26 febbraio 2023

"La cascata" di David Vogel: voci dal sanatorio

Il "romanzo da sanatorio" è un vero e proprio genere letterario che si affermò tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX, quando la tubercolosi, il "male sottile", mieteva ancora tante vittime. Chi se lo poteva permettere, ovvero i ricchi borghesi e gli ultimi relitti dell'aristocrazia, trascorreva lunghi periodi nei sanatori situati in alta montagna e in altri luoghi ameni, dove era possibile respirare aria buona. In parte alberghi e in parte ospedali, i sanatori erano luoghi cosmopoliti in cui si radunava un'umanità varia: lì sbocciavano amori, si consumavano scandali, si celebravano feste e lutti, nascevano solide amicizie e si sviluppavano idee destinate a diffondersi anche al di fuori. Molti romanzi europei sono stati ambientati in questi luoghi, fino a farne una sorta di genere a sé; La montagna incantata di Mann è sicuramente il più celebre.
La cascata, di David Vogel (1891-1944), pur non essendo altrettanto famoso, riprende tutti i tòpoi del genere: l'ambientazione di alta montagna, la natura selvaggia, l'isolamento dal resto della civiltà, il sanatorio come hortus conclusus e microcosmo, una sorta di prigione dorata che separa i degenti dal consorzio degli uomini liberi. Si tratta di un romanzo breve (o, se si preferisce, di un racconto lungo) che segnalò il giovane scrittore ebreo nato in Ucraina come una delle voci più interessanti del primo dopoguerra. Purtroppo la sua promettente carriera letteraria fu stroncata dalla barbarie nazista nel campo di concentramento di Auschwitz.
La cascata è prima di tutto un romanzo corale. Invano si cercherà un protagonista, né lo si può individuare nel pingue e ipocondriaco Ornik, che pure è il personaggio principale. Protagonisti sono tutti i malati, seguiti nelle loro futili occupazioni quotidiane dall'occhio puntuale del narratore onnisciente. Prevalgono le scene corali che si svolgono sulla terrazza del sanatorio, oppure nelle altre aree comuni come il refettorio e la sala della socialità. In un ambiente così angusto e isolato ogni fatterello si ingigantisce e suscita chiacchiere, persino un pettegolezzo diventa un evento. Vogel lascia parlare i suoi personaggi, ne riporta fedelmente i discorsi, vacui o profondi che siano. Soprattutto concentra la sua attenzione su due classi di rapporti: quelli tra i malati e quelli tra questi ultimi e i sanitari. Il nucleo del libro è proprio nello svolgersi dei rapporti umani; anzi, si può affermare senza tema di smentita che nel romanzo non succede praticamente nulla. Il sanatorio è un microcosmo in cui il tempo è scandito da eventi risibili: la siesta, i pasti, la passeggiata pomeridiana, le fugaci visite dei dottori. E tuttavia è un microcosmo che riproduce prepotenze, meschinità e contraddizioni della società dei sani.
Il sanatorio di Vogel è un'istituzione soffocante, retta da regole rigide, impermeabile a ogni interferenza esterna. Eppure persino in questo ambiente chiuso si insinua la passione, una forza irresistibile che stravolge il soggiorno degli ospiti. Vittima di questo scherzo del destino è proprio il pingue Ornik, l'ipocondriaco che trascorreva le sue giornate steso a letto o impegnato in misurazioni compulsive della temperatura. Ornik è investito dalla passione, una pulsione folle e quasi animalesca che lo travolge come una cascata, trascinandolo in un gorgo da cui è impossibile uscire.
«Qualcosa di ribelle, di affatto incomprensibile si rivoltava contro l'ordine quotidiano che egli aveva fissato dal giorno in cui si era ammalato e contro il regime imposto dal sanatorio. […] Non badava più a quello che accadeva nel suo corpo malato, la sua tabella della temperatura mostrava una notevole negligenza, parlava a voce alta senza rendersene conto e non rinunciava a una sola passeggiata. Quell'Ornik, si può dire, era diventato un altro Ornik.»

Copertina dell'edizione Passigli

13 febbraio 2023

Gli anni perduti del Consorzio

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i dischi si compravano dopo averne letto la recensione su una delle tante riviste di settore che affollavano le edicole. E il recensore doveva essere bravo, così abile da darti un'idea dell'album attraverso una sapiente miscela di termini tecnici e ardite metafore. I più fortunati registravano i videoclip che passavano su Videomusic, Tmc2 o MTV, ma bisognava conoscere bene la programmazione, considerato che i brani venivano trasmessi più o meno nella stessa fascia oraria. Ricordo di aver conosciuto gli Afterhours attraverso il videoclip di Voglio una pelle splendida, oppure di aver acquistato The blue moods of Spain dopo un'entusiastica recensione sul Mucchio selvaggio.
La prima volta che ascoltai il Consorzio Suonatori Indipendenti avevo poco più di dodici anni. Era la fine del 1997, forse i primi mesi del 1998: in televisione passava spesso il videoclip di Forma e sostanza, il brano che diede al gruppo un improvviso e inaspettato momento di celebrità. Una fama non cercata né desiderata, tanto che si sciolsero poco dopo: "addio C.S.I., travolti dal troppo successo", recitava un ritaglio di giornale che dovrei aver conservato da qualche parte. Tornando al videoclip, fui colpito da Giovanni Lindo Ferretti, così diverso da tutti gli altri cantanti per l'aspetto ascetico e la voce salmodiante come quella di un mistico. E subito mi entrarono nella testa quei versi, mai più dimenticati.
«Conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato.»
Sono molto legato ai C.S.I. e non solo perché li reputo tra i più grandi gruppi del rock cantato in italiano. Mi ricordano il periodo felice in cui acquistare un disco era ancora un salto nel buio. Internet era per pochi "avanguardisti" e non c'era modo di ascoltare un album senza acquistarlo, salvo qualche evento particolare. Ricordo ad esempio che i Litfiba nel 1999 presentarono Infinito durante una serata speciale su Radio 2, trasmettendo tutti i pezzi. Oggi invece si può conoscere il disco prima ancora di prenderlo; anzi, spesso l'ascolto è propedeutico all'eventuale acquisto. Forse è comodo, ma si è persa la magia del primo ascolto al buio.
I C.S.I. sono stati un gruppo sui generis. Anzi, non sono stati un gruppo nel senso classico del termine. È il loro punto di forza, per quanto possa apparire insolito. Non si è mai riflettuto abbastanza sul nome, scelto con grande cura. Ogni parola ha un chiaro significato: "consorzio" nel senso di associazione volontaria non dirigistica, la parola "suonatori" più ampia e onnicomprensiva di quella di "musicisti", l'indipendenza a voler intendere l'assenza di programmi a lungo termine. Più personalità avvinte in un progetto libero, mutevole nelle scelte e negli intenti, non legato a contratti né alle logiche del mercato. Identità diverse eppure complementari: le chitarre disturbate di Canali e quelle melodiose di Zamboni, il basso di Maroccolo che non necessita di aggettivi, le intuizioni alle tastiere di Magnelli e la perfetta sincronia delle voci di Ferretti e Ginevra Di Marco. Questo ensemble, durato meno di un decennio, ha partorito tre straordinari album in studio tra i migliori mai prodotti in Italia, oltre a due dischi dal vivo e una compilation in due volumi. Il primo album, Ko de mondo (1994), è un potente crogiolo di stili e linguaggi diversi. C'è dentro il punk (Celluloide), la canzone d'autore (Del mondo), la ballata rock (In viaggio), fascinazioni elettroniche (Occidente) e brani monumentali che si lasciano apprezzare alla distanza (Memorie di una testa tagliata). Il successivo del 1996, Linea gotica, è il disco più politico e poetico. Ricordo che lo acquistai nel 1998 pagandolo la bellezza di 27.000 lire. Al primo ascolto fu decisamente ostico: avevo tredici anni ed ero legato all'idea che rock equivalesse a fare rumore. In Linea gotica, invece, è quasi assente la batteria e le canzoni si assestano su toni soffusi e dilatati. E poi c'è L'ora delle tentazioni, uno di quei pezzi che necessitano di più ascolti per essere compresi, assimilati e infine amati. Nove minuti pazzeschi che iniziano in sussurro e terminano in un'orgia di chitarre distorte, con due voci stupende che si rincorrono.
«La casa, la chiesa, a modo e per bene, campana che suona, la notte che viene. [...] Scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo del firmamento.»
Tabula rasa elettrificata (1997) segnò un ulteriore cambiamento di registro. Ispirato a un viaggio in Mongolia di Ferretti e Zamboni, è un disco perfetto dalla prima all'ultima traccia. Brani come Ongii, Bolormaa e Gobi profumano d'Oriente, Vicini è un'epopea rock di rara potenza, Mimporta 'nasega è un manifesto, Braci e Accade sono ispiratissime.
È da quando ho aperto il blog che avrei voluto scrivere qualcosa sui C.S.I. Una recensione no, perché ne è piena la rete; di giudizi critici invece non ne sarei capace e molti più autorevoli di me li hanno già espressi. Alla fine sono uscite queste poche righe, un guazzabuglio di ricordi, pensieri e nostalgie. Niente di originale, lo riconosco: frammenti di uno scorcio finale degli anni Novanta, di un periodo solitario, curioso, sereno, conflittuale e drammatico come lo sono tutte le adolescenze. I C.S.I. sono stati una parte della colonna sonora di quegli anni perduti, assieme a Litfiba, Negrita, Diaframma, Timoria, CCCP e Marlene Kuntz, per limitarmi a band nostrane. Di musica ne ho ascoltata e acquistata molta anche dopo, eppure niente è riuscito più a regalarmi quel sapore di scoperta di un mondo nuovo. O meglio, ci sono riusciti i Sound di Adrian Borland, ma questa è un'altra storia.

Una mia personale classifica dei migliori brani del Consorzio
10. Tutti giù per terra
9. Celluloide
8. Minporta 'nasega
7. Memorie di una testa tagliata
6. Linea gotica
5. Sogni e sintomi
4. Bolormaa
3. Ongii
2. Vicini
1. L'ora delle tentazioni
Il gruppo sul retro di Ko de mondo

31 gennaio 2023

"Una passeggiata nei boschi" di Bill Bryson: a spasso nel cuore dell'America

«Allora per esempio c'era un libro che si chiamava "Sulla strada" di Jack Kerouac ed era bellissimo: tutti a fare l'autostop. Ed era molto bello letto in italiano, però con i nomi americani. Dice "quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson". E poi lo traduci in italiano e dici: "quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago". Non è la stessa cosa! Gli americani ci fregano con la lingua.»
Così ironizzava Guccini nell'introduzione alla sua Statale 17, nel celebre Album concerto del 1979 registrato assieme ai Nomadi. In queste parole è racchiusa l'idea che romanzi, film e fumetti ci hanno trasmesso degli Stati Uniti, la terra del viaggio e dell'avventura più di ogni altra al mondo. Tutti abbiamo sognato almeno una volta di fare un viaggio coast to coast attraversando cittadine sonnolente e grandi metropoli, deserti e boschi, percorrendo lingue di asfalto che sembrano voler raggiungere l'orizzonte; insomma, il mito di Kerouac, Chatwin e Least Heat-Moon è più che mai vivo nell'immaginario collettivo. La narrativa di viaggio è un genere tradizionale e ben più antico degli autori che ho citato; e se il Novecento è il secolo dei nuovi mezzi di trasporto, i viaggiatori del passato si muovevano confidando principalmente nelle proprie gambe.
Nel 1996 lo scrittore e giornalista statunitense Bill Bryson, all'epoca quarantacinquenne, decise di cimentarsi in un'avventura dal sapore classico: l'attraversamento a piedi dell'intero Sentiero degli Appalachi, da sud a nord. Sebbene fosse fuori forma e praticamente digiuno di escursionismo, non si scoraggiò di fronte alle evidenti difficoltà: si informò adeguatamente su dozzine di volumi e guide, acquistò l'attrezzatura essenziale e trovò persino un alleato disposto a seguirlo, un vecchio amico di nome Stephen Katz. Il Sentiero degli Appalachi (in inglese, Appalachian Trail) è uno dei percorsi escursionistici più celebri del mondo. Collega la Georgia con il Maine, dalla Springer Mountain fino al Mount Katahdin, attraversando ben quattordici Stati. È lungo oltre 3.400 chilometri e ogni anno centinaia di escursionisti tentano di percorrerlo impiegando quattro o cinque mesi di marcia serrata. Gli inverni rigidi degli Appalachi suggeriscono di partire agli inizi di aprile, ma c'è chi si muove alla fine dell'inverno per evitare l'altrettanto insidioso caldo torrido di luglio e agosto. La pista è larga in media un metro e attraversa principalmente aree demaniali: poco meno dell'un per cento del percorso corre su terreni privati su cui insistono servitù di passaggio. Le aree attraversate sono selvagge: colline, montagne, oscure foreste, forre, crinali scoscesi, cime e valloni. Ogni tanto si superano dighe, ponti o strade secondarie che tagliano gli Appalachi da est a ovest e consentono agli escursionisti di raggiungere qualche sparuto centro abitato per riposarsi o acquistare i generi necessari al tragitto.
Una passeggiata nei boschi (1998) è il brillante resoconto di quell'impresa. Bryson non era un esordiente della narrativa di viaggio, avendo già dato alle stampe il celebre America perduta (1989) e Notizie da un'isoletta (1996) sul suo viaggio in Gran Bretagna. È una banalità affermare che un libro faccia viaggiare col pensiero; eppure non c'è frase più efficace di questa per rendere l'idea. Bryson e Katz camminano per giorni nei boschi, dormono all'addiaccio tra bufere di neve e orsi affamati, soffrono e faticano per erte infinite, scambiano pensieri e impressioni con quanti incontrano lungo la pista, gioiscono per una cena più sostanziosa o per una mezz'ora di insperato riposo. E a noi lettori sembra di essere con loro, come se fossero davvero compagni di viaggio e non semplici personaggi di un romanzo.
La scrittura di Bryson è arguta e brillante, lo stile spazia sapientemente dal registro umoristico a quello scientifico, senza tuttavia cadere mai nel nozionismo o nello sterile enciclopedismo. Come aveva già fatto in America perduta, lo scrittore americano arricchisce il racconto con tante informazioni di carattere storico, politico, etnografico e naturalistico. La descrizione di un'autostrada che costeggia per un tratto la pista, diventa ad esempio l'incentivo per una divagazione di più ampio respiro sul processo di motorizzazione di massa negli Stati Uniti. O ancora, la vista di alcuni alberi caduti dà il via a un'amara riflessione sulle piogge acide e sul disboscamento selvaggio. Bryson è prima di tutto un acuto osservatore che in ogni situazione sa cogliere uno spunto di riflessione o anche semplicemente l'abbrivio per qualche considerazione semiseria o umoristica. L'ironia e l'autoironia sono sicuramente il registro prevalente della narrazione: tanti sono i siparietti che strappano un sorriso e a volte si ride davvero di gusto. Ci sono poi digressioni colte e considerazioni polemiche, nonché pagine di pura narrativa d'avventura. Tutti questi elementi sono perfettamente dosati, sicché Una passeggiata nei boschi è appassionante come un romanzo d'avventura, interessante come un saggio, arguto come una raccolta di aforismi, "cinematografico" come un documentario. Senza tema di smentita si può dunque affermare che l'equilibrio tra le diverse componenti sia il pregio più evidente del romanzo.

21 gennaio 2023

Ancora sui quarant'anni di Martin Mystère

Torno a parlare di Martin Mystère a distanza di tre mesi dal precedente articolo sul volume speciale dedicato a Mister Jinx. L'occasione è data dalla presenza nelle edicole di un albo celebrativo di 224 pagine che festeggia i quarant'anni della serie. Persino i sassi sanno che il primo numero della testata diretta da Alfredo Castelli, intitolato Gli uomini in nero, è apparso nell'aprile 1982. La lunga cavalcata prosegue con il numero 395 attualmente in edicola, nell'imminente attesa dello straordinario traguardo delle quattrocento uscite. C'è da dire che il quarantennale era già stato celebrato sulla serie regolare col numero 386 dello scorso aprile. Questa nuova iniziativa editoriale si inserisce invece tra i volumi fuori serie che si avvalgono del collaudato formato "magazine" della Bonelli. Si intitola Martin Mystère 40 – 1982/2022 La grande avventura ed è composto da tre storie a fumetti, due brevi e una di 96 tavole, nonché articoli e dossier a colori. La copertina, piuttosto classica come si conviene a un volume celebrativo, è opera dello storico disegnatore Giancarlo Alessandrini e raffigura Martin, la moglie Diana e il neandertaliano Java. In basso fa capolino una figura umana sghemba che sembra opera di un fumettista alle primissime armi: chi ha confidenza con la storia del fumetto italiano riconoscerà l'Omino Bufo, altra creatura partorita dalla fantasia di Castelli. Il volume diventa così l'occasione per festeggiare contemporaneamente gli otto lustri di Mystère e i cinquant'anni dell'Omino Bufo, apparso per la prima volta nel 1972 sul Corriere dei ragazzi.
L'editoriale che apre il volume è a firma di Graziano Frediani con illustrazioni di Aldo Di Gennaro e ripercorre le origini del personaggio, compresa la travagliata vicenda della scelta del nome. Per chi non lo sapesse, infatti, il personaggio doveva chiamarsi Doc Robinson, sennonché la contemporanea uscita nelle edicole di una rivista chiamata proprio Robinson costrinse Castelli e Bonelli a cambiare in corsa nome e logo della testata.
Segue una prima storia a fumetti, Lasciate fare a Java, per la sceneggiatura di Carlo Recagno e i disegni di Alfredo Orlandi. È un piacevole divertissement con protagonista Java alle prese con la preparazione di una torta per festeggiare i quarant'anni di carriera dell'amico Martin. La sua pazienza è messa a durissima prova da una sequela di eventi assurdi, scatenati dall'ingresso della prorompente Angie con un coniglio gigante. Sebbene si sviluppi su poche tavole, nella storia ci sono brevi camei di tantissimi personaggi della serie, tra cui anche i maldestri Dee e Kelly.
La vita segreta di Martin Mystère è il secondo corposo editoriale. Trentadue pagine splendidamente illustrate con immagini classiche e inedite che ripercorrono tutta la storia della famiglia Mystère, partendo dal Docteur e arrivando fino agli sfortunati genitori di Martin. Ampio spazio viene dedicato alla collaborazione di Mark Mystère con gli Uomini in nero, compresa la sua eroica ribellione dopo il massacro dei Kundingas che gli costò la vita. L'articolo prosegue con brevi ritratti di Diana, Java, Orloff e altri amici, antagonisti e comprimari. I lettori di vecchio corso conoscono bene le vicende, per cui si tratta più che altro di un utile ripasso. L'articolo è in ogni caso interessante perché non si limita a riassumere eventi noti, ma approfondisce i legami umani, familiari e amicali di Martin, aiutando a fare luce sulla complessa psicologia del personaggio.
La parte centrale e più corposa del volume contiene invece la ristampa di una storia epocale per l'evoluzione della continuità della serie, Vent'anni di Mysteri (Castelli/Alessandrini), pubblicata nel 2002. È la storia del tanto atteso annuncio del matrimonio (per la verità avvenuto nel 1995) tra Martin e Diana. Si tratta sicuramente di un tassello importante specie per i nuovi lettori o per chi vuole ripercorrere le tappe principali della serie.
La terza sezione è invece dedicata ad Alfredo Castelli, con una panoramica a tuttotondo della sua lunghissima carriera. I mille volti di Alfredo Castelli, a cura di Gianmaria Contro, è un editoriale ricco di informazioni, curiosità e immagini. Si accenna a riviste che hanno fatto la storia, come Il Giornalino, il Corriere dei ragazzi, Horror, Tilt e altre. Ci sono inoltre approfondimenti su alcuni tra i personaggi ideati da Castelli, come Gli Aristocratici e Scheletrino, nonché sulla collaborazione con testate bonelliane quali Zagor e Mister No. Alfredo Castelli compare pure nell'ultima breve storia a fumetti, La gatta di Schroedinger, su disegni di Marco Foderà. Come ho anticipato, le ultime pagine si occupano del cinquantenario dell'Omino Bufo, con la ristampa di alcune brevi strisce uscite negli anni Settanta o apparse negli anni Novanta sulla rimpianta testata Cattivik.
In conclusione, Martin Mystère 40 è un magazine fatto bene, una vera e propria enciclopedia che celebra Castelli e il suo più fortunato personaggio. Ritengo sia un volume che può essere un punto di riferimento essenziale per chi si appresta a conoscere Martin o vuole approfondire la sua storia.

10 gennaio 2023

"Il piccolo campo" di Erskine Caldwell: la tara dell'atavismo

Libro scandaloso all'epoca della sua pubblicazione (1933), a distanza di novant'anni non si è affievolita la dirompente forza letteraria che lo ha reso un classico del Novecento. E se certamente sono lontani i tempi dei processi per oscenità e del ritiro delle copie dalle librerie, indubbiamente un'opera del genere alimenterebbe tutt'oggi un fecondo dibattito. Ne Il piccolo campo Caldwell descrisse una comunità arcaica e quasi ferina, quella delle campagne della Georgia e della Carolina, nel cosiddetto Profondo Sud degli Stati Uniti. Inevitabilmente le tematiche trattate erano d'impatto e divisive: l'incesto, la febbre dell'oro, il primato del senso sulla ragione, la seduzione del denaro, le lotte sociali e politiche, lo scontro tra il mondo contadino e quello operaio. Caldwell lanciò con questo romanzo feroci strali contro la gretta provincia americana, immiserita dalla crisi economica, razzista, legata a riti arcaici, tenacemente avvinghiata alle proprie contraddizioni e incapace di evolvere.
Il piccolo campo è la storia della famiglia Walden. Ty Ty ne è il capo. Vedovo e anziano, da quindici anni scava profonde buche nel suo terreno alla ricerca dell'oro. Nonostante abbia rivoltato da cima a fondo i campi, di filoni o pepite nemmeno l'ombra. Ty Ty ha la febbre dell'oro, che per sua stessa ammissione quando prende un uomo non lo lascia più, sì che egli non può far altro che scavare, se necessario fino all'inferno. Nella sua ricerca ossessiva Ty Ty coinvolge quattro dei suoi figli, ad eccezione del ribelle Jim Leslie che ha metaforicamente trovato l'oro sposando una ricca donna di città. Il terreno dei Walden sembra un campo di battaglia, disseminato com'è di buche che minacciano di inghiottire persino la casa. Una piccola porzione di terra viene però dedicata al Signore e non è toccata dagli scavi febbrili: è il "piccolo campo di Dio" che dà il titolo al romanzo. Ty Ty è religioso e non vorrebbe lambirlo; eppure la febbre dell'oro è più forte della fede e il campo del Signore viene continuamente spostato a seconda della direzione degli scavi.
Il capofamiglia, i figli Shaw e Buck, le figlie Rosamond e Darling Jill, la nuora Griselda e il genero Will sono, sia pure a diversi livelli, personaggi elementari, rozzi, guidati da istinti primordiali. Sensualità e cupidigia sono le uniche forze che orientano le loro esistenze, prevalendo sul raziocinio e sulla morale. Ty Ty, ad esempio, sostiene di lavorare con metodo scientifico, sebbene tale presunto sapere soccomba a credenze magiche e convinzioni mistiche. Non esita pertanto a rapire un albino, convinto che sia dotato di poteri divinatori per individuare i filoni auriferi. E ancora, nonostante cerchi con tutte le sue forze di tenere unita la famiglia, non nasconde i pensieri sconci all'indirizzo della nuora. Finanche il "civile" Jim Leslie non è immune da questa tara familiare; anzi, è proprio il suo incontenibile desiderio di possedere la cognata a innescare la miccia che conduce al tragico finale. Tutti i personaggi del romanzo sono monolitici, come se fossero tagliati con l'accetta; Caldwell esaspera di ciascuno un unico aspetto del carattere, senza che per questo il racconto perda credibilità. Buck è il sanguinario, Shaw l'idiota, Jim Leslie il piccolo borghese, Will l'ottuso socialista, Darling Jill la svampita, Griselda l'oggetto del desiderio, Rosamond la moglie devota e tradita.
In generale non amo le opere disturbanti, si tratti di film o libri. La violenza e l'estremo non mi appassionano, così come non sono attratto dalle storie al limite o dal turpiloquio. Per tale motivo mi sono avvicinato con circospezione a questo romanzo che tratta tematiche per l'appunto disturbanti come le relazioni incestuose. Sono invece rimasto piacevolmente sorpreso. La grandezza di Caldwell risiede a mio avviso nel saper dosare vari registri, dall'ironico al tragico, dal grottesco al popolare, senza che l'uno domini sull'altro. Prevalgono i dialoghi e il narratore onnisciente si limita a brevi interventi; è dunque evidente che Caldwell non abbia voluto scandalizzare a ogni costo, né provocare la reazione indignata del lettore. Egli si è limitato a descrivere la miseria umana e l'ignoranza, lasciando a noi ogni possibile conclusione.
Vecchia edizione Bompiani

30 dicembre 2022

(Anche) il pop è una cosa seria: le "canzoni da ricordare" degli Scritti Politti

Gli Scritti Politti sono la creatura di Green Gartside, leader indiscusso e deus ex machina del progetto. Oggi quasi dimenticati, con Songs to remember (1982) e Cupid & Psiche 85 (1985) hanno scritto pagine importanti della musica degli anni Ottanta, collocandosi tra i migliori esponenti di un genere a metà strada tra il synth-pop e il cosiddetto art-pop. Musica raffinata dalle sonorità ricercate e tuttavia non troppo ostica per il grande pubblico. Il nome e gli esordi, però, lasciavano presagire altro: Scritti Politti è una voluta storpiatura degli Scritti politici di Gramsci. D'altronde, il loro primo singolo del 1978 si intitolava Shank bloc Bologna ed era un omaggio al Movimento italiano del '77. Il gruppo di Gartside si inseriva dunque nel discorso già portato avanti da band fortemente ideologizzate e schierate a sinistra del partito laburista, come Sham 69, Redskins e ovviamente Clash. Già dal primo 45 giri, tuttavia, si avvertiva una certa eccentricità rispetto alla radicalità e all'intransigenza del movimento punk, come confermato poi con il primo LP che rappresentò una vera e propria inversione di tendenza. Va da sé che se oggi parliamo ancora di questo gruppo, ciò è dovuto proprio alla scelta di virare verso il sophisti-pop; fossero rimasti fedeli alla linea degli esordi, probabilmente sarebbero ricordati appena da qualche archeologo della stagione punk.
Come già accennato, Songs to remember è un disco pubblicato nel 1982. Intorno all'ingombrante personalità di Green Gartside (voce e chitarre) si muovevano diversi musicisti, sebbene fosse proprio il leader l'autore di tutti i brani e dei sofisticati arrangiamenti. Si parte forte con Asylums in Jerusalem, brano dall'incedere sincopato in pieno stile ska/reggae. Il livello si alza subito con la successiva A slow soul, in cui la calda voce di Green è impreziosita e accompagnata dal sassofono di Jamie Talbot. Jacques Derrida, invece, potevano averla scritta i Beatles. È evidente l'influenza del quartetto di Liverpool, sebbene la coda elettronica finale segni un improvviso cambio di ritmo. Il testo ripropone tracce del passato politicizzato della band, filtrate tuttavia dall'ironia.
«I'm in love with a Jacques Derrida / read a page and know what I need to […] / I'm in love with militante / reads Unità and reads Avanti.»
Si cambia ancora con Lions after slumber, un raffinato synth-pop che esalta il grande lavoro del bassista, su cui si appoggiano le tastiere. Meno brillante Sex, caratterizzata da esuberanti coretti femminili in controcanto. I cori si ripetono nella successiva Faithless, per me l'apice del disco: un perfetto equilibrio fra voci, un pezzo soul che va ascoltato in cuffia per coglierne ogni sfumatura. Le influenze beatlesiane tornano in Rock-a-boy blue, che cala i Fab Four in un'atmosfera jazzata con tanto di assolo finale di contrabbasso. Gettin' havin' & holdin' ha un incedere che va dal funk al reggae, oscillando tra echi del passato e raffinatezze elettroniche. Si chiude con la celebre The sweetest girl, perfetta per i passaggi radiofonici. 
Già il titolo del disco è una dichiarazione di intenti, prima ancora che un proclama e una provocazione: Songs to remember, "canzoni da ricordare". Si dice di alcuni album che o li si ama o li si odia. Il primo lavoro di Gartside & soci rientra in questa categoria, destinato a dividere radicalmente pubblico e critica. In realtà, se non ci si lascia scoraggiare dal primo ascolto, si scoprirà un disco vario e ricco di intuizioni felici (se non addirittura geniali), un caleidoscopio di suoni che spaziano dall'art-pop al reggae, dall'elettronica al jazz, con spruzzate di funk e soul. Un lavoro decisamente figlio del suo tempo, tuttavia ancora piacevole per la proficua commistione di generi e ritmi. Tutto era cominciato con un gruppo che voleva imitare i Clash e che è riuscito a registrare un album pop praticamente perfetto. Vi sembra poco?

18 dicembre 2022

"Lord Jim" di Joseph Conrad: non si fugge dalla colpa

Il Patna è una nave "rugginosa come una vecchia tanica" su cui sono imbarcati ottocento pellegrini in viaggio spirituale. Jim, di cui non conosciamo il cognome, ne è il primo ufficiale, sotto l'imperioso comando di un rinnegato tedesco. L'armatore sa che il Patna è poco più di un rottame, ma per sete di denaro accetta di caricarlo all'inverosimile di uomini, donne, anziani e bambini, attratti dai benefici mistici del pellegrinaggio. Nel corso di una notte apparentemente tranquilla, lo scafo del Patna impatta contro qualcosa che galleggia a pelo dell'acqua. Si apre uno squarcio e la nave sembra sul punto di colare a picco, sostenuta miracolosamente a galla da una paratia marcia. Il capitano e gli altri sgherri dell'equipaggio non hanno dubbi in merito al da farsi: anziché pensare alla sorte degli inermi passeggeri, calano in acqua una sola scialuppa per salvare la pelle, lasciando gli ottocento pellegrini a bordo della nave in procinto di affondare. Jim sulle prime esita, conscio dell'estrema gravità del comportamento dei suoi compagni. Infine, spinto da una forza irrazionale e invincibile, salta e si mette in salvo. Contro ogni pronostico, però, il Patna non affonda e viene rimorchiato da un bastimento francese di passaggio. La verità non tarda a emergere e i membri dell'equipaggio vengono sottoposti a processo.
Jim è un uomo che non si perdona il gesto, pure umanissimo, di essere fuggito. Per lui non c'è giustificazione che tenga: né la paura né l'incoscienza valgono a scagionarlo. Si ritira allora a Patusan, nelle foreste della Malesia, in mezzo a nativi tagliati fuori dalla civiltà che non possono sapere di quale colpa si sia macchiato l'uomo bianco che essi rispettano con il nome di tuan Jim, che significa pressappoco lord Jim. Filo conduttore di questo celebre romanzo di Conrad è dunque il tema della colpa da espiare. Il protagonista è il più intransigente giudice dei propri comportamenti: non si assolve, non cerca attenuanti o scriminanti. Se volessimo utilizzare una categoria cara ai criminologi, potremmo dire che Jim non attua meccanismi di neutralizzazione del conflitto, a differenza dei suoi sodali. Il capitano e gli altri membri dell'equipaggio tendono a minimizzare il danno, a negare la stessa umanità della vittima, a delegittimare i giudici e a negare la propria responsabilità. Jim invece non si perdona e anzi si autoinfligge la pena suprema per un marinaio: l'esilio volontario dal consorzio dei suoi simili, l'addio alla marineria e il ritiro sulla terraferma. Ciononostante, egli non sarà mai sereno, perché la colpa lo seguirà fino alla prematura fine. È questo forse l'aspetto più moderno del romanzo di Conrad, a torto considerato un semplice racconto d'avventura. In Lord Jim c'è l'azione, ma il più si svolge nella coscienza turbata del protagonista. Jim è moderno nella misura in cui è un antieroe, un uomo che ha perduto la propria identità e vaga nel mondo senza potersi scrollare di dosso il senso di fallimento e inettitudine.
Conrad utilizzò un curioso espediente narrativo: la vicenda è infatti raccontata da Marlow, amico e confidente di Jim, agli avventori di un'osteria in un porto orientale. Il pubblico di Marlow è muto e immaginario, finendo di fatto con l'identificarsi nello stesso lettore. La scelta di utilizzare un punto di vista terzo rende a tratti faticosa la lettura, in quanto il continuo intersecarsi di piani temporali e narrativi richiede nel lettore un notevole sforzo d'attenzione. Come ho già scritto, è improprio parlare di un romanzo d'avventura. Lord Jim non è un libro leggero, affronta anzi tematiche complesse e controverse con uno stile tutt'altro che immediato.
Concludo con una considerazione personale. Negli anni il volume è stato presentato da diverse case editrici come libro per ragazzi. Potrei capire se si trattasse di una riduzione o di un adattamento, ma le edizioni che ho avuto modo di vedere erano integrali e non differivano in nulla dal testo originale, se non per la presenza di qualche illustrazione. Ritengo che non sia un libro "digeribile" da un bambino o un adolescente, sia per le tematiche trattate che per il ritmo lento e lo stile aulico. Penso che per avvicinare un giovane alla lettura sia necessario offrirgli opere accattivanti e vicine alla sua sensibilità. Non parlo necessariamente di libri leggeri, ma fra tutte le possibili scelte Lord Jim non è la più adatta. Il mio giudizio probabilmente è inquinato dall'esperienza personale: pur avendolo letto in età adulta, ho faticato a concluderlo. Si tratta ovviamente di un grande classico, eppure in una biblioteca ideale inserirei altre opere dello scrittore anglo-polacco.

6 dicembre 2022

Roma da (ri)scoprire n. 7: il "piccolo Pantheon"

Come ho già scritto, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa che spesso sfugge al viaggiatore distratto o frettoloso, nonostante costituisca un unicum nel patrimonio artistico romano.
La chiesa di San Bernardo alle Terme si trova nell'omonima piazzetta, tra via Nazionale e via Venti Settembre, a due passi dal largo di Santa Susanna, dalla celebre Fontana del Mosè e dalla chiesa di Santa Maria della Vittoria. È collocata in posizione defilata e patisce la presenza delle automobili in sosta; piazza di San Bernardo è infatti adibita a parcheggio, circostanza che penalizza il luogo di culto.
I lavori per la costruzione della chiesa iniziarono nel 1598 per volere di Caterina Nobili Sforza di Santa Fiora, che fece adattare allo scopo uno dei quattro torrioni angolari delle Terme di Diocleziano. Secondo un'altra versione, l'edificio era in origine un'aula circolare compresa nel recinto esterno delle terme. Da ciò, com'è ovvio, la denominazione di San Bernardo "alle Terme". Sin dalla sua fondazione è stata amministrata dall'Ordine cistercense, i cui monaci tuttora vivono nel monastero a latere.
All'esterno si presenta col corpo cilindrico sormontato da un tamburo ottagonale decorato con stucchi. La semplice facciata è senza finestrature e segue l'andamento cilindrico, con lesene, nicchie vuote e un affresco che sormonta il portale appena sopra il timpano. La facciata ispira al tempo stesso rigore e armonia.
L'interno, a pianta circolare, è sovrastato da una vertiginosa cupola di oltre venti metri di diametro a cassettoni ottagonali che si rimpiccoliscono verso l'apertura sommitale. Scontato il riferimento a un ben più celebre monumento che è valso alla chiesa il soprannome di "piccolo Pantheon". L'interno è stato rimaneggiato nei secoli XVIII e XIX, ma «conserva integra la sua originale suggestiva spazialità di chiara ascendenza palladiana», come spiega un opuscolo che è possibile acquistare in loco con una modica offerta.
La suggestiva cupola

All'interno si viene colpiti da tre elementi: la cupola, il bianco accecante e le statue. Il colore bianco è ovunque: pareti, capitelli, modanature in stucco, statue e cupola. Le uniche note di colore sono le due pale d'altare di cui parlerò fra poco. In grandi nicchie sono collocate, secondo un ordinamento circolare, otto gigantesche statue in stucco opera di Camillo Mariani (1567-1611), alte circa tre metri. Sono raffigurati Sant'Agostino mentre legge un libro, Santa Monica in abiti da suora, Santa Maria Maddalena, San Francesco che volge lo sguardo sofferente verso un crocifisso, San Bernardo che sorregge in una mano il modellino della chiesa, Santa Caterina d'Alessandria con le ricche vesti e la corona che testimonia la sua origine nobiliare, Santa Caterina da Siena e infine San Girolamo. Quest'ultima è la più celebre delle statue: il Santo è raffigurato intento a scrivere, emaciato e assorto, circondato da rocce che alludono al suo eremitaggio nel deserto.
Come ho precisato, le uniche note di colore sono le pale dei due altari laterali, entrambe attribuite a Giovanni Odazzi (1663-1731) e risalenti agli anni 1705-10. La prima raffigura Cristo che abbraccia San Bernardo, mentre la seconda è lo Sposalizio mistico di San Roberto con la Vergine. San Roberto è uno dei fondatori dell'Ordine cistercense ed è raffigurato in ginocchio mentre riceve un anello dalla Vergine, simbolo di protezione. Le tele sono incorniciate da colonne in marmo verde venato che probabilmente provengono dalle Terme di Diocleziano. Capitelli e angeli della trabeazione sono attribuiti al Mariani.
Le due pale degli altari laterali
L'altare maggiore è di fronte all'ingresso, ricavato in una apertura circolare. Dietro si erge un imponente coro con gli stalli in noce, completato alla fine del XVII secolo. Diversi i monumenti funebri degni di nota, tra cui quelli del religioso Jean de la Barrière e dello scultore Carlo Finelli, opera di Rinaldo Rinaldi.
A destra dell'altare maggiore una porticina conduce a un'aula rettangolare, una piccola e silenziosa cappella dedicata a San Francesco, ideale luogo di raccoglimento. La scultura sull'altare, raffigurante Francesco in estasi, è opera di Jacopo Antonio Fancelli, scultore allievo del Bernini. Il soffitto della cappella è riccamente decorato a stucco con motivi floreali e vegetali.
Sono tanti dunque i motivi per visitare questo gioiello nascosto, di solito aperto per buona parte della giornata e anche di domenica.
La cappella dedicata a San Francesco
Particolare della facciata
La cupola da un'altra prospettiva

23 novembre 2022

Smarrire la fede: "I sovversivi"

Nella ricchissima produzione cinematografica nostrana degli anni Sessanta e Settanta alcune pellicole sono invecchiate benissimo, altre risentono un po' degli anni e infine ci sono quelle che non hanno più niente da dire. Le prime vanno guardate con l'occhio del critico, le seconde si adattano ai nostalgici, le terze possono stimolare al più qualche velleità archeologica. Personalmente ritengo di non appartenere a nessuna di queste categorie: quando guardo un vecchio film, cerco semplicemente qualcosa che possa incoraggiare una riflessione, magari in relazione al presente. E invero sono tanti i lungometraggi, sia pure figli del proprio tempo, che a distanza di oltre quarant'anni sono ancora in grado di dirci qualcosa, se non addirittura di interpretare angosce e sentimenti dell'uomo contemporaneo. Questo è forse il tratto distintivo di molte opere dei fratelli Taviani che dialogano egregiamente con il tempo presente, pur occupandosi di eventi storici lontani. Tre esempi su tutti: San Michele aveva un galloAllonsafàn e I sovversivi.
Proprio di quest'ultimo vorrei parlare, facendo una premessa: per uno strano paradosso è forse il film che appare più "datato". Ho parlato di un paradosso perché, dei tre, è ambientato in un anno a noi più vicino, il 1964. Ciononostante, i protagonisti degli altri due film, Giulio Manieri e Fulvio Imbriani, pur essendo uomini dell'Ottocento, mi sono sembrati più vicini alla sensibilità contemporanea per un tormento indefinito che non sa trasformarsi in azione e forza propulsiva. San Michele aveva un gallo, Allonsafàn e I sovversivi sono, sia pure a livelli e intensità diverse, opere magistrali sul disinganno e il disimpegno, sulla fine degli ideali e l'amara scelta di mettere i sogni in disparte. I sovversivi è stato il primo lavoro in cui i fratelli Taviani hanno affrontato queste complesse tematiche; uscito nel 1967, è stato il loro esordio in tandem alla regia, dopo aver collaborato assieme a Valentino Orsini.
Fine agosto 1964, in una Roma torrida e confusa si celebrano i funerali del segretario del PCI Palmiro Togliatti, morto pochi giorni prima a Jalta, in Crimea. La camera ardente e le esequie sono un momento di partecipazione e lutto collettivo che coinvolge giovani e vecchi militanti, donne e uomini provenienti da ogni parte del mondo. Tra questi, ci sono i personaggi del lungometraggio. Ne I sovversivi non c'è un solo protagonista, perché il film si compone di più storie tra loro slegate che tuttavia si riuniscono nella scena finale dell'incedere del feretro tra due ali di folla. Sebastiano è un piccolo funzionario di partito, devoto alla causa, dotato di una fede politica incrollabile, da lui vissuta come e più di una religione: pur essendo un comunista, ha atteggiamenti e pensieri piccolo-borghesi. Durante il viaggio a Roma scopre che la moglie Giulia ha tendenze omosessuali e in pochi giorni il suo castello di certezze granitiche va in fumo. Lo stesso contrasto tra conservazione e rivoluzione contrappone Muzio a Ermanno. Il primo è un fotografo incaricato di fare un reportage sui funerali di Togliatti; anche lui, come Sebastiano, vive la fede politica e la professione senza dubbi, nel pieno conformismo di tecniche e idee. Ermanno, l'amico e collaboratore interpretato da Lucio Dalla, è invece critico verso il partito e, più in generale, verso tutto ciò che è considerato socialmente accettato o auspicabile. È sposato con una donna più grande contro la volontà dei genitori e inoltre ha idee innovative e antiaccademiche anche sull'arte e la fotografia. Poi c'è Ettore, interpretato da Giulio Brogi, un oppositore politico venezuelano nascostosi a Roma per sfuggire alla polizia del suo Paese. Dopo due anni lontano da casa ha quasi dimenticato le ragioni che l'hanno portato a essere un latitante, la sua fede è smarrita o comunque affievolita. Con l'arrivo dei compagni venezuelani a Roma, si troverà a dover scegliere tra la fedeltà a ideali che gli appaiono superati e l'amore puro e incondizionato di Giovanna. Infine c'è Ludovico (un bravissimo Ferruccio De Ceresa), regista impegnato a ultimare un film su Leonardo da Vinci. Ludovico vorrebbe dirigere un lavoro all'avanguardia, ma le sue precarie condizioni di salute e gli inestricabili dubbi esistenziali lo bloccano in una gabbia.
Per tutti i personaggi del film il viaggio a Roma non è soltanto un atto di omaggio o cordoglio: ognuno ha un motivo diverso per andare ai funerali di Togliatti, ciascuno ha una crisi d'identità da dipanare, un dramma personale da affrontare. Devono fare i conti con se stessi, perché la morte del segretario segna lo smarrimento dei loro ideali. Nel film Togliatti non è un politico, né il segretario del PCI e neppure semplicemente un uomo: egli è il monolite delle certezze, rappresenta il pilastro degli ideali immutabili a cui i protagonisti del film cercano disperatamente di aggrapparsi. Le lacrime che versano davanti alla bara non sono un omaggio d'addio al leader, piuttosto la manifestazione tangibile, si potrebbe dire corporale, di uno smarrimento che è al tempo stesso collettivo e individuale.
Una locandina del film

11 novembre 2022

"Villa di delizia" di Carlo Castellaneta: un dramma borghese

Castellaneta pubblicò Villa di delizia nel 1965, a trentacinque anni, quando aveva già alle spalle due significativi romanzi di formazione, Viaggio col padre e Una lunga rabbia. Mentre questi ultimi guardavano al presente, all'Italia del dopoguerra tra lotta politica e boom economico, Villa di delizia era invece un romanzo storico in controtendenza. Si tratta di un racconto ambientato al tramonto dell'età umbertina, fino ai tragici moti del maggio 1898. Di lì a due anni, come noto, la mano vendicatrice di Gaetano Bresci chiuderà definitivamente una stagione di chiaroscuri.
Il libro si snoda su due piani, il collettivo e l'individuale, la vicenda pubblica e quella privata. Gli scontri di piazza e le rivolte popolari non sono il fulcro della narrazione, piuttosto costituiscono la cornice storica entro cui Castellaneta fa muovere i suoi personaggi. Soltanto le ultime pagine sono dedicate ai moti che condurranno alla strage ordita dal generale Bava Beccaris. Lo scrittore meneghino conferma dunque la sua predilezione verso il mondo anarchico, socialista e operaio, sublimata qualche anno dopo ne La paloma. Se pure emerge la sua vocazione a raccontare gioie e dolori dei ceti popolari, Villa di delizia è prima di tutto il romanzo dell'alta borghesia milanese della fine del secolo decimonono. Il titolo è una vera e propria dichiarazione d'intenti: erano infatti chiamate "ville di delizia" le residenze estive di campagna dell'aristocrazia e della rampante borghesia industriale e finanziaria milanese. La vicenda scandalosa raccontata da Castellaneta si dipana proprio tra il grande appartamento nel centro cittadino e la lussuosa magione di Canonica Lambro, nella verde Brianza.
«Da mesi, la sera, ci corichiamo in tre.»
Luigi e Fernanda Solbiati sono una coppia perfetta e senza macchie, almeno all'apparenza. Ricchissimi, ancora giovani, ben inseriti nella società e con amicizie influenti, sono rispettati e invidiati. In realtà, dietro la facciata delle convenzioni borghesi, si nasconde una torbida verità. Fernanda è vittima delle perversioni erotiche e dei tradimenti del marito. Sebbene anche lei abbia un amante, è Luigi a tenere saldamente in mano i fili del gioco, piegando la moglie a ostinati capricci e incontenibili voglie. Il culmine dell'abiezione è raggiunto quando Luigi si invaghisce di Celestina, una popòla appena sedicenne, figlia di un portinaio e sorella di un fervente socialista. La ragazza viene coinvolta in un peccaminoso rapporto a tre che fa precipitare i protagonisti in un abisso di depravazione e perversione. La condotta di Luigi non è dettata semplicemente da lussuria e concupiscenza, ma cela un progetto ben preciso, tanto abietto proprio perché tenacemente perseguito. Umiliando Celestina, vuole punire la moglie e imporre il suo potere sulle classi inferiori, affermarsi come uomo e come padrone in spregio alla morale corrente e al di sopra delle leggi umane e naturali. Eppure anche la sua ribellione, come tutte le cose umane, sarà destinata ad annegare nel gorgo del tempo, questo sì spietatamente egualitario più di qualsiasi rivoluzione.
«Assisteremo dai nostri posti numerati ad altre regate e rivoluzioni, a concorsi ippici e tumulti plebei, per altre estati spierò dal terrazzo il suo schiocco di frusta alla curva del Lambro, avremo tutto meno la cosa che insieme abbiamo distrutto, avremo mille false ragioni di vivere, e di nuovo andando saremo immobili, senz'altro sollievo di saperci salvi, nel gran vuoto che ci circonda, per arrivare illesi alla morte.»
In merito allo stile, ci sarebbe da fare un discorso lungo e articolato, per il quale non ho le necessarie competenze. Semplificando all'osso, in Villa di delizia si alternano due diversi registri linguistici, quello raffinato della ricca borghesia e quello popolare delle classi meno abbienti, spesso infarcito di errori o espressioni grossolane. Castellaneta fa ampio uso del dialetto, a cui attribuisce una funzione di livellamento sociale, in quanto è parlato da tutti i suoi personaggi. Se l'uso del dialetto è naturalmente il modo esclusivo di esprimersi delle classi popolari, padroni e aristocratici non lo disdegnano, magari per dare maggiore veemenza ai concetti che intendono esprimere. Non si contano le volte in cui si ripetono parole come ligera, tosa, popòla, cadrega, oppure verbi come barbellare e simili.
Villa di delizia è dunque il romanzo meneghino per eccellenza. D'altronde, Milano è assoluta protagonista in tutti o quasi i libri di Castellaneta, dai già citati volumi d'esordio a opere più mature come La paloma e Notti e nebbie. Al contempo, si tratta di un libro che ha i toni impietosi del j'accuse contro l'alta borghesia milanese di fin de siècle, destinata a costituire l'ossatura della classe dirigente del Paese dal fascismo fin quasi ai giorni nostri. Una borghesia arrivista, cinica, vuota, malata di ostentazione e onnipotenza, che coltiva i propri sogni di prevaricazione nel chiuso di un appartamento o nel dorato sepolcro di una villa di campagna.
Edizione B.U.R. 1975