27 aprile 2021

"La canzone di Carla": l'amore sulle barricate

Ken Loach può piacere o meno, ma nessuno può accusarlo di mancanza di coraggio. Quando ritiene che una causa sia giusta, si butta a testa bassa nella mischia, senza protezioni e manierismi, a costo di alzare un polverone e di beccarsi aspre critiche. E non gli importa se i detrattori mettono in dubbio la valenza artistica delle sue opere: Loach è l'alfiere del cinema militante, intimamente convinto che le pellicole debbano farci riflettere prima ancora che intrattenere. In alcuni casi l'ideologia risulta prevalente, se non addirittura sovrabbondante (The Navigators), in altri si nota un perfetto equilibrio tra il messaggio e la narrazione (Io, Daniel Blake). La canzone di Carla (1996), sceneggiato dal fido Paul Laverty, è un film che si colloca a metà strada tra la cruda denuncia, l'impegno civile e la tenera narrazione di un'insolita storia d'amore
Anno 1987: George Lennox, interpretato da Robert Carlyle, guida l'autobus n. 72 che attraversa Glasgow dal centro alla grigia periferia. Ha circa trentacinque anni ed è in procinto di sposarsi con Maureen, nonostante non sia convinto del grande passo. È un guascone intraprendente e sottilmente anarchico, odia profondamente le ingiustizie e le disuguaglianze sociali, più per istinto che per convinzioni politiche. Così, quando un inflessibile controllore maltratta una ragazza straniera senza biglietto, George non si tira indietro, ferma l'autobus e interviene in sua difesa, facendola fuggire e beccandosi una settimana di sospensione dal servizio. Carla, questo il nome della ragazza, è una militante sandinista del Nicaragua, costretta a fuggire dal proprio paese dopo che i Contras, le temibili forze controrivoluzionarie, avevano attaccato il gruppo di cui faceva parte, arrestando il compagno Antonio. In breve tra George e Carla nasce una storia d'amore, ostacolata dai mostri del passato che tormentano la ragazza: Carla sa che il suo destino non può compiersi a Glasgow e così decide di tornare in Nicaragua, al servizio della rivoluzione e alla ricerca dell'amato Antonio. A seguirla è George, che accetta di mettere a repentaglio la propria vita pur di sostenere la donna che ama, sebbene sia consapevole che Carla non gli apparterrà mai. 
La pellicola può essere divisa in due parti ben distinte. La prima si svolge interamente a Glasgow ed è la più riuscita. Qui Loach veste i panni dell'indagatore dell'animo umano e costruisce una storia d'amore di rara potenza, regalando inquadrature di grande espressività e lirismo. Il secondo tempo ha inizio con l'arrivo a Managua ed è una fedele narrazione della guerra civile che ha insanguinato il Nicaragua fino al 1990. Il clima cambia repentinamente, la violenza prende il sopravvento e la spensieratezza della prima parte cede il passo alla strisciante tensione della guerriglia. Loach mette in scena il contrasto tra il popolo e i controrivoluzionari, in una visione quasi manichea che contrappone la dignità e bontà d'animo del primo alla spietatezza dei secondi. Dicevo all'inizio dell'articolo che il regista inglese non manca di coraggio e non teme di farsi nemici potenti. La sua onestà intellettuale brilla particolarmente in questo film, in cui viene denunciato il ruolo che la C.I.A. ebbe nelle oscure vicende del Nicaragua. Gli americani, per ovvie ragioni, sostenevano, addestravano e armavano i Contras, i sanguinari gruppi armati controrivoluzionari che si opponevano al governo sandinista macchiandosi di orrendi crimini. Nulla viene taciuto o edulcorato; anzi, la telecamera di Loach indugia sulla spietata verità. I Contras, appoggiati dagli americani, attaccavano le fattorie e i villaggi rurali di notte, colpendo le scuole, gli ospedali, i circoli socialisti e tutti i centri di aggregazione in cui si andava formando la nuova e libera società nicaraguense. 
Il film nella seconda parte assume una narrazione quasi didascalica, da documentario. A un certo punto lo spettatore è disorientato; la storia smarrisce la sostanza poetica che permeava la prima parte e diventa il veicolo di un'ideologia. La vicenda di Carla e George, che dovrebbe essere il filo conduttore, passa in secondo piano, si ha l'impressione che sia soltanto il pretesto per lanciare un j'accuse contro la C.I.A. e l'amministrazione Reagan. A distanza di venticinque anni dalla sua uscita, è questo il limite più evidente della pellicola. Il giudizio complessivo, però, è tutt'altro che negativo. Loach si muove con abilità in un terreno scivoloso dove albergano la passione amorosa e la lotta politica, apparentemente inconciliabili. Ne esce fuori un film d'amore esemplare e credibile, sublimato dalla sofferta e umanissima scelta di George, che accettando la perdita della donna amata dimostra la purezza del suo sentimento
Al di là dei limiti evidenziati, consiglio la visione della pellicola. Anzi, dirò di più, La canzone di Carla è l'opera che suggerirei a chi volesse iniziare a prendere confidenza con il cineasta di Nuneaton. In questo film sono infatti racchiusi i (tanti) pregi e i (veniali) difetti di Ken Loach: la capacità di conferire sostanza poetica a storie di periferia, la lotta contro razzismo e pregiudizi, l'incrollabile e a volte ingenua fiducia nel sol dell'avvenire.

14 aprile 2021

"Strade blu" di William Least Heat-Moon: la vita vera scorre ai margini

Prima o poi capita a tutti di provare l'impellente bisogno di sparire per un po' di tempo dalla circolazione, per fuggire dallo stress, dall'ansia, dai problemi familiari e di lavoro. Pochi lo fanno per davvero, il senso del dovere e le responsabilità bloccano i più. William Least Heat-Moon, invece, rimasto improvvisamente senza moglie e disoccupato, seppe cogliere la palla al balzo. Nel marzo del 1978, dopo aver appreso che la moglie intendeva chiedere la separazione, caricò l'essenziale sopra un furgone Ford e partì per un itinerario circolare di tre mesi. Da Columbia, nel Missouri, girò gli Stati Uniti in lungo e in largo, in completa solitudine. 
Strade blu è l'appassionante resoconto di quella irripetibile esperienza di vita. Il libro fu inizialmente rifiutato da nove editori, per essere infine pubblicato da Little Brown con grande successo. Si pensi che la prima edizione rilegata di duecentotrentamila copie andò in breve esaurita, al punto che il romanzo fu ristampato in edizione economica con oltre un milione di copie vendute. A distanza di quarant'anni, può essere considerato un classico contemporaneo della narrativa on the road
Il viaggio pianificato da Heat-Moon aveva un'unica regola: seguire esclusivamente le strade secondarie, evitando le cosiddette Interstate. Nel complesso sistema della viabilità statunitense, le Interstate sono le nostre autostrade: larghe, infinite e trafficate, hanno contribuito a costruire l'immaginario collettivo americano, grazie soprattutto al cinema. Al di fuori del circuito delle Interstate Highways, c'è una viabilità secondaria che attraversa il territorio statunitense tagliato fuori dalle grandi rotte del traffico, che per questa ragione ha mantenuto salda la propria identità. Nelle antiche cartine stradali d'America, le strade secondarie erano tracciate in blu, mentre le autostrade erano segnate in rosso: da qui il titolo del romanzo. Le strade blu sono le arterie, le vene e i nervi che percorrono il corpo di un'America periferica e dimenticata, ricca di paesaggi straordinari e di personaggi indimenticabili. Non c'è itinerario migliore per conoscere il vero volto degli Stati Uniti, per risalire quasi alle radici dell'appartenenza e di un senso di comunità che altrove va sparendo. 
«Per quanto mi riguardava, le 42.500 miglia di autostrade larghe e diritte potevano anche andare all'inferno; io preferivo viaggiare sui tre milioni di miglia costituite dalle strade rurali americane, strette, tortuose e a due sole carreggiate, quelle cioè che portano a Podunk e Toonerville, tra i campi, i boschi, i piccoli borghi, gli stagni, le stazioncine sperdute, i punti panoramici e i paesini.» 
La breve citazione contiene in nuce il senso profondo del libro, che è la trascrizione dei taccuini di viaggio che l'autore compilava la sera, prima di addormentarsi nel retro del suo furgone, ribattezzato Ghost Dancing. Quali che fossero le ragioni del pazzesco itinerario, Least-Moon le utilizza solo come pretesti, senza addentrarsi troppo (o per nulla) in considerazioni filosofiche o divagazioni intellettualistiche. A lui interessano le strade, i bar e le osterie, la storia dei luoghi che attraversa, i pensieri della gente che incontra, anche le chiacchiere e gli sproloqui delle persone semplici. Eppure, assemblando tutti i pezzi e le considerazioni sparse tra le pagine, si arriva a comprendere lo spirito di un'America pura e profonda, che cerca nei limiti delle sue possibilità di resistere alle sirene del progresso e della globalizzazione
William Least Heat-Moon intraprese il viaggio per scacciare il malessere e riordinare le idee, perché «un uomo che non riesce a far quadrare le cose può sempre levare le tende». La partenza come fuga, dunque, l'allontanarsi dalle ansie del quotidiano per ritrovare una parte di sé. Andando oltre, e senza il timore di dire una banalità, si potrebbe affermare che la scoperta di un Paese recondito segue di pari passo la scoperta di sé. Per lo scrittore statunitense, riprendere in mano la propria identità significa in primis ricalcare le orme dei suoi antenati, costretti a migrare verso Ovest a causa della cupidigia dei bianchi che avevano invaso le terre abitate da millenni dai nativi. Il romanzo non lesina amare riflessioni sulla condizione degli indiani, sul razzismo, sul consumismo sfrenato, sul mito della proprietà privata e sull'ansia del possesso. Ciononostante, la narrazione non cede a tentazioni politiche o ideologiche, mantenendosi anzi leggera e piacevole dall'inizio alla fine. 
La scrittura di Heat-Moon, densa e particolareggiata, calza perfettamente su un'opera che va gustata a tappe, con la giusta lentezza e disposizione d'animo. Talvolta le lunghe carrellate di luoghi e personaggi rendono monotoni alcuni capitoli; è questo forse l'unico difetto. Eppure, nonostante le quasi cinquecento pagine, il libro scorre agevolmente, come le ruote del Ghost Dancing sull'asfalto consunto delle strade blu d'America. Consigliato soprattutto in questo periodo di limitazione della mobilità.
Copertina dell'edizione Einaudi del 1995

3 aprile 2021

Attraverso il deserto emotivo: "Un cuore in inverno"

Filofobia è un termine che a molti non dice nulla. Persino il suo significato, ossia la “paura di amare”, rimane oscuro alla maggioranza delle persone, sconcertate al solo pensiero che il sentimento per eccellenza possa generare ansia e timore, attivando meccanismi di fuga ed evitamento. In parole povere, la filofobia è l'atteggiamento di chi matura un terrore per le relazioni, la paura di “cadere” nell'amore (“to fall in love”) e perdere il controllo e la libertà. Non è un modo di dire, un atteggiamento filosofico o narcisistico, ma una vera e propria fobia. La tematica è stata talvolta affrontata al cinema, sempre con superficialità. Di solito c'è un confortante lieto fine in cui il protagonista “guarisce” e si butta a capofitto in una relazione a cui inizialmente era ostile. Niente di più falso, o almeno niente di più inverosimile. 
Un cuore in inverno (1992), per la regia di Claude Sautet, è invece una pellicola di disarmante realismo, che non offre soluzioni consolanti; la filofobia ne è il tema portante, sebbene non venga mai espressamente menzionata. Protagonista è Stéphane – interpretato da un eccellente Daniel Auteuil –, un liutaio quarantenne che fa del lavoro l'unica ragione di vita. Gestisce un laboratorio di liuteria assieme al socio Maxime, da cui diverge per lo stile di vita e l'atteggiamento verso le donne. Stéphane è solitario, equilibrato, riservato, morigerato nei costumi e nelle parole; vive nel retro del laboratorio e da anni ha rinunciato alle relazioni. Maxime è l'esatto opposto: è un gaudente e traditore seriale, abituato al bel mondo e alle belle donne. I due non sono amici, semplicemente soci. Nella dimensione del lavoro hanno trovato un perfetto equilibrio: Maxime è la mente e Stéphane il braccio, il primo procaccia clienti e il secondo li soddisfa. Questo meccanismo apparentemente immutabile entra in crisi quando l'ultima fiamma di Maxime, la bella violinista Camille (Emmanuélle Beart), si innamora inaspettatamente di Stéphane, scontrandosi amaramente con l'incapacità di amare del liutaio. Le parole di quest'ultimo sono una pietra tombale sulle speranze della ragazza. 
«Vuoi a tutti i costi che io sia come tu immagini, un'altra persona, ma io sono come sono.» 
Stéphane è circondato dall'amore degli altri, che si manifesta in tutte le forme: coppie che litigano, che si sposano, si lasciano, si sostengono fino alla morte. Eppure lui resta imperturbabile di fronte a queste vicende, che non possono riguardarlo. Lo sguardo di Sautet non è mai invasivo, si concentra su sottotrame che evidenziano per contrasto il deserto emotivo del protagonista: memorabile in proposito la scena al caffè, con la coppia che prima litiga e poi si riappacifica sotto gli occhi critici e disincantati di Stéphane. Ho detto che la pellicola non regala il classico lieto fine, ragione in più per alzare il voto complessivo. Il muro che Stéphane ha frapposto tra sé e gli altri è invalicabile, troppo rigido il gelo del suo cuore.  
Un cuore in inverno è un film quasi dimenticato, anche se all'epoca incontrò il favore di pubblico e critica: alla Mostra del cinema di Venezia del 1992 si aggiudicò il Leone d'argento e il Premio speciale alla Regia. È una pellicola lenta, nel senso positivo del termine: poche parole, tanti sguardi, un'unica scena sopra le righe (lo schiaffo di Camille a Stéphane). Non a caso il film è stato girato quasi interamente negli interni, per dare maggiore profondità agli intensi primi piani dei protagonisti. Un appartamento, i bar, lo studio di registrazione e il laboratorio di liuteria fanno da sfondo a una vicenda amara e malinconica, che tuttavia non cade nel facile piagnisteo o nel rimpianto. Sautet posa uno sguardo carezzevole e delicato sui suoi personaggi, ma delicatezza non significa superficialità; anzi, il regista francese rovista così profondamente nell'animo tormentato dei protagonisti, che tutti ne escono svuotati, nudi, ammantati solo dalle loro umane debolezze.
La locandina italiana

23 marzo 2021

"Coral Glynn" di Peter Cameron: un giorno questo dolore troverà un senso?

Ci sono libri volutamente ambigui, dal sapore incerto. Terminata la lettura, risulta difficile esprimere un giudizio definitivo, si è dubbiosi sul come rispondere alla domanda più classica e banale: mi è piaciuto oppure no? Coral Glynn (2012), per quanto mi riguarda, rientra a pieno titolo nella categoria. Per giunta, come ho avuto modo di verificare, la mia non è un'opinione isolata; i lettori sono divisi e le recensioni oscillano tra recise stroncature, giudizi entusiastici, valutazioni incerte e dubitative. Molti lo paragonano ad altri lavori dello scrittore americano, giudicandolo inferiore. L'unico mio metro di paragone è costituito da Un giorno questo dolore ti sarà utile, letto qualche anno fa e presto dimenticato, nonostante sia considerato un libro di culto. Ritengo invece che Coral Glynn mi abbia lasciato un segno più profondo, forse proprio per la sua ambiguità, che lo rende difficile da classificare. 
La trama in sé non è particolarmente originale, anzi ha quasi il sapore del melodramma o del romanzo d'appendice. Coral ha poco più di vent'anni e da due è infermiera a domicilio; non ha nessuno al mondo, eccetto una zia con cui non ha rapporti. L'unica persona che ha amato, il fratello, è morto in guerra. Nella primavera del 1950 accetta l'incarico di assistere la signora Hart, gravemente malata e prossima alla fine. L'anziana vive a Villa Hart, una sorta di claustrofobico mausoleo dove tutto sembra asettico e immoto, ma basta aprire i cassetti per cogliere le tracce di una vita amara e dolorosa. Nella magione dimora anche il figlio della padrona di casa, il maggiore Clement Hart, un uomo reso solitario e spigoloso dalle ferite rimediate in guerra. Sarà lui a chiedere a Coral di sposarlo, più per alleviare le reciproche solitudini che per reale sentimento. Da questa improvvida proposta si scateneranno una serie di eventi che stravolgeranno l'esistenza dei protagonisti, fino al sorprendente finale. Questo è in parole povere l'intreccio, senza voler svelare troppi particolari. 
Cos'è allora che rende memorabile il libro? La risposta è semplice: i personaggi. Tutti, dai protagonisti alle figure di contorno, sono caratterizzati da una irresolutezza profonda e invincibile, che impedisce loro di orientarsi verso il meglio negli affetti, nelle scelte di vita, negli ideali. Sono figure tridimensionali, più sfaccettate dei caratteri da feuilleton. Sebbene siano degli irrisolti, non hanno la maturità di cercare una strada che li elevi, ma si arrendono passivamente alla loro condizione (Coral), o al massimo cercano artificiosamente e senza convinzione di mutarla (Clement). C'è poi chi arriva finanche a forzare la propria natura (Robin), o chi nasconde il proprio fallimento dietro un'esistenza di facciata (Dolly). Sono figure amare e grigie, che non trovano nell'amore una forza consolante per andare avanti e dare un senso all'esistenza; anzi, è proprio nel mettere alla prova i propri sentimenti che sperimentano il senso profondo del fallimento. Coral è l'emblema di questa triste condizione umana; è un personaggio novecentesco, che si lascia vivere senza domandarsi le ragioni di ciò che le accade intorno, salvo qualche slancio emotivo che non va al di là della sterile vendetta o della negazione immotivata di una serenità a portata di mano, che tuttavia non sa comprendere né afferrare. È dunque scontato che personaggi così volubili e poco incisivi siano destinati a cozzare contro il muro di una realtà spietata, che non ammette incertezze e disincanto. Il finale è all'apparenza consolatorio, sembra volerci dire che il dolore è una tappa intermedia nel tragitto per la realizzazione di sé. Ma è davvero così, oppure avanzano ombre anche sull'apparente serenità infine raggiunta dai personaggi? La risposta non è data, spetta a ciascun lettore cercarla. 
Coral Glynn è un romanzo che si legge tutto d'un fiato, soprattutto perché Cameron ha preferito i dialoghi secchi alle lunghe descrizioni. E tuttavia non sfuggirà al lettore attento che proprio nelle parti descrittive vengono raggiunti i punti più alti del libro, mentre i discorsi dei personaggi hanno sovente accenti manieristici, quasi grotteschi, che li rendono poco credibili. Una storia del genere, dai marcati tratti drammatici, potrebbe rendere bene sul grande schermo, e anzi forse ne guadagnerebbe in espressività. Un consiglio ai registi: fateci un pensiero!

10 marzo 2021

"Un album poetico, romantico, emotivo": intervista a C.F.F. e il Nomade Venerabile in occasione dell'uscita di "E sia"

C.F.F. e il Nomade Venerabile è una delle formazioni più interessanti e originali del panorama musicale indipendente degli ultimi vent'anni, soprattutto per la capacità di unire generi diversi, dalla new wave alla tradizione cantautoriale italiana. Il prossimo 15 marzo uscirà l'ultimo loro disco, intitolato semplicemente E sia. Si tratta dell'ottava pubblicazione della formazione pugliese, tra LP, EP e raccolte. Come dichiarato nel comunicato stampa ufficiale, «l'album raccoglie e mescola le diverse influenze dei componenti dei C.F.F. e il Nomade Venerabile (new wave, post punk, musica d'autore, indie rock e musica elettroacustica) e si divide idealmente in due facciate: il lato A, contenente quattro canzoni di natura acustica; quello B, che ne contiene altre quattro ma di stampo elettrico ed elettronico». 
Da segnalare la presenza di un ospite d'eccezione: Andrea Chimenti, che impreziosisce con la sua voce il brano La veglia. Inoltre, tutti i titoli e i testi delle otto nuove canzoni sono tratti da una silloge della poetessa Grazia Procino, a voler rafforzare la commistione tra diverse forme d'arte. I C.F.F. hanno adottato una scelta controcorrente, preferendo stampare il disco in sole trecento copie, nonché di non pubblicare le canzoni sulla rete per il download o l'ascolto in streaming. Una decisione che dimostra la volontà di perseguire una linea coerente: preferire il supporto fisico e caldo a quello immateriale e freddo. 
È possibile prenotare l'album scrivendo a ventunonervi@libero.it
L'imminente pubblicazione di E sia è stata anche l'occasione per scambiare due chiacchiere con Vanni La Guardia (voce e basso), Anna Maria Stasi (voce, scenografie), Anna Surico (chitarre e synth) e Guido Lioi (batteria e percussioni), che ringrazio per la disponibilità.

Domanda. Inizio con una curiosità. Se non sbaglio, il vostro precedente album, Canti notturni, era stato licenziato semplicemente a nome C.F.F. Adesso ritorna "Il Nomade Venerabile"; posso chiedervi il motivo di questa scelta?

Risposta (Vanni). Sì, non sbagli. Nel 2014 si è aperta una parentesi, nella storia dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, che necessitava di un abbreviamento del nome, in considerazione del fatto che, da quell'anno fino a tutto il 2018, ci siamo ridotti a un trio elettroacustico che, oltre ad avere rivisitato in quella chiave parte del repertorio dei C.F.F. e il Nomade Venerabile, ha pubblicato l'EP Al cuore e l'album Canti notturniÈ stata certamente una parentesi felice, ricca di nuovi incontri molto stimolanti, umanamente e professionalmente, di numerosi concerti, di palchi importanti e premi prestigiosi (su tutti, ricordiamo sempre con particolare emozione la vittoria del “Premio Pierangelo Bertoli”); tuttavia, con l'ingresso in formazione del batterista Guido Lioi (ex One Way Ticket), ci è sembrato naturale tornare al nome esteso e recuperare anche i lati più elettrici, distorti e punk-wave dei nostri background musicali.


D. Già in Canti notturni era evidente il rapporto tra musica e poesia, riproposto in maniera ancora più evidente nel nuovo lavoro. Quanto è importante per i C.F.F. la commistione tra diverse forme d'arte?

R. (Anna Maria). In un progetto come il nostro la multidisciplinarietà è congenita, è parte essenziale della nostra identità. Ci siamo sempre sentiti un po' stretti nelle maglie della sola forma-canzone, i nostri percorsi creativi e compositivi finivano inevitabilmente per traboccare in altri campi. Così abbiamo fatto di questa esigenza espressiva la nostra cifra stilistica. Fin dagli esordi, nel 1999, abbiamo portato sul palco video-installazioni e teatro-danza, affidando ad una performer, membro della formazione a tutti gli effetti, al pari di voce e strumenti, il compito di “dare corpo” ai testi delle nostre canzoni. Abbiamo inoltre musicato la poesia Spleen di Charles Baudelaire nella canzone intitolata Un jour noir contenuta nell'album Lucidinervi, abbiamo scritto e suonato dal vivo le musiche di scena per lo spettacolo Il mio inv(f)erno...vita da zingaro sulla storia del pugile sinti Johann “Rukeli” Trollmann che osò sfidare il regime nazista, passando da campione dei pesi medi a deportato nel lager di Neuengamme. Alla sua vicenda è, tra l'altro, ispirato il testo della canzone Come fiori contenuta in Canti notturni. Ci fa piacere ricordare inoltre che, proprio di recente, la cooperativa sociale “Progetto promozione lavoro”, che si impegna nella promozione ed ideazione di progetti artistici rivolti alle persone diversamente abili, nell'ambito del progetto “Musical-Mente: Sfumature Sonore”, ha lavorato sulla nostra rilettura di Ho visto Nina volare di Fabrizio De André, con la partecipazione dei cari amici Yo Yo Mundi. Gli ospiti della cooperativa hanno guardato il videoclip di animazione della canzone, realizzato da Ivano A. Antonazzo, realizzando degli elaborati, sulla base delle suggestioni ricavate da immagini e testo. La commistione migliore resta sempre quella tra l'arte e la vita.


D. Se doveste definire questo nuovo album con tre aggettivi, quali usereste?

R. (Anna). Poetico, perché i testi dell'intero album, per la prima volta, sono delle vere e proprie poesie tratte dalla raccolta E sia (da cui prende il nome anche l'album) della poetessa Grazia Procino. Romantico, perché gran parte delle suddette poesie sono canti d'amore di una bellezza struggente ed i suoni e le melodie che li accompagnano, soprattutto nella prima parte dell'album (il lato acustico), avvolgono ed amplificano questa attitudine romantica. Emotivo, perché questo album è figlio di un tempo strano, vuoto, fermo. Un anno fa non immaginavamo neanche lontanamente uno scenario del genere. 


D. La veglia è impreziosita da Andrea Chimenti, tra le voci più intense della new wave, e più genericamente del rock nostrano. Com'è stato lavorare con lui?
R. (Vanni). La partecipazione di Andrea Chimenti nel brano La veglia è nata in punta di piedi, per poi travolgerci emotivamente. Da quando lo abbiamo composto, abbiamo immaginato il suo meraviglioso timbro, lo trovavamo particolarmente consono alle atmosfere musicali e alle parole del testo, al punto che ci sembrava di sentirlo cantare! Una mattina mi sono deciso a scrivergli, allegando alla e-mail il file audio del brano e chiedendogli se avesse avuto piacere di aggiungere la sua voce. Sarei stato molto felice anche soltanto di un suo parere, anche perché era la prima persona che lo ascoltava, oltre a noi del gruppo. Mi ha presto risposto che il brano era bellissimo e che accettava subito, senza nulla in cambio, sottolineando quanto fosse (e sia) importante supportarsi a vicenda, tanto più in un periodo complicato e difficile come quello che stiamo attraversando. Senza retorica alcuna, posso tranquillamente affermare che quando abbiamo ascoltato per la prima volta la sua voce su La veglia, ci siamo commossi. Andrea è un artista straordinario ed eclettico, oltre ad essere una persona dalla sensibilità speciale e preziosissima.

D. Questo periodo è durissimo per chi vive di musica, perché le occasioni di suonare dal vivo si sono praticamente azzerate. Come state vivendo, come band, questa lunga emergenza?

R. (Guido). La stiamo vivendo di certo non bene. Per noi artisti è fondamentale potersi esibire di fronte ad un pubblico, perché è proprio sul palco che il lavoro di mesi trova la sua massima espressione. Ci auguriamo di poter ritornare a calpestare quei tappeti e quelle pedane il prima possibile, per noi è una necessità. Non parliamo poi dei problemi di natura economica che tutti gli operatori del settore stanno subendo. La situazione è davvero precaria, è difficile vivere senza sapere cosa succederà nel prossimo futuro e in attesa di fantomatici sussidi che sembrano più un'elemosina. Non ci resta che sperare che lo sforzo che noi tutti stiamo facendo possa riportarci al più presto alla “normalità”.

C.F.F. e il Nomade Venerabile (2021)

3 marzo 2021

La nuova alba di Martin Mystère

Nel 2022 Martin Mystère taglierà l'invidiabile traguardo dei quarant'anni. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal lontano aprile 1982: il Paese è cambiato (in peggio), il mondo si è trasformato e anche Martin si è evoluto, senza perdere i caratteri che lo hanno reso celebre. A quasi otto lustri dallo storico esordio in edicola, la testata è arrivata al n. 373, dopo un cambio di periodicità con l'albo 279, che ha segnato il passaggio alla bimestralità. A distanza di quindici anni dal primo cambio di periodicità, Alfredo Castelli ha annunciato per questo 2021 un ritorno alle origini. Nelle anticipazioni apparse sul sito della Bonelli, infatti, il creatore della serie ha ufficializzato che si tornerà alla mensilità a partire dal numero 375 di maggio, nel classico formato bonelliano di 98 pagine. Si tratta di una notizia splendida per lo zoccolo duro dei fan della prima ora, a cui Castelli si rivolge apertamente, parlando di “bei tempi andati” e “mysteriofili”. La rotta sembra tracciata, chiara è l'intenzione da parte della Casa editrice di non rincorrere tanto i nuovi lettori, preferendo fidelizzare i vecchi, che da diverso tempo invocavano una linea editoriale coerente con la tradizione e al tempo stesso votata al futuro. In tal senso depone la scelta di proseguire la numerazione, anziché ricominciare da capo. 
Il ritorno alla mensilità, e dunque presumibilmente alla suddivisione delle storie in due albi anziché in uno autoconclusivo, non è l'unica novella. Lo dimostrano i due albi preparativi al cambio di periodicità, il numero 373 attualmente in edicola (intitolato Incubi!) e il seguito che uscirà il 10 aprile (Il ritorno della dea). Non si tratta di piccoli cambiamenti, ma di un drammatico stravolgimento: Java è stato ucciso e il suo assassino è Martin! Prima dell'uscita dell'albo la notizia era già trapelata da fonti ufficiali, sebbene molti fossero scettici e parlassero di una finta morte, di un equivoco, di una prevedibile resurrezione, o addirittura che si trattasse di un sogno e non di realtà. Nelle anticipazioni, Castelli ha sgombrato il campo da ogni equivoco, precisando che «i proiettili sono veri, il sangue è vero, il cadavere è vero, l'obitorio è vero, il riconoscimento è vero, la confessione di Martin è vera, e così lo sgomento e l'incredulità degli amici». Tutto confermato dalla lettura della storia, che lascia anche noi lettori sgomenti e increduli, addolorati per la perdita dell'amato neandertaliano e preoccupati per le sorti di Martin. Nulla aggiungo rispetto a quanto era già stato annunciato, per non rovinare la sorpresa. 
Sono un lettore assiduo della testata e non ho mai pensato di abbandonarla, sebbene negli ultimi anni alcune storie non mi abbiano convinto; eppure devo riconoscere che la trepidazione con cui attendo le novità in arrivo va al di là dell'incondizionata fedeltà al personaggio. C'era la necessità di una svolta, anche nel senso di un ritorno alle origini, come concorderanno quasi tutti gli appassionati. Sembra che gli appelli siano stati ascoltati: la partenza di Incubi! è già col botto e lascia presagire esiti inaspettati. Quel che ci aspetta non possiamo saperlo, perché “the future is unwritten”, come diceva Joe Strummer. Finora i segnali sono molto positivi, a partire dal prossimo futuro della periodicità mensile, che se non altro manterrà viva la suspense e raddoppierà il piacere delle visite in edicola.

24 febbraio 2021

"La mente in musica" di Annalisa Balestrieri: le infinite potenzialità dell'ascolto

Qual è l'importanza della musica nella vita di ciascuno di noi? È una domanda semplice, dalla risposta intuitiva: difficilmente qualcuno risponderà “poco” o “nulla”, perché la musica scandisce ogni momento della giornata, o quasi. La ascoltiamo in auto, distrattamente come sottofondo al supermercato, come colonna sonora di un film, quando facciamo sport. Per qualcuno la musica è addirittura un lavoro, altri spendono cifre considerevoli per acquistare un disco raro o un impianto hi-fi degno di questo nome, altri ancora si limitano ad accendere la radio senza prediligere un genere particolare. Insomma, i modi, i tempi e le finalità della fruizione della musica sono innumerevoli e diversi da persona a persona, eppure ci sono degli aspetti comuni a tutti. L'agile saggio La mente in musica, di Annalisa Balestrieri, si propone l'ambizioso obiettivo di analizzare i processi mentali ed emotivi che si mettono in moto con la musica, o che l'ascolto di una melodia stimola e finanche accresce. 
Il sottotitolo del volume è esplicativo: Come reagisce il cervello all'ascolto della musica. Emozioni, mente e musica sono dunque le chiavi di lettura del libro, le tre parole che delineano i vertici di un ideale triangolo, i cui lati sono formati dalle connessioni esistenti tra le tre dimensioni. L'Autrice precisa in proposito di voler gettare «uno sguardo generale sul rapporto che lega l'uomo all'ascolto di una melodia, vuole mettere in luce le potenzialità dell'ascolto e dare delle risposte alle domande che possono insorgere». L'obiettivo che la Balestrieri persegue non è dunque semplicemente quello di rispondere alla domanda sul perché ci piaccia una melodia, ma indagare sulle reazioni che la musica produce nella sfera più intima dell'essere umano, quella psico-emotiva. Si legga in proposito il primo interessante capitolo, con un breve excursus sul rapporto tra uomini primitivi e musica. Ebbene, è straordinario scoprire come già agli albori della nostra specie il linguaggio musicale rispondesse a funzioni connotative dell'intera esperienza umana: il rapporto con la natura e le forze superiori, le emozioni basilari di paura, stupore, allarme, gioia.
Se dunque il codice musicale è produttivo di esperienze praticamente invariate nei secoli, c'è da chiedersi quale sia la ragione di una tale importanza. L'Autrice la identifica nel “linguaggio emozionale”, che connota il valore universale della musica. A differenza del “linguaggio razionale”, che può essere compreso soltanto da chi ne possiede le chiavi grammaticali/fonetiche, il linguaggio di tipo emozionale non è subordinato a regole immutabili, e soprattutto può essere decodificato senza bisogno di chiavi, persino in modo soggettivo e non univoco. È questa la ragione per cui, in parole povere, una ninna nanna produce la stessa sensazione di piacevole rilassamento a tutte le latitudini, oppure un pezzo punk trasmette energia e voglia di spaccare il mondo a persone appartenenti a contesti culturali e sociali eterogenei, se non addirittura antinomici. Il processo cosiddetto di “astrazione musicale”, che consente al nostro cervello di estrapolare un significato dal significante della melodia, ha dunque al tempo stesso un valore personale e universale. Ecco spiegato perché una stessa canzone può essere ascoltata nel chiuso di una stanza, ossia in una dimensione intima e crepuscolare, oppure cantata a squarciagola assieme a migliaia di altre persone allo stadio.
Le tematiche affrontate dal libro non sono sempre semplici, eppure la Balestrieri è abile nel tradurle in concetti alla portata di tutti, anche attraverso esempi concreti e rimandi a ricerche. La seconda parte del saggio affronta aspetti più pratici, egualmente interessanti: le preferenze musicali in ragione dell'età, della cultura, della confessione religiosa, dell'approccio all'ascolto. E ancora, il rapporto tra musica, sport, economia, scienza e marketing. Le argomentazioni squisitamente psicologiche cedono il passo a un'indagine di stampo sociologico, che è di particolare interesse perché pone l'accento sul quotidiano e sul presente, in cui si assiste a una sovraesposizione musicale, soprattutto in forza della portabilità del supporto (gli smartphone).
In conclusione, La mente in musica è una lettura agevole e interessante, che scorre piacevolmente – nonostante la specificità del tema – grazie a una scrittura di presa immediata, seppur sempre attenta al rigore scientifico. È
un lavoro di ricerca, ma non è destinato soltanto agli addetti ai lavori, perché la tematica affrontata si radica nell'esperienza quotidiana di ciascuno.

12 febbraio 2021

"Venti": l'annus horribilis secondo Giorgio Canali & Rossofuoco

Già il titolo dell'ultimo disco di Giorgio Canali & Rossofuoco richiama il 2020, anno di merda, per usare una parola cara all'ex chitarrista del Consorzio Suonatori Indipendenti. E in effetti, Venti (La Tempesta Dischi) è il suono e il linguaggio del nostro tempo, per quanto sgradevoli possano essere questo tempo e questo linguaggio. Venti è nato durante il lungo confinamento di marzo-maggio, quando i Rossofuoco hanno scambiato a distanza spunti e idee. È un album figlio del presente, concepito in smart working e non nell'immediatezza dello studio di registrazione. Come ha rilevato lo stesso Canali, è venuto fuori un disco doppio, «fra chitarre registrate da Stewie che era bloccato a Miami, batterie sarde riprese da Luca in studio e anche nell'orto, bassi bolognesi e parole e chitarre nate a Bassano del Grappa dove ho passato tutto il periodo di segregazione». Si potrebbe dire che è sviluppato sopra un paradosso, nel senso che si sente l'unità di fondo e il lavoro d'equipe, sebbene i musicisti non si siano mai ritrovati insieme a suonarlo. La formazione è quella consolidata: Giorgio Canali (voce e chitarra), Luca Martelli (batteria), Marco Greco (basso), Steve Dal Col (chitarra) e Andrea Ruggiero (violino). 
Il disco si apre con Eravamo noi, una tra le più intense canzoni scritte da Canali, da collocare in un'ipotetica top ten. È una ballata malinconica e amara, che in poco più di quattro minuti ripercorre magistralmente gli ultimi cinquant'anni di storia italiana, tra immagini forti e citazioni di cantautori dimenticati («eravamo noi a fare bella la luna»). La seconda traccia, Morire perché, è profondamente “canaliana”, come intuisce al primo ascolto chiunque conosca la discografia del chitarrista di Predappio. Si potrebbe dire, con le dovute differenze, che è una canzone a metà strada tra le dolorose divagazioni di Precipito e le accelerazioni di Ci sarà, per citare due classici del passato. Nell'aria, impreziosita dall'armonica, è una disincantata descrizione dei nostri giorni, del presente stravolto dalla pandemia e dalle sue conseguenze sociali, economiche e psicologiche. Canali non nasconde il suo punto di vista critico, come si evince in particolare dai seguenti versi: «nell'aria l'odore della paura / cancella il profumo dei fiori / e resta attaccato ai vestiti / una vita intera. / E si sa che a tarda sera / le storie dei mostri in tivù / spaventano di più». Si può discutere a lungo sulle sue posizioni, su quanto si avvicinino a certe visioni complottiste; difficile però negare la potenza, anche e soprattutto visionaria, di quando canta che «l'ultimo alito di disobbedienza civile / è sepolto con le museruole / in un unico grande funerale». La verve polemica prosegue con la tiratissima Inutile e irrilevante, che pure è attraversata da una sottile ironia; difficile non dare ragione a Canali quando ci avvisa che il «nemico un po' più grande» che abbiamo di fronte, rende per l'appunto inutile e irrilevante ogni altro mostro del passato, dal terrorista islamico al black bloc
Il disco prosegue con Acomepidì, una ballata semplice e d'effetto che a qualcuno ricorderà La solita tempesta, anche se manca la calda voce di Angela Baraldi; di certo, qualora l'avesse scritta un autore più in vista, oggi sarebbe in classifica. Si alternano poi brani combat-rock tra Bennato, Finardi e i Clash (Raptus e Circondati) e pezzi più malinconici e riflessivi (Meteo in cinque quarti e Vodka per lo spirito santo). D'altronde, Canali possiede una squisita vena poetica, che spesso nasconde dietro la maschera del polemista. Si ascolti in proposito la lenta ballata Requiem per i gatti neri, che in pochi minuti ci regala alcune immagini di devastante potenza: «e i turisti americani, / una birra in ogni mano / turbano il sonno dei poeti morti / con il loro accento osceno. / E la sirena dei pompieri / è un requiem per i gatti neri / che si portano sfortuna / e attraversano la strada / distratti dalla luna». Senza voler cadere nella trappola della recensione traccia per traccia, meritano però di essere citate almeno altre tre perle: Canzone sdrucciola, Come quando non piove più e Cartoline nere
Venti è la conferma delle doti di scrittura di Giorgio Canali, che tira fuori dal cilindro un album doppio con cinque o sei pezzi ai vertici della sua produzione. Il punto di forza è nella lucida capacità di raccontare il presente e il 2020 annus horribilis, senza abbandonare il riferimento della scuola cantautoriale italiana (e non solo); a riprova, il disco è infarcito di citazioni, da Lolli a Bennato, passando per Rino Gaetano, Finardi, Vasco Brondi e persino Bauhaus e Noir Désir. Inutile nascondere che non tutte le canzoni sono sullo stesso livello; a mio avviso ci sono episodi trascurabili, che danno l'impressione di essere un riempitivo (Dodici, Viene avanti fischiando, Raptus). Ritengo poi che la registrazione a distanza abbia un tantino penalizzato il suono; sarebbe interessante ascoltare le stesse canzoni suonate dal vivo, o comunque a studio in presa diretta, per scoprire particolari che altrimenti rischiano di passare sottotono. Di sicuro, Giorgio Canali e i Rossofuoco si confermano una delle realtà più solide del rock nostrano, tra i primi dieci per interpretazione della realtà e capacità di scrittura.
Giorgio Canali & Rossofuoco - Venti - La Tempesta Dischi (2020)

30 gennaio 2021

"Il vizio dell'agnello" di Andrea G. Pinketts: il Male indossa una maschera

Ho acquistato un altro libro di Pinketts dopo tanti anni dalla lettura de Il senso della frase, che all'epoca mi aveva colpito molto. Da allora avevo perso di vista lo scrittore milanese, né avevo seguito le sue fortune, anche televisive. Da quando ho appreso la triste notizia della sua morte, però, mi sono ripromesso di riprendere il discorso interrotto. L'occasione si è presentata qualche giorno fa, quando ho adocchiato una copia de Il vizio dell'agnello in uno dei chioschi di usato e remainders che ancora sopravvivono. Devo riconoscere che, a distanza di tanti anni, l'esperienza si è rivelata entusiasmante. Peraltro, sono legato a Pinketts da un aneddoto personale, per quanto minimo, avendo avuto occasione di parlare con lui al telefono. Fu gentile e mi dispensò preziosi consigli, dandomi la felice impressione di un artista autentico e disincantato nonostante il successo, come confermano le persone che gli sono state più vicine.
Il vizio dell'agnello (1994) è il secondo romanzo della lunga saga con protagonista Lazzaro Santandrea (o Sant'Andrea), dopo l'esordio di Lazzaro, vieni fuori (1991). Lazzaro, vero e proprio alter ego dell'autore, è un ventottenne con un passato turbolento, che si guadagna da vivere scrivendo qualche articolo da freelance o posando come modello per fotoromanzi softcore destinati al mercato estero. Da qualche tempo, però, ha aperto un'altra attività, ai confini della liceità. Sotto lo pseudonimo di dottor Totem, offre consulenze a persone con “problemi psicologici”, senza avere né il titolo né l'esperienza in una materia così delicata. Un giorno si presenta al suo studio – in verità la casa della nonna – una strampalata coppia di origini iugoslave, disperata perché la figlia Branka, un tempo bambina buona e obbediente, ha cominciato ad avvelenare per sadismo i piccioni di Piazza Duomo, fino a puntare alla preda più grande, l'uomo. È stata davvero Branka, ex bambina buona ora affetta dal “vizio dell'agnello”, ad avvelenare anche i due barboni morti in circostanze misteriose negli ultimi giorni? Lazzaro si trova coinvolto suo malgrado in un'indagine all'apparenza inestricabile. Al suo fianco gli strampalati amici di una vita: il neo tassista Duilio Pogliaghi e l'aspirante attore depresso Antonello Cairoli. Lazzaro e la sua cricca si muovono in una Milano ad alta gradazione alcolica, malinconica e poetica, una “città di pazzi e di cani”, in cui persino la violenza è riconducibile a gesto artistico. 
Colpisce la qualità della scrittura di Pinketts, dote rara in un autore “di genere”. Accade spesso che, chi si cimenta nel giallo, il noir o l'hard-boiled, prediliga la trama rispetto allo stile, concentrandosi sull'intreccio a discapito della forma. È questo il motivo per cui il poliziesco e la fantascienza sono stati a lungo snobbati dalla critica e dai lettori più intransigenti. Pinketts, invece, era uno scrittore vero, prestato a un genere. L'aveva capito Fernanda Pivano, che lo elogiò pubblicamente con parole di stima: «caro Pinketts, mio caro giovane pazzo amico, quanto sei bravo!». Il vizio dell'agnello ne è la prova. Pinketts ci restituisce con vivide pennellate gli umori di una Milano nevrotica e nera, i dolori di un'epoca, la fine degli anni Ottanta, che oscilla tra gli ultimi palpiti di un mondo che fu e l'avanzare della contemporaneità scialba e impoetica. Lo fa con una scrittura moderna, senza retorica e agile, eppure priva degli eccessi “giovanilistici” che caratterizzeranno parte della produzione letteraria nostrana degli ultimi vent'anni. Questa cura nello stile e nella ricerca delle parole, unitamente alla costruzione di dialoghi credibili e articolati, sebbene a tratti surreali, accomuna lo scrittore milanese a un altro autore di razza che ci ha lasciati troppo presto, Pier Vittorio Tondelli. 
Pinketts descriveva un mondo che conosceva bene, la Milano dei quartieri a ridosso del centro storico, divisi tra l'antica vocazione popolare e il richiamo borghese del lusso e del successo. I suoi personaggi si muovono in teatri, cinema di seconda categoria, appartamenti signorili in palazzi decadenti e soprattutto bar, caffè, pub, locali notturni, vinerie, mescite. Pinketts descrive l'atmosfera in cui è cresciuto e diventato uomo. Non è un caso, poi, che questo sia un romanzo dove hanno un ruolo centrale le madri, mentre sono del tutto assenti i padri. Si tratta di un ulteriore richiamo autobiografico, come ben sa chi conosce il simbiotico rapporto tra lo scrittore e la mamma, ribadito anche in una delle sue ultime interviste. 
Non solo consiglio vivamente la lettura del romanzo, anche e soprattutto a chi non è un amante del noir, ma mi sento di suggerire l'acquisto in blocco del trittico iniziale della saga di Lazzaro Santandrea. Lazzaro, vieni fuori, Il vizio dell'agnello e Il senso della frase sono romanzi freschi e divertenti, espressione del talento smisurato di uno degli ultimi scrittori di razza. 

16 gennaio 2021

I fantasmi romani di Eduardo e Mastroianni

Roma, primi anni Sessanta. In un avito palazzo del centro storico vive il sessantacinquenne principe Annibale di Roviano (Eduardo De Filippo), erede di un'antichissima stirpe che annovera tra le sue fila notabili e cardinali. Nel palazzo è persino conservata una “sedia papale”, a ricordo delle passate visite dei pontefici. Don Annibale però non se la passa bene: pur mantenendo ostinatamente il suo orgoglio principesco, possiede pochissime sostanze, appena sufficienti per pagare un portiere tuttofare e per il quotidiano pasto al ristorante. Il Paese si sta trasformando, sono gli anni del boom economico; di pari passo con il declino delle famiglie nobiliari c'è la rapida ascesa di un'imprenditoria moderna, scaltra, disposta a tutto pur di fare quattrini. Il decadente palazzo dei Roviano, posto com'è al centro di Roma, diventa l'obiettivo di immobiliaristi senza scrupoli, che vorrebbero raderlo al suolo per costruire un supermercato con annesso garage coperto. Don Annibale non è disposto a cedere alle sirene del progresso e si rifiuta di vendere il palazzo, nonostante le generose offerte. La sua ostinazione ne accresce la fama di uomo strampalato, già consolidata per via dell'abitudine di parlare da solo, o meglio, con invisibili presenze che lui chiama “fantasmi”. 
Nonostante lo scetticismo che lo circonda, don Annibale ha ragione. Egli non è solo, perché nel palazzo si aggirano gli spiriti di quattro suoi antenati morti in modo violento, che per questo motivo sono destinati a vagare in eterno negli stessi luoghi in cui hanno vissuto, senza poter raggiungere la pace eterna. Sono il fratello Poldino (morto da bambino), Fra Bartolomeo (Tino Buazzelli), Reginaldo (Marcello Mastroianni) e l'ingenua Flora (Sandra Milo). Nessuno li può vedere, ma i quattro aleggiano ancora nel mondo dei vivi, potendo finanche intervenire nelle vicende umane, sia pure in modo limitato. Sono fantasmi buoni, numi tutelari della casa, che hanno mantenuto i (tanti) vizi e le (poche) virtù di quando erano in vita. La loro placida esistenza post mortem, che da secoli corre lungo i soliti binari, viene però stravolta da un avvenimento imprevisto, che ne mette a rischio la permanenza nel prestigioso immobile. Pur di non essere “sfrattati” dalla secolare dimora, i quattro sono costretti a intervenire nel mondo dei vivi, con l'aiuto di un abile pittore, anch'egli un fantasma, interpretato da Vittorio Gassman. 
Fantasmi a Roma (1961), per la regia di Antonio Pietrangeli, è prima di tutto una commedia delicata e garbata, con molte gag e battute divertenti. La sceneggiatura, oltre che dallo stesso Pietrangeli, è firmata da Ennio Flaiano ed Ettore Scola. A contribuire alla riuscita del film è soprattutto il cast stellare: Eduardo caratterizza don Annibale di una profonda e ironica umanità, Mastroianni interpreta tre personaggi con istrionica maestria, Buazzelli e la Milo sono eccellenti comprimari. 
L'assenza di effetti speciali non rende meno credibile la storia, che anzi è sviluppata egregiamente pur nella povertà dei mezzi tecnici. I fantasmi sono resi con un espediente cromatico, una patina azzurrina che ne ricopre i volti e le vesti. È questa semplice differenza di tonalità, che come detto non necessita di effetti speciali, a segnare il distacco tra la vita e la morte. Si tratta di una soluzione semplice, forse persino pioneristica e artigianale, ma di grande efficacia. Il film rappresenta dunque il dualismo morte/vita senza esasperarlo, con toni leggeri: i morti coabitano con i vivi e sanno persino intervenire nelle vicende umane, orientandole verso il bene. Un messaggio se si vuole pacificatorio, o comunque rassicurante. Sarebbe però riduttivo classificare la pellicola come una commediola spensierata, senza approfondirne i risvolti di feroce critica sociale e dei costumi. Fantasmi a Roma è infatti un'arguta analisi dell'Italia del boom economico, sia pure mediata attraverso la lente del racconto fantastico. In primis, il film di Pietrangeli lancia i suoi strali polemici contro la cementificazione selvaggia, che tanti danni ha fatto al Bel Paese proprio a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Emblematica, a tal proposito, è la figura dell'ingegnere che vuole acquistare il palazzo dei Roviano per abbatterlo e costruirci un supermercato: i suoi idoli sono il progresso e il profitto, e ciò che li ostacola deve essere abbattuto a colpi di ruspa. Nel film si contrappongono dunque i due volti antitetici di Roma: il centro storico e la periferia, la culla del glorioso passato e l'emblema di un presente impoetico e scialbo. E ancora, la pellicola è un atto di accusa contro la burocrazia tentacolare, la corruzione, il dolo della classe dirigente di voler svendere le bellezze del Paese agli speculatori senza scrupoli. 
In conclusione, Fantasmi a Roma è un film che si presta a più letture: è adatto per le famiglie, ma al tempo stesso fa riflettere. La sua forza è nella semplicità della trama e nella straordinaria interpretazione di alcuni tra i più grandi attori del Novecento.
La locandina del film