28 agosto 2022

"Il passo lungo" di Giorgio Saviane: sulle orme dei propri fantasmi

Il Novecento è stato un secolo fecondo e forse irripetibile per la letteratura italiana. Tantissimi i nomi di primo piano, altrettanti gli autori che hanno ottenuto riconoscimenti in vita e poi sono stati un po' dimenticati dal grande pubblico e dagli editori. Giorgio Saviane (1916-2000) è uno di questi. Veneto di nascita e fiorentino d'adozione, ha esercitato a lungo la professione di avvocato, affermandosi in letteratura col romanzo Il papa (1963), vincitore del Campiello. Il passo lungo (1965), Il mare verticale (1973) e Eutanasia di un amore (1976) sono altri suoi libri di successo.
Il passo lungo è quello di Carola, quando altezzosa e sicura camminava sulla spiaggia di Follonica prima che la guerra mutasse irrimediabilmente i destini di ciascuno. E lungo è anche il passo della veneziana Giulia, che si muove rapida tra calli e campielli nello splendore dei suoi diciannove anni. L'unico in grado di riconoscere il passo delle due ragazze è Alberto, protagonista e narratore in prima persona di una vicenda che si snoda tra gli anni del fascismo e quelli che seguono il secondo conflitto mondiale. Alberto è di Castelfranco e proviene da una famiglia della media borghesia veneta ancorata a due inossidabili monoliti: il denaro e la moralità. A dominare sul nucleo familiare è la figura vizza e autoritaria della nonna, sebbene le sostanze siano di fatto amministrate dai due figli maschi, zii di Alberto. Sono loro i dispensatori del tanto agognato "valsente", per cui è a costoro che il ragazzo deve rispetto e obbedienza pur di ottenere a fine mese una piccola somma per le sue esigenze. Ogni deviazione rispetto alla rigida morale familiare (invero tutta di facciata) determina una decurtazione del credito mensile. Ed è per il timore di perdere il denaro che gli ardori giovanili di Alberto vengono puntualmente castrati e le sue timide rimostranze ridotte al silenzio. Tanto severi e grifagni sono gli zii, quanto amorevole e generoso è invece il padre Stanislao, tuttavia povero di sostanze e a sua volta sottomesso alle scelte dei cognati. Alberto è perdutamente innamorato di Carola, conosciuta durante le lunghe vacanze estive a Follonica, ma rinuncia a sposarla proprio per compiacere gli zii e non inimicarseli. Sono loro a dissuaderlo dal proposito, ancorati alla rigida morale piccolo-borghese che vuole che l'uomo sia economicamente "sistemato" prima di prendere moglie. La perdita di Carola è l'evento che segna l'esistenza di Alberto: egli non dimentica la ragazza e passa i successivi quindici anni all'inseguimento del suo fantasma nel ricordo dei giorni radiosi trascorsi a Follonica.
Né la guerra e la Resistenza, né il trasferimento a Firenze e il successo nella professione di medico attenuano l'ossessione di Alberto: tutte le sue giornate trascorrono nell'attesa di Carola. Si convince infine di averla ritrovata in Giulia, una donna molto più giovane che di Carola ha il medesimo passo lungo. La sua ricerca non è retta soltanto da ragioni sensuali: attraverso il fantasma di Carola e la corporeità di Giulia, Alberto si illude di riappropriarsi della giovinezza perduta e dell'epoca spensierata in cui era se stesso senza le sovrastrutture imposte dalla sua professione e dalle responsabilità che ne conseguono.
Saviane lancia con questo volume un'impietosa invettiva contro la media borghesia italiana ricca di sostanze ma povera di contenuti, incapace di slanci ideali e tenacemente aggrappata all'apparenza di una morale stantia. Tuttavia questa morale ha una sua forza attrattiva, è allettante e vischiosa al punto che ribellarsi non è solo un atto di disobbedienza, ma una prova di forza che riesce solo a metà. Alberto è l'emblema di questo fallimento, lui che ha sacrificato la sua felicità al rispetto di regole indigeste.
Il passo lungo è certamente un romanzo d'amore, sebbene si tratti di una definizione riduttiva che non rende completamente l'idea. Più nello specifico, è un romanzo sulla forza dirompente delle passioni, sulla loro capacità di orientare i destini umani verso esiti tragici e involontari. Saviane identifica nel denaro e nella sensualità due tra queste passioni divoratrici, e in effetti l'esistenza dei suoi personaggi è dilaniata da entrambe. Solo la figura di Stanislao si eleva al di sopra delle passioni, è lui il personaggio meglio riuscito del libro. Proprio colui che gli altri indicano come inetto e coglione, rivela un'onestà e un'indipendenza di pensiero che lo elevano moralmente al di sopra della suocera, del figlio e dei cognati.
Edizione Rizzoli del 1965

18 agosto 2022

L'anello del Monte Stella: un itinerario ciclo-turistico nel Cilento antico

Il Monte Stella (o della Stella) è un rilievo del Subappennino lucano che ha rivestito un ruolo centrale nella storia locale, sebbene la sua ridotta altezza di 1.131 metri non lo collochi tra le vette più alte del Cilento, che sono il Cervati (1.899 m), il Panormo (1.742 m) e il Faiatella (1.710 m). Mentre queste cime sono di grande interesse naturalistico, "la Stella" ha soprattutto una centralità storico-antropologica. E invero, l'area che si estende alle sue pendici corrisponde ai confini originari del Cilento, il cosiddetto Cilento antico. Non a caso gli unici paesi a cui è stato aggiunto nel nome il suffisso "Cilento" sono quelli che si trovano nelle vicinanze della Stella: Sessa, San Mango, Laureana, San Mauro, Prignano, Ogliastro, Mercato, San Martino. L'importanza del monte è confermata dal ritrovamento sulla cima di megaliti sicuramente disposti da mano umana. Secondo alcuni si tratterebbe dei resti di Petilia, la leggendaria capitale della confederazione dei Lucani che sarebbe stata circondata da mura spesse e inespugnabili. Secondo altri studi, i lastroni sarebbero più recenti, ruderi di una fortezza di epoca medioevale nota come Castrum Cilenti. Sulla cima inoltre si trovano due ulteriori punti di interesse: il piccolo santuario medioevale della Madonna della Stella e una grande base radar di proprietà Enav, la cui caratteristica cupola bianca (o radome) è visibile da tutto il circondario. La cima è raggiungibile a piedi, percorrendo numerosi sentieri, oppure in automobile seguendo la stretta ma panoramica strada asfaltata di sette chilometri che parte dall'abitato di Omignano.
La zona del Monte Stella si presta al ciclo-turismo ed è tradizionalmente battuta dagli appassionati delle due ruote. Solitamente i ciclisti seguono due itinerari principali: l'ascesa alla vetta e il cosiddetto anello. È chiamato "anello del monte Stella" un percorso circolare di circa ventinove chilometri che abbraccia le pendici della montagna. Lungo il suo tracciato si incrociano ben otto centri abitati: Mercato Cilento, San Mauro Cilento, Galdo, San Giovanni di Stella, Guarrazzano, Omignano, Sessa Cilento e San Mango. Il percorso è caratterizzato dall'alternanza di ripide salite e altrettante discese, con brevissimi tratti pianeggianti di solito in corrispondenza dei centri abitati.
Mappa del circuito noto come "anello del Monte Stella"

Partendo da Mercato, al bivio in cima al paese si deve svoltare a destra in direzione Serramezzana. Questo può essere convenzionalmente considerato l'inizio del giro per chi proviene dalla vecchia strada statale 18. I primi due chilometri, interamente nel bosco, sono di salita piuttosto intensa fino ad arrivare al valico in prossimità di Punta Carpinina.
Il bivio da cui inizia il percorso
Il tratto boscoso che conduce al valico di Punta Carpinina
Segnaletica in prossimità di Punta Carpinina

Superato il valico inizia una lunga e panoramica discesa: sulla sinistra il versante del Monte Stella con il radome in evidenza, sulla destra il dolce declivio che conduce alle zone costiere. In una curva prima di arrivare all'abitato di San Mauro, sulla sinistra è facilmente riconoscibile un punto di sosta nel bosco con una provvidenziale fontana. La strada prosegue e si attraversa il grazioso comune di San Mauro Cilento, in località detta Casal Soprano. Poco dopo il municipio si arriva a un altro bivio: svoltando a destra si va verso il mare, mentre l'anello prosegue a sinistra.
La fontana prima di San Mauro
Verso San Mauro

Lasciato San Mauro, il percorso continua in falsopiano tra boschi e orti per raggiungere Galdo, frazione della celebre Pollica. Superata la piazzetta di Galdo, bisogna svoltare a sinistra al bivio per San Giovanni. Da qui inizia la parte più selvaggia e panoramica dell'anello, attraversando un lungo tratto praticamente disabitato in mezzo alla natura. Un raccordo quasi pianeggiante conduce alle due frazioni del comune di Stella Cilento, San Giovanni e Guarrazzano: due villaggi ameni e silenziosi alle pendici del monte.
Ingresso a Galdo
Il bivio dopo Galdo

Verso San Giovanni e Guarrazzano

L'ultimo tratto del percorso conduce a Omignano, dove ci si può ristorare alla Fontana dei Santi, celebre in tutto il circondario per le sue acque fresche. La strada riprende a salire e si passa per Sessa Cilento e la sua frazione San Mango, casale fondato nell'anno Mille e ricco di storia e di fresche sorgenti. Superato San Mango, si affronta l'ultimo tratto in costante e regolare salita. Si giunge così nuovamente al punto di partenza di Mercato Cilento, dopo aver pedalato per quasi trenta chilometri nel cuore del Cilento antico. Ovviamente l'anello può essere percorso anche a piedi o in moto, ma è la bicicletta il mezzo più adatto per coglierne appieno ogni sfumatura.
Sessa Cilento vista da Omignano

7 agosto 2022

Suonare la rivoluzione: "Entertainment!"

L'aggettivo “seminale” viene ampiamente utilizzato da riviste e siti musicali per definire quei dischi o gruppi che hanno precorso i tempi. Sono seminali gli album che hanno circostanziato i canoni di un genere, oppure sono stati di spunto per altri artisti o movimenti. L'aggettivo a volte è abusato, al punto che vi è chi si rifiuta categoricamente di utilizzarlo. La verità, come sempre, sta nel mezzo: se è vero che spesso si abusa di tale definizione, vi sono casi in cui calza a pennello.
Si consideri Entertainment!, il primo disco degli inglesi Gang of Four. Era il 1979 e il punk sembrava già morto e sepolto, sebbene fossero passati poco più di tre anni dalla sua esplosione. Serviva un suono nuovo che sapesse prendere quanto di buono e innovativo aveva regalato la stagione del punk e al tempo stesso ne fosse un superamento. Bisognava abbandonare la logica di chi pretendeva che non fosse necessario saper suonare per fare buona musica, senza tuttavia tornare alle elaborate orchestrazioni del periodo progressivo. Questa scena innovativa fu chiamata semplicemente new wave, la nuova onda. Il passaggio dai Sex Pistols ai Joy Division non fu però immediato, com'è naturale. Ci furono sperimentazioni che produssero risultati eccelsi, come i grandi Magazine di Devoto. I Gang of Four rientrano in questo clima di transizione. Si costituirono a Leeds e la formazione originaria comprendeva Dave Allen al basso, Jon King alla voce, Andy Gill alla chitarra e Hugo Burnham alla batteria. Entertainment!, il loro esordio, è puro post-punk, un tentativo ottimamente riuscito di proiettarsi verso il futuro.
Non è un caso che il progetto conti autorevoli estimatori. Michael Stipe dei R.E.M. ha dichiarato che "Entertainment! ha fatto a pezzi tutto quello che era venuto prima", mentre per Tad Doyle dei TAD "è stato il disco che ha cambiato la mia vita […]; io stesso suonavo in una cover band dei Gang, ci chiamavamo Red Set". Ancora più entusiastiche le parole di Flea, bassista dei RHCP: "ha cambiato completamente il mio modo di concepire il rock e ha fatto nascere la mia fissazione per il basso".
Entertainment! è di base un disco punk, ma le canzoni sono più dilatate rispetto ai canonici due-tre minuti che caratterizzano il genere. Del punk vengono riprese le bordate di chitarra, affilate come lame di rasoio. Il suono dei Gang of Four è tuttavia "sporcato" da chiare influenze reggae e funk, al punto che vi è chi ha parlato di funk-punk. Il loro stile a tratti ricorda qualcosa dei Clash di London calling e Combat rock, con una differenza di fondo: mentre il gruppo di Joe Strummer nei dischi citati superava definitivamente i dettami del punk, i Gang of Four invece seguivano il genere come fosse la stella polare, pur non rinunciando all'ambizioso progetto di farlo evolvere in qualcosa di diverso e più completo. Al tempo stesso, si differenziavano anche da band come The Redskins, troppo derivativi o comunque debitori di Bob Marley & co. Per il gruppo di Leeds è dunque riduttivo parlare di funk o reggae. Si ascoltino in proposito Not great men, I found that essence rare e la celebre Damaged goods: se pure si rinvengono chiare influenze, bisogna ammettere che le bordate di chitarra di Gill e il basso prepotente di Allen creano un sound riconoscibile tra mille. E ancora, degni di nota sono il reggae sporco di Contract, l'incedere sincopato dell'iniziale Ether, nonché la grandiosa sezione ritmica di Natural's not in it. Il disco è un continuo dialogo tra passato e futuro: c'è dunque posto per il taglio quasi psichedelico di Return the gift, così come per il sintetizzatore di 5.45, il brano più new wave dell'album. Sebbene ci siano pezzi più orecchiabili, il capolavoro è la compassata Anthrax, un brano cupo e disturbato che chiude magistralmente il disco.
Un'altra peculiarità è nei testi. Già il nome del gruppo tradisce una precisa matrice ideologica: la Banda dei Quattro era infatti il nome dato a quattro politici cinesi dei tempi della Rivoluzione culturale, arrestati subito dopo la morte di Mao. I Gang of Four volevano veicolare un messaggio politico di stampo marxista attraverso la loro musica; i testi delle canzoni sono dunque lo strumento per lanciare veri e propri slogan contro la società occidentale e consumistica.
Entertainment! è un disco rivoluzionario per suono e contenuti, l'anello di congiunzione tra i riff selvaggi del punk e le raffinate divagazioni della nuova onda. Per questo e tanti altri motivi è un LP che non può mancare in una collezione che si rispetti.

27 luglio 2022

Bianchi contro l'apartheid: "Fuga da Pretoria"

Quando si parla di lotta contro l'apartheid, il pensiero corre inevitabilmente a Nelson Mandela, a Desmond Tutu e ai militanti dell'African National Congress. Si tende cioè a credere che fu una lotta esclusivamente della gente di colore. In realtà non è così, perché molti intellettuali o semplici cittadini bianchi fecero propria questa buona causa, pagando addirittura con il carcere. Gli attivisti bianchi erano ovviamente invisi alla classe dirigente, considerati ingrati e traditori. Ci voleva coraggio per abbandonare i privilegi di cui si godeva esclusivamente per il colore della pelle, abbracciando invece la causa degli esclusi e degli emarginati. Non dobbiamo infatti dimenticare che tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso il Sudafrica beneficiò di una crescita vertiginosa, che portò l'elite bianca a standard di ricchezza sovente superiori a quelli della classe media europea. Tuttavia era un sistema fondato sull'iniquità e la disuguaglianza, era il benessere di pochi a discapito della maggioranza che spesso sopravviveva al di sotto della soglia di povertà. Lo stesso accadde in Rhodesia, l'attuale Zimbabwe, che attuò una politica simile a quella del vicino Sudafrica, sebbene meno restrittiva per la maggioranza nera. Per questi motivi, essere bianco e condannare l'apartheid era una scelta coraggiosa e controcorrente, persino contro i propri interessi.
Tim Jenkin e Stephen Lee erano due di questi attivisti bianchi, protagonisti di una vicenda rocambolesca e persino comica che ai tempi fece appassionare l'opinione pubblica sudafricana. I due giovani erano iscritti al movimento clandestino dell'African National Congress ed erano specializzati in spettacolari azioni di propaganda. Il loro modus operandi era quantomeno bizzarro: piazzavano piccole cariche esplosive in luoghi affollati, che detonando lanciavano in aria centinaia di volantini inneggianti alla lotta contro la segregazione razziale. Erano azioni rumorose ma incruente: dopo lo shock iniziale per la piccola esplosione, la folla si accalcava a raccogliere i volantini e spesso nascevano manifestazioni estemporanee che impensierivano la polizia. Alla fine degli anni Settanta i due vennero arrestati in flagranza e condannati a dodici e otto anni di prigione, da scontare nell'istituto per detenuti politici bianchi di Pretoria. Ciò che li rese celebri non fu però l'arresto, ma l'incredibile fuga dal carcere che consentì loro di raggiungere lo Zambia e da lì l'Inghilterra.
Fuga da Pretoria, per la regia del promettente Francis Annan, è un film del 2020 che racconta i dettagli di questa originale evasione. Originale perché Jenkin e Lee non utilizzarono lime, armi, lenzuoli annodati, corruzione o altri metodi tradizionali. Loro optarono per una scelta azzardata che tuttavia si rivelò vincente: costruirono delle chiavi in legno per aprire le nove porte blindate che si frapponevano all'agognata libertà. L'operazione richiese studio e fatica per un anno e mezzo. Ogni occasione era buona per imprimere nella mente la forma delle chiavi che i secondini portavano appese alla cintola; poi, tornati in cella, i due riproducevano su carta il disegno delle chiavi che avevano memorizzato. Infine, nella falegnameria del carcere dove lavoravano, costruivano un rudimentale ma efficace duplicato in legno. E fu proprio grazie a quelle chiavi fatte in casa che guadagnarono infine la libertà.
Protagonisti del film sono Daniel Radcliffe, nel ruolo di Jenkin, e Daniel Webber in quello di Lee. Radcliffe in particolare ci regala un'interpretazione molto intensa ed è perfettamente calato nei panni di Jenkin; con questo film ha dimostrato di essere un attore ormai maturo, che merita di essere conosciuto non solo per Harry Potter. La pellicola è aderente alla storia vera, salvo qualche piccolo particolare, come ad esempio il personaggio inventato di Leonard Fontaine, pensato per aggiungere un tocco di ulteriore drammaticità alla storia. Tra i personaggi storicamente esistiti spicca l'attivista Denis Goldberg, che effettivamente scontò un lungo periodo in carcere per il suo impegno a favore della gente di colore.
Fuga da Pretoria è sostanzialmente un film d'azione, senza tuttavia eccessi di violenza. Anzi, pur mostrando la brutalità del regime sudafricano e delle sue carceri, il regista indugia soprattutto sulla minuziosa preparazione della fuga, regalando allo spettatore quasi due ore di piacevole tensione emotiva. Se volessimo trovare un punto debole, si potrebbe obiettare uno scarso approfondimento dei profili politici e ideologici della lotta contro l'apartheid. Ci sono alcune scene d'impatto, come quella in cui la guardia carceraria ordina all'inserviente di colore di raccogliere il vassoio caduto al detenuto, perché si tratta di “un lavoro da neri”. Questa scena mostra agli spettatori più attenti l'iniquità del regime sudafricano, in cui un dipendente di colore – e dunque un uomo libero – era considerato dall'istituzione carceraria subordinato persino a un detenuto. Manca però nel film una visione d'insieme della lotta contro l'apartheid, che magari avrebbe aiutato soprattutto le nuove generazioni a inquadrare meglio la vicenda.
Al di là di questo piccolo appunto, il film è godibile e merita di essere visto. Si inserisce in quel filone carcerario che tanto successo ha avuto in passato: si pensi solo a Il buco di Jacques Becker, oppure al celeberrimo Papillon. Il fatto che si tratti di una storia vera, e le modalità davvero originali della fuga, fanno sì che non si abbia mai l'impressione del “già visto”.

14 luglio 2022

"Il tempo di vivere con te" di Giuseppe Culicchia: il volto privato di una tragedia collettiva

Non tutte le vicende private hanno un rilievo pubblico, ma ogni vicenda pubblica ha risvolti privati. Compresi questo concetto per la prima volta quando andai con la scuola alla proiezione del film 11 settembre 2001, lungometraggio a episodi sull'attentato alle Torri Gemelle di New York firmato da undici grandi registi. Ciascuno dei cineasti metteva in luce questo aspetto, ossia la vicenda individuale che si nasconde dietro la grande tragedia collettiva. Leggendo Il tempo di vivere con te di Giuseppe Culicchia mi è venuto in mente il film visto esattamente vent'anni fa e il primigenio significato che ne colsi.
Alle prime luci dell'alba del 15 dicembre 1976 la polizia fece irruzione in un appartamento popolare di Sesto San Giovanni per eseguire una perquisizione nei confronti di un giovane militante delle Brigate Rosse. Sentendo il trambusto, il ragazzo si affacciò dalla porta della sua stanza e sparò dei colpi di pistola all'indirizzo dei poliziotti. Senza voler entrare nel merito della dinamica, basti dire che nel conflitto a fuoco rimasero uccise tre persone: il maresciallo Sergio Bazzega, il vicequestore Vittorio Padovani e il ventenne, che di nome faceva Walter Alasia.
Fin qui l'avvenimento pubblico, una delle pagine più emblematiche e dolorose degli Anni di piombo. Oltre la vicenda collettiva c'è però il dramma privato, quello che racconta Giuseppe Culicchia in questo intenso libro a metà strada tra un memoir familiare, un diario e un saggio storico. Walter Alasia era cugino di Giuseppe Culicchia, le rispettive madri erano sorelle. Walter viveva a Sesto e Giuseppe a Grosso nel Canavese, Walter aveva vent'anni e Giuseppe undici, il primo era un ragazzo e il secondo un bambino, il primo leggeva i classici del pensiero politico e il secondo le avventure di Tex e Zagor. Si vedevano principalmente durante le vacanze estive, eppure il loro era un rapporto speciale. Walter era, per Giuseppe, un esempio da imitare, il fratello maggiore con cui trascorrere nella vecchia casa dei nonni le spensierate giornate di agosto.
Il tempo di vivere con te contiene in sé i due profili, il pubblico e il privato. È la storia del brigatista Alasia, il resoconto duro e spietato di un'epoca di grandi lotte politiche e di morte. Al contempo è il racconto di Walter, Giuseppe, Ada, Gabriella, Guido, Francesco, Oscar, la storia di una famiglia italiana come tante, dilaniata da un dolore devastante. Culicchia ha impiegato quarant'anni per portare a termine questo volume, iniziato, almeno idealmente, subito dopo la morte del cugino per dare forma e componimento alla sua sofferenza. Anzi, la vicenda di Walter è stata proprio la molla che ha fatto scattare in Culicchia il desiderio di diventare scrittore. La letteratura come catarsi, dunque, o semplicemente come esorcismo dal dolore.
A mio avviso lo scrittore torinese è stato abilissimo nel trattare una materia così delicata e controversa. Probabilmente è stato agevolato dal coinvolgimento personale, ma ciò non toglie che si è mosso su un terreno scivoloso. Le ferite degli Anni di piombo sono ancora fresche e parte dell'opinione pubblica non vuole o non è in grado di scindere l'uomo dal brigatista. Culicchia invece fa proprio questo: ci offre il ritratto tenero e commosso di suo cugino, che prima ancora di apparire sulle prime pagine di tutti i giornali d'Italia era un ragazzo come tanti, generoso, idealista, legatissimo alla sua famiglia. Uno sforzo uguale è richiesto anche al lettore: liberarsi dal pregiudizio e separare la persona dalle azioni discutibili che ha compiuto.
«Che senso ha venire al mondo, se poi si deve vivere dopo che le persone che abbiamo amato di più sono morte? C'è dolore più grande? E perché morire a vent'anni, Walter? Perché uccidere per poi venire ucciso? Non è vero che il tempo aiuta. Il tempo non guarisce le ferite. Il tempo è un grande bastardo perché porta via tutto con sé. Tutto tranne l'amore. È per questo che il dolore non passa.»
Il tempo di vivere con te è un libro coinvolgente che si divora in poche ore. Chi già conosce le vicende narrate, sia pure per sommi capi, sarà agevolato nella comprensione; nondimeno alcuni capitoli hanno un taglio quasi storiografico e riassumono i principali avvenimenti del decennio 1969-1978. La narrazione è inoltre arricchita da fotografie scattate dal padre di Walter, Guido Alasia, nonché da stralci del primo volume che si occupò della vicenda, Indagine su un brigatista rosso di Giorgio Manzini.
Ritengo che scrivere questo volume sia stato un grandissimo atto di coraggio: Culicchia non ha esitato a rendere pubblico un dolore intimo, donandoci una storia familiare così tragica e toccante.

3 luglio 2022

Roma da (ri)scoprire n. 6: Sant'Alfonso all'Esquilino

Come ho già scritto in altri articoli, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti di grande valore, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa tra le meno note, nonostante la scenografica posizione rialzata rispetto al piano stradale.
La chiesa di Sant'Alfonso de' Liguori si trova su Via Merulana, la lunga strada alberata che collega due tra le basiliche più importanti della Capitale, San Giovanni e Santa Maria Maggiore. Considerando questi due poli di attrazione turistica e spirituale, gli altri quattro edifici religiosi che si incontrano lungo la via passano inevitabilmente in secondo piano. Si tratta delle chiese di Sant'Antonio, Sant'Anna al Laterano, Santi Marcellino e Pietro e appunto di quella dedicata a Sant'Alfonso de' Liguori (1696-1787). Poiché porto il suo nome, è a questo tempio che voglio dedicare la mia attenzione.
La scenografica facciata

La celebre Guida rossa del Touring Club Italiano la definisce «il primo esempio pubblico di gothic revival nell'architettura religiosa romana». La chiesa misura 42x14 metri, fu eretta negli anni 1855-59 su progetto dell'architetto scozzese George Wigley e successivamente modificata tra il 1898 e il 1900 da Maximilian Schmalz. La facciata è a due ordini, quello in basso in travertino e il sopraelevato in mattoni. Due sono le caratteristiche che attirano l'occhio del visitatore: l'arcata ogivale che inquadra il rosone e il delizioso protiro a tre ingressi. I timpani dei tre ingressi sono decorati: al centro campeggia un mosaico della Vergine del Perpetuo Soccorso, mentre ai lati ci sono due bassorilievi che raffigurano Sant'Alfonso e un altro Santo redentorista. Non bisogna infatti dimenticare che a destra della chiesa sorge la Casa generalizia dei Missionari Redentoristi, la congregazione fondata proprio dal Santo campano nel 1732. Sulla cuspide del timpano centrale si eleva invece una statua del Redentore in marmo di Carrara.
Particolare del protiro

L'interno presenta una grande navata centrale e due piccole navate laterali, divise da colonne rivestite di marmi policromi; su ogni lato si aprono sei cappelle intercomunicanti. I soprastanti matronei, così come tutta la decorazione in marmi policromi, stucchi e pitture (opera di Maximilian Schmalz), risalgono ai restauri di fine Ottocento. Spiccano i confessionali, opera del fine ebanista Gerardo Uriati, nonché le finestre in vetro istoriato del frate francese Marcellino Leforestier. Sull'arco che delimita la zona del presbiterio è notevole l'affresco L'incoronazione della Vergine tra gli Angeli e i Santi Redentoristi, completato nel primo Novecento da Eugenio Cisterna. Degno di nota è anche il grande mosaico che riveste l'abside, raffigurante il Redentore tra la Vergine e San Giuseppe; si tratta di un'opera recente, terminata nel 1964.
La navata centrale

Particolare di una cappella laterale

Il vero motivo per cui questa chiesa merita una visita è tuttavia un altro e misura appena 54x41 centimetri. Sono queste le dimensioni di una veneratissima icona bizantina su legno di scuola cretese, risalente al XIV secolo. É l'icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, tra le più celebri e venerate di Roma. Secondo la leggenda, la tavola fu trafugata dall'isola di Creta da un mercante che la trasportò a Roma a bordo di una nave. Il titolo di “Perpetuo Soccorso” le fu dato per la prima volta nella chiesa di San Matteo (oggi non più esistente), dove la tavola fu custodita dal 1499 al 1798. In quell'anno la cappella fu distrutta dalle truppe francesi e l'immagine venne trasferita nella chiesa di Santa Maria in Posterula, dove rimase pressoché dimenticata per settant'anni. Quando i Redentoristi acquistarono il terreno dove un tempo sorgeva la cappella di San Matteo, decisero di riportare la Madonna del Perpetuo Soccorso nella sua primitiva “casa” romana. Fu così che venne trasferita nella chiesa di Sant'Alfonso di nuova costruzione e il 26 aprile del 1866 fu esposta al culto dei fedeli. Da allora è una delle più celebri immagini della Vergine, venerata in tutto il mondo. L'icona è custodita in una teca sopra l'altare principale, per cui è abbastanza difficoltoso ammirarla. I Redentoristi hanno tuttavia provveduto a una riproduzione che si trova nel presbiterio, al termine della navata di destra. Tra i tanti significati simbolici, è soprattutto un particolare ad attirare l'attenzione del visitatore, ossia il sandalo che cade dal piede destro del Bambinello, lasciandolo scalzo. Si tratta di un'originale soluzione pittorica a voler significare che Dio ha camminato per le strade del mondo attraverso suo Figlio Gesù, divinità incarnata nella storia umana.
L'altare, dove si trova l'icona
Riproduzione dell'icona
La sagrestia

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22 giugno 2022

"Slippery", piccolo compendio di rock australiano

Quando si parla di rock cantato in inglese, solitamente si pensa ai grandi gruppi britannici o statunitensi. Qualcuno magari ricorda artisti irlandesi come gli U2, Rory Gallagher o i Pogues, ma di rado si va oltre. Eppure il rock è forse uno dei principali collanti culturali tra i Paesi del Commonwealth, altrimenti profondamente diversi e divisi. Si pensi alle scene musicali africane degli anni Settanta, come quella sudafricana e rhodesiana, oppure al Zamrock, la scena zambiana dalla vena psichedelica e progressiva che è stata orgogliosamente riscoperta negli ultimi anni. Se quelle citate sono realtà marginali e poco famose, l'Australia invece è stata e continua ad essere una fucina di talenti, come dimostra il recente successo di Amyl and The Sniffers. Australiani erano i Saints del compianto Chris Bailey, forse il primo gruppo realmente punk della storia. Australiano è Nick Cave, dalla stessa nazione provengono gruppi come The Church, Wolfmother o INXS, per non citare i più celebri AC/DC.
Tra i nomi di nicchia dell'Aussie rock meritano una menzione The Lizard Train di Adelaide, cinque album all'attivo tra il 1987 e il 1995, prima che i componenti si dedicassero a una serie di progetti collaterali. L'album di cui voglio parlare è Slippery, il loro esordio alla lunga distanza del 1987. Il disco uscì per l'etichetta locale Greasy Pop Records e fu registrato nel dicembre 1986 presso lo Studio 202 di Adelaide. Per la produzione il gruppo si affidò a un ingegnere del suono di casa Greasy Pop, Kim Horne. La formazione era composta da Shane Bloffwitch al basso e voce, David Cree alla batteria, Phil Drew e Chris Willard alle chitarre e voce. La formazione è quella classica rock, con l'aggiunta di qualche incursione delle tastiere di Vic Conrad.
Si parte con Nude on fire, un brano quadrato dalle tinte wave caratterizzato da un riff particolarmente felice. Le chitarre dominano la scena, grazie a un potente riverbero che può piacere o meno, ma riflette i gusti dell'epoca. Sempre sulla prima facciata spicca Ever been there, che inizia come una ballata con tanto di controcanto femminile, per poi esaltarsi nella coda strumentale con assolo di chitarra. Lo stesso schema viene ripetuto in Oblivion, il brano che chiude il lato A. Qui si evidenziano le doti di scrittura del quartetto australiano: la traccia sembra voler strizzare l'occhio al facile successo radiofonico, per poi assumere nella seconda parte un andamento quasi grunge che anticipa quello che faranno di lì a qualche anno i Pearl Jam. Una menzione per Swallow your tongue, che invece ricorda il pub rock dei grandi Dr. Feelgood. La seconda facciata presenta un generale calo di ispirazione, eppure contiene una perla come One dream every second, una ballata che inizia con toni soffusi e delicati per poi alzarsi di tono nel crescendo finale. È una traccia sufficientemente radiofonica che avrebbe meritato maggior successo.
Slippery, traducibile come “viscido” o “scivoloso”, mostra una band solida e affiatata, con un suono già maturo e definito. É un disco da onesti operai del rock, un lavoro che ha la sua forza nelle melodie create dagli intrecci delle due chitarre. Pur non essendo un LP rivoluzionario o epocale, si può affermare che sia invecchiato abbastanza bene. C'è qualche episodio tipicamente “ottantiano”, eppure il più immediato riferimento va al rock dei due decenni precedenti, vera fonte di ispirazione per il quartetto australiano. Si prenda la quarta traccia della prima facciata, Who hates you, che addirittura riporta alla mente qualcosa della scena psichedelica inglese di fine Sessanta. Oppure si consideri The girl with the legs, con i suoi richiami neppure tanto velati all'effimera stagione punk.
The Lizard Train era un gruppo valente, che secondo me ha pagato la marginalità dell'Australia, l'essere nato in un paese sviluppato ma lontano dai centri nevralgici della musica e del successo. Il vinile originale è stato pubblicato in Australia con codice GPR132, nonché in Inghilterra e Spagna dalla Zinger Records sempre nel 1987. Secondo quanto ho appreso su Discogs, non esistono versioni in cd e l'album non è mai stato ristampato. Ciò non significa che sia un disco raro, perché anzi è in vendita on line a prezzi più che accessibili. Potrebbe però essere difficile trovarlo in Italia, salvo colpi di fortuna.
Copertina del 33 giri e particolare della busta interna

10 giugno 2022

Andrej Tarkovskij, il cinema come percorso mistico

A causa di decisioni politiche scellerate stiamo vivendo il momento più basso delle relazioni tra Italia e Russia dalla fine del secondo conflitto mondiale. Mai come in questi giorni andrebbero pertanto riscoperti i secolari legami tra i due popoli. E invece, persino in certi ambienti culturali evidentemente inquinati dalla malafede ideologica, l'arte russa è stata bandita, come se le colpe dei governanti dovessero ricadere sugli incolpevoli intellettuali. Vale allora la pena rievocare una vicenda quasi dimenticata: c'è stata un'epoca in cui uno dei più grandi cineasti sovietici ambientò proprio in Italia uno dei suoi massimi capolavori.
Nostalghia, di Andrej Tarkovskij, fu girato nel 1983 tra la Toscana e Roma. È facile riconoscere alcuni tra i luoghi più suggestivi del Centro Italia: le terme di Bagno Vignoni, l'Abbazia di San Galgano, la chiesa sommersa di Santa Maria in Vittorino, la scalinata di Piazza del Campidoglio. La cinepresa trasfigura questi luoghi, rendendoli brumosi, malinconici, circondati da un'aura mistica. Strumento della trasfigurazione è l'acqua, che è per Tarkovskij l'elemento essenziale, la forza primordiale che genera la vita. Ci sono le sorgenti fumanti della vasca di Bagno Vignoni, il torrente che entra dal portale della Chiesa di Santa Maria in Vittorino, la pioggia che cade come un manto sulle rovine di San Galgano; e ancora, non si contano nel film le scene in cui la cinepresa indugia su una pozzanghera, un rivo, uno specchio d'acqua e persino su una bottiglia o una bacinella. E lì dove manca l'acqua, c'è la morte, come nella drammatica scena in cui Domenico si dà fuoco in Piazza del Campidoglio.
Parlare della trama ha poco senso, dato che nel film la narrazione prevale sull'intreccio e la vicenda è subordinata alla raffigurazione. A ogni buon conto, tutto ruota intorno al malessere di Andrei Gorčakov, un poeta sovietico recatosi in Italia per ripercorrere i passi di un suo celebre connazionale, un compositore del Settecento. In Unione Sovietica Andrei ha lasciato la moglie e i figli che accorati ne attendono il ritorno. Sua compagna di viaggio è Eugenia, una giovane interprete che è attratta dal poeta ma al tempo stesso non tollera la sua scarsa intraprendenza. Andrei è infatti un uomo spento, taciturno, malinconico, ingabbiato nelle spire di una vita che giudica falsa, impoetica, priva di slanci.
L'incomunicabilità è uno dei temi centrali del film: non c'è affinità tra Andrei e la sua interprete, né con la sua famiglia che lo aspetta in Russia. Lo stesso distacco emotivo lo vive rispetto al suo lavoro, tanto che di fatto non scrive neppure una riga della biografia che aveva in mente. Eppure il viaggio in Italia lo trasforma irrimediabilmente. In Toscana incontra Domenico, ritenuto pazzo dai suoi concittadini perché ha tenuto rinchiusa in casa la sua famiglia per sette lunghi anni in attesa della fine del mondo. Domenico è un uomo diffidente, un visionario ossessionato dalle credenze millenaristiche; eppure è con lui che Andrei inizia un percorso spirituale e di rivelazione. Per Tarkovskij anche il cinema è un atto di preghiera e non a caso le due scene che aprono e chiudono il film sono imbevute di profondo misticismo. Mi riferisco alla scena iniziale della Madonna del parto e a quella finale del rito della candela di Santa Caterina.
Nostalghia è tutt'altro che un'opera semplice. Tarkovskij ha compiuto un'operazione ambiziosa e quasi folle: trasporre su pellicola il ritmo, la forma e la sostanza della poesia. Nostalghia è a tutti gli effetti poesia cinematografica, un potente condensato di immagini liriche e rimandi onirici che non è possibile riassumere entro i confini dell'ordinario narrare. Come nella poesia ogni parola è portatrice di innumerevoli significati, così ogni scena del film può essere letta e interpretata a seconda della sensibilità dello spettatore. È un film volutamente lento e riflessivo, in cui i silenzi predominano sugli scarni dialoghi; ciò, paradossalmente, restituisce alla parola la sua centralità. La parola in Tarkovskij, al pari dell'acqua, è forza creatrice che va centellinata.
Gli attori sono perfettamente funzionali a ciò che il regista aveva in mente. Domina la scena Oleg Jankovskij, con il suo viso afflitto, l'incedere lento, le poche parole soffiate dalle labbra. Egualmente degne di nota l'interpretazione intensa e drammatica di una giovanissima Domiziana Giordano nel ruolo di Eugenia, nonché quella di Erland Josephson nel ruolo di Domenico.
Nostalghia è un lungometraggio difficile e persino coraggioso nelle scelte stilistiche, che andrebbe visto più volte per cogliere almeno una parte dei molti significati nascosti. Sarebbe bene riscoprirlo oggi, per comprendere che la cultura russa non è poi così lontana come qualcuno malignamente suggerisce.
Poster del film (immagine tratta da travelingintuscany.com)

28 maggio 2022

"La Cripta dei Cappuccini" di Joseph Roth: cronache da un mondo dissolto

La Cripta dei Cappuccini (1938) è indubbiamente uno dei più significativi romanzi del XX secolo, uno straordinario compendio delle nevrosi e del senso di smarrimento dell'uomo del Novecento. Allargando il discorso, il libro è il nostalgico e partecipato resoconto della fine di un'epoca irripetibile, l'impietoso racconto della dissoluzione di un antichissimo sistema sociale.
La storia si svolge al crepuscolo dell'Impero austro-ungarico, negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale. La guerra, più evocata che narrata, assume nel romanzo il ruolo centrale di spartiacque tra due epoche e due mondi, tra la spensieratezza della Belle Époque e la depressione socio-economica che segue al conflitto. Protagonista e io narrante è Francesco Ferdinando Trotta, ultimo discendente di una famiglia aristocratica slovena, fedelissima alla casata degli Asburgo. Vive a Vienna, dove conduce un'esistenza spensierata, oziosa, gaudente e senza responsabilità. Anche i suoi migliori amici appartengono alla potente nobiltà dell'Impero; non avendo necessità di lavorare, sperperano tempo e denaro nei caffè e nelle osterie. Sono giovani vagamente anarchici, classisti, miscredenti fino al midollo, insofferenti alle regole del buon costume e al buon senso borghese, intolleranti persino nei confronti dell'amore.
Le giornate di Francesco Ferdinando trascorrono all'apparenza serene e senza pensieri, uguali a quelle dei suoi coetanei. Tuttavia, egli possiede una consapevolezza profonda della realtà che lo circonda. A differenza dei suoi amici, non disprezza gli umili e anzi ama circondarsi di persone appartenenti alle classi meno abbienti, come il cugino Branco, caldarrostaio ambulante. Soprattutto, egli sente che il mondo in cui è nato e cresciuto è moribondo, destinato a dissolversi a causa di drammatici cambiamenti che si profilano all'orizzonte.
«Allora non sapevamo che la morte stava già incrociando le sue mani ossute sopra i calici da cui bevevamo.»
La morte è una presenza ricorrente e inquietante che attraversa dall'inizio alla fine le pagine del romanzo. Il suo soffio freddo spazza le strade di Vienna, si insinua nei caffè e nei postriboli dove gli ultimi discendenti dell'Impero cercano un alito di vita, bussa alle porte scrostate dei nobili in declino e dei lacchè del sovrano. La grandezza di Roth sta proprio nella magistrale descrizione di un mondo in declino, il fragile Impero austro-ungarico dei mille popoli in eterna contrapposizione. L'unico a non provare timore è proprio Francesco Ferdinando Trotta, che anzi invoca la morte come una liberazione; il suo è cupio dissolvi, il desiderio di scomparire assieme alla decrepita società asburgica. Per questo, pur scevro di condizionamenti politici, accoglie la guerra con sollievo.
«A quell'epoca non sapevamo più se agognavamo la morte o ci auguravamo la vita. In ogni caso, per me e per quelli come me, furono le ore della massima tensione vitale: quelle ore in cui la morte non ci appariva come un abisso in cui un giorno si precipita, bensì come la riva opposta che si cerca di raggiungere con un balzo.»
E invece egli fallisce persino nell'obiettivo di farsi ammazzare. Fatto prigioniero dai russi, torna vivo e vegeto a Vienna dopo quattro anni e immediatamente ha la drammatica consapevolezza che tutto è cambiato in peggio. Proprio lui che avrebbe preferito morire piuttosto che assistere alla fine di un'epoca aurea, si ritrova a essere l'impotente spettatore del disastro.
«Ogni mattina quando aprivamo gli occhi, ogni notte quando ci mettevamo a dormire imprecavamo alla morte che invano ci aveva attirato alla sua festa grandiosa. E ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sottoterra e la primavera ventura dalle loro ossa sarebbero nate le violette.»
La Cripta dei Cappuccini si è guadagnato a ragione la palma di classico moderno. È un'opera grandiosa, eppure non sufficientemente ricordata e celebrata. Pochi autori come Joseph Roth hanno saputo descrivere la fine di un'epoca con tanta cinica lucidità e al tempo stesso con sentita partecipazione. Una lettura che non può mancare in un'ideale biblioteca del Novecento.

16 maggio 2022

Questione di cover...

Qualche giorno fa in un programma radiofonico si discuteva su quali fossero le migliori cover di canzoni italiane e straniere. Senza alcuna pretesa di esaustività e seguendo i miei gusti personali, anche io ho fatto una selezione, che riporto in rigoroso ordine alfabetico per artista. Chi volesse ascoltarle, può fare un salto su YouTube.


Affinity – All along the watchtower. Come si può incidere una nuova versione di un brano di Bob Dylan, quando è stato già reinterpretato da Jimi Hendrix? In pochi avrebbero accettato la sfida di confrontarsi con due mostri sacri, eppure gli Affinity ci hanno messo la faccia. Si tratta di una delle formazioni più esoteriche della scena inglese dei primi anni Settanta, un quintetto prodigioso che proponeva un jazz-rock colto, contaminato da venature progressive. La loro versione di All along the watchtower è una cavalcata elettrica di oltre undici minuti, nove in più rispetto all'originale. Tutto è magico: la voce eterea di Linda Hoyle, la precisa sezione ritmica, le divagazioni alla tastiera di Lynton Naiff. In parole povere, un viaggio d'altri tempi.

Blondie – Hanging on the telephone. Uno di quei casi in cui la cover è più famosa dell'originale. In pochi conoscevano i Nerves, seminale band losangelina a cavallo tra la psichedelia e il punk. Pertanto, Hanging on the telephone era passata quasi sottotraccia, finché non fu ripresa da Debbie Harry e soci, che la trasformarono in una sorprendente hit.

Buffalo Tom – Age of consent. Il gruppo guidato da Bill Janovitz ha attraversato in punta di piedi e senza grandi clamori la stagione del grunge e del rock alternativo dei primi anni Novanta, producendo una manciata di ottimi album. Sebbene il loro sound sia distante anni luce dall'algida wave a marchio New Order, hanno deciso di cimentarsi in una cover di Age of consent. Nella sua versione originaria, il pezzo viaggia su tonalità synth-wave, col basso di Peter Hook a reggere le fila. I Buffalo Tom l'hanno rivisitato completamente, trasformandolo in una ballata acustica e introspettiva impreziosita dalla voce “sporca” di Bill Janovitz. Da brividi.

Andrea Chimenti – Vorrei incontrarti. Una delle canzoni più ispirate degli ultimi cinquant'anni interpretata dalla migliore voce della new wave italiana. Andrea Chimenti omaggia l'Alan Sorrenti “progressivo” degli esordi con un arrangiamento in chiave rock. Meraviglioso il videoclip, in cui Chimenti mostra i suoi mille volti.

Consorzio Suonatori Indipendenti – E ti vengo a cercare. Ogni volta che si ascolta una cover viene da chiedersi se sia migliore dell'originale. Quando però il pezzo è di Battiato, è un'eresia persino porsi la domanda. Eppure i C.S.I. ci sono riusciti, e viene da dire che solo loro potevano realizzare l'impresa. E ti vengo a cercare è una potentissima gemma incastonata in quell'album epocale che è Linea gotica. Il Consorzio rivisita a modo suo la canzone di Battiato, la rende solenne grazie al canto salmodiante di Giovanni Lindo Ferretti e al controcanto di Ginevra Di Marco. E nel finale, a suggellare il capolavoro, compare persino Battiato, che presta la sua voce nel verso conclusivo.

Marlene Kuntz – Impressioni di settembre. Ci sono opinioni contrastanti su questa cover. C'è chi la ama e chi giudica inarrivabile l'originale e quasi un sacrilegio ogni tentativo di un diverso arrangiamento. C'è chi ritiene migliore la versione di Battiato e chi trova quella dei Marlene Kuntz troppo simile all'originale, quasi non fosse una vera e propria cover. Eppure, ad ascoltarla bene, sembra cucita addosso a Godano & co., come se fosse stata scritta per loro.

Miura – Il cielo in una stanza. È una delle canzoni italiane più celebri, oggetto di innumerevoli rivisitazioni. La versione dei Miura, tratta dal secondo album Croci, è forse la più originale. Il gruppo guidato da Diego Galeri e Illorca ne fa una sorprendente rielaborazione dalle tinte hard rock. Terminato l'ascolto, si rimane stupefatti e quasi increduli delle potenzialità nascoste del capolavoro di Gino Paoli.

Neon – Burning of the midnight lamp. I Neon sono uno dei (pochi) grandi nomi della dark-wave italiana. Il loro album Rituals è un caposaldo del genere, grazie anche ai richiami alla scena elettronica anglosassone. Tutti i brani sono originali, eccezion fatta per questa cover di Jimi Hendrix. Stavolta siamo di fronte a una vera e propria riscrittura secondo i canoni di una electro-wave fruibile eppure avanguardistica. È come rileggere Hendrix attraverso un filtro di sintetizzatori e drum machine: un'esperienza straniante ma di sicuro fascino.

Ronnie Spector e Joey Ramone – You can't put your arms round a memory. Impossibile fare meglio dell'originale: è una delle canzoni più ispirate che siano mai state scritte, perché c'è dentro tutto il dolore e il male di vivere dell'anima tormentata di Johnny Thunders. Ci vuole rispetto per reinterpretare un brano così, bisogna avvicinarsi con umiltà, in punta di piedi. Ronnie Spector realizza l'impensabile grazie al vibrato tellurico della sua voce, che riveste ogni parola di una potenza nuova. Commovente il cameo finale di Joey Ramone. Per me è la migliore cover in circolazione. Ascoltatela qui.

Johnny Thunders – As tears go by. John Anthony Genzale è conosciuto prevalentemente come l'antesignano del punk, prima con le New York Dolls e poi con i compagni di eccessi degli Heartbreakers. Eppure lui era molto di più, un'anima fragile e sensibile che si illuminava negli arrangiamenti semplici voce e chitarra, come nello splendido album Hurt me del 1984. C'è però una canzone, una cover per l'appunto, in cui più che altrove viene fuori la sua sensibilità unica: As tears go by dei Rolling Stones. Thunders non si limita a rivisitarla, il suo non è né un omaggio né un compitino eseguito bene. Johnny prende il brano e se lo cuce addosso, ci butta dentro il suo travaglio e il dolore di una vita vissuta senza compromessi. Qui siamo oltre la cover, è come se questo pezzo non fosse mai esistito prima che Johnny ci mettesse le mani sopra. L'esecuzione è commovente, perfetta nella sua imperfezione.

Eddie Vedder – Girl from the north country. Registrata in occasione del tour in solitaria del 2008, è una cover intima e personalissima. Il merito di Vedder sta nell'essere rimasto fedele alla versione originaria, arricchendola però della sua inconfondibile voce. Il risultato è stupefacente: la poesia di Bob Dylan brilla di una nuova luce.

The Voidoids – Walk on the water. L'originale dei Creedence Clearwater Revival non mi ha mai entusiasmato, è come se il vero potenziale della canzone non venisse fuori. La versione di Richard Hell e dei suoi Voidoids è invece semplicemente spaziale. Il testo parla di un tizio che di notte va a fare una passeggiata in riva al fiume e vede un uomo camminare sulle acque e venirgli incontro. Al di là dei possibili simbolismi religiosi o esoterici, sono parole visionarie e inquietanti, che solo le chitarre lancinanti di Quine e Julian e la voce sgraziata di Hell hanno saputo rendere al meglio.
Ronnie Spector: è sua la migliore cover