25 febbraio 2016

"Il resto di niente" di Enzo Striano: il fallimento dei grandi ideali

Il resto di niente è un episodio isolato nella storia della letteratura italiana del secondo Novecento, un’opera fuori moda e fuori dal tempo, di commovente, struggente bellezza. Pochi libri hanno la capacità di eguagliarlo per potenza evocativa, precisione della ricostruzione storica, abilità nella successione dei registri linguistici, dal popolare al colto. Superficialmente si potrebbe dire che si tratta di un romanzo storico, la biografia di Eleonora Pimentel Fonseca e il resoconto del sogno repubblicano napoletano del 1799. In realtà, è molto di più e per almeno due ragioni. La prima è che, come scrisse lo stesso Striano, “tutti i romanzi sono storici, così come tutti sono sperimentali”, in quanto ciò che differenzia gli uni dagli altri è il grado di libertà che lo scrittore si è preso nell’esporre i fatti. In secondo luogo, confinarlo entro stringenti limiti geografici (Napoli), storici (gli anni della Rivoluzione francese) e sociologici (la “meridionalità”), costituirebbe un grave e imperdonabile torto. Il libro possiede infatti l’ampio respiro dei capolavori che trattano temi universali, perché, come evidenziato da Francesco Durante, “è un romanzo di uomini e di donne, non di personaggi storici chiusi ciascuno nella propria miniatura fissata per la posterità”.
La protagonista, Eleonora Pimentel Fonseca (Lenòr in portoghese, Lionora in napoletano), apparteneva ad una famiglia nobile portoghese, costretta a fuggire da Roma a causa degli attriti tra la Santa Sede e il Re lusitano, che aveva cacciato i potenti Gesuiti dal territorio del suo Regno. Riparata nelle Due Sicilie, per la precisione a Napoli, la famiglia Pimentel Fonseca dovette costruirsi una nuova vita. Eleonora, dotata di spiccatissima intelligenza e talento poetico, già giovanissima entrò a far parte dei salotti e dei circoli intellettuali della Capitale, fino a diventare accademica d’Arcadia. Accanto all’amore per le lettere, però, si sviluppò in lei un’accesa passione politica. Erano gli anni della Rivoluzione francese, del giacobinismo, dell’affermazione dei nuovi ideali egualitari in contrapposizione alla tirannide e alle disuguaglianze sociali dell’ancien regime. Anche a Napoli soffiava il nuovo vento degli ideali, grazie ad illuminati pensatori come Filangieri e Genovesi; si affermarono così i circoli giacobini, che vedevano nella Francia la grande madre di ogni libertà. Re Ferdinando e sua moglie Maria Carolina, spalleggiati dall’aristocrazia più retriva e da gran parte del clero, iniziarono una spietata persecuzione dei giacobini, con l’intento di estirpare il “germe” della rivolta dal Regno. Eppure, anche in Napoli il sogno rivoluzionario si realizzò, sia pure per pochi mesi, quando nel 1799 venne proclamata l’effimera Repubblica Napoletana. Lenòr ne fu una delle principali artefici, quale direttrice e unica redattrice del giornale ufficiale, il Monitore napolitano (sul modello del Moniteur d’oltralpe).      
Il romanzo non è un’apologia della parentesi repubblicana, né, più in generale, una pervicace difesa delle idee rivoluzionarie. Anzi, si potrebbe dire che Striano abbia raccontato l’illusorietà del sogno repubblicano, la fallacia degli ideali egualitari calati con forza in un contesto, quello partenopeo, retto da regole ancestrali, del tutto estraneo e quasi immune al sentire elitario degli spiriti democratici. La Repubblica napoletana è stata un fallimento, al di là del suo indubbio valore storico, perché non è riuscita a convincere il popolo minuto, i “lazzari” e la nascente classe media, legati da un vincolo quasi paternalistico al re. La rivoluzione e i grandi principi altro non sono stati che balocchi intellettuali, vuote parole che non hanno avuto la capacità di apparire seducenti o convincenti per un popolo abituato ad arrabattarsi giorno dopo giorno, ma capace di vivere quasi felicemente persino nella miseria più nera. Ed ecco dunque il grande paradosso, compreso dagli spiriti più acuti come Vincenzo Cuoco: il popolo partenopeo non ha alcuna fiducia nei rivoluzionari, che promettono di liberarlo da una schiavitù in cui non sente di essere costretto. Perché il popolo è già libero e non necessita di altra libertà; e questo, si badi bene, non perché sia stupido o ottuso, ma perché portatore di una sua profonda saggezza, nell’atavica comprensione che le cose non possono mai cambiare, che i ruoli di povero e ricco non potranno mai essere sovvertiti. E questo senso di sfiducia acquista una valenza ancora più ampia nelle parole di Vincenzo Sanges, uno dei protagonisti del libro.
«Ricordati che quand’uno entra a far parte di un’organizzazione, una chiesa, di qualsiasi tipo essa sia, come individuo è finito: da libero si fa necessariamente schiavo.»
Al di là del discorso ideologico, il romanzo è anche un vivido ritratto della città di Napoli, che proprio alla fine del Settecento visse uno dei suoi massimi periodi di splendore artistico e culturale, grazie alla presenza di intellettuali di punta, che ne fecero una delle due capitali italiane dell’Illuminismo, assieme a Milano. Oltre ai circoli culturali, ai teatri, ai salotti racchiusi negli scrigni di magnifici palazzi, Striano racconta anche l’altra Napoli, fatta del buio dei vicoli, della miseria dei bassi abitati da una miriade di “lazzari” che campano alla giornata. E di questi due volti della città vengono straordinariamente descritti rumori, odori e colori, sì che durante la lettura sembra davvero di essere immersi nell’atmosfera partenopea. Si considerino in proposito le intense descrizioni delle feste popolari e dei mercati, delle adunate in piazza e delle esecuzioni; Striano tratteggia visi contratti nel riso o nel pianto, riporta stralci di frasi udite per strada, fa crepitare le pagine di rumori intensi, le riempie di umori decisi, vi condensa suoni e sfumature. E proprio nel ruolo di narratore onnisciente dà prova magistrale di sapienza letteraria.
Le suggestioni e le riflessioni ispirate dal libro sono così tante che non è possibile racchiuderle in poche righe. Eppure, è doveroso segnalare che Il resto di niente è prima di tutto un complesso e profondo ritratto di donna. Striano entra nell’animo della sua eroina, con straordinaria sensibilità la mette a nudo di fronte al lettore, senza nascondere nulla: turbamenti, dubbi, accese passioni, gioie e dolori. Lenòr Pimentel è un personaggio che, chiuso il libro, sarà impossibile dimenticare.

16 febbraio 2016

"La musica, anche quando è ricerca, è prima di tutto comunicazione": intervista a Paolo Tarsi

Il marchigiano Paolo Tarsi è un musicista d’avanguardia che sta ottenendo importanti riscontri, già indicato dalla critica come una delle figure emergenti della musica sperimentale nostrana. Recentemente ha pubblicato il suo secondo disco, Furniture music for new primitives. Ho avuto il piacere di recensirlo e di fare una chiacchierata con Paolo. Buona lettura.

La recensione
Ci vuole molto coraggio, non solo in senso figurato, ad immergersi nel mare magnum della sperimentazione. Eppure, è forse proprio in questo settore, più che altrove, che si viene a creare una corrispondenza personale, direi quasi intima, tra l’artista e l’ascoltatore. Ho usato volutamente la parola “ascoltatore”, perché mai come nell’ambito della musica d’avanguardia occorre abiurare la parola “fruitore” che spesso viene utilizzata in altri contesti, prettamente commerciali. Questo secondo disco del marchigiano Paolo Tarsi, dopo Dream in a landscape, merita proprio di essere “ascoltato”, ossia non semplicemente “sentito”, ma compreso nella sua complicata struttura. Furniture music for new primitives ha suscitato l’attenzione di molti critici, che hanno individuato in Paolo Tarsi una delle figure emergenti della musica sperimentale nostrana. Il disco, dedicato allo scrittore beat William Burroughs, è stato pubblicato dalla storica etichetta Cramps, quella degli Area e del primo Finardi, per intenderci. Numerosi sono gli artisti che hanno partecipato al progetto; tra questi, Paolo Tofani, che suona la sua trikanta veena in Construction dans l’espace et le silence, la formazione d’archi Quartetto Maurice, Roberto Paci Dalò e il sassofonista Michele Selva. L’intento del progetto, come chiarito dallo stesso musicista, è un ritorno alle origini del minimalismo, in un continuo e fecondo dialogo tra rock sperimentale, elettronica, improvvisazione e musica contemporanea.
Si apre con Dreamtime, che ci cala subito nelle atmosfere del disco, con un cupo clarinetto basso che si staglia su echi elettronici, scampoli di suoni provenienti da altre galassie. In Cluster #2 il tappeto sonoro si arricchisce; anche se non c’è una linea ritmica di fondo, che sostenga tutto il discorso, non si può negare che il brano possieda una propria unitarietà, con arpeggi di chitarra elettrica a dominare la scena. Segue Electric Sakuhin, sicuramente il pezzo più complesso e compiuto, arricchito da lievi percussioni. Suonato con la collaborazione del Junkfood 4tet, è un sottile gioco elettronico, di continui rimandi e rinvii sonori, dall’incedere quasi ipnotico. Sebbene stiamo parlando di avanguardia, è questa forse la traccia più “accessibile” dell’album, in cui il convulso esordio si scioglie in una ben definita linea melodica. Maestoso il finale, quasi da opera rock, con la chitarra in grande evidenza. In the total animal soup of time può essere letta come un’ideale prosecuzione, su toni più soffusi, della traccia precedente. Si viene catapultati in un territorio mistico, dominato però da suoni computerizzati; l’impressione è quella di trovarsi in un tempo futuro eppure primordiale, senza uomini e senza dèi. Si arriva poi a Construction dans l’espace et le silence, con la collaborazione del grande Paolo Tofani, che suona la sua trikanta veena; suggestioni orientali, sentori d’incenso, tracce di musica indiana si combinano in un felice connubio. Chiude il disco Minutes to go, ancora con Tofani, dove affiora un parlato lontano, metallico; è forse in questa traccia che più si sente l’influenza delle sperimentazioni estreme degli Area, come quelle contenute in Crac.
Una proposta interessante, tra minimalismo ed improvvisazione, ambient e musica da camera, tracce di un certo rock primitivo, con gli Area, Battiato, Eno e Cage a fare da apripista. Per chi ama l’avanguardia, per chi osa lasciare la strada sicura della musica tradizionale per affrontare ardui percorsi sonori in salita.

L’intervista
Domanda. Ciao Paolo. Qual è il significato di un titolo apparentemente così criptico come Furniture music for new primitives? E chi sono i “nuovi primitivi”?
Risposta. Il titolo dell’album prende spunto in parte dalla traduzione in inglese di Musique d’ameublement (letteralmente significa “musica da arredamento”, talvolta tradotta con “musica da tappezzeria”), l’espressione coniata da Erik Satie per definire l’ultima fase della sua produzione. Non manca un riferimento, poi, al presente in cui viviamo. Un mondo completamente saturo di segnali e modi di comunicare, popolato sempre più spesso da creature completamente virtuali che si muovono quasi come dei nuovi primitivi di fronte alle possibilità tecnologiche del XXI secolo. Ed è per tentare di rispondere ai sovraccarichi di messaggi che caratterizzano la nostra epoca che le composizioni di questo disco si basano tutte su pochissimi elementi musicali. Un modo per permettere a questi brani di imprimere al loro passaggio un segno più duraturo nella memoria di chi ascolta, ma non solo. Ogni composizione è prima di tutto esaustiva nella propria essenzialità.

D. Nelle tracce del disco si avvertono echi della musica sperimentale italiana degli anni Settanta, come Area, il primo Battiato, gli Arti e mestieri, il Perigeo. In quali aspetti ne hai tratto ispirazione? E quali sono, invece, le chiavi del tuo personale linguaggio musicale?
R. Il disco in un certo senso è inversamente speculare all’album Maledetti degli Area, con cui condivide peraltro una dimensione aperta. Laddove in Maledetti (1976) una formazione classica – il quartetto d’archi – decostruiva Bach in un contesto progressive, qui trovano spazio miniature per piccoli ensemble da camera (più o meno elettrificati) accanto a un unico brano propriamente rock. Quindi, come giustamente hai notato, gli Area sono stati un punto di riferimento molto importante per me. Hanno saputo unire in maniera unica la sperimentazione elettronica con rock, free jazz, avanguardia colta e persino con la canzone, senza dimenticare mai che la musica, anche quando è ricerca, è prima di tutto comunicazione. Ad ogni modo i miei punti di riferimento sono innumerevoli e non solo musicali. Nel disco compaiono in codice omaggi a Richard Wright e ai Pink Floyd, a Donald Fagen degli Steely Dan, al compositore Edward Elgar, a Roy Lichtenstein e a Burroughs, naturalmente. Credo sia fondamentale filtrare il mondo che ci ruota attorno per poi trovare una personale chiave di lettura, un modo del tutto proprio di raccontare le cose. Ogni artista, sono convinto, deve trovare una sua autonomia che lo porti ad essere indipendente dagli altri, per questo sono molto critico verso me stesso nel mio lavoro. Mi fa sempre molto piacere quindi vedere riconoscere in questo disco, da parte di chi lo ha ascoltato, forte e ben identificabile la mia firma. Per intenderci, questo non è – né vuole esserlo – un disco à la manière de. I riferimenti a cui accennavo non devono trarre in inganno.

D. In un’epoca come la nostra, di quasi totale desertificazione culturale, quali sono le motivazioni che spingono un artista a spendere se stesso e la sua creatività per la sperimentazione, per l’avanguardia?
R. Non saprei, la mia non è una posizione ideologica. Scrivo musica in completa libertà e so di essere fortunato perché non sempre ciò è possibile. Direi che semplicemente inseguo ciò che più mi gratifica. È anche una forma di ricerca interiore, se vuoi. Però, in futuro, se dovessi sentire l’esigenza di esprimermi in maniera più diretta lo farò con la stessa onestà intellettuale e senza soffermarmi troppo sui distinguo di genere.

D. La tua è una musica colta, di non immediata assimilazione. Chi sono i destinatari di questo messaggio?
R. Quando scrivo non penso mai alla reazione del pubblico. Con questo non voglio dire che non tenga in considerazione la figura dell’ascoltatore, tutt’altro! Semplicemente non cerco di compiacerlo, il risultato non soddisferebbe nessuno. Allo stesso tempo non si tratta di un progetto pensato per una ristretta cerchia di ascoltatori: per avvicinarsi alle musiche contenute in questo disco non è necessario leggere alcun manuale di istruzioni! Chi ama Brian Eno, Battiato, Björk, i Pink Floyd o i Radiohead, così come Philip Glass, Steve Reich, Terry Riley e i Velvet Underground, ha tutti gli strumenti per avvicinarsi a queste sonorità senza dover essere necessariamente a sua volta un addetto ai lavori. Detto ciò, se l’arte è libertà di espressione, tolta anche questa, oggi agli artisti cosa resterebbe? Dato che le possibilità di guadagno ultimamente si sono ristrette un po’ per tutti, mentire agli altri e prima ancora a se stessi non avrebbe proprio senso.

D. Mi ha sempre incuriosito la figura di Paolo Tofani: dagli esordi con i Califfi, passando per gli Area, Claudio Rocchi e gli Hare Krishna. È anche uno degli ospiti del tuo disco; cosa puoi raccontarci di lui?
R. Paolo è una persona semplicemente fantastica e un musicista che non si è fermato al percorso, pur importante, avuto con gli Area. Ha saputo rinnovarsi giorno dopo giorno grazie a una mente rivolta al futuro, esplorando idee nuove e sonorità sempre fresche. Il suo ultimo album, Real Essence (2015), ne è la dimostrazione più lampante.

D. Venendo alla struttura del disco, ho una curiosità. Si può parlare di un concept album, nel senso che le tracce sono legate da un continuum, oppure vivono in completa autonomia le une dalle altre?
R. Il concept del disco si ispira alla struttura del romanzo Le città della notte rossa di William S. Burroughs, in cui la percezione della realtà del racconto ad ogni capitolo si fa sempre più distorta e intricata. Come risucchiato in un piccolo vortice, dopo un inizio quieto e quasi rassicurante l’album approda in un cumulo di elettricità e di elettronica indecifrabile dove la voce affilata di Burroughs e quella magnetica di Paolo Tofani si incontrano e si infrangono in uno specchio gonfio di suoni saturi. Ed è in questa traccia nascosta, dal titolo Minutes to Go, che trova conclusione un lavoro fortemente unitario e, se vuoi, persino un po’ enigmatico grazie anche alla bellissima veste grafica originale realizzata da Luca Domeneghetti e Roberto Masotti.

D. Quali sono i tuoi progetti futuri?
R. Recentemente sono entrato in studio per registrare materiale inedito che verrà presentato a breve, seguiranno nuovi concerti e l’uscita di un documentario per cui ho scritto le musiche. Ho anche in cantiere un libro ma, come sempre, il futuro resta tutto da scrivere. Ho già preso carta e penna ma per ora sono pagine di un diario segreto. Promuovere adeguatamente il nuovo album resta l’obiettivo principale.
Paolo Tarsi (a sinistra) con Paolo Tofani

La suggestiva copertina del disco

Furniture Music for New Primitives (Cramps/Rara Records) è acquistabile:
in digital download su iTunes, Amazon, Google Play
in e-commerce (spedizione a casa) scrivendo a contemporaryjukebox@gmail.com
Alis non tarsis (Facebook)

8 febbraio 2016

"Le rovine in attesa": la recensione di Federica Privitera su "Critica Letteraria"

Una recensione de Le rovine in attesa, a cura di Federica Privitera, è apparsa stamane sulla rivista CriticaLetteraria.org. La riporto di seguito, ringraziando l’autrice per l’analisi.

QUANDO LE ROVINE SONO I RUDERI DEL NOSTRO ANIMO
A cura di Federica Privitera
Si dice che la lettura abbia quel magico potere di far viaggiare i lettori su mezzi di locomozione speciali, in cavalcate fantasiose verso luoghi e tempi lontani. Le rovine in attesa offre la possibilità di un viaggio, così come qualunque altro libro di narrativa, eppure offre il vantaggio dell’indeterminatezza. Sebbene sia chiaro, infatti, che la realtà storica sia lontana da quella contemporanea, il testo non possiede le coordinate temporali per collocare la storia (e anche un po’ se stessi) in un momento specifico. Ciò che si respira è un’atmosfera lontana, impolverata e rarefatta che affascina ma al tempo stesso estrania.
Non ci si riesce immediatamente a immedesimare (anche se non è obbligatorio che questo venga fatto durante la lettura) nelle vicende di Erminio Narri, un giurista che lavora in una biblioteca di teologia che lo opprime, lui che adora i codici, le leggi e si nutre di ogni statuto. Angosciato dalla prospettiva di passare la vita chiuso in quel luogo odioso e desideroso di una gloria che possa aiutare ad affermarlo nel panorama degli studiosi di diritto, sembra ottenere un riscatto quando riceve la lettera di un anziano nobiluomo meridionale, Don Alberico Priviano, che lo invita a discutere con lui di un affare urgente e segreto. Allettato dalla proposta, non esita un momento a licenziarsi, fare i bagagli e partire alla volta del decadente palazzo per abbracciare un futuro ridivenuto intrigante. Don Alberico, la giovane moglie Viola, l’amministratore Campi, il maggiordomo Armando e il misterioso Frate Ruggero, Fra Cristoforo dei giorni nostri, accompagneranno Erminio in un percorso di studio non più solo giuridico ma propriamente interiore.
La storia, che non rivela eccessi narrativi coinvolgenti o riflessivi, sorprende per il linguaggio con cui viene narrata: un italiano arcaizzante (a tratti in maniera artificiosa) che contribuisce con forza ad alimentare quell’atmosfera indefinita che già la collocazione temporale aveva contribuito a creare. Una coerenza linguistica che, sebbene a volte risulti difficile da digerire durante la lettura, si coniuga perfettamente con alcune delle massime enunciate nel libro. In un’altalena tra il passato e il futuro, il mondo perduto che viene raccontato possiede una patina di nostalgia, frutto delle riflessioni dei personaggi:
«La libertà è la scelta di un’esistenza votata alla ricerca di una schiavitù in cui vogliamo cadere, perché solo in essa ci sentiamo veramente appagati. […] Cosa sono queste presunte libertà se non formidabili schiavitù, a cui per convenzione o per convinzione ci si assoggetta?»  
Condivisibile o meno in un contesto storico come quello attuale, la sentenza pronunciata dal coprotagonista oramai disilluso sul futuro, si dimostra ancora una volta coerente con l’impianto dato a tutta la storia. Proprio la trattazione dell’oscuro progetto avvincerà i protagonisti in un comune destino, che li porterà ad accettare definitivamente il peso della propria inettitudine morale e materiale. I due, apparentemente così diversi, si scopriranno vicini, entrambi pervasi nel profondo dell’animo da una solitudine alla quale hanno cercato di dare maldestramente sollievo con l’ansia del successo e una vana aspirazione di rivincita.
Ecco che le rovine in attesa del titolo si svelano a poco a poco: non hanno nulla a che vedere con i resti archeologici a cui tutti siamo abituati ma sono doppiamente gli individui che aspettano invano un cambiamento nella società e che si crogiolano nella loro solitudine rifiutando il contatto con il mondo esterno, e rovine sono anche i desideri vani dell’uomo, dal denaro all’affermazione e la gloria. Erminio e Don Alberico perderanno tutto proprio ricercando spasmodicamente “altro” senza trovare una serenità profonda. Pur nell’inconsistenza della trama e della definizione dei personaggi, due immagini rimangono indelebili dalla lettura de Le rovine in attesa. Una splendida descrizione dei bar ottocenteschi, grazie alla quale un quadro impressionista sembra affiorare tra le parole, con i suoi fumi e le sue pulsioni artistiche dirompenti; un èkphrasis in perfetto stile omerico, poi, campeggia tra le pagine e a partire dalla cornice di uno specchio si racconta una storia accattivante e distensiva, parentesi affabulatoria in un lento incedere della trama, breve momento di serenità che spinge alla riflessione.
Un libro che, come un ponte rotto fra le sponde del passato e del presente, propone tra le righe (e con una forza che sarebbe dovuta essere maggiore) un’invettiva contro la seduzione e i desideri di gloria.


29 gennaio 2016

Dieci importanti libri per l'infanzia

La letteratura per l’infanzia non è semplicemente il passaggio obbligato prima di diventare lettori “maturi”, ma qualcosa di più: una traccia che rimane scavata nell’animo, in grado di influenzare le letture future. Non è agevole, per diverse ragioni, fare una classifica dei migliori testi per ragazzi. In primo luogo, un tale elenco, come tutti quelli dello stesso genere, risentirebbe di un ineliminabile grado di soggettività e discrezionalità. Inoltre, molte opere pensate in origine per i più piccoli sono poi divenute dei classici per ogni età; si pensi a Pinocchio o al Piccolo principe. Per questo, senza avere pretese di completezza o di oggettività, mi permetto di segnalare qualche titolo tra quelli che più mi hanno segnato.
1) I fuggitivi, di Thomas Ruth. Straordinario romanzo “on the road”, il mio preferito in assoluto. Julia e Nathan sono due ragazzini dell’estrema periferia inglese, entrambi emarginati dai coetanei e con gravi problemi familiari alle spalle. La condivisione di un segreto sarà l’occasione per fuggire, per intraprendere un lungo viaggio che li porterà alla scoperta del valore dell’amicizia e alla consapevolezza di sé. Il ritmo sostenuto e il crudo realismo ne fanno un piccolo gioiello.
2) Voglio tornare a casa, di Cynthia Voigt. I quattro fratelli Tillerman vengono abbandonati dalla madre nel parcheggio di un supermercato. Potendo contare solo sul reciproco sostegno, inizieranno una straordinaria avventura alla ricerca delle loro radici. Il libro tratta tematiche di stretta attualità, come l’abbandono dei minori, il loro sfruttamento, la miseria, il fanatismo religioso. Per chi vuole saperne di più, la mia recensione è su Sololibri.net.
3) Vacanze all’isola dei gabbiani, di Astrid Lindgren. La grande scrittrice svedese non può mancare in una classifica della migliore letteratura per l’infanzia. Dopo la morte dell’amata moglie, un padre prende in affitto per sé e i quattro figli una casa sulla meravigliosa Isola dei gabbiani. Qui, immersi nella natura, affronteranno un’esistenza diversa, regolata dal ritmo delle stagioni e dai sapori antichi.
4) Di professione fantasma, di Hubert Monteilhet. Romanzo umoristico e piacevole, adatto soprattutto ai più piccoli, narra le peripezie di un bambino che, intrufolatosi in un antico castello, si trova a dover impersonare il ruolo del fantasma. La sua “professione” sarà così quella di spettro. Risate garantite, con un pizzico di mistero.
5) L’eroe di Redwall, di Brian Jacques. Primo di una lunga saga, è un fantasy che ha come protagonisti gli animali. Riprende tutti i canoni del genere, con uno stile decisamente adatto ai più piccoli.
6) La storia infinita e Momo, di Michael Ende. Romanzi che non hanno bisogno di presentazioni e che non è possibile riassumere in poche righe, per la ricchezza di temi, prospettive e suggestioni. Da avere assolutamente.
7) Quell’estate al castello, di Beatrice Solinas Donghi. Libro pensato soprattutto per il pubblico femminile, racconta le avventure, tra il tragico e l’umoristico, di Ippolita e Gina, due amiche che trascorrono l’estate in un misterioso castello. A mio avviso, assieme ai romanzi di Bianca Pitzorno, si tratta di una delle prove più convincenti della narrativa italiana per l’infanzia.
8) Il giardino segreto, di Frances Hodgson Burnett. Si dice fosse uno dei libri preferiti dai fanti-ragazzi della Prima guerra mondiale, perché li aiutava a dimenticare, sia pure per poche ore, gli orrori che li circondavano. Intima e commovente storia, piena di buoni valori; la sua forza è però un’altra: quella di catapultare il lettore nella fredda brughiera inglese, nelle immense stanze di Misselthwaite Manor, alla scoperta di un segreto tenuto nascosto per troppi anni. Grande l’abilità della scrittrice nel costruire un’atmosfera di angoscia e mistero, che si scioglie nel rassicurante lieto fine.
9) Viaggio al centro della Terra, di Jules Verne. Tra tutti i viaggi straordinari che si possano immaginare, questo è certamente uno dei più suggestivi ed emozionanti. Dall’Islanda alla Sicilia, da un vulcano ad un altro, viaggiando a parecchie miglia sotto la crosta terrestre, alla scoperta di cose che sfidano la nostra razionalità.
10) I classici “La spiga”. Concludo non con un libro, ma con una collana. La casa editrice La spiga negli anni Novanta pubblicò molti grandi classici della letteratura, non necessariamente per l’infanzia, in edizioni ridotte e semplificate, veri e propri riassunti di quaranta pagine o poco più. Vi figuravano titoli di ogni epoca, con una predilezione per l’avventura e il fantastico. Iniziativa davvero meritoria, che consentiva a tutti i bambini di conoscere, sia pur sommariamente, alcuni dei testi più importanti che siano mai stati scritti. Punti di forza della collana erano il prezzo ridotto (appena 3.000 lire) e la facilità di lettura.
Alcuni dei testi di cui si parla nell'articolo

17 gennaio 2016

In memoria del pittore cilentano Michele Del Verme

Il 31 gennaio prossimo ricorreranno i quindici anni dalla scomparsa del maestro Michele Del Verme, singolare figura di artista cilentano. In particolare, egli apparteneva a quella schiera di artisti che non esprimono soltanto il mondo che hanno dentro, ma che piuttosto traggono ispirazione dalla realtà che li circonda, dalla società e dalla civiltà di cui sono testimoni e partecipi. Il mondo che rappresentava nei quadri e nei libri era quello del Cilento rurale, o meglio di quella terra antica legata ai cicli delle stagioni, che andava incontro ai grandi eventi storici e ai mutamenti del cosiddetto “Secolo breve”, il Novecento.
Nato nell’ottobre del 1908 nel villaggio di Melito, frazione di Prignano Cilento, mantenne sempre un forte legame con il paese natale, dove trascorse gran parte della propria esistenza e dove morì il 31 gennaio del 2001. La Grande Guerra lo rese orfano di padre; a Napoli, all’Istituto d’Arte e Mestieri, imparò i rudimenti della pittura e delle altre arti, sebbene la sua formazione sia stata prevalentemente autodidatta. La sua pittura, pertanto, non può essere ricondotta entro i canoni di una scuola o di una corrente, mantenendo la propria eccentricità. D’altronde, il Cilento è stata sempre una terra “periferica”, ai margini rispetto alle grandi correnti artistiche e di pensiero; l’arte cilentana non poteva che soffrire di questa marginalità, che tuttavia le ha consentito di svilupparsi in quasi totale autonomia.
Fino alla fine dei suoi giorni, il maestro accolse visitatori e curiosi nella casa-museo dove aveva allestito una mostra di pittura permanente, con l’esposizione delle più significative tra le innumerevoli tele. Dopo la morte, il Comune di Prignano ha deciso di intitolargli l’istituto scolastico.
Fonte d’ispirazione della sua pittura fu l’amato Cilento, e si potrebbe dire che due sono le macrocategorie entro le quali è possibile racchiudere le sue opere. In primo luogo, vi sono le vivide scene della vita contadina, riportate sulla tela con estremo realismo. Nulla nascondeva l’artista della durezza dei campi, niente veniva edulcorato. Ecco così i quadri che seguono il ciclo sempiterno delle stagioni: la raccolta delle olive, l’aratura, la vendemmia, la raccolta dei fichi e la trebbiatura. I suoi realistici bozzetti di vita campestre consacrano il forte legame con la terra natale, dura eppure amata, sì che il pittore diventa la viva voce di quella classe contadina ridotta per secoli al silenzio. Ha scritto in proposito il professor La Greca che nei quadri dell’artista prignanese «emotivi sono i ricordi che si sciolgono in forme semplici che spesso indulgono alla ricchezza di particolari, usata solo per puntualizzare l’essenzialità del messaggio».
Il secondo gruppo di opere è quello dei paesaggi e degli scorci: archi, portali, marine, palazzetti nobiliari, isolati castelli (come quello di Rocca Cilento, più volte raffigurato), chiese o monasteri, ma anche case private. Non mancano poi tele ispirate ai grandi eventi storici, come lo sbarco americano a Paestum durante la Seconda Guerra mondiale.
Tanti i riconoscimenti ottenuti negli anni; tra questi, da ricordare è soprattutto la “Segnalazione bianca” per l’opera Balcone aperto al chiaro di luna al Premio Prora di Verona (1971), la cui giuria era composta da grandi nomi della cultura italiana, come Luciano Bianciardi, Pierluigi Nervi, Enzo Biagi, Dino Buzzati, Eugenio Montale, Mario Soldati e Indro Montanelli.
Altro campo di studi è stata certamente la storia locale; tante le pubblicazioni da lui curate sul tema. In un’epoca in cui non esisteva internet, l’unico modo per affrontare le complesse e costose ricerche storiografiche era la consultazione degli immensi e polverosi archivi, da quelli ecclesiastici e parrocchiali passando per quelli delle Università e degli altri enti di ricerca. Attingendo a piene mani da questo patrimonio, nulla inventando e sempre citando le fonti, Del Verme pubblicò diversi libri. A lui, in particolare, si deve la ricostruzione della storia del suo paese natale, cui dedicò due saggi: Storia e origine di Prignano Cilento e dei suoi casali Melito e Poglisi e il successivo Prignano Cilento. I casali di Poglisi, Melito e San Giuliano. Questi e altri libri, come quelli sull’araldica o sulla storia delle poste, dimostrano l’ecletticità dei suoi interessi, nella continua ricerca di una sapienza sia popolare che colta.
Personalmente, ricordo un incontro che ebbi con lui, nella sua casa-museo; ero un adolescente o poco più e in me era nata la giovanile passione per l’araldica, che poi non ho più coltivato. Ricordo la benevolenza con cui mi accolse, la pazienza con cui mi parlò delle sue ricerche, la passione che sprigionavano i suoi occhi lucidi, l’autorevolezza della lunga barba candida di artista. Quel giorno mi mostrò i quadri e i disegni fatti a mano degli stemmi delle casate, regalandomi anche un paio di sue pubblicazioni.
In un tempo come il nostro di sfrenata globalizzazione, in cui tutti tendono superficialmente a dimenticare le proprie origini, ci sarebbe ancora bisogno di persone come Michele Del Verme, che da autodidatta è riuscito a far conoscere il suo nome oltre gli angusti confini del paese natio, pur raccontando usi e costumi della nostra terra.
 


In senso orario:  1) Il maestro Michele del Verme;  2) Balcone aperto al chiaro di luna (segnalazione Premio Prora 1971);  3) Autoritratto dell'artista circondato da animali.

8 gennaio 2016

"Bastogne" di Enrico Brizzi: la sterile apologia del male

Mentre Jack Frusciante è uscito dal gruppo mi aveva sinceramente entusiasmato, Bastogne è riuscito nell’intento opposto, provocandomi un senso confuso di disturbo e noia. E se l’effetto disturbante era certamente voluto dall’autore, non credo lo fosse il secondo. Il romanzo non mi ha avvinto perché, fin dai primi capitoli, si assiste ad una ripetizione costante di situazioni, gesti ed espressioni, che alla lunga danno il senso del già sentito. Si potrebbe dire che abbondano le scene forti, ma si sente la mancanza di una trama forte.
In una Nizza assai somigliante ad una città della provincia italiana, vivono Raimundo, Ermanno e Dietrich, poco più che ventenni, dediti principalmente allo spaccio di sostanze stupefacenti, alle risse da stadio e ai piccoli furti. La situazione prende una piega ancora più perversa quando fa ritorno in città il Cousin Jerry, punk dell’ultima ora con una vita di espedienti alle spalle, sbandato ma pieno di carisma. Sarà lui a trasformare quel gregge di teppistelli di periferia in un temibile branco di assassini e aguzzini. Spinti dall’odio nei confronti della società borghese e dei suoi simboli, i quattro iniziano a mettere a ferro e fuoco la città, con stupri, omicidi, rapine e violenze di ogni genere. Obiettivo preferito delle loro scorribande sono i “lavoratori”, emblema di un’umanità servile e prona ai doveri, considerata non meritevole di vivere.
I protagonisti sono animati da un vago senso di ribellione sociale, di carattere puramente distruttivo, che li porta a commettere ogni genere di nefandezze, in un crescendo di violenza che non trova alcuna giustificazione, se non in se stessa. Ed è proprio questo il punto debole del romanzo: qual è il senso della rappresentazione di tanto odio? Brizzi non dà alcuna risposta a questa domanda. Il romanzo manca di spunti critici in tal senso; al di là dei feroci strali contro la società borghese, l’autore non sembra porsi la domanda, sì scontata, ma che meriterebbe una risposta: ha senso voler sovvertire una società che si sente come oppressiva utilizzando i mezzi più devastanti e sanguinari che si possano immaginare? Leggendo Bastogne tutti questi interrogativi restano lettera morta. Il libro è il canto perverso di una generazione devastata dalla droga e istupidita dal benessere; proprio in questo senso, i protagonisti non sono poi così diversi dal resto dell’umanità, che pure odiano con tutte le loro forze. Ciò che a loro manca non è la moralità, perché anzi hanno un fortissimo senso dell’amicizia e della lealtà; il loro più grave peccato è l’essere del tutto privi di quella forza liberatoria, anarchica e costruttiva, che è l’unica forma di ribellione possibile. Sono schiavi dello stesso sistema che vorrebbero vincere, preda degli stessi vizi piccolo-borghesi (le donne, la droga, l’alcool, i motori) da cui vorrebbero emanciparsi. Ecco perché la loro prepotenza resta odiosa, stupida, ingiustificata, destinata a sicura sconfitta; ed ecco perché, viceversa, le pagine più solari e vive del romanzo sono quelle che rievocano i giorni spensierati dell’infanzia, pieni di una vitalità sincera, non indotta artificialmente.
Penso dunque che il libro sia riuscito a metà: sia pure coraggioso per i temi affrontati, non riesce però a portare il lettore ad un livello più alto di quello meramente narrativo, ossia il piano della riflessione e del giudizio critico. Una nota di merito, in ogni caso, va allo stile: veloce, efficace, moderno, ricco di neologismi. Con Jack Frusciante e, ancora di più, con Bastogne, Brizzi è riuscito a costruire un linguaggio febbrile, corposo, fulmineo. Se dovessi trovare un punto di forza nel libro, direi che è certamente nella scrittura.

27 dicembre 2015

Fuggire dalle ideologie e dal pregiudizio: "Zarathustra" del Museo Rosenbach

Uno dei pochi vantaggi del vivere in un’epoca de-ideologizzata è certamente quello di poter valutare le cose e le vicende del recente passato con maggiore obiettività. É questa una delle ragioni della riscoperta negli ultimi anni del Museo Rosenbach. Quando nel 1973 il gruppo ligure diede alle stampe il primo disco, Zarathustra, un colossale equivoco lo condannò all’ostracismo, allontanandolo dalla televisione, dai festival e dai principali circuiti di diffusione. Ciò avvenne in primo luogo per la particolare immagine di copertina, un volto mostruoso e ambiguo realizzato con un abile collage di più elementi, tra cui un busto di Mussolini. In secondo luogo, malvisto era il tema portante del concept, un omaggio a Nietzsche e alla teoria del Superuomo, superficialmente associati al pensiero nazionalsocialista. A nulla valse la giustificazione che l’immagine di copertina fosse una mera provocazione, del tutto priva di intenti apologetici. E dire che la spiegazione era riportata nelle stesse note che accompagnavano l’album, ove era scritto che «la disperata ricerca del Superuomo non vuole realizzarsi nell’immagine del violento condottiero di una razza pura, come è stata erroneamente e tristemente interpretata, bensì nella serena figura dell’uomo che, vivendo in comunione con la natura, tende a purificare da ogni ipocrisia i valori umani». Etichettati come fascisti, i Museo Rosenbach non ebbero alcun riconoscimento all’epoca, per pure ragioni di ostracismo ideologico.
A distanza di tanto tempo, invece, emergono almeno due considerazioni. La prima è che l’immagine di copertina, a guardarla bene, è forse una delle migliori di quegli anni, oltre a ricordare vagamente il celeberrimo volto di In the court of the Crimson King. La seconda è che il Museo non era uno di quei gruppi trascurabili, riscoperti negli ultimi tempi solo perché appartenenti al periodo prog. È infatti una costante tendenza quella di considerare “grandi misconosciuti” gruppi che all’epoca non ebbero alcuna eco per la scarsa qualità e originalità del suono, riesumati di recente per pure ragioni cronologiche. Con il Museo questo rischio non c’è: il loro lavoro è davvero ottimo, uno dei migliori del periodo. Se dovessi fare una mia personale classifica, lo collocherei tra i primi dieci dischi prog, assieme all’omonimo del Banco, al primo dei Napoli Centrale, ad Arbeit macht frei degli Area, all’esordio del Biglietto per l’inferno, ad Aria di Sorrenti e Collage delle Orme. Su internet si leggono tanti autorevoli interventi, da parte di chi addirittura definisce Zarathustra il miglior LP progressive italiano di sempre; sul punto, credo che il giudizio sia inquinato dalla volontà di rendere giustizia postuma al Museo. Un gran bel disco, però, lo è sicuramente.
Ascoltandolo, mi hanno colpito la qualità delle parti vocali (e dei testi) e la varietà del suono. Partendo da quest’ultimo, si nota una maggiore vicinanza ai gruppi anglosassoni; l’ipnotico giro di mellotron in Superuomo, ad esempio, non avrebbe sfigurato in un lavoro dei King Crimson. La prima facciata è interamente occupata da una lunga suite, divisa in quattro momenti. Qualsiasi conoscitore della musica sa quali sono i rischi insiti in una suite di venti minuti: annoiare l’ascoltatore con eccessivi virtuosismi, oppure trascinarlo in una sequela di passaggi disorganici e mal collegati tra loro. Proprio per questo, pochi sono gli esempi del genere compiutamente realizzati. La lunga prima facciata di Zarathustra è uno di questi rari e riusciti casi, grazie al felice combinarsi della chitarra elettrica e delle tastiere, mai troppo invasive, con in più la straordinaria sezione ritmica della batteria di Giancarlo Golzi. I modelli di riferimento sono quelli di oltremanica, con in più delle venature hard rock perfettamente innestate nel contesto.
La seconda facciata è composta di tre lunghe tracce, tra cui l’eccellente Dell’eterno ritorno, con le parti vocali in maggiore evidenza. Proprio questo è un altro punto di forza dell’album, per effetto della duttile voce di Stefano "Lupo" Galifi. Senza voler fare paragoni con le grandi voci di quegli anni, come Di Giacomo o Stratos, non si può però negare che, sia pure senza grandi doti tecniche, anche quella del cantante del Museo sia stata una delle più interessanti del panorama, specialmente per la capacità di inserirsi organicamente nelle parti strumentali e di variare di tono e intensità, passando dalla drammaticità al sussurro, fino all’urlo.
Ci sono ottime ragioni per acquistare questo disco, a prescindere dalle aspre polemiche che, nel bene o nel male, ne hanno decretato la fama. Quando si parla di buona musica, sarebbe bene mettere nel cassetto le ideologie stantie ed aprirsi alla forza persuasiva del suono.
La controversa copertina di "Zarathustra" (1973)

9 dicembre 2015

"Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese: il drammatico conflitto tra ragione e natura

Le polemiche, specie se hanno la capacità di smuovere le coscienze, sono un formidabile volano per un’opera, riuscendo talvolta ad elevarla a vero e proprio “caso letterario”. Questo è quanto accadde nel 1953, all’uscita de Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese. La critica, quasi unanimemente, tributò grandi onori al libro, per la sua indubbia valenza letteraria. Allo stesso modo, però, piovvero aspre critiche, specie da parte degli intellettuali napoletani scelti quali involontari protagonisti, con tanto di nome e cognome, dell’ultima parte della raccolta, intitolata Il silenzio della ragione. Più che un racconto, si tratta di un resoconto. La Ortese, fingendo di dover scrivere un articolo sugli scrittori napoletani del dopoguerra, commissionatole da una rivista del Nord, fa un ritratto impietoso della scena culturale partenopea e dei suoi protagonisti. Luigi Compagnone (il più bersagliato), Domenico Rea, Raffaele La Capria, Michele Prisco, Vasco Pratolini (che visse per un periodo a Napoli), Pasquale Prunas e altri sono descritti senza finzioni di sorta, senza nasconderne virtù, difetti e debolezze, persino quelle della vita privata. Ne viene fuori un quadro sconfortante e apatico, di una classe intellettuale incapace di sciogliersi da un sempiterno “vorrei ma non posso”, collusa e quasi corrotta dai vizi della città che vorrebbe trasformare, magari con gli strumenti del marxismo. Gli inconsapevoli protagonisti di quelle dure e malinconiche pagine non la presero bene; la scrittrice venne accusata di tradimento, e da quel momento iniziò per lei una sorta di ostracismo dalla vita culturale napoletana.
Però, al di là delle polemiche, Il silenzio della ragione è una straordinaria riflessione sull’Italia meridionale; anzi, potremmo addirittura parlare di un’acuta indagine della stessa condizione dell’essere meridionale. Ad avviso della scrittrice, nel Mezzogiorno si combatte da secoli un conflitto dall’esito scontato, quello tra ragione e natura, dove la prima è destinata a soccombere. L’ostinata fantasia, gli indomabili sensi e l’istinto sono i tratti caratteristici di quelle terre e di quelle popolazioni, sì che la razionalità non può che dibattersi inutilmente, soffocata tra le spire della natura. E questa sarebbe la profonda ragione per cui, usando le parole di Tomasi di Lampedusa, tutto cambia per rimanere sempre uguale. Il fallimento degli scrittori napoletani, della loro rivista Sud e dei loro circoli letterari, dunque, non è altro che un’altra versione di una storia che si ripete immutabile nei secoli. Nulla può chiarire il concetto meglio delle stesse parole della Ortese.
«Esiste nelle estreme e più lucenti terre del Sud un mistero nascosto, per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno di illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolci e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata. […] Qui il pensiero non può essere che servo della natura, suo contemplatore in qualsiasi libro o nell'arte. Se appena accenna a qualche sviluppo critico, o manifesta qualche tendenza a correggere la celeste conformazione di queste terre, a vedere nel mare soltanto acqua, nei vulcani altri composti chimici, nell'uomo delle viscere, è ucciso.»
Un’altra drammatica testimonianza è nel capitolo intitolato La città involontaria, dove ci viene descritta la durissima vita nei Granili, immensi depositi costruiti in epoca borbonica e divenuti dimora per la moltitudine degli sfollati della guerra. La prima cosa che impressiona entrando nei Granili è l’assenza di luce, sì che pare quasi una discesa agli inferi. Vengono incontro all’osservatore esseri di una miseria così profonda da aver perso ogni barlume di dignità, da apparire addirittura ripugnanti. In quegli antri fetidi dove decine di persone sono ammassate in pochi metri quadri, si gioca, si muore, si soffre, ci si ammala, ci si riproduce, si mangia, si canta, si ride e si piange in un’aberrante promiscuità. E fa male pensare che queste cose accadevano nel nostro Paese solo sessant’anni fa.   
L’attenzione verso le fasce più umili della popolazione è ancora presente nei racconti Un paio di occhiali e Oro a Forcella. Il primo è, a mio parere, il più riuscito dell’intera raccolta, per l’intensità drammatica della narrazione che, in un crescendo di rara maestria letteraria, sfocia nel sorprendente finale. Oro a Forcella, invece, è un vivace quadretto di una giornata qualsiasi al Banco dei pegni di Napoli; inoltre, è proprio in questo racconto che viene spiegato il significato del titolo della raccolta. Il mare non bagna Napoli per tutti coloro che, pur vivendo in quella meravigliosa città, non ricordano neppure come sia fatto e quanto sia bello il mare, per via del bisogno e della fame, della necessità di arrabattarsi giorno dopo giorno senza mai poter godere delle cose che rendono piacevole l’esistenza.
Interno familiare, invece, mi ha riportato alla mente Gente di Dublino di Joyce, specialmente per via del tema della precoce senescenza e della fine della giovinezza. In queste pagine, l’attenzione della Ortese si sposta verso una famiglia della piccola borghesia, nei giorni che precedono il Natale; nonostante la modesta agiatezza, il nucleo familiare è corroso dalle invidie, dalla corruzione e dalla malattia. Lo sconforto individuale e la voglia di evadere trascendono le quattro mura della casa, per diventare la cifra di un’intera generazione.
In conclusione, Il mare non bagna Napoli è la narrazione di una città che non c’è più, dei suoi luoghi e della sua varia umanità. È il resoconto della miseria dei bassi e delle meraviglie di Mergellina e di Via Toledo, dell’umiltà degli ultimi e dell’incapacità della borghesia di rinnovarsi. A distanza di tanti anni, il libro vale come testimonianza storica; tuttavia, è ancora possibile scorgervi i tratti caratteristici della gente di Napoli, le miserie e gli splendori, l’aggrapparsi ad un ideale, civile o religioso, come estrema ragione di vita.

27 novembre 2015

"Senza rumore": l'altra storia dei Moda

Il biennio 1988-1989 è stato uno spartiacque importante per il rock italiano, o meglio per quel “rock italiano cantato in italiano”, secondo la calzante definizione di Alberto Pirelli, fondatore dell’IRA, la casa discografica a cui più di ogni altra si deve la scoperta e la promozione dei gruppi new wave nostrani. È infatti in quel periodo che vengono pubblicati tre dischi fondamentali: Litfiba 3, Boxe dei Diaframma e Senza rumore dei Moda. Sono album diversi, che però, oltre all’identità di casa discografica, presentano almeno due punti di contatto. Il primo è che si tratta del terzo LP per tutti e tre i gruppi; il secondo è che gli album in questione rappresentano un punto di svolta decisivo, a volte di non ritorno. Dopo Boxe, Miro Sassolini lascerà i Diaframma, che raggiungeranno i giorni nostri con Fiumani unico membro originario. Dopo Litfiba 3, chiusa la “trilogia del potere”, il gruppo di Pelù e Renzulli andrà incontro al grande successo di pubblico. Di questi due dischi si è parlato tanto; meno, molto meno, di Senza rumore.
Una piccola premessa è d’obbligo. Sto parlando dei Moda (senza accento), gruppo new wave degli anni Ottanta, non dei contemporanei Modà. E in proposito mi permetto un appunto: quando si decide di fondare (e poi promuovere) un gruppo, sarebbe cosa saggia informarsi, per evitare scopiazzature dei nomi che, oltre ad essere fonte di equivoci, sono tremendamente fastidiose. Si pensi in proposito a Il volo, il supergruppo degli anni Settanta con Alberto Radius; come ben sappiamo, il nome è stato plagiato per dare vita ad una discutibile operazione musical-commerciale su cui preferisco soprassedere.
Tornando ai Moda, si potrebbe dire che con Diaframma e Litfiba hanno rappresentato il trittico delle meraviglie della nostra new wave, oltre che le punte di diamante dell’IRA. I Moda, però, anche se capitanati da un leader carismatico come Andrea Chimenti, non hanno avuto né il successo commerciale dei Litfiba, né una continuità discografica e di seguito (sia pure di nicchia) come quella dei Diaframma.  Dopo Bandiera (1986) e il cupo Canto pagano (1987), la band toscana registrò il terzo disco, Senza rumore (1989), che avrebbe dovuto segnarne la definitiva consacrazione. Dietro l’album c’era forse una precisa operazione commerciale: realizzare il passaggio dalle atmosfere visionarie e ombrose degli esordi ad un pop-rock raffinatissimo, ma volutamente più orecchiabile e vicino ai gusti del mercato. Prova ne è il fatto che la line-up sia stata arricchita in studio di registrazione da Daniele Trambusti (futuro Litfiba), Francesco Magnelli (poi CSI) alle tastiere e Demo Morselli ai fiati. Ed è proprio l’uso intenso delle tastiere e dei fiati a togliere un po’ di freschezza alle canzoni, che, se fossero state lasciate nella loro essenzialità elettrica, avrebbero reso meglio.
Dieci le tracce. Si parte con Sogni d’oro, scritta da un Piero Pelù insolitamente (almeno per quegli anni) solare. Seguono Polvere e Cammina, elaborate ballate di forte impatto sonoro, con la splendida voce di Chimenti in evidenza. Ma le canzoni migliori sono nella seconda facciata: Shalalala, dal ritmo piacevole con ottime parti vocali; Gianni Brillante, dura invettiva contro i fabbricanti di armi; infine, Albero nero, in cui ritornano le profonde sonorità degli esordi. Il resto, sia pur pregevole, risente a mio avviso degli anni, appesantito dagli arrangiamenti non proprio felici.
Il risultato è un lavoro riuscito a metà, buono nella perizia strumentale e nelle parti vocali, a volte debole negli arrangiamenti. I Moda tentarono con questo disco il grande salto, ma di lì a poco decisero di sciogliersi. D’altronde, la grande stagione della wave italiana era finita: per i fuoriusciti, non restava che cambiare per sopravvivere, come fecero i Litfiba e i Diaframma. I Moda no, la loro è stata un’altra storia, egualmente entusiasmante e meritevole di rispetto.
La copertina di "Senza rumore" dei Moda

18 novembre 2015

"Figli di ferroviere" di Ugo Pirro: quell'Italia che viveva sui binari

Ugo Pirro, nato a Battipaglia nel 1920 e morto a Roma nel 2008, è stato uno dei più importanti autori del nostro cinema. Sue le sceneggiature di alcuni straordinari lungometraggi di impegno civile, come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso (entrambi con Gian Maria Volonté, per la regia di Elio Petri) e La proprietà privata non è più un furto (sempre di Petri, con Flavio Bucci). Nonostante l’attività di scrittore per il cinema sia quella che gli ha garantito successo e imperitura memoria, Pirro è stato anche un prolifico narratore, dalla prosa semplice e lineare, potremmo dire molto cinematografica.
Figli di ferroviere è una sorta di diario, il racconto autobiografico della vita e dei continui trasferimenti da una città all’altra della famiglia dell’autore, in un lasso di tempo che va dal 1920 alla metà degli anni Cinquanta, passando per il Fascismo e la guerra. Eppure, sarebbe riduttivo limitarne la valentia al mero dato personale, alla rievocazione sull’onda del ricordo. Il libro è soprattutto la storia minima dell’Italia che fu, il racconto collettivo dei ferrovieri, che più di tutti hanno contribuito ad unire il Paese. Si può parlare di un’accurata e nostalgica narrazione di una ferrovia che ora non c’è più; non una semplice storia del treno, ma qualcosa di più profondo e umano: la storia delle Ferrovie dello Stato e dei suoi uomini del personale viaggiante. Figure che sembrano appartenere all’era del mito: i casellanti che conducevano un’esistenza rurale al bordo della massicciata, i macchinisti che sporgevano dal finestrino la testa annerita dal fumo, i frenatori che trascorrevano interminabili giornate nei desolati vagoni merci, i capigestione addetti alla formazione dei convogli, gli accelerati, le vecchie locomotive sbuffanti. E soprattutto i capistazione, con il loro acuto fischietto, le bandiere di segnalazione e il berretto rosso orlato d’oro, simile a quello degli ufficiali dell’esercito. Ma l’aspetto che l’autore vuole evidenziare è soprattutto un altro: la ferrovia da lui raccontata è una grande famiglia, dove il vincolo che unisce non è dato dal sangue, ma dalla comunanza di condizione, da un senso di appartenenza che non ha eguali nella storia industriale italiana.
Un paragone, in particolare, ricorre nel libro: quello tra le famiglie dei ferrovieri e quelle degli zingari e dei circensi; le prime, come le seconde, assai numerose e sempre in viaggio. Scrive infatti l’autore:
«La vita nostra sembrava esistere soltanto tra treni, stazioni, locomotive, telegrafi, orari ferroviari, trasferimenti da una stazione all’altra. Viaggiavamo anche quando ci affacciavamo alla finestra della nostra casa nella stazione. I treni visti dalle  nostre finestre erano così familiari che sembravano nostri, come se vivessimo sui treni, alla pari dei nomadi. E chissà se questo nomadismo ferroviario alla fine non abbia fatto viaggiare liberamente i pensieri, l’immaginazione.»
Scorrere le pagine è come fare un viaggio nei vecchi scompartimenti di terza classe, alla scoperta di un tempo in cui il capostazione era una figura amata e rispettata al pari di un’autorità, un tempo in cui i figli dei ferrovieri godevano di una libertà per altri ragazzi sconosciuta, perché il loro campo di giochi era un mondo meraviglioso, fatto di vagoni fermi sui binari morti, immensi piazzali, scali merci, locomotive su cui montare con sprezzo del pericolo. Ma non bisogna pensare che la narrazione sia semplicisticamente edulcorata; Pirro nulla nasconde di quegli anni, parla della fame, delle lotte sindacali, delle paghe misere, della povertà, della Napoli bombardata durante la guerra, degli scontri tra fascismo e massoneria. La sua analisi sa essere spietata, senza risparmiare nessuno, persino l’amato padre.
A chi è destinato questo libro? Come ho detto, lo stile è semplice, asciutto, non indulge in coloriture letterarie. Lo apprezzeranno i vecchi ferrovieri, i figli di ferroviere, ma anche tutti quelli che hanno voglia di leggere una testimonianza storica, il resoconto sentito di un mondo che non esiste più. Perché anche la ferrovia è cambiata e forse per questo non esercita più il suo incanto. D’altronde, quanto a bellezza e fascino, avrebbe senso paragonare una E.636 con un attuale locomotore dell’alta velocità? La prima, sia pure meno “moderna” (ma siamo sicuri che questo sia un difetto?), vincerebbe sotto tutti i punti di vista.