18 dicembre 2019

Il satanismo di maniera dei Black Widow

Ci sono opere sempre attuali, in ogni luogo ed epoca, e altre contingenti, strettamente legate al tempo in cui furono prodotte. Così è per l'arte, la letteratura, la musica, e più in generale per ogni creazione umana. E se possiamo certamente affermare che Revolver dei Beatles o Forever changes dei Love siano figli del loro tempo, ciò nonostante sarebbe sacrilego definirli "vecchi", o peggio ancora "sorpassati". Viceversa, un disco come Sacrifice (1970) degli albionici Black Widow, pur restando a detta di molti una pietra miliare, a mio avviso risente del tempo passato.
I Black Widow nacquero dalle ceneri dei Pesky Gee, gruppo blues-rock di discreto successo; cambiato nome, il sestetto inglese decise di scatenare un piccolo terremoto nella scena musicale dell'epoca, pubblicando Sacrifice. La sinistra copertina e i disegni interni richiamavano atmosfere luciferine, come pure i testi, densi di riferimenti all'esoterismo, all'occultismo e al satanismo. In un'epoca in cui il genere rock era ancora identificato con le divagazioni psichedeliche del beat, i Black Widow apparivano innovativi e scandalosi; se a ciò si aggiungono alcune leggende metropolitane, come i presunti sacrifici animali sul palco, il piatto è servito. Assieme a Coven e Black Sabbath furono i pionieri di un genere destinato a fare proseliti, anche se, a differenza delle due band citate, si muovevano principalmente nei terreni del progressive.
Sbaglia chi appoggia la puntina sul vinile aspettandosi qualcosa di duro: Sacrifice è un LP folk-rock dalle venature prog, in cui a farla da padrone sono i fiati di Clive Jones e l'organo di Zoot Taylor, mentre le chitarre suonate da Jim Gannon non sono mai invasive. La formazione era completata dalla precisa sezione ritmica di Clive Box alle percussioni e Bob Bond al basso, mentre a cantare ci pensava Kip Trever. Come ho già detto, il confronto inevitabile è con i Black Sabbath, che nello stesso anno pubblicavano il loro primo, maestoso e omonimo album; ed è proprio quest'ultimo a vincere su tutta la linea in un ipotetico confronto con Sacrifice. Si pensi ai solchi iniziali: mentre i Black Widow accolgono l'ascoltatore con un organo sinistro ma comunque legato alla vulgata beat, Ozzy & co. lo terrorizzano con gli scrosci di un temporale e il lugubre incedere di una campana a morto.
Sia pure con alcuni passaggi interessanti – su tutte, l'iniziale In ancient days –, il lato A scorre senza particolari sussulti. Quel che manca, a mio avviso, è la costruzione di un'atmosfera realmente gotica o nera. I Black Widow si affidano a testi persino più audaci ed espliciti di quelli dei Black Sabbath, eppure appaiono un po' incerti e manieristici. Si ascolti in proposito la celebre Come to the sabbat, in cui l'invocazione corale al demonio assume, per uno strano paradosso, un carattere del tutto innocuo, quasi parodistico.
Decisamente superiore il lato B, impreziosito dalla lunga title-track, una cavalcata progressiva di oltre sette minuti, che resta la parte più convincente del lavoro. Qui i Black Widow si cimentano in lunghe improvvisazioni strumentali, con i fiati e l'organo che si inseguono sul tappeto martellante delle percussioni, a dare l'idea di una messa nera.
Dopo ripetuti ascolti, sono giunto alla conclusione che Sacrifice è un disco innovativo nelle intenzioni, se non altro per le tematiche trattate, eppure ingenuo negli esiti. Fulminante la recensione contenuta nel volume Progressive dell'Atlante musicale Giunti, in cui si parla di «un suono che non ha retto il peso degli anni, privo forse di quelle sincere connotazioni dark tipiche di altri gruppi», caratterizzato da «un po' di occulto, accenti moderatamente ossessivi e satanismo quanto basta». Dispiace avere bistrattato un disco che molti considerano seminale per tutta la scena a seguire, ma ritengo che risenta particolarmente il peso degli anni. In conclusione: è un LP rivoluzionario per l'epoca in cui fu concepito, ma esagera chi lo eleva a capostipite di un genere.

7 dicembre 2019

"Quel che resta del giorno" di Kazuo Ishiguro: l'arte di servire con dignità

I concetti di “dovere” e “dignità” costituiscono il fulcro del celebre romanzo di Ishiguro, pubblicato nel 1989 e trasposto sul grande schermo nel 1993. Il primo rappresenta la strada maestra di ogni maggiordomo, l'unico imperativo da seguire. La seconda è invece la somma qualità che un maggiordomo che si rispetti deve possedere, secondo i dettami della massima autorità in materia, la Hayes Society.
Le due qualità sono impersonate da Stevens, l'impeccabile maggiordomo di Darlington Hall, una grande magione nell'Oxfordshire, tra le più antiche e rinomate d'Inghilterra. Stevens, figlio d'arte, ha trascorso tutta la vita al servizio del controverso Lord Darlington, attraversando specialmente gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando la casa di quest'ultimo era uno dei centri ufficiosi della politica internazionale. Dopo la guerra, morto il vecchio padrone, Stevens viene di fatto “acquistato assieme alla casa” da un ricco americano, presso cui presta servizio cercando di far rivivere i fasti del passato, nonostante l'ovvio ridimensionamento dovuto ai tempi.
Il romanzo, pur avvalendosi frequentemente dell'analessi, è ambientato nel luglio del 1956, quando una proposta apparentemente banale stravolge la metodica esistenza di Stevens. Il nuovo datore di lavoro si assenta per un periodo e concede al maggiordomo una settimana di ferie, lasciandogli persino la sua automobile e invitandolo a trascorrere una piacevole vacanza. Stevens, poco propenso ad un viaggio di pura evasione, decide di approfittare dei giorni di libertà per rivedere miss Kenton, la vecchia governante di Darlington Hall, che aveva lasciato la casa vent'anni prima per sposarsi. Stevens si convince ad intraprendere il viaggio solo dopo averlo mascherato con ragioni professionali, nella speranza di far tornare a Darlington Hall l'antica governante.
Anche se può sembrare una considerazione ovvia, Quel che resta del giorno è il tipico esempio in cui il viaggio, inteso come spostamento fisico da un luogo all'altro, è solo la metafora di un itinerario ben più lungo e accidentato, quello dentro di sé. Durante la settimana di libertà, Stevens fa un bilancio della propria esistenza, spesa nell'adempimento del dovere, sacrificata per la realizzazione di due fini: la soddisfazione dei desideri del padrone e il raggiungimento della “dignità”. Si leggano in proposito le pagine in cui rievoca la morte del padre, quale supremo esempio di attaccamento ai propri doveri e tentativo di raggiungere la tanto celebrata dignità. Eppure, per quanto egli tenti di sacrificare ogni emozione sull'altare del senso del dovere, i sentimenti tornano prepotentemente a fargli visita in occasione del viaggio, che diventa un'occasione per ripensare alla propria vita. Si apre così una crepa, che porta a galla la verità: il dovere è stata una gabbia, Darlington Hall una dorata prigione, la dignità una chimera che si può sfiorare ma non afferrare. Viene allora in mente il celebre Jacob von Gunten dello svizzero Walser, in cui si narra di una scuola per perfetti servitori, l'Istituto Benjamenta. C'è però una differenza di fondo: mentre nel romanzo dello scrittore elvetico l'obiettivo che la scuola si propone è quello di ridimensionare i propri allievi, fino a renderli “zeri, rotondi come un palla”, nel racconto di Ishiguro il saper servire è invece una strada per l'elevazione e la sublimazione di sé.
Concludo con una breve notazione sullo stile. Il romanzo è scritto in prima persona, sotto forma di un lungo monologo che prende vita sull'onda dei ricordi; a parlare è Stevens e pertanto il linguaggio è professionale, chirurgico, di un'aristocratica asciuttezza. Consiglio vivamente la lettura di questo classico moderno, scritto da un autore di origini giapponesi, eppure inglese fin nel midollo per tematiche, stile e ambientazione.
«La dignità in un maggiordomo ha a che fare, fondamentalmente, con la capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna. […] I grandi maggiordomi sono grandi proprio per la capacità che hanno di vivere all'interno del loro ruolo professionale e di viverci fino in fondo; sono individui che non si fanno sconvolgere da eventi esterni, per quanto sorprendenti, allarmanti o irritanti questi possano essere.» 

26 novembre 2019

Guardare senza essere visti: l'osservatorio privilegiato di Palazzo Bonaparte

Nel punto di intersezione tra Piazza Venezia e Via del Corso sorge un palazzo seicentesco rimasto chiuso per decenni, da poco riaperto alla collettività. È chiamato Palazzo Bonaparte, perché dal 1818 al 1836 vi dimorò Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone. Si narra che la nobildonna trascorse la prima parte del soggiorno romano tentando con ogni mezzo diplomatico la liberazione del figlio, in esilio a Sant'Elena, interpellando persino il Pontefice. Gli ultimi anni, invece, scivolarono via nel silenzio della preghiera e della rassegnazione, fino ad un definitivo allontanamento dalle cose del mondo, aggravato dalla rottura del femore che le impedì di lasciare la casa.
Accompagnata dal padre spirituale, o più di frequente da una dama di compagnia, amava trascorrere i lunghi pomeriggi romani in un balconcino coperto ad angolo, chiamato anche “bussolotto”. Qui poteva osservare il passaggio di Piazza Venezia e Via del Corso, ammirare con un unico colpo d'occhio la vita brulicante dei luoghi nevralgici della città, il tutto senza essere vista. Le imposte spioventi del caratteristico balconcino, infatti, celano chi si affaccia agli occhi dei passanti. È la sensazione del “guardare senza essere visti”, che donna Letizia e le sue dame di compagnia provavano nelle interminabili giornate di un esilio autoimposto.
Oggi un'intera ala di Palazzo Bonaparte è aperta ai visitatori, ed è un altro spazio espositivo che si aggiunge all'offerta culturale della città. Nove stanze complessivamente, corrispondenti all'appartamento della Ramolino, tutte riccamente decorate con stucchi, affreschi allegorici e meravigliosi caminetti. Non resta nulla degli arredi originari, a parte una copia in gesso della statua raffigurante Napoleone, commissionata dallo stesso Imperatore a Canova. Meravigliosi anche i pavimenti dell'epoca, protetti ma visibili grazie a pannelli di plexiglass. Il percorso si conclude nella stanza da letto della Ramolino, passando per il vestibolo d'ingresso, la splendida sala dei ricevimenti e il già menzionato “bussolotto”. Anche il visitatore moderno può così riposare un momento sui sedili in legno, magari proprio nel punto in cui la madre di Napoleone trascorreva le sue giornate romane, osservando la vita di centinaia di persone senza essere vista.
Tutte le foto sono state scattate da me; chiedo cortesemente, a chiunque volesse utilizzarle, di citare la fonte.
La copia in gesso della statua di Napoleone, opera di Canova
Il soffitto affrescato del salone dei ricevimenti
Il celebre balconcino ad angolo, o "bussolotto"
Particolari delle decorazioni del balconcino

Il Palazzo da solo vale una visita, ma un'occasione in più è data dagli eventi che periodicamente ospita. Attualmente – e fino al prossimo otto marzo – è in programma l’interessante mostra Impressionisti segreti, che espone cinquanta opere di importanti pittori impressionisti, “segrete” perché provenienti da collezioni private, normalmente celate al grande pubblico. Sono rappresentati i grandi autori francesi come Monet, Manet, Gauguin, Caillebotte, Renoir, Seurat, Laugé, nonché alcuni provenienti da altre nazioni, come l'italiano Zandomeneghi. La mostra è ben curata, gli spazi sono ampi e ogni opera è corredata da un'esaustiva didascalia esplicativa.
G. Caillebotte, Una strada a Napoli 
P.A. Renoir, Ritratto di Madame Josse
A. Laugè, Dinanzi alla finestra
C. Pissarro, Sulla sponda della Senna
G. Caillebotte, Un balcone, Boulevard Haussmann

12 novembre 2019

"Rituals": le radiazioni di una luce fredda

Nel pantheon ideale della new wave italiana, i Neon occupano un posto di rilievo. Appartenenti alla scena fiorentina come Litfiba, Diaframma e Moda, scelsero in controtendenza di esprimersi in lingua inglese, per dare respiro internazionale al proprio lavoro. A distanza di trentaquattro anni dal primo e unico LP, sono ancora attivi sulla scena indipendente; proprio l'anno scorso ho avuto la fortuna di vederli dal vivo a Roma, in forma smagliante.
Rituals venne pubblicato nell'autunno del 1985, dopo Siberia dei Diaframma (1984) e Desaparecido dei Litfiba, uscito a gennaio dello stesso anno. Le differenze tra i tre dischi sono di palmare evidenza. Siberia, pur riprendendo il suono d'oltremanica, lo mediava attraverso una vena "cantautoriale" e poetica tipicamente italica; Desaparecido guardava al Mediterraneo, all'Oriente, all'America Latina. Rituals è invece un LP che avrebbe ben potuto essere stampato in terra d'Albione, sia pure in ritardo rispetto a quanto avevano già fatto New Order, Bauhaus, Cure, OMD e Depeche Mode, anche se i più immediati punti di riferimento rimangono i tedeschi Faust e Kraftwerk.
Pur con gli ovvi limiti, dovuti principalmente ad una registrazione non eccelsa, Rituals resta un punto di riferimento per la darkwave nostrana, se non addirittura l'apice dell'intero movimento. La fanno da padroni tastiere e sintetizzatori suonati da Piero Balleggi e dal cantante Marcello Michelotti; le chitarre sono invece affidate a Ranieri Cerelli, mentre Roberto Federighi suona batteria e percussioni. I Neon dimostrano anche alla lunga distanza le caratteristiche che li avevano resi celebri nel circuito underground: toni cupi, ritmiche ossessive, sonorità che strizzano l'occhio al synthpop più raffinato. Il risultato è chiaramente figlio dei tempi, ma resta godibile anche a distanza di trent'anni, soprattutto per la scelta meditata di mantenersi fuori dal commerciale, senza tuttavia abbracciare gli eccessi criptici del genere industriale, che pure aveva seguito e degni interpreti in Italia.
L'iniziale Runnin' è uno dei brani più celebri dei Neon, molto efficace dal vivo: un drumming martellante che sostiene il preciso incedere delle chitarre elettriche, su cui si staglia la profonda voce di Michelotti. Last chance è un altro gran pezzo, che ricorda i migliori New Order di Power, corruption & lies di un paio d'anni prima. La successiva Isolation all'epoca venne promossa anche con un video, disponibile ancora su YouTube. Predominano i sintetizzatori e gli effetti, ma stupisce la sezione ritmica, precisa e ossessiva, che fa molto Joy Division. Michelotti esalta le sue doti vocali con un testo che non avrebbe sfigurato nel repertorio di Ian Curtis: «Every night I'd like to kill my fantasy, / everytime I fight but cannot win. / Maybe I felt your sound in ancient memories, / what I need is out of reality. […] For my crime of passion I've got no safety, / no one will relieve my agony. / Turn, turn off the light, / your ecstasy does make me stay».
Il lato B si apre con il punto più alto del disco, a mio modesto avviso: la maestosa Dark age, con un titolo che è già una dichiarazione d'intenti. È un delizioso gioiello synthpop, in cui tutto si mantiene magicamente in equilibrio: la voce distorta dagli effetti, la batteria precisa e incalzante, la chitarra che disegna la melodia principale, il sottofondo quasi progressivo delle tastiere. Potrebbero averla scritta benissimo gli Ultravox o i Kraftwerk, tanto alto è il livello raggiunto. L'eclettismo e le capacità del gruppo sono poi dimostrate dalla cover di Burning of the midnight lamp, rilettura in chiave wave di un classico hendrixiano. Le tracce sono otto, per quaranta minuti abbondanti di una musica fredda, che illumina la notte dell'anima ma non riscalda, proprio come un neon.
Nel 2010 la Spittle Records ne ha curato una splendida ristampa in vinile, che riprende la grafica originaria; io l'ho trovata ad un prezzo davvero conveniente, 12 euro. Unica pecca la mancanza dei testi, che è comunque possibile scaricare dal sito ufficiale della band.
La copertina dell'album 
La band, foto della busta interna del vinile

31 ottobre 2019

La Storia passa per Vienna: il nuovo albo di Martin Mystère

Nel numero di agosto/settembre, nello spazio dedicato alle anticipazioni, Alfredo Castelli aveva risposto con la consueta ironia agli uccelli del malaugurio che da anni puntualmente annunciano – o forse addirittura auspicano – la chiusura della serie. Il creatore di Martin Mystère ha rivelato che senza dubbio la serie chiuderà, ma solo perché, come tutte le creazioni umane, ha avuto un inizio e avrà una fine. Nessuna chiusura imminente, dunque, a beneficio degli appassionati. Soprattutto, si spera che le parole di Castelli mettano a tacere una volta per tutte le malelingue.
Il numero 365 (ottobre/novembre 2019) attualmente in edicola, intitolato La grande epidemia, è in qualche misura il segno della vitalità della testata, sebbene sia fisiologico un calo di ispirazione dopo trentasette anni di presenza costante nelle edicole italiane. Ho parlato di vitalità del personaggio perché Martin sembra vivere una seconda giovinezza: è atletico, poco propenso a dilungarsi in lunghi monologhi, pronto invece a fare a botte e persino a calarsi da un condotto di aerazione grazie ad una tecnica appresa ad Agarthi. Al tempo stesso, però, si ravvisa un calo d'ispirazione per l'utilizzo di alcuni espedienti narrativi ormai abusati, un ritornello sentito troppe volte. Parlo dell'irruzione dell'ennesima setta segreta non meglio identificata, oppure dell'esplosione finale che risolve tutti i problemi, soluzione forse catartica ma fin troppo sbrigativa. Al di là dei limiti, se si legge l'albo senza preoccuparsi della continuity pretesa dagli appassionati di lungo corso, si riscontrano almeno tre punti di forza. Il primo è nei disegni di Romanini, che si mantiene fedele al personaggio e al contempo ci regala una molteplicità di figure di sfondo e contorno, ivi compresa una manciata di belle ragazze. Mi è poi piaciuta la maggiore propensione all'azione rispetto ad alcuni albi del recente passato, in cui predominavano i toni eruditi e gli immancabili “spiegoni”. La grande epidemia è invece un'avventura incentrata sul presente, che possiede il serrato andamento di una storia di spionaggio e sorprende con diversi colpi di scena. Inoltre, viene affrontato un tema quanto mai attuale, ossia il cambiamento climatico e le strategie da attuare al più presto per salvare il pianeta.
La vicenda, sceneggiata da Belli con i disegni di Romanini, è interamente ambientata a Vienna, dove il Buon Vecchio Zio Marty è invitato a presentare l'edizione austriaca in versione economica dei suoi libri. Nella città asburgica, tanto per cambiare, si sta verificando un evento senza precedenti, una vera e propria epidemia di suicidi che colpisce inspiegabilmente persone che non hanno una ragione per togliersi la vita. Partendo da questa “grande epidemia”, la storia prende una piega imprevista, che porterà il Detective dell'impossibile a venire a contatto con un oggetto antichissimo dalle proprietà esoteriche, che i cattivi di turno vogliono utilizzare per indirizzare le sorti del mondo e conformare l'umanità sotto un pensiero unico monolitico.
È un'avventura vissuta quasi interamente in solitaria, mancando i soliti comprimari; Martin ha così modo di esaltare le proprie doti, su tutte l'intuito, l'altruismo e la totale libertà di pensiero. Il nostro eroe viene messo di fronte ad un quesito: è giusto barattare la libertà per la salvezza? O meglio, è giusto salvare l'umanità e la Terra pagando il prezzo di un pensiero unico, della sottomissione e dell'annullamento di ogni individualità? Martin non ha dubbi e risponde di no, perché per lui la libertà viene prima di ogni cosa e la salvezza dell'umanità non può essere imposta, ma deve essere il risultato di scelte ponderate e condivise. Il punto più interessante dell'albo è proprio questo: i cattivi sono paradossalmente quelli che vorrebbero salvare il pianeta, sia pure attraverso un progetto aberrante. Martin Mystère, invece, si oppone al loro piano, perché sa vedere le cose da un profilo morale più elevato.
Sperando di non aver svelato troppo della trama, consiglio la lettura di questo numero 365, che peraltro ci rinfresca la memoria su uno degli eventi decisivi della storia europea e della nostra cultura, ossia l'assedio di Vienna del 1638 da parte degli Ottomani. Unico neo, come già detto, il finale troppo frettoloso. Spero che in futuro vengano adottate soluzione diverse, per garantire ancora longevità e successo alla serie.
Martin Mystère n. 365 - La grande epidemia - Ott/Nov 2019

18 ottobre 2019

"Secondhand Daylight", l'anello di congiunzione tra punk e new wave

A differenza di altri gruppi guidati da un leader carismatico, quando si parla dei Magazine ne viene esaltato il lavoro di squadra. In effetti il cantato insinuante e velenoso di Howard Devoto non sortirebbe il medesimo effetto straniante sull'ascoltatore senza le bordate della chitarra elettrica di John McGeoch e gli ipnotici tappeti su cui viaggiano le tastiere di Dave Formula. La formazione, completata da Barry Adamson al basso e da John Doyle alla batteria, nacque nel 1977, quando Devoto, lasciati i Buzzcocks e il loro primordiale pop-punk, decise di virare verso un suono più complesso, fondando un gruppo pronto a sperimentare idee innovative.
Secondhand Daylight (1979) è il secondo LP dei Magazine; ad ascoltarlo sembra proprio che il punk sia morto e sepolto da un pezzo, sebbene fossero passati quattro anni o poco più dalla sua esplosione. Il suono dei Magazine è ruvido ma elaborato, con canzoni dilatate oltre i quattro minuti, fino a giungere ai sette di Back to nature. C'è chi parla di post-punk, chi li celebra come i veri pionieri della new wave, chi li colloca nell'art-punk per l'attitudine sperimentale, quasi d'avanguardia. Tutti hanno ragione, in un modo o nell'altro; volendo, si può riassumere il discorso affermando che la band di Manchester ha socchiuso, neppure tanto timidamente, una porta che altri e più energicamente avrebbero spalancato. L'album vive principalmente degli intrecci di chitarre e tastiere dei due virtuosi Formula e McGeoch, quest'ultimo definito da molte riviste specializzate come il chitarrista tecnicamente più dotato della stagione punk.
Il trittico iniziale è maestoso. Si apre con la sontuosa Feed the enemy, che cala l'ascoltatore nelle visioni conturbanti della mente di Howard Devoto, con gli esemplari versi «it's always raining over the border / there's been a plane crash out there in the wheatfields; / they're picking up the pieces, / we could go and look and stare». La successiva Rhytm of cruelty è l'esempio della naturale evoluzione del rock dei tardi Settanta, l'emblema del post-punk; non a caso le musiche sono scritte da McGeoch e Adamson. Con Cut-out shapes si ritorna ad atmosfere cupe e visionarie, scandite da un ritmo più compassato. Chiudono la facciata la trascurabile Talk to the body e l'energica I wanted your heart.   
Il lato B si apre con The thin air, uno strumentale per sole tastiere, impreziosito nel finale dal sassofono suonato da McGeoch. Il brano funge essenzialmente da apripista a Back to nature, la traccia più matura e complessa del disco. Sono sette minuti di fuga sperimentale e continui cambi di ritmo, in cui Devoto – pur non essendo particolarmente dotato dal punto di vista vocale – dà il meglio di sé, alternando sussurri e improvvisi slanci acuti. Ancora una volta, però, sono McGeoch e Formula il vero motore della band. Il disco si conclude con la dimenticabile Believe that I understand e il funebre incedere di Permafrost, una delle composizioni più celebri di Devoto, che ci regala una perla sadica come «as the day stops dead / at the place where we're lost / I will drug and fuck you / on the permafrost».
Cristallino il talento, eppure i Magazine non sono tra i gruppi del periodo che vengono ricordati spesso, sebbene godano di un certo credito tra gli appassionati; basti pensare che Secondhand Daylight raggiunse al massimo la posizione n. 38 tra i dischi più venduti nel Regno Unito nel 1979. La ragione risiede probabilmente in quello che è anche il suo punto di forza: essere l'anello di congiunzione tra un recente passato già ammuffito (il punk) e un futuro incerto, ancora tutto da scrivere (la new wave).

6 ottobre 2019

"Un'anima persa" di Giovanni Arpino: ogni uomo ha il suo Doppio

Il romanzo, tra i più celebri di Arpino, è un meccanismo narrativo perfetto, che avvince il lettore dal misterioso inizio al sorprendente finale. Come correttamente rilevato da molti critici, Un'anima persa è debitore della grande tradizione del romanzo nero ottocentesco, da cui Arpino ha attinto a piene mani per le atmosfere e la tensione inespressa e indecifrabile che ne attraversa le pagine. Anche la tematica principale, quella del "doppio", è di matrice prettamente ottocentesca, con Stevenson e Dostoevskij a fare da apripista.
Tino, il giovane protagonista, è un orfano appena uscito dal collegio, in procinto di affrontare gli esami di maturità a Torino, dove viene ospitato dagli zii. La casa, circondata da un pallido giardino, si trova in una zona lontana dal centro cittadino e tuttavia non propriamente isolata, un po' avamposto della campagna e un po' propaggine estrema della metropoli. È un edificio a due piani, labirintico e vasto, pieno di anditi, sgabuzzini oscuri e lunghi corridoi costellati di porte chiuse. Di notte la casa si risveglia, attraversata com'è da spifferi vocianti e sinistri scricchiolii. Gli abitanti sono quattro, ma solo tre si palesano apertamente: la zia Galla, la serva Annetta e lo zio, l'altero Serafino Calandra, detto l'Ingegnere. Il quarto inquilino è il Professore, fratello gemello dell'Ingegnere, che vive recluso in una stanzetta al secondo piano. È affetto da una non meglio precisata malattia mentale, che gli impedisce di avere contatti con gli altri; solo l'Ingegnere è ammesso al cospetto del Professore pazzo, che viene servito e riverito con encomiabile devozione. Ed è proprio la follia ad aleggiare su tutti i personaggi, fino al convulso finale che non intendo rivelare.
Dietro gli scenari da romanzo nero, si cela il tema più profondo toccato da Arpino: l'ambivalenza dell'essere umano, diviso tra l'immagine apparente di sé, ovvero quella socialmente imposta e accettata, e la sua essenza più profonda, occultata perché pericolosa o comunque non approvata dagli altri. È la figura del “doppio”, quale manifestazione irriflessiva dell'io più profondo, da nascondere sotto rassicuranti sembianze. Tutti i personaggi celano qualcosa, non solo il folle Professore; soprattutto, tutti sembrano provenire da un circo degli orrori, più simili a caricature che ad esseri umani. Anche Torino subisce lo stesso processo di trasfigurazione: livida e deserta, si illumina soltanto nelle notti viziose, mentre di giorno persino la sua proverbiale operosità è in letargo.
Conclusa la lettura, il pensiero va immediatamente alla vasta categoria del romanzo di formazione, cui certamente Un'anima persa appartiene, anche se in un'accezione particolare. La vicenda di cui Tino è testimone, sebbene duri appena cinque giorni, trasforma il ragazzo, cambiandone per sempre la percezione del mondo. Abituato alla vita anestetizzata del collegio, viene catapultato in una dimensione estranea e incomprensibile, che rimarrà tale nonostante gli strenui tentativi di comprenderla o di trarne un insegnamento. L'ultima pagina è esemplare in tal senso: Tino è steso nel suo letto, incapace di prendere sonno, avvinto da una strisciante paura che è ormai diventata il suo ambiente naturale. Vorrebbe parlare con qualcuno di quanto ha visto e sentito, ma è consapevole che dovrà tenere tutto dentro di sé. L'ambigua vicenda dell'ingegner Calandra è «l'unica storia che il mondo degli adulti ha saputo dargli come ammaestramento», per quanto sia oscura, torbida e inestricabile. Per questa ragione ho parlato di un romanzo di formazione sui generis, in quanto l'unico possibile sviluppo è l'approdo ad uno stadio ulteriore di confusione.
A distanza di oltre cinquant'anni dalla sua pubblicazione (1966), Un'anima persa resta un romanzo potente e attuale, una storia senza tempo che lancia un drammatico interrogativo.
«Possiamo noi oggi attribuire soltanto a pazzia una così lucida e antica decisione di esistere in altro modo, di sopravvivere al di là di se stesso e dell'unica immagine che gli altri concedono ad un uomo?»

25 settembre 2019

"Inveni portum", il blog cambia nome!

Quando ho aperto il blog, nel gennaio 2011, pensavo ad uno spazio virtuale in cui promuovere la mia attività letteraria, avendo da poco pubblicato Percezione dell'inverno. Per questa ragione l'avevo chiamato semplicemente “Alfonso Cernelli blog”. Col tempo le cose sono cambiate e il blog ha assunto un'altra fisionomia, diventando un contenitore di recensioni, interviste e articoli: “Letteratura, Musica, Scrittura, Cinema, Arte & altri argomenti”, come recita la descrizione.
Pertanto, ho deciso di dargli un vero nome. Dopo molte indecisioni la scelta è caduta su “Inveni portum”, ossia “ho trovato l'approdo”. Si tratta dell'incipit della celebre locuzione latina «Inveni portum. Spes et fortuna valete! Sat me lusistis; ludite nunc alios!». È l'affermazione di chi, dopo tante peregrinazioni fisiche ed emotive, ha finalmente trovato l'agognato porto in cui approdare, e può dunque dire addio al Fato e alla Speranza, che tanto l'hanno ingannato e crucciato negli anni.
La locuzione ha incontrato grande successo nel corso dei secoli e può essere interpretata variamente. In tutte le varianti ermeneutiche, però, “inveni portum” significa aver raggiunto uno stato di equilibrio, nella felicità o nella perenne malinconia; potremmo affermare che sottintenda l'aver trovato qualcosa che si cercava da tempo. E poiché il blog spesso tratta temi lontani dalle mode letterarie e musicali del momento, proponendo itinerari per un pensiero non allineato, la mia speranza è che anche il lettore possa ritrovare tra queste pagine virtuali un sicuro e desiderato approdo.
Gli emigranti, di Angiolo Tommasi (1858-1923), celebre dipinto di "vita portuale" 

14 settembre 2019

"Filippo Patella e i cento preti ribelli del Cilento" di Clodomiro Tarsia: una pagina poco nota del Risorgimento

Filippo Patella e i cento preti ribelli del Cilento, di Clodomiro Tarsia, è un libro destinato principalmente a due categorie di lettori: i tuttologi del Risorgimento e gli appassionati di storia cilentana. Solo questi, e in particolare la seconda categoria, possono avere lo spirito giusto per addentrarsi nella miriade di vicende e cronache raccontate con dovizia di particolari dal bravo giornalista, già nella redazione del Mattino.
La pubblicazione, datata 2011, è stata curata dal Centro di Promozione Culturale del Cilento, in occasione dei festeggiamenti organizzati dal Comune di Agropoli per i 150 anni dall'Unità d'Italia. Di Agropoli era Filippo Patella, a cui il libro è intitolato; già presbitero, smise l'abito talare e fu uno dei Mille partiti da Quarto alla volta della Sicilia con Garibaldi. L'autore tratteggia gli eventi principali della vita dell'illustre agropolese, dal seminario di Novi all'impegno politico, fino agli ultimi giorni. Eppure la parte più interessante del saggio è un'altra, come si evince dal titolo. Il libro infatti racconta le sconosciute vicende dei “cento preti ribelli del Cilento”, ovvero i frati e i sacerdoti che si opposero alla monarchia borbonica dalla Repubblica Napoletana al 1861, passando per i moti cilentani degli anni 1820-21 e 1848.
Due sono gli aspetti che mi hanno colpito leggendo il breve saggio. Il primo è certamente l'aver scoperto l'esistenza di un clero liberale, ostile ai Borbone, con la parola, l'esempio e finanche l'estremo sacrificio. La storiografia tradizionale ci ha sempre descritto un clero reazionario e retrivo, filoborbonico perché legato ad antichi privilegi negati dai Savoia. Tarsia ha avuto il merito di aprire uno scrigno segreto, da cui emergono nomi e storie di preti combattivi, repubblicani e mazziniani o anche semplici amanti della libertà, che hanno partecipato con i sermoni e le armi alle rivolte che infiammarono il Cilento negli anni precedenti l'Unità, pagando anche con i ferri e la morte.
Il secondo pregio dell'opera sta nella capacità dell'autore di ricostruire con pochi cenni il clima socio-politico dell'epoca, così fecondo persino nel periferico Cilento, definito con sprezzo “la terra dei tristi”. Leggendo il saggio scopriamo un territorio ricco di fermenti emotivi e politici, popolato di sette segrete, pieno di cospiratori. Un popolo ribelle a cui mancò solo un leader carismatico, come precisa Tarsia con una felice intuizione.
Un plauso infine allo stile, che è asciutto e sobrio, come si conviene ad un libro di storia. Tarsia ha scritto un'opera sul Risorgimento che non è imbevuta di sterile retorica risorgimentale; anzi, descrive le vicende con il giusto distacco del cronista. Pur emergendo tra le pagine una certa simpatia verso Patella e gli altri preti ribelli, Tarsia non cade nella facile equazione “Borbone = Male assoluto”, peraltro smentita dalla storiografia più recente, non solo di stampo revisionista.
È dunque un saggio interessante, anche se di nicchia, peraltro corredato da un valido apparato fotografico.

30 agosto 2019

San Severino di Centola, l'antico borgo cancellato dal progresso

Il Cilento è caratterizzato da villaggi e casali sparpagliati su un territorio vasto, scarsamente popolato e in gran parte selvaggio. Molti piccoli centri sono stati abbandonati, diventando meta di curiosi e appassionati di rovine; i più celebri sono Roscigno, Sacco Vecchia, San Giovanni a Tresino e San Severino di Centola. Alcuni sono stati lasciati dagli abitanti per cause naturali, come frane, inondazioni, alluvioni o terremoti; altri, invece, hanno subito eventi umani, quali guerre, invasioni o decisioni d'imperio delle autorità. San Severino di Centola costituisce invece un unicum, in quanto a segnarne la fine fu l'avanzare del progresso. Quando a fine Ottocento fu costruita la ferrovia a valle, gli abitanti del borgo sulla rupe cominciarono ad abbandonare le antiche case a picco sulla gola scavata dal fiume Mingardo, insediandosi lungo la strada ferrata. Il progressivo abbandono si concluse nel 1977, ponendo fine ad una storia iniziata nel X secolo.
Passeggiare tra le rovine di San Severino significa immergersi in una dimensione contadina che non esiste più, fatta di casupole in cui famiglie numerose condividevano il tetto con gli animali, dove gli unici luoghi di aggregazione erano la chiesa e la taverna. Tre sono gli edifici di rilievo che è ancora possibile ammirare, anche se ridotti a ruderi: il castello, il palazzo  baronale (con un magnifico portale in pietra locale) e la chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il resto è un dedalo di strette viuzze, così erte da affrontare a dorso di mulo, su cui si affacciano le abitazioni. Molte sono pericolanti, altre hanno come soffitto il cielo, qualcuna resiste silente all'avanzare degli anni. L'unico edificio ristrutturato è una cappella, dove tuttora vengono celebrate le funzioni religiose.
A differenza di altri luoghi del genere, San Severino è facilmente raggiungibile, sia con il treno che con l'automobile. Il paese è servito dalla stazione "Centola-Palinuro" della linea Tirrenica Meridionale, posta a valle dell'antico abitato, a circa dieci minuti di cammino. In automobile, per chi proviene da Salerno, bisogna percorrere la Strada statale 18 e uscire a Poderia. L'automobile può essere lasciata in sosta in un piccolo parcheggio all'ingresso del paese.
Fotografie a cura di Sara Nigro, che ringrazio per il prezioso contributo.
Una via del borgo; sulla destra, ruderi del Palazzo baronale
La parte alta del borgo
La cappella, unico edificio ristrutturato
 La piazzetta con la cappella ristrutturata
 Particolare di un'abitazione
 Ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli
 Le vie del paese
 La gola scavata dal Mingardo
 Veduta del borgo
 La parte bassa del borgo, con la S.S. 18 in lontananza
I ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli