18 agosto 2018

Roscigno Vecchia, il paese abbandonato e i ricordi di un mondo che non c'è più

Sono tanti i villaggi abbandonati disseminati lungo lo Stivale. Alcuni sono stati lasciati dagli abitanti per cause naturali, come frane, inondazioni, alluvioni o terremoti; altri, invece, hanno subito eventi umani quali guerre, invasioni o decisioni d’imperio delle autorità. Roscigno, nel Cilento, rientra nella prima ipotesi. Costruito sul margine di una frana attiva, nei secoli è stato riedificato in due occasioni, fino al definitivo e graduale abbandono dopo l’ultima Guerra Mondiale. Il paese nuovo è stato ricostruito a circa un chilometro di distanza dall’antico centro storico, a cui è stato poi attribuito il nome di Roscigno Vecchia. Negli anni molte abitazioni sono crollate e altre hanno subito pesanti lesioni, eppure “il paese che cammina” (altresì detto la “Pompei del Novecento”) è ancora lì ad accogliere visitatori e curiosi.
Come tutti i luoghi abbandonati, anche Roscigno Vecchia ha un fascino particolare e straniante, ma soprattutto mantiene intatta la propria identità di borgo rurale del Mezzogiorno. Arrivare nel villaggio significa avere la possibilità di immergersi, sia pure per pochi minuti, in un mondo contadino che non esiste più. Tutto è rimasto com’era: la piazza con la fontana e gli abbeveratoi per gli animali, le case dalle imposte in legno e i muri scrostati raccolte in crocchio intorno alla chiesa di San Nicola, il vecchio cimitero, il pergolato del Bar Roma con l’insegna che riporta l’anno 1946, la bottega del ciabattino, le stalle e le stanze misere in cui vivevano famiglie numerose. Uno sguardo più attento potrà poi riconoscere i portali decorati dei palazzetti nobiliari e ciò che rimane delle cappelle private con le nicchie per le statue.
Per ragioni di sicurezza quasi tutte le abitazioni sono chiuse, ma a proprio rischio e pericolo è comunque possibile intrufolarsi in qualche casa e camminare sui solai retti da vecchie travi che si piegano al passaggio degli ospiti.
Più delle parole, sono le immagini a rendere l’idea dell'amenità del luogo.
 Scorcio della piazza (in fondo, la chiesa dedicata a San Nicola)
 Altro scorcio della piazza
 Una via del paese
 Interno della chiesa di San Nicola, con il soffitto ligneo dipinto
 Facciata della chiesa del villaggio
 La via principale, con gli abbeveratoi per gli animali
 Case dirute
 L'ingresso del Bar Roma
 Una via del paese, con un palazzetto nobiliare sulla destra
 Altro scorcio della piazza
Case abbandonate sul margine della frana

8 agosto 2018

Gino D’Eliso, un rocker italiano tra santi ed eroi

Non si può negare che il successo segua sovente strade imprevedibili. Certo, il talento e la fortuna rivestono un ruolo decisivo, ma non sono gli unici elementi in gioco. In un Paese dalle molte periferie qual è l’Italia, nascere ed esprimersi artisticamente al di fuori dei grandi centri può essere un handicap; se poi la proposta musicale è pure atipica, raggiungere il grande pubblico diventa una chimera. Questo è successo a Gino D’Eliso, chitarrista e cantautore nato a Trieste nel 1951. Un rocker nostrano con quattro LP all'attivo: Il mare (1976), Ti ricordi Vienna? (1977, con echi new-wave), Santi ed eroi (1979) e l’ultimo Cattivi pensieri (1983).
Il terzo disco, Santi ed eroi, fu pubblicato dall’etichetta sussidiaria della Philips, la Phonogram, nel 1979. Accattivante la copertina in stile fumettistico, con l'artista in primo piano in posa da duro, chitarra elettrica bianca e sigaretta tra le dita. A leggere i crediti c’è da rimanere stupiti della qualità dei musicisti coinvolti, a dimostrazione della stima di cui godeva il bravo cantante triestino. Il disco si avvale della collaborazione di musicisti di primissimo piano della scena rock italiana degli anni Settanta: Walter Calloni alla batteria, Claudio Dentes alla chitarra, Paolo Donnarumma e Bob Callero al basso, Tony Soranno alle chitarre elettriche, Claudio Pascoli ai fiati, nonché il grande Lucio “Violino” Fabbri. Stiamo parlando di musicisti sopraffini, gente che suonava con artisti del calibro di PFM, Area, Fossati, Finardi, Camerini, Daniele, De Andrè, Battisti, Dalla, Stratos, Bennato. Secondo le parole dello stesso D'Eliso, il disco venne suonato in un festoso «clima da jam session», cosa di cui non dubitiamo data la straordinaria qualità degli strumentisti.
Santi ed eroi è un lavoro originale e interessante, tuttavia di difficile classificazione. Già dai primi solchi emergono i punti di riferimento di D’Eliso, che sono in egual misura la canzone italiana e il rock and roll americano, entrambi filtrati attraverso una sensibilità mediterranea e balcanica, tipica di una Trieste crocevia di identità e culture differenti. Una musica in continua evoluzione e in cerca di una definizione, che lo stesso artista chiamerà poi mitteleurock, come il titolo di un singolo pubblicato nel 1980.
Il lato A è decisamente ispirato e vario. I due pezzi forti sono marcatamente rock, con le chitarre elettriche in evidenza: la pimpante Quelli più belli e l’inno ribelle L’età migliore. Altrettanto efficaci e intriganti sono L’ora del tè e Iole antica Iole, che ricorda un po’ lo stile di Ivan Graziani, mentre La notte si esalta in un azzeccato ritornello. I cinque brani mostrano i vari volti di un artista originale e non classificabile, che sapeva passare con eguale disinvoltura dalla rock song alla canzone d’autore.
La seconda facciata inizia con la riflessiva Come sempre primavera, all’epoca lanciata come singolo. La canzone che dà il titolo all’album, Santi ed eroi, si apre con ritmi balcanici, per poi espandersi in un efficace riff di chitarra elettrica. Ricordi di vita triestina emergono invece nella commovente Povera gente, nella ironica Capitan Domenico, nonché nella riflessiva Casa mia (Cuĉa moja).
Non bisogna farsi ingannare dal fatto che in pochi ricordino l’artista triestino: Santi ed eroi è davvero un bel disco, suonato bene e con testi sopra la media. In un panorama piuttosto desolante quanto a rocker nostrani, Gino D’Eliso avrebbe meritato molto più spazio. Se riuscite, procuratevi questo 33 giri o il successivo Cattivi pensieri.
La copertina di Santi ed eroi e il retro del 33 giri

28 luglio 2018

"Il comunista" di Guido Morselli: un uomo in crisi

Parlare de Il comunista o di uno qualsiasi dei romanzi dello scrittore emiliano, significa inevitabilmente riproporre il “caso Morselli”, ovvero il destino del narratore di talento ignorato in vita, rifiutato dalle case editrici, riscoperto colpevolmente dopo il suicidio, dovuto, si dice, agli immeritati rifiuti. Leggere i suoi libri consente di comprendere le ragioni di tale ostracismo, che non dipese – e come avrebbe potuto essere? – da demeriti letterari o assenza di talento, quanto piuttosto dalla pervicace volontà di porsi ai margini della letteratura che andava per la maggiore. Si pensi, per limitarmi a ciò che ho letto, all’ultimo uomo sulla faccia della Terra protagonista di Dissipatio H.G., oppure alla meticolosa riscrittura della Grande Guerra in Contro-passato prossimo; si tratta con ogni evidenza di opere extra ordinem, di difficile classificazione e finanche ostiche.
Fatte queste premesse, resta da capire perché il medesimo trattamento sia stato riservato a Il comunista (1965), che pure aveva un solido aggancio con la realtà dell’epoca. Erano gli anni dell’ascesa del PCI, che si vantava di essere il più grande partito comunista dell’Occidente, su cui si appuntavano gli sguardi preoccupati della CIA e degli alleati americani. La ragione di tale insuccesso è contenuta in una famosa lettera che Italo Calvino indirizzò a Morselli dopo aver rifiutato, in veste di consulente dell’editore Einaudi, il libro in questione. Pur non negando i meriti dell’opera, Calvino criticò la stessa scelta del romanzo politico, affermando che «dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo d’interessi né nell’altro; credo cioè che si può fare opera di letteratura creativa con tutto, politica compresa, ma bisogna trovare forme di discorso più duttili, più vere, meno organicamente false di quello che è il romanzo oggi». Ma soprattutto Calvino contestò la veridicità dell’opera di Morselli, sancendo senza appello che «ogni accento di verità si perde quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo “inventare”».
A distanza di cinquant’anni, scomparsa la cornice ideologica della stroncatura, è doveroso leggere il romanzo secondo una diversa prospettiva. Il comunista del titolo è Walter Ferranini, militante reggiano catapultato come deputato a Roma per aver ottenuto qualche migliaio di preferenze. L’impatto con la vita romana è per lui brutale, perché viene a scontrarsi con due mostri, il Parlamento e il Partito. Il primo è il luogo delle chiacchiere, che quasi mai costituiscono il preludio alle soluzioni nell’interesse del Paese. Mentre nella città natale Ferranini era riuscito ad operare concretamente per il bene della classe operaia, in Parlamento riesce ad esprimere solo stitici interventi, e per di più si ritrova confinato in una delle commissioni meno utili. Se possibile, il Partito si dimostra essere un’entità ancora più oscura e soffocante, il Leviatano di hobbesiana memoria. Ferranini si rende conto ben presto di essere estraneo alle dinamiche di Partito, destinato a scontrarvisi senza possibilità di successo. Il PCI è descritto come una mastodontica struttura, attenta più alle disquisizioni astratte che ai problemi concreti della classe operaia; anzi, un partito intrinsecamente borghese, che dalla borghesia che vorrebbe combattere ha mutuato vizi e ossessioni, non ultima la bigotta condanna delle relazioni extraconiugali. In tale contesto, Ferranini è un uomo troppo onesto e autocritico per sopravvivere: goccia a goccia gli eventi della vita romana scavano un solco profondo nella sua psiche, aprendo una devastante crisi di coscienza. Il deputato cerca di ammansire le voci di dentro, facendole soccombere al dovere dell’obbedienza, ma l’esito è drammatico. La vera colpa di Ferranini è quella di voler capire: accettare e servire dovrebbero essere gli imperativi, mentre lui vorrebbe comprendere e agire nel segno del cambiamento. All’apparir del vero, dovrà però riconoscere che il Partito è un monolite contro cui è vano scontrarsi.
Quale insegnamento possiamo trarre oggi da Il comunista? Nulla o quasi è rimasto dell’epoca raccontata dal romanzo: non esiste più l’URSS, né il PCI, c’è chi parla persino del superamento del concetto di classe sociale. Credo allora che la lettura del libro, se si riescono a decontestualizzare le vicende, possa lasciarci un prezioso avvertimento, ovvero che ogni chiesa schiavizza i suoi adepti. Un uomo veramente libero non deve servire alcuna chiesa o partito, se vuol preservare la propria inimitabile individualità. Sappiamo che Morselli ha pagato con l’ostracismo questa pervicace ostinazione a fuggire i legami della società; eppure il tempo, unico galantuomo, gli ha dato infine ragione.

14 luglio 2018

"Il giudice e il suo boia" di Friedrich Dürrenmatt: quando il diritto diventa delitto

Un professore universitario, di cui non ricordo il nome, sosteneva che nella biblioteca di un giurista non può mancare Il giudice e il suo boia dello scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990). Per tanti anni l’affermazione ha galleggiato nei meandri della memoria, senza tradursi in atti concreti, fin quando non mi è capitato tra le mani il libro. L’ho letto senza indugi e l’ho trovato sorprendente.
È stato scritto di tutto su questo romanzo del 1950, fior di critici ne hanno esaltato il perfetto meccanismo narrativo, l’inquietante cupezza delle ambientazioni e finanche la scrittura attraversata da una sottile e spietata ironia. Non è stato però sottolineato a sufficienza l’aspetto di cui parlava il professore, ovvero che Il giudice e il suo boia non è semplicemente un poliziesco, ma un romanzo che scruta uno tra i più dibattuti nodi del diritto penale: il rapporto tra colpevolezza e funzione della pena. Proprio di questo aspetto ho intenzione di parlare.
Non vorrei svelare troppo della trama, ma non è possibile sviscerare i contenuti più profondi del romanzo se non si riassume la vicenda. Durante una serata ad alta gradazione alcolica, il funzionario della polizia elvetica Bärlach e l’immorale Gastmann discutono sulla possibilità di commettere il delitto perfetto. Ad avviso del primo, non esistono delitti che non possano essere scoperti, perché è la stessa imperfezione ed imprevedibilità dell’essere umano a negare tale possibilità. Il malvagio Gastmann è invece convinto del contrario e convince l’altro a stipulare un diabolico patto. Gastmann scommette che sarà in grado di compiere reati efferati senza che Bärlach possa raccogliere le prove per incastrarlo. Per oltre quarant’anni i due si inseguono: il povero poliziotto cerca senza esito di inchiodare Gastmann, autore di delitti all’apparenza non riconducibili a lui. Il poliziotto svizzero conosce la verità, ma non riesce a raccogliere prove sufficienti per fare arrestare l’altro, che beneficia di amicizie influenti e si nasconde dietro la stimabile apparenza dell’uomo d’affari. Quando tutto sembra ormai perduto, Bärlach raggiunge l’obiettivo a cui ha sacrificato l’intera esistenza. Con una macchinazione crudele e perfetta, incastra Gastmann e lo fa finanche uccidere. Il punto, su cui si innestano i temi più profondi del libro, è che Gastmann viene condannato e punito per un reato che in realtà non ha mai commesso. Bärlach lo inchioda pur sapendolo innocente in relazione a quel singolo fatto.
Si leggano in proposito le parole che il poliziotto rivolge al suo nemico nelle ultime pagine del romanzo: «non ho saputo incastrarti per i delitti che hai commesso, ora ti incastro con quello che non hai commesso». Sorge così la domanda, che dà inizio alla riflessione propriamente giuridica. Si può punire taluno per un delitto mai commesso? Chiunque di noi risponderebbe di no, perché non si può condannare un innocente. Ma se la persona condannata da innocente ha dedicato la vita al delitto, e solo per ventura non è mai stata scoperta, sarebbe giusto sanzionarla per un illecito che non ha mai commesso? O meglio, la pena è una retribuzione per la condotta di vita, anziché per il singolo fatto? Forse l’uomo comune risponderebbe di sì, che si tratta di un male necessario. Il giurista non può invece condividere tale impostazione, perché nessuno può essere punito per un fatto che non ha commesso, fosse anche il peggiore delinquente sulla faccia della terra.
Bärlach, così agendo, si pone al di sopra della giustizia degli uomini. Egli diventa al contempo giudice e boia. Un giudice iniquo perché emette una sentenza delittuosa, dolosamente ingiusta. Al contempo, un boia che esegue spietatamente tale condanna. Facendo così, però, arriva a contraddirsi. Non era forse lui a sostenere che non esiste il delitto perfetto perché «non è possibile muovere gli uomini come pedine su una scacchiera»? Facendo uccidere Gastmann, Bärlach dimostra esattamente il contrario, ovvero che muovendo gli uomini come pedine di una scacchiera è possibile commettere il delitto perfetto. L'uomo di legge architetta un piano sadico per far uccidere il criminale; nel fare ciò, solo apparentemente vince la quarantennale sfida. In realtà Bärlach perde, e lo fa nel più misero dei modi. Per avvalorare la sua tesi, ovvero che nessun delitto può mai rimanere impunito, commette egli stesso un reato perfetto, così perfetto che nessuno saprà mai la verità. Bärlach cumula in sé tre funzioni: giudice, boia, ma anche assassino. Egli non crea diritto, ma delitto. Non fa giustizia, ma si pone allo stesso livello del criminale Gastmann. Per questa ragione, secondo il mio modesto parere, è proprio quest’ultimo a vincere la scommessa: con la sua morte ingiusta, o meglio, moralmente giusta ma contra ius, dimostra che il delitto perfetto esiste.
Copertina Adelphi con un autoritratto dell'Autore

2 luglio 2018

"Sometime soon": la svolta americana dei Wild Flowers

Sometime soon ha segnato una netta cesura rispetto alla precedente produzione degli inglesi Wild Flowers. A tal proposito, basti ascoltare su YouTube due o tre canzoni degli album precedenti, The joy of it all (1984) e Dust (1987). Brani come Melt like ice o lo stesso Dust hanno un deciso sapore new wave, destinato a scomparire nel successivo disco. All’alba del 1988 i Wild Flowers avevano dunque all’attivo due LP di scarso riscontro commerciale, e avevano già subito un importante cambio di formazione. Il chitarrista Dave Newton aveva infatti lasciato la band dopo il primo album, sostituito da Dave Atherton.
Sebbene non avesse raccolto i riconoscimenti sperati, il gruppo era riuscito a strappare un contratto con la gloriosa Slash Records, etichetta americana indipendente nota per la pubblicazione di dischi punk. Così nel 1988 il quartetto originario di Wolverhampton era partito alla volta degli Stati Uniti per registrare il terzo album. Abolite le tastiere usate nei precedenti lavori, la formazione era composta da Neal Ian Cook (voce e chitarra), Dave Atherton (chitarra), Mark Alexander (basso) e Dave Coley-Fisher (batteria).
Già il primo ascolto rende giustizia a quelli della Slash, che non si può dire non avessero fiuto. Sometime soon è un disco scritto e suonato bene, che non conosce cali di ispirazione, salvo forse un paio di tracce della seconda facciata. Un aspetto però emerge subito, soprattutto se si fa il confronto con la precedente produzione: siamo di fronte ad un deciso cambiamento di stile, una vera e propria inversione a U. Il terzo LP dei Wild Flowers è frutto di una “risciacquatura dei panni in Arno”, per dirla alla Manzoni, dove l’Arno è l’America, o meglio il rock americano. Spariti gli accenti post-punk e new wave, la band mette la propria tecnica al servizio di un solido rock chitarristico, che richiama alla mente la musica statunitense di quegli anni, più che la coeva produzione inglese. Americana fin nel midollo è già la suggestiva copertina, che ritrae due uomini che scarpinano su una strada polverosa che si perde all’orizzonte, mentre un ironico cartellone pubblicitario li invita a “prendere il treno la prossima volta”.
Già i primi solchi, quelli della robusta Take me for a ride, tracciano il percorso di un rock solido, senza incertezze, anche se volutamente radiofonico. Le buone impressioni vengono confermate dalla decisa Broken chains, forse la migliore del lotto, e da Apple Creek, che conclude un inizio di tutto rispetto. I toni si ammorbidiscono con la successiva The welcome son, mentre That ain’t true funziona davvero bene grazie ad un ritornello che rimane in testa. Il gruppo si dimostra affiatato, ma la marcia in più è sicuramente nella voce intensamente evocativa, a tratti persino drammatica, di Neal Ian Cook. Egualmente sulla breccia Head of nothing, che apre la seconda facciata, solida rock song pensata per funzionare bene dal vivo. Come è naturale che sia, la qualità cala nell’ultima parte del disco: Set me alight e Don’t know where I’m going sanno di già sentito, mentre Last train to nowhere chiude il disco col suo incedere malinconico.
Chiaramente si tratta di un disco minore, che non aggiunge né toglie alcunché alla storia della musica. Tuttavia, dato che all’epoca venne distribuito in Italia dalla Ricordi, non dovrebbe essere impossibile trovarlo a prezzi modici in qualche negozio di dischi usati. Io ho pagato il vinile 5 euro, ma su internet è in vendita anche in versione cd a prezzi ancora più bassi. Può valere la pena e di sicuro non ve ne pentirete.
La copertina del disco e la band nella busta interna del vinile

20 giugno 2018

Borland & The Sound all'esame di maturità: "All fall down"

All fall down sconta il pegno di essere il terzo album, quello che di solito viene considerato il lavoro della maturità, su cui sono maggiormente puntati gli occhi della critica. Se il primo disco è guardato con una certa indulgenza, mentre il secondo serve per aggiustare la mira, il terzo è sempre visto come la prova del nove. Dai The Sound era lecito aspettarsi un ulteriore salto di qualità, dopo l’iniziale Jeopardy (1980) e il meraviglioso From the lions mouth (1981). È stato forse questo pregiudizio a condizionare i pareri, non sempre lusinghieri, sul terzo lavoro del 1982. In effetti al primo ascolto parrebbe confermata l’opinione di chi lo considera un passo indietro, la parentesi meno eccitante di una discografia breve ma eccellente.
Gli ascolti ripetuti, però, rendono giustizia a un disco vario, compiuto, deciso e coraggioso nelle scelte non convenzionali e non commerciali. Qui l’anima plumbea di Borland raggiunge probabilmente il culmine di un’analisi introspettiva lucida e malinconica, il racconto senza veli del male di vivere. Dark-wave allo stato puro, dunque. Sezione ritmica in primo piano, con le trame cadenzate della batteria di Mike Dudley e l’onnipresente basso di Graham Green. Il ritmo è rallentato, tanto che nella title track sembra di assistere agli ultimi palpiti di un cuore in agonia; eppure il gruppo è capace di repentine accelerazioni, di slanci di vitalità che si collocano tra le cose migliori di quegli anni. Il paragone con il resto della produzione di Borland & soci è inevitabile, ma se ci soffermiamo sulle tracce, tralasciando il passato e il futuro, c’è da rimanerne abbagliati. Monument è la canzone d’amore definitiva, perché dentro c’è tutto: la paura, l’ascesa, la caduta e la sublimazione di una donna che «is not just a girl, not just a building for the skyline, but a monument to love». Per non parlare di Party of the mind, che è un viaggio allucinato di tre minuti nella mente di Borland, che sa essere al contempo cupo e meravigliosamente ironico. Poi c’è l’accelerazione finale di Song and dance, di una perfezione così straordinariamente terrena che verrebbe voglia di ballarla. Forse in questo disco mancano un po’ le trame psichedeliche delle tastiere di Max Mayers; lo capisci perché quando ci mette il suo tocco magico, come nelle tre note di Where the love is, la canzone si apre in direzioni inaspettate, prende strade laterali che la trasformano in un gioiello. Oppure si ascolti la conclusiva We could go far, retta dal basso imperioso di Green, o ancora la coda di Song and dance, in cui tutto il gruppo dà il meglio di sé. È proprio quando il suono si fa più coeso e partecipato che il disco vive i suoi momenti più alti.
Un discorso a parte merita Adrian Borland: le sue chitarre lancinanti, i testi disperati ma lucidi e la sua interpretazione vocale sono in grado di dare il vestito giusto al disco. The Sound era un gruppo affiatato, ma in All fall down si sente maggiormente la scrittura di Borland, che ammanta ogni canzone di una carica di disperazione senza eguali. Egli canta le tematiche più care, come il male di vivere, l’inanità degli sforzi di cambiare, l’irrisolutezza, e lo fa allargando la prospettiva dal piano individuale a quello collettivo (come in Red paint). Le atmosfere plumbee predominano persino nelle canzoni d’amore, ma Borland è capace di costruire deliziosi quadretti ironici (Party of the mind) e di lanciare messaggi di speranza, sia pure in forma dubitativa. Non è un caso che il disco si apra con una dichiarazione di resa e si concluda con le timide parole di fiducia che chiudono We could go far.
Servono ripetuti ascolti per cogliere l’aspetto decisivo, ovvero la compiutezza di fondo, la circolarità di temi e ritmi, che ne fanno un lavoro in un certo senso perfetto. Forse è l’album meno accessibile del quartetto inglese, ma è un disco che si lascia comprendere, assimilare e amare con pazienza, alla distanza.
La criptica copertina di All fall down (1982)

10 giugno 2018

"Un uomo solo" di Carlo Cassola: una storia d'amore e d'anarchia

«Soprattutto lo confortava la coscienza di aver tenuto fede alle proprie idee». Così si conclude il breve ma intenso romanzo di Carlo Cassola, pubblicato nel 1978. Tito, il protagonista, alla fine della vicenda può tirare un sospiro di sollievo, perché ancora una volta la sorte è stata benigna con lui, consentendogli di maritare la figlia e (soprattutto) di non tradire i propri ideali. È lui l’uomo solo del titolo. Tito è solo in famiglia, nel paese e negli ideali. Solo in famiglia, perché la moglie e la figlia lo trattano come una bestia rara, all’apparenza spaventosa ma tutto sommato innocua e domabile. È solo nel paese, perché per le sue idee anarchiche ha subito il carcere, le perquisizioni e infine l’isolamento. È solo negli ideali, perché con l’avvento del regime fascista è stato chiuso il circolo libertario Germinal e tutti i compagni hanno tradito i vecchi ideali in nome della convenienza o del quieto vivere. Ha solo tre amici, con cui si vede la domenica: l’avvocato repubblicano Corsi, un barbiere comunista e un sarto socialista. Separati negli ideali politici, li unisce l’opposizione al fascismo e la circostanza di essere gli unici ostili al regime nel piccolo comune del grossetano in cui vivono. Sono gli anni della guerra in Etiopia e dell’Impero, gli anni del maggiore consenso del regime. Dunque sono quattro gli uomini soli del romanzo, più simili a quattro Don Chisciotte che a veri e propri rivoluzionari. La loro ribellione si traduce nelle lunghe chiacchierate, che spesso sfociano in divertenti alterchi su questioni prettamente ideologiche, su quanto fosse democratico lo Stato liberale e su quale debba essere la migliore forma di governo per il futuro. Solo Tito, da buon anarchico, se ne tira fuori: «la sua idea era che il mondo di prima non era migliore di questo. Era lo stesso un mondo di violenze e di sopraffazioni. Solo, in modo più nascosto. Adesso era come se tutte quelle iniquità fossero venute alla luce». I fascisti lasciano fare i quattro amici, consapevoli di non poter temere nulla dalle chiacchiere inconcludenti.
Intanto la vita di paese va avanti. Il caffè è il centro del potere, dove si riuniscono fascisti e simpatizzanti,  convinti o semplici opportunisti. Il villaggio è un microcosmo che ricalca la situazione complessiva dell’Italia di quegli anni: i fascisti in piazza, i pochi oppositori confinati, le masse indifferenti alle sorti del Paese. Di fatto, il “fascismo come autobiografia di una nazione” di cui parlava Gobetti. Tra gli opportunisti che fanno affari col regime c’è anche Agenore, il quinto uomo solo del romanzo. Nato povero, ha realizzato sconfinate ricchezze grazie al duro lavoro e alle mazzette. Ungere i potenti di turno e non inimicarsi nessuno pur di preservare gli affari è il suo unico credo. Un tempo amico di Tito, ne è l’esatto opposto; il fato, però, ha in serbo per i due ex amici un tiro mancino. Il figlio di Agenore e la figlia di Tito vogliono sposarsi, ma Agenore non può tollerare che il terzogenito impalmi la figlia di un sovversivo. Nasce così il conflitto ideologico che attraversa sottilmente le pagine del romanzo: è possibile rinunciare ai propri ideali per il bene di una figlia? Amore o anarchia, oppure è possibile salvarli entrambi? La conclusione sarà inaspettata non tanto nell’esito, quanto piuttosto nella spiegazione. A prevalere non saranno né l’amore né l’ideale: vinceranno l’interesse e la sensualità, tra le manifestazioni più intense dell’essere umano.
Tito sarà felice del risultato conseguito, ma non comprenderà mai il sottile meccanismo che ne ha governato gli esiti. Candido e disinteressato, è un personaggio destinato a rimanere a lungo nella mente del lettore. Pur con tutta la simpatia possibile che dobbiamo tributare a questo «maniaco della politica» (come lo definisce l’avvocato Corsi), non possiamo dimenticarne i limiti. Guidato da una fiducia cieca verso le persone, dà la colpa delle storture del mondo all’organizzazione sociale, ma non arriva a comprendere quanto male possa allignare nell’animo umano. Tito non sa convincersi che esiste una cattiveria in natura e anche per questo è destinato al fallimento, a perseguire indefessamente un ideale a cui rimane fedele pur sapendolo irrealizzabile.
Il romanzo di Cassola si legge tutto d’un fiato: scritto con uno stile essenziale, è ricco di piacevoli dialoghi e ricostruisce abilmente la realtà della provincia italiana negli anni tra le due guerre mondiali. Il regime è più che altro una cornice, tanto che i fascisti non appaiono mai in carne e ossa, ma vengono solo evocati dai protagonisti. Cassola è riuscito a dare al libro una direzione ben precisa, che trascende il mero impegno civile, per concentrarsi sulla sfera intima dei suoi protagonisti, sull’irrisolto conflitto tra sentimento e ideale, tra le esigenze del mondo concreto e le belle ma utopistiche costruzioni della mente.

29 maggio 2018

"Beautiful ammunition": il testamento anticipato di Adrian Borland

Affermare che gli album solisti di Adrian Borland siano una mera appendice dei cinque lavori a marchio The Sound sarebbe un giudizio superficiale, oltre che ingiusto. Superficiale perché il Borland solista non ha nulla a che vedere con la cupa new wave dei Sound; ingiusto perché significherebbe oscurare l’originalità di un percorso portato avanti con ostinazione e coerenza, nonostante lo scioglimento del gruppo di cui era leader. Non si può negare che, con la fine dei Sound, Borland abbia perduto compagni di viaggio in grado di offrire una sezione ritmica invidiabile (Dudley & Bailey) e sognanti divagazioni alle tastiere (Mayers). Ne ha però guadagnato la massima libertà creativa, la possibilità di esplorare strade prima impensabili. Come ho detto, gli ultimi residui di dark wave vengono spazzati via, in favore di canzoni semplici e ariose, dal taglio classico, spesso rette dalla sola chitarra acustica, che occhieggiano ad un pop-rock raffinato, comunque mai banale.
Beautiful ammunition (1994) è il terzo album a firma Adrian Borland, dopo Alexandria (1989) e il più conosciuto Brittle heaven (1992). Pubblicato dall’etichetta Resolve, Beautiful ammunition si avvale della collaborazione di un numero ristretto di musicisti. Dominano le tastiere e le chitarre, suonate dallo stesso Borland. È un disco piacevole, impreziosito dalla voce profonda del cantante che, pur non spandendosi in particolari virtuosismi, trasmette la solita drammatica emotività. Dimenticate il punk e la new wave! Si tratta di sedici canzoni pulite negli arrangiamenti e curate nei testi, prevalentemente acustiche. L’ascolto del disco consolida almeno due convinzioni. La prima è che Borland aveva tanto mestiere nel songwriting; è vero che l’album manca di pezzi davvero memorabili, ma molti autori venderebbero un rene pur di saper scrivere perle come Break my fall, Open door o la semplice ma efficace Simple little love. In secondo luogo, Borland conferma di saper parlare d’amore in un modo né scontato né lacrimevole. Si ascolti in proposito l’iniziale Re-United States of Love, oppure l’orecchiabile Ordinary angel; sono canzoni pop, è vero, ma portano la firma di un autore dotato di una sensibilità fuori dal comune, capace di emozionare l’ascoltatore. Anche nei toni cupi Borland regala perle di umana bellezza, come nella struggente Lonely late nighter.
Beautiful ammunition, a distanza di quasi venticinque anni, resta un disco bello e intenso, nonché una sorta di testamento anticipato. Cinque anni dopo la sua pubblicazione, Adrian Borland si suicidò sotto un treno, la maledetta mattina del 26 aprile 1999. Il suo oscuro male di vivere trapela qui e lì anche nelle canzoni di questo album, in cui lancia sommesse richieste di aiuto, come in White room («You’ll see how I crack / so don’t fade away») o nella splendida Break my fall («I see the ground / the place where I / know I am bound, / so break my fall»). Eppure non è la disperazione che emerge dai brani, quanto piuttosto la timida speranza di poterne uscire fuori. E quanto fa male, allora, ascoltare i versi di Stranger in the soul, lucidi e profetici. Borland afferma che c’è un solo modo di liberarsi dallo straniero che sente nell’anima, ma che sarebbe preferibile conviverci. E invece, appena cinque anni dopo aver vergato queste parole, pur di non essere schiacciato dal peso dello “straniero dell’anima” che sentiva dentro, decise di liberarsene per sempre.

18 maggio 2018

"Sabato sera, domenica mattina" di Alan Sillitoe: we’re just lost souls swimming in a fish bowl

L’intenso e divertente romanzo di Sillitoe è debitore di un capolavoro della letteratura inglese del Novecento: Fiorirà l’aspidistra di George Orwell. Non è dunque un caso che la parola “aspidistra” ricorra per tre volte nelle primissime pagine del romanzo, senza più essere menzionata nel prosieguo. Come ho scritto in un’altra recensione, l’aspidistra è una pianta dalle foglie a forma di scudo, che decora le case della piccola borghesia inglese. In tutte le case britanniche tradizionali c’è una di queste piante, così diffuse per la longevità e la straordinaria capacità di adattarsi ad ogni clima, di sopravvivere all’incuria umana, di crescere dove neppure il più esile filo d’erba riuscirebbe ad andare avanti. Più che il simbolo del benessere borghese, l’aspidistra è il simulacro di un’esistenza solo apparentemente agiata, il fallace segno di chi crede di “avercela fatta” e la espone alle finestre come una bandiera.
Il romanzo (prima edizione 1958) è ambientato nella città industriale di Nottingham nei primi anni Cinquanta del Novecento, epoca di crescita e benessere per l’Inghilterra, dopo le devastazioni della guerra. L’ambientazione è quella dei quartieri popolari che proliferano come funghi intorno alle fabbriche; sono sobborghi di semplici case a schiera in mattoni rossi, tutte uguali, in cui vive un’umanità misera ma accecata dal sogno di un benessere che ha la forma e il suono di una televisione in bianco e nero. Il libro è un fedele ritratto della schietta working class inglese, di fatto lo stesso brodo di cultura del punk a metà degli anni Settanta. Sillitoe fa un ottimo lavoro nel ricostruire quel mondo che conosceva così bene, caratterizzato da uno slang particolare e da riti sempiterni, come il tè pomeridiano o il campionato di calcio il sabato. Il protagonista, Arthur Seaton, ha ventitre anni ed è impiegato come tornitore in una fabbrica di biciclette. Del tutto privo di coscienza politica e di classe, lavora a cottimo al solo scopo di poter acquistare birra, vestiti e sigarette. Pescare, ubriacarsi, menare le mani e andare con le donne sposate sono gli unici obiettivi della sua esistenza. Si ammazza tutta la settimana al tornio, per inebriarsi di quelle poche ore di apparente libertà del sabato sera.
Se è vero che Fiorirà l’aspidistra è l’inevitabile punto di riferimento, è altrettanto indiscutibile che vi sono profonde differenze tra i due libri. La prima, fondamentale, è rappresentata dal rapporto dei protagonisti con il denaro: mentre l’orwelliano Gordon lo odia, considerandolo la quintessenza di tutti i mali, Arthur lo brama e lo venera, quale strumento per soddisfare ogni suo desiderio. E ancora, mentre Gordon è un vero e proprio outsider, Arthur ha l’apparenza del vincente, amato dalle donne e rispettato dagli uomini. Diverso è anche il senso di ribellione nei confronti della società. La ribellione di Gordon è strutturata e coerente, frutto delle letture e di un’analisi non superficiale del mondo che lo circonda, perché egli è prima di tutto un intellettuale. La disubbidienza di Arthur, invece, è conseguenza dell’esuberanza giovanile, di un vago anarchismo che raramente sfocia in considerazioni più profonde. Bere a fiumi e portarsi a letto le donne altrui è il suo unico credo, che scandalizza i benpensanti ma non ha una reale incidenza sui meccanismi della società. Il vero punto di contatto tra i due romanzi è nell’epilogo: la rivolta di Gordon e Arthur è destinata al fallimento, e alla fine entrambi, più o meno consapevolmente, verranno soffocati dalle spire dell’esistenza decorosa piccolo-borghese che avevano sempre detestato. La riflessione finale di Arthur è in proposito illuminante.
«Tutti a questo mondo venivano catturati, in un modo o in un altro, e quelli che ancora non erano stati catturati lo sarebbero stati molto presto. Appena nato venivi catturato dall’aria fresca contro cui avevi urlato nel momento stesso in cui eri venuto al mondo. Poi eri catturato da una fabbrica e incatenato a una macchina; più tardi era una donna a prenderti all’amo. Eri proprio come un pesce: nuotavi libero qua e là pensando a come era bello stare in pace e fare tutto quello che ti piaceva senza preoccuparti di nessuno, e poi, improvvisamente, zac!, il grande amo ti si conficcava in bocca e venivi catturato.»
La metafora del pesce all’amo è il messaggio allarmante che il romanzo lancia: possiamo soltanto illuderci di sfuggire alle catene che la società impone, siano esse dure come quelle della fabbrica o apparentemente dolci come nel matrimonio. Ed ecco il perché della citazione dei Pink Floyd nel titolo della recensione: siamo solo anime perse che nuotano in un acquario, compiendo sempre gli stessi giri.

6 maggio 2018

Il restauro del castello di Rocca Cilento: una speranza per il territorio?

Il castello di Rocca Cilento, frazione del comune di Lustra (Sa), è uno dei più importanti monumenti dell’area qualificata dagli studiosi come “Cilento Antico”, che si estendeva a raggiera intorno al massiccio del Monte Stella. Con ogni probabilità fu edificato nel IX secolo d.C., epoca in cui il Gastaldato longobardo della Lucania venne suddiviso in più centri di potere concessi a feudatari locali, che vi costruirono dei castelli. Passato nelle mani della potente famiglia dei Sanseverino, nel corso del XII secolo, per volontà di Guglielmo I, fu sede della Baronia del Cilento. Ebbe così iniziò il periodo di maggiore splendore della fortezza, divenuta il centro politico, amministrativo e giudiziario del feudo. La potente famiglia lo mantenne fino al 1552, quando, a seguito del tradimento perpetrato da Ferrante Sanseverino a danno della monarchia spagnola, fu espropriato. I monarchi smembrarono la Baronia del Cilento e il castello passò da un feudatario all’altro, per essere acquistato infine dai Granito, che lo detennero fino alla legge di eversione della feudalità del 1806. Per tutta la prima metà del XIX secolo fu luogo di ritrovo per movimenti carbonari e liberali ostili ai Borbone. Progressivamente caduto in abbandono, negli anni Sessanta del ventesimo secolo lo storico Ruggero Moscati lo acquistò e lo adibì a sede di convegni e incontri tra studiosi.
Con la morte del celebre professore, passato a nuovi proprietari, il castello ha vissuto un triste periodo di oblio, culminato nella definitiva chiusura al pubblico. Negli ultimi dieci anni il visitatore si trovava di fronte ad uno spettacolo meraviglioso e al tempo stesso sconfortante: le mura dell’antico maniero quasi completamente avviluppate dai rampicanti, le finestre sbarrate coi vetri rotti, un senso generale di desolazione e incuria, l’impressione che il complesso potesse cadere a pezzi da un momento all’altro.
Il castello di Rocca Cilento prima del recente restauro

Nel 2016 è avvenuto un piccolo miracolo. Il nuovo proprietario, gravandosi di un oneroso impegno finanziario, ha avviato una radicale opera di restauro, tuttora in corso. Gran parte dei lavori, almeno per quanto riguarda l’esterno, sono oggi completati. Il castello sembra rinato a nuova vita e si erge di nuovo poderoso, pronto a sfidare i secoli che verranno. Parte della cinta muraria con le torri annesse, crollata nel tempo, è stata ricostruita, così come il corpo principale che è stato consolidato. Credo che il restauro del castello di Rocca Cilento possa avere un triplice effetto benefico sull’intero territorio circostante. In primo luogo, per il suo forte valore identitario, essendo il fulcro della vita politica e militare del Cilento Antico. In secondo luogo, per la capacità attrattiva che indubbiamente potrà esercitare sul turismo. Infine, perché potrebbe davvero diventare un polo educativo indispensabile per un territorio drammaticamente privo di spazi culturali condivisi.
 Particolare dei lavori di restauro in corso

Resta aperta la domanda su quali saranno i futuri utilizzi. Certamente non si possono ignorare le voci di chi vorrebbe che venisse adibito a struttura ricettiva, o magari a suggestiva location per eventi privati. La manutenzione di un complesso così grande richiede somme ingenti e sarebbe un delitto non metterlo a frutto per realizzare dei profitti. Tuttavia, io spero caldamente (e lancio la proposta al nuovo proprietario) che il castello di Rocca Cilento possa vivere la sua seconda vita in una dimensione di multifunzionalità. Struttura ricettiva, ristorante o cornice per eventi privati, quindi, ma anche e soprattutto spazio pubblico, museo, centro culturale, luogo di studi e convegni, meta per le gite scolastiche. Gli spazi sono immensi e le opportunità infinite. Bisogna solo coglierle, per dare speranza ad un territorio ricco di storia ma spesso negletto.

Altre immagini del castello in restauro

Per chi volesse approfondire la storia del castello, suggerisco la lettura delle fonti da me consultate: un articolo sul portale Cilento Cultura; un documento scaricabile dal sito dell’Archivio di Stato di Salerno; la pagina Wikipedia.