26 agosto 2015

"Le rovine in attesa: un nuovo genere di romanzo filosofico". La recensione di Gerardo Russo

Una recensione de Le rovine in attesa è stata pubblicata sul sito sudsostenibile.it. La riporto di seguito, ringraziando l’autore, il giornalista Gerardo Russo, per le parole di elogio che ha voluto spendere.

“LE ROVINE IN ATTESA”: UN NUOVO GENERE DI ROMANZO FILOSOFICO
A cura di Gerardo Russo 
Cosa c’è dietro un maniero che si erge sulla cima di una collina, all’estremità di un paese del Mezzogiorno? Cosa ne anima ancora le mura austere, gli stanzoni bui e freddi e la stessa vita dell’ultimo discendente di una stirpe di condottieri, prelati e grossi proprietari terrieri? I secoli han portato via il regno di cui queste mura robuste erano a guardia, ne han portato via l’autorità e il potere. I secoli ne hanno decretato la morte, lenta e inesorabile.
Eppure non tutto è perduto: quelle mura possenti hanno ceduto solo in parte; rimane, indelebile, un patto etico che la sensibilità, messa a dura prova dal mondo virtuale, potrebbe riuscire ancora cogliere. Sono queste “le rovine in attesa” e questi i pensieri che si affollano nella mente dopo che gli occhi si sono staccati dall’ultima pagina del romanzo del giovane Alfonso Cernelli. La struttura narrativa de “Le rovine in attesa” ha una valenza filosofica più che letteraria: non v’è una narrazione allegorica che si sviluppa sulla dialettica “protagonista-antagonista”, non v”è una vera e propria “fabula” ricca di intrecci. Il racconto inizia con una descrizione quasi giornalistica della vita di due giovani in una città: uno di loro, Erminio Narri, ha terminato, con ottimi risultati, gli studi giuridici. La triste condizione di una società in via di decadenza lo costringe a lavorare in una biblioteca e a tentar di strappare una donna ad un poeta dozzinale attraverso circoli, bar e bistrot. A modificare questa monotonia “fin de siècle” è la lettera di un marchese del Sud, sembra quasi di leggerne una provenienza cilentana, Alberico Priviano, che offre al giovane l’incarico, segreto sino a metà del romanzo, di fondare uno Stato meridionale attraverso una nuova Carta Costituzionale, una summa di valori etici che colleghino l’austerità del passato con la frivolezza del moderno. Questa carta dei valori viene concepita e redatta, ma, causa l’interdizione del nobile, rimane sui fogli che Priviano, in attesa di essere quasi deportato al sanatorio, scorre con lo sguardo compiaciuto e firma, sottoscrivendone l’intesa valoriale. La dialettica, si diceva, non è narrativa, ma scorre sul terreno della costruzione filosofica. La narrazione si dirama su due registri epidittici. Il primo registro promana dall’austerità del passato. Si fonda su una nobiltà, forse un tempo ricca di vizi, ma pregna di valori e di contenuti, ormai in decadenza: l’antica torre di palazzo Priviano svetta ancora sulla vallata e sul paese sottostante, rimane ancora il cuore forte e altero del resto del palazzo e del giardino a pezzi.
Questo registro narrativo definisce un effetto compartecipativo: si svolge in una narrazione più piana, ricca di particolari descrittivi che ne accelerano una confidenzialità estetica. Il secondo registro è invece più distaccato, ha un’intensità semantica volutamente più fredda, quasi a voler sfiorare il racconto dei fatti in un processo. E’ la frivolezza del presente: dalla precarietà del lavoro del giovane guirista, che nel romanzo non verrà mai chiamato per nome, ma sarà, quasi col gelo della cronaca giudiziaria, “il Narri”, alla debolezza di un amore tra Erminio ed Anna. Un sentimento, quest’ultimo, che già alla nascita non ha consistenza e si sfarina, nel prosieguo della narrazione, nei vani tentativi di Erminio di scrivere lettere d’amore dalla residenza nobiliare e in una sorta d’inseguimento quando, tornato per pochi giorni in città, rivede la ragazza uscire dal portone di casa. Sembra che, questa dell’inseguimento, sia un’impresa cominciata controvoglia: più per dare spiegazioni che col preciso intento di ridare consistenza al gioco amoroso. La contrapposizione, non dialettica, avviene tra questi due registri narrativi: il “pathos” che svetta dal passato con un ultimo discendente di una casata nobiliare in rovina e l’insicurezza di un’attualità liquida, dove niente ha più sostanza, nemmeno gli affetti. Si potrebbe affermare che la contrapposizione è tra “due decadenze”: un mondo che non c’è più, ma di questo se ne scorgono le vestigia prepotenti, e un mondo che forse non c’è mai stato, vissuto e trasmesso su fogli virtuali. Tutto è perduto? Non ci può essere un ponte tra queste due derive? Il ponte, sembra suggerire il giovane autore, non può essere virtuale, deve poggiare sulla consistenza di un esercizio quotidiano e costante. La sigla della Costituzione, nelle ultime pagine del romanzo, vuole sancire un patto, un ponte di valori etici che da contratto intergenerazionale tra un vecchio signore, ormai privo di autorità, e un giovane giurista, che non sa come sbarcare il lunario. Proprio su questo lembo tra passato e presente si eleva un richiamo esistenziale. Il richiamo al Mezzogiorno acquista così un valore di palingenesi culturale più che avere contenuti meridionalisti. Il Mezzogiorno è depositario di valori che hanno attraversato i secoli: le “rovine in attesa” sono al Sud, ma questa non vuole essere un’ammonizione, è invece un richiamo, quasi sussurrato con la forza descrittiva della natura, delle pietre, dei palazzi, che, nonostante l’età e l’incuria, rimangono in piedi nella loro severa austerità. Questo è, in sintesi, il valore filosofico del romanzo, il secondo, di Alfonso Cernelli.     
E’ un lavoro che detta con maggiore incidenza un percorso che si intravedeva già nella sua opera di esordio. E’, il romanzo filosofico, un’ottica per indagare l’animo umano che ha origini lontane, un campo poco battuto nella deriva di “thrilleraggio” che, ormai da decenni, ha assunto l’industria editoriale contemporanea. Eppure, la ricchezza di prospettiva, la rara perizia del giovane autore nel toccare temi così alti e austeri, fanno del romanzo un vero e proprio capolavoro.

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22 agosto 2015

"Pensieri puri e pericolosi: rovine in attesa". La recensione di Serena Di Sevo

Sulla rivista “La Mandragola” è apparsa una interessante recensione de Le rovine in attesa, a cura della giornalista Serena Di Sevo. Riporto di seguito le sue parole, cogliendo l’occasione per ringraziarla per i molti e nuovi spunti di riflessione sull’opera.

PENSIERI PURI E PERICOLOSI: ROVINE IN ATTESA
A cura di Serena Di Sevo 
Tra le tentazioni della modernità sua eccellenza tentazione è di certo quella del passato, un luogo in cui rifugiarsi alla ricerca di quei valori che si ritengono perduti. La modernità può essere vissuta con fastidio, condanna e incomprensione, farsi concetto assoluto del disagio e dell’estraneità rispetto al sentire altrui. È nella politica che questo disagio si manifesta prepotente: una tabula rasa di programmazione, ideali, diversificazione che produce quell’horror vacui che con termine terribile chiamiamo qualunquismo ma che di fatto è rassegnazione a un presente che non si può cambiare. La lotta, laddove resiste, parla la lingua vecchia del passato, un passato che nostalgicamente proviamo a ricostruire criticamente. Nelle desolate terre del sud Italia la rassegnazione è incancrenita nella convinzione di essere condannatati a un destino ineluttabile e crudele originato, secondo l’opinione di molti, da quella ferita mai curata dell’unificazione nazionale. Chi ha strappato il meridione dai fasti e dalla gloria, da un’identità di popolo unito sotto la stessa cultura, lo stesso re, lo ha fatto con false promesse e con cattiva coscienza. Il nostro sud è come una vecchia casa in rovina ristrutturata secondo regole scorrette che hanno impiantato, in luogo di forti pietre e pregiati legni, effimere promesse laddove profumavano i limoni e fiorivano le vigne e i ciliegi. Pensiero puro e pericoloso. Rovine in attesa.
Cosa accadrebbe se da questo pensiero si provasse a fare un passo più in là, un progetto di rinascita, un progetto rivoluzionario che porti le lancette della storia indietro nel tempo senza cancellare l’esperienza del tempo intanto trascorso? L’ultimo libro del giovane scrittore di origini cilentane Alfonso Cernelli, "Le rovine in attesa", parte proprio da questo presupposto per narrare con delicatezza il tema del passato nell’ossessione di un nobiluomo in rovina, arroccato nel suo palazzo, nascosto tra i libri di una ricca biblioteca, a coltivare progetti rivoluzionari per la propria terra. Un destino, quello del marchese Alberico Priviano, condannato e fatalmente destinato ad incontrarsi con altrettanta solitudine: il giovane Erminio Narri, giurista bibliotecario insoddisfatto e frustrato riceve una misteriosa lettera in cui gli viene offerto un incarico segretissimo e importante. Erminio lascia tutto, un amore, un lavoro sicuro, gli amici, per abbandonarsi al caso e all’incertezza, per inseguire la tentazione di un sogno di grandezza, trovare uno scopo più alto alla propria esistenza.
I due uomini si immergono nella costruzione di un nuovo ordine socio-politico e si abbandonano alla folle illusione di poter cambiare il corso della storia. Sprofondati nella solitudine, don Alberico e il Narri trovano reciproco sostegno nutrendosi di entusiasmo per un comune e nobile obiettivo: fondare un nuovo stato e dotarlo di una carta costituzionale. Nella storia di don Alberico e del Narri troviamo una tentazione e una sconfitta che è affermazione di un’attesa: il nostro sud, le rovine del passato mummificate, le potenzialità sempre inespresse della nostra terra, attendono che la lotta si compia nel presente, con la lingua e la testa di oggi per costruire il domani. Il coraggio di esprimere questo concetto semplice e cruciale risiede nella stesura stessa del libro, nella scelta di esprimersi in narrativa, in una narrazione peraltro non sentenziosa, che non conclude: il libro lascia aperto il finale, le conclusioni e persino le interrogazioni, evitando il bozzetto meridionalista, ponendolo anzi come imputato. Perché gli slogan e le sublimazioni, le frasi fatte e i luoghi comuni, sono forse i peggiori nemici della nostra ossessione di rinascita: gli alimentatori di confusioni e ignoranze sotto le quali ci siamo irrimediabilmente sepolti.


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20 agosto 2015

"Slow man" di J.M. Coetzee: un uomo a metà

Un uomo perde una parte di sé per ritrovare se stesso. O meglio, un uomo perde l’integrità fisica per recuperare quella morale. Questa l’essenza del romanzo di Coetzee pubblicato nel 2006, dopo il conferimento all’autore del Premio Nobel per la Letteratura.
Paul Rayment ha sessant’anni e vive da solo in un grande appartamento di Adelaide, circondato dalle fotografie sulla storia dell’Australia che intende donare alla Biblioteca civica. Una volta passato a miglior vita, nessuno si ricorderà di lui e il suo nome rimarrà impresso soltanto in un polveroso archivio pubblico, sui documenti del fondo che gli sarà intitolato. L’occasione di cambiare vita e, soprattutto, di spargere nel mondo un po’ d’amore, si presenta inaspettata, quando un incauto automobilista lo travolge facendogli perdere una gamba. L’incidente, anziché avvicinarlo alla morte, diviene un’occasione di rinascita. La chiave del cambiamento è l’amore per Marijiana, l’infermiera di origine croata che lo accudisce. Ma questo sentimento supera la dimensione puramente carnale del rapporto uomo-donna, per diventare qualcosa di diverso e più profondo. Paul Rayment intraprende una strada che mai avrebbe immaginato di poter percorrere: l’esperienza della paternità. L’amore per Marijiana, infatti, trascende la solida figura di lei, per irradiarsi su tutta la sua famiglia, in particolare sui figli. La passione (non corrisposta, per la verità) diventa travolgente, passando dall’adorazione all’ossessione, mettendo lo stesso Paul in ridicolo. Eppure, il suo desiderio è privo di ogni malizia: vorrebbe semplicemente diventare il nume tutelare della famiglia di Marijiana, provando la sensazione e la responsabilità di essere padre, anche se in tarda età.
L’opera dello scrittore sudafricano scruta con profondità di analisi un aspetto spesso trascurato, per disinteresse o reticenza: il rapporto tra handicap e desiderio. E il merito di Coetzee è quello di aver indagato con sensibilità e giusto distacco, sul presupposto che la vitalità dei sensi prescinde dalla pienezza della forma fisica. Si può amare da anziani e da malati, con la stessa drammatica pienezza della gioventù.
Slow man non è certamente il miglior romanzo di Coetzee, né un libro imprescindibile. Tuttavia, riesce ad offrire interessanti spunti di riflessione su tematiche di rilevanza universale, quali il contrasto tra deformità e bellezza, l’accettazione del diverso, l’insopprimibile bisogno di andare avanti anche quando il destino sembra aver poggiato un velo scuro sulle nostre spalle.

1 agosto 2015

"Le rovine in attesa": la recensione di Giuseppe Baiocco

Lo scrittore e neuropsichiatra Giuseppe Baiocco ha scritto una interessante recensione del mio romanzo Le rovine in attesa, cogliendone con grande maestria spunti e suggestioni. Lo ringrazio per il graditissimo omaggio.

La recensione 
Nel romanzo "Le rovine in attesa" di Alfonso Cernelli, il palazzo turrito di don Alberico ci appare come il santuario dell’umana esistenza, svettante verso la sommità del cielo dove ci si aspetterebbe di vedere Mosè ricevere le tavole della legge. Di legge, in realtà, nella torre avita si parla e molto ma nel senso di Costituzione morale da consegnare all’aristocrazia del mondo per liberare l’uomo da ogni "strumento di repressione". Un uomo non utopico – ben inteso – ma storicamente agente nelle lotte di popolo contro il tiranno. Si può giustificare il travolgimento violento di una civiltà, sia pure in rovina, per promuovere un'utopica Costituzione moralmente alta al fine di rendere buona e giusta l'umanità così generata? É da qui che prende corpo la stupenda narrazione del romanzo, anche se lo spleen narrativo si lascia pervadere sin da subito dall'attesa cotardiana del crollo cosmico (una sorta di Aspettando Godot alla rovescia): l’umana ragione dei protagonisti – disastrata dalle storie che la sconvolgono – vive con la disposizione d’animo di chi va in rovina, rassegnato alla fine ineluttabile. Affabulante nella sua desolazione ci appare questo santuario pensile sospeso nel cielo, per raggiungere il quale c’è solo un'angusta via metafisica, il corso: "espressione tanto fuori luogo" da essere essa stessa un non-luogo di quel mondo.
Eccoci dunque, alle relazioni tra i personaggi del romanzo tutte pregne di una crepuscolarità umorale depressa che oscura l'eros del sentimento pur di allontanare la rovina che incombe. E a nulla servirà fuggire lontano in cerca di fortuna, come fa Erminio: la sua non è una ribellione titanica contro il dio-tiranno della storia (i piemontesi) ma un acquattarsi in attesa per ritrovare in essa un cantuccio in cui vivacchiare. Come appaiono lontani i vagheggiamenti su Errico Malatesta al Caffè degli Oracoli e sugli ideali rissosi degli spiriti ribelli!
Quello di don Alberico è un palazzo dell'immaginario, è una galassia dove si approda dalle vie più disparate e da cui non c'è più ritorno perché è frontiera di troppi mondi fantasmatici insieme, quello della ragione in fuga, delle emozioni coercite, delle passioni ritualizzate, dei sentimenti-ossessione. Il marchese e i suoi "cortigiani" si muovono sullo scenario del romanzo come controfigure dell'inconscio, un inconscio più simile ai gironi danteschi che alle istanze freudiane.
Chi vive nella torre è un “eletto” o meglio un predestinato e forse per questo tra di loro si stabilisce un collante umano forte quanto una religione, una cospirazione, una regola monastica, una mistica sovversiva. Lì, ove si abbatte ogni genere di avversità con la forza fascinatrice del mito (intemperie, desolazione, rovina, vecchiaia), non può non allignare anche l’archetipo dell'umanità più malvagia: i due amanti fedifraghi. Su di loro non deve calare un giudizio morale di condanna perché "necessari" all'economia del romanzo, necessari quanto Giuda al trionfo di Cristo. Solo che in "Rovine in attesa" non c'è delitto, né castigo e, peggio ancora, non c'è crisi catartica, quindi "resurrezione".
Un consiglio: il libro è così denso di retrogusti che va assaporato soprattutto dopo che si è finito di leggerlo, rivisitandone le "stanze" che hanno scaricato sul nostro immaginario le loro suggestioni visuali.

L’autore
Giuseppe Baiocco dice di sé: «Sono un marchigiano delle Marche "sporche" (cioè del maceratese), mi sono sempre nutrito di sentimenti forti e passioni che hanno costellato la mia esistenza, in modo diverso a seconda delle stagioni della vita. La biologia è stata la prima di queste solo per ordine di tempo (anche perché è quella che mi ha nutrito - in tutti i sensi - per quarant'anni), poi la poesia (Aretusa, 1986) e infine la narrativa (Storie di Borgo e di Bottega, 2002 - La donna di Villamare, 2014). In mezzo a queste, si è inserito l'amore per la fotografia (fotoSvagando), arte che in qualche modo rappresenta un ponte tra le due potendo essa figurare immagini estratte dall'immaginario delle altre. Ho rincorso tutta la vita il grande sogno di scrivere il "mio" romanzo, perché quello (specie se è il primo e magari sarà anche l'unico) ti rappresenta come nessuna altra cosa al mondo e proprio come un mondo in cui ti sei incarnato lo puoi  condividere, nella sua pienezza psicologica, anche con chi non ti conosce e non ti conoscerà mai. Il destino ha voluto che, proprio grazie a "lui", io abbia incontrato per i "mari delle lettere" Alfonso e il suo romanzo "Le rovine in attesa". Ecco perché mi trovate in questo blog».

30 luglio 2015

25 agosto, Ascea Marina (SA): presentazione de "Le rovine in attesa"

Martedì 25 agosto presenterò Le rovine in attesa ad Ascea, celebre località costiera del Cilento. La presentazione si inserisce nel contesto della manifestazione LeggerMente – Incontri d’Autore alla Fondazione Alario, organizzata dalla Onlus Il giglio marino e dalla Fondazione Alario per Elea-Velia.
Appuntamento martedì 25 agosto, ore 18, presso la corte di Palazzo Alario in Ascea Marina.
Locandina della manifestazione

16 giugno 2015

"La mia scrittura umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante": intervista al poeta e scrittore Dante Maffia

Dante Maffia, nato a Roseto Capo Spulico (Cs) nel 1946, è uno dei più importanti scrittori e poeti contemporanei. Non è possibile riassumere in poche righe la sua vasta produzione letteraria, che comprende opere di narrativa, poesia e saggistica; per questo, mi limito a rinviare alla pagina della biografia presente sul suo sito e su Wikipedia.
Mi ha concesso, e per questo lo ringrazio tantissimo, una lunga e appassionata intervista, che, partendo da un’analisi del romanzo Milano non esiste, affronta altri interessanti temi, quali il meridionalismo, l’emigrazione, la civiltà letteraria, il ruolo della poesia, la globalizzazione.

Domanda. Milano non esiste è, a mio avviso, un tassello fondamentale della letteratura italiana degli ultimi cinquanta anni, il libro che ogni emigrante dovrebbe leggere e conservare come una cara reliquia, per ritrovarvi una parte di sé. Qual era il suo intento nella stesura del romanzo?
Risposta. Quando ho cominciato a scrivere Milano non esiste non avevo intenti d’altro genere che quello di raccontare una storia molto nota soprattutto a me stesso che ho visto vuotarsi il mio paese di nascita. Una storia però che fosse di tutti gli emigranti, e senza la retorica piagnona del distacco e della nostalgia. Il protagonista doveva essere un simbolo, innanzi tutto (ecco perché non ha nome), focalizzare la contraddizione del suo essere a Milano senza esserci veramente (la moglie milanese, i figli nati a Milano) fino a considerare i figli calabresi e la moglie ormai anch’ella calabrese.
No, non vorrei che il mio romanzo fosse letto e conservato come una  reliquia, ma come valore della diversità, nella certezza che niente e nessuno deve (o dovrebbe) mai farsi cancellare le radici, quali che siano, ma confrontarsi e riconoscere l’altro da sé.
Sull’emigrazione i romanzi abbondano, a cominciare da quello di Francesco Perri (per documentarsi accuratamente basta sfogliare un ricchissimo testo di Rocco Paternostro) e sarebbe stato sciocco puntare al sapore e agli effetti antropologici ed etnologici. Il mio intento era quello di guardare a far guardare dentro una realtà che non appare mai, che però spacca le famiglie, le rende estranee a se stesse. Non nascondo che era anche quello di sfidare un luogo comune. Lo faccio spesso, ultimamente per esempio, ho pubblicato un libro di versi di oltre cinquecento pagine intitolato Il poeta e la farfalla, rigorosamente poesie d’amore, cercando di distruggere icone e abitudini per rinnovarne lo spirito e la sostanza. In qualche modo l’intento, scrivendo Milano non esiste, è stato il medesimo.

D. “Però un paese ci vuole”, diceva Pavese. “Non si può vivere senza le proprie radici”, afferma l’operaio di Milano non esiste. L’origine geografica è un marchio che non si può cancellare, eppure la globalizzazione mette in crisi questa certezza. Qual è la sua opinione in merito alla crescente massificazione del pensiero, che vuole annullare ogni differenza e renderci tutti uguali?
R. Il giorno in cui dovesse accadere che gli uomini diventano tutti uguali, hanno tutti la stessa maniera di esprimersi e di muoversi, hanno tutti gli stessi gusti e le stesse abitudini, sarebbe una catastrofe irreversibile e di conseguenza la cancellazione della vita stessa. La vita, di per sé, è diversità, altrimenti è orrore impastato nello zero della ripetizione. E’ un tema a me molto caro, che ho trattato anche in una mia poesia. Le cito parte della composizione che conclude la sezione di Sbarco clandestino, un libro uscito nel 2011: “Mi domando che cosa sarà la vita / quando tutti saremo tali e quali / e tutti indosseremo la stessa divisa / e tutti mangeremo lo stesso cibo / e tutti ameremo lo stesso Dio. // … La pace non è un mare incolore / che racconta nenie per addormentare. / Oh, ecco i bambini tutti uguali / andare a scuola in fila ordinata / inchinarsi e sorridere. Un’indecenza / l’uniformità gioconda e statuaria. // La vita si ribellerà, / si nasconderà nei tubi dei cessi, / nei fondali marini / per conservare una briciola / del canto universale / che è la negazione della serie, / … Che mai si parli una lingua soltanto, / che mai gli uomini siano tutti / d’un solo colore, / che mai i cuori siano allineati / in una sola direzione”.

D. L’io narrante di Milano non esiste sa di essere una pedina del sistema, una rotella di un ingranaggio violento e complesso; eppure, nonostante tutto, riesce con cieca determinazione a non farsi abbagliare dal miraggio della ricchezza e del benessere, fino a trovare una via di fuga a lungo vagheggiata. Egli non vuole distruggere il sistema, ma solo eluderlo scappando. Come si colloca il suo romanzo nella tradizione del “romanzo operaio” della letteratura italiana? Può essere visto come un libro di rottura, perché sostituisce alla lotta collettiva una guerra privata?
R. Certo, non pensavo minimamente di diventare l’appendice di una cordata che comunque non ha dato risultati eccellenti, se non visti in chiave sociologica e politica. A me ha sempre interessato l’umanità che ognuno si porta dentro, l’esperienza, il vissuto che è e sarà sempre individuale. Il mio operaio si rifiuta istintivamente di diventare un numero, ha dentro gli umori e i sapori del paese, la luce e il sale di parole vive che lo accompagnano, ma non si pone neppure il problema di volere o non volere distruggere il sistema in cui è stato catapultato. Ha dentro di sé princìpi e carezze dell’infanzia che vuole riconquistare tornando, ed è talmente tanto convinto che sia nel giusto, che disinvoltamente organizza anche la vita dei figli e della moglie nella direzione del ritorno.

D. Il protagonista di Milano non esiste è un umile operaio calabrese che considera la città che lo ha sfamato come una prigione, e non vede l’ora di fuggire per sempre. Lei è un intellettuale calabrese che da molti anni vive a Roma. Com’è il suo rapporto con la Città eterna?
R. Quando nel 1967 sono arrivato a Roma per iscrivermi all’Università, c’era ancora una civiltà letteraria ben articolata e di altissimo livello. Non fu difficile fare amicizia con Alberto Moravia, Elsa Morante, Livia De Stefani, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Elsa De Giorgi, Giacinto Spagnoletti, Laura Di Falco, Giorgio Bassani, Dario Bellezza, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Enzo Siciliano, Franco Cordelli, Stefano D’Arrigo, Cesare Vivaldi, Renato Guttuso, Ennio Calabria, Eugen Dragutescu, Pier Paolo Pasolini, Aldo Turchiaro, Maria Luisa Spaziani, Alberto Bevilacqua, Sergio Zavoli, Aldo Palazzeschi e potrei continuare l’elenco con nomi eccellenti del mondo del cinema, del teatro, della musica, della poesia, della critica, del giornalismo e della narrativa… Avevano in comune una cosa, questi signori, non sopportavano la mediocrità e perciò o avevi qualcosa da dire  sul serio o eri abbandonato nel tuo brodo.
Dopo la laurea ho fatto il professore in Calabria ma poi ho chiesto il trasferimento. Avrei potuto sfamarmi anche al mio paese, perciò la mia non era una condizione identica a quella del mio operaio. Dopo avere scandagliato Milano per viverci, (Milano è un inferno balordo convinto di non esserlo), scelsi Roma, di cui avevo intravisto i difetti, ma che sentivo carica di umanità. Non sbagliai, fui accolto dai signori citati e da altri. Ma adesso anche Roma è diventata una specie di deserto culturale, una corsa al presenzialismo e alle cariche e perciò il mio rapporto è diventato quello che si può avere con una vecchia amante che ormai è incapace di donarsi e di capire che cosa è essenziale. Soprattutto che cosa è essenziale per un poeta che non ha mai rincorso la “carriera”. Io ho sempre desiderato che le mie pagine facciano breccia e trovino accoglienza, non io, io sono appena uno strumento, è quel che scrivo che vorrei arrivasse, anche in maniera anonima.

D. Chi è, a suo avviso, lo scrittore che ha saputo descrivere il Sud meglio di tutti, evidenziandone bellezze e contraddizioni?
R. Io, naturalmente… Questa è una di quelle domande a cui non è facile rispondere in sintesi, dovrei ripercorrere un lungo cammino di testi e indicare alcune pagine, dei capitoli… Se poi devo fare per forza dei nomi dico Vitaliano Brancati, R. M. de Angelis e Marotta.

D. Assistiamo negli ultimi anni ad una reviviscenza del pensiero meridionalista, al risvegliarsi della consapevolezza della nostra storia e del nostro passato. Al contempo, però, c’è chi assume atteggiamenti di “stampo leghista”, esagerando forse un po’ nell’idea di un Sud preunitario quale età dell’oro. Qual è il suo pensiero in proposito?
R. Non era età dell’oro il Sud preunitario, certamente, ma non era nemmeno ciò che diventò immediatamente dopo l’annessione. I libri di Carlo Alianello e di Salvatore Scarpino spiegano qualcosa di molto importante in proposito. Ma le polemiche ormai non servono, anche se non dobbiamo dimenticare che a Mongiana (Calabria) esisteva la più grande acciaieria d’Europa e a San Leucio (Campania) una signora seteria da fare invidia a tutte quelle inglesi. Certo, fu una beffa farsi annettere da una popolazione di un milione e settecentomila abitanti sparsi fin nella Sardegna essendo il Sud di circa tredici milioni di abitanti, e non tutti analfabeti o privi di valore, come hanno voluto farci intendere. La storia ha svenimenti e incoerenze, vertiginose sconcezze, nessuno mai ne comprenderà il corso. Io credo, comunque, che sia ora di fare sentire la propria voce e di mettersi alla pari, in ogni senso. Non potrò mai dimenticare, avevo sedici anni, se non ricordo male, un gruppo di ragazze bergamasche e friulane in vacanza al mare del mio paese, lo Jonio, culla della civiltà più straordinaria che si sia mai avuta. Facemmo amicizia e si scandalizzavano se mi scappava una frase in dialetto, chiamandomi baluba, barbaro, africano. Invece il loro dialetto, incomprensibile, era giusto, civile, necessario, poetico.

D. Mafia capitale, scandalo Expo e Mose, “Lega ladrona”: c’è ancora spazio per un pregiudizio antimeridionale in un Paese che sembra aver elevato la corruzione a regola di sistema, da Nord a Sud?
R. I pregiudizi è sempre difficile sradicarli, anche quando non hanno un fondamento. Basta che sorgano e poi si radicano e diventano vangelo. E’ una storia antica. Una volta a Milano fu debellata una banda di quattro poveri cristi meridionali guidata da un avvocato milanese, che aveva finalità politiche e voleva creare tensione. Tutti i giornali titolarono a lettere cubitali "Banda meridionale" facendo appena un cenno, se pure, della mente che organizzava furti e rapine e terrorizzava i quartieri alti della città lombarda. Il pregiudizio continuò e non accadde nulla di diverso neppure quando si insistette sulla matrice lombarda. Sono certo che continuerà anche adesso, è una questione di antropologia, di cultura il sentirsi portatori di valori e attribuire agli altri le miserie dei comportamenti. Ne sono convinti al Nord e la convinzione è un’arma micidiale che non si debella coi fatti, ma con una rivoluzione delle coscienze che tutti si guarderanno bene da mettere in atto. Neppure di tentare. Del resto credo che faccia comodo, e non è una provocazione, anche ai meridionali stessi.

D. Lei è un apprezzato poeta. Oggi quasi tutti scrivono “poesia” e pochissimi ne leggono; crede che questa forma di espressione possa avere ancora uno spazio nella letteratura contemporanea?
R. Il fatto che molti scrivano poesia la dice lunga su questa esigenza, probabilmente perché ormai è assegnato al poeta il ruolo dell’uomo sensibile. E poiché la sensibilità non si può misurare con nessuno strumento, ecco che si arroccano nel diritto di essere poeti. Ed è vero che chi scrive poesia non la legge, strano fenomeno che a me fa ridere, che trovo buffo, e così cretino da farmi pensare che la velleità è una malattia peggiore del cancro.
Al di là di questa osservazione ormai consacrata e riscontrabile ovunque (sette milioni circa di libri di versi vengono editi ogni anno) chi scrive poesia vera sono cinque, al massimo dieci persone che distillano vita, amori, rancori, illusioni, tensioni, ideali, storia, cultura, religione, cadute morali, esaltazioni e tanto altro per arrivare a significare, come diceva l’Alighieri, e a insegnare “ad ora ad ora come l’uom s’eterna” dopo averlo imparato. Scrivere versi è una moda, ma i più non sanno neanche che cosa sia un vero verso. Comunque una ragione, vanno sempre dicendo, ci deve essere se quando vogliamo porre in risalto la grandezza dell’Italia facciamo per prima i nomi di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Leopardi e Foscolo.
Sì, ci sarà sempre spazio per la forma espressiva della poesia, vera o falsa, stupida o intelligente. E’ un’esigenza dell’uomo tentare di esprimere al meglio ciò che prova. Certo, i danni fatti da alcune cordate di finti poeti sono stati feroci e sanguinanti, ma la poesia sa rimarginare le ferite e sa rinnovare il suo lievito umano e culturale puntando alla bellezza e alla luce e abbandonando alle scorie e all’immondizia il marginale. Ma dobbiamo digerire il veleno che una masnada purtroppo di finti poeti ha sparso ovunque togliendo alla poesia il mistero, il fascino e l’altezza spirituale e poiché in genere questi finti poeti sono stati o sono impiegati o funzionari della editoria che conta, siamo stati inondati da miseria e da caccole di ragni e di topi. Balestrini, Giuliani, Cucchi, Majorino, D’Elia, Insana, De Signoribus, De Angelis, per fare qualche nome, hanno autorizzato nei fatti la banalità, il semplicismo becero, l’oscurità del dettato, la bruttezza e il gioco fine a se stesso. Ma la confusione passerà presto. Come si dice? Alla squagliata della neve si vedono tutte le malefatte e anche altro…

D. Gli editori, specie i grandi gruppi editoriali, incentivano la pubblicazione di opere scritte da attori, presentatori televisivi, sportivi, presenzialisti del tubo catodico, volti più o meno noti, a danno della letteratura di qualità e degli “emergenti”, che trovano sempre meno spazio. Il fine ultimo degli editori sembra essere solo il profitto. È stato sempre così, oppure si sta assistendo ad uno scadimento letterario, che è poi lo specchio della decadenza del Paese e della società?
R. Non è stato sempre così. Prima le case editrici, fino a qualche decennio addietro, erano in qualche modo i santuari della cultura, intesa in tutte le sue irradiazioni e le sue ragioni, e lavoravano con una equipe di studiosi che badavano a scegliere le opere senza stare a preoccuparsi della eventuale vendita. Un libro veniva valutato per quel che valeva e non per altro. Poi sono cambiati i parametri, morti Bazlen, Pavese, Vittorini, Sereni, Spagnoletti, Ravegnani, Calvino non si sono avuti più lettori per scegliere le opere da pubblicare. Ed ecco l’ondata dei giornalisti, degli attori, degli sportivi, dei televisivi, che però non lasciano traccia, si sostituiscono ai giornali, ai rotocalchi e non so nemmeno esattamente se fanno profitto, visto che gli editori chiedono contributi allo stato. Sono sospettoso nell’instaurare una equazione tra ciò e la decadenza del Paese e della società, ho l’impressione che ci possa essere qualcosa di peggio, di più losco, di più scandaloso.

D. Quali sono i libri che considera fondamentali per la sua formazione culturale? Preferisce leggere opere che trattano argomenti di stretta attualità, oppure classici che approfondiscono tematiche universali, legate alla natura immutabile dell’essere umano?
R. Sono onnivoro, leggo di tutto, e con una fame di pagine che più consumo e più ne voglio. Dopo il pasto ho più fame di pria, come dice il poeta. Ma col passare degli anni ho messo in uno scaffale i cento volumi che ho riletto e che rileggerò. Per lo più classici, da Omero a Orazio, da Lucrezio ad Aristofane, da Platone a Rabelais, da Tasso a Sterne, a Gogol, a Tolstoi, ma amo molto e li ritengo fondamentali per la mia crescita o per i miei scontri, anche autori più vicini nel tempo, come Manuel Scorza, Juan Rulfo, Saramago, Hamsun, Bunin, Hilton, Broch, Celine, Steinbeck, Canetti. Quest’ultimo più di tutti, è quello che meglio ha capito il senso del vivere e del morire, e forse anche il senso del nostro passaggio sulla terra.

D. In un’intervista rilasciata nel 2013 alla rivista letteraria L’EstroVerso, lei afferma di essere “anarchico in ogni direzione, soprattutto letteraria” e di “non accettare le graduatorie imposte dall’alto, i suggerimenti dei recensori ufficiali”. Questo atteggiamento anticonformista le ha consentito di costruire un percorso di tutto rispetto, ma lontano dal pensiero unico delle certezze acquisite. Quali difficoltà ha incontrato per affermarsi nel panorama letterario?
R. Nessuna. Sarebbe bastato che mi fossi genuflesso e avessi accettato il diktat di alcuni mediocri per essere subito dentro il panorama dei presenti. Io non amo essere presente, l’ho già detto, mi piacerebbe che fossero le mie opere ad essere presenti. Agli occhi esterni il mio atteggiamento è risultato anticonformista, lo comprendo, in realtà io ho seguito soltanto e semplicemente il mio modo di essere e di vivere, la mia inclinazione alla semplicità e al saper dire pane al pane e vino al vino. Con sviste clamorose, ci mancherebbe altro! Ma non so fingere, fare l’ipocrita o tradire.  Non so essere salottiero (ci vorrebbe poco a fare le smorfie delle scimmie e a tessere lodi e salamelecchi).  
Le certezze acquisite! Io credo che chi scrive non debba mai partire da certezze, ma da possibilità, da probabilità. Neanche la morte è una certezza vista da un certo punto di vista. Dunque, mi domanda quali difficoltà ho incontrato per affermarmi nel panorama letterario. Una sola: quella di convincere a leggermi. Ecco che ritorniamo al cambiamento, ai letterati di un tempo, a quando dicevo di ”civiltà letteraria”. Palazzeschi o Moravia, la Morante o Spagnoletti, prima di prenderti a calci o di rifiutarsi a darti retta, spiavano, spulciavano, si sporgevano verso i giovani…verso le loro opere.

D. Se dovesse definire la sua produzione letteraria con un aggettivo, quale userebbe?
R. Scelga lei tra questi: umana, autentica, vera, palpitante, germogliante, lievitante. Sì, molto, molto maffiana.
Lo scrittore e poeta Dante Maffia

14 giugno 2015

"Milano non esiste" di Dante Maffia: l'ossessione del ritorno alle origini

Quando Guglielmo Petroni diede alle stampe il suo romanzo-manifesto sulla Resistenza, Il mondo è una prigione, un attento lettore lo ringraziò dicendo: “tu hai scritto per tutti noi le parole che dovevano essere scritte su di noi”, ad indicare che quel libro aveva avuto la capacità di raffigurare e di portare alla luce la storia di una generazione di intellettuali, la cui giovinezza era stata segnata dall’esperienza della dittatura e da quella partigiana. Credo che questo giudizio, pur con le dovute differenze, si attagli perfettamente a Milano non esiste. Dante Maffia, infatti, ha dato conto di una generazione di meridionali costretti nel secondo Dopoguerra a lasciare i luoghi natali per raggiungere le città industriali del Nord, dove trovare un apparente benessere a costo di diventare le piccole ruote di un ingranaggio pauroso e alienante. Il libro dà voce a queste persone, ne racconta sentimenti, frustrazioni e speranze; insomma, parafrasando il giudizio che ho riportato più sopra, si può dire che Maffia ha scritto per gli emigranti meridionali le parole che dovevano essere scritte su di loro.
Protagonista ed io narrante del romanzo, in forma di monologo, è un operario calabrese giunto alle soglie del tanto agognato pensionamento, che ha finalmente la possibilità di coronare un sogno tenacemente perseguito: abbandonare Milano, la città che gli ha dato il pane ma che lo ha sfruttato e spersonalizzato, e ritornare al paese in cui è nato, fra le gente e le tradizioni che conosce e gli appartengono. Il suo progetto, però, è più ambizioso di un semplice ritorno alle origini: con il denaro duramente risparmiato negli anni, tra straordinari e un impiego in nero in cantiere, è finalmente riuscito a costruire in Calabria la casa dei sogni, bella, spaziosa e in riva al mare; qui vuole condurre tutta la famiglia – moglie e sei figli, tutti nati all’ombra del Duomo – per salvarla dal grigiore e dalla violenza della metropoli, equiparata a una prigione (“ho fatto quarant’anni di Milano”, arriverà a dire). Nel preparare il suo progetto – in cui si combinano uno straordinario amore paterno e, al contempo, una visione tradizionalista del capofamiglia, sovrano indiscusso legibus solutus – non ha però considerato che i suoi ragazzi, nati e cresciuti a Milano, non hanno alcuna intenzione di andarsene in una terra che, al più, considerano buona solamente per le vacanze estive. E su questo conflitto, via via più drammatico, si innesta una sofferenza che finisce per diventare tragedia esistenziale.
I temi forti del romanzo sono soprattutto due: lo sradicamento e il desiderio del ritorno alle origini, che potremmo riassumere nel “però un paese ci vuole” di pavesiana memoria. “Non si può vivere senza le proprie radici, senza sentire il calore del mondo”, dice l’umile operaio calabrese. E nonostante sia un uomo semplice, spiega bene il fulcro del suo pensiero: la nostalgia – che porta a considerare il paese come una sorta di paradiso perduto – non riguarda solo gli odori, i colori, i suoni o la vista del mare. È anche questo, ma è soprattutto la voglia di tornare ad essere liberi, padroni di se stessi, di riconquistare un’umanità appannata dalla schiavitù delle apparenze della grande metropoli industriale. Tutto il romanzo vive della contrapposizione Milano/Calabria, inferno/paradiso; a Milano tutto è sporco, l’aria è pervasa da un grigiore che ottunde, persino la pioggia è malevola. A Milano non c’è futuro, nonostante ci sia il lavoro e il benessere; la stessa parola futuro indispettisce il protagonista, che legge nel sostantivo la prospettiva di altri lunghi anni di schiavitù. Per lui, il futuro ha il sapore di una sconfitta e non la speranza di un miglioramento.
La lettura mi ha portato alla mente una celebre lirica di Ungaretti, In memoria, che affronta proprio il tema dello sradicamento: “Si chiamava / Mohamed Sceab […] / suicida / perché non aveva più / patria. […] / Amò la Francia / e mutò nome. / Fu Marcel / ma non era francese / e non sapeva più / vivere / nella tenda dei suoi / dove si ascolta la cantilena / del Corano /gustando un caffè”. Anche il protagonista del romanzo, come il Mohamed della poesia, sente il peso della lontananza della terra dei padri; e proprio questa maledetta lontananza lo trasforma inesorabilmente, rendendolo diverso dal fanciullo e dal ragazzo che era stato. Per questo, quando sul treno Crotone-Milano lo scambiano per un “altoitaliano”, lo smarrimento e una cieca rabbia si impadroniscono di lui, portandolo a chiedersi chi sia veramente. 
Una notazione va fatta in ordine al paradossale titolo. Milano non esiste perché, come dice il protagonista, quella che ho fatto io non è vita, è solo sacrificio in attesa di vivere”. Ha soggiornato quarant’anni nella Capitale economica d’Italia, eppure tutto gli è apparso come un “abbandono al niente”. Milano non è mai esistita perché “per tutti questi anni mi sembra di non aver vissuto” se non nei brevi soggiorni estivi in Calabria, “di non essermi appartenuto, di essere stato un altro per sopravvivere”. Ogni ricordo piacevole, ogni desiderio o speranza, sono riconducibili alla terra natale; il resto è come se non ci fosse mai stato, tutto il rimanente tempo si condensa in una grande nube grigia.
Ma Milano non esiste è anche un’opera di denuncia sociale, che rinnova la tradizione italiana del romanzo (e del cinema) operaio. Il protagonista è uno sfruttato, una pedina di quella società industriale a cui ha sacrificato gli anni migliori della sua esistenza ed ogni energia fisica e morale; in cambio, non ha ricevuto che una misera paga, appena sufficiente per tirare avanti. Si è trascinato per quasi quarant’anni in una città odiata, negandosi ogni svago, resistendo in silenzio ai soprusi quotidiani, non esponendosi politicamente per paura di ritorsioni, abbassando continuamente gli occhi anche davanti alle ingiustizie e camminando piano, quasi per paura di schiacciare le formiche. Eppure, per un profondo orgoglio personale, non ha mai ceduto alle lusinghe della grande città, non ha mai negato le proprie origini, né le ha svendute pur di essere accettato. Di fatto, si è comportato in maniera opposta all’emigrante in Svizzera del film Pane e cioccolata (interpretato da Nino Manfredi), che, pur di sentirsi pari agli altri, non esita a tingersi di biondo i baffi e i capelli, per apparire uno svizzero. Nelle note di copertina, questo romanzo viene accostato a Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, altro caposaldo della letteratura industriale italiana. In verità, il paragone non mi sembra calzante. Il protagonista di Vogliamo tutto è un operaio meridionale che, arrivato a Torino, scopre la lotta di classe e ne fa la ragione della propria vita; egli combatte in prima fila e non si tira indietro negli scontri con la polizia, perché è convinto che il sistema si possa e si debba cambiare. Il protagonista di Milano non esiste, invece, sente il conflitto di classe, ma non pensa che le gerarchie immutabili della società industriale possano essere mutate; per questo, pur partecipando agli scioperi e manifestando solidarietà verso gli altri operai, cerca di farsi vedere il meno possibile, si nasconde quasi, non vuole rogne. I figli lo chiamano “pavido”, ma questa apparente rassegnazione è l’unica arma che gli consente di andare avanti e di realizzare il progetto di costruirsi una comoda casa in paese.      
Inoltre, il libro è una profonda riflessione sul tema – di dirompente attualità – dell’immigrazione. L’essere meridionale è un timbro, un marchio, addirittura una macchia che non si può lavare; è l’impronta della diversità, impressa oggi sulla pelle dei tanti extracomunitari che cercano una vita più dignitosa approdando sulle nostre coste, fuggendo da condizioni drammatiche. E forse portando con sé il sogno di tornare al Paese di origine, dove costruire una casa più grande, spaziosa, per tutta la famiglia. 
In conclusione, Milano non esiste è un’opera complessa, romanzo sociale e psicologico, racconto appassionato e crudo monologo interiore, resoconto di una vana ribellione alle convenzioni e cronaca di una drammatica sconfitta umana.
Dal libro è stato tratto un fortunato spettacolo teatrale, per la regia di Roberto D’Alessandro.


La copertina del romanzo

2 giugno 2015

"La famiglia Yassin e Lucy in the sky" di Daniella Carmi: ritratto di famiglia in Israele

Una straordinaria storia sulla diversità e sul modo di superare i pregiudizi. Gli Yassin non sono una famiglia normale, almeno secondo la concezione dominante in Israele, Paese dilaniato dalle lotte di religione. Salim è musulmano e sua moglie Nadia è cristiana; non potendo avere figli, optano per l’adozione, e viene loro affidato Nathanel, un bambino nato da padre ebreo ortodosso e da madre atea. Oltre alle differenze religiose e culturali, un’altra barriera sembra frapporsi alla felicità della famiglia Yassin: Nathanel è malato, forse affetto da una forma di autismo che lo porta ad alzare un diaframma tra sé e il mondo, con cui non può e non vuole comunicare. Unico punto di contatto con la realtà circostante, unico grimaldello in grado di penetrare nella sua mente sono le canzoni dei Beatles, apprese chissà dove. E così, pur di stabilire un contatto con il figlio tanto desiderato, i due coniugi decidono di entrare nel suo mondo: Salim diventa il capitano del “sottomarino giallo” e Nadia la misteriosa “Lucy nel cielo coi diamanti”, protagonista di una delle canzoni più criptiche del quartetto di Liverpool. Tantissimi gli ostacoli, dentro e fuori di sé, che la famiglia Yassin dovrà superare, fino a trovare la tanto desiderata serenità in un finale particolarmente commovente.
La storia costruita da Daniella Carmi (scrittrice nata a Tel Aviv nel 1956) è innanzitutto una grande lezione di speranza, perché ci insegna che gli ostacoli culturali, etnici e religiosi sono un parto della cultura umana, e che possono essere agevolmente superati attraverso una nuova e più libera visione delle cose. Inoltre, il libro è un’acuta riflessione sul disagio mentale e sulla depressione, un quadro vivo di un Paese meraviglioso e contraddittorio come Israele, un meditato studio sulla chimica delle relazioni umane.
Si parla tanto di famiglia in questi tempi, si discute sul significato e sull’ampiezza del concetto. Al di là di tutte le considerazioni giuridiche e morali che si possono fare sul tema, credo che questo romanzo centri davvero il punto: famiglia è dove c’è amore, indipendentemente dalla “natura” e dalla “qualità” degli esseri che la compongono.

23 maggio 2015

Partecipazione al progetto "Prignano Invita" per la promozione del territorio cilentano

Nel mese di aprile, in qualità di scrittore originario di Prignano Cilento, sono stato contattato dal Sig. Nicola Rizzo di Agropoli, che mi ha invitato a collaborare al progetto Prignano Invita, che, tra l’altro, prevede la realizzazione di un sito web di promozione del territorio. In particolare, sono stato chiamato ad illustrare in un video la storia, le origini, le tradizioni ed i luoghi di interesse e di aggregazione della frazione Melito. Il risultato di questo lavoro è costituito da un sito e da una serie di filmati disponibili su You Tube.

Filmato2 – La torre Volpe
Filmato3 – La Chiesa dedicata a Santa Caterina di Alessandria
Filmato4 – La Fontana vecchia

Prignano Invita, che fa parte di un più ampio lavoro chiamato Cilento Invita, è stato realizzato nell'ambito di un progetto finanziato dalla Misura 313 Creazione e promozione di percorsi turistici integrati del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) della Regione Campania 2007-2013, per le attività divulgative e di promozione del territorio rurale compreso tra Melito, Prignano Cilento, l'Oasi del fiume Alento, Perito e Ostigliano. Il risultato è un’iniziativa di coproduzione, realizzata grazie alla partecipazione ed alla viva voce della comunità locale. Come chiarito sul sito, infatti, “Prignano Invita vuole essere una sorta di specchio in cui la comunità locale può guardarsi, per riconoscersi in esso, cercare spiegazioni del territorio al quale appartiene, riguardare il legame con le comunità che l'hanno preceduta, nella discontinuità o nella continuità delle generazioni. Uno specchio che la comunità locale tende ai suoi ospiti, per farsi meglio comprendere, nel rispetto del proprio lavoro, dei propri comportamenti, della propria intimità. Le comunità locali di Prignano e Melito, nel Cilento, narrano se stesse attraverso le voci delle persone del posto, raccontando principalmente alcuni luoghi e momenti di aggregazione sociale: le piazze, le fontane, le chiese con i loro Santi e le feste, ma anche gli orti familiari dietro casa, i piccoli campi coltivati che fanno tutt'uno con il paese, il ricordo di mercati e fiere ed altre cose semplici”.

7 maggio 2015

Ultravox: i nuovi romantici alla scoperta di Vienna

L’intensità drammatica di Vienna, parlo della canzone che dà il titolo all’album, sta tutta nella versione live registrata a St. Albans nell’agosto del 1980, per fortuna disponibile su YouTube. Il gruppo è in stato di grazia e sfodera una prestazione emozionante, arricchita dalla presenza scenica di Midge Ure, il quale, praticamente immobile per tutta la durata del brano, alla fine alza il pugno al cielo, in un gesto liberatorio e suggestivo.
Mi è sempre stato simpatico Midge: sarà per i baffetti alla Fred Buscaglione, per la cravatta slacciata o per le scarpe bianche anni Cinquanta. In lui, l’immagine fa più delle pur indubbie qualità artistiche.
È proprio con l’arrivo del nuovo cantante che gli Ultravox voltano pagina, tirando fuori un disco a tratti discontinuo, ma che molti considerato il loro migliore. L’album è caratterizzato da testi dalle atmosfere rarefatte e suoni algidi, che costruiscono un importante tassello del pop elettronico degli Anni Ottanta. A distanza di oltre trent’anni può apparire datato per alcuni aspetti; però, è indubbia la perfetta sincronia tra i componenti del gruppo. Midge Ure (voce, chitarre e sintetizzatori), Warren Cann (batteria elettronica), Billy Currie e Chris Cross (sintetizzatori), definiscono e approfondiscono il suono Ultravox, aggiustano il tiro volgendo lo sguardo all’Europa del Nord e specialmente ai Kraftwerk. Ma soprattutto, è la nuova calda voce di Midge a contraddistinguere prepotentemente il lavoro.
Nove le tracce, di cui due strumentali. Il lato A è certamente il migliore, perché contiene alcuni pezzi serratissimi, come New Europeans, forse il più convincente dell’album per l’eccellente amalgama tra il suono prepotente delle chitarre elettriche e quello cupo dei sintetizzatori. Altre canzoni degne di nota sono Private Lives e Passing strangers, caratterizzate da un perfetto connubio tra elettronica e sezione ritmica. Chiude la prima facciata Sleepwalk, brano dalle venature disco.
Il secondo lato si apre con un lungo e poco convincente strumentale, Mr. X, dagli spunti buoni ma eccessivamente frammentati. Segue Western promise; qui il canto si fa recitato e si veleggia su atmosfere orientali sospese tra il reale e l’onirico. Infine, la title-track Vienna, bellissima e glaciale, dove la voce di Midge Ure raggiunge il massimo dell’intensità e del patetismo teatrale.
Al di là delle definizioni che se ne possono dare (synth-pop, new romantic, new wave) e, soprattutto, al di là delle mode che vanno e vengono, resta un dato: gli Ultravox con l’elettronica ci sapevano fare. E bene.
La band sul retro del disco