16 giugno 2015

"La mia scrittura umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante": intervista al poeta e scrittore Dante Maffia

Dante Maffia, nato a Roseto Capo Spulico (Cs) nel 1946, è uno dei più importanti scrittori e poeti contemporanei. Non è possibile riassumere in poche righe la sua vasta produzione letteraria, che comprende opere di narrativa, poesia e saggistica; per questo, mi limito a rinviare alla pagina della biografia presente sul suo sito e su Wikipedia.
Mi ha concesso, e per questo lo ringrazio tantissimo, una lunga e appassionata intervista, che, partendo da un’analisi del romanzo Milano non esiste, affronta altri interessanti temi, quali il meridionalismo, l’emigrazione, la civiltà letteraria, il ruolo della poesia, la globalizzazione.

Domanda. Milano non esiste è, a mio avviso, un tassello fondamentale della letteratura italiana degli ultimi cinquanta anni, il libro che ogni emigrante dovrebbe leggere e conservare come una cara reliquia, per ritrovarvi una parte di sé. Qual era il suo intento nella stesura del romanzo?
Risposta. Quando ho cominciato a scrivere Milano non esiste non avevo intenti d’altro genere che quello di raccontare una storia molto nota soprattutto a me stesso che ho visto vuotarsi il mio paese di nascita. Una storia però che fosse di tutti gli emigranti, e senza la retorica piagnona del distacco e della nostalgia. Il protagonista doveva essere un simbolo, innanzi tutto (ecco perché non ha nome), focalizzare la contraddizione del suo essere a Milano senza esserci veramente (la moglie milanese, i figli nati a Milano) fino a considerare i figli calabresi e la moglie ormai anch’ella calabrese.
No, non vorrei che il mio romanzo fosse letto e conservato come una  reliquia, ma come valore della diversità, nella certezza che niente e nessuno deve (o dovrebbe) mai farsi cancellare le radici, quali che siano, ma confrontarsi e riconoscere l’altro da sé.
Sull’emigrazione i romanzi abbondano, a cominciare da quello di Francesco Perri (per documentarsi accuratamente basta sfogliare un ricchissimo testo di Rocco Paternostro) e sarebbe stato sciocco puntare al sapore e agli effetti antropologici ed etnologici. Il mio intento era quello di guardare a far guardare dentro una realtà che non appare mai, che però spacca le famiglie, le rende estranee a se stesse. Non nascondo che era anche quello di sfidare un luogo comune. Lo faccio spesso, ultimamente per esempio, ho pubblicato un libro di versi di oltre cinquecento pagine intitolato Il poeta e la farfalla, rigorosamente poesie d’amore, cercando di distruggere icone e abitudini per rinnovarne lo spirito e la sostanza. In qualche modo l’intento, scrivendo Milano non esiste, è stato il medesimo.

D. “Però un paese ci vuole”, diceva Pavese. “Non si può vivere senza le proprie radici”, afferma l’operaio di Milano non esiste. L’origine geografica è un marchio che non si può cancellare, eppure la globalizzazione mette in crisi questa certezza. Qual è la sua opinione in merito alla crescente massificazione del pensiero, che vuole annullare ogni differenza e renderci tutti uguali?
R. Il giorno in cui dovesse accadere che gli uomini diventano tutti uguali, hanno tutti la stessa maniera di esprimersi e di muoversi, hanno tutti gli stessi gusti e le stesse abitudini, sarebbe una catastrofe irreversibile e di conseguenza la cancellazione della vita stessa. La vita, di per sé, è diversità, altrimenti è orrore impastato nello zero della ripetizione. E’ un tema a me molto caro, che ho trattato anche in una mia poesia. Le cito parte della composizione che conclude la sezione di Sbarco clandestino, un libro uscito nel 2011: “Mi domando che cosa sarà la vita / quando tutti saremo tali e quali / e tutti indosseremo la stessa divisa / e tutti mangeremo lo stesso cibo / e tutti ameremo lo stesso Dio. // … La pace non è un mare incolore / che racconta nenie per addormentare. / Oh, ecco i bambini tutti uguali / andare a scuola in fila ordinata / inchinarsi e sorridere. Un’indecenza / l’uniformità gioconda e statuaria. // La vita si ribellerà, / si nasconderà nei tubi dei cessi, / nei fondali marini / per conservare una briciola / del canto universale / che è la negazione della serie, / … Che mai si parli una lingua soltanto, / che mai gli uomini siano tutti / d’un solo colore, / che mai i cuori siano allineati / in una sola direzione”.

D. L’io narrante di Milano non esiste sa di essere una pedina del sistema, una rotella di un ingranaggio violento e complesso; eppure, nonostante tutto, riesce con cieca determinazione a non farsi abbagliare dal miraggio della ricchezza e del benessere, fino a trovare una via di fuga a lungo vagheggiata. Egli non vuole distruggere il sistema, ma solo eluderlo scappando. Come si colloca il suo romanzo nella tradizione del “romanzo operaio” della letteratura italiana? Può essere visto come un libro di rottura, perché sostituisce alla lotta collettiva una guerra privata?
R. Certo, non pensavo minimamente di diventare l’appendice di una cordata che comunque non ha dato risultati eccellenti, se non visti in chiave sociologica e politica. A me ha sempre interessato l’umanità che ognuno si porta dentro, l’esperienza, il vissuto che è e sarà sempre individuale. Il mio operaio si rifiuta istintivamente di diventare un numero, ha dentro gli umori e i sapori del paese, la luce e il sale di parole vive che lo accompagnano, ma non si pone neppure il problema di volere o non volere distruggere il sistema in cui è stato catapultato. Ha dentro di sé princìpi e carezze dell’infanzia che vuole riconquistare tornando, ed è talmente tanto convinto che sia nel giusto, che disinvoltamente organizza anche la vita dei figli e della moglie nella direzione del ritorno.

D. Il protagonista di Milano non esiste è un umile operaio calabrese che considera la città che lo ha sfamato come una prigione, e non vede l’ora di fuggire per sempre. Lei è un intellettuale calabrese che da molti anni vive a Roma. Com’è il suo rapporto con la Città eterna?
R. Quando nel 1967 sono arrivato a Roma per iscrivermi all’Università, c’era ancora una civiltà letteraria ben articolata e di altissimo livello. Non fu difficile fare amicizia con Alberto Moravia, Elsa Morante, Livia De Stefani, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Elsa De Giorgi, Giacinto Spagnoletti, Laura Di Falco, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Enzo Siciliano, Franco Cordelli, Stefano D’Arrigo, Cesare Vivaldi, Renato Guttuso, Ennio Calabria, Eugen Dragutescu, Pier Paolo Pasolini, Aldo Turchiaro, Maria Luisa Spaziani, Alberto Bevilacqua, Sergio Zavoli, Aldo Palazzeschi e potrei continuare l’elenco con nomi eccellenti del mondo del cinema, del teatro, della musica, della poesia, della critica, del giornalismo e della narrativa… Avevano in comune una cosa, questi signori, non sopportavano la mediocrità e perciò o avevi qualcosa da dire  sul serio o eri abbandonato nel tuo brodo.
Dopo la laurea ho fatto il professore in Calabria ma poi ho chiesto il trasferimento. Avrei potuto sfamarmi anche al mio paese, perciò la mia non era una condizione identica a quella del mio operaio. Dopo avere scandagliato Milano per viverci, (Milano è un inferno balordo convinto di non esserlo), scelsi Roma, di cui avevo intravisto i difetti, ma che sentivo carica di umanità. Non sbagliai, fui accolto dai signori citati e da altri. Ma adesso anche Roma è diventata una specie di deserto culturale, una corsa al presenzialismo e alle cariche e perciò il mio rapporto è diventato quello che si può avere con una vecchia amante che ormai è incapace di donarsi e di capire che cosa è essenziale. Soprattutto che cosa è essenziale per un poeta che non ha mai rincorso la “carriera”. Io ho sempre desiderato che le mie pagine facciano breccia e trovino accoglienza, non io, io sono appena uno strumento, è quel che scrivo che vorrei arrivasse, anche in maniera anonima.

D. Chi è, a suo avviso, lo scrittore che ha saputo descrivere il Sud meglio di tutti, evidenziandone bellezze e contraddizioni?
R. Io, naturalmente… Questa è una di quelle domande a cui non è facile rispondere in sintesi, dovrei ripercorrere un lungo cammino di testi e indicare alcune pagine, dei capitoli… Se poi devo fare per forza dei nomi dico Vitaliano Brancati, R. M. de Angelis e Marotta.

D. Assistiamo negli ultimi anni ad una reviviscenza del pensiero meridionalista, al risvegliarsi della consapevolezza della nostra storia e del nostro passato. Al contempo, però, c’è chi assume atteggiamenti di “stampo leghista”, esagerando forse un po’ nell’idea di un Sud preunitario quale età dell’oro. Qual è il suo pensiero in proposito?
R. Non era età dell’oro il Sud preunitario, certamente, ma non era nemmeno ciò che diventò immediatamente dopo l’annessione. I libri di Carlo Alianello e di Salvatore Scarpino spiegano qualcosa di molto importante in proposito. Ma le polemiche ormai non servono, anche se non dobbiamo dimenticare che a Mongiana (Calabria) esisteva la più grande acciaieria d’Europa e a San Leucio (Campania) una signora seteria da fare invidia a tutte quelle inglesi. Certo, fu una beffa farsi annettere da una popolazione di un milione e settecentomila abitanti sparsi fin nella Sardegna essendo il Sud di circa tredici milioni di abitanti, e non tutti analfabeti o privi di valore, come hanno voluto farci intendere. La storia ha svenimenti e incoerenze, vertiginose sconcezze, nessuno mai ne comprenderà il corso. Io credo, comunque, che sia ora di fare sentire la propria voce e di mettersi alla pari, in ogni senso. Non potrò mai dimenticare, avevo sedici anni, se non ricordo male, un gruppo di ragazze bergamasche e friulane in vacanza al mare del mio paese, lo Jonio, culla della civiltà più straordinaria che si sia mai avuta. Facemmo amicizia e si scandalizzavano se mi scappava una frase in dialetto, chiamandomi baluba, barbaro, africano. Invece il loro dialetto, incomprensibile, era giusto, civile, necessario, poetico.

D. Mafia capitale, scandalo Expo e Mose, “Lega ladrona”: c’è ancora spazio per un pregiudizio antimeridionale in un Paese che sembra aver elevato la corruzione a regola di sistema, da Nord a Sud?
R. I pregiudizi è sempre difficile sradicarli, anche quando non hanno un fondamento. Basta che sorgano e poi si radicano e diventano vangelo. E’ una storia antica. Una volta a Milano fu debellata una banda di quattro poveri cristi meridionali guidata da un avvocato milanese, che aveva finalità politiche e voleva creare tensione. Tutti i giornali titolarono a lettere cubitali "Banda meridionale" facendo appena un cenno, se pure, della mente che organizzava furti e rapine e terrorizzava i quartieri alti della città lombarda. Il pregiudizio continuò e non accadde nulla di diverso neppure quando si insistette sulla matrice lombarda. Sono certo che continuerà anche adesso, è una questione di antropologia, di cultura il sentirsi portatori di valori e attribuire agli altri le miserie dei comportamenti. Ne sono convinti al Nord e la convinzione è un’arma micidiale che non si debella coi fatti, ma con una rivoluzione delle coscienze che tutti si guarderanno bene da mettere in atto. Neppure di tentare. Del resto credo che faccia comodo, e non è una provocazione, anche ai meridionali stessi.

D. Lei è un apprezzato poeta. Oggi quasi tutti scrivono “poesia” e pochissimi ne leggono; crede che questa forma di espressione possa avere ancora uno spazio nella letteratura contemporanea?
R. Il fatto che molti scrivano poesia la dice lunga su questa esigenza, probabilmente perché ormai è assegnato al poeta il ruolo dell’uomo sensibile. E poiché la sensibilità non si può misurare con nessuno strumento, ecco che si arroccano nel diritto di essere poeti. Ed è vero che chi scrive poesia non la legge, strano fenomeno che a me fa ridere, che trovo buffo, e così cretino da farmi pensare che la velleità è una malattia peggiore del cancro.
Al di là di questa osservazione ormai consacrata e riscontrabile ovunque (sette milioni circa di libri di versi vengono editi ogni anno) chi scrive poesia vera sono cinque, al massimo dieci persone che distillano vita, amori, rancori, illusioni, tensioni, ideali, storia, cultura, religione, cadute morali, esaltazioni e tanto altro per arrivare a significare, come diceva l’Alighieri, e a insegnare “ad ora ad ora come l’uom s’eterna” dopo averlo imparato. Scrivere versi è una moda, ma i più non sanno neanche che cosa sia un vero verso. Comunque una ragione, vanno sempre dicendo, ci deve essere se quando vogliamo porre in risalto la grandezza dell’Italia facciamo per prima i nomi di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Leopardi e Foscolo.
Sì, ci sarà sempre spazio per la forma espressiva della poesia, vera o falsa, stupida o intelligente. E’ un’esigenza dell’uomo tentare di esprimere al meglio ciò che prova. Certo, i danni fatti da alcune cordate di finti poeti sono stati feroci e sanguinanti, ma la poesia sa rimarginare le ferite e sa rinnovare il suo lievito umano e culturale puntando alla bellezza e alla luce e abbandonando alle scorie e all’immondizia il marginale. Ma dobbiamo digerire il veleno che una masnada purtroppo di finti poeti ha sparso ovunque togliendo alla poesia il mistero, il fascino e l’altezza spirituale e poiché in genere questi finti poeti sono stati o sono impiegati o funzionari della editoria che conta, siamo stati inondati da miseria e da caccole di ragni e di topi. Balestrini, Giuliani, Cucchi, Majorino, D’Elia, Insana, De Signoribus, De Angelis, per fare qualche nome, hanno autorizzato nei fatti la banalità, il semplicismo becero, l’oscurità del dettato, la bruttezza e il gioco fine a se stesso. Ma la confusione passerà presto. Come si dice? Alla squagliata della neve si vedono tutte le malefatte e anche altro…

D. Gli editori, specie i grandi gruppi editoriali, incentivano la pubblicazione di opere scritte da attori, presentatori televisivi, sportivi, presenzialisti del tubo catodico, volti più o meno noti, a danno della letteratura di qualità e degli “emergenti”, che trovano sempre meno spazio. Il fine ultimo degli editori sembra essere solo il profitto. È stato sempre così, oppure si sta assistendo ad uno scadimento letterario, che è poi lo specchio della decadenza del Paese e della società?
R. Non è stato sempre così. Prima le case editrici, fino a qualche decennio addietro, erano in qualche modo i santuari della cultura, intesa in tutte le sue irradiazioni e le sue ragioni, e lavoravano con una equipe di studiosi che badavano a scegliere le opere senza stare a preoccuparsi della eventuale vendita. Un libro veniva valutato per quel che valeva e non per altro. Poi sono cambiati i parametri, morti Bazlen, Pavese, Vittorini, Sereni, Spagnoletti, Ravegnani, Calvino non si sono avuti più lettori per scegliere le opere da pubblicare. Ed ecco l’ondata dei giornalisti, degli attori, degli sportivi, dei televisivi, che però non lasciano traccia, si sostituiscono ai giornali, ai rotocalchi e non so nemmeno esattamente se fanno profitto, visto che gli editori chiedono contributi allo stato. Sono sospettoso nell’instaurare una equazione tra ciò e la decadenza del Paese e della società, ho l’impressione che ci possa essere qualcosa di peggio, di più losco, di più scandaloso.

D. Quali sono i libri che considera fondamentali per la sua formazione culturale? Preferisce leggere opere che trattano argomenti di stretta attualità, oppure classici che approfondiscono tematiche universali, legate alla natura immutabile dell’essere umano?
R. Sono onnivoro, leggo di tutto, e con una fame di pagine che più consumo e più ne voglio. Dopo il pasto ho più fame di pria, come dice il poeta. Ma col passare degli anni ho messo in uno scaffale i cento volumi che ho riletto e che rileggerò. Per lo più classici, da Omero a Orazio, da Lucrezio ad Aristofane, da Platone a Rabelais, da Tasso a Sterne, a Gogol, a Tolstoi, ma amo molto e li ritengo fondamentali per la mia crescita o per i miei scontri, anche autori più vicini nel tempo, come Manuel Scorza, Juan Rulfo, Saramago, Hamsun, Bunin, Hilton, Broch, Celine, Steinbeck, Canetti. Quest’ultimo più di tutti, è quello che meglio ha capito il senso del vivere e del morire, e forse anche il senso del nostro passaggio sulla terra.

D. In un’intervista rilasciata nel 2013 alla rivista letteraria L’EstroVerso, lei afferma di essere “anarchico in ogni direzione, soprattutto letteraria” e di “non accettare le graduatorie imposte dall’alto, i suggerimenti dei recensori ufficiali”. Questo atteggiamento anticonformista le ha consentito di costruire un percorso di tutto rispetto, ma lontano dal pensiero unico delle certezze acquisite. Quali difficoltà ha incontrato per affermarsi nel panorama letterario?
R. Nessuna. Sarebbe bastato che mi fossi genuflesso e avessi accettato il diktat di alcuni mediocri per essere subito dentro il panorama dei presenti. Io non amo essere presente, l’ho già detto, mi piacerebbe che fossero le mie opere ad essere presenti. Agli occhi esterni il mio atteggiamento è risultato anticonformista, lo comprendo, in realtà io ho seguito soltanto e semplicemente il mio modo di essere e di vivere, la mia inclinazione alla semplicità e al saper dire pane al pane e vino al vino. Con sviste clamorose, ci mancherebbe altro! Ma non so fingere, fare l’ipocrita o tradire.  Non so essere salottiero (ci vorrebbe poco a fare le smorfie delle scimmie e a tessere lodi e salamelecchi).  
Le certezze acquisite! Io credo che chi scrive non debba mai partire da certezze, ma da possibilità, da probabilità. Neanche la morte è una certezza vista da un certo punto di vista. Dunque, mi domanda quali difficoltà ho incontrato per affermarmi nel panorama letterario. Una sola: quella di convincere a leggermi. Ecco che ritorniamo al cambiamento, ai letterati di un tempo, a quando dicevo di ”civiltà letteraria”. Palazzeschi o Moravia, la Morante o Spagnoletti, prima di prenderti a calci o di rifiutarsi a darti retta, spiavano, spulciavano, si sporgevano verso i giovani…verso le loro opere.

D. Se dovesse definire la sua produzione letteraria con un aggettivo, quale userebbe?
R. Scelga lei tra questi: umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante. Sì, molto, molto maffiana.
Lo scrittore e poeta Dante Maffia

14 giugno 2015

"Milano non esiste" di Dante Maffia: l'ossessione del ritorno alle origini

Quando Guglielmo Petroni diede alle stampe il suo romanzo-manifesto sulla Resistenza, Il mondo è una prigione, un attento lettore lo ringraziò dicendo: “tu hai scritto per tutti noi le parole che dovevano essere scritte su di noi”, ad indicare che quel libro aveva avuto la capacità di raffigurare e di portare alla luce la storia di una generazione di intellettuali, la cui giovinezza era stata segnata dall’esperienza della dittatura e da quella partigiana. Credo che questo giudizio, pur con le dovute differenze, si attagli perfettamente a Milano non esiste. Dante Maffia, infatti, ha dato conto di una generazione di meridionali costretti nel secondo Dopoguerra a lasciare i luoghi natali per raggiungere le città industriali del Nord, dove trovare un apparente benessere a costo di diventare le piccole ruote di un ingranaggio pauroso e alienante. Il libro dà voce a queste persone, ne racconta sentimenti, frustrazioni e speranze; insomma, parafrasando il giudizio che ho riportato più sopra, si può dire che Maffia ha scritto per gli emigranti meridionali le parole che dovevano essere scritte su di loro.
Protagonista ed io narrante del romanzo, in forma di monologo, è un operario calabrese giunto alle soglie del tanto agognato pensionamento, che ha finalmente la possibilità di coronare un sogno tenacemente perseguito: abbandonare Milano, la città che gli ha dato il pane ma che lo ha sfruttato e spersonalizzato, e ritornare al paese in cui è nato, fra le gente e le tradizioni che conosce e gli appartengono. Il suo progetto, però, è più ambizioso di un semplice ritorno alle origini: con il denaro duramente risparmiato negli anni, tra straordinari e un impiego in nero in cantiere, è finalmente riuscito a costruire in Calabria la casa dei sogni, bella, spaziosa e in riva al mare; qui vuole condurre tutta la famiglia – moglie e sei figli, tutti nati all’ombra del Duomo – per salvarla dal grigiore e dalla violenza della metropoli, equiparata a una prigione (“ho fatto quarant’anni di Milano”, arriverà a dire). Nel preparare il suo progetto – in cui si combinano uno straordinario amore paterno e, al contempo, una visione tradizionalista del capofamiglia, sovrano indiscusso legibus solutus – non ha però considerato che i suoi ragazzi, nati e cresciuti a Milano, non hanno alcuna intenzione di andarsene in una terra che, al più, considerano buona solamente per le vacanze estive. E su questo conflitto, via via più drammatico, si innesta una sofferenza che finisce per diventare tragedia esistenziale.
I temi forti del romanzo sono soprattutto due: lo sradicamento e il desiderio del ritorno alle origini, che potremmo riassumere nel “però un paese ci vuole” di pavesiana memoria. “Non si può vivere senza le proprie radici, senza sentire il calore del mondo”, dice l’umile operaio calabrese. E nonostante sia un uomo semplice, spiega bene il fulcro del suo pensiero: la nostalgia – che porta a considerare il paese come una sorta di paradiso perduto – non riguarda solo gli odori, i colori, i suoni o la vista del mare. È anche questo, ma è soprattutto la voglia di tornare ad essere liberi, padroni di se stessi, di riconquistare un’umanità appannata dalla schiavitù delle apparenze della grande metropoli industriale. Tutto il romanzo vive della contrapposizione Milano/Calabria, inferno/paradiso; a Milano tutto è sporco, l’aria è pervasa da un grigiore che ottunde, persino la pioggia è malevola. A Milano non c’è futuro, nonostante ci sia il lavoro e il benessere; la stessa parola futuro indispettisce il protagonista, che legge nel sostantivo la prospettiva di altri lunghi anni di schiavitù. Per lui, il futuro ha il sapore di una sconfitta e non la speranza di un miglioramento.
La lettura mi ha portato alla mente una celebre lirica di Ungaretti, In memoria, che affronta proprio il tema dello sradicamento: “Si chiamava / Mohamed Sceab […] / suicida / perché non aveva più / patria. […] / Amò la Francia / e mutò nome. / Fu Marcel / ma non era francese / e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano /gustando un caffè”. Anche il protagonista del romanzo, come il Mohamed della poesia, sente il peso della lontananza della terra dei padri; e proprio questa maledetta lontananza lo trasforma inesorabilmente, rendendolo diverso dal fanciullo e dal ragazzo che era stato. Per questo, quando sul treno Crotone-Milano lo scambiano per un “altoitaliano”, lo smarrimento e una cieca rabbia si impadroniscono di lui, portandolo a chiedersi chi sia veramente. 
Una notazione va fatta in ordine al paradossale titolo. Milano non esiste perché, come dice il protagonista, quella che ho fatto io non è vita, è solo sacrificio in attesa di vivere”. Ha soggiornato quarant’anni nella Capitale economica d’Italia, eppure tutto gli è apparso come un “abbandono al niente”. Milano non è mai esistita perché “per tutti questi anni mi sembra di non aver vissuto” se non nei brevi soggiorni estivi in Calabria, “di non essermi appartenuto, di essere stato un altro per sopravvivere”. Ogni ricordo piacevole, ogni desiderio o speranza, sono riconducibili alla terra natale; il resto è come se non ci fosse mai stato, tutto il rimanente tempo si condensa in una grande nube grigia.
Ma Milano non esiste è anche un’opera di denuncia sociale, che rinnova la tradizione italiana del romanzo (e del cinema) operaio. Il protagonista è uno sfruttato, una pedina di quella società industriale a cui ha sacrificato gli anni migliori della sua esistenza ed ogni energia fisica e morale; in cambio, non ha ricevuto che una misera paga, appena sufficiente per tirare avanti. Si è trascinato per quasi quarant’anni in una città odiata, negandosi ogni svago, resistendo in silenzio ai soprusi quotidiani, non esponendosi politicamente per paura di ritorsioni, abbassando continuamente gli occhi anche davanti alle ingiustizie e camminando piano, quasi per paura di schiacciare le formiche. Eppure, per un profondo orgoglio personale, non ha mai ceduto alle lusinghe della grande città, non ha mai negato le proprie origini, né le ha svendute pur di essere accettato. Di fatto, si è comportato in maniera opposta all’emigrante in Svizzera del film Pane e cioccolata (interpretato da Nino Manfredi), che, pur di sentirsi pari agli altri, non esita a tingersi di biondo i baffi e i capelli, per apparire uno svizzero. Nelle note di copertina, questo romanzo viene accostato a Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, altro caposaldo della letteratura industriale italiana. In verità, il paragone non mi sembra calzante. Il protagonista di Vogliamo tutto è un operaio meridionale che, arrivato a Torino, scopre la lotta di classe e ne fa la ragione della propria vita; egli combatte in prima fila e non si tira indietro negli scontri con la polizia, perché è convinto che il sistema si possa e si debba cambiare. Il protagonista di Milano non esiste, invece, sente il conflitto di classe, ma non pensa che le gerarchie immutabili della società industriale possano essere mutate; per questo, pur partecipando agli scioperi e manifestando solidarietà verso gli altri operai, cerca di farsi vedere il meno possibile, si nasconde quasi, non vuole rogne. I figli lo chiamano “pavido”, ma questa apparente rassegnazione è l’unica arma che gli consente di andare avanti e di realizzare il progetto di costruirsi una comoda casa in paese.      
Inoltre, il libro è una profonda riflessione sul tema – di dirompente attualità – dell’immigrazione. L’essere meridionale è un timbro, un marchio, addirittura una macchia che non si può lavare; è l’impronta della diversità, impressa oggi sulla pelle dei tanti extracomunitari che cercano una vita più dignitosa approdando sulle nostre coste, fuggendo da condizioni drammatiche. E forse portando con sé il sogno di tornare al Paese di origine, dove costruire una casa più grande, spaziosa, per tutta la famiglia. 
In conclusione, Milano non esiste è un’opera complessa, romanzo sociale e psicologico, racconto appassionato e crudo monologo interiore, resoconto di una vana ribellione alle convenzioni e cronaca di una drammatica sconfitta umana.
Dal libro è stato tratto un fortunato spettacolo teatrale, per la regia di Roberto D’Alessandro.


La copertina del romanzo

2 giugno 2015

"La famiglia Yassin e Lucy in the sky" di Daniella Carmi: ritratto di famiglia in Israele

Una straordinaria storia sulla diversità e sul modo di superare i pregiudizi. Gli Yassin non sono una famiglia normale, almeno secondo la concezione dominante in Israele, Paese dilaniato dalle lotte di religione. Salim è musulmano e sua moglie Nadia è cristiana; non potendo avere figli, optano per l’adozione, e viene loro affidato Nathanel, un bambino nato da padre ebreo ortodosso e da madre atea. Oltre alle differenze religiose e culturali, un’altra barriera sembra frapporsi alla felicità della famiglia Yassin: Nathanel è malato, forse affetto da una forma di autismo che lo porta ad alzare un diaframma tra sé e il mondo, con cui non può e non vuole comunicare. Unico punto di contatto con la realtà circostante, unico grimaldello in grado di penetrare nella sua mente sono le canzoni dei Beatles, apprese chissà dove. E così, pur di stabilire un contatto con il figlio tanto desiderato, i due coniugi decidono di entrare nel suo mondo: Salim diventa il capitano del “sottomarino giallo” e Nadia la misteriosa “Lucy nel cielo coi diamanti”, protagonista di una delle canzoni più criptiche del quartetto di Liverpool. Tantissimi gli ostacoli, dentro e fuori di sé, che la famiglia Yassin dovrà superare, fino a trovare la tanto desiderata serenità in un finale particolarmente commovente.
La storia costruita da Daniella Carmi (scrittrice nata a Tel Aviv nel 1956) è innanzitutto una grande lezione di speranza, perché ci insegna che gli ostacoli culturali, etnici e religiosi sono un parto della cultura umana, e che possono essere agevolmente superati attraverso una nuova e più libera visione delle cose. Inoltre, il libro è un’acuta riflessione sul disagio mentale e sulla depressione, un quadro vivo di un Paese meraviglioso e contraddittorio come Israele, un meditato studio sulla chimica delle relazioni umane.
Si parla tanto di famiglia in questi tempi, si discute sul significato e sull’ampiezza del concetto. Al di là di tutte le considerazioni giuridiche e morali che si possono fare sul tema, credo che questo romanzo centri davvero il punto: famiglia è dove c’è amore, indipendentemente dalla “natura” e dalla “qualità” degli esseri che la compongono.

23 maggio 2015

Partecipazione al progetto "Prignano Invita" per la promozione del territorio cilentano

Nel mese di aprile, in qualità di scrittore originario di Prignano Cilento, sono stato contattato dal Sig. Nicola Rizzo di Agropoli, che mi ha invitato a collaborare al progetto Prignano Invita, che, tra l’altro, prevede la realizzazione di un sito web di promozione del territorio. In particolare, sono stato chiamato ad illustrare in un video la storia, le origini, le tradizioni ed i luoghi di interesse e di aggregazione della frazione Melito. Il risultato di questo lavoro è costituito da un sito e da una serie di filmati disponibili su You Tube.

Filmato2 – La torre Volpe
Filmato3 – La Chiesa dedicata a Santa Caterina di Alessandria
Filmato4 – La Fontana vecchia

Prignano Invita, che fa parte di un più ampio lavoro chiamato Cilento Invita, è stato realizzato nell'ambito di un progetto finanziato dalla Misura 313 Creazione e promozione di percorsi turistici integrati del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Campania 2007-2013, per le attività divulgative e di promozione del territorio rurale compreso tra Melito, Prignano Cilento, l'Oasi del fiume Alento, Perito e Ostigliano. Il risultato è un’iniziativa di coproduzione, realizzata grazie alla partecipazione ed alla viva voce della comunità locale. Come chiarito sul sito, infatti, “Prignano Invita vuole essere una sorta di specchio in cui la comunità locale può guardarsi, per riconoscersi in esso, cercare spiegazioni del territorio al quale appartiene, riguardare il legame con le comunità che l'hanno preceduta, nella discontinuità o nella continuità delle generazioni. Uno specchio che la comunità locale tende ai suoi ospiti, per farsi meglio comprendere, nel rispetto del proprio lavoro, dei propri comportamenti, della propria intimità. Le comunità locali di Prignano e Melito, nel Cilento, narrano se stesse attraverso le voci delle persone del posto, raccontando principalmente alcuni luoghi e momenti di aggregazione sociale: le piazze, le fontane, le chiese con i loro Santi e le feste, ma anche gli orti familiari dietro casa, i piccoli campi coltivati che fanno tutt'uno con il paese, il ricordo di mercati e fiere ed altre cose semplici”.

7 maggio 2015

Ultravox: i nuovi romantici alla scoperta di Vienna

L’intensità drammatica di Vienna, parlo della canzone che dà il titolo all’album, sta tutta nella versione live registrata a St. Albans nell’agosto del 1980, per fortuna disponibile su YouTube. Il gruppo è in stato di grazia e sfodera una prestazione emozionante, arricchita dalla presenza scenica di Midge Ure, il quale, praticamente immobile per tutta la durata del brano, alla fine alza il pugno al cielo, in un gesto liberatorio e suggestivo.
Mi è sempre stato simpatico Midge: sarà per i baffetti alla Fred Buscaglione, per la cravatta slacciata o per le scarpe bianche anni Cinquanta. In lui, l’immagine fa più delle pur indubbie qualità artistiche.
È proprio con l’arrivo del nuovo cantante che gli Ultravox voltano pagina, tirando fuori un disco a tratti discontinuo, ma che molti considerato il loro migliore. L’album è caratterizzato da testi dalle atmosfere rarefatte e suoni algidi, che costruiscono un importante tassello del pop elettronico degli Anni Ottanta. A distanza di oltre trent’anni può apparire datato per alcuni aspetti; però, è indubbia la perfetta sincronia tra i componenti del gruppo. Midge Ure (voce, chitarre e sintetizzatori), Warren Cann (batteria elettronica), Billy Currie e Chris Cross (sintetizzatori), definiscono e approfondiscono il suono Ultravox, aggiustano il tiro volgendo lo sguardo all’Europa del Nord e specialmente ai Kraftwerk. Ma soprattutto, è la nuova calda voce di Midge a contraddistinguere prepotentemente il lavoro.
Nove le tracce, di cui due strumentali. Il lato A è certamente il migliore, perché contiene alcuni pezzi serratissimi, come New Europeans, forse il più convincente dell’album per l’eccellente amalgama tra il suono prepotente delle chitarre elettriche e quello cupo dei sintetizzatori. Altre canzoni degne di nota sono Private Lives e Passing strangers, caratterizzate da un perfetto connubio tra elettronica e sezione ritmica. Chiude la prima facciata Sleepwalk, brano dalle venature disco.
Il secondo lato si apre con un lungo e poco convincente strumentale, Mr. X, dagli spunti buoni ma eccessivamente frammentati. Segue Western promise; qui il canto si fa recitato e si veleggia su atmosfere orientali sospese tra il reale e l’onirico. Infine, la title-track Vienna, bellissima e glaciale, dove la voce di Midge Ure raggiunge il massimo dell’intensità e del patetismo teatrale.
Al di là delle definizioni che se ne possono dare (synth-pop, new romantic, new wave) e, soprattutto, al di là delle mode che vanno e vengono, resta un dato: gli Ultravox con l’elettronica ci sapevano fare. E bene.
La band sul retro del disco

27 aprile 2015

"Le rovine in attesa": prima rassegna stampa

Ringrazio tutti i giornali, riviste, blog e siti che si sono finora occupati de Le rovine in attesa. Cliccando sulle parole evidenziate in blu, verrete indirizzati alla pagina corrispondente.
La notizia della pubblicazione del romanzo è stata riportata da diverse testate: Cilento notizie, Positano News, Informagiovani, Il Giornale del Cilento, nonché dal foglio meridionalista Il brigante.
Una corposa recensione, a cura di Remigio Montestella, è presente sul blog Parole tra pagine ingiallite, nonché sulla rivista on-line La Mandragola. Un’altra breve recensione è disponibile su Wuz.
Infine, sul portale Sololibri potete leggere una mia intervista, che contiene diversi spunti sulla genesi dell’opera, sul contenuto e sulle tematiche trattate.

Per sapere come e dove acquistare il libro, per leggere e scaricare la presentazione, cliccate qui.

20 aprile 2015

"Le rovine in attesa": la recensione di Remigio Montestella

Sul blog Parole tra pagine ingiallite è apparsa una lunga recensione de Le rovine in attesa, a firma di Remigio Montestella. La riporto di seguito, ringraziando l'autore.

Alfonso Cernelli è un giovane scrittore emergente, nato a Roma ma fiero delle sue origini meridionali. Anzi cilentane, per essere più precisi. E’ da poco uscito il suo secondo romanzo intitolato “Le rovine in attesa” pubblicato da Alter Ego Edizioni, a cinque anni di distanza dal suo primo libro “Percezione dell’inverno” con cui si aggiudicò - nel 2010 - il premio letterario nazionale “Nicola Zingarelli”, patrocinato tra l’altro dalla Presidenza della Repubblica.
Penso che oggi sia davvero arduo pensare di scrivere un libro: basta entrare in una grande libreria per capire immediatamente che il mondo non ha bisogno di un testo in più. Di fronte agli oltre 50.000 volumi che vengono stampati ogni anno nel nostro paese ed in considerazione del fatto che siamo un popolo che al massimo legge la lista della spesa, avere il coraggio di scriverne uno significa davvero sfidare l’impossibile: il mondo dell’editoria e delle vendite. A meno che l’autore non sia già uno scrittore affermato o un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’editoria si spalancano e le vendite sono ampiamente assicurate. Comunque, nonostante tutte le difficoltà del settore, i giovani talenti nel nostro paese non mancano anche se, nella maggior parte dei casi, vengono stritolati dal sistema che impedisce loro di emergere e di essere premiati per quello che valgono. Mi viene da pensare, dopo aver letto Le rovine in attesa (con tutto il dovuto rispetto per i Grandi della letteratura italiana, che restano irraggiungibili per chi si accinge a scrivere un libro), che lo stile letterario del giovane autore si ispiri più agli scrittori del Novecento italiano che non agli scribacchini odierni, i quali in virtù della loro notorietà televisiva, piuttosto che di una effettiva abilità nella scrittura, occupano i primi posti nelle classifiche di vendita in Italia.
Mi spingo a dire che con questo libro Alfonso Cernelli suggella la sua piena maturità letteraria, svela appieno le sue  notevoli doti di costruttore di storie e merita – a parer mio - la giusta attenzione. La storia del suo primo romanzo si fonda sull’amicizia e sulle scorribande di due adolescenti alle soglie della maturità; in questa sua seconda opera letteraria assistiamo, invece, all’incontro di due uomini che, pur nella loro diversità anagrafica e culturale, si ritrovano ad affrontare un breve ed intenso percorso di vita comune, che li porterà a condividere un velleitario progetto di redenzione collettiva. La vicenda, che è ambientata in un decadente  palazzo nobiliare di una non meglio specificata località del mezzogiorno d’Italia, “circondata dai monti eppure così vicina al mare”, si dipana attraverso le aspirazioni, i sogni di grandezza e le farneticazioni del marchese Alberico Priviano, un nobile meridionale che vive arroccato nella sua antica dimora; egli, al fine di portare a compimento il suo temerario disegno di rivalsa sociale, convoca nel suo palazzo un giovane studioso di diritto (Erminio Narri) “per un affare urgente e segreto”. Costui, pur di lasciare l’ insoddisfacente e frustrante lavoro che svolge in una biblioteca di testi religiosi – attività che non gli consente di esprimere le sue competenze giuridiche – accetta con molto entusiasmo l’invito del nobiluomo, nonostante sia all’oscuro dell’incarico per cui è stato chiamato.
Il progetto rivoluzionario - tanto utopistico quanto vanaglorioso - non poteva non scontrarsi, prima ancora che con la realtà dei fatti, con i sentimenti e gli interessi materiali delle persone. Assistiamo quindi ad un duplice gioco di intenti e di attese: da una parte un uomo (il marchese Priviano, assistito dal giovane giurista Narri) che nella sua lucida follia insegue un sogno di gloria, e dall’altra, una donna (la sua giovane moglie, Viola, spalleggiata da un avido amministratore) che aspira ad altri interessi. Intorno a questi due personaggi che costituiscono l’anima della narrazione, ruotano altre figure che, seppure si affaccino e poi scompaiano dopo poche pagine, servono tuttavia a delineare sapientemente il contesto narrativo in cui si dipana la storia.  Tra tutti, spicca la figura di uno strano monaco francescano (fra Ruggero) il quale, pur vivendo in un eremo “era scappato via dal consorzio umano proprio per sfuggire da quella società terrena che gli appariva così meschina e povera”, non disdegna le cose terrene e sostiene di buon grado il piano del suo amico marchese.
L’autore del romanzo - attraverso luoghi e tempi non ben definiti - preferisce non ingabbiare il lettore in rigide e precise coordinate spazio-temporali, che possano in qualche maniera circoscrivere e limitare il racconto, lasciando così ampio spazio all’immaginazione e all’intuizione di chi legge. Lo sguardo, comunque, è rivolto sempre verso quel Mezzogiorno d’Italia, presumibilmente prima del boom economico degli anni ‘60, verso quel Sud che per l’autore rappresenta un luogo dell’anima, oltre che la metafora delle insanabili contraddizioni della storia. Direi inoltre che il romanzo, seppure tramite una vicenda del tutto visionaria, intenda fare a margine anche una riflessione critica sugli eventi dell’Unità d’Italia, su quello che gli italiani venuti dal Nord fecero agli italiani del Sud, su quelle verità forse un po’ scomode che non sono mai state  riportate nei libri di storia. “L’unità avrebbe dovuto portarci ad essere uguali e fratelli” sostiene il marchese Priviano, “invece ci ha divisi in carnefici e vittime, vincitori e vinti...questo è sbagliato, non l’unificazione in quanto tale...da quando la mia terra è stata conquistata in nome dell’unità nazionale, è stata abbandonata come mai era successo prima”.
La forza di questo romanzo risiede - a mio avviso – non tanto nella rappresentazione degli eventi narrati, quanto nella magnifica descrizione degli ambienti e dei paesaggi che di volta in volta vengono delineati, nonché nella sorprendente raffigurazione psicologica ed intimistica dei vari protagonisti. A volte la scrittura può apparire ridondante, oserei dire barocca, sempre tesa alla ricerca della bellezza della “parola” e dello stile; tuttavia l’indagine introspettiva, congiuntamente alla ricercatezza della forma stilistica, conferiscono al libro una dimensione molto interessante, certamente in antitesi alle scialbe mode letterarie  dei nostri tempi. C’è da dire, infine, che i personaggi di questo romanzo – così come quelli del libro d’esordio, sebbene in una fase diversa della loro esistenza – sembrano rincorrere traguardi illusori ed ingannevoli (una tesi evidentemente molto sentita dall’autore), i quali pur di portare a compimento le loro utopiche e visionarie realizzazioni, i loro sogni custoditi nel cassetto dell’animo, direi quelle false aspirazioni di grandezza, non esitano a sacrificare certezze e verità, valori e amicizie, tempo e risorse.

9 aprile 2015

"Le rovine in attesa": dove e come acquistarlo


Dal mese di aprile 2015 è disponibile il mio secondo romanzo, Le rovine in attesa, pubblicato da Alter Ego Edizioni.
Per chi fosse interessato, diverse sono le modalità per acquistare il libro:
  • direttamente sul sito della Casa editrice (scelta consigliata per i brevi tempi di recapito e per la possibilità di pagare in contanti al momento della consegna del libro) ;
  • a scaffale, presso le seguenti librerie (elenco in costante aggiornamento): Libreria "Il mattone" [Via G. Bresadola, 12 - Roma] ; Libreria Mondadori Agropoli [P.zza V. Veneto, 16 - Agropoli (Sa)] ; Edicola Libreria Paolo Accattoli [Via Montefiore, 9 c - Recanati (MC)]. Per informazioni sulla distribuzione nelle librerie, inoltre, si consulti il sito dell'Editore ;  
Presentazione dell’opera
Protagonista del romanzo è Erminio Narri, un giovane insoddisfatto e frustrato, che vive con precarietà tutte le esperienze della sua modesta esistenza: il lavoro, l’amicizia e l’amore. Appartenente ad una famiglia della media borghesia caduta in disgrazia, è riuscito ad ottenere soltanto una misera occupazione in una vecchia e malandata biblioteca di teologia, nonostante lunghi anni di studi giuridici alle spalle.
Il momento del riscatto sembra però arrivare quando riceve inaspettatamente la lettera di un anziano nobiluomo meridionale, che lo invita a recarsi presso la sua avita dimora per discutere di un “affare urgente e segreto”. Il marchese Alberico Priviano, questo è il nome del misterioso mittente,  vive in un antico e decaduto palazzo, in una “terra circondata dai monti eppure così vicina al mare”, che non è difficile identificare nel Cilento. Qui, in mezzo agli amati libri e quasi in solitudine, il marchese coltiva un suo visionario progetto di redenzione collettiva, in cui cerca di coinvolgere Erminio. Questi, nonostante le iniziali titubanze, finirà per aderirvi, nella convinzione di poter ottenere quella fama e quel denaro che, altrimenti, non avrebbe mai creduto di poter raggiungere.
E sarà proprio la trattazione di questo oscuro progetto ad avvincere i protagonisti in un comune destino, che li porterà ad accettare definitivamente il peso della propria inettitudine morale e materiale. I due, apparentemente così diversi, si scopriranno vicini, entrambi pervasi nel profondo dell’animo da una solitudine alla quale hanno cercato di dare maldestramente sollievo con l’ansia del successo e una vana aspirazione di rivincita.
Concepito quale opera sullo spinoso tema dell’unificazione del Paese e sulla genesi della Questione meridionale, il romanzo, pur attraversato da una sottile vena polemica, tipica di un certo “revisionismo” della vicenda risorgimentale, tenta di collocarsi oltre la mera disputa politica. La vicenda narrata diviene pertanto occasione per lanciare un’invettiva contro la seduzione del denaro e un ammonimento sulla inconsistenza dei desideri di gloria e sulla pericolosità dell’ambizione del potere.

Per scaricare la presentazione in PDF, con sinossi ed incipitCLICCA QUI!!
Le rovine in attesa alla Libreria Arion Tiburtina

31 marzo 2015

Un itinerario insolito: il casale di Melito nel comune di Prignano Cilento

Goethe e gli altri viaggiatori del Grand Tour raggiunsero il Cilento specialmente per ammirare le rovine di Paestum. La maggior parte preferì seguire la linea della costa; pochi, invece, ebbero l’ardire di inoltrarsi nell’entroterra, in un mondo ancora lontano dalle comodità e dalle corruzioni della modernità, in una terra descritta come selvaggia e inospitale, quasi primitiva. Tra questi ultimi vi erano storici, geologi e geografi che, per diletto, studio o lavoro, attraversarono le contrade interne. Il nobile Francesco Antonio Ventimiglia, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, autore di un’opera intitolata Il Cilento illustrato, visitò Melito, definendolo “picciol paesetto ma vago”. Interessante è l’aggettivo utilizzato per descrivere il casale. “Vago” è una parola che oggi usiamo per indicare qualcosa di indefinito, di confuso, spesso con un’accezione negativa. Nella lingua letteraria, invece, l’aggettivo può essere impiegato per connotare un luogo, fisico o dell’animo, che presenta una vaga sfumatura di incanto, di soffusa bellezza, quasi onirica. Si pensi al celebre “vago avvenir che in mente avevi” di Giacomo Leopardi.
Melito è una delle frazioni storiche del comune di Prignano Cilento. A differenza di San Giuliano, che è stato di fatto inglobato dal capoluogo, e di Poglisi, che è scomparso, Melito ha mantenuto la propria fisionomia, con gli stretti vicoli, gli archi, una cappella, una torre medioevale e qualche casa antica che, per censo dei suoi proprietari, veniva e viene tuttora chiamata “palazzo”. Si può dire che ancora oggi il villaggio sia connotato di una propria individualità, nonostante una serie di interventi edilizi non sempre felici, che ne hanno mutato in parte l’aspetto, senza stravolgerlo.
Sull’origine di Melito e del suo nome non si hanno fonti certe, per cui è possibile solo fare delle congetture. Secondo la tesi prevalente, venne fondato dagli abitanti delle località marittime che, per sfuggire alle incursioni dei Saraceni che devastavano le zone costiere, si rifugiarono nell’entroterra cilentano. Per tali ragioni, l’origine dell’insediamento potrebbe essere collocata addirittura tra i secoli IX e X d.C., considerando che Agropoli fu occupata dai Saraceni nel periodo che va dall’anno 882 al 915 d.C. Non si può però escludere che il Casalis Maleti (come veniva anticamente chiamato) sia ciò che rimane di un risalente insediamento monastico. Sappiamo, infatti, che molti agglomerati urbani del Cilento sono sorti intorno a conventi o monasteri, di cui spesso non è rimasta traccia. La stessa parola “casale”, che indica solitamente un insediamento rurale, si riferisce ai piccoli stanziamenti umani circondati da terre di proprietà degli enti ecclesiastici, che li concedevano ai contadini affinché potessero trarne mezzi per la loro sussistenza. Questa genesi rurale spiegherebbe anche il nome “Melito”, forse dalla presenza di estesi meleti.
Fare una breve ricognizione della storia del villaggio significa sostanzialmente riportare una lunga sequela di passaggi feudali, dal XII secolo fino all’eversione del regime feudale negli anni 1806-1808. Il grande storico Pietro Ebner ritiene che il villaggio abbia costituito una universitas autonoma sino alla sua aggregazione a Prignano. Per questa ragione, almeno a partire dal XV secolo, la sua storia appare strettamente intrecciata a quella del capoluogo. Prospero Lanara, Giovanni Alfonso Samudio, Bernardino Rota, Giovanni Ayerbo sono alcuni degli evocativi nomi dei feudatari o di coloro che, in qualche modo, ebbero una certa giurisdizione sul villaggio; fino a giungere, nel 1701, alla cessione del casale (e del capoluogo Prignano) ai marchesi Cardone, ultimi titolari del feudo.   
Venendo all’itinerario proposto, si può partire da un largo spiazzo che si trova ad una delle estremità del paese: la cosiddetta “piazza della Croce”. Il nome non è riportato sugli stradari, ma le è stato attribuito dagli abitanti, per via di una colonna in pietra di poco più di due metri, sormontata da una croce di ferro. Il manufatto è stato eretto nel 1712, a ricordo di una missione dei Padri Carmelitani. A seguito di un incidente, la colonna venne abbattuta, per poi essere riposizionata, sia pure ridotta in altezza. Al lato della croce ha inizio il Vico degli aranci, suggestiva stradina che costituisce il nucleo più antico del villaggio. Superati due palazzetti con caratteristici portali decorati in pietra locale, si arriva alla Torre Volpe, certamente l’edificio di maggiore interesse. Si tratta di una struttura difensiva in pietra, poi trasformata in civile abitazione, eretta probabilmente nel corso del secolo XI. Oggetto di un recente e attento restauro, ha struttura quadrangolare e merlata, e conserva sul lato destro rispetto alla facciata le pietre che fungevano da cardini per il ponte levatoio. È alta circa quindici metri e presenta i segni delle antiche feritoie e dei vari rimaneggiamenti succedutisi nei secoli. Sulla facciata è possibile ammirare lo stemma in pietra della famiglia Volpe, che ha dato il nome all’edificio. Fa parte dell’A.D.S.I., associazione che riunisce le dimore storiche italiane. Alla torre è legata un’antica leggenda; si narra che durante i terribili assedi saraceni, venisse installata sulla facciata una particolare macchina da guerra, una specie di grande ruota di mulino con catene di ferro alle cui estremità si trovavano sfere di pietra che, per effetto della rotazione del marchingegno, venivano scagliate contro gli assedianti. 
Uscendo dal Vico degli aranci e svoltando a sinistra, ci si incammina lungo Via S. Caterina, fino ad arrivare, dopo poco più di cento metri, all’omonima cappella, cuore religioso del casale. La chiesa si trova in cima ad una breve scalinata; sulla facciata è un mosaico a piastrelle che raffigura la Santa. Il primo documento ufficiale che attesta l’esistenza della chiesa in Melito è del 1516, anno in cui il Vescovo di Capaccio Vincenzo Galeota conferì al sacerdote Nicolae di Vitiis l’incarico di amministratore perpetuo della cappella “positam intus casale Mileti”. Gli storici, tuttavia, ritengono che l’edificazione risalga ad un’epoca anteriore. In particolare, è probabile che il nucleo originario dell’edificio sia coevo alla fondazione del villaggio, per comprensibili esigenze di culto della popolazione. Sappiamo, inoltre, che anticamente la chiesetta era assai venerata, in quanto il vicario De Pace parla di “magno concurso toti Cilenti” (grande affluenza da tutto il Cilento). Più volte ristrutturata e rimaneggiata negli anni successivi, la Chiesa mantiene della sua forma originaria esclusivamente la struttura. All'interno, a navata unica separata dal presbiterio da un arco a tutto sesto, è un pregevole altare in pietra e calcina, datato 1835. La statua lignea della Santa, raffigurata con la ruota del martirio, è stata acquistata nel 1869. La cappella di Melito ha a lungo conservato una pregevole tela del XVII secolo, raffigurante il Mistico sposalizio di Santa Caterina con Gesù. Per ragioni di sicurezza, e per preservarlo dall’umidità, il dipinto è stato trasferito presso la Chiesa madre di Prignano, dove lo si può ammirare in fondo alla navata sinistra.
L’itinerario melitese si conclude con una breve sortita alla cosiddetta Fontana Vecchia. Sulla sinistra rispetto alla facciata della cappella c’è un’altra scalinata, che conduce ad un caratteristico arco e, superato questo, ad una curiosa fonte che ha la forma di una casetta, anche questa oggetto di recente restauro. Non si hanno notizie certe sulla sua data di edificazione, ma di certo è assai antica, almeno quanto il villaggio. Oltre la porticina d’ingresso, si scorge un unico ambiente, che costituisce la vasca dell’acqua.
Che cosa resta al viaggiatore di questo insolito itinerario? Certamente non avrà ammirato grandi monumenti, né supreme vestigia del passato. Tuttavia, avrà avuto modo di assaporare il silenzio, gli odori, gli scorci e quel suggestivo e malinconico senso di abbandono che costituiscono un tratto peculiare di ogni tipico villaggio rurale dell’entroterra cilentano.
La Piazza della Croce e la Torre Volpe (foto di Alfonso Cernelli)
Per ulteriori informazioni, vi invito a consultare la pagina Wikipedia, che ho curato personalmente.

17 marzo 2015

"Il grande amico Meaulnes" di Alain-Fournier: l'infanzia come "hortus conclusus"

Esiste una particolare categoria di scrittori, quella degli “autori di una sola opera”, che conta molti nomi eccellenti e altri più o meno conosciuti. Di questa nutrita schiera fanno parte personaggi che devono la celebrità ad un solo romanzo, pur avendo composto altre opere (come Tomasi di Lampedusa o Radiguet), e altri che, in effetti, sono autori di un unico lavoro. Alain-Fournier (1886-1914) è uno di questi ultimi; è suo Il grande amico Meaulnes – noto anche con le traduzioni Il gran Meaulnes o semplicemente Il grande amico – che gli ha dato grandissima fama postuma e unanime approvazione di pubblico e critica. Il giornale transalpino Le Monde lo ha inserito al nono posto della sua prestigiosa classifica dei cento libri del XX secolo. Innumerevoli le traduzioni e le edizioni (anche italiane), tantissimi gli intellettuali che ne sono rimasti affascinati, come Salinger e Kerouac. Tra gli italiani, il partigiano Guglielmo Petroni, nel suo celebre romanzo-saggio La vita è una prigione, ricorda con affetto Il grande Meaulnes, per il sollievo che la lettura del libro gli diede nei durissimi giorni della prigionia a Regina Coeli, durante l’occupazione tedesca di Roma.
Il libro è la più vivida e sentita testimonianza di una stagione irripetibile, l’infanzia. Anzi, l’opera ha la capacità di fissare sulla carta il passaggio dall’adolescenza alla maturità, scrutando il momento in cui un incancellabile solco separa le due età.
Il giovane Francesco Seurel, protagonista ed io narrante della vicenda, vede la sua semplice e monotona esistenza sconvolta, in senso positivo, dall’arrivo di un nuovo compagno di scuola, l’immaginoso Agostino Meaulnes, subito ribattezzato “il gran Meaulnes”, per una straordinaria forza dirompente che promana dalla sua persona, che lo rende diverso da tutti gli altri ragazzini. E proprio durante uno dei suoi vagabondaggi, Meaulnes sarà protagonista di una strana avventura, a metà tra il sogno e la realtà, che cambierà profondamente l’esistenza di molti e la stessa percezione del senso della vita. Non posso aggiungere altro, per non svelare troppo la trama.
Meaulnes non è propriamente un Peter pan, perché non c’è in lui la cieca ostinazione di non voler crescere; egli, piuttosto, vive fino in fondo quell’età acerba che è l’adolescenza, fino a trasformarla da passaggio obbligato in punto di arrivo irripetibile, hortus conclusus sempre vagheggiato con infinita nostalgia.
Non si può non fare una notazione sullo stile, straordinariamente evocativo. Alain-Fournier è un grande narratore, che dà il meglio di sé nelle vivide descrizioni campestri e nello scrutare nel fondo dell’animo dei suoi personaggi. Ma soprattutto, è un maestro nella costruzione delle atmosfere soffuse della vita contadina; leggendo le dense pagine, sembra davvero di immergersi nei campi coperti da un sottile strato di bruma, nelle case coi tetti di ardesia, passando per le stanze rischiarate da un fuoco di arbusti e le strade bagnate e luccicanti di pioggia.
Sembra difficile pensare che la persona che ha scritto questo delicatissimo libro sia stata la stessa che, pur potendo per censo e cultura sottrarsi agli orrori della trincea, magari impegnando un posto in retrovia, ha invece chiesto di essere mandata in prima linea. Forse un estremo atto di incoscienza giovanile, o piuttosto il desiderio di morire assieme agli ultimi, quei contadini costretti a diventare fanti, che egli aveva descritto nella sua unica opera. Resta aperta una domanda, e non potrebbe essere altrimenti. Cosa avrebbe potuto ancora regalarci Alain-Fournier se, come molti altri intellettuali e artisti, non fosse caduto in trincea? Impossibile dirlo, ma di certo sarebbe stato difficile superarsi, perché in quest’opera aveva già e consapevolmente deciso di trasfondere tutto se stesso, tutta la sua sensibilità e la sua esperienza di vita, breve ma intensa.
 
Copertina edizione Garzanti 1965