25 gennaio 2015

"La conquista del Sud" di Carlo Alianello: il sangue dei vinti

«Siamo reazionari? Legittimisti? Vecchi? Decrepiti? No: soltanto amici della verità». Sono queste le parole che Carlo Alianello ha usato per descrivere la sua opera più controversa. Dopo essersi dedicato al grande romanzo storico – si ricordino L’alfiere e L’eredità della Priora – lo scrittore lucano si cimentò con la prova più difficile: scrivere un saggio, una controstoria del Risorgimento nell’Italia meridionale. Come viene raccontato dai suoi biografi, egli era uomo mite e intelligente, propenso alla polemica garbata e mai triviale. Eppure, queste pagine trasudano sdegno, forse per l’orrore di essere divulgatore di vicende che la storia ufficiale ha a lungo tenute nascoste.
Il saggio inizia con lo smascheramento della famosa lettera del 1851 di Lord Gladstone, quella che dipingeva le Due Sicilie come la negazione di Dio, astutamente divulgata in tutte le corti europee per creare odio, raccapriccio, imbarazzo. È questo il punto di partenza per riscrivere la storia risorgimentale; il politico inglese, che molto orrore destò con quelle righe, non aveva visitato alcun carcere del Regno, né aveva mai visto coi propri occhi ciò che scriveva con tanta supposta cognizione di causa. È la tecnica del mendacio, della “macchina del fango”, a voler usare un’espressione tanto in voga oggi.
La vera negazione di Dio, spiega Alianello, era nelle periferie industriali inglesi, negli slums di Londra, nella miserrima Irlanda in perenne carestia. I contadini del Sud, se non erano né ricchi né benestanti, vivevano in un “discreto bisogno”, uguale a quello di tutte le masse popolari dell’epoca.
Se si scava a fondo, si scopre il reale motivo di un’invasione lungamente premeditata: le mire inglesi sul Mediterraneo e sullo zolfo di Sicilia, il timore di un rafforzamento eccessivo dello Stato del Sud, il sospetto verso un Paese pacifico e chiuso in se stesso, che non aveva ambizioni coloniali e preferiva non immischiarsi nelle guerre che ciclicamente sconvolgevano lo scacchiere europeo.
Alianello inizia allora a raccontare la sua versione dei fatti, corredata da autorevoli fonti, continuamente citate. Spulcia le carte dei Tribunali, riporta stralci di sentenze, ci fa sapere che Re Ferdinando, passato alla storia come “Re Bomba”, commutò nella pena detentiva o nell’ergastolo tutte le condanne emesse contro i liberali ed i rivoluzionari, quando non concesse motu proprio la grazia.
Se invece nel Sud vi furono gravissime ingiustizie, queste avvennero sotto il “Re galantuomo” Vittorio Emanuele, che consentì stragi, torture, carcerazioni preventive senza termini finali, continui abusi dei diritti fondamentali, fucilazioni sommarie e processi fuori da ogni logica giuridica. E queste violazioni non erano sconosciute all’epoca, tanto che se ne parlò lungamente non solo tra gli spiriti più eletti del Parlamento di Torino, ma anche nelle assemblee legislative di Francia, Spagna e persino Inghilterra.
Lo scrittore lucano rovescia il giudizio consolidato, scrive un’opera calda e accorata, che rende onore ai vinti di Gaeta e accusa i conquistatori, loro sì negatori di Dio. Più che di scrittore, egli fa opera di avvocato, per convincere il Tribunale della Storia a cassare la mendace sentenza che ha trasformato le vittime in colpevoli, i patrioti in briganti.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ] 

20 gennaio 2015

Hare rama, hare Krishna: Ras Mandal Reggae

È uno dei dischi più presenti sui banchi polverosi dei mercatini dell’usato, ma rare sono le notizie che è possibile trovare sulla rete. Senza voler esagerare, si può affermare che Ras Mandal Reggae occhieggi un po’ ovunque sulle bancarelle d’Italia; si dice, ma non so se è vero, che l’Iskcon (casa discografica e centro culturale Hare Krishna) ne abbia stampate centinaia di migliaia di copie, distribuite porta a porta, oltre che attraverso i canali ufficiali. Dalle poche notizie reperibili, sembrerebbe che sia stato pubblicato anche in Francia, con il titolo di “Dasanudasa” e testi in inglese.
Non è nemmeno ben chiaro a chi vada attribuita l’incisione. È un disco di Claudio Rocchi, del duo Rocchi-Tofani, di un gruppo chiamato Ras Mandal Reggae, oppure un’opera di propaganda dell’Associazione internazionale per la Coscienza di Krishna? Forse è tutto questo. All’epoca, nei primi anni Ottanta, Tofani e Rocchi avevano aderito alla confessione religiosa indiana, e contribuivano a propagarne in Italia la dottrina, sfruttando la loro popolarità. Nel disco sono accompagnati da musicisti di tutto rispetto, come il batterista Mauro Spina (già nella band di Eugenio Bennato), e da altri di cui non abbiamo più tracce, come il bassista Kevin Douglas o il flautista Amyot.
Il clima dell’incisione è quello di un convivio festoso, dove l’impegno religioso (e politico) si stempera nella gioia collettiva. Inconfondibile la voce di Claudio Rocchi, mai sopra le righe, declamatoria come quella di un profeta.  
Il genere è già nel titolo: un dignitoso reggae di ispirazione religiosa, ma non di stampo rastafariano; è un canto elevato a Krishna, un invito ad abbandonare i beni materiali per seguire la spiritualità. Esemplare il testo de L’inganno, forse la traccia più felice.

Il trono è una poltrona,
il regno un letto e quattro mura.
Un corpo da godere messo al centro di un progetto di piacere.
Sono in pochi ad aver capito cosa siamo,
che le chiese sono i corpi che abitiamo,
che Dio è dentro nel cuore di ogni uomo.
Ma il Signore viene e fa il suo gioco,
ha più luce di un milione di giorni di sole
e il buio e l'ignoranza vanno via.
Tirando le somme, resta un lavoro divertente, senza troppe pretese, abbastanza resistente agli anni, che fa riflettere. Non è tuttavia imprescindibile; se proprio si dovesse scegliere, meglio acquistare Un gusto superiore, del duo Tofani-Rocchi. Ras mandal reggae è, al massimo, un utile completamento.
Una cosa però è certa: al giorno d'oggi, dischi così criptici e coraggiosi non se ne fanno più.

12 dicembre 2014

"Le rovine in attesa" alla trasmissione televisiva "La voce degli scrittori": il video integrale

La registrazione integrale della puntata di martedì 9 dicembre de “La voce degli scrittori”, dove ho presentato in anteprima Le rovine in attesa, è disponibile su You Tube, cliccando sul testo sottostante:
Desidero ringraziare il conduttore Michele De Angelis, tutto lo staff di Lazio TV e l’editore Danilo Bultrini per avermi dato la possibilità di partecipare.

4 dicembre 2014

Presentazione "Le rovine in attesa" su Lazio TV

Martedì 9 dicembre presenterò il mio romanzo di imminente pubblicazione, Le rovine in attesa, sull'emittente Lazio TV (ore 20:30, canale 12 del digitale terrestre), nella trasmissione "La voce degli scrittori", dedicata alla promozione delle nuove voci del panorama letterario italiano.


Martedì 9 dicembre, ore 20:30, Lazio TV (canale 12 digitale terrestre)


2 dicembre 2014

Per un Meridionalismo intelligente

Bisognerebbe rileggere Carlo Alianello (1901-1981), specie in questi tempi in cui il Meridionalismo, un tempo elitaria corrente di pensiero, viene ripreso a tutti i livelli, spesso con superficialità e senza piena cognizione di causa. E bisognerebbe riprendere in mano i suoi libri non solo per l’indiscussa qualità letteraria, ma perché ci raccontano quello che il Meridione è stato e continua ad essere, tratteggiando con precisione le peculiarità sempiterne di questo popolo.
Alianello aveva un grande talento narrativo, che per consapevole scelta politica decise di mettere al servizio dei vinti, di quelle genti “conquistate” (per dirla proprio con le sue parole) nel 1860. Il trittico di opere dedicato alla vicenda risorgimentale è composto da una raccolta di racconti, Soldati del re (1952), e da due romanzi corali, L’alfiere (1942) e L’eredità della Priora (1963), da cui furono tratti fortunati sceneggiati televisivi.
Ne L’alfiere vengono rievocati i convulsi giorni che precedettero la caduta del Regno delle Due Sicilie. Pino Lancia, il protagonista, è un soldato leale, che combatte in Sicilia ed a Gaeta, passando per Napoli. Il racconto, che inizia con l’arrivo dei garibaldini e si conclude con la resa della Cittadella assediata, ricostruisce in maniera precisa e vivida gli eventi principali di una guerra civile fatta di tradimenti e di viltà, più che di atti di eroismo. E il merito dell’autore sta proprio nel dare un volto e umanissimi sentimenti agli sconfitti, ricondotti alla primigenia dignità di uomini e donne. Eppure, nella sua ansia di raccontare il vero e non tacere nulla, Alianello non si rinchiude nella visione idilliaca di un Sud tradito, di una sorta di Eden violentato da un invasore selvaggio. L’autore è spietato nell’affermare che le responsabilità della conquista vanno ricercate, in primo luogo, nel modo d’essere dei meridionali. Dice in proposito un suo personaggio, il padre dell’alfiere Lancia:
«Brutta cosa, figlio mio, nascere napoletani. Perché siamo vecchi, figlio. Questo è un popolo vecchio: e perciò scettico, indulgente, pronto a transigere. Le grandi cose, le grandi virtù, gli ideali gli si sono logorati tra le mani in tanti secoli e han perduto quel lustro, quel brillio, quella certezza che attrae e fa smuovere la gente giovane. […] Questo popolo va in sfacelo per eccesso d’intelligenza. Tu gli dici patria, e lui vede il gendarme borioso, il magistrato venale, il funzionario traffichino, il generale traditore o vile e il Re beffato e truffato. Tutte facce dello stesso Pulcinella, tutta gente come lui, della sua pasta, che rispettare non può, ma a cui finge d’obbedire, per evitare guai. E ad un’idea astratta non ci crede: ad una patria, che non sia fatta d’uomini, non ci può nemmeno pensare. […] E lo Stato agli occhi suoi così si manifesta: un gran rubare, un gran mangiare, un immenso imbroglio, un traffico gigantesco di vergogne che va dal Garigliano alla punta del Faro.»
L’eredità della Priora è invece un’opera sul brigantaggio, che ci presenta il punto di vista degli irregolari, dei legittimisti datisi alla macchia. La brutalità del nascente Regno d’Italia è mostrata in tutti i suoi aspetti, senza nulla nascondere: ci sono le fucilazioni di massa, le condanne per un semplice sospetto, i corpi seviziati e lasciati in strada come monito, le tasse che stritolano i braccianti. L’unificazione ha tradito i suoi stessi ideali, trasformandosi in uno sfruttamento ancora più feroce e ingiusto, nella nascita di una colonia. E così uno dei personaggi del libro, acceso liberale, arriva amaramente ad affermare:
«Il fatto è che sotto i Borboni noi vi credevamo davvero fratelli. E per questa fratellanza abbiamo rischiato la forca, l’ergastolo, le galere. Non vi sapevamo ancora e non potevamo supporre, neanche io lo pensavo, che una monarchia ne valesse un’altra… Poesia, poesia. ‘A verità, l’Italia unita l’hanno voluta i letterati. Libertà, eguaglianza, fraternità. Guardatevi attorno e ditemi dove stanno. Voi siete venuti qua come dentro l’Africa selvaggia senza sapere niente e ancora v’ostinate a non voler sapere niente. E avete stabilito che siamo inferiori a voi soltanto perché siamo differenti. […] Avreste dovuto venire qua a portarci lavoro, istruzione, progresso… Non siete quelli che ci hanno redenti dalla barbarie borbonica? Almeno aveste portato la giustizia! E invece ve la siete sbrigata con quattro gendarmi e quattro avventurieri. […] Ma, se si potesse tornare indietro e ricominciare da capo… patti chiari, amicizia lunga…  Altrimenti non entrereste più con tanta facilità nel Regno di Napoli.»
Eppure, ancora una volta, Alianello non si cela dietro un dito, non intende nascondere le colpe dei vinti. La società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati.
Si potrebbe iniziare proprio da questi testi per costruire finalmente un Meridionalismo intelligente, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Carlo Alianello (foto tratta da Wikipedia)

11 novembre 2014

L'ultima festa dei Musicanova

«Eugenio dice che io sono rinnegato
perché ho rotto tutti i ponti col passato.
Guardare avanti, sì, ma ad una condizione,
che tieni sempre conto della tradizione.»

Questo è l’incipit di Rinnegato, una delle prime canzoni di Edoardo Bennato. L’artista napoletano, innamorato dell’America e del rock and roll, ricorda le parole del fratello Eugenio, cultore della musica popolare, che lo ammoniva a non dimenticare mai la tradizione, perché non può esistere innovazione se non si tiene conto del passato. I Musicanova, capitanati proprio da Eugenio, hanno percorso, alla fine degli Anni Settanta, la via della riscoperta della musica folcloristica, assieme ad altri gruppi interessanti, come il Canzoniere del Lazio.
Festa festa (Fonit Cetra, 1981) è il loro quinto LP, l’ultimo. Diventati un vero e proprio collettivo, i Musicanova raggiungono un felicissimo connubio tra musica e testi, secondo solamente all’epocale Brigante se more (1979), colonna sonora dello sceneggiato Rai L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello.
Per costruire le complesse trame sonore del disco, il gruppo si amplia, fino a contare otto elementi: Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò (voci e chitarre), Maria Luce Cangiano (voce), Pippo Cerciello (violino), Mauro Di Domenico (chitarre e mandoloncello), Riccardo Romei (basso elettrico), Alfio Antico (tamburello) e John Perilli (fiati).
Tutte le composizioni sono originali: Bennato e D’Angiò attingono dal patrimonio popolare ritmi e tematiche, che rielaborano con un gusto moderno che non scade mai nel manierismo: ecco allora, qui e lì, intrusioni di tastiere, basso e chitarra elettrica. I due, che si dividono egregiamente il lavoro di scrittura, dimostrano di aver assimilato la grande tradizione della musica contadina dell’Italia meridionale; i testi, rigorosamente in dialetto, sono limpidi quadretti di vita rurale (L’acqua e la rosa), cantilenanti preghiere (Ex voto), storie minime dai toni di favola (Canzone per Iuzzella), filastrocche dal sapore antico (Canzone della fortuna) o struggenti ninne nanne (Nannaré).
La vena polemica e l’impegno civile sono gli altri due cardini di questo lavoro. In Vento del Sud ritorna la visione critica della vicenda risorgimentale, i cui ideali egualitari sono stati traditi da chi, per precisa volontà politica, ha trasformato il Meridione in una colonia. A la festa, che dà il titolo all’album, è invece un canto collettivo di protesta, che ricorda la lotta dei contadini contro i “galantuomini”, padroni delle terre e sfruttatori.
Il capolavoro del disco è però Te saluto Milano, che chiude la prima facciata. È la struggente e liberatoria ballata dell’emigrante che può finalmente andare via dalla metropoli che gli ha dato da mangiare, prendendosi però in cambio i suoi anni migliori. Commovente canzone di emarginazione, riscatto e nostalgia, contiene immagini di impressionante forza evocativa.

«Te saluto Milano
Milano d’a faccia scura,
Milano c’a primma vota te fa paura,
passa o tram e nun t’o vuo’ piglià

pecchè vuo’ i’ a pede pe sta città. […]
Te saluto Milano
Milano d’a produzione
Milano ca si nun sierve sì nu coglione.
Ma sulo e’ chesto nun se po’ campa’,
te saluto Milano e nun ce voglio stà.»
Copertina e retro del vinile

27 ottobre 2014

"I know we only get one chance at real love": intervista a Lee Fardon

Lee Fardon è un cantautore inglese che gode di buona popolarità in Italia. Ha da poco pubblicato London Clay, un’antologia acustica dei suoi migliori brani, con quattro inediti. È stata questa l’occasione per contattarlo e farmi raccontare qualcosa di sé. Con grande disponibilità mi ha concesso un’intervista (che riporto anche in inglese), in cui si rivela in tutta la sua sensibilità di artista. Ne viene fuori il ritratto di un musicista che fa dell’onestà intellettuale il suo marchio di fabbrica.
Il suo sito è http://www.leefardon.com/.

Domanda. Su internet ho notato che molte persone in Italia si ricordano di te; inoltre, hai fatto diversi concerti in città italiane qualche anno fa. Qual è il tuo rapporto con questo Paese?
(Question. On the internet I observed that lots of people in Italy remember Lee Fardon; besides, you made several concerts in Italian cities some years ago. What’s your relationship with this country?)
Risposta. Subito dopo la pubblicazione del disco "The God given right”, ho iniziato un tour europeo in Olanda, Belgio e Germania. Abbiamo suonato in piccoli club e pub; l’ultimo spettacolo era in Italia, a Varese, dove abbiamo suonato in un palazzetto dello sport; lì c’è stata l’affluenza di pubblico maggiore dell’intero tour. Non credevo che l’album fosse così conosciuto. Da allora ho fatto diversi tour in Italia, ed è sempre andato tutto bene. Gli italiani sembrano avere un particolare apprezzamento per l’arte.
(Answer. Just after the release of the God Given Right I began a European tour through Holland, Belgium, Germany. We played small clubs, bars; the last show was in Italy in a place called Varese, the venue was a small sports stadium; it was our biggest audience on the whole tour. I had no idea the album was so well known. Since then have toured in Italy many times, and it’s always good. Italians seem to have a well developed appreciation of art.)

D. Ad avviso di molti recensori, “God given right” è il tuo miglior disco. Anche se è stato scritto negli Anni Ottanta, penso sia ancora molto attuale. Hai qualche ricordo particolare (o privato) riguardo questo album?
(According to some reviewers, “God given right” is your best disc. Even if it was produced in Eighties, I think that is still contemporary. Have you got some peculiar or private memories about this record?)
R. “The God given right” è stato il mio secondo album, dopo “Stories of adventure”. All’epoca in cui fu registrato, eravamo sempre in tour. Non avevo un grande budget, e così il disco è stato registrato in sole due settimane, ma ho sempre ritenuto che suona davvero bene dal vivo. L’ho prodotto assieme al mio chitarrista, Jimmy Hall. Sono stato molto fortunato ad aver coinvolto anche Jan Schelhaas, certamente il miglior organista Hammond che io conosca, anche se non era un membro regolare della mia band. La formazione che suonò in quel disco era composta da me (voce e chitarra), Jimmy Hall (chitarra), Colin Fardon (basso), Jan Schelhaas (organo e piano) e Chris Brown (batteria). La registrazione è stata breve, ma ogni momento rimane con me; ogni cosa, sin dal momento in cui iniziammo, andò bene, era come se fossimo benedetti. L’album sarà presto scaricabile dal mio sito.
(The God Given Right was my second album, the first being Stories of Adventure.  At the time it was recorded my band and I were gigging hard, I did not have a big budget so the whole album was recorded in two weeks, I always say that to me it sounds like a really good gig. It was produced by me and my guitarist Jimmy Hall. I was very lucky to get Jan Schelhaas the best Hammond organist I know, as he was not a regular member of my band. The musicians were Lee Fardon guitar and vocals, Jimmy hall guitar, Colin Fardon bass, Jan Schelhaas organ and piano, Chris Brown drums. The recording of the God Given Right was a short period of time yet every moment remains with me, everything from the moment we started it went well, it was like we were blessed. God Given right will soon be available as a download on my website.)

D. Hai scritto molte canzoni; qual è la preferita e perché?
(You wrote so many songs; what’s the favorite and why?)
R. É proprio “The God given right”, che ho scritto per una persona a me molto cara. La melodia è salita come un’onda, è stata schiacciante. Ci credevo davvero in questa canzone. Ora, quando la ascolto o la suono, so che abbiamo un’unica occasione di amare veramente. A quanto pare, è anche la mia canzone che Bob Dylan preferisce. 
(Has to be the God Given Right I wrote it for someone I cared for very mush. The melody came to me like a wave, it was a bit overwhelming. I truly believed in the premise of the song. Now when I hear it or perform it I know we only get one chance at real love. Apparently its Bob Dylan’s favourite song of mine.)

D. Gli Anni Sessanta sono stati anni di rivoluzione, anche musicale. I Settanta hanno conosciuto l’anarchia del punk. Come descriveresti gli Anni Ottanta, che ti hanno visto protagonista?
(The Sixties were years of revolution, even in music. The Seventies were the years of punk’s anarchy. How would you describe the Eighties, that was the period in which you mostly played?)
R. Ad essere onesti, non penso niente di particolare degli Anni Ottanta; io non seguo le mode musicali, per me le cose sono cominciate alla fine degli Anni Settanta e stanno ancora continuando. Non ero realmente consapevole di essere negli Anni Ottanta; io scrivevo e mi esibivo senza curarmi del contesto. Secondo me, c’è sempre stata, in ogni decennio, buona e cattiva musica.
(To be honest I don’t think too much about the 80s. I don’t follow musical fashion, for me things started in the late 70s and just continued I was not really aware of being in the 80s I was writing and performing with no eye on the decade. In my opinion there has been good music bad music in every decade.)

D. Quali sono i modelli musicali, letterari ed artistici nella tua musica?
(What are musical, literary and artistic models in Fardon’s music?)  
R. Quando avevo dieci o undici anni mio padre mi regalò una copia di “Freewheelin” di Bob Dylan. In capo ad un mese avevo la mia prima chitarra. Negli anni ho imparato molto da lui, come ogni “songwriter” della mia generazione. Io, Warren Zevon e Bruce, siamo tutti piccoli fratelli e sorelle di Bob.
(When I was 10 or 11 my father gave me a copy of Bob Dylan’s Freewheelin, within a month I got my first guitar. Over the years I learnt from him like every song writer of my generation. Writers like Warren Zevon, Bruce we are all Bobs little brothers and sisters.)

D. Che tipo di musica ascolti?
(What kind of music do you listen to?)
R. Io non ascolto musica quando compongo, che poi è la maggior parte del mio tempo, perché penso che possa confondere i miei pensieri, e non amo l’influenza diretta che potrebbe suscitare su di me. Mi piace andare nei locali per scoprire musicisti, trovare persone interessanti con cui lavorare. Per rilassarmi, ascolto un disco di Joni Mitchell; mi conforta, la amo.
(I don’t listen to music when I am writing which is pretty much all the time, I find it muddies my thinking, and I don’t like the direct influence it imparts. I like going to local venues to check out musicians, looking for interesting people to work with. To relax I might put on a Joni Mitchell cd she sooths me and I love her.)

D. Dove trovi l’ispirazione per scrivere i tuoi pezzi? Nella vita di tutti i giorni o nella tua immaginazione?
(Where do you find inspiration to write your songs? In everyday’s life or in your imagination?)
R. Non ho mai saputo rispondere a questa domanda; dipende dal momento. Forse ti potrei raccontare di come e perché ho scritto “Sherriff and his sister”. Stavo guardando un vecchio film in bianco e nero sulla Seconda Guerra mondiale. In una scena, decine di ebrei di tutte le età venivano caricati sui treni; tra di loro c’era un bambino di otto o nove anni e una bambina più piccola, che penso fosse sua sorella, entrambi con la stella di Davide sul cappotto. Un soldato tedesco stava per caricare la bambina sul vagone, ma il fratello glielo impedì; volle lui aiutare la sorella a salire, per poi seguirla a sua volta sul treno. É stata la cosa più triste e coraggiosa che abbia mai visto. L’intera scena è durata forse trenta secondi. "The Sherriff and his sister” è su “London clay”. 
(I never know how to answer this question, usually moments in time. Maybe if I tell you how and why I wrote the ‘Sherriff and his sister’. I was watching an old piece of black and white film from the Second World War, this was the scene, scores of Jews of all ages were being loaded on to trains, there was a young boy 8 or 9 years old and a younger girl I took to be his sister, both with stars on their coats, a German soldier was about to lift the little girl into the box car but the  boy stopped him, lifted her in to car himself the climbed in after her, It was the saddest and bravest thing I’ve ever seen. The whole clip of film lasted about 30 seconds. The Sherriff and his sister is on London Clay.)

D. Potresti descrivermi il tuo nuovo disco, “London clay”?
(Could you describe me your new disc, “London clay“?)
R. "London clay" è, in parte, un’antologia retrospettiva, acustica. Ho scelto le tracce dai miei vecchi album – ad esempio “Together in heat”, presa da “God given right” – e le ho rivisitate; include anche quattro nuove canzoni. È una registrazione intima, con molte intense esecuzioni. Qualcuno ha detto che sembra folk/soul? Forse è così. Di certo, è un lavoro sincero, onesto.
(London clay is a part retrospective acoustic style album, I choose songs from my past albums for example ‘Together in heat’ from the God given right’ and re-visited them also it includes 4 new songs. It’s a very intimate recording, featuring some great playing, someone said it sounds like folk/soul? Maybe it does. It’s certainly an honest piece of work.)

D. Il tuo futuro? Tornerai in Italia?
(Your future plans? Will you return in Italy for some gigs?)
R. Ho girato l’Italia in passato ed è stato sempre entusiasmante; mi piacerebbe tornare. Purtroppo il mio amico e agente Carlo Carlini è venuto a mancare alcuni anni fa, e mi risulta difficile trovarne un altro. Ma di certo vorrei sempre suonare in Italia. Il pubblico italiano è il più recettivo tra quelli per cui ho suonato. Mi capisce.
(I have toured in Italy in the past and it’s always been great, would love to come back, unfortunately my friend and promoter Carlo Carlini passed away a few years ago, and I am finding it hard to get another. But sure I would play Italy any time. Italian audiences are the most understanding I have played for. They get me.)

D. Che artista è Lee Fardon?
(What kind of artist is Lee Fardon?)
R. Che tipo di artista sono? Sincero, fiducioso che, ogni tanto, tutto possa andare per il meglio. Mi impegno a raccontare i pensieri della gente, provando a dare una conferma alle cose che già sanno.
(What kind of artist am I? Honest, some time to honest, hopefully still developing. Striving the clarify thoughts for people, trying to confirm things they already know.)
Lee Fardon, London Clay, foto tratta dal sito del musicista 

Il nuovo disco, acquistabile su http://www.leefardon.com/
Per leggere la mia recensione di The God given right, clicca qui

23 ottobre 2014

Nuovo romanzo: "Le rovine in attesa"

Il mio secondo romanzo, Le rovine in attesa, sarà pubblicato entro la fine dell’anno dalle Edizioni Alter Ego di Viterbo.
Ogni novità in merito verrà presto comunicata su questo blog, oltre che sul sito dell’Editore

Protagonista del romanzo è Erminio Narri, un giovane insoddisfatto e frustrato, che vive con precarietà tutte le esperienze della sua modesta esistenza: il lavoro, l’amicizia e l’amore. Appartenente ad una famiglia della media borghesia caduta in disgrazia, è riuscito ad ottenere soltanto una misera occupazione in una vecchia e malandata biblioteca di teologia, nonostante lunghi anni di studi giuridici alle spalle.
Il momento del riscatto sembra però arrivare quando riceve inaspettatamente la lettera di un anziano nobiluomo meridionale, che lo invita a recarsi presso la sua avita dimora per discutere di un “affare urgente e segreto”. Il marchese Alberico Priviano, questo è il nome del misterioso mittente,  vive in un antico e decaduto palazzo, in una “terra circondata dai monti eppure così vicina al mare”. Qui, in mezzo agli amati libri e quasi in solitudine, il marchese coltiva un suo visionario progetto di redenzione collettiva, in cui cerca di coinvolgere Erminio. Questi, nonostante le iniziali titubanze, finirà per aderirvi, nella convinzione di poter ottenere quella fama e quel denaro che, altrimenti, non avrebbe mai creduto di poter raggiungere.
E sarà proprio la trattazione di questo oscuro progetto ad avvincere i protagonisti in un comune destino, che li porterà ad accettare definitivamente il peso della propria inettitudine morale e materiale. I due, apparentemente così diversi, si scopriranno vicini, entrambi pervasi nel profondo dell’animo da una solitudine alla quale hanno cercato di dare maldestramente sollievo con l’ansia del successo e una vana aspirazione di rivincita.
Concepito quale opera sullo spinoso tema dell’unificazione del Paese e sulla genesi della "questione meridionale", il romanzo, pur attraversato da una sottile vena polemica, tipica di un certo “revisionismo” della vicenda risorgimentale, tenta di collocarsi oltre la mera disputa politica. La vicenda narrata diviene pertanto occasione per lanciare un’invettiva contro la seduzione del denaro e un ammonimento sulla inconsistenza dei desideri di gloria e sulla pericolosità dell’ambizione del potere.
Il logo della Casa editrice

22 ottobre 2014

"Breviario del caos" di Albert Caraco: uno sguardo lucido sul tramonto dell'Occidente

Una lettura che fa riflettere e disturba, poco più di cento pagine di meditazioni scandite da immagini apocalittiche e da parole taglienti. Era un filosofo estremo Albert Caraco, delirante provocatore e al contempo lucido cantore delle ossessioni e delle perversioni di un Occidente decaduto, la cui fine viene drammaticamente evocata in questo Breviario del caos.
Lo strano pensatore non ebbe mai fortuna in vita; le sue opere hanno iniziato a circolare solo dopo il suicidio (1971), programmato da lustri ma compiuto solo dopo la morte del padre, unico essere umano a cui mai avrebbe voluto dare un dispiacere.
Ed è proprio la morte che aleggia sinistra nelle pagine di questo libro; ma non è una morte intesa cristianamente come la fine di un percorso naturale, che si conclude nella speranza dell’aspirazione celeste. La morte descritta da Caraco è la peste del 1348, perché non è salvifica e non dà speranza; è come un enorme pozzo nero in cui è l’intera società ad essere inghiottita. Nonostante molte pagine siano letteralmente sconvolgenti, in altre l’autore riesce con grande lucidità ad individuare i nemici dell’umanità, che sono il pensiero unico, la logica capitalista e l’ordine costituito. In proposito, scrive che la massa dei mortali è fatta di sonnambuli, e all’ordine non conviene mai che escano dal sonno, perché diventerebbero ingovernabili”. E per realizzare questo obiettivo, il potere si serve delle attrattive dello spettacolo, della televisione, delle luci della ribalta, che con la loro insulsaggine “ottundono la nostra sensibilità e finiranno con il guastarci il cervello”. Nulla si salva, nemmeno i valori, che anzi sono i principali artefici della decadenza generale: l’ideale di patria, le religioni e la politica sono bersagli dei più feroci attacchi. Il Breviario del caos, con i suoi incisivi aforismi, diventa il canto funebre della civiltà occidentale, avvolta da un sudario composto dalle sue contraddizioni, dalle ingiustizie e dai falsi idoli. L’aberrazione più grande prodotta da questa società è l’aver mutato la natura dell’uomo, trasformato in “fedele”, “consumatore”, “cittadino”, “elettore”, per servire gli interessi dei gruppi di potere. Ecco perché, conclude l’autore, non potremo mai cambiare questa umanità se non distruggendola, per poi ricomporla ex novo.
È stato detto di tutto di Caraco: lo si è definito, forse non a torto, provocatore, folle, miserabile, anarchico, catastrofista, nichilista fino all’estremo. Sarebbe tuttavia stupido non riconoscergli un grande merito: quello di aver scritto, a costo di essere bollato come un reietto dell’umanità, ciò che gli altri si rifiuterebbero sempre di scrivere per paura del severo giudizio dei consociati. E allora è probabile che nel leggere questo libello si possa essere portati a scuotere la testa, a disapprovare gran parte di quello che vi è scritto. Sfido però chiunque si definisca uomo libero a non condividere almeno qualcuna delle amare riflessioni del pensatore francese.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ]

11 ottobre 2014

"Liege & lief", il capolavoro folk dei Fairport Convention

Alla fine degli anni Sessanta i Fairport Convention decisero di realizzare in Inghilterra un’operazione che era già stata compiuta con successo oltreoceano: la riscoperta delle origini attraverso la riedizione in chiave rock di alcuni traditionals, brani appartenenti al repertorio folcloristico. Iniziarono così a studiare l’immenso patrimonio anglosassone di ballads, raccolto negli anni da studiosi come Francis Child e Cecil Sharp. L’operazione, che ebbe anche una significativa eco commerciale, è tanto più interessante per la scelta del gruppo di utilizzare sia gli strumenti elettrici che quelli acustici. Se si pensa a band coeve come i Pentagle, prevalentemente acustici, si individua la novità del suono dei Fairport, costruito sopra un continuo intrecciarsi di fitti dialoghi tra chitarra elettrica e violino amplificato.
Il 1969 è l’anno di svolta. Liege and Lief, però, “nasce sotto le circostanze più infauste che si potessero immaginare”, come ricorda Joe Boyd, produttore del gruppo. A maggio muore in un incidente stradale il batterista Martin Lamble, gettando nello sconforto gli altri componenti, usciti illesi dallo schianto. Lentamente, però, il gruppo riprende i progetti interrotti, fino a pubblicare questo straordinario disco, uno dei punti più alti, se non il più alto, del revival folk elettrico degli anni Sessanta. A confezionare il piccolo gioiello sono Sandy Denny (voce), Ashley Hutchings (basso), Dave Mattacks (batteria), Dave Swarbrick (violino e viola) ed i due chitarristi Simon Nicol e Richard Thompson.
È un album dai colori pastello, nella grafica e nel suono, rifinito e quadrato come un buon prodotto artigianale. Le tracce sono otto, anche se nella recente riedizione della Island ne sono state aggiunte due, per la verità del tutto trascurabili. Si alternano composizioni originali, scritte dalla band (Come all Ye, Farewell farewell), a traditionals arrangiati in chiave moderna; su tutti spicca Matty Groves, il capolavoro dell’album. É un’antica ballad, la cui origine si perde nella notte dei tempi, che narra del tradimento consumato dalla moglie di un nobile con il suo amante, di nome Matty Groves, conosciuto durante una cerimonia religiosa. La vicenda si conclude tragicamente, con la tremenda vendetta ordita dal marito di lei, che scopre gli amanti e li uccide. La musica si caratterizza per un ritmo ipnotico su cui svetta la voce imperiosa di Sandy Danny. Gli altri brani sono tutti di altissimo livello. Alcuni sembrano essere costruiti intorno alla voce della cantante, come Reynardyne o la dolcissima Farewell farewell. Altri sono invece il banco di prova della perizia tecnica della band; si ascolti in proposito il Medley, con un ritmo concitato e suadente retto da un violino indiavolato. In chiusura dell’album c’è Thin Lin, una canzone che ricorda da vicino i coevi Jefferson Airplane, specialmente quelli più lisergici di After bathing at Baxter’s, con Sandy Danny che sembra fare il verso a Grace Slick.
Gli ascoltatori della radio della BBC l’hanno eletto miglior disco folk di tutti i tempi.  Al di là delle classifiche, che lasciano il tempo che trovano, è certamente un album intenso, di ricerca e grande perizia esecutiva, paragonabile forse soltanto a John Barleycorn must die dei Traffic, che seguirà di un anno.