25 aprile 2018

Fire Next Time: gli epigoni del rock militante

Più o meno negli stessi anni in cui in Italia i CCCP furoreggiavano con il loro istrionico “punk filosovietico”, in Inghilterra c’era ancora chi metteva la musica al servizio dei propri ideali, nella convinzione un po’ ingenua che si potesse cambiare il mondo. I Fire Next Time, che avevano preso il nome da un libello antirazzista dello scrittore americano James Baldwin, provenivano dalla città industriale di Leicester ed erano capitanati dal cantante e chitarrista James Maddock, autore di tutti i testi e le musiche. Completavano la formazione Nick Muir alle tastiere, James O’Malley al basso e Ray Weston alla batteria. La pagina inglese di Wikipedia parla di «a four-piece left-wing soul band», ovvero una formazione soul a quattro, ideologicamente schierata a sinistra. Figli minori di un’Inghilterra operaia, dunque, traditi dalla politica e impantanati nella stagnazione economica. La definizione appare calzante, anche se non rende bene l’idea di quale musica suonassero. Di certo non è punk, né new wave, né tantomeno ska; è un rock militante dalle venature soul, impegnato nei testi e curato negli arrangiamenti.
In North to South, il loro primo e unico LP pubblicato dalla Polydor nel 1988, non troveremo dunque la furia iconoclasta del punk, ma robuste  canzoni dalla struttura classica, che si mantengono sempre nel solco di un suono poco ruvido e molto addomesticato, con la strumentazione arricchita dal sassofono, dalla tromba e persino dal corno. Il primo punto di riferimento è certamente Springsteen, sia perché Maddock canta allo stesso modo, sia perché le canzoni raccontano storie minime di eroi minori, al pari di quelle del Boss. Si pensi alla figura del minatore in Following the hearse, oppure al soldato di Fields of France o al padre disperato di We’ve lost too much. Sono storie di emarginazione e dolore, raccontate attraverso parole semplici ma sentite. Altre sono poi le fonti di ispirazione del gruppo: dai Clash e dagli oscuri gruppi skinhead hanno preso la rabbia, dagli ultimi Jam un certo gusto per le commistioni tra generi.
Tutte le canzoni hanno un taglio polemico di critica sociale. I Fire Next Time portavano avanti un discorso politico e ci tenevano a farlo sapere, traccia dopo traccia. In un’Inghilterra travolta dalla crisi e dove pure i laburisti avevano tradito, Maddock & soci volevano essere la voce degli ultimi, dei disoccupati, dei giovani che facevano la fila per un sussidio, delle ragazze madri, degli emarginati. Le canzoni parlano dunque di guerra (Fields of France), di miseria (Supasave), di aborto (She was strong), di disoccupazione, precarietà del lavoro e lotta di classe (We’ve lost too much e Can’t forgive). Inutile dire che la rabbia giovane che trasuda dai testi appare a volte ingenua, persino eccessiva se non contestualizzata o letta con gli occhi del presente. Eppure, a ben vedere, i problemi affrontati dal disco sono, a trent’anni esatti, i medesimi che ci affliggono oggi.
È superfluo fare un’analisi brano per brano; va però puntualizzato che il disco non conosce cali di tensione, è davvero piacevole dall’inizio alla fine. Almeno quattro le gemme: la cupa ballata North to South, la combattiva Can’t forgive, la toccante Saint Mary’s steps e la furiosa We’ve lost too much.
I Fire Next Time hanno dato un contributo modesto alla storia della musica, eppure non vanno dimenticati, perché North to South è davvero un disco bello e intenso, da mettere sul piatto nei giorni un po’ malinconici e rabbiosi, quando l’incazzatura sale e sembra svanire la voglia di stare ancora sulle barricate.
La copertina di North to South (1988) e la band sul retro del disco

14 aprile 2018

La Medaglia d’Onore per gli Internati Militari Italiani: il valore di seicentomila "no!"

Vengono chiamati I.M.I. dalla storiografia ufficiale i soldati italiani catturati dagli invasori tedeschi e deportati in Germania nei campi di prigionia e internamento, subito dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943. I.M.I. è l’acronimo di Internati Militari Italiani, una formula senza significato secondo le norme del diritto internazionale; il Governo tedesco, infatti, privò i soldati italiani catturati dello status di prigioniero di guerra, che avrebbe loro garantito la tutela della Croce Rossa e del diritto internazionale. Questi ragazzi, spesso appena arruolati, vennero posti di fronte ad una scelta: combattere accanto a nazisti e fascisti, oppure subire la dura prigionia e il lavoro coatto. In seicentomila, la grandissima maggioranza, non ebbero dubbi e scelsero la schiavitù piuttosto che difendere un’ideologia aberrante. Diventarono così gli “schiavi di Hitler”, lavoratori coatti per dodici ore al giorno nei campi di internamento.
La motivazione della Medaglia al Valor Militare all’Internato Ignoto rende bene l’idea delle condizioni in cui vissero gli I.M.I., «internati in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposti a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerli a collaborare con il nemico, non cedettero mai, non ebbero incertezze, non scesero a compromesso alcuno; per rimanere fedeli all’onore di militari e di uomini, scelsero eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali. Mai vinti e sempre coraggiosamente determinati, non vennero meno ai loro doveri nella consapevolezza che solo così la Patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera».
Per troppi anni un velo di colpevole dimenticanza ha circondato la vicenda dei cosiddetti I.M.I., che non hanno ricevuto il riconoscimento che avrebbero meritato. Un po’ alla volta questo velo è stato squarciato ed è stato finalmente riconosciuto il valore di quel “no”, equivalente ad un vero e proprio atto di Resistenza. La Liberazione non è dunque merito soltanto dei partigiani e degli Alleati, ma anche di altri seicentomila uomini che, astenendosi dal combattere al fianco dei tedeschi, e subendo per questo la fame, la schiavitù e finanche la morte, hanno contribuito a redimere il Paese.
La legge n. 296/2006, sia pure tardivamente, ha riconosciuto un’onorificenza ai seicentomila: la Medaglia d’Onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. Coniata in bronzo dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, riporta sul rovescio un cerchio di filo spinato spezzato nella parte superiore, che racchiude il nominativo dell’insignito. Gli I.M.I. ancora in vita, ma anche i loro congiunti, possono richiederla seguendo la procedura disponibile cliccando qui.
Mio nonno era uno di quei seicentomila e mercoledì 11 aprile, nel corso di una toccante cerimonia in Prefettura a Roma, ha ottenuto il riconoscimento che l’avrebbe riempito di orgoglio se fosse stato ancora in vita. La sua storia è simile a quella di tanti altri: venne catturato dopo l’otto settembre in una caserma del Nord Italia e, per essersi rifiutato di combattere assieme ai tedeschi, fu internato nel campo di prigionia di Neubrandenburg, in cui rimase fino alla liberazione da parte dei Sovietici. Raccontava con dolore delle baracche in cui sopravviveva al gelo assieme ad altri internati, delle bucce di patate che spesso costituivano il misero pasto della giornata, delle umiliazioni subite, delle malattie, della morte dilagante di tanti amici e commilitoni, delle durissime giornate di lavoro forzato. Tutto questo per un "no", che è stato un vero atto di resistenza non armata. A lui e agli altri seicentomila I.M.I. è dedicato questo mio modesto contributo.
Dritto e rovescio della Medaglia d'Onore I.M.I. conferita a mio nonno

3 aprile 2018

"Giovannino" di Ercole Patti: la malìa di un dolcissimo veleno

La letteratura mondiale abbonda di romanzi che hanno come titolo il nome del protagonista: mi vengono in mente Agostino di Moravia, Jacob von Gunten di Walser e Demetrio Pianelli di De Marchi. Non so dire quanto sia felice una tale scelta, eppure spesso il nome possiede già in nuce le caratteristiche del personaggio, servendo da guida al lettore. E se il romanzo racconta le vicende di un giovane rampollo dell’alta borghesia catanese di inizio Novecento, che trascorre le giornate nell’ozio e nell’agio scansando con fermezza il lavoro, esiste forse un nome più adatto di Giovannino? Patti lo sapeva bene e tanto più azzeccata appare la scelta del titolo di questo piacevole e fortunato romanzo di formazione del 1954.
Giovannino è l’unico figlio del ricco notaio Calì, che desidera per il discendente una sistemazione adeguata con una sua pari. Seguiamo la sua parabola di vita dall’adolescenza fino alla «senescenza precoce», come correttamente riportato nella quarta di copertina dell’edizione Bompiani. Giovannino ci appare come l’emblema dello scansafatiche: trascorre intere giornate nelle campagne o nei caffè coi suoi amici sfaccendati, alla ricerca di avventure galanti e non disdegnando l’uso di droghe. A mio avviso, sarebbe tuttavia riduttivo bollarlo quale l’ennesima figura di inetto della letteratura italiana. Egli è più che altro un opportunista, per educazione familiare prima ancora che per indole. Il matrimonio di interesse finisce così per essere il degno e ovvio epilogo di un’esistenza votata all’amore “per la roba” di verghiana memoria. La critica di Patti assume pertanto una portata più ampia: vengono lanciati strali contro una borghesia e una nobiltà inconcludenti, i cui rampolli, da scapigliati senza ribellione, finiscono per sacrificare una possibile esistenza da esteti all’affanno per accumulare denaro. Questo è in fondo anche il triste percorso di Giovannino, la cui precoce vecchiaia coincide di fatto con il raggiungimento di un benessere abulico e fine a se stesso. Non a caso, le pagine più ariose del romanzo sono quelle che raccontano la breve esperienza romana del protagonista: lontano da Catania e dall’assillo parentale, egli vive sei mesi di deliquio, nonostante un misero stipendio da impiegato ministeriale e la quotidianità grama di una camera ammobiliata in affitto.
Mai come in questo caso, poi, si può affermare che la città non costituisca il semplice fondale entro cui si muovono i personaggi, ma sia essa stessa un personaggio. Anzi, sarebbe più corretto parlare al plurale, perché la vicenda si snoda tra Catania e Roma. La città siciliana, in particolare, è descritta magistralmente in tutte le sue sfumature di colori, profumi e suoni. Catania è l’emblema di una vita molle e agiata, per chi se lo può permettere, che addormenta lo spirito e le membra con il suo «veleno dolcissimo», fatto di lunghe passeggiate per l’affollata Via Etnea, di circoli e pasticcerie (anzi, dolcerie) che sono il luogo di ritrovo preferito di una folla numerosissima di nobili, possidenti, ricche dame, avvocati e assicuratori che vivono solo per ostentare ciò che hanno o vorrebbero possedere. E anche Giovannino, come i suoi scapestrati amici, non riesce a sfuggire al destino di «una vita che scorre così liscia, così piana, così dolce che si può invecchiare senza accorgersene e ritrovarsi ad averla vissuta tutta senza averne avuto coscienza, rimanendo sempre figli di famiglia».
La scrittura di Patti è ricercata senza essere sofistica, tanto che Montale l’ha descritta con un ossimoro, la “facilità difficile”. Lo scrittore siciliano alterna diversi registri, passando agilmente dal lirico all’umoristico; lo stile diventa uno dei punti di forza del romanzo, che scorre via docilmente pagina dopo pagina, inoculando nel lettore quel dolce veleno che era poi l’intima essenza della vita di Giovannino.

20 marzo 2018

"Frequento le mie idee e mi lascio attraversare dalle mie composizioni": intervista a gianCarlo Onorato

Giancarlo Onorato, anzi gianCarlo, non necessita di presentazioni. Cantante, chitarrista e leader degli Underground Life, una delle band seminali della new wave italica, ha poi avviato una proficua carriera solista. Da sempre attento al suono della parola, ha all’attivo cinque album in studio, usciti spesso a diversi anni di distanza l’uno dall’altro, segno di una profonda meditazione e di un lavoro minuzioso. Quantum (2017) è il suo ultimo disco, salutato da unanimi consensi della critica. Onorato non è solo un autore colto, ma anche un apprezzato scrittore e pittore. Lascio spazio alle sue parole, tante, profonde e di ampio respiro, ringraziandolo di cuore per la cortesia e la disponibilità.

Domanda. Iniziamo dal passato. Gli Underground Life sono stati uno dei gruppi di culto della scena new wave italiana degli anni Ottanta. Che ricordi hai di quel dirompente periodo di rinnovamento del rock italiano?
Risposta. Ne ho molti, ma ho anche molta nebbia, dovuta alla mia predilezione per il presente e all’urgenza espressiva che contraddistingue ogni mio passo. A volte mi pare di non sapere più nulla di ciò che è stato, perché la mia attualità è altrettanto dura ed eccitante, combattiva e ricca di scoperte, quindi non c’è il tempo per un vero ricordo strutturato e non ne sento il bisogno. Altre volte all’improvviso sorgono invece i ricordi di eventi ai quali ero ed eravamo presenti o che abbiamo creato. In questo terreno, è molto facile imbattersi in concorrenze circa chi abbia fatto per primo una certa cosa, ma la storia è lì e quando è ben scritta è lì per essere letta. A chi fosse sfuggito, vorrei ricordare che di quel periodo, anche se in una chiave narrativo-saggistica, ho parlato diffusamente in Ex – semi di musica vivifica. Certo è risaputo sia stato un periodo cruciale, ma mi pare manchi ancora un’analisi oggettiva e ben condotta perché si capisca ciò che di basilare è avvenuto nel decennio 1977-1988. Innegabile è stato il valore storico di quella formazione che da adolescente ho guidato. Poi chi ne ha giovato più di tutti sono proprio io, perché è stata la mia scuola di vita, oltre ad insegnarmi il mestiere.

D. La scena dell’epoca era ricca di fermento e di gruppi validissimi: penso a Neon, Diaframma, Moda, Litfiba, Gaznevada, Garbo, Denovo, Frigidaire Tango, oltre che ovviamente agli Underground Life. Mi sono sempre chiesto, però, perché i nostrani gruppi new wave abbiano sempre mantenuto una popolarità sotterranea, di culto, senza mai arrivare al grande pubblico, a parte i Litfiba. Eppure all’epoca ci furono passaggi televisivi anche importanti, e gli stessi UL si esibirono alla Rai. Come ti spieghi questa anomalia?
R. A domande come questa si dovrebbe rispondere con analisi sociologiche, o di storia dei consumi culturali. Come protagonista è più scomodo rispondere, tuttavia potrebbe bastare ricordare tre elementi fondamentali. Primo: era un Paese molto diverso da quello attuale, più provinciale e meno facilmente raggiungibile con i contenuti in musica. Secondo: noi proponevamo qualcosa di effettivamente nuovo, non di simile a qualcos’altro già precedentemente sentito da queste parti. Ad un certo punto si parlò di rock italiano, ma a lungo l'obiezione mossa a gente come noi, parlo di UL, era proprio sulla definizione di rock, che si intendeva in chiave assai più tradizionale, mentre noi contravvenivamo a molti precetti ritenuti intoccabili nel rock. Terzo: non vi era possibilità di farsi finanziare seriamente un’attività (oggi è diverso per troppe cose, ma resta uguale la difficoltà di ottenere finanziamenti per proporre seriamente la qualità), perché le grosse strutture discografiche ignoravano ogni realtà innovativa, almeno finché non ci vedessero la possibilità di trasformarla in merce. Andare in televisione ma non avere una distribuzione capillare dei dischi e dei concerti era una contraddizione che difficilmente poteva produrre popolarità. Infatti, lo hai detto tu, chi ha avuto ragione massicciamente del pubblico lo ha fatto sì sulla base di una proposta più appetibile e sulla scorta di un prima grande raccolta presso i club, come i Litfiba, ma anche grazie a dosi di promozione che altri, come noi, non ebbero mai. Senza carburante, puoi avere il motore più potente, ma resti fermo. Le cose sono comunque molto più complesse di così, e tra l'altro tu hai citato nomi molto differenti già gli uni con gli altri quanto a promozione, visibilità, storia. Mentre il mio gruppo era ed è rimasto indipendente in toto per diverse ragioni, quindi fare confronti è arduo, così come è vero che le nostre conquiste valgono milioni di volte quelle ottenute da altri con mezzi a noi negati.

D. Veniamo al presente. Quantum, il tuo ultimo lavoro, è un disco vero ed intenso, non di facile assimilazione ma proprio per questo così affascinante. Ancora una volta è la parola al centro di tutto; si pensi a Scintillatori, con quel meraviglioso intro recitato che poi evolve nel canto, oppure a Il barocco del tuo ventre. Come procede il tuo lavoro di scrittura dei brani? Come fai a trovare il giusto equilibrio tra parole e musica?
R. Frequento le mie idee e mi lascio attraversare dalle mie composizioni. Chi ascolta Quantum, oltre a sentire un disco, riceve un pezzo della mia esistenza, vi risuonano le cose che mi hanno fatto vibrare e che mi hanno cambiato, addolorato, eccitato davvero, che mi hanno allargato il pensiero o che mi hanno fermato da qualche parte. È un’opera, e un’opera deve fare questo, deve essere attraversata dalla vita di chi l’ha concepita per poter passare per trasfusione a chi ne fruisce, oppure non è che un pretesto per presenziare. Cosa che accade nella maggioranza dei casi. Mi pare di poter dire che album come Quantum nascano invece come una distillazione, infischiandosene del mercato e delle regole che esso impone. Ma fate attenzione che questo lo dicono quasi tutti: sono tutti superiori alle lusinghe del consenso e dell'affermazione presso il pubblico, quando nei fatti troppi ne sono servi. Io ho il privilegio di appartenere alla limitata schiera di chi ha deciso da sempre di fare solo ciò che si sente, e perché lo sente come la cosa giusta. Agli altri faccio i miei auguri. Ogni disco tuttavia è una storia diversa, e nata da momenti tanto diversi, anche se credo che la scrittura sia in definitiva una faccenda di onestà.

D. Ne Il passaggio, tratto sempre da Quantum, canti “deve esserci un passaggio là per noi, di esistenza liberata, là per noi”. Che cos’è per te la libertà, nella vita come nel lavoro?
R. È il respiro creativo, che si raccolga ed espanda sulla cima di un colle o nel proprio letto. Accedervi però è possibile solo attraverso un lavoro completo e continuo. È sentire di avere un nuovo domani, una luce accesa giusto per te e per nessun altro al mondo, e mentre sai che quella luce è lì per te, sai anche profondamente che appartiene a chiunque si sappia cercare.

D. Ascoltando alcune tue canzoni, come Acqua di Valium, Le bisce d’acqua, oppure la meravigliosa Ballata dell’estate sfinita, si nota una “semplicità ricercata”, se posso permettermi il gioco di parole. Costruisci sempre un tappeto sonoro non invasivo, apparentemente minimale ma assai complesso, su cui si innesta la tua voce imperiosa ma mai oltre le righe. È uno stile personale, senza dubbio. Come lo definiresti?
R. Definirlo per me è difficile. Lasci le tue impronte sulla sabbia e lo fai in quel preciso modo solo tu, ma se ti giri a domandarti come fai, perdi di vista la naturalezza del passo.

D. C’è un tuo video, su YouTube, in cui spieghi il processo di “costruzione di un ideale proprio di amore”, che è poi l’idea alla base di Androide Mirna. Puoi parlare della genesi di questa meravigliosa canzone, tratta dall’album Falene?
R. Falene è un disco ricco di energie differenti, nato in un momento assai delicato della mia vita, quando mi trovavo in bilico tra una certa dimensione e qualcosa di nuovo che spingeva dentro. Mi è stato chiesto più volte come sia nato un brano come Androide Mirna, non esistono risposte tecniche, né analisi che possano raccontarlo, se non il fatto che riflette la mia dimensione estetica, e vi si fonde la narrativa che ho in mente da sempre, grondante sensualità ma pregna di significato. Credo fossero elementi eloquenti già al momento in cui l'abbiamo realizzata in studio. Se dovessi fare del cinema, il mio sarebbe scritto così. È un brano deliberato e asimmetrico, umido e immaginifico, quindi particolarmente mio.

D. Oltre che musicista, sei anche uno scrittore. Che tipo di letteratura preferisci? Quali sono gli scrittori che ami di più?
R. Prediligo la narrativa più viscerale e sporta verso i sensi, ma ugualmente attenta a scavare il senso della vita. Non sono un lettore ordinato, né sistematico, e leggo più cose contemporaneamente, assecondando la mia inquietudine. Occorre fare attenzione al ruolo dello scrittore, che rischia di essere in drastica via di scomparsa. Oggi abbiamo un oceano di scriventi ma pochissimi scrittori. E questo è più vero da noi, prova ne è il fatto che sono davvero una minoranza gli italiani che leggono, mentre per paradosso si pubblicano migliaia di titoli. La narrativa è essenzialmente filosofia, spirito, cronaca e interpretazione dei tempi su un piano più lento e riflessivo di quanto non possa fare solitamente la canzone. Per scrivere qualcosa di utile e sensato occorre quindi tempo, molta stratificazione, confronto, decantazione. Ecco che diventa difficile un panorama di valore, perché in generale attualmente si è scaricato di senso via via il retroterra di vita che porti a uno scenario di narrativa autentica, diversamente da come è accaduto in altri momenti storici. Comunque farò un solo nome, Antonio Moresco. A differenza di questo autore, molto spesso la quasi  totalità di coloro che approccio in narrativa (e poi abbandono), sanno di televisivo, cinematografico e di ordinario già alle prime pagine. Perché è evidente che intendano parlare a coloro che sono ormai del tutto imbrigliati nell'ordinario, e incapaci di accedere a dimensioni meno meschine. Chi scrive apprende a esprimere l'ordinario e il banale, il riconoscibile, e lo riproduce alla inconscia ricerca del consenso. Come quelli che parlano in una trasmissione televisiva e non perdono l'occasione per dire cose banali e gravide di comune senso del pudore o della bontà da supermercato, solo per scatenare l’applauso. Ci sono parole chiave, no? Basta dire: “famiglia”, oppure, “lavoratori”, oppure, “fine del mese”. E tutti ti applaudono soddisfatti. Mi sembra inoltre altrettanto chiaro che chi scrive pensi troppo al cinema, e se non spera unicamente di finire lì, quantomeno scrive pensando a ciò che ha visto sullo schermo, cosa che impoverisce la scrittura. Moresco ha comunque espresso assai meglio e prima di me questa osservazione, un guaio del quale facciamo tutti le spese, uno per uno. E basterebbe leggere davvero per coglierlo.

D. “E nel liquore del tuo ventre glorificare la bellezza / con questa semina di stelle / ti scintillo il volto”. Sono i suggestivi versi di Niente di te, tratto da Quantum. Può la poesia avere ancora un senso in questo mondo così prosaico e volgare che ci circonda?
R. Non so se la mia sia poesia, ma so con certezza che è ricerca, e quindi attiene al mondo del desiderio come slancio vitale. Dunque è utile, feconda. Abbiamo una moltitudine di persone che soffre di mancanza di comunicazione ma non si accorge di avere smesso da tempo di parlare a se stessa e che per farlo occorrono confronti interiori. Quelli vengono a diversi livelli, ma il più intimo degli stimoli esterni è la poesia, che può essere espressa in modo verbale da qualcuno o, più personalmente, fruita per proprio conto. E pensare che tanti vivono senza incontrarla mai. Molte persone soffrono di depressione non riuscendo a ritrovarsi, e non riuscendovi non trovano le risorse necessarie per risorgere dal proprio dolore, che in sé è sempre una dimensione vivifica, perché ti mette di fronte a ciò che non va e da cui devi saperti emancipare. Perché la vita è così. Al di là di ogni trionfo e di ogni apparente riuscita, la vita ci offende spesso. La poesia, in certi casi, ci nutre, e chi non lo sa, soffre e non guarisce e tanta ignoranza ci fa male al punto da impedirci di trovare persino l'antidoto all'ignoranza. La poesia appartiene al campo della scoperta, e tutti ne hanno bisogno, purché si dia  al termine poesia il senso del luogo più lontano nel fondo di noi. Anche i più bruti hanno momenti di profondo bisogno, anche i più feroci criminali hanno una parete, vera o interiore, alla quale hanno appeso la foto della madre o l'immaginetta della Madonna o quella di Padre Pio, che sono idoli interiori equivalenti al legame. Dunque io credo che proprio considerando il deserto che avanza, occorra umidificare con dimensioni che peschino dentro. Ne abbiamo bisogno proprio perché non ci accorgiamo neppure più di averne bisogno.

D. Cosa ne pensi della rinascita dell’analogico e del ritorno del vinile? Si tratta di una semplice moda, oppure è un vero bisogno, la necessità di opporsi alla “musica liquida” che ormai la fa da padrone?
R. Credo siano entrambe le cose: una specie di reazione all’impalpabilità di buona parte della musica, che a quanto ne sappiamo sarà sempre più forte e diffusa. Poi c’è anche una componente nostalgica. Tuttavia io penso che non avremo modo di rimpiangere nulla, se la musica potrà tornare a essere ciò che nell’essenza è: una disciplina partecipata, suonata dal vivo, in mezzo alla gente e per la gente. Come sempre è stata e come deve essere per poter liberare le sue potenti capacità energetiche.

D. Parliamo del futuro, a proposito di musica su supporti concreti. Su internet molti di noi appassionati chiediamo a gran voce una ristampa, su cd o lp, dei dischi degli Underground Life. Saremo accontentati?
R. È possibile, anzi auspicabile, occorreva che passasse l'onda del revival. Ciò che è stato fatto da quel gruppo di ragazzini con me in testa è stato prima di tutto un fatto storico e per questo va inquadrato e riproposto in modo filologico e adeguato. Ora mi pare che i tempi siano finalmente maturi per riproporre quell'esperienza appunto come fatto storico.

D. Quali sono i tuoi progetti futuri?
R. Molti, come sempre. Concerti e uscite in pubblico quanto più sia possibile fare. Un disco nuovo dopo l'estate, il romanzo nuovo al quale sto lavorando che potrà uscire solo quando sarà maturo, una raccolta di racconti e un nuovo saggio sul ruolo della canzone sensibile contrapposta a quella consolatoria. Poi collaborazioni vive e autentiche, e tutta la libera docenza che mi venga permesso di condurre.

D. Se dovessi usare un solo aggettivo per definirti come artista, quale useresti?
R. Guardandomi attorno temo di essere necessario. Avrei tanto voluto essere salvato da altri, da padri, da madri, ma mi tocca sempre la parte di chi corre in aiuto, e quindi io sono condannato a fare il lavoro necessario, perché sono sempre troppo pochi coloro che lo svolgono sino in fondo. Quelli come me garantiscono una tenuta al posto di chi non sa assumersi responsabilità. Lo dico senza la minima modestia, ma anche con la massima serenità: avendo scelto me stesso, non posso che dire le cose come le vedo.
gianCarlo Onorato (fotografia di Francesca Collio)

14 marzo 2018

Il suono di un morbido silenzio: le "Falene" di gianCarlo Onorato

Falene, il terzo disco da solista di gianCarlo Onorato, è un lavoro che entra di diritto tra le cose migliori della canzone d’autore italiana. È stato pubblicato nel 2004, a sei anni esatti di distanza da Io sono l’angelo, segno che a Onorato piace fare le cose sul serio. Ogni suo disco è meditato, limato a perfezione, curato in ogni dettaglio. D’altronde, anche l’ultimo lavoro, Quantum (2017), segue di sette anni il precedente. Già questo aspetto ci dimostra quanto l’artista lombardo sia lontano dai canoni imperanti dello show business, che impongono ai loro musicisti-marionette di pubblicare un disco all’anno, a tutto detrimento della qualità.
Onorato è un indipendente e può dunque beneficiare della massima libertà creativa. Falene è l’emblema di uno stile personale, che fonde egregiamente la scuola cantautoriale italiana con il gusto della classica ballata rock, mai sopra le righe. Si pensi, a titolo di esempio, alla Canzone dell’oscurità, che ricorda le cose migliori di De Andrè. Onorato rifugge però dalla polemica politica o dall’impegno, per rifugiarsi in canzoni intime, che trovano forza espressiva in un vago senso di evanescenza, dando luogo ad un avvincente paradosso. Si pensi alla meravigliosa La sete, che inizia lieve per poi esplodere in un’abbacinante elettricità. Oppure, si ascolti la conclusiva Un morbido silenzio, sempre in bilico tra armonia e vie di fuga parallele.
Sono tre le componenti fondamentali di Falene. La prima è la melodia: Onorato costruisce le sue canzoni come ragnatele, con una trama sottile eppure resistente, che cattura l’ascoltatore dalle prime note e non lo lascia più andare. È la “strategia del ragno”, per usare il titolo di un famoso film di Bertolucci. La strumentazione impiegata è quanto mai variegata: chitarre dolci e distorte, tappeti di tastiere, la fisarmonica, gli archi, delicate voci femminili che sembrano parlarci da altri mondi. La seconda componente è l’interpretazione: la voce di Onorato è calda e avvolgente, scorteccia le parole riducendole all’essenziale, le lima infondendo a ciascuna un preciso significato. Infine, abbiamo i testi. Con una parola abusata parlerei di poesie, perché davvero non saprei come altrimenti definirli. Emblema della sua scrittura è probabilmente il testo di Androide Mirna. Parla di un artista che, stanco di inseguire la bellezza senza riuscire a trovarla, costruisce un automa a cui dà il nome di Mirna, per rappresentare il suo personale ideale di amore. La tematica non è nuova nell’arte; in letteratura, ad esempio, è stata trattata da E.T.A. Hoffmann. Onorato la mette in una canzone, tratteggiando in pochi significativi versi il rapporto tra l’inventore e l’androide, descrivendo lo stupore di quest’ultima di essere viva e la volontà di gioire e soffrire al pari di un umano.
Impossibile preferire una canzone alle altre. Il livello è altissimo e non conosce cali di ispirazione: lasciano il segno specialmente l’iniziale Le bisce d’acqua, Il bene e il nulla, la drammatica Pace di guerra, l’intreccio di chitarra elettrica e piano di Boncourage, oltre alle già citate La sete, Androide Mirna e Un morbido silenzio. Una menzione a parte merita la Ballata dell’estate sfinita, che sarebbe stata un’incrollabile hit se solo fosse stata adeguatamente divulgata. Anche negli episodi meno fortunati, come The bossanova sweet menage o Mia neve, si sente un’attenzione al perfetto equilibrio tra parole e musica.
Cerco sempre di mantenere una posizione il più possibile obiettiva quando recensisco un disco. Stavolta, però, sento di dover dare un dieci, perché nulla è superfluo in questo lavoro di Onorato, che immerge l’ascoltatore nel suono caldo di un morbido silenzio. Consiglio l’ascolto in cuffia, che rende giustizia al lavoro di incisione.

3 marzo 2018

I sogni non hanno prezzo: "The disaster artist"

Quando si parla di “film di culto” non sempre si fa riferimento a pellicole famose, che hanno segnato la storia del cinema per la loro grandezza. L’appellativo ben si adatta anche a lungometraggi sconosciuti ai più, diffusi nei circuiti sotterranei e apprezzati da un numero ristretto di cinefili. Oppure, ancora, ci si riferisce a pellicole che hanno avuto successo proprio per la loro indiscutibile bruttezza, tanto da essere catalogate come Z-movies. The room rientra proprio in tale categoria. Si tratta di un film indipendente del 2003, prodotto, diretto, finanziato e interpretato da Tommy Wiseau, all’epoca uno sconosciuto cineasta. La pellicola, costata sei milioni di dollari versati interamente dallo stesso Wiseau, ne ha incassati poco meno di duemila in due settimane di programmazione. Si tratta infatti di un film con una trama inconcludente e priva di originalità, recitato malissimo, infarcito di scene inutili che fungono da mero riempitivo, senza un continuum logico-temporale. Ciononostante, grazie anche alla diffusione di internet, The room ha riscosso negli anni un successo sempre crescente, proprio per l’involontaria comicità delle sue scene e la pessima recitazione del protagonista. Diverse testate l’hanno definito “il più brutto film della storia del cinema”, consacrandone così la fama ed ergendolo a lungometraggio di culto.
The disaster artist (2017) è un film sulla genesi e la produzione di The room o, se si vuole, sulla figura in qualche modo eccezionale di Tommy Wiseau. Utilizzando un termine anglosassone che rende bene l’idea, si può affermare che The disaster artist è il making of di The room. La regia è di James Franco (che interpreta lo stesso Wiseau), mentre il soggetto è di Greg Sestero, amico di Wiseau e coprotagonista di The room.
La trama ricalca la vicenda reale. Greg è un diciannovenne che sogna di sfondare nel cinema. Ad un corso di recitazione conosce l’eclettico Tommy Wiseau, uno squinternato attore fuori dalle righe, che afferma di essere nato a New Orleans, nonostante uno spiccato accento dell’Europa dell’Est. In breve nasce una profonda amicizia tra i due, che stipulano un vero e proprio patto di sostenersi reciprocamente per la realizzazione del sogno comune, quello di diventare attori professionisti. Tommy è in possesso di risorse finanziarie illimitate e così, dopo innumerevoli rifiuti, prende la decisione che gli darà la fama: scrivere, produrre, finanziare, dirigere e interpretare il suo film personale. The disaster artist ricalca fedelmente i fatti realmente accaduti, lasciando intatto il mistero intorno alla figura di Wiseau: non sappiamo quale sia il suo vero nome, quanti anni abbia, dove sia nato e, soprattutto, come faccia ad essere talmente ricco da poter buttare al vento milioni di dollari solo per inseguire un sogno.
Il film diverte dall’inizio alla fine ed è ricco di scene memorabili. James Franco regala una straordinaria interpretazione di Tommy Wiseau: ne viene fuori il ritratto di un personaggio non comune, che dell’artista vero possiede solo il tormento, ma non il talento. Tommy è capace di violenti scatti d’ira, ma al tempo stesso è un uomo generoso e dolce, che osserva il mondo con lo sguardo vergine e disincantato del bambino. Si pensi in proposito all’amicizia tra Greg e Tommy: mentre il primo mantiene la propria indipendenza, al punto di andare ad abitare con la fidanzata, Tommy vive il rapporto con infantile gelosia, desiderando l’esclusività delle attenzioni e dell’affetto dell’amico.
In conclusione, la pellicola è una riflessione sullo straordinario potere dei sogni e delle aspirazioni individuali, ma al tempo stesso una velata critica al dio denaro. Rimane infatti insoluta una domanda, fin troppo prosaica. Se Tommy Wiseau non avesse avuto a disposizione un cospicuo patrimonio da buttare alle ortiche, sarebbe riuscito a realizzare le sue aspirazioni?
La locandina italiana del film

20 febbraio 2018

Il piccolo e magro professore di diritto: vita vera e poesia

C’è una poesia di Emilio Praga (1839-1875) che costituisce un passaggio atipico nella sua produzione: Il professor di greco. Praga è noto per essere stato il principale tra i lirici della Scapigliatura, nonché “il Baudelaire italiano” per la vita dissoluta e il contenuto provocatorio delle sue opere. Il professor di greco è invece una lirica di impianto tradizionale, che racconta un episodio vero e intimo.
Praga, che è stato anche un affermato pittore, nella poesia racconta di quando si è presentato alla porta del suo studiolo il «lungo e magro professor di greco» delle tediose giornate di scuola, quelle che il poeta avrebbe preferito passare tra «le dolci aure dei campi», anziché in un’aula polverosa. La vista del professore rievoca il ricordo delle noiose lezioni e della buia prigione che era stata la scuola. La reazione immediata è quindi di odio, che Praga non esita a dimostrare, rivolgendo al docente uno sguardo «torvo e bieco».
Ma il tempo non è trascorso invano; dopo la prima diffidenza, il poeta scopre l’uomo dietro il professore. Colui che aveva sempre considerato un nemico da combattere, gli si rivela qual è, un «uom, già in uggia tanto, incanutito e sofferente e stanco». Si compie allora un vero e proprio miracolo: il professore si guarda intorno, ammira le tele che costellano la stanza ed elogia l’ex studente ribelle, diventato un affermato pittore. La confidenza che nasce tra i due è il colpo decisivo che annienta i passati rancori. Il vecchio docente, «desto ai primi ardenti affetti», paragona la sua misera vita, fatta di giorni sempre uguali, all’esistenza errabonda e avventurosa dell’allievo, non nascondendo una punta di invidia. Lo studente indisciplinato ha visitato il mondo, mentre l’inflessibile professore, onusto solo del peso della scuola e della famiglia, non ha mai vissuto pienamente.
Il finale è commovente, senza indulgere nel patetismo. Praga, che forse non è riuscito a manifestare al professore ciò che ha realmente provato, esorta i suoi versi ad uscire dallo studiolo, a seguire il vecchio per la strada, rincuorandolo che «col greco è svanita ogni rancura». Rimasto solo, il poeta si lascia andare ad un pianto liberatorio, pensando forse al tempo passato e al triste destino di un uomo buono e comprensivo, che il crudele gioco di ruoli della scuola gli aveva fatto considerare un nemico.
Si dice che la poesia sia tanto più vera quanto più trovi rispondenza nella vita reale. Qualche tempo fa ne ho avuto la prova, quando alla fermata dell’autobus ho incontrato il mio vecchio professore di Istituzioni di Diritto Pubblico all’università. Negli anni dell’insegnamento era noto per la rettitudine morale, ma soprattutto era assai severo e temuto, anche per via dell'aspetto austero. Il solo pensiero di dover affrontare l’esame con lui terrorizzava noi studenti; dato l’alto livello delle sue lezioni, infatti, il professore esigeva una preparazione eccellente, oltre che una proprietà di linguaggio che molti ragazzi del primo anno non possedevano. Ecco perché questo professore rappresentava per noi la quintessenza dell’inflessibilità.
Alla fermata dell’autobus, invece, mi è sembrato subito un uomo diverso. Oramai in pensione, minuto, incanutito e con il passo appesantito dagli anni, mi ha provocato una strana sensazione di rispetto mista a tenerezza. Allora mi sono avvicinato e presentato; lui ovviamente non poteva ricordarsi di me, ma è stato comunque felice di rammentare i giorni dell’insegnamento. Come il professore di greco, anche il professore di diritto mi ha enumerato i suoi acciacchi, confidandomi che «la testa non è più quella di una volta». Sono bastati pochi minuti per rovesciare completamente il mio giudizio. Ho visto di fronte l’uomo, al di là del professore, e tutto il passato risentimento si è trasformato in rispetto. Ecco, in quei pochi minuti anche io mi sono sentito un po’ Emilio Praga.

Il lungo e magro professor di greco,
che quasi odiar mi fece il divo Omero,
fu stamane a vedermi al mio studietto.
La tavolozza mia si tinse a nero,
e io lasciando i pennelli con dispetto
il guatai torvo e bieco.
Ché all’entrar suo mi rientrò nel core
tutta la noia dei passati inciampi,
quando fanciullo pallido e sparuto
alle dolci anelavo aure dei campi,
e avrei pei gioghi del Sempion venduto
e Troia e il suo cantore.
Ma poi ch’io vidi l’uom, già in uggia tanto,
incanutito e sofferente e stanco,
l’antica bile mi fuggì dal petto,
e fissai mestamente il suo crin bianco;
egli abbracciommi coll’usato affetto
e mi sedette accanto.
Poi mi narrò de’ suoi lunghi malanni
e delle pene della famigliuola;
sentirsi affranto e avvelenato ormai
dall’afa sempre uguale della scuola,
che fin gli toglie il ricrearsi ai rai
del sole agli ultimi anni.
Indi guardando con occhio d’amore
la stanza piena di festa e di luce,
e le sparse mie tele e gli abbozzetti,
da cui la lieta fantasia traluce,
parea, che desto ai primi ardenti affetti,
chiusi non morti in core,
volesse dirmi: "Oh quanti nuovi lidi,
quanta stesa di cieli e di marine,
tu vedesti, e pur giovane sei tanto!
Ed io? Dei grami dì già presso al fine
che mai conosco di sì vago incanto?
Nulla, mai nulla io vidi!
Talor fra l’aure aperte e la verzura
la mia stanca vecchiezza si riposa,
quand’esco coi figliuoli alla campagna;
ma quell’ora di pace, ahi come vola!
Qual tristezza maggior non m’accompagna
poi fra le chiuse mura!"
Povero vecchio! Ed io fui crudo tanto
da attristargli la già misera vita?
Sù, versi miei, seguitelo per via,
ditegli voi, che col greco è svanita
ogni rancura, e che quand’egli uscia
dalla mia stanza, ho pianto!

Emilio Praga (primo a sinistra) con altri scapigliati (fonte Wikipedia)

6 febbraio 2018

Gli esoterici della new wave: "Fiction" dei Comsat Angels

Nel sottobosco della new wave in terra d’Albione troppi erano gli orfani del punk: formazioni più o meno note, talentuose o da dimenticare, con un’attitudine dark o votate all’elettronica. In parole povere, un mare in cui è difficile orientarsi. In quel di Sheffield si muovevano i Comsat Angels di Stephen Fellows (voce e chitarra), Mik Glaisher (batteria), Kevin Bacon (basso) e Andy Peake (tastiere). Esordirono nel 1980 con il sorprendente Waiting for a miracle, seguito a ruota dal claustrofobico Sleep no more (1981) e da Fiction (1982), dall’attitudine meno oscura. Album tutti pubblicati dalla Polydor, segno del credito di cui godeva la band.
I Comsat Angels, che avevano preso il nome da un racconto di fantascienza (edito in Italia nella collana Urania), volevano affermare un suono diverso dagli altri gruppi della medesima corrente. Meno cupi dei Joy Division, meno elettrici dei The Sound, proponevano atmosfere dilatate, di stampo quasi psichedelico. Il terzo LP, intitolato Fiction, chiude il loro periodo migliore. Registrato nei mesi di maggio e giugno del 1982, è stato, per ammissione dello stesso Fellows, un lavoro meno meditato dei precedenti, a causa della stanchezza accumulata dopo lunghi ed estenuanti concerti. Cupezza, malinconia e attitudine new romantic sono i tratti principali del disco, che si dipana in canzoni non sempre di facile presa. Bandita la rabbia, predomina l’inquietudine.
Si ascolti la prima traccia, After the rain. Strumentazione ridotta all’osso, poche note di tastiera ripetute all’infinito, a dare l’idea della pioggia che cade. Una canzone-gioiello, che immerge l'ascoltatore in un’atmosfera soffusa di campi nebbiosi bagnati dall’inverno. Quasi un intermezzo la successiva Zinger, che lascia spazio alla meravigliosa Now I know. Qui i nostri si cimentano nella più classica delle ballate darkwave: il basso a reggere le fila del discorso, echi lancinanti di tastiere provenienti da altri mondi e chitarre a tentare di forzare uno scenario altrimenti desolante. Un pezzo suggestivo, forse l’apice dell’album. Segue Not a word, il brano più elettrico della facciata, dall’incedere post-punk; è un’atipica canzone d’amore, dedicata alla «strangest girl I have ever known». Ju ju money chiude la facciata con un’invettiva contro il dio denaro riuscita solo a metà.
Il lato B è aperto da More, che riprende l’essenzialità di After the rain, con una batteria incalzante e la voce di Fellows a raccontarci quanto siano effimeri i sogni: «more things than you’ve time for / more dreams than you can use / they fill up all the sky / and fall into your eyes». Si torna a viaggiare alti con Pictures, soffusa canzone che si esalta in un ritornello di strisciante malinconia. Purtroppo la chiusura del disco non è all'altezza del resto: Birdman è un mero riempitivo senza un’idea portante, mentre Don’t look now e What else!? non lasciano traccia nella memoria. È proprio nella chiusura che si sentono la stanchezza e la carenza di idee di cui parlava Fellows.
Dimenticato dai più, è un album tutto sommato buono, con almeno quattro gemme da ricordare. Qualche caduta di tono, ma i Comsat Angels si confermano un gruppo con una propria identità, al di là dell’inquadramento in un genere. Il vinile è reperibile a prezzi contenuti, ma il disco è stato ristampato anche in cd. Due parole sulla grafica: copertina semplice ma d’impatto con schegge vaganti di colori e, nella busta interna, una simpatica foto del gruppo che non si prende troppo sul serio.
La band nella busta interna del vinile
La copertina di Fiction

25 gennaio 2018

"Io, Daniel Blake" sono un uomo, non un numero

Ancora prima di guardare un qualsiasi film di Ken Loach si può star certi che vi troveremo una parte di noi. Il regista inglese è da sempre il cantore della contemporaneità cruda e priva di poesia, raccontata attraverso uno stile asciutto, quasi documentaristico, che lascia allo spettatore ogni giudizio. Anche Io, Daniel Blake è un film di impegno civile e denuncia, ma ancora una volta Loach non fa propaganda, non si nasconde dietro il colore di una bandiera, ma sbatte in faccia i fatti così come sono, senza amplificarli o edulcorarli, lasciando che il messaggio passi da solo. Emblematica in tal senso la scelta di attori esordienti e non professionisti. Il film è stato premiato dalla critica, ottenendo diversi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes 2016.
Daniel Blake è un sessantenne che ha un solo desiderio: vedere riconosciuti i propri diritti ed essere trattato come uomo e non come numero. Rimasto vedovo dopo la morte della moglie, continua a svolgere la professione di carpentiere finché un infarto non lo obbliga al riposo forzato. È dunque costretto a rivolgersi agli istituti di previdenza sociale per avere un sostentamento economico, scontrandosi per la prima volta con il muro di gomma della burocrazia. Loach racconta il gioco kafkiano del paradosso: Daniel non può lavorare, ma deve fingere di cercare un lavoro per ottenere il sussidio di disoccupazione; al tempo stesso, però, non può farsi assumere, per non perdere la possibilità di vedersi riconosciuta l'indennità di malattia. La pellicola ruota intorno a questo contrasto: è evidente a tutti che Daniel ha diritto ad un sussidio, ma la burocrazia è sorda ai suoi bisogni e rigetta le sue legittime domande per ogni cavillo. Parole come “protocollo”, “ricorso” e “procedura” finiscono per avere la meglio sulle necessità umane. In attesa di ricevere un sussidio che sembra non arrivare mai, Daniel scivola lentamente nel bisogno. L’inedita condizione di “povero” gli fa conoscere Katie, una ragazza madre vittima a sua volta delle aberrazioni della pubblica amministrazione. Pur di non perdere un alloggio popolare, Katie è stata costretta ad accettarlo a centinaia di chilometri di distanza dalla propria città natale. Si ritrova così sola e senza lavoro in una periferia ostile dove non conosce nessuno. Tra Daniel e Katie nasce un’insolita amicizia fatta di sostegno reciproco, l’unica luce di speranza di tutta la pellicola.
Quella di Daniel e Katie è dunque la tragedia dell’uomo comune schiacciato da un’amministrazione pubblica che non comprende le sue necessità, diventando nemica del cittadino che dovrebbe tutelare. Il tema non è nuovo nella letteratura e nel cinema, ma Loach vuole raccontare la stretta attualità di una classe media sempre più impoverita, ridotta al collasso da una crisi che ha aumentato il divario ricchi e (sempre più) poveri. Daniel Blake non è un ultimo o un disadattato: ha una casa, una vita tranquilla e un lavoro. La malattia e la burocrazia lo costringono però a vendere il mobilio pur di andare avanti. Allo stesso modo, Katie non viene dalla miseria: quando però è costretta a lasciare Londra perché le è stato assegnato un alloggio popolare a Newcastle, il suo mondo di certezze si sgretola, riducendola alla fame.  
«Questa è la situazione della civile Inghilterra e più in generale della civile Europa» ha affermato il regista in un’intervista. In effetti, il film non è solo il racconto della fine del welfare state, ma l’impietosa radiografia di un tradimento, quello che lo Stato ha consumato a danno dei propri cittadini. Ken Loach si dimostra ancora una volta vincente, perché il film coinvolge e fa arrabbiare, per poi commuovere fino alle lacrime. Il messaggio passa forte e chiaro: non siamo numeri e neppure utenti o cittadini di Sua Maestà, ma prima di tutto uomini e donne. La soluzione non è però fare la rivoluzione; lo stesso Daniel, cittadino modello, si ritrova suo malgrado rivoluzionario, ma senza alcun beneficio pratico. L’unica soluzione è il vincolo della solidarietà umana, un legame tra simili che nasce dal bisogno, per poi trasformarsi in un nuovo umanesimo. Serve un pensiero che metta al centro l’uomo e le sue necessità, sembra dirci Ken Loach. Ma un pensiero non è sufficiente, deve diventare pratica concreta, in primis dei Governi europei.
«Non sono un consumatore, né un utente, né un cliente, non sono un lavativo, né un parassita, né un mendicante, né un ladro. Non sono un numero di previdenza sociale o un puntino su uno schermo. […] Non accetto e non chiedo elemosina. Mi chiamo Daniel Blake, sono un uomo, non un cane. Come tale, esigo i miei diritti, esigo di essere trattato con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino; niente di più, niente di meno.»
(estratto della lettera di Daniel Blake all'Istituto di previdenza sociale)
La locandina italiana del film

13 gennaio 2018

In memoria di Pat Di Nizio: gli anni verdi di "Green thoughts"

Pat Di Nizio (1955 – 2017) se n’è andato troppo presto, a dicembre, a causa dei tanti problemi di salute che lo tormentavano da anni. Era il cantante, chitarrista e leader degli Smithereens, formazione power pop che avevo scoperto da poco, ma che era riuscita subito a conquistarmi. Come avevo scritto in un precedente articolo, si tratta di un gruppo di piccolo culto, che ha continuato per oltre trent’anni a girare in tour nella formazione originaria composta da Pat Di Nizio (voce e chitarra), Jim Babjak (chitarra), Dennis Diken (batteria) e Mike Mesaros (basso). Il Dizionario del pop-rock di Tonti e Gentile ricorda che gli Smithereens, «da cover band con un amore particolare per il beat inglese e il R’n’R classico americano», sono poi diventati uno dei principali gruppi di power pop, sfornando una serie impressionante di validi singoli, come Behind the wall of sleep, Blood and roses, Strangers when we meet, Lonely room, House we used to live in, Drown in my own tears e altri. Da ricordare specialmente i primi lavori: l’EP di esordio Beauty and sadness (1983), Especially for you (1985) e Green thoughts (1988).
Qualche giorno fa, accingendomi a scrivere la recensione di Green thoughts, sono venuto a conoscenza della triste notizia. Ci sono rimasto male, perché l’italoamericano Pat riusciva a farsi volere bene anche attraverso un video su YouTube, oppure sbirciando le foto degli Smithereens negli archivi on line. Aveva una voce profonda, un talento nello scrivere canzoni apparentemente “facili” ma di impatto emotivo e, soprattutto, un atteggiamento un po’ schivo da antidivo, che lo rendeva simpatico, diverso da tanti artisti boriosi che calpestano i palcoscenici. Mi sarebbe piaciuto intervistarlo e stavo cercando un suo contatto per poterlo fare. Purtroppo non è stato possibile; questa breve recensione vuole essere il mio saluto.
Green thoughts, secondo LP del quartetto, venne pubblicato nel 1988 dalla Enigma records. La veste grafica lascia a desiderare: la copertina è anonima e riproduce uno sfondo urbano con due figure umane appena accennate. Il retro riporta i crediti e una bella fotografia della band, che avrebbe figurato meglio in copertina.
Se quel che conta davvero, però, è la musica, allora Green thoughts è un disco valido. Già dai primi solchi si sente la vera passione di Di Nizio e soci: i Beatles. Molti brani risentono della matrice della band di Liverpool, sia pure filtrata attraverso una sensibilità contemporanea, magari con qualche riff d’impatto. Si tratta di un onestissimo disco di power pop, anzi di puro pop chitarristico, grazie all’egregio lavoro di Di Nizio e Babjak. La formazione è quanto mai affiatata e sforna almeno tre singoli radiofonici da urlo: House we used to live in, Only a memory e Drowing in my own tears. Niente di spettacolare, sia chiaro, ma tanto mestiere e sincera passione. Possono piacere o meno, ma sono tre gioielli pop perfetti nella solida struttura strofa-ritornello-strofa, arricchiti dalla bella voce di Di Nizio.
Il disco scorre sulla medesima falsariga, senza cadute di stile: non vi sono canzoni più brutte delle altre, non si conta nessun passo falso. Gli Smithereens si affidano a due grandi doti: perizia tecnica e ammirevole pervicacia ideologica. Sanno qual è la loro strada e non sono disposti a cambiarla; ne escono fuori pezzi mai banali, come la tenera ballata Especially for you, l’elettrica Elaine e la ritmata Spellbound. Con Green thoughts gli Smithereens ci hanno insegnato che la musica può anche essere divertente e disimpegnata, senza per questo essere superficiale. Cosa volere di più da un disco pop?
Grazie Pat, ci mancherai.
 La copertina di Green thoughts
Una foto recente di Pat Di Nizio