27 maggio 2016

Cos'è la musica, se non una somma di piccole cose?

Se si volesse definire con un’unica parola l’ultimo disco di Niccolò Fabi, bisognerebbe utilizzare l’aggettivo “intimo”. Una somma di piccole cose è un album raccolto, individuale ma non individualista, che scruta i sentimenti profondi dell’artista e dell’ascoltatore. L’atmosfera confidenziale emerge già dai titoli dei brani, come Le chiavi di casa o Facciamo finta, che evocano una dimensione chiusa in se stessa. La sensazione è confermata dalla graziosa confezione in digipack e dal libretto interno, che raccoglie due sole foto dell’artista, che, chitarra sulle spalle, passeggia con aria meditabonda in un sentiero in mezzo al bosco.
Basterebbe questo, basterebbe osservare il disco prima ancora di inserirlo nel lettore, per comprendere appieno in quali atmosfere si verrà calati. Come riportato nelle note interne, il lavoro è stato scritto, suonato e registrato dal solo Niccolò Fabi, che per l’occasione si è ritirato in un casolare a Campagnano di Roma nei mesi di febbraio-aprile 2016. Unico ausilio esterno quello dei cori; per il resto, Fabi ha suonato da solo tutte le tracce, prediligendo gli strumenti acustici. Si tratta di un disco dalle tinte folk, anche se estremamente contemporaneo nelle tematiche trattate; a me ha ricordato Nebraska di Springsteen e Bryter Layter di Nick Drake. La musica è un sottile tappeto che sostiene le liriche, tutte di buon livello. Prevale la chitarra acustica, con tracce di pianoforte e di elettronica, mentre mancano quasi del tutto le percussioni. Le canzoni sono nove, con una cover degli Hellosocrate, Le cose non si mettono bene.
Una somma di piccole cose è il canto di una generazione che, dopo essere stata illusa dalla società tecnocratica e dall'effimero benessere, vuole ritrovare le radici di sé. Ciò è evidente nel brano Ha perso la città, dove Niccolò tratteggia abilmente una metropoli italiana dei nostri giorni (leggasi Roma), evidenziando il punto cruciale dell’attuale disastro, che non è solo nella cementificazione selvaggia, quanto piuttosto nel fatto che si è perso il valore della comunità umana. Occorre dunque adeguarsi ad una Filosofia agricola, citando il titolo della quarta traccia. Il disco è arricchito da meravigliose ballate, come la nostalgica Facciamo finta, l’eterea Una mano sugli occhi e la sorprendente Le chiavi di casa, con testi sempre sopra la media. La canzone che dà il titolo all’album, invece, è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un invito ad abbandonare i bisogni apparenti imposti dalla società dei consumi, in favore di una vita di piccole cose, quale ancora di salvezza e strumento di felicità. Il disco si chiude con una enigmatica canzone, Vince chi molla, dove di fatto viene rovesciato il mito dominante dell’essere vincenti ad ogni costo.
Alcuni recensori, commentando questo lavoro, hanno parlato di piena maturità artistica per Niccolò Fabi. Non conosco sufficientemente  la discografia del cantautore per potermi esprimere al riguardo. Di certo, è un gran bel disco, che si lascia ascoltare e assimilare, che intrattiene piacevolmente e al tempo stesso fa riflettere.

17 maggio 2016

Quattro buoni motivi per leggere ancora Martin Mystère

Martin Mystère è una delle serie a fumetti più longeve del panorama nazionale, nata dalla creatività e dall’ironia di Alfredo Castelli. Edita ininterrottamente dal 1982, prima mensile e oggi bimestrale, si appresta a festeggiare i trentacinque anni di carriera, anniversario che più o meno coinciderà con il numero 350 della serie regolare.
Per chi non la conoscesse, è possibile in questa sede dare soltanto poche informazioni, utili per farsi un’idea. Martin Mystère, a differenza di molti eroi dei fumetti, è un personaggio ben calato nel mondo contemporaneo, un uomo che vive tutte le contraddizioni della nostra epoca. Risiede a New York, dove esercita la professione di scrittore “di cose misteriose” e di presentatore di un programma televisivo che si chiama, guarda caso, “I misteri di Mystère”. Non è un archeologo e neppure un professore, quantomeno nell’accezione accademica del termine; eppure, talvolta riveste i panni dell’uno e dell’altro. Possiede una cultura smisurata, che ricomprende le più varie branche del sapere: arte, letteratura, storia, archeologia, paleontologia, geografia, fisica, glottologia e innumerevoli altre. Viene spesso chiamato ai quattro angoli del globo per risolvere i “mysteri” che affliggono l’umanità, che egli svela (anche se non sempre) grazie alle sue formidabili doti. Per chi volesse saperne di più, è presente una ricca pagina in proposito su Wikipedia.
Ciò che a me preme sottolineare, soprattutto per chi già conosce le avventure di Martin Mystère, sono le ragioni che possono ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni, spingere un potenziale lettore ad acquistare il fumetto. A mio avviso, sussistono almeno quattro ottimi motivi.
Il primo è una delle chiavi del successo della serie, che all’epoca del suo esordio era davvero innovativa (e in parte lo è ancora). A differenza degli eroi del fumetto classico, Martin Mystère è un paladino dell’intelletto e non della forza. Egli non disdegna una sana scazzottata, ma odia profondamente la violenza. Ama affrontare gli enigmi e persino i nemici più con la ragione che con l’azione. La prevalenza dell’intelletto sulla brutalità lo porta a dilungarsi in digressioni colte, che, se possono apparire pedanti, costituiscono una delle peculiarità del personaggio.
In secondo luogo, Martin ci insegna a non accettare mai le verità preconfezionate, ad indagare cosa si nasconde sotto l’apparenza e la verità ufficiale, che spesso è solo una menzogna di comodo. Non a caso i suoi principali antagonisti sono gli “Uomini in nero”, membri di una setta oscurantista che vuole nascondere la genuina storia dell’umanità, in modo da non mettere in discussione l’attuale status quo economico e politico, perpetuandolo. L’insegnamento di Mystère è tanto più utile in un’epoca quale la nostra, in cui tutti possiedono le stesse informazioni, in cui verità e menzogna spesso si propagano alla stessa velocità grazie ad internet, sì che non è più possibile discernere l’una dall’altra.
In terzo luogo, la serie a fumetti insegna ai suoi lettori il valore dello studio, la decisività dell’approfondimento, l’importanza di impostare la propria vita come una lunga ricerca.
Infine, Martin Mystère è un uomo senza pregiudizi, un cittadino del mondo che odia ogni forma di razzismo o prevaricazione; lo dimostra il fatto che il suo migliore amico e assistente è Java, un vero e proprio uomo di Neanderthal. Le avventure del professor Mystère consentono così al lettore di viaggiare per il mondo senza preconcetti, di conoscerne usi, costumi, culture e popoli.
Oggi si parla tanto di crisi del fumetto, specialmente per le serie più longeve, che hanno perduto un po’ dello smalto di un tempo. La sfida più grande, però, resta quella di valorizzare testate come Martin Mystère, che oramai fanno parte della cultura nazionale, per non lasciare che si disperda il patrimonio di cui sono portatrici. Soprattutto per le nuove generazioni, così omologate e incapaci di una “ricerca mysteriana”.
Logo della testata, dal sito Sergio Bonelli Editore

2 maggio 2016

Pino Daniele, la libertà e il richiamo della terra

Terra mia (1977) è un disco prettamente partenopeo, forse imperfetto come la città che descrive, ma certamente sentito, ben scritto, radicale, di grande potenza espressiva. É raro trovare nella musica italiana un esordio così chiaro e preciso negli intenti. Con ciò non voglio dire che si tratta del miglior LP di Pino Daniele; personalmente preferisco il terzo, il celebre Nero a metà, in cui si approfondisce il marchio di fabbrica dell’artista da poco scomparso, il felice connubio tra musica popolare, rock e blues. Terra mia resta però un album perfettamente compiuto, organico e coerente, un risultato stupefacente se si pensa che Daniele aveva soltanto ventidue anni quando lo registrò, meno ancora quando lo compose.
Si potrebbe dire che si tratta di un concept, perché tutte le canzoni, sia pure non legate propriamente tra loro, raccontano la stessa secolare storia, quella della città di Napoli e dei suoi abitanti. Sono tredici quadretti di vita partenopea, di respiro quasi letterario, tanto che non è azzardato affermare che il corrispettivo narrativo del disco è la raccolta di novelle L’oro di Napoli di Giuseppe Marotta. Sia Daniele che Marotta hanno raccontato la Napoli dei vichi e dei bassi, arrabbiata e al tempo stesso assuefatta al proprio destino.
Terra mia trae le proprie radici dalla tradizione della musica popolare, su cui vengono innestati echi provenienti da altri mondi, dando vita ad una primigenia fusion. La base del disco è dunque il folk, ma vi sono tracce di quella che sarà la forma musicale più originale dell’artista partenopeo, il ponte che unisce  Napoli con l’America. Pino Daniele suona quasi tutto: chitarra elettrica, classica, acustica, mandola e mandolino. Lo accompagnano musicisti di prim’ordine: Rosario Iermano alla batteria, Enzo Avitabile ai fiati e Rino Zurzolo al basso.
Apre le danze la celeberrima Napule è, pezzo straordinario non solo dal punto di vista musicale, ma anche e soprattutto lirico, perché bastano pochissimi versi per descrivere compiutamente l’anima più profonda della città. Segue un altro classico del repertorio, ‘Na tazzulella ‘e cafè, in cui, con tono abilmente ironico, vengono sbeffeggiati i potenti che si spartiscono la città, mentre il popolo viene ammansito a panem et circenses, anzi a cafè et circenses. Altro capolavoro è la quarta traccia, Suonno d’ajere, che si presenta nella forma di uno struggente dialogo tra il popolo e Pulcinella, accusato di non essere più quello di una volta, di essersi tolto la maschera e di non voler far più ridere grandi e piccini, costringendo la gente a pensare. E Pino Daniele, che per l’occasione veste i panni del novello Pulcinella, fa valere le sue ragioni: non è vero che ha abbandonato il suo popolo, sono le urgenze del momento storico che gli impongono di gettare la maschera e di assumere un atteggiamento critico, perché è tempo di svegliare la gente, che dorme il sonno beato dell’impotenza. Gli altri brani raccontano vividi episodi della vita quotidiana dei bassi: il furtarello commesso da due delinquenti di strada (Maronna mia), il venditore ambulante (Fortunato), il vecchio che cammina in riva al mare da solo, consumando il dolore della vedovanza (Cammina cammina), le cantilene delle donne affacciate alle finestre (Saglie, saglie).
Una menzione speciale meritano le ultime due tracce. ‘O padrone è forse il brano musicalmente più complesso, retto dalla chitarra elettrica e da una pimpante sezione ritmica, che anticipa temi e suoni della successiva produzione di Daniele. Chiude il disco la tormentata Libertà, con quei versi iniziali che da soli valgono il prezzo del biglietto:
Chiove 'ncoppa a 'sti palazze scure,
'ncoppa 'e mure fracete d'a casa mia,
tutt'attuorno l'aria addora 'e 'nfuso.
Chi song'io che cammine 'mmiezo 'a via 
parlanno 'e libertà.
  

21 aprile 2016

La rabbia come passione d'amore: riflessioni su due romanzi di Carlo Castellaneta

Undici anni separano i romanzi Una lunga rabbia (1961) e La paloma (1972) di Carlo Castellaneta, undici anni di profondi cambiamenti nel Paese, che passa dal sogno del benessere all’incubo del terrorismo. La cesura è tanto più evidente se, nel leggere le due opere, si segue la cadenza cronologica. Se è vero che nel secondo libro la scrittura dell’autore milanese si fa più matura, è altresì innegabile l’avanzare di un cupo pessimismo, di una totale disillusione verso il sistema. Si potrebbe dire che in Una lunga rabbia il germe della violenza è ancora contenuto, sì che lo stesso sistema si presenta nelle forme del datore di lavoro burbero ma bonario, aduso alle piccole meschinità a danno dei suoi sottoposti, che ancora possono covare una speranza nel cambiamento. Ne La paloma, invece, la violenza esplode in tutta la sua cieca brutalità, arrivando finanche all’omicidio politico.
Iniziando l’analisi comparativa dal primo romanzo, preme sottolineare una curiosa coincidenza: il libro di Castellaneta venne pubblicato nel 1961, nello stesso anno in cui nelle sale cinematografiche uscì Il posto di Ermanno Olmi. Simile la trama: un ragazzo della periferia milanese, lasciata la scuola, cerca un impiego stabile, il cosiddetto posto fisso, feticcio di un’esistenza libera dal bisogno. Identica la scenografia: la Milano in piena trasformazione degli anni Sessanta, divisa tra la sua più antica anima popolare e quella moderna degli affari, destinata infine a prevalere. Diverso è però l’animus dei due protagonisti. Domenico, il protagonista del film di Olmi, è un ragazzo di un’ingenuità disarmante, disposto ad accettare apaticamente le regole che gli vengono imposte, senza tentare una ribellione. Rico, il personaggio principale del romanzo di Castellaneta, invece, rifiuta di accettare i compromessi, contesta le regole stesse del sistema e cerca degli strumenti per opporvisi. Nessuno, tuttavia, si mostrerà sufficiente: né lo studio, né l’onesta, né il reato, né tantomeno l’arte, a lungo vagheggiata da Rico quale unica ancora di salvezza. E allora, che cosa rimane di vero in questo inestricabile groviglio che è il mondo? È il pittore Oreste, amico e mentore di Rico, a dare la risposta: soltanto un’infinita rabbia.
«Una lunga rabbia è una cosa grossa, che capita a pochi, come una passione d’amore. Di piccole rabbie, di capricci, siam buoni tutti. Ma una rabbia lunga, ragionata, coltivata giorno per giorno, che sia da sola una ragione per campare, non è facile averla.»
Eppure, nonostante l’apparente crudezza di queste parole, il libro lascia trasparire una sottile speranza, nella convinzione dei personaggi di riuscire prima o poi a conquistarsi il tanto agognato posto al sole.
La paloma, invece, è un libro più duro e pessimista, che riflette il clima degli anni in cui fu concepito e scritto. L’Italia è quella degli anni Settanta, dilaniata dagli scontri di piazza, dalla strategia della tensione e dalle trame eversive. Pietro, il protagonista del romanzo, è un ferroviere anarchico (un palese omaggio alla figura di Pinelli), che ha eletto la rabbia a ragione di vita. Egli, tuttavia, rifiuta la violenza, sia quella dei “compagni” che quella di Stato. L’ideale per cui combatte è puro, racchiuso in poche, efficaci immagini.
«L’anarchia è il bosco, la ragnatela, la foglia, amore della vita, rivoluzione dentro le cose. […] L’incendio che noi professiamo è dentro il cervello dell’uomo, mica dentro le caserme.»
La narrazione si snoda lungo tre piani, che rappresentano le tre dimensioni del protagonista: il lavoro, la famiglia e il circolo politico. Castellaneta adotta un’efficace scelta narrativa: l’io narrante del romanzo non è infatti Pietro, ma la moglie Lisetta, che descrive il marito in pagine pregne di commozione e di amaro disincanto. Eppure, nonostante Pietro sia una figura positiva e quasi luminosa, sarà destinato a soccombere, schiacciato da due violenze, che egli egualmente abiura: quella scientifica dello Stato borghese e quella irrazionale delle frange più estreme del movimento anarchico. Il libro si chiude così con un’immagine forte: le parole di vendetta vergate sui muri della città, a voler significare che non è possibile uscire incolumi dal circolo della violenza.
Lo scrittore Carlo Castellaneta (foto tratta da Repubblica.it)

11 aprile 2016

"Le rovine in attesa" si aggiudica una Menzione Speciale alla V edizione del "Premio letterario Mino De Blasio"

«Ad un narratore che ha saputo rappresentare il confronto generazionale sullo sfondo di un’utopia politica e culturale. Mondi apparentemente lontani trovano affinità nel progetto utopistico di una nuova rivoluzione del Sud attraverso i due personaggi principali, Erminio Narri e il marchese Priviano, che lasciano il segno per la loro caratterizzazione e l’incisività del dialogo.»

Questa è la motivazione della Menzione Speciale conferita al mio romanzo Le rovine in attesa dalla Commissione esaminatrice della V edizione del Premio letterario nazionale Nero su bianco – Mino De Blasio. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 9 aprile nella Sala convegni di Palazzo Colarusso, in San Marco dei Cavoti (BN).
Il Premio, organizzato dall’Associazione culturale “Provenza…Mino” e dal Comune di San Marco dei Cavoti, è stato istituito per ricordare la figura dello scrittore e poeta sannita. Mino De Blasio, nato nel 1954 e scomparso prematuramente nel 2010, è stato un intellettuale profondamente legato alla terra natia, che ha cercato di trasfondere le proprie idee  e il proprio mondo affettivo in opere di prosa e versi, più volte premiate con importanti riconoscimenti della critica.
Ricevere la menzione speciale è stato per me un grande onore, tenuto anche conto dell'elevato numero di partecipanti al Premio. Desidero dunque ringraziare la giuria per avermi conferito tale significativo riconoscimento.

La pergamena della Menzione Speciale a Le rovine in attesa
Palazzo Colarusso, sede della cerimonia di premiazione

5 aprile 2016

"Le rovine in attesa": la recensione di Michele De Angelis su "L'Opinione"

Una recensione de Le rovine in attesa è apparsa sulla pagina culturale del giornale L’Opinione. Ringrazio l’autore, il giornalista Michele De Angelis, che cura la rubrica La voce degli scrittori, che si occupa della promozione degli autori emergenti.
La recensione
Ritorna la rubrica con la quale “L’Opinione delle Libertà” dà voce e spazio ai nuovi volti della letteratura italiana. Questa settimana vi consigliamo “Le rovine in attesa” di Alfonso Cernelli (Alter Ego Edizioni). Cernelli è nato a Roma nel 1985. Ha esordito nel 2010 con il romanzo “Percezione dell’inverno” (Aletti editore), vincitore del Premio letterario nazionale “N. Zingarelli”, con l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.
Due uomini tanto diversi quanto profondamente simili. La storia di una rincorsa spasmodica verso un successo assai fragile. Un’opera nella quale convergono intensamente le tematiche legate al meridionalismo e all’influenza degli autori del Novecento. La vera protagonista indiscussa è la lettera, che serva a descrivere luoghi o personaggi poco importa, ciò che emerge è un amore innato per il linguaggio e per tutte le sue sfumature. Ogni singola parola viene scelta e mescolata sapientemente con le successive, permettendo così la creazione di un animo letterario in grado di pervadere ogni angolo dei nostri meandri più intimi. Erminio Narri è un giurista goffo e inetto, convinto però di avere doti superiori rispetto a quelle finora riconosciutegli. La lettera di un nobiluomo meridionale strappa così la sua esistenza, inducendolo ad abbandonare tutto per recarsi avventurosamente a scoprire i tratti di questo affare segreto di cui si parla nella missiva. Veniamo dunque resi partecipi di un vero e proprio progetto rivoluzionario, in cui si deve credere profondamente per poterne uscire vincenti. La sottotrama primaria ci narra però di due uomini profondamente soli, tanto insicuri quanto frangibili, eternamente impegnati in una rivincita illusoria. L’autore ama le parole e con queste ci concede di fare l’amore per tratti brevi e intensi, così come sono angusti i pensieri illusori dei due personaggi.
Nel finale del libro uno dei protagonisti si definirà come una rovina in attesa. Si domanderà se il suo fallimento possa essere principalmente fonte di amarezza o comunque di soddisfazione, per una vita che gli ha concesso delle possibilità straordinarie.

1 aprile 2016

"Il barone Bagge" di Alexander Lernet-Holenia: la realtà non esiste

Nel corso della Prima guerra mondiale, uno squadrone di cavalleria viene inviato alle pendici dei Carpazi ungheresi per una rischiosa missione ricognitiva. Scopo dell’operazione è quello di rilevare la posizione dei russi, senza ingaggiare alcun combattimento. Il comandante della spedizione, però, incurante del pericolo e guidato soltanto da una smodata ambizione, disobbedisce agli ordini e manda lo squadrone incontro al nemico. Giunti in prossimità di un ponte sul fiume Ondava, i cavalieri si lanciano all’attacco contro la fanteria russa asserragliata sull’altra sponda. Ed è a questo punto che gli eventi prendono una piega inaspettata, di cui il lettore avrà contezza solo nelle ultime pagine.
Questa, in sintesi, la trama de Il barone Bagge, breve romanzo del 1936 di Alexander Lernet-Holenia (1897-1976), scrittore austriaco molto celebrato in patria, meno conosciuto in Italia. La sua produzione è stata molto varia, comprendendo romanzi, raccolte di racconti, poesie, saggi, sceneggiature per il cinema e traduzioni; tra queste ultime, famosa in particolare quella dei Promessi Sposi (Die Verlobten). Si deve alla casa editrice Adelphi il merito di aver fatto conoscere anche nel nostro Paese il suo nome.
Il barone Bagge è un racconto che può essere diviso in due parti, antitetiche e speculari come lo sono la vita e la morte, il sonno e la veglia. La prima si chiude proprio nel momento in cui lo squadrone di cavalleria si lancia all’attacco suicida, attraversando il ponte sull’Ondava sotto il fuoco dell’artiglieria russa. A questo punto vi è una cesura, un taglio netto che non riguarda soltanto la narrazione, ma coinvolge le stesse categorie dello spazio e del tempo, destinate a trovare una composizione, sia pur precaria, soltanto nel sorprendente finale.
Il libro condivide diversi aspetti con le opere di un altro grande narratore austriaco, Arthur Schnitzler. Rimane, tuttavia, una differenza di fondo: mentre in Schnitzler il contrasto sogno/realtà è determinato dal disturbo psichico, ossia dalla psicopatologia, in Lernet-Holenia vi è una piena compenetrazione tra le due dimensioni, sì che non è possibile scinderle. Il sogno, cioè, ha la medesima consistenza del reale, così come la stessa realtà non è altro che sogno. L’ambiguità connota la stessa esistenza umana, sino a riflettersi sul binomio vita/morte, che, ad avviso di Lernet-Holenia, sono concetti relativi, questioni di punti di vista. La tesi dell’autore austriaco è tanto semplice quanto paradossale: noi siamo abituati a chiamare morte ciò che per altri è vita, e siamo soliti chiamare sogno ciò che per altri è realtà. D’altronde, il tema non è nuovo nella letteratura: non era stato forse Shakespeare, già nel Seicento, a sostenere che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni?
La vicenda si dipana tra acquitrini e insidiose nebbie, vulcani spenti e cittadine animate da un lieve sentore di morte, il tutto con uno stile ottocentesco, corposo, vivido, magnificamente suggestivo. Un’originale proposta di lettura, indispensabile per chi ha già avuto modo di apprezzare un autore come Schnitzler.

16 marzo 2016

Un mio racconto dà il titolo alla raccolta "L'estremo approdo", edita da SensoInverso

In questi giorni è stata pubblicata dalle Edizioni SensoInverso una raccolta di racconti di autori vari, intitolata L’estremo approdo, ad esito della selezione del Concorso letterario nazionale Lucenera 2015. La Casa editrice ha scelto il mio racconto per dare il titolo al volume.
Tutti gli scritti che lo compongono appartengono al genere fantastico, declinato nelle sue molteplici sfumature: si va dal racconto dell’orrore a quello metafisico, passando per il fantasy, il surreale, il gotico. Secondo quanto riportato nella presentazione del libro, le novelle hanno lo scopo di “inquietare, offrire emozioni intense e colpire”, ma anche di “portare una parentesi di fantasia nella quotidianità”.
Il mio racconto, intitolato proprio L’estremo approdo, è ispirato alla narrativa fantastica di viaggio, in particolare al Gordon Pym di Edgar Allan Poe, con l’intento di generare nel lettore quel senso di straniamento noto come “sospensione dell’incredulità”.
Per ogni informazione sul volume, per saperne di più o per acquistarlo, visitate il sito dell’Editore cliccando qui.

L'illustrazione di copertina, opera di Giada Cattaneo
L’incipit de L’estremo approdo

9 marzo 2016

"Down by the jetty": il fulminante esordio dei Dr. Feelgood

Tira un ventaccio gelido giù al molo, un soffio incessante e fastidioso, che scompiglia i capelli ma almeno porta via il tanfo delle ciminiere del petrolchimico. Ma d’altronde, se vivi a Canvey Island, che altro puoi fare se non scendere giù al molo? Per andare a spaccarti la schiena in raffineria per pochi quattrini la settimana, oppure anche solo per vedere un po’ di gente. Ecco perché nel 1975, quando i Dr. Feelgood pubblicarono il loro primo LP, non potevano esserci molti dubbi sul titolo: Down by the jetty, "giù al molo", appunto.
Copertina semplice ma di grande impatto: i quattro sulla banchina del porto squassata da un vento freddo, con un’espressione tra l’arrogante e l’infastidito, perché non era gente da perdersi in pedanti servizi fotografici. Lo scatto è memorabile, perfettamente evocativo dei personaggi. Il primo è il bassista John B. Sparks, che sembra una comparsa da bisca di certi poliziotteschi italiani degli anni Settanta. Segue il batterista, noto semplicemente come The Big Figure, sorta di antesignano blues brother. E finalmente i due più inquietanti e pericolosi: Wilko Johnson e Lee Brilleaux. Il primo è una strana razza di chitarrista alieno senza plettro, vestito perennemente a lutto e con uno sguardo liquido e allucinato. Infine, l’immenso Lee Brilleaux, che sul palco ringhia nel microfono e suda, si scuote, si agita nei suoi completi chiari da dandy della working class, mentre suona indiavolato l’armonica. Tutti e quattro poco rassicuranti, tutti funzionali ad un sound quadrato come pochi.
I Dr. Feelgood, all’alba del loro esordio su vinile, erano già una celebrità, per via dei concerti infuocati; però, quando entrarono in sala d’incisione, il dubbio era più che legittimo: sarebbero stati in grado di riproporre anche su disco la stessa atmosfera bollente? I quattro suonavano infatti un grezzo rhytm and blues, contaminato dal rock and roll delle origini, da molti definito pub rock; rifiutavano quindi le sonorità prog di moda in quegli anni, in favore di un suono meno elaborato, furioso, fatto di una sezione ritmica martellante e di potenti riff di chitarra, da precursori del punk.
I dubbi sono presto fugati, già dai primi solchi di She does it right, che leggenda vuole sia stata composta in una sola notte. E questo è un aspetto di cui tenere conto: a differenza di molti gruppi rhytm and blues, i quattro di Canvey Island proponevano anche e soprattutto pezzi originali, oltre a qualche intramontabile classico, interpretato con rinnovato vigore. Tra questi spiccano l’immancabile Boom boom, la strumentale Oyeh! e, soprattutto, la struggente Cheque book, in una versione impreziosita dall’ispirata voce di Brilleaux. La miscela è esplosiva e viene riproposta senza cali sulle due facciate: rimarcabili sono in particolare The more I give, Keep it out of sight, l’impetuosa All through the city e Roxette, vero classico del gruppo, con un celebre assolo finale di armonica.
Vi sono dischi che la critica definisce “seminali”, a voler intendere che hanno avuto la capacità di inventare o rinnovare un genere, oppure semplicemente di influenzare band future. Credo che mai come in questo caso l’aggettivo possa essere utilizzato senza paura di sbagliare: i Dr Feelgood, già a partire dal primo LP, sono stati un gruppo innovativo, che ha saputo rimestare a piene mani nel patrimonio del passato, arricchendolo di un furore nuovo, anche e soprattutto scenico, destinato a far proseliti.

La copertina del disco

25 febbraio 2016

"Il resto di niente" di Enzo Striano: il fallimento dei grandi ideali

Il resto di niente è un episodio isolato nella storia della letteratura italiana del secondo Novecento, un’opera fuori moda e fuori dal tempo, di commovente, struggente bellezza. Pochi libri hanno la capacità di eguagliarlo per potenza evocativa, precisione della ricostruzione storica, abilità nella successione dei registri linguistici, dal popolare al colto. Superficialmente si potrebbe dire che si tratta di un romanzo storico, la biografia di Eleonora Pimentel Fonseca e il resoconto del sogno repubblicano napoletano del 1799. In realtà, è molto di più e per almeno due ragioni. La prima è che, come scrisse lo stesso Striano, “tutti i romanzi sono storici, così come tutti sono sperimentali”, in quanto ciò che differenzia gli uni dagli altri è il grado di libertà che lo scrittore si è preso nell’esporre i fatti. In secondo luogo, confinarlo entro stringenti limiti geografici (Napoli), storici (gli anni della Rivoluzione francese) e sociologici (la “meridionalità”), costituirebbe un grave e imperdonabile torto. Il libro possiede infatti l’ampio respiro dei capolavori che trattano temi universali, perché, come evidenziato da Francesco Durante, “è un romanzo di uomini e di donne, non di personaggi storici chiusi ciascuno nella propria miniatura fissata per la posterità”.
La protagonista, Eleonora Pimentel Fonseca (Lenòr in portoghese, Lionora in napoletano), apparteneva ad una famiglia nobile portoghese, costretta a fuggire da Roma a causa degli attriti tra la Santa Sede e il Re lusitano, che aveva cacciato i potenti Gesuiti dal territorio del suo Regno. Riparata nelle Due Sicilie, per la precisione a Napoli, la famiglia Pimentel Fonseca dovette costruirsi una nuova vita. Eleonora, dotata di spiccatissima intelligenza e talento poetico, già giovanissima entrò a far parte dei salotti e dei circoli intellettuali della Capitale, fino a diventare accademica d’Arcadia. Accanto all’amore per le lettere, però, si sviluppò in lei un’accesa passione politica. Erano gli anni della Rivoluzione francese, del giacobinismo, dell’affermazione dei nuovi ideali egualitari in contrapposizione alla tirannide e alle disuguaglianze sociali dell’ancien regime. Anche a Napoli soffiava il nuovo vento degli ideali, grazie ad illuminati pensatori come Filangieri e Genovesi; si affermarono così i circoli giacobini, che vedevano nella Francia la grande madre di ogni libertà. Re Ferdinando e sua moglie Maria Carolina, spalleggiati dall’aristocrazia più retriva e da gran parte del clero, iniziarono una spietata persecuzione dei giacobini, con l’intento di estirpare il “germe” della rivolta dal Regno. Eppure, anche in Napoli il sogno rivoluzionario si realizzò, sia pure per pochi mesi, quando nel 1799 venne proclamata l’effimera Repubblica Napoletana. Lenòr ne fu una delle principali artefici, quale direttrice e unica redattrice del giornale ufficiale, il Monitore napolitano (sul modello del Moniteur d’oltralpe).      
Il romanzo non è un’apologia della parentesi repubblicana, né, più in generale, una pervicace difesa delle idee rivoluzionarie. Anzi, si potrebbe dire che Striano abbia raccontato l’illusorietà del sogno repubblicano, la fallacia degli ideali egualitari calati con forza in un contesto, quello partenopeo, retto da regole ancestrali, del tutto estraneo e quasi immune al sentire elitario degli spiriti democratici. La Repubblica napoletana è stata un fallimento, al di là del suo indubbio valore storico, perché non è riuscita a convincere il popolo minuto, i “lazzari” e la nascente classe media, legati da un vincolo quasi paternalistico al re. La rivoluzione e i grandi principi altro non sono stati che balocchi intellettuali, vuote parole che non hanno avuto la capacità di apparire seducenti o convincenti per un popolo abituato ad arrabattarsi giorno dopo giorno, ma capace di vivere quasi felicemente persino nella miseria più nera. Ed ecco dunque il grande paradosso, compreso dagli spiriti più acuti come Vincenzo Cuoco: il popolo partenopeo non ha alcuna fiducia nei rivoluzionari, che promettono di liberarlo da una schiavitù in cui non sente di essere costretto. Perché il popolo è già libero e non necessita di altra libertà; e questo, si badi bene, non perché sia stupido o ottuso, ma perché portatore di una sua profonda saggezza, nell’atavica comprensione che le cose non possono mai cambiare, che i ruoli di povero e ricco non potranno mai essere sovvertiti. E questo senso di sfiducia acquista una valenza ancora più ampia nelle parole di Vincenzo Sanges, uno dei protagonisti del libro.
«Ricordati che quand’uno entra a far parte di un’organizzazione, una chiesa, di qualsiasi tipo essa sia, come individuo è finito: da libero si fa necessariamente schiavo.»
Al di là del discorso ideologico, il romanzo è anche un vivido ritratto della città di Napoli, che proprio alla fine del Settecento visse uno dei suoi massimi periodi di splendore artistico e culturale, grazie alla presenza di intellettuali di punta, che ne fecero una delle due capitali italiane dell’Illuminismo, assieme a Milano. Oltre ai circoli culturali, ai teatri, ai salotti racchiusi negli scrigni di magnifici palazzi, Striano racconta anche l’altra Napoli, fatta del buio dei vicoli, della miseria dei bassi abitati da una miriade di “lazzari” che campano alla giornata. E di questi due volti della città vengono straordinariamente descritti rumori, odori e colori, sì che durante la lettura sembra davvero di essere immersi nell’atmosfera partenopea. Si considerino in proposito le intense descrizioni delle feste popolari e dei mercati, delle adunate in piazza e delle esecuzioni; Striano tratteggia visi contratti nel riso o nel pianto, riporta stralci di frasi udite per strada, fa crepitare le pagine di rumori intensi, le riempie di umori decisi, vi condensa suoni e sfumature. E proprio nel ruolo di narratore onnisciente dà prova magistrale di sapienza letteraria.
Le suggestioni e le riflessioni ispirate dal libro sono così tante che non è possibile racchiuderle in poche righe. Eppure, è doveroso segnalare che Il resto di niente è prima di tutto un complesso e profondo ritratto di donna. Striano entra nell’animo della sua eroina, con straordinaria sensibilità la mette a nudo di fronte al lettore, senza nascondere nulla: turbamenti, dubbi, accese passioni, gioie e dolori. Lenòr Pimentel è un personaggio che, chiuso il libro, sarà impossibile dimenticare.