà possibile rintracciare quei beni universali che, al di là delle contingenze storiche, hanno la capacità di resistere alle tragedie e all’olocausto dei valori.
Petroni amava soprattutto una cosa di questo libro, che spesso rimarcava: la sua valenza generazionale. Il mondo è una prigione ha il merito di aver dato conto di una generazione di intellettuali, di coloro che più di tutti hanno sofferto la vergogna della prigione e l’isolamento del confino, pur di portare avanti un insopprimibile desiderio di ribellione.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ]
Copertina prima edizione Mondadori, collana Medusa

5 febbraio 2015

"Boxe" dei Diaframma: il riscatto da una vita balorda

Roma, 31 gennaio 2015. Federico Fiumani sale sul palco per l’ennesimo intenso concerto; il ciuffo è quello di sempre, la grinta anche. E mi viene da pensare che ha almeno due grandi (e meritate) fortune: un repertorio vastissimo, costruito praticamente da solo, e un pubblico che lo conosce a memoria. Può attaccare qualsiasi pezzo, anche il meno noto, tanto un irriducibile pronto a cantarlo lo trova sempre. Fa quello che vuole sul palco, non ha una scaletta predefinita, segue gli umori del cuore; alla base, però, un grandissimo rispetto per il suo pubblico. Sa quello che la gente vuole, e la accontenta. Soprattutto, sa di non poter rinunciare agli anni Ottanta, di dover continuamente fare i conti con i primi tre dischi, Siberia (1984), Tre volte lacrime (1986) e Boxe (1988). Sorprendentemente, però, Fiumani attinge a piene mani proprio dall’ultimo, il capitolo finale assieme a Miro Sassolini, l’album meno considerato della trilogia. Esegue cinque brani: Boxe, Adoro guardarti, Blu petrolio, Un temporale in campagna e Caldo. Il perché di questa scelta, ad oltre venticinque anni dall’uscita del disco, è chiaro: si tratta di un’opera epocale, che si lascia apprezzare alla distanza.
Per descrivere Boxe non c’è niente di meglio che partire dalla recentissima ristampa in vinile a tiratura limitata (2014, distrib. Self), che contiene un succoso libretto, con fotografie, recensioni e interviste. E proprio in una di queste interviste, in occasione della presentazione del disco, Fiumani ne ha ben spiegato il significato: “Boxe perché c’è in lei la lotta, il fascino, il senso di precarietà, la voglia di riscatto da una vita balorda, un senso di lealtà e di umanità profondo”. E ancora, Miro Sassolini, in un’intervista rilasciata nel 2003 a mescalina.it, ha detto che “Boxe fu il culmine dell’ultima stagione, labirintico come una fitta trama nervosa spedisce le sue ultime lettere d’amore, le fotografie, il canto evoluto e le note disperate. È struggente e naufrago. Bellissimo”. Bisogna partire da queste parole, per comprendere che Boxe non è un approdo e neppure un punto di partenza, non è né la conclusione di una trilogia né l’avvio di una nuova epoca; è un disco perfettamente compiuto, un episodio anomalo che si muove tra due poli: il sentore della fine e la totale libertà compositiva. Già con il precedente Tre volte lacrime i Diaframma avevano abbandonato il suono cupo e i testi oscuri tipici della new wave, per avvicinarsi con maggiore decisione alla forma canzone. Eppure è solo con Boxe che il percorso si conclude, che testi e musica trovano la loro forma definitiva. Nella title-track si respira la voglia di riscatto, l’orgoglio e al tempo stesso l’amara consapevolezza di una vita vissuta ai margini: “Domani non starà più a me / a tenere le braccia alzate, / a scorticarmi alle corde. / Domani se ti cercherò / avrò la faccia di un uomo pulito, / fresco come una rosa. / E una rosa non può appassire”. Seguono brani che strizzano l’occhio al punk (Blu petrolio, Dottoressa), ballate romantiche (Marta), canzoni tiratissime dai toni crepuscolari (Aspettando te, Un temporale in campagna). L’ultima traccia è Caldo, dove per la prima volta canta Fiumani, la cui voce caratterizzerà tutta la produzione degli anni a venire.
Dopo Boxe, il gruppo si sfalda, perché non aveva più senso andare avanti insieme. Mi piace credere che non siano stati i dissapori interni a separare il binomio Fiumani-Sassolini, destinato forse a non ricomporsi più. È stata la consapevolezza, sia pur non immediata, ma maturata negli anni, di aver pubblicato un disco unico, perfetto come pochi. Dopo Boxe non si poteva seguire la stessa strada, semplicemente perché sarebbe stato impossibile fare di più e di meglio, perché il solco tracciato non poteva essere percorso di nuovo senza cadere nel già sentito. Si ascolti l’interpretazione di Miro, mai così drammatica e teatrale, si rileggano i testi, non più oscuri e criptici, ma finalmente diretti; soprattutto, ci si immerga nell’atmosfera, calda e corposa.
Che cosa rimane? Profetici sono i versi che chiudono Aspettando te: “Nel cuore ho una grande sconfitta, / è una sorta di nostalgia, / non so, di nostalgia”. Un album intenso e malinconico, come un addio in una stazione ferroviaria di periferia. Di lì a poco, dopo il Boxing tour ’88, il nucleo storico del gruppo si scioglierà. Miro e Federico, lontani negli intenti e nelle dichiarazioni, prenderanno le loro strade. Senza rimpianti, o almeno così dicono loro.
Foto tratta dal libretto interno del disco

4 febbraio 2015

"L'odontotecnico" di Manlio Cancogni: una questione privata

Leggendo questo romanzo non può che venire alla mente Una questione privata di Beppe Fenoglio, uno dei più celebri racconti sulla Resistenza, dove la dimensione pubblica della lotta partigiana e quella privata dei rancori individuali vengono a coincidere, e la seconda diventa lo specchio della prima, egualmente crudele e ingiusta. Anche la vicenda narrata da Manlio Cancogni (prima edizione, 1957), che si sviluppa tra il fatidico 25 luglio del ’43 e la Liberazione, è una storia tutta umana inserita nella tragedia collettiva della guerra, di cui riproduce ritmo e violenza.
Sullo sfondo della Storia, potremmo dire, si colloca una faccenda personale, che, sia pur minima e irrilevante, ha la capacità di riprodurre i tratti peculiari di un’epoca di dure contrapposizioni politiche e opposte scelte di vita.
Ivo Folli, fascista riottoso, è un odontotecnico che di fatto svolge la professione di dentista. Privo di un idoneo titolo di studio, è costretto a stipendiare un medico vero, un prestanome cui lo studio è intestato, che ozia tutto il giorno senza fornire alcun aiuto materiale. Per liberarsi da questa onerosa schiavitù, il Folli decide di conseguire il diploma di scuola superiore, che gli consentirebbe di esercitare da solo senza bisogno di intermediari. Si oppone a questo suo progetto l’antifascista professor Querini, che persegue la bocciatura dell’odontotecnico come un atto di lotta politica.
Impedire al Folli di conseguire il diploma diviene così l’ossessione del professore, convinto che si tratti di un atto necessario, partigiano: l’Italia che rinasce va depurata dagli individui come il Folli, usando il mitra o, se necessario, la carta bollata. Intorno ai due contendenti si muovono gli altri personaggi, come il preside Guardone, il capitano Zito e gli antifascisti di Canevara.
La penna spietata di Cancogni non salva nessuno, di tutti tratteggia abilmente meschinità e grettezza, indipendentemente dalla posizione assunta nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani. È un mondo di provincia povero di mezzi e di idee quello in cui tutti si muovono, dove persino l’atto rivoluzionario o di lotta politica è piegato alla logica dell’utile e del vantaggio individuale. Nessuno ne esce indenne, nel corpo o nello spirito, per tutti il destino ha il sapore ineluttabile della beffa. Ne viene fuori una vicenda apparentemente minima, ma in realtà di grande impatto e crudezza.
In tempi come i nostri, che prediligono la letteratura di facile consumo, ci vorrebbe un editore coraggioso che ripubblicasse questo romanzo.

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25 gennaio 2015

"La conquista del Sud" di Carlo Alianello: il sangue dei vinti

«Siamo reazionari? Legittimisti? Vecchi? Decrepiti? No: soltanto amici della verità». Sono queste le parole che Carlo Alianello ha usato per descrivere la sua opera più controversa. Dopo essersi dedicato al grande romanzo storico – si ricordino L’alfiere e L’eredità della Priora – lo scrittore lucano si cimentò con la prova più difficile: scrivere un saggio, una controstoria del Risorgimento nell’Italia meridionale. Come viene raccontato dai suoi biografi, egli era uomo mite e intelligente, propenso alla polemica garbata e mai triviale. Eppure, queste pagine trasudano sdegno, forse per l’orrore di essere divulgatore di vicende che la storia ufficiale ha a lungo tenute nascoste.
Il saggio inizia con lo smascheramento della famosa lettera del 1851 di Lord Gladstone, quella che dipingeva le Due Sicilie come la negazione di Dio, astutamente divulgata in tutte le corti europee per creare odio, raccapriccio, imbarazzo. È questo il punto di partenza per riscrivere la storia risorgimentale; il politico inglese, che molto orrore destò con quelle righe, non aveva visitato alcun carcere del Regno, né aveva mai visto coi propri occhi ciò che scriveva con tanta supposta cognizione di causa. È la tecnica del mendacio, della “macchina del fango”, a voler usare un’espressione tanto in voga oggi.
La vera negazione di Dio, spiega Alianello, era nelle periferie industriali inglesi, negli slums di Londra, nella miserrima Irlanda in perenne carestia. I contadini del Sud, se non erano né ricchi né benestanti, vivevano in un “discreto bisogno”, uguale a quello di tutte le masse popolari dell’epoca.
Se si scava a fondo, si scopre il reale motivo di un’invasione lungamente premeditata: le mire inglesi sul Mediterraneo e sullo zolfo di Sicilia, il timore di un rafforzamento eccessivo dello Stato del Sud, il sospetto verso un Paese pacifico e chiuso in se stesso, che non aveva ambizioni coloniali e preferiva non immischiarsi nelle guerre che ciclicamente sconvolgevano lo scacchiere europeo.
Alianello inizia allora a raccontare la sua versione dei fatti, corredata da autorevoli fonti, continuamente citate. Spulcia le carte dei Tribunali, riporta stralci di sentenze, ci fa sapere che Re Ferdinando, passato alla storia come “Re Bomba”, commutò nella pena detentiva o nell’ergastolo tutte le condanne emesse contro i liberali ed i rivoluzionari, quando non concesse motu proprio la grazia.
Se invece nel Sud vi furono gravissime ingiustizie, queste avvennero sotto il “Re galantuomo” Vittorio Emanuele, che consentì stragi, torture, carcerazioni preventive senza termini finali, continui abusi dei diritti fondamentali, fucilazioni sommarie e processi fuori da ogni logica giuridica. E queste violazioni non erano sconosciute all’epoca, tanto che se ne parlò lungamente non solo tra gli spiriti più eletti del Parlamento di Torino, ma anche nelle assemblee legislative di Francia, Spagna e persino Inghilterra.
Lo scrittore lucano rovescia il giudizio consolidato, scrive un’opera calda e accorata, che rende onore ai vinti di Gaeta e accusa i conquistatori, loro sì negatori di Dio. Più che di scrittore, egli fa opera di avvocato, per convincere il Tribunale della Storia a cassare la mendace sentenza che ha trasformato le vittime in colpevoli, i patrioti in briganti.

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20 gennaio 2015

Hare rama, hare Krishna: Ras Mandal Reggae

È uno dei dischi più presenti sui banchi polverosi dei mercatini dell’usato, ma rare sono le notizie che è possibile trovare sulla rete. Senza voler esagerare, si può affermare che Ras Mandal Reggae occhieggi un po’ ovunque sulle bancarelle d’Italia; si dice, ma non so se è vero, che l’Iskcon (casa discografica e centro culturale Hare Krishna) ne abbia stampate centinaia di migliaia di copie, distribuite porta a porta, oltre che attraverso i canali ufficiali. Dalle poche notizie reperibili, sembrerebbe che sia stato pubblicato anche in Francia, con il titolo di “Dasanudasa” e testi in inglese.
Non è nemmeno ben chiaro a chi vada attribuita l’incisione. È un disco di Claudio Rocchi, del duo Rocchi-Tofani, di un gruppo chiamato Ras Mandal Reggae, oppure un’opera di propaganda dell’Associazione internazionale per la Coscienza di Krishna? Forse è tutto questo. All’epoca, nei primi anni Ottanta, Tofani e Rocchi avevano aderito alla confessione religiosa indiana, e contribuivano a propagarne in Italia la dottrina, sfruttando la loro popolarità. Nel disco sono accompagnati da musicisti di tutto rispetto, come il batterista Mauro Spina (già nella band di Eugenio Bennato), e da altri di cui non abbiamo più tracce, come il bassista Kevin Douglas o il flautista Amyot.
Il clima dell’incisione è quello di un convivio festoso, dove l’impegno religioso (e politico) si stempera nella gioia collettiva. Inconfondibile la voce di Claudio Rocchi, mai sopra le righe, declamatoria come quella di un profeta.  
Il genere è già nel titolo: un dignitoso reggae di ispirazione religiosa, ma non di stampo rastafariano; è un canto elevato a Krishna, un invito ad abbandonare i beni materiali per seguire la spiritualità. Esemplare il testo de L’inganno, forse la traccia più felice.

Il trono è una poltrona,
il regno un letto e quattro mura.
Un corpo da godere messo al centro di un progetto di piacere.
Sono in pochi ad aver capito cosa siamo,
che le chiese sono i corpi che abitiamo,
che Dio è dentro nel cuore di ogni uomo.
Ma il Signore viene e fa il suo gioco,
ha più luce di un milione di giorni di sole
e il buio e l'ignoranza vanno via.
Tirando le somme, resta un lavoro divertente, senza troppe pretese, abbastanza resistente agli anni, che fa riflettere. Non è tuttavia imprescindibile; se proprio si dovesse scegliere, meglio acquistare Un gusto superiore, del duo Tofani-Rocchi. Ras mandal reggae è, al massimo, un utile completamento.
Una cosa però è certa: al giorno d'oggi, dischi così criptici e coraggiosi non se ne fanno più.

12 dicembre 2014

"Le rovine in attesa" alla trasmissione televisiva "La voce degli scrittori": il video integrale

La registrazione integrale della puntata di martedì 9 dicembre de “La voce degli scrittori”, dove ho presentato in anteprima Le rovine in attesa, è disponibile su You Tube, cliccando sul testo sottostante:
Desidero ringraziare il conduttore Michele De Angelis, tutto lo staff di Lazio TV e l’editore Danilo Bultrini per avermi dato la possibilità di partecipare.

4 dicembre 2014

Presentazione "Le rovine in attesa" su Lazio TV

Martedì 9 dicembre presenterò il mio romanzo di imminente pubblicazione, Le rovine in attesa, sull'emittente Lazio TV (ore 20:30, canale 12 del digitale terrestre), nella trasmissione "La voce degli scrittori", dedicata alla promozione delle nuove voci del panorama letterario italiano.


Martedì 9 dicembre, ore 20:30, Lazio TV (canale 12 digitale terrestre)


2 dicembre 2014

Per un Meridionalismo intelligente

Bisognerebbe rileggere Carlo Alianello (1901-1981), specie in questi tempi in cui il Meridionalismo, un tempo elitaria corrente di pensiero, viene ripreso a tutti i livelli, spesso con superficialità e senza piena cognizione di causa. E bisognerebbe riprendere in mano i suoi libri non solo per l’indiscussa qualità letteraria, ma perché ci raccontano quello che il Meridione è stato e continua ad essere, tratteggiando con precisione le peculiarità sempiterne di questo popolo.
Alianello aveva un grande talento narrativo, che per consapevole scelta politica decise di mettere al servizio dei vinti, di quelle genti “conquistate” (per dirla proprio con le sue parole) nel 1860. Il trittico di opere dedicato alla vicenda risorgimentale è composto da una raccolta di racconti, Soldati del re (1952), e da due romanzi corali, L’alfiere (1942) e L’eredità della Priora (1963), da cui furono tratti fortunati sceneggiati televisivi.
Ne L’alfiere vengono rievocati i convulsi giorni che precedettero la caduta del Regno delle Due Sicilie. Pino Lancia, il protagonista, è un soldato leale, che combatte in Sicilia ed a Gaeta, passando per Napoli. Il racconto, che inizia con l’arrivo dei garibaldini e si conclude con la resa della Cittadella assediata, ricostruisce in maniera precisa e vivida gli eventi principali di una guerra civile fatta di tradimenti e di viltà, più che di atti di eroismo. E il merito dell’autore sta proprio nel dare un volto e umanissimi sentimenti agli sconfitti, ricondotti alla primigenia dignità di uomini e donne. Eppure, nella sua ansia di raccontare il vero e non tacere nulla, Alianello non si rinchiude nella visione idilliaca di un Sud tradito, di una sorta di Eden violentato da un invasore selvaggio. L’autore è spietato nell’affermare che le responsabilità della conquista vanno ricercate, in primo luogo, nel modo d’essere dei meridionali. Dice in proposito un suo personaggio, il padre dell’alfiere Lancia:
«Brutta cosa, figlio mio, nascere napoletani. Perché siamo vecchi, figlio. Questo è un popolo vecchio: e perciò scettico, indulgente, pronto a transigere. Le grandi cose, le grandi virtù, gli ideali gli si sono logorati tra le mani in tanti secoli e han perduto quel lustro, quel brillio, quella certezza che attrae e fa smuovere la gente giovane. […] Questo popolo va in sfacelo per eccesso d’intelligenza. Tu gli dici patria, e lui vede il gendarme borioso, il magistrato venale, il funzionario traffichino, il generale traditore o vile e il Re beffato e truffato. Tutte facce dello stesso Pulcinella, tutta gente come lui, della sua pasta, che rispettare non può, ma a cui finge d’obbedire, per evitare guai. E ad un’idea astratta non ci crede: ad una patria, che non sia fatta d’uomini, non ci può nemmeno pensare. […] E lo Stato agli occhi suoi così si manifesta: un gran rubare, un gran mangiare, un immenso imbroglio, un traffico gigantesco di vergogne che va dal Garigliano alla punta del Faro.»
L’eredità della Priora è invece un’opera sul brigantaggio, che ci presenta il punto di vista degli irregolari, dei legittimisti datisi alla macchia. La brutalità del nascente Regno d’Italia è mostrata in tutti i suoi aspetti, senza nulla nascondere: ci sono le fucilazioni di massa, le condanne per un semplice sospetto, i corpi seviziati e lasciati in strada come monito, le tasse che stritolano i braccianti. L’unificazione ha tradito i suoi stessi ideali, trasformandosi in uno sfruttamento ancora più feroce e ingiusto, nella nascita di una colonia. E così uno dei personaggi del libro, acceso liberale, arriva amaramente ad affermare:
«Il fatto è che sotto i Borboni noi vi credevamo davvero fratelli. E per questa fratellanza abbiamo rischiato la forca, l’ergastolo, le galere. Non vi sapevamo ancora e non potevamo supporre, neanche io lo pensavo, che una monarchia ne valesse un’altra… Poesia, poesia. ‘A verità, l’Italia unita l’hanno voluta i letterati. Libertà, eguaglianza, fraternità. Guardatevi attorno e ditemi dove stanno. Voi siete venuti qua come dentro l’Africa selvaggia senza sapere niente e ancora v’ostinate a non voler sapere niente. E avete stabilito che siamo inferiori a voi soltanto perché siamo differenti. […] Avreste dovuto venire qua a portarci lavoro, istruzione, progresso… Non siete quelli che ci hanno redenti dalla barbarie borbonica? Almeno aveste portato la giustizia! E invece ve la siete sbrigata con quattro gendarmi e quattro avventurieri. […] Ma, se si potesse tornare indietro e ricominciare da capo… patti chiari, amicizia lunga…  Altrimenti non entrereste più con tanta facilità nel Regno di Napoli.»
Eppure, ancora una volta, Alianello non si cela dietro un dito, non intende nascondere le colpe dei vinti. La società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati.
Si potrebbe iniziare proprio da questi testi per costruire finalmente un Meridionalismo intelligente, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Carlo Alianello (foto tratta da Wikipedia)