25 maggio 2023

Una stagione irripetibile: ricordi di rock progressivo italiano

Chiunque ami la musica del passato si sarà imbattuto almeno una volta nel famigerato progressive. Amato e odiato allo stesso tempo, esaltato da certi puristi della tecnica e ripudiato da altri, era il fumo negli occhi per la generazione punk.
«Fanculo qualsiasi tecnica, ciò che importa è l'anima di chi suona e non la qualità dello strumento.»
Così affermava Giovanni Lindo Ferretti all'epoca dei CCCP, e non ci sono dubbi che la sua stoccata fosse rivolta ai mostri sacri progressivi del decennio precedente. A pensarci bene, come dargli torto? È più che legittimo che non tutti digeriscano il rock sinfonico/barocco, le suite di venti minuti, i lunghissimi strumentali che occupano un'intera facciata, le combinazioni flauto/sintetizzatore, i concept album che raccontano storie più o meno strampalate e così via. Eppure non si può ignorare che il progressive nel nostro Paese abbia avuto un successo straordinario, sì che non ha più senso discettare sul se sia stato mero sfoggio di tecnica o espressione artistica genuina.
Venire a sapere che in Italia c'era stata negli anni Settanta una stagione rock fu per me una scoperta sensazionale. Credo fosse il 2001 quando sul settimanale Musica! allegato a La Repubblica uscì un articolo sugli Area, in occasione della ristampa in cd del loro catalogo da parte della Edel. In quell'articolo erano menzionati altri gruppi a me sconosciuti e si parlava di anni mitologici in cui il rock italiano poteva competere con quello inglese. All'epoca non avevo internet e di rock italiano conoscevo quello che passavano Videomusic e MTV: Litfiba, Afterhours, Marlene Kuntz, Üstmamò, C.S.I., Negrita e pochi altri. Decisi di procurarmi immediatamente Arbeit macht frei degli Area; lo trovai a Supernova Records, un negozio fantastico che oggi purtroppo non c'è più. L'impatto fu traumatico: del rock avevo un'idea piuttosto grezza e non ero abituato a una musica così "difficile". Eppure non mi feci scoraggiare. Per un periodo diventai anch'io un appassionato di rock progressivo e mi procurai un mucchio di dischi, prevalentemente italiani e qualche inglese: Area, Banco, PFM, Osanna, Perigeo, New Trolls, Trip, Le Orme, Museo Rosenbach, Rovescio della Medaglia, Van der Graaf Generator, Genesis, Gentle Giant, Affinity, Curved Air, per citarne alcuni.
Alcuni non li ascolto più da anni, altri sono entrati di diritto tra i miei preferiti di tutti i tempi. A tal proposito, quella che segue non vuole essere una classifica, né un elenco dei dischi di prog italiano che non possono mancare in una collezione che si rispetti. Più semplicemente, si tratta di tre grandi album italiani che meritano di essere ascoltati a prescindere da qualsiasi discorso su generi e preferenze. Il primo è Forse le lucciole non si amano più, della Locanda delle Fate. Correva l'anno 1977 e la grande stagione del progressive tricolore era già finita. Fuori tempo massimo, per giunta in un Paese scosso da opposti estremismi e violenze, questo settetto piemontese tirò fuori dal cilindro un LP sognante, etereo ma al tempo stesso deciso, un suono corposo che accompagna testi malinconici che ricordano il "profumo di colla bianca", per citare uno dei brani. Una perfetta alchimia di chitarre e tastiere, arricchita da una delle migliori voci dell'epoca. 
Il primo e omonimo del Biglietto per l'Inferno, datato 1974, fu per me una folgorazione. Lo acquistai un sabato d'inverno, senza conoscere nulla di quella band dal nome accattivante. Mi aspettavo un suono simile a quello dei mostri sacri del genere e invece scoprii un lavoro pazzesco dalle tinte hard, con la chitarra elettrica in evidenza e testi coraggiosi e controcorrente. L'ho ascoltato così tante volte che pezzi fantastici come Il nevare, Confessione e Una strana regina sono ancora ben impressi nella mia mente.
Concludo con Aria, di Alan Sorrenti (1972). Fu una rivoluzione nel panorama musicale dell'epoca, un crogiolo di suoni e poesia, un disco d'avanguardia eppure per niente ostico. La suite che dà il titolo all'album dura oltre diciannove minuti ma non conosce neppure un calo d'ispirazione. Aria è Napoli che incontra Londra, la tradizione che abbraccia la sperimentazione, una voce eccelsa e mai di maniera. Fosse stato pubblicato nel Regno Unito, oggi sarebbe ricordato come uno dei più grandi dischi prog di sempre.
Locanda delle Fate - Forse le lucciole non si amano più - 1977

12 maggio 2023

"Festival": ho visto anche dei comici tristi

È comune la curiosità di vedere un attore comico recitare in un film drammatico. Spesso anch'io mi sono chiesto quale sarebbe il risultato se alcuni interpreti di certe commedie all'italiana venissero assoldati in produzioni di spessore. Attori solitamente impegnati in spettacoli comici potrebbero riservare delle sorprese? Oppure l'essere conosciuti solo per ruoli brillanti o caricaturali li renderebbe poco credibili in opere drammatiche? Evidentemente siamo in molti a porci queste domande, se persino alcuni registi ci hanno provato.
Per il suo Festival (1996), Pupi Avati affidò a Massimo Boldi il ruolo del protagonista. L'attore, volto noto della commedia all'italiana e protagonista di innumerevoli "cinepanettoni", era al suo primo (e finora unico) ruolo drammatico. Il risultato fu sorprendente, sebbene la risposta del pubblico fu più tiepida di quella dei critici, come spesso accade in casi simili.
Boldi interpreta Franco Melis, un comico ormai sul viale del tramonto, stanco, disilluso e praticamente dimenticato dal grande pubblico. Fino a quindici anni prima era invece una celebrità: le sue commedie sbancavano i botteghini, i paparazzi lo assediavano, era presenza fissa nei talk show e gli era stata affidata persino la conduzione del programma della domenica pomeriggio su Rai Uno. Vicende giudiziarie, la separazione dalla moglie e il cambiamento dei gusti del pubblico l'hanno però condannato a un rapido oblio. Dalle stelle alle stalle, come si suol dire. Franco però, sia pure con rammarico, ha infine accettato un presente fatto di sagre di paese e misere comparsate in locali di infimo livello. Fino a quando, inaspettatamente, un lungometraggio indipendente in cui ha recitato solo per il misero cachet viene selezionato al Festival del cinema di Venezia, dandogli un'ultima chance di tornare alla ribalta.
Festival è in primis il ritratto amaro e tenero di un uomo ferito dalla vita, rassegnato senza rimpianti al ruolo di comparsa, al contempo tenacemente aggrappato alle ceneri della passata celebrità. Non c'è rancore in Melis, né risentimento verso quanti l'hanno abbandonato; pur con le sue fragilità, resiste agli schiaffi che la vita gli riserva. E quando il destino beffardo gli gioca l'ultimo tiro, con grande dignità volta le spalle e lascia la scena, trovando conforto negli affetti più sinceri. Come attestato da autorevoli critici, Boldi è perfettamente calato nel ruolo e dimostra di essere un attore validissimo anche – soprattutto, direi – fuori dai ruoli comici che l'hanno reso celebre. I suoi silenzi malinconici, i sorrisi tirati e l'incedere stanco comunicano più di mille parole: sono atti d'accusa contro l'apparenza, l'intellettualismo di facciata e l'ipocrisia del mondo dello spettacolo.
Da ricordare anche le interpretazioni degli altri attori, da Margaret Mazzantini (l'ex moglie Carla) ad Alberto Di Stasio (il rivale Leo). Spicca inoltre Gianni Cavina, nel ruolo di Renzo Polpo, l'ineffabile agente di Melis. Renzo è l'angelo custode del comico, l'unico nell'ambiente che gli vuole veramente bene. In un mondo di opportunisti e voltafaccia, Renzo è uno vero. Onesto fino al midollo, anche e soprattutto intellettualmente, non esita a farsi da parte quando il successo bussa di nuovo alla porta di Melis. Un'interpretazione pura e commovente che valse a Cavina il Nastro d'argento al miglior attore non protagonista.
Festival è un film che negli anni non ha perso nulla della sua freschezza. Anzi, azzardo che è più attuale oggi rispetto al 1996. Viviamo nella società della celebrità usa e getta, in cui perfetti sconosciuti possono diventare famosi dalla sera alla mattina, magari per un video "virale" condiviso da milioni di utenti in tutto il mondo. Così come si afferma, questa fama sparisce alla medesima velocità, per giunta senza lasciare traccia. Le meteore ci sono sempre state, come venivano chiamate in un programma televisivo della mia adolescenza, eppure mai certe stelle sono state così effimere come ai giorni nostri. La differenza sta nel fatto che Franco Melis, rispetto ai personaggi da quattro soldi dell'era social, è un gigante capace di resistere ai rovesci della fortuna senza mai affondare.

30 aprile 2023

"Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: l'altopiano del tempo smarrito

In questa società impoetica che guarda ossessivamente al futuro e considera il voltarsi indietro come una debolezza, leggere o riprendere in mano i classici della letteratura d'avventura è quasi un gesto eversivo. Eppure non bisogna dimenticare che il filone avventuroso di fine Ottocento è stato il brodo di coltura in cui sono nate molte idee successivamente sviluppate dal cinema e dai fumetti. Il mondo perduto di Conan Doyle ne è l'esempio perfetto: non si contano le opere letterarie, cinematografiche e figurative che ha ispirato in oltre un secolo, a cominciare da Jurassic Park, uno dei più grandi successi degli anni Novanta. Nonostante sia indubbiamente figlio dell'epoca in cui fu scritto, rimane un classico godibile ed emozionante.
La vicenda è arcinota. Edward Malone, giovane reporter della Daily Gazette, vuole realizzare un'impresa eccezionale per dimostrare alla donna che ama di essere un eroe senza macchia e senza paura. L'occasione della vita gli si presenta nelle vesti del professor Challenger, un antropologo e zoologo dal carattere difficile, un misantropo ignorato dalla comunità scientifica. L'ostilità nei suoi confronti origina dal fatto che qualche anno prima, di ritorno da una spedizione in Sud America, aveva raccontato di essere approdato in una terra sconosciuta abitata da animali preistorici, senza tuttavia fornirne alcuna prova. Ovviamente nessuno gli aveva creduto; anzi, i suoi colleghi l'avevano irriso pubblicamente, facendolo sprofondare in uno stato di apatia e frustrazione. Il giornalista invece mostra di credere alla bislacca storia e così il professore, desideroso di riscatto, organizza una seconda spedizione nella terra perduta. Anche Malone si imbarca, assieme a un soldato di ventura di nome Roxton e al professor Summerlee, acerrimo rivale di Challenger. Dopo un viaggio estenuante, i quattro raggiungono nel cuore dell'Amazzonia il misterioso acrocoro, ossia l'altopiano circondato da ripidi contrafforti montuosi dove vivrebbero le creature preistoriche. Senza svelare altro della trama, basti dire che le scoperte dei coraggiosi esploratori superano di gran lunga quanto è lecito immaginare.
Il mondo perduto fu pubblicato nel 1912, in un'Europa gaia e giuliva che di lì a poco sarebbe precipitata nella tragedia della Grande Guerra. Come ho scritto, il libro è figlio del suo tempo, in senso positivo e negativo. In primis, emerge dalle sue pagine una sconfinata fiducia nella scienza, nella tecnica e nell'intelligenza umana. La Londra dei treni e delle ciminiere si erge come il polo della civiltà, cui si contrappone la rozza e selvaggia foresta amazzonica, amena ma pericolosa, insidiosa e primitiva. Conan Doyle inoltre fu influenzato dalle letture di Darwin e Spencer, le cui teorie evoluzionistiche sono oggetto di dibattito tra i membri della spedizione. Anche il tema delle ricerche antropologiche e delle straordinarie scoperte archeologiche era d'attualità in quegli anni; con ogni probabilità lo scrittore scozzese trasse ispirazione dalla vicenda reale di Hiram Bingham, archeologo statunitense che nel 1911 "riscoprì" le rovine di Machu Picchu destando meraviglia e interesse in tutto il mondo.
Altri aspetti del romanzo, invece, si scontrano con la sensibilità moderna. In primo luogo, emerge dalle pagine una certa ideologia colonialista e finanche razzista. Basti pensare alla sufficienza con cui i protagonisti trattano gli aiutanti indigeni, oppure al senso di superiorità che manifestano nei confronti del fedele aiutante di colore Zambo, lasciato ai piedi dell'acrocoro sia per fornire assistenza in caso di emergenza, sia perché non considerato degno di far parte di una spedizione scientifica. Ho trovato inoltre disturbanti le pagine in cui viene descritto il massacro degli uomini-scimmia, a cui partecipano anche i quattro membri della spedizione. Malone e soci non perdono occasione per rimarcare la loro superiorità di europei, sebbene questa presunta superiorità sia tecnica e niente affatto morale. E invero, i quattro prima invadono un territorio vergine e sconosciuto, poi con armi terribili e moderne sovvertono l'equilibrio che da millenni vi regnava.
Si prendano con le dovute precauzioni queste mie considerazioni da osservatore contemporaneo, che non vogliono essere una sterile critica. Come ho già ribadito, Il mondo perduto è un libro che va contestualizzato nell'epoca in cui fu scritto, per cui sarebbe davvero fuori luogo muovere accuse a Conan Doyle. Quel che conta è che, a distanza di oltre un secolo, le sue pagine ancora solleticano il gusto per l'esotismo, il viaggio e l'avventura.
Vecchia edizione Newton Compton (1993)

17 aprile 2023

Mettiamo a bagno i vinili!

Piccola premessa: con questo articolo non voglio inserirmi nell'annosa diatriba sulla pulizia e la manutenzione dei vinili, cui sono dedicate centinaia di discussioni sui vari forum specializzati. Intendo soltanto raccontare un'esperienza personale. Se ho deciso di recensire un prodotto, cosa inedita per questo blog, è perché può davvero migliorare sensibilmente la qualità dell'ascolto.
C'è chi dice che il miglior investimento per un appassionato di vinili sia una macchina lavadischi. Forse è un'esagerazione, ma anche a non voler essere così radicali è sicuramente vero che l'aggeggio in questione, in un podio ideale, viene subito dopo il giradischi. L'esigenza del "lavaggio" riguarda sia i dischi usati che quelli nuovi. I vinili acquistati nei mercatini dell'usato spesso hanno più di trent'anni e magari non sono mai stati puliti a dovere, tralasciando i casi in cui sono stati "arati" da puntine economiche o non tarate, questione che meriterebbe un discorso a parte. La polvere accumulata in decenni, specialmente quella invisibile a occhio nudo, è il principale nemico di un ascolto soddisfacente: scricchiolii, fruscii e scoppiettii oltre il limite tollerabile sono i sintomi principali. La cattiva manutenzione si traduce inoltre in vistose ditate sulle facciate, oppure in vere e proprie formazioni di muffa quando la conservazione è avvenuta in scatoloni ammucchiati in cantina. Per questi LP non basta un passaggio con la classica spazzola antistatica o di velluto, né col panno in microfibra. Il risultato dell'uso di questi metodi soft è raramente soddisfacente su un disco sporco, mentre è diverso se la superficie è pulita e necessita solo di un passaggio ulteriore prima dell'ascolto. Quando il vinile è sporco per davvero, la cosa migliore è affidarsi a una macchina lavadischi.
Su internet ci sono decine di video che propongono tecniche fai da te "a costo zero", alcune delle quali così brutali da far inorridire qualsiasi appassionato. Purtroppo le soluzioni a buon mercato non danno quasi mai risultati ottimali; anzi, rischiano di graffiare il disco o rovinare la puntina. Chi ha usato quegli intrugli che si spalmano sul vinile lasciando residui sulla puntina, sa di cosa parlo.
Tempo fa ho deciso di lasciar perdere le soluzioni casalinghe e di affidarmi alla Knosti, azienda tedesca leader nel settore da decenni. La sua macchina lavadischi manuale, chiamata Disco Antistat, è stata una rivelazione. Parlo della versione manuale, quella più economica ma egualmente efficiente. L'ho pagata una settantina di euro e il beneficio ottenuto in termini di miglioramento della qualità del suono supera di gran lunga la modica spesa sostenuta. Sulla rete ci sono tante recensioni su come usarla, per cui non mi dilungherò sul punto. La scatola contiene, in perfetto ordine teutonico, una vasca con spazzole incorporate, una rastrelliera, un litro di liquido di pulizia, un adattatore a 45 giri, un imbuto con alcuni filtri e lo strumento per far ruotare manualmente il disco nella macchina durante il lavaggio. 
Il funzionamento è semplice e intuitivo: si inserisce il liquido nella vaschetta fino a coprire completamente le spazzole, poi vi si immerge il disco tenendolo fermo con l'apposito strumento che protegge anche l'etichetta. Manualmente si fa ruotare il disco all'interno della vasca per una decina di volte in un senso e nell'altro. Completata l'operazione, il vinile viene estratto dalla vasca e fatto sgocciolare, prima di riporlo nella comoda rastrelliera ad asciugare. C'è chi consiglia di ripassarlo con un panno in microfibra; operazione superflua, dato che il liquido evapora e non lascia residui sulla puntina. Dopo una mezz'oretta o poco più il disco è perfettamente asciutto e anche l'etichetta, laddove si fosse bagnata durante il lavaggio. Il liquido rimasto nella vaschetta è invece riutilizzabile e può essere inserito nuovamente nella bottiglia per il tramite dell'imbuto. Durante questa operazione inevitabilmente se ne perde un po', per cui bisogna stare molto attenti. Al più, può essere integrato con acqua demineralizzata.
I risultati del lavaggio mi hanno sorpreso. E non parlo solo di dischi vecchi, ma anche di quelli nuovi da 180 grammi che accumulano sempre una quantità di elettricità statica sufficiente a sollevare il tappetino. Ebbene, Disco Antistat, oltre a rimuovere la polvere, elimina le cariche statiche, riducendo in maniera significativa i classici scoppiettii anche sui vinili nuovi. Ovviamente non aspettatevi miracoli nel suono: la macchina della Knosti non ripara dischi graffiati oppure ondulati, né può trasformare un LP vecchio e trattato male in un pezzo nuovo di pacca. Però i risultati ci sono e si sentono: mediamente la qualità del suono migliora sensibilmente e posso dire che alcuni vinili sono rinati a tutti gli effetti.

I dischi in cattive condizioni che ho "resuscitato" grazie alla Knosti!
Willie Nile – Golden down
Pino Daniele – Nero a metà
Magazine – Secondhand daylight

La vaschetta, il liquido e la rastrelliera

4 aprile 2023

"Fratelli" di Carmelo Samonà: un viaggio da fermi

In una casa avita nel cuore di una grande città vivono due fratelli, ultimi discendenti di una famiglia la cui storia è avvolta nel mistero. Uno dei due è malato, l'altro si è sacrificato per assisterlo. La sua, si intuisce, non è stata una scelta: morti i genitori, partiti gli altri fratelli, si è trovato obtorto collo nel ruolo di infermiere e assistente. Non ci viene detto quale malattia affligga il fratello minore, si capisce solo che si tratta di una patologia psichiatrica che ne offusca il raziocinio e le facoltà cognitive, pur non impedendogli di muoversi, parlare (poco), costruirsi una personale visione del mondo. Un'invisibile catena lega i due fratelli in un rapporto di co-dipendenza asfissiante e tuttavia intrigante.
Il siciliano Carmelo Samonà (1926-1990) è stata una figura eccentrica nel panorama letterario nazionale. Professore universitario, tra i principali ispanisti del nostro Paese, approdò alla letteratura non più giovanissimo, nel 1978, pubblicando proprio Fratelli per Einaudi. Il romanzo ebbe inaspettati riscontri favorevoli sia dal pubblico che dalla critica. Fu seguito da Il custode (1983) e da Casa Landau, pubblicato postumo e incompiuto. La sua breve stagione letteraria, interrotta dalla morte prematura, ha prodotto i tre romanzi citati e una manciata di racconti. Uno di questi, L'esitazione, è presente in appendice all'edizione Sellerio del 2008 di Fratelli, arricchita peraltro da Suoni flebili e opachi, un breve saggio di Francesco Orlando che ricostruisce la vicenda umana e intellettuale di Samonà.
Tornando a Fratelli, va subito messo in chiaro che si tratta di un romanzo di impressioni più che di eventi, un lungo monologo interrotto di rado da qualche fugace scambio di parole. L'azione si svolge quasi interamente nel grande appartamento. La casa è un labirinto povero di suppellettili, un dedalo di corridoi, stanze vuote, misteriosi anditi, angoli sconosciuti persino agli stessi abitanti che si aggirano attoniti, a volte in coppia, più spesso in solitaria. La giornata dei due germani è scandita da un complesso di rituali che si ripetono in infinite varianti, come lo scambio degli abiti, la passeggiata pomeridiana fino ai giardini, i giochi che prendono la forma di rappresentazioni sceniche, gli spostamenti dentro casa chiamati pomposamente Piccoli e Grandi Viaggi.
Le parole che i due scambiano sono pochissime, eppure ricche di simbolismi. "Cercami", dice il malato all'altro; "mi hai trovato", esclama ogni volta che si incontrano nei lunghi corridoi dell'appartamento-labirinto. Poche frasi, eppure toccanti e vive, espressione del reciproco desiderio di ritrovare affinità e condivisione oltre la malattia. Quello dei due fratelli è un viaggio continuo, anche da fermi; è il viaggio alla scoperta dell'insondabile mistero della mente umana, nella speranza di svelare e finanche sconfiggere il mostro senza nome del disagio psichico. Per questo è un libro potente che racchiude molteplici significati entro la cornice di una storia minima.
A mio avviso, la letteratura di Samonà oscilla tra due poli opposti: la ricchezza lessicale e la (voluta) povertà di eventi e personaggi. Quanto al primo polo, lo stile dello scrittore siciliano è colto e ricercato; nella sua scrittura densa e corposa è evidente il marchio della formazione accademica. Quanto agli accadimenti, Samonà li riduce all'osso, o addirittura li azzera come ne Il custode. In quest'ultimo romanzo c'è un solo personaggio, in quanto l'altro, il carceriere, non si fa mai vedere né spicca parola. Nei Fratelli i personaggi "reali" sono invece due; gli altri sono evocati con sintetici cenni, come se fossero dei fantasmi. Un terzo personaggio ci sarebbe, ma ne abbiamo solo una conoscenza de relato, tanto che persino il narratore della vicenda dubita della sua reale esistenza: è la donna col cane zoppo, figura esoterica con cui il fratello malato stringe un'effimera amicizia.
Fratelli è un romanzo che nel 1978 ottenne un certo seguito di pubblico e lettori, tanto da essere finalista al Premio Strega. Oggi il libro e il suo autore sono quasi dimenticati, non certo per demeriti letterari. Samonà ha pagato la morte prematura e il suo essere uno scrittore fuori dagli schemi, originale ma non sperimentale, libero perché del tutto disinteressato alle mode o all'ansia di compiacere il pubblico. Le sue opere andrebbero riscoperte, a partire da questo intenso esordio.

24 marzo 2023

"Diavolo in corpo": l'Italia che vuole dimenticare

Il titolo di questo film del 1986 di Marco Bellocchio è preso in prestito da un celebre e scandaloso romanzo di Raymond Radiguet, pubblicato nel 1923. Tuttavia non si tratta di una trasposizione cinematografica del libro: diverse sono la trama, l'epoca, i luoghi. Il romanzo, ambientato in Francia negli anni bui della Grande Guerra, racconta l'immorale relazione tra un ragazzino e una donna promessa sposa a un soldato impegnato al fronte. Nel film di Bellocchio l'azione si svolge nella vivace Roma di metà anni Ottanta, in un Paese che assapora gli ultimi palpiti del benessere economico costruito nel secondo dopoguerra. Come nel libro, c'è una donna più grande che seduce un liceale, mentre il futuro marito languisce in carcere (e non in trincea). Le similitudini, piuttosto vaghe, finiscono qui.
Protagonisti del film sono Andrea e Giulia, interpretata dalla bella e brava Maruschka Detmers. Andrea è uno studente, figlio dello psicanalista presso cui è in cura proprio Giulia. L'incontro tra i due avviene in una circostanza casuale, quando entrambi sono testimoni del tentativo di suicidio di una giovane, in procinto di lanciarsi dal tetto di un palazzo. Per Andrea conoscere Giulia è come cadere ammalato: la donna è per lui un'ossessione, al punto che la scuola, la famiglia e persino le amicizie passano in secondo piano. Dopo molti inseguimenti, riesce a parlarle in un'aula di tribunale, dove lei si reca per seguire il processo a carico del fidanzato Giacomo, imputato per reati di banda armata e terrorismo. Le imputazioni sono gravissime, ma Giacomo è un pentito e può beneficiare di consistenti sconti di pena. In attesa che il fidanzato esca di prigione, Giulia intraprende una relazione con Andrea, prima clandestina e poi alla luce del sole. La liaison tra i due è ferocemente osteggiata dalle rispettive famiglie: il padre di Andrea è contrario perché a conoscenza dei disturbi psichici di Giulia, la futura suocera della ragazza non può tollerare l'oltraggio fatto al figlio rinchiuso in carcere.
Diavolo in corpo non è considerato tra i migliori lungometraggi di Bellocchio, sebbene non abbia molto senso il confronto con capolavori come I pugni in tasca, La Cina è vicina e Nel nome del Padre, opere uniche e inarrivabili. Al pari di questi, anche Diavolo in corpo tratta tematiche scomode, come il disagio psichico e il terrorismo. É arcinota l'influenza dello psichiatra Massimo Fagioli nella scrittura e nel montaggio delle scene, con tanto di polemiche che accompagnarono l'uscita del lungometraggio. Non a caso nei titoli di testa il nome del medico è riportato accanto a quello del cineasta: «regia di Marco Bellocchio, che dedica personalmente il film a Massimo Fagioli». È Giulia la figura emblematica dal punto di vista dell'analisi psicologica: nonostante il padre sia stato ucciso dai terroristi, è fidanzata proprio con uno di loro. Verrebbe anzi da pensare che la relazione con Giacomo sia una sorta di catarsi, uno strumento ambiguo per allontanare i fantasmi dell'omicidio del padre. C'è in lei la volontà di dimenticare, di vivere la vita come se fosse un sogno; da ciò discendono l'irrazionalità delle sue scelte, gli scoppi d'ira, le risate incontrollate, la passionalità quasi animalesca. Giulia è forse la personificazione dell'Italia di metà anni Ottanta, un Paese che aveva bisogno di leggerezza, di lasciarsi alle spalle la stagione più cupa della storia repubblicana. Bellocchio intercettò questa esigenza e tentò di tradurla in un lungometraggio.
Diavolo in corpo, al di là della vicenda "scandalosa", è dunque un film ambizioso negli intenti e forse per questo imperfetto e altalenante. Punti di forza sono l'intensa e perfetta interpretazione di Maruschka Detmers, la fotografia e alcune memorabili scene d'interni. Convince di meno lo scarso approfondimento della componente politico-ideologica: per dare forza al linguaggio psicanalitico, infatti, il discorso sul terrorismo è ridotto ai minimi termini. Di tutto il sangue versato rimangono una lapide sul Lungotevere, un processo farsesco nonostante i gravissimi capi di imputazione, un terrorista (Giacomo) che si conforma alle regole del vivere borghese a velocità impressionante e quasi sospetta. 
Ma si tratta davvero di un difetto? O forse l'intento di Bellocchio era proprio quello di mostrare il volto di un'Italia che voleva dimenticare? Se così fosse, c'è perfettamente riuscito.
Copertina dell'edizione illustrata della sceneggiatura (Le Mani-Microart'S

12 marzo 2023

"Davanti al mare" di David Vogel: tutto tranne un idillio

La lettura di questo breve romanzo ha confermato l'impressione che già avevo avuto con La cascata: Vogel era uno scrittore abilissimo a imbastire in poche pagine la complessa trama dei rapporti umani. Lì dove altri autori si diffondevano in opere monumentali, a lui bastava dire l'essenziale e accennare al non detto. C'è nei suoi romanzi brevi tutta una congerie di sottintesi, un rimando continuo a vicende intime che non sono chiare neppure ai protagonisti e che si appalesano nella loro dirompente tragicità soltanto nel finale. La mia impressione è che Vogel volesse colpire subdolamente il lettore. Non a caso La cascata e Davanti al mare sono storie minime, senza scossoni o sussulti; in pratica non succede nulla fino alla drammatica rivelazione finale. Forse per questa ragione si tratta di due racconti perfetti nel meccanismo narrativo, indipendentemente dal fatto che possano piacere o meno. E invero, sebbene non possa dire di aver apprezzato particolarmente i due libri, ciononostante è indubbio che siano riusciti a lasciare il segno. Forse era questa l'intenzione dello sfortunato scrittore di lingua yiddish, vissuto senza una patria e ucciso in un campo di concentramento.
Davanti al mare è ambientato in un'imprecisata località balneare del sud della Francia, dove si recano in vacanza due sposi viennesi. Barth e Ghina sono giovani e belli; pertanto, nonostante siano schivi e riservati, vengono subito notati e coinvolti nelle monotone occasioni mondane che il luogo offre. Anche il villaggio costiero, come il sanatorio de La cascata, è un microcosmo, un luogo isolato e tuttavia affetto dai medesimi mali che affliggono il resto del mondo. In questo lembo di terra tra il cielo e il mare si muovono uomini irrisolti e donne inquiete che cercano nel contatto coi propri simili una soluzione al male di vivere. Alcuni sono guidati dalla passione, come il sanguigno Cicci; altri usano l'arma della seduzione per dimostrare a se stessi di esistere, come fa Marcelle. Barth e Ghina trascorrono i primi giorni in disparte; tuttavia, col passare del tempo, anche loro sono avvelenati dalla mollezza del luogo e dei suoi abitanti, fino a diventare il centro intorno a cui ruota la piccola comunità di locali e villeggianti.
Lo sguardo che Vogel dirige sui personaggi è cinico e impietoso. Si avvale di un narratore neutro in terza persona che non dà giudizi né tesse valutazioni: si limita a raccontare le vicende con la secca obiettività di chi è super partes. Nondimeno, o forse proprio in ragione di ciò, nulla viene nascosto e tutto è rivelato in maniera spietatamente sincera. Si considerino a titolo di esempio le molte figure di italiani presenti nel romanzo: Cicci, Stefano, la moglie di quest'ultimo, l'Interprete e altri. Sono personaggi viscerali, violenti, lussuriosi, non particolarmente intelligenti; insomma, veri e propri stereotipi. Eppure il narratore non fa mai un commento su di loro, semplicemente li lascia parlare e agire, mostrandoli per come sono: oziosi, amorali, inetti. Lo stesso accade con i villeggianti francesi, tratteggiati come figure languide, scialbe, incoerenti, prive persino di quella forza impetuosa che caratterizza gli italiani. Lo sguardo di Vogel è dunque cinico e impietoso, ma come può esserlo quello di un medico che fa la diagnosi di un male. Non c'è partecipazione nella sua scrittura, solo la cronaca di una società in sfacelo.
Lo scrittore ucraino mette in luce la vacuità dell'alta borghesia e la sua incapacità di intessere rapporti umani veri e duraturi. I villeggianti entrano facilmente in confidenza, eppure tra loro sorgono subito gelosie, futili diverbi e piccole meschinità. Niente sembra durare sotto il sole della costa francese, neppure l'unione apparentemente indissolubile di Barth e Ghina. Davanti al mare non è infatti la cronaca di un idillio, come potrebbe far credere l'ambientazione balneare. È invece un velato atto d'accusa contro una borghesia vacua, annoiata, inconsapevole di essere giunta al tramonto. Di lì a qualche anno, infatti, il secondo conflitto mondiale spazzerà via definitivamente il piccolo mondo descritto con tanta maestria da Vogel.
Copertina dell'edizione Passigli

26 febbraio 2023

"La cascata" di David Vogel: voci dal sanatorio

Il "romanzo da sanatorio" è un vero e proprio genere letterario che si affermò tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX, quando la tubercolosi, il "male sottile", mieteva ancora tante vittime. Chi se lo poteva permettere, ovvero i ricchi borghesi e gli ultimi relitti dell'aristocrazia, trascorreva lunghi periodi nei sanatori situati in alta montagna e in altri luoghi ameni, dove era possibile respirare aria buona. In parte alberghi e in parte ospedali, i sanatori erano luoghi cosmopoliti in cui si radunava un'umanità varia: lì sbocciavano amori, si consumavano scandali, si celebravano feste e lutti, nascevano solide amicizie e si sviluppavano idee destinate a diffondersi anche al di fuori. Molti romanzi europei sono stati ambientati in questi luoghi, fino a farne una sorta di genere a sé; La montagna incantata di Mann è sicuramente il più celebre.
La cascata, di David Vogel (1891-1944), pur non essendo altrettanto famoso, riprende tutti i tòpoi del genere: l'ambientazione di alta montagna, la natura selvaggia, l'isolamento dal resto della civiltà, il sanatorio come hortus conclusus e microcosmo, una sorta di prigione dorata che separa i degenti dal consorzio degli uomini liberi. Si tratta di un romanzo breve (o, se si preferisce, di un racconto lungo) che segnalò il giovane scrittore ebreo nato in Ucraina come una delle voci più interessanti del primo dopoguerra. Purtroppo la sua promettente carriera letteraria fu stroncata dalla barbarie nazista nel campo di concentramento di Auschwitz.
La cascata è prima di tutto un romanzo corale. Invano si cercherà un protagonista, né lo si può individuare nel pingue e ipocondriaco Ornik, che pure è il personaggio principale. Protagonisti sono tutti i malati, seguiti nelle loro futili occupazioni quotidiane dall'occhio puntuale del narratore onnisciente. Prevalgono le scene corali che si svolgono sulla terrazza del sanatorio, oppure nelle altre aree comuni come il refettorio e la sala della socialità. In un ambiente così angusto e isolato ogni fatterello si ingigantisce e suscita chiacchiere, persino un pettegolezzo diventa un evento. Vogel lascia parlare i suoi personaggi, ne riporta fedelmente i discorsi, vacui o profondi che siano. Soprattutto concentra la sua attenzione su due classi di rapporti: quelli tra i malati e quelli tra questi ultimi e i sanitari. Il nucleo del libro è proprio nello svolgersi dei rapporti umani; anzi, si può affermare senza tema di smentita che nel romanzo non succede praticamente nulla. Il sanatorio è un microcosmo in cui il tempo è scandito da eventi risibili: la siesta, i pasti, la passeggiata pomeridiana, le fugaci visite dei dottori. E tuttavia è un microcosmo che riproduce prepotenze, meschinità e contraddizioni della società dei sani.
Il sanatorio di Vogel è un'istituzione soffocante, retta da regole rigide, impermeabile a ogni interferenza esterna. Eppure persino in questo ambiente chiuso si insinua la passione, una forza irresistibile che stravolge il soggiorno degli ospiti. Vittima di questo scherzo del destino è proprio il pingue Ornik, l'ipocondriaco che trascorreva le sue giornate steso a letto o impegnato in misurazioni compulsive della temperatura. Ornik è investito dalla passione, una pulsione folle e quasi animalesca che lo travolge come una cascata, trascinandolo in un gorgo da cui è impossibile uscire.
«Qualcosa di ribelle, di affatto incomprensibile si rivoltava contro l'ordine quotidiano che egli aveva fissato dal giorno in cui si era ammalato e contro il regime imposto dal sanatorio. […] Non badava più a quello che accadeva nel suo corpo malato, la sua tabella della temperatura mostrava una notevole negligenza, parlava a voce alta senza rendersene conto e non rinunciava a una sola passeggiata. Quell'Ornik, si può dire, era diventato un altro Ornik.»

Copertina dell'edizione Passigli

13 febbraio 2023

Gli anni perduti del Consorzio

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i dischi si compravano dopo averne letto la recensione su una delle tante riviste di settore che affollavano le edicole. E il recensore doveva essere bravo, così abile da darti un'idea dell'album attraverso una sapiente miscela di termini tecnici e ardite metafore. I più fortunati registravano i videoclip che passavano su Videomusic, Tmc2 o MTV, ma bisognava conoscere bene la programmazione, considerato che i brani venivano trasmessi più o meno nella stessa fascia oraria. Ricordo di aver conosciuto gli Afterhours attraverso il videoclip di Voglio una pelle splendida, oppure di aver acquistato The blue moods of Spain dopo un'entusiastica recensione sul Mucchio selvaggio.
La prima volta che ascoltai il Consorzio Suonatori Indipendenti avevo poco più di dodici anni. Era la fine del 1997, forse i primi mesi del 1998: in televisione passava spesso il videoclip di Forma e sostanza, il brano che diede al gruppo un improvviso e inaspettato momento di celebrità. Una fama non cercata né desiderata, tanto che si sciolsero poco dopo: "addio C.S.I., travolti dal troppo successo", recitava un ritaglio di giornale che dovrei aver conservato da qualche parte. Tornando al videoclip, fui colpito da Giovanni Lindo Ferretti, così diverso da tutti gli altri cantanti per l'aspetto ascetico e la voce salmodiante come quella di un mistico. E subito mi entrarono nella testa quei versi, mai più dimenticati.
«Conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato.»
Sono molto legato ai C.S.I. e non solo perché li reputo tra i più grandi gruppi del rock cantato in italiano. Mi ricordano il periodo felice in cui acquistare un disco era ancora un salto nel buio. Internet era per pochi "avanguardisti" e non c'era modo di ascoltare un album senza acquistarlo, salvo qualche evento particolare. Ricordo ad esempio che i Litfiba nel 1999 presentarono Infinito durante una serata speciale su Radio 2, trasmettendo tutti i pezzi. Oggi invece si può conoscere il disco prima ancora di prenderlo; anzi, spesso l'ascolto è propedeutico all'eventuale acquisto. Forse è comodo, ma si è persa la magia del primo ascolto al buio.
I C.S.I. sono stati un gruppo sui generis. Anzi, non sono stati un gruppo nel senso classico del termine. È il loro punto di forza, per quanto possa apparire insolito. Non si è mai riflettuto abbastanza sul nome, scelto con grande cura. Ogni parola ha un chiaro significato: "consorzio" nel senso di associazione volontaria non dirigistica, la parola "suonatori" più ampia e onnicomprensiva di quella di "musicisti", l'indipendenza a voler intendere l'assenza di programmi a lungo termine. Più personalità avvinte in un progetto libero, mutevole nelle scelte e negli intenti, non legato a contratti né alle logiche del mercato. Identità diverse eppure complementari: le chitarre disturbate di Canali e quelle melodiose di Zamboni, il basso di Maroccolo che non necessita di aggettivi, le intuizioni alle tastiere di Magnelli e la perfetta sincronia delle voci di Ferretti e Ginevra Di Marco. Questo ensemble, durato meno di un decennio, ha partorito tre straordinari album in studio tra i migliori mai prodotti in Italia, oltre a due dischi dal vivo e una compilation in due volumi. Il primo album, Ko de mondo (1994), è un potente crogiolo di stili e linguaggi diversi. C'è dentro il punk (Celluloide), la canzone d'autore (Del mondo), la ballata rock (In viaggio), fascinazioni elettroniche (Occidente) e brani monumentali che si lasciano apprezzare alla distanza (Memorie di una testa tagliata). Il successivo del 1996, Linea gotica, è il disco più politico e poetico. Ricordo che lo acquistai nel 1998 pagandolo la bellezza di 27.000 lire. Al primo ascolto fu decisamente ostico: avevo tredici anni ed ero legato all'idea che rock equivalesse a fare rumore. In Linea gotica, invece, è quasi assente la batteria e le canzoni si assestano su toni soffusi e dilatati. E poi c'è L'ora delle tentazioni, uno di quei pezzi che necessitano di più ascolti per essere compresi, assimilati e infine amati. Nove minuti pazzeschi che iniziano in sussurro e terminano in un'orgia di chitarre distorte, con due voci stupende che si rincorrono.
«La casa, la chiesa, a modo e per bene, campana che suona, la notte che viene. [...] Scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo del firmamento.»
Tabula rasa elettrificata (1997) segnò un ulteriore cambiamento di registro. Ispirato a un viaggio in Mongolia di Ferretti e Zamboni, è un disco perfetto dalla prima all'ultima traccia. Brani come Ongii, Bolormaa e Gobi profumano d'Oriente, Vicini è un'epopea rock di rara potenza, Mimporta 'nasega è un manifesto, Braci e Accade sono ispiratissime.
È da quando ho aperto il blog che avrei voluto scrivere qualcosa sui C.S.I. Una recensione no, perché ne è piena la rete; di giudizi critici invece non ne sarei capace e molti più autorevoli di me li hanno già espressi. Alla fine sono uscite queste poche righe, un guazzabuglio di ricordi, pensieri e nostalgie. Niente di originale, lo riconosco: frammenti di uno scorcio finale degli anni Novanta, di un periodo solitario, curioso, sereno, conflittuale e drammatico come lo sono tutte le adolescenze. I C.S.I. sono stati una parte della colonna sonora di quegli anni perduti, assieme a Litfiba, Negrita, Diaframma, Timoria, CCCP e Marlene Kuntz, per limitarmi a band nostrane. Di musica ne ho ascoltata e acquistata molta anche dopo, eppure niente è riuscito più a regalarmi quel sapore di scoperta di un mondo nuovo. O meglio, ci sono riusciti i Sound di Adrian Borland, ma questa è un'altra storia.

Una mia personale classifica dei migliori brani del Consorzio
10. Tutti giù per terra
9. Celluloide
8. Minporta 'nasega
7. Memorie di una testa tagliata
6. Linea gotica
5. Sogni e sintomi
4. Bolormaa
3. Ongii
2. Vicini
1. L'ora delle tentazioni
Il gruppo sul retro di Ko de mondo

31 gennaio 2023

"Una passeggiata nei boschi" di Bill Bryson: a spasso nel cuore dell'America

«Allora per esempio c'era un libro che si chiamava "Sulla strada" di Jack Kerouac ed era bellissimo: tutti a fare l'autostop. Ed era molto bello letto in italiano, però con i nomi americani. Dice "quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del '55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson". E poi lo traduci in italiano e dici: "quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago". Non è la stessa cosa! Gli americani ci fregano con la lingua.»
Così ironizzava Guccini nell'introduzione alla sua Statale 17, nel celebre Album concerto del 1979 registrato assieme ai Nomadi. In queste parole è racchiusa l'idea che romanzi, film e fumetti ci hanno trasmesso degli Stati Uniti, la terra del viaggio e dell'avventura più di ogni altra al mondo. Tutti abbiamo sognato almeno una volta di fare un viaggio coast to coast attraversando cittadine sonnolente e grandi metropoli, deserti e boschi, percorrendo lingue di asfalto che sembrano voler raggiungere l'orizzonte; insomma, il mito di Kerouac, Chatwin e Least Heat-Moon è più che mai vivo nell'immaginario collettivo. La narrativa di viaggio è un genere tradizionale e ben più antico degli autori che ho citato; e se il Novecento è il secolo dei nuovi mezzi di trasporto, i viaggiatori del passato si muovevano confidando principalmente nelle proprie gambe.
Nel 1996 lo scrittore e giornalista statunitense Bill Bryson, all'epoca quarantacinquenne, decise di cimentarsi in un'avventura dal sapore classico: l'attraversamento a piedi dell'intero Sentiero degli Appalachi, da sud a nord. Sebbene fosse fuori forma e praticamente digiuno di escursionismo, non si scoraggiò di fronte alle evidenti difficoltà: si informò adeguatamente su dozzine di volumi e guide, acquistò l'attrezzatura essenziale e trovò persino un alleato disposto a seguirlo, un vecchio amico di nome Stephen Katz. Il Sentiero degli Appalachi (in inglese, Appalachian Trail) è uno dei percorsi escursionistici più celebri del mondo. Collega la Georgia con il Maine, dalla Springer Mountain fino al Mount Katahdin, attraversando ben quattordici Stati. È lungo oltre 3.400 chilometri e ogni anno centinaia di escursionisti tentano di percorrerlo impiegando quattro o cinque mesi di marcia serrata. Gli inverni rigidi degli Appalachi suggeriscono di partire agli inizi di aprile, ma c'è chi si muove alla fine dell'inverno per evitare l'altrettanto insidioso caldo torrido di luglio e agosto. La pista è larga in media un metro e attraversa principalmente aree demaniali: poco meno dell'un per cento del percorso corre su terreni privati su cui insistono servitù di passaggio. Le aree attraversate sono selvagge: colline, montagne, oscure foreste, forre, crinali scoscesi, cime e valloni. Ogni tanto si superano dighe, ponti o strade secondarie che tagliano gli Appalachi da est a ovest e consentono agli escursionisti di raggiungere qualche sparuto centro abitato per riposarsi o acquistare i generi necessari al tragitto.
Una passeggiata nei boschi (1998) è il brillante resoconto di quell'impresa. Bryson non era un esordiente della narrativa di viaggio, avendo già dato alle stampe il celebre America perduta (1989) e Notizie da un'isoletta (1996) sul suo viaggio in Gran Bretagna. È una banalità affermare che un libro faccia viaggiare col pensiero; eppure non c'è frase più efficace di questa per rendere l'idea. Bryson e Katz camminano per giorni nei boschi, dormono all'addiaccio tra bufere di neve e orsi affamati, soffrono e faticano per erte infinite, scambiano pensieri e impressioni con quanti incontrano lungo la pista, gioiscono per una cena più sostanziosa o per una mezz'ora di insperato riposo. E a noi lettori sembra di essere con loro, come se fossero davvero compagni di viaggio e non semplici personaggi di un romanzo.
La scrittura di Bryson è arguta e brillante, lo stile spazia sapientemente dal registro umoristico a quello scientifico, senza tuttavia cadere mai nel nozionismo o nello sterile enciclopedismo. Come aveva già fatto in America perduta, lo scrittore americano arricchisce il racconto con tante informazioni di carattere storico, politico, etnografico e naturalistico. La descrizione di un'autostrada che costeggia per un tratto la pista, diventa ad esempio l'incentivo per una divagazione di più ampio respiro sul processo di motorizzazione di massa negli Stati Uniti. O ancora, la vista di alcuni alberi caduti dà il via a un'amara riflessione sulle piogge acide e sul disboscamento selvaggio. Bryson è prima di tutto un acuto osservatore che in ogni situazione sa cogliere uno spunto di riflessione o anche semplicemente l'abbrivio per qualche considerazione semiseria o umoristica. L'ironia e l'autoironia sono sicuramente il registro prevalente della narrazione: tanti sono i siparietti che strappano un sorriso e a volte si ride davvero di gusto. Ci sono poi digressioni colte e considerazioni polemiche, nonché pagine di pura narrativa d'avventura. Tutti questi elementi sono perfettamente dosati, sicché Una passeggiata nei boschi è appassionante come un romanzo d'avventura, interessante come un saggio, arguto come una raccolta di aforismi, "cinematografico" come un documentario. Senza tema di smentita si può dunque affermare che l'equilibrio tra le diverse componenti sia il pregio più evidente del romanzo.