20 giugno 2018

Borland & The Sound all'esame di maturità: "All fall down"

All fall down sconta il pegno di essere il terzo album, quello che di solito viene considerato il lavoro della maturità, su cui sono maggiormente puntati gli occhi della critica. Se il primo disco è guardato con una certa indulgenza, mentre il secondo serve per aggiustare la mira, il terzo è sempre visto come la prova del nove. Dai The Sound era lecito aspettarsi un ulteriore salto di qualità, dopo l’iniziale Jeopardy (1980) e il meraviglioso From the lions mouth (1981). È stato forse questo pregiudizio a condizionare i pareri, non sempre lusinghieri, sul terzo lavoro del 1982. In effetti al primo ascolto parrebbe confermata l’opinione di chi lo considera un passo indietro, la parentesi meno eccitante di una discografia breve ma eccellente.
Gli ascolti ripetuti, però, rendono giustizia a un disco vario, compiuto, deciso e coraggioso nelle scelte non convenzionali e non commerciali. Qui l’anima plumbea di Borland raggiunge probabilmente il culmine di un’analisi introspettiva lucida e malinconica, il racconto senza veli del male di vivere. Dark-wave allo stato puro, dunque. Sezione ritmica in primo piano, con le trame cadenzate della batteria di Mike Dudley e l’onnipresente basso di Graham Green. Il ritmo è rallentato, tanto che nella title track sembra di assistere agli ultimi palpiti di un cuore in agonia; eppure il gruppo è capace di repentine accelerazioni, di slanci di vitalità che si collocano tra le cose migliori di quegli anni. Il paragone con il resto della produzione di Borland & soci è inevitabile, ma se ci soffermiamo sulle tracce, tralasciando il passato e il futuro, c’è da rimanerne abbagliati. Monument è la canzone d’amore definitiva, perché dentro c’è tutto: la paura, l’ascesa, la caduta e la sublimazione di una donna che «is not just a girl, not just a building for the skyline, but a monument to love». Per non parlare di Party of the mind, che è un viaggio allucinato di tre minuti nella mente di Borland, che sa essere al contempo cupo e meravigliosamente ironico. Poi c’è l’accelerazione finale di Song and dance, di una perfezione così straordinariamente terrena che verrebbe voglia di ballarla. Forse in questo disco mancano un po’ le trame psichedeliche delle tastiere di Max Mayers; lo capisci perché quando ci mette il suo tocco magico, come nelle tre note di Where the love is, la canzone si apre in direzioni inaspettate, prende strade laterali che la trasformano in un gioiello. Oppure si ascolti la conclusiva We could go far, retta dal basso imperioso di Green, o ancora la coda di Song and dance, in cui tutto il gruppo dà il meglio di sé. È proprio quando il suono si fa più coeso e partecipato che il disco vive i suoi momenti più alti.
Un discorso a parte merita Adrian Borland: le sue chitarre lancinanti, i testi disperati ma lucidi e la sua interpretazione vocale sono in grado di dare il vestito giusto al disco. The Sound era un gruppo affiatato, ma in All fall down si sente maggiormente la scrittura di Borland, che ammanta ogni canzone di una carica di disperazione senza eguali. Egli canta le tematiche più care, come il male di vivere, l’inanità degli sforzi di cambiare, l’irrisolutezza, e lo fa allargando la prospettiva dal piano individuale a quello collettivo (come in Red paint). Le atmosfere plumbee predominano persino nelle canzoni d’amore, ma Borland è capace di costruire deliziosi quadretti ironici (Party of the mind) e di lanciare messaggi di speranza, sia pure in forma dubitativa. Non è un caso che il disco si apra con una dichiarazione di resa e si concluda con le timide parole di fiducia che chiudono We could go far.
Servono ripetuti ascolti per cogliere l’aspetto decisivo, ovvero la compiutezza di fondo, la circolarità di temi e ritmi, che ne fanno un lavoro in un certo senso perfetto. Forse è l’album meno accessibile del quartetto inglese, ma è un disco che si lascia comprendere, assimilare e amare con pazienza, alla distanza.
La criptica copertina di All fall down (1982)

10 giugno 2018

"Un uomo solo" di Carlo Cassola: una storia d'amore e d'anarchia

«Soprattutto lo confortava la coscienza di aver tenuto fede alle proprie idee». Così si conclude il breve ma intenso romanzo di Carlo Cassola, pubblicato nel 1978. Tito, il protagonista, alla fine della vicenda può tirare un sospiro di sollievo, perché ancora una volta la sorte è stata benigna con lui, consentendogli di maritare la figlia e (soprattutto) di non tradire i propri ideali. È lui l’uomo solo del titolo. Tito è solo in famiglia, nel paese e negli ideali. Solo in famiglia, perché la moglie e la figlia lo trattano come una bestia rara, all’apparenza spaventosa ma tutto sommato innocua e domabile. È solo nel paese, perché per le sue idee anarchiche ha subito il carcere, le perquisizioni e infine l’isolamento. È solo negli ideali, perché con l’avvento del regime fascista è stato chiuso il circolo libertario Germinal e tutti i compagni hanno tradito i vecchi ideali in nome della convenienza o del quieto vivere. Ha solo tre amici, con cui si vede la domenica: l’avvocato repubblicano Corsi, un barbiere comunista e un sarto socialista. Separati negli ideali politici, li unisce l’opposizione al fascismo e la circostanza di essere gli unici ostili al regime nel piccolo comune del grossetano in cui vivono. Sono gli anni della guerra in Etiopia e dell’Impero, gli anni del maggiore consenso del regime. Dunque sono quattro gli uomini soli del romanzo, più simili a quattro Don Chisciotte che a veri e propri rivoluzionari. La loro ribellione si traduce nelle lunghe chiacchierate, che spesso sfociano in divertenti alterchi su questioni prettamente ideologiche, su quanto fosse democratico lo Stato liberale e su quale debba essere la migliore forma di governo per il futuro. Solo Tito, da buon anarchico, se ne tira fuori: «la sua idea era che il mondo di prima non era migliore di questo. Era lo stesso un mondo di violenze e di sopraffazioni. Solo, in modo più nascosto. Adesso era come se tutte quelle iniquità fossero venute alla luce». I fascisti lasciano fare i quattro amici, consapevoli di non poter temere nulla dalle chiacchiere inconcludenti.
Intanto la vita di paese va avanti. Il caffè è il centro del potere, dove si riuniscono fascisti e simpatizzanti,  convinti o semplici opportunisti. Il villaggio è un microcosmo che ricalca la situazione complessiva dell’Italia di quegli anni: i fascisti in piazza, i pochi oppositori confinati, le masse indifferenti alle sorti del Paese. Di fatto, il “fascismo come autobiografia di una nazione” di cui parlava Gobetti. Tra gli opportunisti che fanno affari col regime c’è anche Agenore, il quinto uomo solo del romanzo. Nato povero, ha realizzato sconfinate ricchezze grazie al duro lavoro e alle mazzette. Ungere i potenti di turno e non inimicarsi nessuno pur di preservare gli affari è il suo unico credo. Un tempo amico di Tito, ne è l’esatto opposto; il fato, però, ha in serbo per i due ex amici un tiro mancino. Il figlio di Agenore e la figlia di Tito vogliono sposarsi, ma Agenore non può tollerare che il terzogenito impalmi la figlia di un sovversivo. Nasce così il conflitto ideologico che attraversa sottilmente le pagine del romanzo: è possibile rinunciare ai propri ideali per il bene di una figlia? Amore o anarchia, oppure è possibile salvarli entrambi? La conclusione sarà inaspettata non tanto nell’esito, quanto piuttosto nella spiegazione. A prevalere non saranno né l’amore né l’ideale: vinceranno l’interesse e la sensualità, tra le manifestazioni più intense dell’essere umano.
Tito sarà felice del risultato conseguito, ma non comprenderà mai il sottile meccanismo che ne ha governato gli esiti. Candido e disinteressato, è un personaggio destinato a rimanere a lungo nella mente del lettore. Pur con tutta la simpatia possibile che dobbiamo tributare a questo «maniaco della politica» (come lo definisce l’avvocato Corsi), non possiamo dimenticarne i limiti. Guidato da una fiducia cieca verso le persone, dà la colpa delle storture del mondo all’organizzazione sociale, ma non arriva a comprendere quanto male possa allignare nell’animo umano. Tito non sa convincersi che esiste una cattiveria in natura e anche per questo è destinato al fallimento, a perseguire indefessamente un ideale a cui rimane fedele pur sapendolo irrealizzabile.
Il romanzo di Cassola si legge tutto d’un fiato: scritto con uno stile essenziale, è ricco di piacevoli dialoghi e ricostruisce abilmente la realtà della provincia italiana negli anni tra le due guerre mondiali. Il regime è più che altro una cornice, tanto che i fascisti non appaiono mai in carne e ossa, ma vengono solo evocati dai protagonisti. Cassola è riuscito a dare al libro una direzione ben precisa, che trascende il mero impegno civile, per concentrarsi sulla sfera intima dei suoi protagonisti, sull’irrisolto conflitto tra sentimento e ideale, tra le esigenze del mondo concreto e le belle ma utopistiche costruzioni della mente.

29 maggio 2018

"Beautiful ammunition": il testamento anticipato di Adrian Borland

Affermare che gli album solisti di Adrian Borland siano una mera appendice dei cinque lavori a marchio The Sound sarebbe un giudizio superficiale, oltre che ingiusto. Superficiale perché il Borland solista non ha nulla a che vedere con la cupa new wave dei Sound; ingiusto perché significherebbe oscurare l’originalità di un percorso portato avanti con ostinazione e coerenza, nonostante lo scioglimento del gruppo di cui era leader. Non si può negare che, con la fine dei Sound, Borland abbia perduto compagni di viaggio in grado di offrire una sezione ritmica invidiabile (Dudley & Bailey) e sognanti divagazioni alle tastiere (Mayers). Ne ha però guadagnato la massima libertà creativa, la possibilità di esplorare strade prima impensabili. Come ho detto, gli ultimi residui di dark wave vengono spazzati via, in favore di canzoni semplici e ariose, dal taglio classico, spesso rette dalla sola chitarra acustica, che occhieggiano ad un pop-rock raffinato, comunque mai banale.
Beautiful ammunition (1994) è il terzo album a firma Adrian Borland, dopo Alexandria (1989) e il più conosciuto Brittle heaven (1992). Pubblicato dall’etichetta Resolve, Beautiful ammunition si avvale della collaborazione di un numero ristretto di musicisti. Dominano le tastiere e le chitarre, suonate dallo stesso Borland. È un disco piacevole, impreziosito dalla voce profonda del cantante che, pur non spandendosi in particolari virtuosismi, trasmette la solita drammatica emotività. Dimenticate il punk e la new wave! Si tratta di sedici canzoni pulite negli arrangiamenti e curate nei testi, prevalentemente acustiche. L’ascolto del disco consolida almeno due convinzioni. La prima è che Borland aveva tanto mestiere nel songwriting; è vero che l’album manca di pezzi davvero memorabili, ma molti autori venderebbero un rene pur di saper scrivere perle come Break my fall, Open door o la semplice ma efficace Simple little love. In secondo luogo, Borland conferma di saper parlare d’amore in un modo né scontato né lacrimevole. Si ascolti in proposito l’iniziale Re-United States of Love, oppure l’orecchiabile Ordinary angel; sono canzoni pop, è vero, ma portano la firma di un autore dotato di una sensibilità fuori dal comune, capace di emozionare l’ascoltatore. Anche nei toni cupi Borland regala perle di umana bellezza, come nella struggente Lonely late nighter.
Beautiful ammunition, a distanza di quasi venticinque anni, resta un disco bello e intenso, nonché una sorta di testamento anticipato. Cinque anni dopo la sua pubblicazione, Adrian Borland si suicidò sotto un treno, la maledetta mattina del 26 aprile 1999. Il suo oscuro male di vivere trapela qui e lì anche nelle canzoni di questo album, in cui lancia sommesse richieste di aiuto, come in White room («You’ll see how I crack / so don’t fade away») o nella splendida Break my fall («I see the ground / the place where I / know I am bound, / so break my fall»). Eppure non è la disperazione che emerge dai brani, quanto piuttosto la timida speranza di poterne uscire fuori. E quanto fa male, allora, ascoltare i versi di Stranger in the soul, lucidi e profetici. Borland afferma che c’è un solo modo di liberarsi dallo straniero che sente nell’anima, ma che sarebbe preferibile conviverci. E invece, appena cinque anni dopo aver vergato queste parole, pur di non essere schiacciato dal peso dello “straniero dell’anima” che sentiva dentro, decise di liberarsene per sempre.

18 maggio 2018

"Sabato sera, domenica mattina" di Alan Sillitoe: we’re just lost souls swimming in a fish bowl

L’intenso e divertente romanzo di Sillitoe è debitore di un capolavoro della letteratura inglese del Novecento: Fiorirà l’aspidistra di George Orwell. Non è dunque un caso che la parola “aspidistra” ricorra per tre volte nelle primissime pagine del romanzo, senza più essere menzionata nel prosieguo. Come ho scritto in un’altra recensione, l’aspidistra è una pianta dalle foglie a forma di scudo, che decora le case della piccola borghesia inglese. In tutte le case britanniche tradizionali c’è una di queste piante, così diffuse per la longevità e la straordinaria capacità di adattarsi ad ogni clima, di sopravvivere all’incuria umana, di crescere dove neppure il più esile filo d’erba riuscirebbe ad andare avanti. Più che il simbolo del benessere borghese, l’aspidistra è il simulacro di un’esistenza solo apparentemente agiata, il fallace segno di chi crede di “avercela fatta” e la espone alle finestre come una bandiera.
Il romanzo (prima edizione 1958) è ambientato nella città industriale di Nottingham nei primi anni Cinquanta del Novecento, epoca di crescita e benessere per l’Inghilterra, dopo le devastazioni della guerra. L’ambientazione è quella dei quartieri popolari che proliferano come funghi intorno alle fabbriche; sono sobborghi di semplici case a schiera in mattoni rossi, tutte uguali, in cui vive un’umanità misera ma accecata dal sogno di un benessere che ha la forma e il suono di una televisione in bianco e nero. Il libro è un fedele ritratto della schietta working class inglese, di fatto lo stesso brodo di cultura del punk a metà degli anni Settanta. Sillitoe fa un ottimo lavoro nel ricostruire quel mondo che conosceva così bene, caratterizzato da uno slang particolare e da riti sempiterni, come il tè pomeridiano o il campionato di calcio il sabato. Il protagonista, Arthur Seaton, ha ventitre anni ed è impiegato come tornitore in una fabbrica di biciclette. Del tutto privo di coscienza politica e di classe, lavora a cottimo al solo scopo di poter acquistare birra, vestiti e sigarette. Pescare, ubriacarsi, menare le mani e andare con le donne sposate sono gli unici obiettivi della sua esistenza. Si ammazza tutta la settimana al tornio, per inebriarsi di quelle poche ore di apparente libertà del sabato sera.
Se è vero che Fiorirà l’aspidistra è l’inevitabile punto di riferimento, è altrettanto indiscutibile che vi sono profonde differenze tra i due libri. La prima, fondamentale, è rappresentata dal rapporto dei protagonisti con il denaro: mentre l’orwelliano Gordon lo odia, considerandolo la quintessenza di tutti i mali, Arthur lo brama e lo venera, quale strumento per soddisfare ogni suo desiderio. E ancora, mentre Gordon è un vero e proprio outsider, Arthur ha l’apparenza del vincente, amato dalle donne e rispettato dagli uomini. Diverso è anche il senso di ribellione nei confronti della società. La ribellione di Gordon è strutturata e coerente, frutto delle letture e di un’analisi non superficiale del mondo che lo circonda, perché egli è prima di tutto un intellettuale. La disubbidienza di Arthur, invece, è conseguenza dell’esuberanza giovanile, di un vago anarchismo che raramente sfocia in considerazioni più profonde. Bere a fiumi e portarsi a letto le donne altrui è il suo unico credo, che scandalizza i benpensanti ma non ha una reale incidenza sui meccanismi della società. Il vero punto di contatto tra i due romanzi è nell’epilogo: la rivolta di Gordon e Arthur è destinata al fallimento, e alla fine entrambi, più o meno consapevolmente, verranno soffocati dalle spire dell’esistenza decorosa piccolo-borghese che avevano sempre detestato. La riflessione finale di Arthur è in proposito illuminante.
«Tutti a questo mondo venivano catturati, in un modo o in un altro, e quelli che ancora non erano stati catturati lo sarebbero stati molto presto. Appena nato venivi catturato dall’aria fresca contro cui avevi urlato nel momento stesso in cui eri venuto al mondo. Poi eri catturato da una fabbrica e incatenato a una macchina; più tardi era una donna a prenderti all’amo. Eri proprio come un pesce: nuotavi libero qua e là pensando a come era bello stare in pace e fare tutto quello che ti piaceva senza preoccuparti di nessuno, e poi, improvvisamente, zac!, il grande amo ti si conficcava in bocca e venivi catturato.»
La metafora del pesce all’amo è il messaggio allarmante che il romanzo lancia: possiamo soltanto illuderci di sfuggire alle catene che la società impone, siano esse dure come quelle della fabbrica o apparentemente dolci come nel matrimonio. Ed ecco il perché della citazione dei Pink Floyd nel titolo della recensione: siamo solo anime perse che nuotano in un acquario, compiendo sempre gli stessi giri.

6 maggio 2018

Il restauro del castello di Rocca Cilento: una speranza per il territorio?

Il castello di Rocca Cilento, frazione del comune di Lustra (Sa), è uno dei più importanti monumenti dell’area qualificata dagli studiosi come “Cilento Antico”, che si estendeva a raggiera intorno al massiccio del Monte Stella. Con ogni probabilità fu edificato nel IX secolo d.C., epoca in cui il Gastaldato longobardo della Lucania venne suddiviso in più centri di potere concessi a feudatari locali, che vi costruirono dei castelli. Passato nelle mani della potente famiglia dei Sanseverino, nel corso del XII secolo, per volontà di Guglielmo I, fu sede della Baronia del Cilento. Ebbe così iniziò il periodo di maggiore splendore della fortezza, divenuta il centro politico, amministrativo e giudiziario del feudo. La potente famiglia lo mantenne fino al 1552, quando, a seguito del tradimento perpetrato da Ferrante Sanseverino a danno della monarchia spagnola, fu espropriato. I monarchi smembrarono la Baronia del Cilento e il castello passò da un feudatario all’altro, per essere acquistato infine dai Granito, che lo detennero fino alla legge di eversione della feudalità del 1806. Per tutta la prima metà del XIX secolo fu luogo di ritrovo per movimenti carbonari e liberali ostili ai Borbone. Progressivamente caduto in abbandono, negli anni Sessanta del ventesimo secolo lo storico Ruggero Moscati lo acquistò e lo adibì a sede di convegni e incontri tra studiosi.
Con la morte del celebre professore, passato a nuovi proprietari, il castello ha vissuto un triste periodo di oblio, culminato nella definitiva chiusura al pubblico. Negli ultimi dieci anni il visitatore si trovava di fronte ad uno spettacolo meraviglioso e al tempo stesso sconfortante: le mura dell’antico maniero quasi completamente avviluppate dai rampicanti, le finestre sbarrate coi vetri rotti, un senso generale di desolazione e incuria, l’impressione che il complesso potesse cadere a pezzi da un momento all’altro.
Il castello di Rocca Cilento prima del recente restauro

Nel 2016 è avvenuto un piccolo miracolo. Il nuovo proprietario, gravandosi di un oneroso impegno finanziario, ha avviato una radicale opera di restauro, tuttora in corso. Gran parte dei lavori, almeno per quanto riguarda l’esterno, sono oggi completati. Il castello sembra rinato a nuova vita e si erge di nuovo poderoso, pronto a sfidare i secoli che verranno. Parte della cinta muraria con le torri annesse, crollata nel tempo, è stata ricostruita, così come il corpo principale che è stato consolidato. Credo che il restauro del castello di Rocca Cilento possa avere un triplice effetto benefico sull’intero territorio circostante. In primo luogo, per il suo forte valore identitario, essendo il fulcro della vita politica e militare del Cilento Antico. In secondo luogo, per la capacità attrattiva che indubbiamente potrà esercitare sul turismo. Infine, perché potrebbe davvero diventare un polo educativo indispensabile per un territorio drammaticamente privo di spazi culturali condivisi.
 Particolare dei lavori di restauro in corso

Resta aperta la domanda su quali saranno i futuri utilizzi. Certamente non si possono ignorare le voci di chi vorrebbe che venisse adibito a struttura ricettiva, o magari a suggestiva location per eventi privati. La manutenzione di un complesso così grande richiede somme ingenti e sarebbe un delitto non metterlo a frutto per realizzare dei profitti. Tuttavia, io spero caldamente (e lancio la proposta al nuovo proprietario) che il castello di Rocca Cilento possa vivere la sua seconda vita in una dimensione di multifunzionalità. Struttura ricettiva, ristorante o cornice per eventi privati, quindi, ma anche e soprattutto spazio pubblico, museo, centro culturale, luogo di studi e convegni, meta per le gite scolastiche. Gli spazi sono immensi e le opportunità infinite. Bisogna solo coglierle, per dare speranza ad un territorio ricco di storia ma spesso negletto.

Altre immagini del castello in restauro

Per chi volesse approfondire la storia del castello, suggerisco la lettura delle fonti da me consultate: un articolo sul portale Cilento Cultura; un documento scaricabile dal sito dell’Archivio di Stato di Salerno; la pagina Wikipedia.

25 aprile 2018

Fire Next Time: gli epigoni del rock militante

Più o meno negli stessi anni in cui in Italia i CCCP furoreggiavano con il loro istrionico “punk filosovietico”, in Inghilterra c’era ancora chi metteva la musica al servizio dei propri ideali, nella convinzione un po’ ingenua che si potesse cambiare il mondo. I Fire Next Time, che avevano preso il nome da un libello antirazzista dello scrittore americano James Baldwin, provenivano dalla città industriale di Leicester ed erano capitanati dal cantante e chitarrista James Maddock, autore di tutti i testi e le musiche. Completavano la formazione Nick Muir alle tastiere, James O’Malley al basso e Ray Weston alla batteria. La pagina inglese di Wikipedia parla di «a four-piece left-wing soul band», ovvero una formazione soul a quattro, ideologicamente schierata a sinistra. Figli minori di un’Inghilterra operaia, dunque, traditi dalla politica e impantanati nella stagnazione economica. La definizione appare calzante, anche se non rende bene l’idea di quale musica suonassero. Di certo non è punk, né new wave, né tantomeno ska; è un rock militante dalle venature soul, impegnato nei testi e curato negli arrangiamenti.
In North to South, il loro primo e unico LP pubblicato dalla Polydor nel 1988, non troveremo dunque la furia iconoclasta del punk, ma robuste  canzoni dalla struttura classica, che si mantengono sempre nel solco di un suono poco ruvido e molto addomesticato, con la strumentazione arricchita dal sassofono, dalla tromba e persino dal corno. Il primo punto di riferimento è certamente Springsteen, sia perché Maddock canta allo stesso modo, sia perché le canzoni raccontano storie minime di eroi minori, al pari di quelle del Boss. Si pensi alla figura del minatore in Following the hearse, oppure al soldato di Fields of France o al padre disperato di We’ve lost too much. Sono storie di emarginazione e dolore, raccontate attraverso parole semplici ma sentite. Altre sono poi le fonti di ispirazione del gruppo: dai Clash e dagli oscuri gruppi skinhead hanno preso la rabbia, dagli ultimi Jam un certo gusto per le commistioni tra generi.
Tutte le canzoni hanno un taglio polemico di critica sociale. I Fire Next Time portavano avanti un discorso politico e ci tenevano a farlo sapere, traccia dopo traccia. In un’Inghilterra travolta dalla crisi e dove pure i laburisti avevano tradito, Maddock & soci volevano essere la voce degli ultimi, dei disoccupati, dei giovani che facevano la fila per un sussidio, delle ragazze madri, degli emarginati. Le canzoni parlano dunque di guerra (Fields of France), di miseria (Supasave), di aborto (She was strong), di disoccupazione, precarietà del lavoro e lotta di classe (We’ve lost too much e Can’t forgive). Inutile dire che la rabbia giovane che trasuda dai testi appare a volte ingenua, persino eccessiva se non contestualizzata o letta con gli occhi del presente. Eppure, a ben vedere, i problemi affrontati dal disco sono, a trent’anni esatti, i medesimi che ci affliggono oggi.
È superfluo fare un’analisi brano per brano; va però puntualizzato che il disco non conosce cali di tensione, è davvero piacevole dall’inizio alla fine. Almeno quattro le gemme: la cupa ballata North to South, la combattiva Can’t forgive, la toccante Saint Mary’s steps e la furiosa We’ve lost too much.
I Fire Next Time hanno dato un contributo modesto alla storia della musica, eppure non vanno dimenticati, perché North to South è davvero un disco bello e intenso, da mettere sul piatto nei giorni un po’ malinconici e rabbiosi, quando l’incazzatura sale e sembra svanire la voglia di stare ancora sulle barricate.
La copertina di North to South (1988) e la band sul retro del disco

14 aprile 2018

La Medaglia d’Onore per gli Internati Militari Italiani: il valore di seicentomila "no!"

Vengono chiamati I.M.I. dalla storiografia ufficiale i soldati italiani catturati dagli invasori tedeschi e deportati in Germania nei campi di prigionia e internamento, subito dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943. I.M.I. è l’acronimo di Internati Militari Italiani, una formula senza significato secondo le norme del diritto internazionale; il Governo tedesco, infatti, privò i soldati italiani catturati dello status di prigioniero di guerra, che avrebbe loro garantito la tutela della Croce Rossa e del diritto internazionale. Questi ragazzi, spesso appena arruolati, vennero posti di fronte ad una scelta: combattere accanto a nazisti e fascisti, oppure subire la dura prigionia e il lavoro coatto. In seicentomila, la grandissima maggioranza, non ebbero dubbi e scelsero la schiavitù piuttosto che difendere un’ideologia aberrante. Diventarono così gli “schiavi di Hitler”, lavoratori coatti per dodici ore al giorno nei campi di internamento.
La motivazione della Medaglia al Valor Militare all’Internato Ignoto rende bene l’idea delle condizioni in cui vissero gli I.M.I., «internati in campi di concentramento in condizioni di vita inumane, sottoposti a torture di ogni sorta, a lusinghe per convincerli a collaborare con il nemico, non cedettero mai, non ebbero incertezze, non scesero a compromesso alcuno; per rimanere fedeli all’onore di militari e di uomini, scelsero eroicamente la terribile lenta agonia di fame, di stenti, di inenarrabili sofferenze fisiche e soprattutto morali. Mai vinti e sempre coraggiosamente determinati, non vennero meno ai loro doveri nella consapevolezza che solo così la Patria un giorno avrebbe riacquistato la propria dignità di nazione libera».
Per troppi anni un velo di colpevole dimenticanza ha circondato la vicenda dei cosiddetti I.M.I., che non hanno ricevuto il riconoscimento che avrebbero meritato. Un po’ alla volta questo velo è stato squarciato ed è stato finalmente riconosciuto il valore di quel “no”, equivalente ad un vero e proprio atto di Resistenza. La Liberazione non è dunque merito soltanto dei partigiani e degli Alleati, ma anche di altri seicentomila uomini che, astenendosi dal combattere al fianco dei tedeschi, e subendo per questo la fame, la schiavitù e finanche la morte, hanno contribuito a redimere il Paese.
La legge n. 296/2006, sia pure tardivamente, ha riconosciuto un’onorificenza ai seicentomila: la Medaglia d’Onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. Coniata in bronzo dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, riporta sul rovescio un cerchio di filo spinato spezzato nella parte superiore, che racchiude il nominativo dell’insignito. Gli I.M.I. ancora in vita, ma anche i loro congiunti, possono richiederla seguendo la procedura disponibile cliccando qui.
Mio nonno era uno di quei seicentomila e mercoledì 11 aprile, nel corso di una toccante cerimonia in Prefettura a Roma, ha ottenuto il riconoscimento che l’avrebbe riempito di orgoglio se fosse stato ancora in vita. La sua storia è simile a quella di tanti altri: venne catturato dopo l’otto settembre in una caserma del Nord Italia e, per essersi rifiutato di combattere assieme ai tedeschi, fu internato nel campo di prigionia di Neubrandenburg, in cui rimase fino alla liberazione da parte dei Sovietici. Raccontava con dolore delle baracche in cui sopravviveva al gelo assieme ad altri internati, delle bucce di patate che spesso costituivano il misero pasto della giornata, delle umiliazioni subite, delle malattie, della morte dilagante di tanti amici e commilitoni, delle durissime giornate di lavoro forzato. Tutto questo per un "no", che è stato un vero atto di resistenza non armata. A lui e agli altri seicentomila I.M.I. è dedicato questo mio modesto contributo.
Dritto e rovescio della Medaglia d'Onore I.M.I. conferita a mio nonno

3 aprile 2018

"Giovannino" di Ercole Patti: la malìa di un dolcissimo veleno

La letteratura mondiale abbonda di romanzi che hanno come titolo il nome del protagonista: mi vengono in mente Agostino di Moravia, Jacob von Gunten di Walser e Demetrio Pianelli di De Marchi. Non so dire quanto sia felice una tale scelta, eppure spesso il nome possiede già in nuce le caratteristiche del personaggio, servendo da guida al lettore. E se il romanzo racconta le vicende di un giovane rampollo dell’alta borghesia catanese di inizio Novecento, che trascorre le giornate nell’ozio e nell’agio scansando con fermezza il lavoro, esiste forse un nome più adatto di Giovannino? Patti lo sapeva bene e tanto più azzeccata appare la scelta del titolo di questo piacevole e fortunato romanzo di formazione del 1954.
Giovannino è l’unico figlio del ricco notaio Calì, che desidera per il discendente una sistemazione adeguata con una sua pari. Seguiamo la sua parabola di vita dall’adolescenza fino alla «senescenza precoce», come correttamente riportato nella quarta di copertina dell’edizione Bompiani. Giovannino ci appare come l’emblema dello scansafatiche: trascorre intere giornate nelle campagne o nei caffè coi suoi amici sfaccendati, alla ricerca di avventure galanti e non disdegnando l’uso di droghe. A mio avviso, sarebbe tuttavia riduttivo bollarlo quale l’ennesima figura di inetto della letteratura italiana. Egli è più che altro un opportunista, per educazione familiare prima ancora che per indole. Il matrimonio di interesse finisce così per essere il degno e ovvio epilogo di un’esistenza votata all’amore “per la roba” di verghiana memoria. La critica di Patti assume pertanto una portata più ampia: vengono lanciati strali contro una borghesia e una nobiltà inconcludenti, i cui rampolli, da scapigliati senza ribellione, finiscono per sacrificare una possibile esistenza da esteti all’affanno per accumulare denaro. Questo è in fondo anche il triste percorso di Giovannino, la cui precoce vecchiaia coincide di fatto con il raggiungimento di un benessere abulico e fine a se stesso. Non a caso, le pagine più ariose del romanzo sono quelle che raccontano la breve esperienza romana del protagonista: lontano da Catania e dall’assillo parentale, egli vive sei mesi di deliquio, nonostante un misero stipendio da impiegato ministeriale e la quotidianità grama di una camera ammobiliata in affitto.
Mai come in questo caso, poi, si può affermare che la città non costituisca il semplice fondale entro cui si muovono i personaggi, ma sia essa stessa un personaggio. Anzi, sarebbe più corretto parlare al plurale, perché la vicenda si snoda tra Catania e Roma. La città siciliana, in particolare, è descritta magistralmente in tutte le sue sfumature di colori, profumi e suoni. Catania è l’emblema di una vita molle e agiata, per chi se lo può permettere, che addormenta lo spirito e le membra con il suo «veleno dolcissimo», fatto di lunghe passeggiate per l’affollata Via Etnea, di circoli e pasticcerie (anzi, dolcerie) che sono il luogo di ritrovo preferito di una folla numerosissima di nobili, possidenti, ricche dame, avvocati e assicuratori che vivono solo per ostentare ciò che hanno o vorrebbero possedere. E anche Giovannino, come i suoi scapestrati amici, non riesce a sfuggire al destino di «una vita che scorre così liscia, così piana, così dolce che si può invecchiare senza accorgersene e ritrovarsi ad averla vissuta tutta senza averne avuto coscienza, rimanendo sempre figli di famiglia».
La scrittura di Patti è ricercata senza essere sofistica, tanto che Montale l’ha descritta con un ossimoro, la “facilità difficile”. Lo scrittore siciliano alterna diversi registri, passando agilmente dal lirico all’umoristico; lo stile diventa uno dei punti di forza del romanzo, che scorre via docilmente pagina dopo pagina, inoculando nel lettore quel dolce veleno che era poi l’intima essenza della vita di Giovannino.

20 marzo 2018

"Frequento le mie idee e mi lascio attraversare dalle mie composizioni": intervista a gianCarlo Onorato

Giancarlo Onorato, anzi gianCarlo, non necessita di presentazioni. Cantante, chitarrista e leader degli Underground Life, una delle band seminali della new wave italica, ha poi avviato una proficua carriera solista. Da sempre attento al suono della parola, ha all’attivo cinque album in studio, usciti spesso a diversi anni di distanza l’uno dall’altro, segno di una profonda meditazione e di un lavoro minuzioso. Quantum (2017) è il suo ultimo disco, salutato da unanimi consensi della critica. Onorato non è solo un autore colto, ma anche un apprezzato scrittore e pittore. Lascio spazio alle sue parole, tante, profonde e di ampio respiro, ringraziandolo di cuore per la cortesia e la disponibilità.

Domanda. Iniziamo dal passato. Gli Underground Life sono stati uno dei gruppi di culto della scena new wave italiana degli anni Ottanta. Che ricordi hai di quel dirompente periodo di rinnovamento del rock italiano?
Risposta. Ne ho molti, ma ho anche molta nebbia, dovuta alla mia predilezione per il presente e all’urgenza espressiva che contraddistingue ogni mio passo. A volte mi pare di non sapere più nulla di ciò che è stato, perché la mia attualità è altrettanto dura ed eccitante, combattiva e ricca di scoperte, quindi non c’è il tempo per un vero ricordo strutturato e non ne sento il bisogno. Altre volte all’improvviso sorgono invece i ricordi di eventi ai quali ero ed eravamo presenti o che abbiamo creato. In questo terreno, è molto facile imbattersi in concorrenze circa chi abbia fatto per primo una certa cosa, ma la storia è lì e quando è ben scritta è lì per essere letta. A chi fosse sfuggito, vorrei ricordare che di quel periodo, anche se in una chiave narrativo-saggistica, ho parlato diffusamente in Ex – semi di musica vivifica. Certo è risaputo sia stato un periodo cruciale, ma mi pare manchi ancora un’analisi oggettiva e ben condotta perché si capisca ciò che di basilare è avvenuto nel decennio 1977-1988. Innegabile è stato il valore storico di quella formazione che da adolescente ho guidato. Poi chi ne ha giovato più di tutti sono proprio io, perché è stata la mia scuola di vita, oltre ad insegnarmi il mestiere.

D. La scena dell’epoca era ricca di fermento e di gruppi validissimi: penso a Neon, Diaframma, Moda, Litfiba, Gaznevada, Garbo, Denovo, Frigidaire Tango, oltre che ovviamente agli Underground Life. Mi sono sempre chiesto, però, perché i nostrani gruppi new wave abbiano sempre mantenuto una popolarità sotterranea, di culto, senza mai arrivare al grande pubblico, a parte i Litfiba. Eppure all’epoca ci furono passaggi televisivi anche importanti, e gli stessi UL si esibirono alla Rai. Come ti spieghi questa anomalia?
R. A domande come questa si dovrebbe rispondere con analisi sociologiche, o di storia dei consumi culturali. Come protagonista è più scomodo rispondere, tuttavia potrebbe bastare ricordare tre elementi fondamentali. Primo: era un Paese molto diverso da quello attuale, più provinciale e meno facilmente raggiungibile con i contenuti in musica. Secondo: noi proponevamo qualcosa di effettivamente nuovo, non di simile a qualcos’altro già precedentemente sentito da queste parti. Ad un certo punto si parlò di rock italiano, ma a lungo l'obiezione mossa a gente come noi, parlo di UL, era proprio sulla definizione di rock, che si intendeva in chiave assai più tradizionale, mentre noi contravvenivamo a molti precetti ritenuti intoccabili nel rock. Terzo: non vi era possibilità di farsi finanziare seriamente un’attività (oggi è diverso per troppe cose, ma resta uguale la difficoltà di ottenere finanziamenti per proporre seriamente la qualità), perché le grosse strutture discografiche ignoravano ogni realtà innovativa, almeno finché non ci vedessero la possibilità di trasformarla in merce. Andare in televisione ma non avere una distribuzione capillare dei dischi e dei concerti era una contraddizione che difficilmente poteva produrre popolarità. Infatti, lo hai detto tu, chi ha avuto ragione massicciamente del pubblico lo ha fatto sì sulla base di una proposta più appetibile e sulla scorta di un prima grande raccolta presso i club, come i Litfiba, ma anche grazie a dosi di promozione che altri, come noi, non ebbero mai. Senza carburante, puoi avere il motore più potente, ma resti fermo. Le cose sono comunque molto più complesse di così, e tra l'altro tu hai citato nomi molto differenti già gli uni con gli altri quanto a promozione, visibilità, storia. Mentre il mio gruppo era ed è rimasto indipendente in toto per diverse ragioni, quindi fare confronti è arduo, così come è vero che le nostre conquiste valgono milioni di volte quelle ottenute da altri con mezzi a noi negati.

D. Veniamo al presente. Quantum, il tuo ultimo lavoro, è un disco vero ed intenso, non di facile assimilazione ma proprio per questo così affascinante. Ancora una volta è la parola al centro di tutto; si pensi a Scintillatori, con quel meraviglioso intro recitato che poi evolve nel canto, oppure a Il barocco del tuo ventre. Come procede il tuo lavoro di scrittura dei brani? Come fai a trovare il giusto equilibrio tra parole e musica?
R. Frequento le mie idee e mi lascio attraversare dalle mie composizioni. Chi ascolta Quantum, oltre a sentire un disco, riceve un pezzo della mia esistenza, vi risuonano le cose che mi hanno fatto vibrare e che mi hanno cambiato, addolorato, eccitato davvero, che mi hanno allargato il pensiero o che mi hanno fermato da qualche parte. È un’opera, e un’opera deve fare questo, deve essere attraversata dalla vita di chi l’ha concepita per poter passare per trasfusione a chi ne fruisce, oppure non è che un pretesto per presenziare. Cosa che accade nella maggioranza dei casi. Mi pare di poter dire che album come Quantum nascano invece come una distillazione, infischiandosene del mercato e delle regole che esso impone. Ma fate attenzione che questo lo dicono quasi tutti: sono tutti superiori alle lusinghe del consenso e dell'affermazione presso il pubblico, quando nei fatti troppi ne sono servi. Io ho il privilegio di appartenere alla limitata schiera di chi ha deciso da sempre di fare solo ciò che si sente, e perché lo sente come la cosa giusta. Agli altri faccio i miei auguri. Ogni disco tuttavia è una storia diversa, e nata da momenti tanto diversi, anche se credo che la scrittura sia in definitiva una faccenda di onestà.

D. Ne Il passaggio, tratto sempre da Quantum, canti “deve esserci un passaggio là per noi, di esistenza liberata, là per noi”. Che cos’è per te la libertà, nella vita come nel lavoro?
R. È il respiro creativo, che si raccolga ed espanda sulla cima di un colle o nel proprio letto. Accedervi però è possibile solo attraverso un lavoro completo e continuo. È sentire di avere un nuovo domani, una luce accesa giusto per te e per nessun altro al mondo, e mentre sai che quella luce è lì per te, sai anche profondamente che appartiene a chiunque si sappia cercare.

D. Ascoltando alcune tue canzoni, come Acqua di Valium, Le bisce d’acqua, oppure la meravigliosa Ballata dell’estate sfinita, si nota una “semplicità ricercata”, se posso permettermi il gioco di parole. Costruisci sempre un tappeto sonoro non invasivo, apparentemente minimale ma assai complesso, su cui si innesta la tua voce imperiosa ma mai oltre le righe. È uno stile personale, senza dubbio. Come lo definiresti?
R. Definirlo per me è difficile. Lasci le tue impronte sulla sabbia e lo fai in quel preciso modo solo tu, ma se ti giri a domandarti come fai, perdi di vista la naturalezza del passo.

D. C’è un tuo video, su YouTube, in cui spieghi il processo di “costruzione di un ideale proprio di amore”, che è poi l’idea alla base di Androide Mirna. Puoi parlare della genesi di questa meravigliosa canzone, tratta dall’album Falene?
R. Falene è un disco ricco di energie differenti, nato in un momento assai delicato della mia vita, quando mi trovavo in bilico tra una certa dimensione e qualcosa di nuovo che spingeva dentro. Mi è stato chiesto più volte come sia nato un brano come Androide Mirna, non esistono risposte tecniche, né analisi che possano raccontarlo, se non il fatto che riflette la mia dimensione estetica, e vi si fonde la narrativa che ho in mente da sempre, grondante sensualità ma pregna di significato. Credo fossero elementi eloquenti già al momento in cui l'abbiamo realizzata in studio. Se dovessi fare del cinema, il mio sarebbe scritto così. È un brano deliberato e asimmetrico, umido e immaginifico, quindi particolarmente mio.

D. Oltre che musicista, sei anche uno scrittore. Che tipo di letteratura preferisci? Quali sono gli scrittori che ami di più?
R. Prediligo la narrativa più viscerale e sporta verso i sensi, ma ugualmente attenta a scavare il senso della vita. Non sono un lettore ordinato, né sistematico, e leggo più cose contemporaneamente, assecondando la mia inquietudine. Occorre fare attenzione al ruolo dello scrittore, che rischia di essere in drastica via di scomparsa. Oggi abbiamo un oceano di scriventi ma pochissimi scrittori. E questo è più vero da noi, prova ne è il fatto che sono davvero una minoranza gli italiani che leggono, mentre per paradosso si pubblicano migliaia di titoli. La narrativa è essenzialmente filosofia, spirito, cronaca e interpretazione dei tempi su un piano più lento e riflessivo di quanto non possa fare solitamente la canzone. Per scrivere qualcosa di utile e sensato occorre quindi tempo, molta stratificazione, confronto, decantazione. Ecco che diventa difficile un panorama di valore, perché in generale attualmente si è scaricato di senso via via il retroterra di vita che porti a uno scenario di narrativa autentica, diversamente da come è accaduto in altri momenti storici. Comunque farò un solo nome, Antonio Moresco. A differenza di questo autore, molto spesso la quasi  totalità di coloro che approccio in narrativa (e poi abbandono), sanno di televisivo, cinematografico e di ordinario già alle prime pagine. Perché è evidente che intendano parlare a coloro che sono ormai del tutto imbrigliati nell'ordinario, e incapaci di accedere a dimensioni meno meschine. Chi scrive apprende a esprimere l'ordinario e il banale, il riconoscibile, e lo riproduce alla inconscia ricerca del consenso. Come quelli che parlano in una trasmissione televisiva e non perdono l'occasione per dire cose banali e gravide di comune senso del pudore o della bontà da supermercato, solo per scatenare l’applauso. Ci sono parole chiave, no? Basta dire: “famiglia”, oppure, “lavoratori”, oppure, “fine del mese”. E tutti ti applaudono soddisfatti. Mi sembra inoltre altrettanto chiaro che chi scrive pensi troppo al cinema, e se non spera unicamente di finire lì, quantomeno scrive pensando a ciò che ha visto sullo schermo, cosa che impoverisce la scrittura. Moresco ha comunque espresso assai meglio e prima di me questa osservazione, un guaio del quale facciamo tutti le spese, uno per uno. E basterebbe leggere davvero per coglierlo.

D. “E nel liquore del tuo ventre glorificare la bellezza / con questa semina di stelle / ti scintillo il volto”. Sono i suggestivi versi di Niente di te, tratto da Quantum. Può la poesia avere ancora un senso in questo mondo così prosaico e volgare che ci circonda?
R. Non so se la mia sia poesia, ma so con certezza che è ricerca, e quindi attiene al mondo del desiderio come slancio vitale. Dunque è utile, feconda. Abbiamo una moltitudine di persone che soffre di mancanza di comunicazione ma non si accorge di avere smesso da tempo di parlare a se stessa e che per farlo occorrono confronti interiori. Quelli vengono a diversi livelli, ma il più intimo degli stimoli esterni è la poesia, che può essere espressa in modo verbale da qualcuno o, più personalmente, fruita per proprio conto. E pensare che tanti vivono senza incontrarla mai. Molte persone soffrono di depressione non riuscendo a ritrovarsi, e non riuscendovi non trovano le risorse necessarie per risorgere dal proprio dolore, che in sé è sempre una dimensione vivifica, perché ti mette di fronte a ciò che non va e da cui devi saperti emancipare. Perché la vita è così. Al di là di ogni trionfo e di ogni apparente riuscita, la vita ci offende spesso. La poesia, in certi casi, ci nutre, e chi non lo sa, soffre e non guarisce e tanta ignoranza ci fa male al punto da impedirci di trovare persino l'antidoto all'ignoranza. La poesia appartiene al campo della scoperta, e tutti ne hanno bisogno, purché si dia  al termine poesia il senso del luogo più lontano nel fondo di noi. Anche i più bruti hanno momenti di profondo bisogno, anche i più feroci criminali hanno una parete, vera o interiore, alla quale hanno appeso la foto della madre o l'immaginetta della Madonna o quella di Padre Pio, che sono idoli interiori equivalenti al legame. Dunque io credo che proprio considerando il deserto che avanza, occorra umidificare con dimensioni che peschino dentro. Ne abbiamo bisogno proprio perché non ci accorgiamo neppure più di averne bisogno.

D. Cosa ne pensi della rinascita dell’analogico e del ritorno del vinile? Si tratta di una semplice moda, oppure è un vero bisogno, la necessità di opporsi alla “musica liquida” che ormai la fa da padrone?
R. Credo siano entrambe le cose: una specie di reazione all’impalpabilità di buona parte della musica, che a quanto ne sappiamo sarà sempre più forte e diffusa. Poi c’è anche una componente nostalgica. Tuttavia io penso che non avremo modo di rimpiangere nulla, se la musica potrà tornare a essere ciò che nell’essenza è: una disciplina partecipata, suonata dal vivo, in mezzo alla gente e per la gente. Come sempre è stata e come deve essere per poter liberare le sue potenti capacità energetiche.

D. Parliamo del futuro, a proposito di musica su supporti concreti. Su internet molti di noi appassionati chiediamo a gran voce una ristampa, su cd o lp, dei dischi degli Underground Life. Saremo accontentati?
R. È possibile, anzi auspicabile, occorreva che passasse l'onda del revival. Ciò che è stato fatto da quel gruppo di ragazzini con me in testa è stato prima di tutto un fatto storico e per questo va inquadrato e riproposto in modo filologico e adeguato. Ora mi pare che i tempi siano finalmente maturi per riproporre quell'esperienza appunto come fatto storico.

D. Quali sono i tuoi progetti futuri?
R. Molti, come sempre. Concerti e uscite in pubblico quanto più sia possibile fare. Un disco nuovo dopo l'estate, il romanzo nuovo al quale sto lavorando che potrà uscire solo quando sarà maturo, una raccolta di racconti e un nuovo saggio sul ruolo della canzone sensibile contrapposta a quella consolatoria. Poi collaborazioni vive e autentiche, e tutta la libera docenza che mi venga permesso di condurre.

D. Se dovessi usare un solo aggettivo per definirti come artista, quale useresti?
R. Guardandomi attorno temo di essere necessario. Avrei tanto voluto essere salvato da altri, da padri, da madri, ma mi tocca sempre la parte di chi corre in aiuto, e quindi io sono condannato a fare il lavoro necessario, perché sono sempre troppo pochi coloro che lo svolgono sino in fondo. Quelli come me garantiscono una tenuta al posto di chi non sa assumersi responsabilità. Lo dico senza la minima modestia, ma anche con la massima serenità: avendo scelto me stesso, non posso che dire le cose come le vedo.
gianCarlo Onorato (fotografia di Francesca Collio)

14 marzo 2018

Il suono di un morbido silenzio: le "Falene" di gianCarlo Onorato

Falene, il terzo disco da solista di gianCarlo Onorato, è un lavoro che entra di diritto tra le cose migliori della canzone d’autore italiana. È stato pubblicato nel 2004, a sei anni esatti di distanza da Io sono l’angelo, segno che a Onorato piace fare le cose sul serio. Ogni suo disco è meditato, limato a perfezione, curato in ogni dettaglio. D’altronde, anche l’ultimo lavoro, Quantum (2017), segue di sette anni il precedente. Già questo aspetto ci dimostra quanto l’artista lombardo sia lontano dai canoni imperanti dello show business, che impongono ai loro musicisti-marionette di pubblicare un disco all’anno, a tutto detrimento della qualità.
Onorato è un indipendente e può dunque beneficiare della massima libertà creativa. Falene è l’emblema di uno stile personale, che fonde egregiamente la scuola cantautoriale italiana con il gusto della classica ballata rock, mai sopra le righe. Si pensi, a titolo di esempio, alla Canzone dell’oscurità, che ricorda le cose migliori di De Andrè. Onorato rifugge però dalla polemica politica o dall’impegno, per rifugiarsi in canzoni intime, che trovano forza espressiva in un vago senso di evanescenza, dando luogo ad un avvincente paradosso. Si pensi alla meravigliosa La sete, che inizia lieve per poi esplodere in un’abbacinante elettricità. Oppure, si ascolti la conclusiva Un morbido silenzio, sempre in bilico tra armonia e vie di fuga parallele.
Sono tre le componenti fondamentali di Falene. La prima è la melodia: Onorato costruisce le sue canzoni come ragnatele, con una trama sottile eppure resistente, che cattura l’ascoltatore dalle prime note e non lo lascia più andare. È la “strategia del ragno”, per usare il titolo di un famoso film di Bertolucci. La strumentazione impiegata è quanto mai variegata: chitarre dolci e distorte, tappeti di tastiere, la fisarmonica, gli archi, delicate voci femminili che sembrano parlarci da altri mondi. La seconda componente è l’interpretazione: la voce di Onorato è calda e avvolgente, scorteccia le parole riducendole all’essenziale, le lima infondendo a ciascuna un preciso significato. Infine, abbiamo i testi. Con una parola abusata parlerei di poesie, perché davvero non saprei come altrimenti definirli. Emblema della sua scrittura è probabilmente il testo di Androide Mirna. Parla di un artista che, stanco di inseguire la bellezza senza riuscire a trovarla, costruisce un automa a cui dà il nome di Mirna, per rappresentare il suo personale ideale di amore. La tematica non è nuova nell’arte; in letteratura, ad esempio, è stata trattata da E.T.A. Hoffmann. Onorato la mette in una canzone, tratteggiando in pochi significativi versi il rapporto tra l’inventore e l’androide, descrivendo lo stupore di quest’ultima di essere viva e la volontà di gioire e soffrire al pari di un umano.
Impossibile preferire una canzone alle altre. Il livello è altissimo e non conosce cali di ispirazione: lasciano il segno specialmente l’iniziale Le bisce d’acqua, Il bene e il nulla, la drammatica Pace di guerra, l’intreccio di chitarra elettrica e piano di Boncourage, oltre alle già citate La sete, Androide Mirna e Un morbido silenzio. Una menzione a parte merita la Ballata dell’estate sfinita, che sarebbe stata un’incrollabile hit se solo fosse stata adeguatamente divulgata. Anche negli episodi meno fortunati, come The bossanova sweet menage o Mia neve, si sente un’attenzione al perfetto equilibrio tra parole e musica.
Cerco sempre di mantenere una posizione il più possibile obiettiva quando recensisco un disco. Stavolta, però, sento di dover dare un dieci, perché nulla è superfluo in questo lavoro di Onorato, che immerge l’ascoltatore nel suono caldo di un morbido silenzio. Consiglio l’ascolto in cuffia, che rende giustizia al lavoro di incisione.