20 aprile 2015

"Le rovine in attesa": la recensione di Remigio Montestella

Sul blog Parole tra pagine ingiallite è apparsa una lunga recensione de Le rovine in attesa, a firma di Remigio Montestella. La riporto di seguito, ringraziando l'autore.

Alfonso Cernelli è un giovane scrittore emergente, nato a Roma ma fiero delle sue origini meridionali. Anzi cilentane, per essere più precisi. E’ da poco uscito il suo secondo romanzo intitolato “Le rovine in attesa” pubblicato da Alter Ego Edizioni, a cinque anni di distanza dal suo primo libro “Percezione dell’inverno” con cui si aggiudicò - nel 2010 - il premio letterario nazionale “Nicola Zingarelli”, patrocinato tra l’altro dalla Presidenza della Repubblica.
Penso che oggi sia davvero arduo pensare di scrivere un libro: basta entrare in una grande libreria per capire immediatamente che il mondo non ha bisogno di un testo in più. Di fronte agli oltre 50.000 volumi che vengono stampati ogni anno nel nostro paese ed in considerazione del fatto che siamo un popolo che al massimo legge la lista della spesa, avere il coraggio di scriverne uno significa davvero sfidare l’impossibile: il mondo dell’editoria e delle vendite. A meno che l’autore non sia già uno scrittore affermato o un personaggio noto al grande pubblico: allora le porte dell’editoria si spalancano e le vendite sono ampiamente assicurate. Comunque, nonostante tutte le difficoltà del settore, i giovani talenti nel nostro paese non mancano anche se, nella maggior parte dei casi, vengono stritolati dal sistema che impedisce loro di emergere e di essere premiati per quello che valgono. Mi viene da pensare, dopo aver letto Le rovine in attesa (con tutto il dovuto rispetto per i Grandi della letteratura italiana, che restano irraggiungibili per chi si accinge a scrivere un libro), che lo stile letterario del giovane autore si ispiri più agli scrittori del Novecento italiano che non agli scribacchini odierni, i quali in virtù della loro notorietà televisiva, piuttosto che di una effettiva abilità nella scrittura, occupano i primi posti nelle classifiche di vendita in Italia.
Mi spingo a dire che con questo libro Alfonso Cernelli suggella la sua piena maturità letteraria, svela appieno le sue  notevoli doti di costruttore di storie e merita – a parer mio - la giusta attenzione. La storia del suo primo romanzo si fonda sull’amicizia e sulle scorribande di due adolescenti alle soglie della maturità; in questa sua seconda opera letteraria assistiamo, invece, all’incontro di due uomini che, pur nella loro diversità anagrafica e culturale, si ritrovano ad affrontare un breve ed intenso percorso di vita comune, che li porterà a condividere un velleitario progetto di redenzione collettiva. La vicenda, che è ambientata in un decadente  palazzo nobiliare di una non meglio specificata località del mezzogiorno d’Italia, “circondata dai monti eppure così vicina al mare”, si dipana attraverso le aspirazioni, i sogni di grandezza e le farneticazioni del marchese Alberico Priviano, un nobile meridionale che vive arroccato nella sua antica dimora; egli, al fine di portare a compimento il suo temerario disegno di rivalsa sociale, convoca nel suo palazzo un giovane studioso di diritto (Erminio Narri) “per un affare urgente e segreto”. Costui, pur di lasciare l’ insoddisfacente e frustrante lavoro che svolge in una biblioteca di testi religiosi – attività che non gli consente di esprimere le sue competenze giuridiche – accetta con molto entusiasmo l’invito del nobiluomo, nonostante sia all’oscuro dell’incarico per cui è stato chiamato.
Il progetto rivoluzionario - tanto utopistico quanto vanaglorioso - non poteva non scontrarsi, prima ancora che con la realtà dei fatti, con i sentimenti e gli interessi materiali delle persone. Assistiamo quindi ad un duplice gioco di intenti e di attese: da una parte un uomo (il marchese Priviano, assistito dal giovane giurista Narri) che nella sua lucida follia insegue un sogno di gloria, e dall’altra, una donna (la sua giovane moglie, Viola, spalleggiata da un avido amministratore) che aspira ad altri interessi. Intorno a questi due personaggi che costituiscono l’anima della narrazione, ruotano altre figure che, seppure si affaccino e poi scompaiano dopo poche pagine, servono tuttavia a delineare sapientemente il contesto narrativo in cui si dipana la storia.  Tra tutti, spicca la figura di uno strano monaco francescano (fra Ruggero) il quale, pur vivendo in un eremo “era scappato via dal consorzio umano proprio per sfuggire da quella società terrena che gli appariva così meschina e povera”, non disdegna le cose terrene e sostiene di buon grado il piano del suo amico marchese.
L’autore del romanzo - attraverso luoghi e tempi non ben definiti - preferisce non ingabbiare il lettore in rigide e precise coordinate spazio-temporali, che possano in qualche maniera circoscrivere e limitare il racconto, lasciando così ampio spazio all’immaginazione e all’intuizione di chi legge. Lo sguardo, comunque, è rivolto sempre verso quel Mezzogiorno d’Italia, presumibilmente prima del boom economico degli anni ‘60, verso quel Sud che per l’autore rappresenta un luogo dell’anima, oltre che la metafora delle insanabili contraddizioni della storia. Direi inoltre che il romanzo, seppure tramite una vicenda del tutto visionaria, intenda fare a margine anche una riflessione critica sugli eventi dell’Unità d’Italia, su quello che gli italiani venuti dal Nord fecero agli italiani del Sud, su quelle verità forse un po’ scomode che non sono mai state  riportate nei libri di storia. “L’unità avrebbe dovuto portarci ad essere uguali e fratelli” sostiene il marchese Priviano, “invece ci ha divisi in carnefici e vittime, vincitori e vinti...questo è sbagliato, non l’unificazione in quanto tale...da quando la mia terra è stata conquistata in nome dell’unità nazionale, è stata abbandonata come mai era successo prima”.
La forza di questo romanzo risiede - a mio avviso – non tanto nella rappresentazione degli eventi narrati, quanto nella magnifica descrizione degli ambienti e dei paesaggi che di volta in volta vengono delineati, nonché nella sorprendente raffigurazione psicologica ed intimistica dei vari protagonisti. A volte la scrittura può apparire ridondante, oserei dire barocca, sempre tesa alla ricerca della bellezza della “parola” e dello stile; tuttavia l’indagine introspettiva, congiuntamente alla ricercatezza della forma stilistica, conferiscono al libro una dimensione molto interessante, certamente in antitesi alle scialbe mode letterarie  dei nostri tempi. C’è da dire, infine, che i personaggi di questo romanzo – così come quelli del libro d’esordio, sebbene in una fase diversa della loro esistenza – sembrano rincorrere traguardi illusori ed ingannevoli (una tesi evidentemente molto sentita dall’autore), i quali pur di portare a compimento le loro utopiche e visionarie realizzazioni, i loro sogni custoditi nel cassetto dell’animo, direi quelle false aspirazioni di grandezza, non esitano a sacrificare certezze e verità, valori e amicizie, tempo e risorse.

9 aprile 2015

"Le rovine in attesa": dove e come acquistarlo


Dal mese di aprile 2015 è disponibile il mio secondo romanzo, Le rovine in attesa, pubblicato da Alter Ego Edizioni.
Per chi fosse interessato, diverse sono le modalità per acquistare il libro:
  • direttamente sul sito della Casa editrice (scelta consigliata per i brevi tempi di recapito e per la possibilità di pagare in contanti al momento della consegna del libro) ;
  • a scaffale, presso le seguenti librerie (elenco in costante aggiornamento): Libreria "Il mattone" [Via G. Bresadola, 12 - Roma] ; Libreria Mondadori Agropoli [P.zza V. Veneto, 16 - Agropoli (Sa)] ; Edicola Libreria Paolo Accattoli [Via Montefiore, 9 c - Recanati (MC)]. Per informazioni sulla distribuzione nelle librerie, inoltre, si consulti il sito dell'Editore ;  
Presentazione dell’opera
Protagonista del romanzo è Erminio Narri, un giovane insoddisfatto e frustrato, che vive con precarietà tutte le esperienze della sua modesta esistenza: il lavoro, l’amicizia e l’amore. Appartenente ad una famiglia della media borghesia caduta in disgrazia, è riuscito ad ottenere soltanto una misera occupazione in una vecchia e malandata biblioteca di teologia, nonostante lunghi anni di studi giuridici alle spalle.
Il momento del riscatto sembra però arrivare quando riceve inaspettatamente la lettera di un anziano nobiluomo meridionale, che lo invita a recarsi presso la sua avita dimora per discutere di un “affare urgente e segreto”. Il marchese Alberico Priviano, questo è il nome del misterioso mittente,  vive in un antico e decaduto palazzo, in una “terra circondata dai monti eppure così vicina al mare”, che non è difficile identificare nel Cilento. Qui, in mezzo agli amati libri e quasi in solitudine, il marchese coltiva un suo visionario progetto di redenzione collettiva, in cui cerca di coinvolgere Erminio. Questi, nonostante le iniziali titubanze, finirà per aderirvi, nella convinzione di poter ottenere quella fama e quel denaro che, altrimenti, non avrebbe mai creduto di poter raggiungere.
E sarà proprio la trattazione di questo oscuro progetto ad avvincere i protagonisti in un comune destino, che li porterà ad accettare definitivamente il peso della propria inettitudine morale e materiale. I due, apparentemente così diversi, si scopriranno vicini, entrambi pervasi nel profondo dell’animo da una solitudine alla quale hanno cercato di dare maldestramente sollievo con l’ansia del successo e una vana aspirazione di rivincita.
Concepito quale opera sullo spinoso tema dell’unificazione del Paese e sulla genesi della Questione meridionale, il romanzo, pur attraversato da una sottile vena polemica, tipica di un certo “revisionismo” della vicenda risorgimentale, tenta di collocarsi oltre la mera disputa politica. La vicenda narrata diviene pertanto occasione per lanciare un’invettiva contro la seduzione del denaro e un ammonimento sulla inconsistenza dei desideri di gloria e sulla pericolosità dell’ambizione del potere.

Per scaricare la presentazione in PDF, con sinossi ed incipitCLICCA QUI!!
Le rovine in attesa alla Libreria Arion Tiburtina

31 marzo 2015

Un itinerario insolito: il casale di Melito nel comune di Prignano Cilento

Goethe e gli altri viaggiatori del Grand Tour raggiunsero il Cilento specialmente per ammirare le rovine di Paestum. La maggior parte preferì seguire la linea della costa; pochi, invece, ebbero l’ardire di inoltrarsi nell’entroterra, in un mondo ancora lontano dalle comodità e dalle corruzioni della modernità, in una terra descritta come selvaggia e inospitale, quasi primitiva. Tra questi ultimi vi erano storici, geologi e geografi che, per diletto, studio o lavoro, attraversarono le contrade interne. Il nobile Francesco Antonio Ventimiglia, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, autore di un’opera intitolata Il Cilento illustrato, visitò Melito, definendolo “picciol paesetto ma vago”. Interessante è l’aggettivo utilizzato per descrivere il casale. “Vago” è una parola che oggi usiamo per indicare qualcosa di indefinito, di confuso, spesso con un’accezione negativa. Nella lingua letteraria, invece, l’aggettivo può essere impiegato per connotare un luogo, fisico o dell’animo, che presenta una vaga sfumatura di incanto, di soffusa bellezza, quasi onirica. Si pensi al celebre “vago avvenir che in mente avevi” di Giacomo Leopardi.
Melito è una delle frazioni storiche del comune di Prignano Cilento. A differenza di San Giuliano, che è stato di fatto inglobato dal capoluogo, e di Poglisi, che è scomparso, Melito ha mantenuto la propria fisionomia, con gli stretti vicoli, gli archi, una cappella, una torre medioevale e qualche casa antica che, per censo dei suoi proprietari, veniva e viene tuttora chiamata “palazzo”. Si può dire che ancora oggi il villaggio sia connotato di una propria individualità, nonostante una serie di interventi edilizi non sempre felici, che ne hanno mutato in parte l’aspetto, senza stravolgerlo.
Sull’origine di Melito e del suo nome non si hanno fonti certe, per cui è possibile solo fare delle congetture. Secondo la tesi prevalente, venne fondato dagli abitanti delle località marittime che, per sfuggire alle incursioni dei Saraceni che devastavano le zone costiere, si rifugiarono nell’entroterra cilentano. Per tali ragioni, l’origine dell’insediamento potrebbe essere collocata addirittura tra i secoli IX e X d.C., considerando che Agropoli fu occupata dai Saraceni nel periodo che va dall’anno 882 al 915 d.C. Non si può però escludere che il Casalis Maleti (come veniva anticamente chiamato) sia ciò che rimane di un risalente insediamento monastico. Sappiamo, infatti, che molti agglomerati urbani del Cilento sono sorti intorno a conventi o monasteri, di cui spesso non è rimasta traccia. La stessa parola “casale”, che indica solitamente un insediamento rurale, si riferisce ai piccoli stanziamenti umani circondati da terre di proprietà degli enti ecclesiastici, che li concedevano ai contadini affinché potessero trarne mezzi per la loro sussistenza. Questa genesi rurale spiegherebbe anche il nome “Melito”, forse dalla presenza di estesi meleti.
Fare una breve ricognizione della storia del villaggio significa sostanzialmente riportare una lunga sequela di passaggi feudali, dal XII secolo fino all’eversione del regime feudale negli anni 1806-1808. Il grande storico Pietro Ebner ritiene che il villaggio abbia costituito una universitas autonoma sino alla sua aggregazione a Prignano. Per questa ragione, almeno a partire dal XV secolo, la sua storia appare strettamente intrecciata a quella del capoluogo. Prospero Lanara, Giovanni Alfonso Samudio, Bernardino Rota, Giovanni Ayerbo sono alcuni degli evocativi nomi dei feudatari o di coloro che, in qualche modo, ebbero una certa giurisdizione sul villaggio; fino a giungere, nel 1701, alla cessione del casale (e del capoluogo Prignano) ai marchesi Cardone, ultimi titolari del feudo.   
Venendo all’itinerario proposto, si può partire da un largo spiazzo che si trova ad una delle estremità del paese: la cosiddetta “piazza della Croce”. Il nome non è riportato sugli stradari, ma le è stato attribuito dagli abitanti, per via di una colonna in pietra di poco più di due metri, sormontata da una croce di ferro. Il manufatto è stato eretto nel 1712, a ricordo di una missione dei Padri Carmelitani. A seguito di un incidente, la colonna venne abbattuta, per poi essere riposizionata, sia pure ridotta in altezza. Al lato della croce ha inizio il Vico degli aranci, suggestiva stradina che costituisce il nucleo più antico del villaggio. Superati due palazzetti con caratteristici portali decorati in pietra locale, si arriva alla Torre Volpe, certamente l’edificio di maggiore interesse. Si tratta di una struttura difensiva in pietra, poi trasformata in civile abitazione, eretta probabilmente nel corso del secolo XI. Oggetto di un recente e attento restauro, ha struttura quadrangolare e merlata, e conserva sul lato destro rispetto alla facciata le pietre che fungevano da cardini per il ponte levatoio. È alta circa quindici metri e presenta i segni delle antiche feritoie e dei vari rimaneggiamenti succedutisi nei secoli. Sulla facciata è possibile ammirare lo stemma in pietra della famiglia Volpe, che ha dato il nome all’edificio. Fa parte dell’A.D.S.I., associazione che riunisce le dimore storiche italiane. Alla torre è legata un’antica leggenda; si narra che durante i terribili assedi saraceni, venisse installata sulla facciata una particolare macchina da guerra, una specie di grande ruota di mulino con catene di ferro alle cui estremità si trovavano sfere di pietra che, per effetto della rotazione del marchingegno, venivano scagliate contro gli assedianti. 
Uscendo dal Vico degli aranci e svoltando a sinistra, ci si incammina lungo Via S. Caterina, fino ad arrivare, dopo poco più di cento metri, all’omonima cappella, cuore religioso del casale. La chiesa si trova in cima ad una breve scalinata; sulla facciata è un mosaico a piastrelle che raffigura la Santa. Il primo documento ufficiale che attesta l’esistenza della chiesa in Melito è del 1516, anno in cui il Vescovo di Capaccio Vincenzo Galeota conferì al sacerdote Nicolae di Vitiis l’incarico di amministratore perpetuo della cappella “positam intus casale Mileti”. Gli storici, tuttavia, ritengono che l’edificazione risalga ad un’epoca anteriore. In particolare, è probabile che il nucleo originario dell’edificio sia coevo alla fondazione del villaggio, per comprensibili esigenze di culto della popolazione. Sappiamo, inoltre, che anticamente la chiesetta era assai venerata, in quanto il vicario De Pace parla di “magno concurso toti Cilenti” (grande affluenza da tutto il Cilento). Più volte ristrutturata e rimaneggiata negli anni successivi, la Chiesa mantiene della sua forma originaria esclusivamente la struttura. All'interno, a navata unica separata dal presbiterio da un arco a tutto sesto, è un pregevole altare in pietra e calcina, datato 1835. La statua lignea della Santa, raffigurata con la ruota del martirio, è stata acquistata nel 1869. La cappella di Melito ha a lungo conservato una pregevole tela del XVII secolo, raffigurante il Mistico sposalizio di Santa Caterina con Gesù. Per ragioni di sicurezza, e per preservarlo dall’umidità, il dipinto è stato trasferito presso la Chiesa madre di Prignano, dove lo si può ammirare in fondo alla navata sinistra.
L’itinerario melitese si conclude con una breve sortita alla cosiddetta Fontana Vecchia. Sulla sinistra rispetto alla facciata della cappella c’è un’altra scalinata, che conduce ad un caratteristico arco e, superato questo, ad una curiosa fonte che ha la forma di una casetta, anche questa oggetto di recente restauro. Non si hanno notizie certe sulla sua data di edificazione, ma di certo è assai antica, almeno quanto il villaggio. Oltre la porticina d’ingresso, si scorge un unico ambiente, che costituisce la vasca dell’acqua.
Che cosa resta al viaggiatore di questo insolito itinerario? Certamente non avrà ammirato grandi monumenti, né supreme vestigia del passato. Tuttavia, avrà avuto modo di assaporare il silenzio, gli odori, gli scorci e quel suggestivo e malinconico senso di abbandono che costituiscono un tratto peculiare di ogni tipico villaggio rurale dell’entroterra cilentano.
La Piazza della Croce e la Torre Volpe (foto di Alfonso Cernelli)
Per ulteriori informazioni, vi invito a consultare la pagina Wikipedia, che ho curato personalmente.

17 marzo 2015

"Il grande amico Meaulnes" di Alain-Fournier: l'infanzia come "hortus conclusus"

Esiste una particolare categoria di scrittori, quella degli “autori di una sola opera”, che conta molti nomi eccellenti e altri più o meno conosciuti. Di questa nutrita schiera fanno parte personaggi che devono la celebrità ad un solo romanzo, pur avendo composto altre opere (come Tomasi di Lampedusa o Radiguet), e altri che, in effetti, sono autori di un unico lavoro. Alain-Fournier (1886-1914) è uno di questi ultimi; è suo Il grande amico Meaulnes – noto anche con le traduzioni Il gran Meaulnes o semplicemente Il grande amico – che gli ha dato grandissima fama postuma e unanime approvazione di pubblico e critica. Il giornale transalpino Le Monde lo ha inserito al nono posto della sua prestigiosa classifica dei cento libri del XX secolo. Innumerevoli le traduzioni e le edizioni (anche italiane), tantissimi gli intellettuali che ne sono rimasti affascinati, come Salinger e Kerouac. Tra gli italiani, il partigiano Guglielmo Petroni, nel suo celebre romanzo-saggio La vita è una prigione, ricorda con affetto Il grande Meaulnes, per il sollievo che la lettura del libro gli diede nei durissimi giorni della prigionia a Regina Coeli, durante l’occupazione tedesca di Roma.
Il libro è la più vivida e sentita testimonianza di una stagione irripetibile, l’infanzia. Anzi, l’opera ha la capacità di fissare sulla carta il passaggio dall’adolescenza alla maturità, scrutando il momento in cui un incancellabile solco separa le due età.
Il giovane Francesco Seurel, protagonista ed io narrante della vicenda, vede la sua semplice e monotona esistenza sconvolta, in senso positivo, dall’arrivo di un nuovo compagno di scuola, l’immaginoso Agostino Meaulnes, subito ribattezzato “il gran Meaulnes”, per una straordinaria forza dirompente che promana dalla sua persona, che lo rende diverso da tutti gli altri ragazzini. E proprio durante uno dei suoi vagabondaggi, Meaulnes sarà protagonista di una strana avventura, a metà tra il sogno e la realtà, che cambierà profondamente l’esistenza di molti e la stessa percezione del senso della vita. Non posso aggiungere altro, per non svelare troppo la trama.
Meaulnes non è propriamente un Peter pan, perché non c’è in lui la cieca ostinazione di non voler crescere; egli, piuttosto, vive fino in fondo quell’età acerba che è l’adolescenza, fino a trasformarla da passaggio obbligato in punto di arrivo irripetibile, hortus conclusus sempre vagheggiato con infinita nostalgia.
Non si può non fare una notazione sullo stile, straordinariamente evocativo. Alain-Fournier è un grande narratore, che dà il meglio di sé nelle vivide descrizioni campestri e nello scrutare nel fondo dell’animo dei suoi personaggi. Ma soprattutto, è un maestro nella costruzione delle atmosfere soffuse della vita contadina; leggendo le dense pagine, sembra davvero di immergersi nei campi coperti da un sottile strato di bruma, nelle case coi tetti di ardesia, passando per le stanze rischiarate da un fuoco di arbusti e le strade bagnate e luccicanti di pioggia.
Sembra difficile pensare che la persona che ha scritto questo delicatissimo libro sia stata la stessa che, pur potendo per censo e cultura sottrarsi agli orrori della trincea, magari impegnando un posto in retrovia, ha invece chiesto di essere mandata in prima linea. Forse un estremo atto di incoscienza giovanile, o piuttosto il desiderio di morire assieme agli ultimi, quei contadini costretti a diventare fanti, che egli aveva descritto nella sua unica opera. Resta aperta una domanda, e non potrebbe essere altrimenti. Cosa avrebbe potuto ancora regalarci Alain-Fournier se, come molti altri intellettuali e artisti, non fosse caduto in trincea? Impossibile dirlo, ma di certo sarebbe stato difficile superarsi, perché in quest’opera aveva già e consapevolmente deciso di trasfondere tutto se stesso, tutta la sua sensibilità e la sua esperienza di vita, breve ma intensa.
 
Copertina edizione Garzanti 1965

7 marzo 2015

Internet e la deriva del linguaggio

Il fatto di consentire l’immediata e capillare diffusione di pensieri, opinioni e conoscenze è certamente uno dei maggiori pregi della rete internet. Superato il naturale ostacolo delle distanze, e quello artificiale delle frontiere, le idee sono libere di circolare come mai era accaduto in passato, quando spesso erano confinate in circoli elitari, diffuse solamente in circuiti chiusi e difficilmente comunicanti. È però altrettanto evidente, e di questo vorrei parlare, che tale strumento abbia al contempo consentito a milioni di idioti di dare liberamente sfogo agli istinti più primitivi, ben celati dietro un nome di fantasia. Per capire di cosa parlo, è sufficiente aprire un qualsiasi giornale on-line, oppure un video su YouTube, e leggere i commenti dei lettori, specie per quanto concerne gli argomenti di più stretta attualità. Si potrà allora assistere disgustati ad un florilegio di offese di ogni sorta, spesso gravissime, di triviali litigi, di turpiloqui che farebbero impallidire i poveri scaricatori di porto del famoso proverbio. Ogni occasione, dal fatto di cronaca a quello di politica, dal filmato comico all’evento sportivo, diviene propizia circostanza per vomitare sulla tastiera il peggio che l’ignoranza umana possa partorire. Il tutto, con la sicurezza (anzi, grazie alla sicurezza) offerta dall’anonimato. A volte, poi, questi vandali della rete inscenano infimi e pietosi sceneggiati,  lunghissimi litigi a suon di commenti, che, inevitabilmente, chiamano in causa, con i peggiori epiteti possibili, mogli, sorelle, madri e nonne. C’è gente che minaccia gli altri di morte per delle semplici divergenze sui gusti musicali, altri che sputerebbero sulla tomba di chi ha osato difendere gli immigrati. Ed ecco allora che nasce tutto un campionario di insulti, prima sconosciuti: “buonista” (inteso in senso negativo, specie come difensore dello straniero), “bimbominkia” (giovane ebete allineato al sistema), “sinistro” , “berluschino” e così via. E se leggere questi commenti può far ridere, certamente deve anche indurci a riflettere sulla pietosa condizione di chi sfoga le frustrazioni di una vita miserabile sulla tastiera. Lasciare la propria traccia sulla rete, specialmente per chi farebbe bene a legarsi le mani (a causa anche della scarsa conoscenza della lingua), diventa così una gigantesca proiezione dell’io, tra l’eroico e l’erotico, che fa credere di contare qualcosa persino a chi, altrimenti, sarebbe destinato al mutismo ed all’oblio.
Questo accade specialmente, è bene rilevarlo, per i siti più visitati, quali quelli di informazione generale, ove l’accesso è indiscriminato, per cui si vengono a confrontare persone di ogni età, cultura, condizione sociale, opinioni. Ed ecco che mentre nella realtà la discussione, anche tra persone molto diverse, viene di solito intavolata lungo binari di civile confronto, sulla rete tutto si rovescia, fino a trasformarsi nel vomitatoio delle peggiori nefandezze. Se poi volessimo fare un’analisi sociologica di questi tipici frequentatori della rete, potremmo, senza difficoltà, raggrupparli in tre categorie: il fanatico, l’indignato e il giustiziere. Il fanatico è all’agguato ovunque sia possibile parteggiare per qualcuno o qualcosa: nello sport, nella musica, nel cinema. Difende i propri idoli e chiede per loro rispetto, ma non esita ad infangare quelli degli altri. C’è chi, in questo settore, raggiunge stati patologici: si pensi all’amante della musica “seria”, che si sorbisce i video delle popstar di tendenza solo per insultarle. L’indignato, invece, è un appassionato di politica. Usa i polpastrelli per sollevare le masse, è l’alfiere del “tanto sono tutti uguali”, ma poi, nel segreto dell’urna, non riesce a tradire i vecchi partiti, quelli che, bene o male, gli hanno dato da mangiare. L’indignato, che non sa usare l’arma legittima, cioè il voto, dimostra invece di saper maneggiare, almeno a parola, le armi più cruente. Quella del giustiziere è, a mio avviso, la categoria più pericolosa, su cui è opportuno spendere più parole. Il giustiziere vive nei meandri delle pagine di cronaca nera, aleggia come un avvoltoio sui cadaveri, predilige sguazzare nel sangue e nel pettegolezzo. È al contempo esperto, senza aver mai aperto un libro, di psicologia, criminologia e diritto spicciolo, quello primitivo della pietra e del bastone, per intenderci. Riesce ad essere, allo stesso tempo, pubblico ministero, poliziotto e (più raramente) avvocato, tanto da poter giudicare, senza conoscere le carte, il lavoro di tutti questi professionisti. Ma soprattutto, egli è giudice. Le sue nozioni giuridiche sono ancora più ancestrali di quelle di Rotari. Il re legislatore dei Longobardi, nel suo celebre Editto, rispettava il principio di proporzionalità, quello per cui la pena deve essere il più possibile rapportata al male commesso, al punto che la pena capitale non può che costituire l’extrema ratio. I giustizieri della rete, invece, amano la forca, la accarezzano come si farebbe con un cagnolino, la invocano ad ogni occasione, al punto che sarebbero pronti essi stessi a stringere il cappio intorno alla gola del “mostro” di turno, sbattuto sulla prime pagine di tutti i giornali. E sorge quindi il legittimo dubbio che, condannando il male degli altri, vogliano in realtà esorcizzare il proprio, riconquistando una verginità perduta. Come liberarsi di questo fenomeno? Non nego che anche a me è capitato, in passato, di cadere nel gioco dell’offesa gratuita su internet. Poi, oltre alla stupidità del gesto, mi ha convinto a desistere la considerazione che tutte le parole scritte sulla rete scompaiono quasi subito, fino ad essere sommerse dal mare magnum di internet, che è in continua evoluzione e mai si ferma. Cosa rimane di tutti i fiumi di ingiurie, delle tonnellate di indignazione? Solo schizzi di sterco, come quando il benefico sciacquone lava via ogni cosa.
L'anonimato offerto dalla rete incentiva condotte offensive

23 febbraio 2015

"Il mondo è una prigione" di Guglielmo Petroni: oltre l'olocausto dei valori

Tra le testimonianze sulla Resistenza, questa è certamente una delle più intime e sentite. Con uno stile asciutto, senza orpelli di sorta, Guglielmo Petroni racconta i trentatre giorni trascorsi da detenuto a Roma nel 1944, arrestato dai tedeschi per la sua attività di antifascista. Il libro (prima edizione 1949) appartiene al genere del “memoriale dal carcere”, che tanti illustri predecessori ha avuto, da Wilde a Gramsci. Quattro le prigioni visitate dall’autore nei tragici giorni che precedettero la Liberazione alleata: la casermetta dei militi forestali, il commissariato di Via Flaminia, l’atroce Via Tasso e, infine, il terzo braccio di Regina Coeli, gestito dagli occupanti tedeschi.
Petroni credeva fermamente nel suo ruolo di intellettuale, nel dovere di assumere l’onere e i panni del testimone, per far conoscere a tutti, specie ai più giovani, ciò che aveva visto e provato. Il carcere patito dall’autore non è solo la violazione di ogni elementare diritto, ma è la negazione stessa della civiltà e dei basilari principi di giustizia e umanità. Ne esce un quadro di cupa desolazione: uomini stipati in celle sordide, avvezzi alle percosse e alle torture, condannati a morte o ai lavori forzati senza un equo processo. Con grande sensibilità Petroni ne racconta storie e passioni, ne descrive i volti e gli affanni, avendo cura di non dimenticare nessuno di quelli che ha sentito fratelli per comunanza di destino. In queste pagine si respira un’aria di drammatica precarietà, che porta il lettore a immedesimarsi nei personaggi, fino a provare la stessa angoscia e le medesime semplici speranze.
Il romanzo è anche un grande atto d’accusa contro la detenzione per ragioni politiche, dove la differenza tra carcerati e carcerieri non presuppone la commissione di un crimine da parte dei primi, ma l’esercizio della tirannide e della oppressione a opera dei secondi. Anche fuori dal carcere, però, la libertà non ha il dolce sapore tanto desiderato: tutto il mondo è una prigione, e lo sarà fin quando gli uomini non giungeranno a una soluzione morale, che consenta loro di intraprendere un nuovo cammino verso la giustizia e la fratellanza. La guerra e la prigionia hanno trasformato irrimediabilmente lo spirito e le relazioni umane; solo nel profondo del cuore sarà possibile rintracciare quei beni universali che, al di là delle contingenze storiche, hanno la capacità di resistere alle tragedie e all’olocausto dei valori.
Petroni amava soprattutto una cosa di questo libro, che spesso rimarcava: la sua valenza generazionale. Il mondo è una prigione ha il merito di aver dato conto di una generazione di intellettuali, di coloro che più di tutti hanno sofferto la vergogna della prigione e l’isolamento del confino, pur di portare avanti un insopprimibile desiderio di ribellione.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ]
Copertina prima edizione Mondadori, collana Medusa

5 febbraio 2015

"Boxe" dei Diaframma: il riscatto da una vita balorda

Roma, 31 gennaio 2015. Federico Fiumani sale sul palco per l’ennesimo intenso concerto; il ciuffo è quello di sempre, la grinta anche. E mi viene da pensare che ha almeno due grandi (e meritate) fortune: un repertorio vastissimo, costruito praticamente da solo, e un pubblico che lo conosce a memoria. Può attaccare qualsiasi pezzo, anche il meno noto, tanto un irriducibile pronto a cantarlo lo trova sempre. Fa quello che vuole sul palco, non ha una scaletta predefinita, segue gli umori del cuore; alla base, però, un grandissimo rispetto per il suo pubblico. Sa quello che la gente vuole, e la accontenta. Soprattutto, sa di non poter rinunciare agli anni Ottanta, di dover continuamente fare i conti con i primi tre dischi, Siberia (1984), Tre volte lacrime (1986) e Boxe (1988). Sorprendentemente, però, Fiumani attinge a piene mani proprio dall’ultimo, il capitolo finale assieme a Miro Sassolini, l’album meno considerato della trilogia. Esegue cinque brani: Boxe, Adoro guardarti, Blu petrolio, Un temporale in campagna e Caldo. Il perché di questa scelta, ad oltre venticinque anni dall’uscita del disco, è chiaro: si tratta di un’opera epocale, che si lascia apprezzare alla distanza.
Per descrivere Boxe non c’è niente di meglio che partire dalla recentissima ristampa in vinile a tiratura limitata (2014, distrib. Self), che contiene un succoso libretto, con fotografie, recensioni e interviste. E proprio in una di queste interviste, in occasione della presentazione del disco, Fiumani ne ha ben spiegato il significato: “Boxe perché c’è in lei la lotta, il fascino, il senso di precarietà, la voglia di riscatto da una vita balorda, un senso di lealtà e di umanità profondo”. E ancora, Miro Sassolini, in un’intervista rilasciata nel 2003 a mescalina.it, ha detto che “Boxe fu il culmine dell’ultima stagione, labirintico come una fitta trama nervosa spedisce le sue ultime lettere d’amore, le fotografie, il canto evoluto e le note disperate. È struggente e naufrago. Bellissimo”. Bisogna partire da queste parole, per comprendere che Boxe non è un approdo e neppure un punto di partenza, non è né la conclusione di una trilogia né l’avvio di una nuova epoca; è un disco perfettamente compiuto, un episodio anomalo che si muove tra due poli: il sentore della fine e la totale libertà compositiva. Già con il precedente Tre volte lacrime i Diaframma avevano abbandonato il suono cupo e i testi oscuri tipici della new wave, per avvicinarsi con maggiore decisione alla forma canzone. Eppure è solo con Boxe che il percorso si conclude, che testi e musica trovano la loro forma definitiva. Nella title-track si respira la voglia di riscatto, l’orgoglio e al tempo stesso l’amara consapevolezza di una vita vissuta ai margini: “Domani non starà più a me / a tenere le braccia alzate, / a scorticarmi alle corde. / Domani se ti cercherò / avrò la faccia di un uomo pulito, / fresco come una rosa. / E una rosa non può appassire”. Seguono brani che strizzano l’occhio al punk (Blu petrolio, Dottoressa), ballate romantiche (Marta), canzoni tiratissime dai toni crepuscolari (Aspettando te, Un temporale in campagna). L’ultima traccia è Caldo, dove per la prima volta canta Fiumani, la cui voce caratterizzerà tutta la produzione degli anni a venire.
Dopo Boxe, il gruppo si sfalda, perché non aveva più senso andare avanti insieme. Mi piace credere che non siano stati i dissapori interni a separare il binomio Fiumani-Sassolini, destinato forse a non ricomporsi più. È stata la consapevolezza, sia pur non immediata, ma maturata negli anni, di aver pubblicato un disco unico, perfetto come pochi. Dopo Boxe non si poteva seguire la stessa strada, semplicemente perché sarebbe stato impossibile fare di più e di meglio, perché il solco tracciato non poteva essere percorso di nuovo senza cadere nel già sentito. Si ascolti l’interpretazione di Miro, mai così drammatica e teatrale, si rileggano i testi, non più oscuri e criptici, ma finalmente diretti; soprattutto, ci si immerga nell’atmosfera, calda e corposa.
Che cosa rimane? Profetici sono i versi che chiudono Aspettando te: “Nel cuore ho una grande sconfitta, / è una sorta di nostalgia, / non so, di nostalgia”. Un album intenso e malinconico, come un addio in una stazione ferroviaria di periferia. Di lì a poco, dopo il Boxing tour ’88, il nucleo storico del gruppo si scioglierà. Miro e Federico, lontani negli intenti e nelle dichiarazioni, prenderanno le loro strade. Senza rimpianti, o almeno così dicono loro.
Foto tratta dal libretto interno del disco

4 febbraio 2015

"L'odontotecnico" di Manlio Cancogni: una questione privata

Leggendo questo romanzo non può che venire alla mente Una questione privata di Beppe Fenoglio, uno dei più celebri racconti sulla Resistenza, dove la dimensione pubblica della lotta partigiana e quella privata dei rancori individuali vengono a coincidere, e la seconda diventa lo specchio della prima, egualmente crudele e ingiusta. Anche la vicenda narrata da Manlio Cancogni (prima edizione, 1957), che si sviluppa tra il fatidico 25 luglio del ’43 e la Liberazione, è una storia tutta umana inserita nella tragedia collettiva della guerra, di cui riproduce ritmo e violenza.
Sullo sfondo della Storia, potremmo dire, si colloca una faccenda personale, che, sia pur minima e irrilevante, ha la capacità di riprodurre i tratti peculiari di un’epoca di dure contrapposizioni politiche e opposte scelte di vita.
Ivo Folli, fascista riottoso, è un odontotecnico che di fatto svolge la professione di dentista. Privo di un idoneo titolo di studio, è costretto a stipendiare un medico vero, un prestanome cui lo studio è intestato, che ozia tutto il giorno senza fornire alcun aiuto materiale. Per liberarsi da questa onerosa schiavitù, il Folli decide di conseguire il diploma di scuola superiore, che gli consentirebbe di esercitare da solo senza bisogno di intermediari. Si oppone a questo suo progetto l’antifascista professor Querini, che persegue la bocciatura dell’odontotecnico come un atto di lotta politica.
Impedire al Folli di conseguire il diploma diviene così l’ossessione del professore, convinto che si tratti di un atto necessario, partigiano: l’Italia che rinasce va depurata dagli individui come il Folli, usando il mitra o, se necessario, la carta bollata. Intorno ai due contendenti si muovono gli altri personaggi, come il preside Guardone, il capitano Zito e gli antifascisti di Canevara.
La penna spietata di Cancogni non salva nessuno, di tutti tratteggia abilmente meschinità e grettezza, indipendentemente dalla posizione assunta nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani. È un mondo di provincia povero di mezzi e di idee quello in cui tutti si muovono, dove persino l’atto rivoluzionario o di lotta politica è piegato alla logica dell’utile e del vantaggio individuale. Nessuno ne esce indenne, nel corpo o nello spirito, per tutti il destino ha il sapore ineluttabile della beffa. Ne viene fuori una vicenda apparentemente minima, ma in realtà di grande impatto e crudezza.
In tempi come i nostri, che prediligono la letteratura di facile consumo, ci vorrebbe un editore coraggioso che ripubblicasse questo romanzo.

[ Questa mia recensione è apparsa anche su Sololibri.net ]

25 gennaio 2015

"La conquista del Sud" di Carlo Alianello: il sangue dei vinti

«Siamo reazionari? Legittimisti? Vecchi? Decrepiti? No: soltanto amici della verità». Sono queste le parole che Carlo Alianello ha usato per descrivere la sua opera più controversa. Dopo essersi dedicato al grande romanzo storico – si ricordino L’alfiere e L’eredità della Priora – lo scrittore lucano si cimentò con la prova più difficile: scrivere un saggio, una controstoria del Risorgimento nell’Italia meridionale. Come viene raccontato dai suoi biografi, egli era uomo mite e intelligente, propenso alla polemica garbata e mai triviale. Eppure, queste pagine trasudano sdegno, forse per l’orrore di essere divulgatore di vicende che la storia ufficiale ha a lungo tenute nascoste.
Il saggio inizia con lo smascheramento della famosa lettera del 1851 di Lord Gladstone, quella che dipingeva le Due Sicilie come la negazione di Dio, astutamente divulgata in tutte le corti europee per creare odio, raccapriccio, imbarazzo. È questo il punto di partenza per riscrivere la storia risorgimentale; il politico inglese, che molto orrore destò con quelle righe, non aveva visitato alcun carcere del Regno, né aveva mai visto coi propri occhi ciò che scriveva con tanta supposta cognizione di causa. È la tecnica del mendacio, della “macchina del fango”, a voler usare un’espressione tanto in voga oggi.
La vera negazione di Dio, spiega Alianello, era nelle periferie industriali inglesi, negli slums di Londra, nella miserrima Irlanda in perenne carestia. I contadini del Sud, se non erano né ricchi né benestanti, vivevano in un “discreto bisogno”, uguale a quello di tutte le masse popolari dell’epoca.
Se si scava a fondo, si scopre il reale motivo di un’invasione lungamente premeditata: le mire inglesi sul Mediterraneo e sullo zolfo di Sicilia, il timore di un rafforzamento eccessivo dello Stato del Sud, il sospetto verso un Paese pacifico e chiuso in se stesso, che non aveva ambizioni coloniali e preferiva non immischiarsi nelle guerre che ciclicamente sconvolgevano lo scacchiere europeo.
Alianello inizia allora a raccontare la sua versione dei fatti, corredata da autorevoli fonti, continuamente citate. Spulcia le carte dei Tribunali, riporta stralci di sentenze, ci fa sapere che Re Ferdinando, passato alla storia come “Re Bomba”, commutò nella pena detentiva o nell’ergastolo tutte le condanne emesse contro i liberali ed i rivoluzionari, quando non concesse motu proprio la grazia.
Se invece nel Sud vi furono gravissime ingiustizie, queste avvennero sotto il “Re galantuomo” Vittorio Emanuele, che consentì stragi, torture, carcerazioni preventive senza termini finali, continui abusi dei diritti fondamentali, fucilazioni sommarie e processi fuori da ogni logica giuridica. E queste violazioni non erano sconosciute all’epoca, tanto che se ne parlò lungamente non solo tra gli spiriti più eletti del Parlamento di Torino, ma anche nelle assemblee legislative di Francia, Spagna e persino Inghilterra.
Lo scrittore lucano rovescia il giudizio consolidato, scrive un’opera calda e accorata, che rende onore ai vinti di Gaeta e accusa i conquistatori, loro sì negatori di Dio. Più che di scrittore, egli fa opera di avvocato, per convincere il Tribunale della Storia a cassare la mendace sentenza che ha trasformato le vittime in colpevoli, i patrioti in briganti.

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20 gennaio 2015

Hare rama, hare Krishna: Ras Mandal Reggae

È uno dei dischi più presenti sui banchi polverosi dei mercatini dell’usato, ma rare sono le notizie che è possibile trovare sulla rete. Senza voler esagerare, si può affermare che Ras Mandal Reggae occhieggi un po’ ovunque sulle bancarelle d’Italia; si dice, ma non so se è vero, che l’Iskcon (casa discografica e centro culturale Hare Krishna) ne abbia stampate centinaia di migliaia di copie, distribuite porta a porta, oltre che attraverso i canali ufficiali. Dalle poche notizie reperibili, sembrerebbe che sia stato pubblicato anche in Francia, con il titolo di “Dasanudasa” e testi in inglese.
Non è nemmeno ben chiaro a chi vada attribuita l’incisione. È un disco di Claudio Rocchi, del duo Rocchi-Tofani, di un gruppo chiamato Ras Mandal Reggae, oppure un’opera di propaganda dell’Associazione internazionale per la Coscienza di Krishna? Forse è tutto questo. All’epoca, nei primi anni Ottanta, Tofani e Rocchi avevano aderito alla confessione religiosa indiana, e contribuivano a propagarne in Italia la dottrina, sfruttando la loro popolarità. Nel disco sono accompagnati da musicisti di tutto rispetto, come il batterista Mauro Spina (già nella band di Eugenio Bennato), e da altri di cui non abbiamo più tracce, come il bassista Kevin Douglas o il flautista Amyot.
Il clima dell’incisione è quello di un convivio festoso, dove l’impegno religioso (e politico) si stempera nella gioia collettiva. Inconfondibile la voce di Claudio Rocchi, mai sopra le righe, declamatoria come quella di un profeta.  
Il genere è già nel titolo: un dignitoso reggae di ispirazione religiosa, ma non di stampo rastafariano; è un canto elevato a Krishna, un invito ad abbandonare i beni materiali per seguire la spiritualità. Esemplare il testo de L’inganno, forse la traccia più felice.

Il trono è una poltrona,
il regno un letto e quattro mura.
Un corpo da godere messo al centro di un progetto di piacere.
Sono in pochi ad aver capito cosa siamo,
che le chiese sono i corpi che abitiamo,
che Dio è dentro nel cuore di ogni uomo.
Ma il Signore viene e fa il suo gioco,
ha più luce di un milione di giorni di sole
e il buio e l'ignoranza vanno via.
Tirando le somme, resta un lavoro divertente, senza troppe pretese, abbastanza resistente agli anni, che fa riflettere. Non è tuttavia imprescindibile; se proprio si dovesse scegliere, meglio acquistare Un gusto superiore, del duo Tofani-Rocchi. Ras mandal reggae è, al massimo, un utile completamento.
Una cosa però è certa: al giorno d'oggi, dischi così criptici e coraggiosi non se ne fanno più.