28 luglio 2019

"Una vita" di Italo Svevo: la retorica della sconfitta

È cosa nota che i personaggi di Svevo siano diventati veri e propri archetipi letterari dell'uomo moderno, o meglio novecentesco. Alfonso Nitti, Emilio Brentani e soprattutto Zeno Cosini non sono semplici nomi, ma simboli di un'umanità neghittosa, miope e nevrotica, così lontana dalle figure di eroi che popolavano i romanzi dell'Ottocento. Una retorica della sconfitta, dunque, in antitesi ad una società destinata ad affermarsi come patria dei belli e vincenti.
All'epoca di Una vita (1892), Svevo era una figura marginale, per non dire sconosciuta, del panorama letterario nazionale. Già la collocazione geografica ne accentuava l'isolamento, nella Trieste crocevia di razze e culture, né del tutto italiana né propriamente asburgica, che pure diventerà un centro nevralgico della nostra letteratura. Soprattutto, contribuiva al suo isolamento il non appartenere ad alcuna delle correnti più in voga: il verismo da un lato e il decadentismo dall'altro. Logico fu allora percorrere una strada non ancora battuta in Italia, con la costruzione di caratteri dotati di una spiccata capacità introspettiva, votati alla sterile analisi più che all'azione, bloccati in un'amara contemplazione del vivere.
Alfonso Nitti è il primo e più tragico della trilogia, ma già contiene in nuce tutti i sintomi della “malattia” del più celebre Zeno della CoscienzaÈ un inetto, ed è storia risaputa che Un inetto era proprio il titolo che Svevo aveva in mente in origine, poi bocciato dall'editore. La grama esistenza di Alfonso ruota intorno a quattro centri: il paese natale, la Banca Maller & Co., casa Lanucci e il salotto di Annetta. Il paese, o meglio “il villaggio”, è un'oasi di pace in un mare di disperazione; è il luogo degli affetti, le braccia accoglienti in cui rifugiarsi quando la vita cittadina mostra i suoi affilati artigli. La Banca del signor Maller è dove il protagonista lavora, prima nell'ufficio della corrispondenza e poi nella contabilità. La Banca è un covo di vipere, avvelenata com'è da dissapori, pettegolezzi e piccolezze, dove ciascun impiegato cerca di adottare la migliore strategia per lavorare poco e ingraziarsi egualmente i capi. Alfonso non è coinvolto in tali beghe, perché per lui la carriera rappresenta un pericolo alla sua libertà, un veleno che rischia di intossicargli l'anima e la purezza del pensiero; il suo atteggiamento arrendevole lo porterà dunque ad essere un outsider. Casa Lanucci, in cui Alfonso è pensionante, è invece l'emblema di una piccola borghesia gretta e immiserita, intorpidita da irrealizzabili miraggi di ricchezza e scalata sociale. Ma il luogo che cambierà in tragedia le sorti del povero Alfonso è il salotto di Annetta Maller, figlia del fondatore della Banca, che verrà da lui sedotta e abbandonata, esponendolo così a una tremenda vendetta.
Di fronte ad una realtà così ostile, il protagonista trova conforto solo nel suo mondo interiore, popolato da pensatori e filosofi che gli si materializzano nelle lunghe ore trascorse nella biblioteca pubblica, in cui coltiva sogni di grandezza intellettuale. Ettore Bonora l'ha definito un “personaggio antiromanzesco”, perché Alfonso sogna ardentemente di vivere un'avventura eccezionale, ma, quando questa si palesa, egli fugge terrorizzato anziché affrontarla. La cesura tra Alfonso e gli altri, o meglio, tra la sua immaginazione e il mondo reale, è probabilmente il fulcro dell'opera, segnando al contempo lo scarto decisivo rispetto a tutta la letteratura precedente. Eppure il Nitti non è un “vinto”, perché pure gli manca quella strenua ma inutile resistenza contro gli eventi, a cui viceversa si abbandona senza gloria. Neppure è uno Jakob von Gunten, il personaggio di Walser, che addirittura frequentava una scuola per servitori per poter diventare uno «zero, rotondo come una palla». Alfonso ha infatti un'alta considerazione di sé e delle proprie doti intellettuali, eppure si sente un «incapace alla vita».
«Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che gli altri nelle più dolorose».
Storica edizione "I corvi" Dall'Oglio

15 luglio 2019

Dio ci salvi dalla finta poesia!

«Nessuno può conoscere il cielo se non per mezzo del cielo», scriveva il poeta latino Manilio nella sua opera più celebre, gli Astronomica. E lo faceva con la sicurezza di chi enuncia una verità indiscutibile, che non ammette eccezioni o mezze misure. Difficile contraddirlo. D'altronde, non è forse vero che si può capire appieno solo ciò che ci appartiene nella sua totalità? Marco Manilio andava oltre, toccando abilmente un concetto più ampio, e sostenendo che solo chi è parte del divino può comprendere il vero e profondo significato della divinità. Del saggio poeta latino non conosco altro, eppure questa citazione mi è rimasta impressa nella mente, da quando la adocchiai sfogliando una vecchia antologia del Paratore. Come spesso accade con le citazioni carpite al volo, l'ho interpretata a modo mio, dandole più o meno questo significato: per dire di conoscere davvero una realtà, occorre padroneggiarla nei dettagli, saperla scandagliare nelle intime connessioni. Il cielo e la divinità, ci avverte Manilio, sono entità talmente vaste per la nostra piccola mente, che soltanto chi è fatto della medesima sostanza può appropriarsene.
Le sue parole mi sono tornate alla mente qualche anno fa, quando ho avuto occasione di chiacchierare a lungo con Emiliano, un brillante poeta carrarese conosciuto ad un premio letterario. Anche lui fa parte della foltissima schiera di quanti scrivono poesie, ma a differenza di molti è un poeta vero. Devoto alla metrica e alle regole del verso, è riuscito in due ore di conversazione a cambiare definitivamente il mio punto di vista. Fino ad allora anche io mi illudevo di scrivere liriche, ma Emiliano mi spiegò chiaramente che può definirsi poeta solo chi conosce le regole della metrica. Egli sosteneva di aver iniziato a scrivere dopo anni ed anni di studio incessante, perché, parafrasando Manilio, non si può scrivere poesia se non per mezzo della metrica, che ne è l'essenza profonda. Da quando ho scoperto questa verità non ho più scritto in versi, consapevole che i miei componimenti, che pure mi piacevano e giudicavo discretamente musicali e simmetrici, non erano vera poesia, perché non possedevo le regole della metrica e dunque non aveva senso illudersi di infrangerle in nome del verso libero.
In troppi credono che sia sufficiente “andare a capo” per dirsi poeti. Basta sfogliare una qualsiasi delle centinaia di antologie – che furbe case editrici pubblicano elevandosi a portabandiera delle nuove voci poetiche – per rendersi conto che la maggior parte di quanti si dicono poeti, e hanno il coraggio di far pubblicare le proprie opere, si limitano a proporre imbarazzanti “prose in versi”, ovvero pensieri, per giunta poco originali, che della poesia hanno soltanto l'apparenza. Non c'è metrica, non c'è musicalità, nessuno studio sulle parole. Queste persone sembrano ignorare, volutamente o meno, che la lirica è opera di scortecciamento, dunque tanto più complicata della prosa. Poetare non è semplicemente tradurre in versi un pensiero che avrebbe potuto ben essere espresso in prosa, quanto piuttosto capacità di elaborare un concetto utilizzando un linguaggio diverso, scarnificato ed essenziale. Se non fosse così, non ci sarebbe alcuna differenza tra il linguaggio poetico e il linguaggio tecnico, tra un canto di Leopardi e la definizione di contratto di cui all'art. 1321 del codice civile.
Di fronte a queste considerazioni, molti innalzano barricate difensive in nome dell'avanguardia, dell'innovazione, della lotta al passatismo. Affermando di voler contrastare il trito pensiero accademico, si fanno alfieri del “verso libero”. Essi però confondono il verso libero con quello libertario, con lo sterile anarchismo della parola che non conduce a niente. Ecco dunque il senso della celebre affermazione di Benedetto Croce, secondo cui fino ai diciotto anni tutti scrivono poesie, mentre dopo lo fanno soltanto i poeti veri e i cretini.
Così argomentando, si arriva alla conclusione del discorso: si può rompere la regola solo se la si conosce, si può andare oltre la metrica solo se la si padroneggia veramente. Ritorna prepotente il discorso di Manilio, sia pure applicato ad un ambito ben differente da quello a cui pensava l’autore. La poesia «è vivere verticalmente ciò che gli altri di solito subiscono orizzontalmente», ha affermato Gian Piero Bona in una recente intervista. Il poetare è dunque una sublimazione dei sentimenti, la capacità di trasformare l'impulso emotivo animale verso fini più elevati, di imporre il proprio spirito sul mondo anziché subirlo passivamente. Se le cose stanno così, se davvero vogliamo attribuire un compito così alto alla parola, molti di quelli che si dicono poeti dovrebbero riporre la penna e ridursi a più miti consigli.

1 luglio 2019

"Ameni inganni" di Giuseppe Culicchia: non si esce vivi dagli anni Novanta

Di Culicchia ricordo con piacere Tutti giù per terra e soprattutto Il paese delle meraviglie, che hanno lasciato un segno profondo nella mia immaginazione. Forse per questa ragione ho acquistato Ameni inganni (2011) con alte aspettative, in parte disattese. Con ciò non voglio dire che non si tratti di un buon romanzo, ma soltanto che non possiede la freschezza, e in un certo senso la spensieratezza, dei due che ho citato. Ameni inganni è un libro amaro, che fa anche sorridere, ma tratteggia a tutti gli effetti un dramma umano. Anzi, ampliando il discorso, si può affermare che Culicchia abbia voluto affrontare uno dei principali mali dei nostri giorni, la solitudine.
Alberto ha quarantuno anni, ma la sua esistenza scorre lungo i rassicuranti binari di una perpetua adolescenza: non lavora, non studia, non ha in progetto una famiglia. Da oltre vent'anni porta avanti indefessamente le uniche passioni che riempiono le sue grame giornate: le astronavi e le riviste soft-core americane. La mansarda in cui abita è strapiena delle une e delle altre: modellini di navicelle spaziali in scala e migliaia di riviste pornografiche. Entrambe le passioni sublimano i suoi bisogni essenziali: trovare il proprio posto nella società e conquistare l'affetto di una donna. Per lui le astronavi non sono un gioco, ma il simbolo del settore in cui avrebbe voluto lavorare. Allo stesso modo, le modelle americane non servono a soddisfare un effimero piacere sessuale, ma sono le uniche amiche e confidenti.
La sua esistenza monotona, ma tutto sommato serena, viene stravolta dalla morte della madre. Rimasto solo al mondo, Alberto deve affrontare una realtà che solo in parte conosceva, fatta di necessità basilari, come quella di prepararsi il pranzo e la cena, ma anche e soprattutto di doveri. È una società competitiva e spietata, che non sa che farsene di un uomo che colleziona astronavi e riviste pornografiche, ha paura dei social network e ascolta esclusivamente i Police, per giunta sul walkman da vecchi nastri pirata. Alberto ha quaranta primavere nel 2011, ma di fatto vive i suoi personali vent'anni come se si trovasse ancora nei primi anni Novanta, nel limbo di un'adolescenza infinita.
Ma chi è veramente il protagonista e perché si trova in questa condizione? Alcuni potrebbero definirlo un “bamboccione”, ma si tratta di una semplificazione, perché egli non si crogiola nella condizione di mantenuto, ma la vive con la naturalezza di chi non ha conosciuto altro nella vita. L'unica possibilità di riscatto sembra essere l'amore, che irrompe nel romanzo sotto le spoglie di Letizia, la prima e unica fidanzata di Alberto, la sola donna che lo abbia amato, a cui lui è rimasto fedele negli anni. Il ritorno di Letizia sconvolge il delicato equilibrio della mente di Alberto, ma al contempo gli offre un'occasione unica per ripensare al proprio passato, al momento in cui lei gli aveva proposto di passare alla vita adulta, andando a vivere insieme. Alberto ricorda l'opportunità che non ha saputo cogliere, il taglio netto che non ha voluto affrontare.
«Ho avuto paura, una paura totale, nera, che mi rosicchiava dentro. Paura di dirlo ai miei, paura di andarmene di casa, paura di vedersi spalancare davanti a me una vita nuova, che non conoscevo. Paura perché non sapevo da che parte cominciare, paura perché sapevo come sarebbe finita. Paura di svegliarmi ogni mattina con lei accanto a me in un letto, paura di sentirmi dire: dove andiamo in vacanza? Paura di vedere accanto al mio il suo spazzolino, paura di sentirmi dire: che ne dici, non credi sia arrivata l'ora di sposarci? Paura di incrociare i suoi occhi una domenica pomeriggio e indovinare la sua prossima domanda: non credi sia arrivata l'ora di fare un figlio?»
Ameni inganni è un romanzo figlio dei nostri tempi; non bisogna pretendere di trovarci dentro chissà quali verità, eppure getta luce su un fenomeno forse nascosto, ma che esiste, ossia quello degli invisibili, uomini e donne che si sono arresi prima ancora di cominciare la battaglia. Persone a cui la società competitiva dei belli e vincenti ad ogni costo non ha saputo offrire gli strumenti per uscire da una neghittosità forzata, che trasforma il vivere in una dolorosa sopravvivenza.

18 giugno 2019

"Architecture & Morality", tra divagazioni elettroniche e strizzate d'occhio al pop

All'alba del terzo LP, intitolato Architecture & Morality (1981), gli Orchestral Manoeuvres in the Dark (d'ora in avanti, OMD) avevano già raggiunto una fama che fino a pochi anni prima sembrava impensabile. Il disco venne registrato nello studio casalingo "The Manor", con una formazione allargata. Ai fondatori Paul Humphreys e Andrew Mc Cluskey, si aggiunsero in pianta stabile Malcolm Holmes alle percussioni, Martin Cooper al sassofono e Michael Douglas. Venne anche ampliata la strumentazione, con l'uso di sintetizzatori, mellotron, oscillatori, batterie elettroniche e finanche chitarre.
Tutto era cominciato qualche tempo prima, quando due ragazzi innamorati della musica cosmica tedesca e dei Kraftwerk avevano iniziato a girare per i mercatini dell'usato e le fiere, alla ricerca di strumenti che potessero anche solo avvicinarsi al suono dei giganti teutonici dell'elettronica. Dopo l'acerbo e omonimo primo disco, gli OMD raggiunsero il successo con Organisation (1980), trainato dal singolo Enola Gay, in classifica anche in Italia.
The new stone age apre Architecture & Morality, con distorsioni industriali e visioni apocalittiche, disegnate da chitarre disturbate ed echi lancinanti delle tastiere, mentre le voci si rincorrono come impazzite. La successiva She's leaving ricorda i primissimi Depeche Mode, quelli di Speak and spell per intenderci, uscito nello stesso anno. La voce si staglia sopra un delicatissimo tappeto sonoro, che riconcilia col mondo dopo il convulso inizio. Souvenir venne lanciata come singolo, e trova proprio nel suo essere “radiofonica” il più evidente limite. Il riscatto arriva subito, con la cupa Sealand, che chiude il lato A. Sono otto minuti di crepitii e riverberi, la drum machine che sussulta in sottofondo, accompagnando i magici intrecci di sintetizzatore e mellotron: in due parole, il prog che abbraccia l’elettronica. Sealand è l'apice del disco, con suoni che sembrano venire da mondi lontani e il breve intermezzo vocale, quasi salmodiante, fino alle percussioni di un martello che chiudono la facciata. Joan of Arc, divisa in due momenti, fa persino venire la voglia di ballare; pensato come un pezzo orecchiabile, convince sia gli ascoltatori più distratti che quelli più esigenti. La traccia che dà il titolo al disco, invece, è un lavoro minimale alla Kraftwerk, dove più si sentono le fonti di ispirazione del gruppo. Echi synth-pop chiudono la seconda facciata, impreziosita dalla malinconica Georgia.
Nove tracce in tutto, forse non memorabili, ma di alto livello compositivo. Quando si ascoltano lavori del genere, figli dell'epoca dell'indigestione elettronica, è legittimo domandarsi quanto siano attuali. Architecture & Morality è invecchiato bene, più di tanti dischi coevi. E se è vero che «ciò che sta nel mezzo in genere è virtù», come dicevano i Bluvertigo, si può azzardare che la virtù principale di questo 33 giri degli OMD sia proprio l'equilibrio tra parti strumentali e vocali, tra divagazioni elettroniche e strizzatine d'occhio al pop, tra sperimentazione e aperture al grande pubblico. Ha venduto molto, per cui è facile trovarlo usato.
La copertina minimale, opera di Peter Saville

4 giugno 2019

"Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro: una terribile distopia

Una piccola premessa è d'obbligo: per recensire questo romanzo di Ishiguro, pubblicato nel 2005, è necessario rivelare alcuni particolari della trama. A quanti preferiscono la sorpresa, consiglio pertanto di non andare avanti nella lettura. Va subito detto che Non lasciarmi è un romanzo di contrasti. Da un lato, è un colpo al cuore, un pugno nello stomaco che lascia storditi e lividi dopo la lettura. Al tempo stesso, è di una tenerezza che accarezza l'anima, per poi tradirne le aspettative nell'amaro finale. I fautori dell'happy end ad ogni costo se ne tengano lontani, perché Ishiguro non ha soluzioni consolatorie, non lancia un salvagente di speranza nell'oceano della disperazione. La stessa scrittura sembra marcare il distacco: è fredda, asettica, quasi scientifica. Nel titolo ho parlato di distopia, perché l'Autore descrive l'utopia negativa di un assetto politico-sociale distorto; altri hanno invece parlato di ucronia, a voler intendere l'immaginazione di un corso alternativo degli eventi storici. 
La vicenda è ambientata nell'Inghilterra dei primi anni Novanta, molto simile a quella che conosciamo se non per un agghiacciante particolare. Dopo la guerra è stato varato un progetto governativo che mira a sconfiggere le malattie più gravi utilizzando organi prelevati da cavie umane. Si tratta a tutti gli effetti di cloni, chiamati “donatori”, in tutto e per tutto simili agli altri uomini, con l'unica differenza che non possono riprodursi. La loro vita è scandita da fasi prestabilite, senza che sia possibile deviare dai binari che altri hanno deciso. I cloni sono creati in laboratori non meglio precisati; quindi vengono spediti in istituti sparsi per il Regno Unito, in attesa di diventare adulti per iniziare la routine delle “donazioni”, fino all'inevitabile conclusione del “ciclo”. Nel libro non si parla mai di “vita” o di “morte”, ma solo di “cicli”, a voler rafforzare l'idea che questi esseri indifesi sono trattati alla stregua di oggetti. È una società distopica, che ha barattato il benessere sanitario della collettività con lo sterminio programmato di altri esseri umani, degradati al ruolo di fornitori di pezzi di ricambio.
Hailsham è uno degli istituti in cui vengono allevati – è proprio il caso di usare questa parola – i piccoli “donatori”. È una specie di orfanotrofio, ma forse è più corretto parlare di collegio. A differenza di molti altri posti simili, Hailsham è un'isola felice, un hortus conclusus di stampo progressista, dove tutti i bisogni dei bambini sono soddisfatti. L'educazione è impartita dai “tutori”, adulti che incitano gli allievi a cimentarsi in ogni forma d'arte, una vera e propria ossessione che sarà spiegata soltanto nel finale. Quale sia la funzione di questo luogo non è subito chiaro: non ci sono esami, né bocciature, non si parla mai di genitori preoccupati per le sorti scolastiche dei figli. La vita è scandita da riti, come le esposizioni artistiche dei piccoli ospiti, oppure gli Incanti, periodici mercatini in cui i bambini possono acquistare ogni genere di cianfrusaglie.
Ai futuri donatori viene insegnato a prendersi cura l'uno dell'altro, come se fossero fratelli. Ruth, Kathy e Tommy, i tre straordinari protagonisti del romanzo, fanno di questo comandamento una vera e propria regola di vita. Insieme attraversano tutte le fasi dell'esistenza che viene loro concessa, consapevoli dell'amaro destino eppure intimamente convinti di poterlo cambiare. L'affetto che unisce Ruth, Tommy e Kathy va al di là della reciproca compassione, supera la commiserazione per la condivisione di un medesimo destino. È a tutti gli effetti amore, il sentimento umano per eccellenza, quello più intenso e al tempo stesso distruttivo. Accade allora che nel brutale meccanismo del programma governativo sulle donazioni si inceppi un ingranaggio: i responsabili dei centri si rendono conto che anche i cloni possono provare sentimenti, finanche innamorarsi al pari degli esseri umani da cui sono stati riprodotti. È una scoperta sconvolgente, il punto nevralgico del racconto, la chiave di volta dell'intera narrazione. Si potrebbe allora alludere a Pinocchio, al suo desiderio di diventare un bambino vero, infine esaudito dalla fatina perché il burattino aveva dimostrato di saper amare il proprio babbo, al pari di un ragazzo in carne e ossa. Nel romanzo di Ishiguro, invece, il miracolo sperato non si compie, nessuna fatina interviene in soccorso dei protagonisti.
Tante sono le tematiche approfondite o anche soltanto sfiorate dal romanzo, eppure l'Autore non adotta toni polemici o moralistici, ma si limita a raccontare i fatti, lasciando che sia il lettore a formarsi una propria opinione. In un certo senso, si tratta di un libro politico, che lancia strali contro la società tecnocratica a cui stiamo andando incontro a grandi passi; perché se è vero che ancora non siamo arrivati a tali eccessi, la tecnologia sta sempre di più controllando e orientando la nostra vita. Sta a noi, sembra dirci l'Autore, invertire la tendenza prima che sia troppo tardi.
Non lasciarmi è un romanzo commovente, quasi disturbante. Sembra una frase scontata, ma mai come in questo caso mi sento di affermare che non sarà facile dimenticare la storia narrata da Ishiguro. Chiuso il libro, i visi e le vicende dei protagonisti rimarranno a lungo nella mente del lettore, come accade solo con i grandi romanzi.

23 maggio 2019

Massimo Priviero e il racconto di una vita (con un'intervista)

Amore e rabbia, l'autobiografia di Massimo Priviero, è uscita il 30 aprile per i tipi della Vololibero Edizioni. Ho detto autobiografia, ma sarebbe meglio parlare di un romanzo nella forma di memoriale. L'introduzione è di Matteo Strukul, che già qualche anno fa aveva curato una biografia del musicista. Per saperne di più, seguite il blog dedicato al libro, con approfondimenti, estratti e continui aggiornamenti. Inoltre, a conferma della vocazione di artista vicino al suo pubblico, una sezione del sito ufficiale è dedicata alle recensioni dei lettori.
Priviero è uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent'anni di carriera con un concerto/evento a Milano; il libro è un altro fondamentale tassello dell'importante ricorrenza.
Vorrei iniziare partendo dal sottotitolo, che è semplicemente “il racconto della mia vita”. Ritengo che la parola “racconto”, oltre a rendere l'idea del ritmo dell’opera, si adatti bene all'autore, sia cioè plasmata intorno alla sua concezione del fare canzone, così simile a quella dei cantastorie, che per l'appunto declamavano veri e propri racconti in versi. Il titolo è Amore e rabbia, a descrivere efficacemente le due anime di un'intera carriera. L'amore è il sentimento per eccellenza, rivolto non solo agli esseri umani, ma anche alla musica, così immateriale eppure capace di diventare ragione di vita. È dunque (anche) l'amore per Dylan e Springsteen, gli inevitabili maestri e punti di riferimento. La rabbia è un sentimento altrettanto intenso, il marchio di fabbrica di ogni rocker che si rispetti; non si tratta solo di ribellione giovanile, ma più in generale della capacità di saper vedere oltre le verità preconfezionate e di mantenere un punto di vista personale eppure equilibrato sulle storture del mondo che ci circonda. Il titolo mi ha riportato alla mente la «rabbia come passione d’amore» di cui parlava il grande scrittore milanese Carlo Castellaneta: due sentimenti apparentemente distanti, ma che ben possono costituire ottime ragioni per campare. Le due anime di Priviero sono riassunte nella quarta di copertina, dove si parla della «fotografia di un uomo felicemente fuori dagli schemi: non etichettabile, che […] ha tenacemente seguito per trent'anni la sua vocazione in costante equilibrio tra musica e poesia».
A differenza di molti libri simili, Priviero compie un'operazione più complessa e, se si vuole, ambiziosa: non racconta solo se stesso e la propria famiglia, ma ricostruisce abilmente un pezzo di storia (e di provincia) italiana, con la consapevolezza di chi l'ha vissuto e l'intelligenza di chi ha saputo interpretarlo. Non mancano i riferimenti alla società, alla storia recente, alla politica, le riflessioni ironiche e commoventi, i giudizi aspri e senza infingimenti di un artista che è prima di tutto un uomo libero. E anche quando ci parla del mondo della musica, lo fa dalla prospettiva privilegiata di chi nuota da oltre trent'anni in quel mare, cercando di evitare le correnti inquinate per trovare una propria oasi pulita.
Non è facile scrivere di sé, perché è pur sempre un modo di mettersi a nudo, soprattutto se si è portatori di verità scomode. Per questa ragione non è un caso che Priviero abbia scritto il libro durante una pausa dagli impegni musicali, in inverno, in riva all'Adriatico; un'operazione al tempo stesso rievocativa e terapeutica.
Personalmente ho sempre amato le autobiografie dei musicisti, forse perché invidio un po' la loro vita errabonda on the road, la possibilità di entrare in contatto con tante persone e, soprattutto, di essere apprezzati e ricordati per il lavoro che amano. Che forse, come testimonia Massimo, è anche uno dei più difficili al mondo.

Segue l'intervista che Massimo mi ha gentilmente concesso in occasione della pubblicazione del libro. Lo ringrazio per la disponibilità e vi lascio alle sue parole.

Domanda. Ho sempre pensato che l'autobiografia sia al tempo stesso un modo per farsi conoscere dagli altri e per conoscere meglio se stessi. Forse perché scrivendo si attua una sorta di distacco, e si possono vedere le cose secondo un'altra prospettiva. Quanto hai “scoperto di te stesso” raccontandoti agli altri?
Risposta. Sai, ho scritto senza pensare che quel che facevo dovesse per forza essere pubblicato. Non ho neppure cercato un editore. Solo questa cosa ha dato un taglio diverso a tutto. Questo per esempio ha tolto alcuni veli possibili. Non c'è fiction, diciamo, non c'è inganno. Ho guardato lo specchio, meglio sarebbe dire ho guardato i riflessi delle onde del mare dove sono cresciuto e il racconto ha preso forma da solo. Forse guardando non ho scoperto cose nuove, ma ho toccato quel che in gran parte sapevo con anima chiara. Forte e fragile allo stesso tempo come io sono.

D. Puoi parlarci brevemente della gestazione del libro? Scriverlo è stato come un fiume in piena, oppure è il frutto di lunghe meditazioni?
R. Scriverlo è stato parecchio un flusso emotivo ben poco arrestabile. Poi, ad un certo punto, chiaro che lasci decantare tutto qualche mese e rimetti le mani con un po' di razionalità. Sono stato più a lungo del solito nel tratto di costa veneta dove sono cresciuto e poi ho immaginato di fermarmi lì per qualche mese, per riannodare i fili della mia vita. Ho incominciato a scrivere. Questa volta una storia che non prevedeva la musica. Il resto è venuto di conseguenza.

D. Sei conosciuto come un artista schietto, che ha fatto della sincerità la strada maestra di un'intera carriera. Anche nel libro non ti sei certo risparmiato, raccontando la tua versione delle cose. Sei soddisfatto del risultato? E soprattutto, pensi che il libro ti rispecchi, così come ti rispecchiano i tuoi dischi?
R. Sono essenzialmente un uomo libero. Che dice quel che pensa considerando poco le conseguenze di questo, tanto più in un paese assai conformista e parecchio corrotto culturalmente e umanamente come il nostro. Ho raccontato la mia vita e il mondo dove sono cresciuto, prima e dopo i dischi e i concerti. Sì, Amore e Rabbia è tanto di quel che sono. Cadute e ripartenze. Sogni e idealità. Forza e fragilità. Non parlo mai di medaglie né di premi che ho pure preso, per esempio. Non accuso. Darei in quel modo a qualcuno un peso nella mia vita che non meriterebbe di avere, e questo non mi interessa per niente. Traccio un quadro. Senza sconti a me stesso. Ma anche probabilmente con un po' di orgoglio.

D. Il titolo, come ho scritto nella recensione, mi fa pensare ai due perni intorno a cui ruota la tua carriera: la volontà di raccontare i sentimenti e la capacità di arrabbiarsi per quanto non va su questa terra. Perché hai scelto, tra i tanti possibili, proprio un titolo così suggestivo?
R. L'amore e la rabbia sono da tradurre soprattutto in un ambito che chiameresti esistenziale. Sono due sentimenti che nella mia vita si sono alternati spesso. Sono concetti forti, parecchio totalizzanti se mi passi il termine. Ho spesso cercato un punto di equilibrio tra questi due aspetti che hanno timbrato il mio posto nel mondo. Qualche volta mi è riuscito di trovarlo. Altre volte ho alzato le mani, ma sono comunque andato avanti. Vivere è un mestiere talvolta parecchio difficile ma che resta meraviglioso.

D. Sono previste delle presentazioni del libro, oppure altre iniziative legate alla sua promozione?
R. Guarda, abbiamo un piano di presentazioni che prevede una trentina di appuntamenti solo nei primi due mesi. Mi piace molto incontrare la gente in questa nuova modalità. Mi piace che ci guardiamo negli occhi prima di tutto. Molte mie canzoni sono entrate dentro l'esistenza della gente che mi è vicina. Voglio anche dir loro grazie. Sperando di essere all’altezza del loro  amore.
Per approfondimenti, http://www.priviero.com/

16 maggio 2019

Ispirarsi al passato per costruire il presente: "Crocodiles"

Parafrasando Jerome K. Jerome, potrei dire che la recensione parla di tre uomini e una scatola. Leggenda vuole che Echo fosse il nomignolo dato da Ian McCulloch ad una drum-machine; i Bunnymen erano lo stesso McCulloch (voce e chitarra), Will Sergeant (chitarra solista) e Les Pattinson (basso). Originari di Liverpool, vissero un po' in disparte la scena punk, che aveva in Londra e Manchester i centri nevralgici. Quando però anche a Liverpool aprì un locale di nuova tendenza, l'Eric Club, gli acerbi Bunnymen, tre uomini e una macchina per l'appunto, cominciarono ad esibirsi raccogliendo i primi modesti successi. Notati dalla Korova Records, mandarono in pensione la batteria elettronica e ingaggiarono un vero batterista, Pete de Freitas. La formazione così composta registrò Crocodiles ai Rockfield Studios di Monmouth, in sole tre settimane nel 1980. Il risultato è eccellente, per essere un album d'esordio.
Avere a disposizione il mare magnum di internet non ha fatto venire meno una mia vecchia abitudine. Ogni volta che acquisto, o sto per acquistare, un disco, consulto il fedele Dizionario del pop-rock del 2006 di Tonti & Gentile, testo sacro perché riesce a condensare in poche battute il senso più profondo degli album di artisti più o meno famosi. Crocodiles è definito il «rifondatore della Psichedelia liverpooliana», che «sembra guardare ai Doors e all'America underground dei Sixties». La definizione coglie nel segno, perché Crocodiles è un disco zeppo di felici rimandi, che ha nella psichedelia degli anni Sessanta il primo e ovvio campione di riferimento. Si ascolti Going up, che all'inizio sembra degli Electric Prunes e va avanti come una canzone dei Love. Certo il sapore eighties si sente, ma un pezzo così non avrebbe sfigurato in I had too much to dream o nel monumentale Forever changes, che pure lo precedono di una quindicina d'anni. Oppure prendete Pride, che starebbe bene in S.F. Sorrow dei lisergici Pretty Things, senza se e senza ma.
Tuttavia, se limitassimo il giudizio a questi elementi, non si coglierebbe l'originalità del progetto, che va al di là della derivazione psichedelica o neo-psichedelica, che dir si voglia. Echo and The Bunnymen si muovevano infatti nel solco della new wave di terra d'Albione, calderone eterogeneo in cui convivevano le ossessioni dei Joy Division e dei Sound, gli echi neoromantici degli Chameleons, le sperimentazioni elettroniche di Japan e Ultravox, le divagazioni swing dei Comsat Angels e la claustrofobia dei primi Cure. Echo and The Bunnyman, seguendo la direttrice delle chitarre acide e delle melodie dolcemente perverse, raspavano a piene mani nel recente passato, rileggendolo in un'ottica cupa, convulsa e malinconica, come dimostrano i testi. Crocodiles resta un disco meraviglioso a distanza di quasi quarant'anni proprio per la capacità di mantenere un occhio al passato senza esserne tuttavia ancorato, ad ulteriore dimostrazione di quanto la nuova onda fosse feconda di innovazioni, ben più del punk dal quale pure derivava.  
Crocodiles è un disco così compiuto che è arduo preferire una traccia rispetto alle altre. Probabilmente i picchi sono Picture on my wall e Villiers terrace, che portano il segno dei Bunnymen più delicati e malinconici. Personalmente preferisco la canzone che dà il titolo al disco, nonché la meravigliosa Stars are stars, che condensa richiami psichedelici con un testo tipicamente wave: «Now you spit out the sky / because it's empty and hollow. / All your dreams / are hanging out to dry. / Stars are stars / and they shine so cold».
Il disco è stato ristampato in diversi formati, anche in vinile. La versione più completa resta comunque quella in cd del 2003 della Warner, perché contiene dieci tracce bonus tra versioni alternative e dal vivo, oltre all'EP live Shine so hard.

6 maggio 2019

"La grande mattanza" di Enzo Ciconte: il Brigantaggio, male cronico del Meridione

Di libri sul Brigantaggio ne sono stati scritti molti, secondo le prospettive più disparate. Alla letteratura agiografica dei primi anni dopo l'Unità, tendente a dare un'immagine eroica e senza macchia del Risorgimento, hanno fatto seguito una serie di volumi più aderenti alla realtà dei fatti, attenti alla ricostruzione delle vicende per come sono state, senza edulcorazioni ideologiche. Ha poi avuto un certo riscontro la corrente revisionista di stampo meridionalista, se non addirittura neoborbonico, che sostiene la tesi – in parte condivisibile, a parere dello scrivente – secondo cui l'unificazione del Paese sarebbe avvenuta ad esclusivo danno del Sud, trattato al pari di una colonia. Indipendentemente dai punti di vista contrapposti, non bisogna tuttavia dimenticare che la società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati. Si dovrebbe partire da questi dati per costruire finalmente un “Meridionalismo intelligente”, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Il saggio di Enzo Ciconte, La grande mattanza, uscito nel 2018 per i tipi degli Editori Laterza, intraprende proprio questa terza strada. L'Autore studia il fenomeno del Brigantaggio senza prendere le parti di uno dei contendenti, mantenendo una stretta aderenza ai fatti. La sua è una prospettiva de-ideologizzata, che lascia al lettore ampia libertà di analisi. Ciconte segue la scia del sangue; già il titolo è in tal senso una chiara lettera d'intenti. La lotta contro il Brigantaggio è raccontata senza nulla tacere degli episodi più crudi: le fucilazioni sommarie, la decollazione dei nemici, l'esposizione dei corpi mutilati come monito, le torture, gli eccidi di massa come quelli tristemente celebri di Pontelandolfo e Casalduni.
Al di là del racconto postunitario, La grande mattanza è prevalentemente un'indagine retrospettiva. È la storia della repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento al 1870. Come efficacemente riassunto nella quarta di copertina, è «il racconto di tre secoli di violenze efferate compiute soprattutto nel Meridione». Il saggio può infatti essere diviso in due parti. Nella prima, vengono analizzati i primordi del fenomeno del banditismo, non solo al Sud, arrivando fino alle repressioni adottate dagli Stati preunitari. Nella seconda parte, più corposa, sono trattati gli eventi successivi al 1860. Grazie al confronto tra epoche diverse, l'Autore mette in evidenza le costanti del fenomeno, per quanto concerne cause e rimedi. È allora sorprendente scoprire che l'origine del banditismo è sempre la medesima in tutte le epoche: le rivendicazioni rurali dovute alla mancata distribuzione delle terre. Ugualmente sorprendente è scoprire le costanti dei meccanismi repressivi: stragi, processi sommari, corruzione, amnistie, tradimenti, uso indiscriminato del bastone o della carota. Sempre così, dagli Aragonesi ai Savoia, passando per i Borbone e Gioacchino Murat.
A mio avviso è possibile muovere due elogi e una critica al saggio di Ciconte. Il primo punto di forza è rappresentato dall'analisi degli aspetti giuridici; molto interessanti sono infatti le pagine in cui l'Autore concentra la sua attenzione sull'illegalità dell'operato dei militari piemontesi nel Sud Italia. Ciconte spiega esaurientemente la difformità delle procedure attuate rispetto alle norme vigenti e allo Statuto Albertino, nonché il pervicace contrasto tra magistratura ed esercito, la prima garantista e il secondo spietato e illiberale. Per approfondire gli aspetti giuridici, Ciconte fa ampio uso di stralci di lettere e memoriali dell'epoca; la trascrizione e il successivo commento di queste fonti è il secondo punto di forza del libro. D'altro canto, però, alcune parti del saggio soffrono di una carenza di approfondimento, in quanto si limitano a snocciolare una serie impressionante di dati, nomi e vicende, tanto che spesso ho avuto l'impressione di smarrirmi nella lettura, perdendo il filo del discorso complessivo.
Il libro può essere apprezzato anche da quanti hanno già letto tutto (o quasi) sul Brigantaggio, specialmente per l'excursus storico sulle origini del fenomeno, dal XVI secolo in poi. Quanti invece hanno conosciuto superficialmente tali vicende solo dai libri di scuola, dovrebbero leggerlo, per scoprire che la cosiddetta lotta al Brigantaggio è stata in verità una pagina infamante della storia italiana, una vera e propria guerra civile, un massacro in parte ingiustificato, mascherato dietro l'apparenza della ragion di Stato. Una vicenda esemplare, che purtroppo non costituirà un unicum nella nostra storia unitaria.

23 aprile 2019

"Storie di whisky andati": la strada italiana dello swing

In un'interessante e sanguigna intervista rilasciata al mensile Rolling Stone in occasione dei trentacinque anni di Un sabato italiano, Sergio Caputo ha descritto l'atmosfera che si respirava ai suoi esordi. Erano gli anni Ottanta dell'ottimismo sfrenato e del benessere ostentato, della Milano da bere, di una crisi sotterranea che c'era ma non mordeva (ancora) quanti desideravano fare la bella vita. Storie di whisky andati (1988), il suo quinto LP, si pone decisamente come uno spartiacque, eppure ancora risente dei vizi e degli eccessi dei primordi, quando Caputo era soltanto un giovane pubblicitario trasferitosi dalla Capitale a Milano, che lavorava di giorno e trascorreva la notte ciondolando da un locale all'altro.
Un disco “alcolico”, dunque, come testimoniano la foto di copertina e quella della busta interna, che ritraggono l'artista intento ad accendersi una sigaretta, appoggiato mollemente al bancone di un bar. Nonostante l'alta gradazione alcolica, è un disco coerente e compiuto, unitario nelle fonti di ispirazione (il jazz e lo swing) e nelle tematiche trattate, attraversato da una sottile ironia. Mi spingo finanche ad affermare che è un LP divertente e mai scontato, impreziosito da testi che sono veri e propri inni del nonsense. Si leggano i versi che aprono Oh mama della jungla blu: «è mezzanotte, mama, e sai che c'è? C'è un anaconda dentro il frigidaire, ho un coccodrillo nella doccia, e sul parquet gli gnomi ballano la rumba». O ancora, il fulminante attacco di Anche i detective piangono: «Grazie, niente arsenico, fa venire l'ulcera». Sono testi paradossali e umoristici, che descrivono la realtà filtrata attraverso gli occhi di un disincantato viveur, che dorme di giorno e si accende di notte. Eppure non mancano le riflessioni profonde, come nell'ipnotica Quando l’amore va, da molti definita l'unica canzone d'amore, nel senso tradizionale del termine, nel repertorio dell'artista romano. Ricordi d'infanzia emergono poi nella nostalgica Maccheroni amari: «guardo le foto di quand'ero freak; ero un altro me, ero un altro chi?».
Come ho detto, jazz e swing sono gli ovvi punti di riferimento, sia pure riletti attraverso una sgangherata verve italica, che fa il verso alla musica americana, educandola secondo una sensibilità tutta latina. È un suono moderno e “americaneggiante”, una vena ispirata e mai troppo battuta da altri cantautori nostrani, che resta nella memoria a lungo e si mantiene attuale a distanza di oltre trent'anni. Il lato A si apre con la spumeggiante Non bevo più tequila, che se la gioca, quale migliore del disco, con la ritmata e fantascientifica Bingo torna giù. Onnipresenti basso e tastiere, mentre i fiati fanno capolino qui e lì, come nella splendida coda strumentale di Quando l’amore va. Merita una menzione anche Vieni a salvare la mia anima, rilettura in chiave ironica della leggenda di Aladino.
Storie di whisky andati non è il 33 giri più celebre di Caputo, eppure colpisce già al primo ascolto. Rimanere indifferenti non è possibile, perché se è vero che lo swing possa piacere o meno, è altrettanto indubbio che il disco abbia personalità da vendere. Ascoltarlo significa entrare in bar equivoci, frequentati da personaggi che sembrano usciti dalle canzoni di Carosone, dandies in «giacca a quadri di tweed», che regalano alle donne amate «rose rosse al plastico»; uomini duri solo all'apparenza, che affogano nell'alcool le delusioni della banalità del quotidiano.
Copertina e busta interna del 33 giri (CGD, 1988)

10 aprile 2019

"Racconto d'autunno" di Tommaso Landolfi: oltre la letteratura di genere

In Racconto d'autunno (1947) convivono in perfetta simbiosi le due anime di Landolfi, ovvero lo scrittore puro e il solitario. Parlo di pura scrittura perché il romanzo è un perfetto esercizio di stile; ogni pagina, e si potrebbe ben dire ogni parola, è costruita con maniacale attenzione ai particolari, sì da sprigionare una forza evocativa difficilmente eguagliabile. Si pensi al lessico, all'uso di parole rare, ricercate, auliche, desuete o finanche inventate, come “ordinotte”, “amoerro”, “sguancio”, “canova”, “droppiere” e innumerevoli altre. Parlo poi di uno scrittore solitario, perché Landolfi non può essere ricondotto entro correnti o mode; come scrisse Carlo Bo nella prefazione di un'edizione BUR del 1975, egli «non obbedisce ad alcun codice, non segue riti d'alcun genere, è uno che vive davvero in un'isola e ogni tanto affida al mare dei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, tra l'irrisione e la disperazione». Un uomo che proteggeva la propria libertà, al punto di scegliere la strada della non appartenenza ad alcun movimento. Per comprendere Racconto d'autunno si deve pertanto partire da tali premesse, da una componente autobiografica, si potrebbe dire quasi spirituale, arricchita da elementi di pura fantasia.
Racconto d'autunno è principalmente un romanzo d'interni, che si sviluppa tutto nelle stanze di un avito palazzo costruito sopra un isolato pianoro. Protagonista è un partigiano, anche se Landolfi non lo presenta mai espressamente come tale. Separato dai suoi compagni di lotta e braccato dall'esercito nemico, il protagonista, dopo aver vagato per aspri crinali e forre, raggiunge un antico palazzo all'apparenza disabitato, in cui decide di rifugiarsi. Qui vive, assieme a due feroci cani, un vecchio burbero e dispotico, di nobile famiglia decaduta, che decide a malincuore di ospitarlo. Nel palazzo aleggia però un'inafferrabile presenza femminile, che si rivelerà soltanto nel climax finale, grazie ad un rito esoterico. La casa, o meglio il maniero, non è solo lo sfondo in cui sono collocate le vicende, ma è uno dei personaggi del racconto, se non addirittura il vero protagonista. Immensa, labirintica e decadente, fagocita gli abitanti e li induce in uno stato di prostrazione emotiva che è l'anticamera della follia. Una casa all'apparenza vuota, ma in realtà permeata di presenze, un po' come la magione degli Usher del celeberrimo racconto di Poe.
C'è chi ha parlato di “romanzo gotico”, chi ha giustamente citato la corrente del “realismo magico”. In effetti, pur valendo le premesse circa la non riconducibilità di Landolfi ad alcun genere, Racconto d’autunno presenta gli elementi dell'uno e dell'altro. Certamente ricorrono aspetti del gotico ottocentesco, come il rapporto amore/morte, la negromanzia, la strisciante inquietudine che pervade le pagine dall'inizio alla fine. Tuttavia, appare evidente la volontà dello scrittore di inserire con naturalezza elementi fantastici in una cornice realistica, finanche provinciale, come nella migliore tradizione del cosiddetto realismo magico italiano.
A mio parere, non si può poi tacere un altro aspetto. Anche Landolfi, come tutti gli scrittori italiani della prima metà del secolo scorso, fu toccato e impressionato dalla guerra. A differenza di Vittorini, Fenoglio o Pavese, che fecero del romanzo civile una vera e propria bandiera, Landolfi scelse una strada diversa e appartata, ma non meno critica. In Racconto d'autunno, pur in forma indiretta, si allude a patrioti (i partigiani), a invasori (i tedeschi) e alleati (gli americani). Ma soprattutto, nella scena più drammatica del romanzo, Landolfi descrive le violenze inflitte alla popolazione civile dalle truppe inquadrate nei reparti alleati. È questo un evidente e dolente richiamo ai crimini di guerra compiuti in Ciociaria dai soldati nordafricani dell'esercito francese, i c.d. goumier. Per quanto lontano dal dibattito e dalla polemica, Landolfi espresse così, sia pure entro la cornice di una storia di fantasia, tutta l'indignazione per i torti subiti dai propri conterranei. Voglio pertanto chiudere con le sue parole, che fanno luce su un'ulteriore e possibile chiave di lettura di questo prezioso racconto.
«Essi, che in tempi precedenti avevano avuto a subire gravi torti, nel loro paese medesimo, dai nostri connazionali, giungevano ora qui colla sete della vendetta e l'animo dei saccheggiatori e degli stupratori, né, ebbri di conquista, si brigavano di distinzioni purchessia fra amici e nemici, armati e non.»
Edizione BUR del 1975