23 maggio 2019

Massimo Priviero e il racconto di una vita (con un'intervista)

Amore e rabbia, l'autobiografia di Massimo Priviero, è uscita il 30 aprile per i tipi della Vololibero Edizioni. Ho detto autobiografia, ma sarebbe meglio parlare di un romanzo nella forma di memoriale. L'introduzione è di Matteo Strukul, che già qualche anno fa aveva curato una biografia del musicista. Per saperne di più, seguite il blog dedicato al libro, con approfondimenti, estratti e continui aggiornamenti. Inoltre, a conferma della vocazione di artista vicino al suo pubblico, una sezione del sito ufficiale è dedicata alle recensioni dei lettori.
Priviero è uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent'anni di carriera con un concerto/evento a Milano; il libro è un altro fondamentale tassello dell'importante ricorrenza.
Vorrei iniziare partendo dal sottotitolo, che è semplicemente “il racconto della mia vita”. Ritengo che la parola “racconto”, oltre a rendere l'idea del ritmo dell’opera, si adatti bene all'autore, sia cioè plasmata intorno alla sua concezione del fare canzone, così simile a quella dei cantastorie, che per l'appunto declamavano veri e propri racconti in versi. Il titolo è Amore e rabbia, a descrivere efficacemente le due anime di un'intera carriera. L'amore è il sentimento per eccellenza, rivolto non solo agli esseri umani, ma anche alla musica, così immateriale eppure capace di diventare ragione di vita. È dunque (anche) l'amore per Dylan e Springsteen, gli inevitabili maestri e punti di riferimento. La rabbia è un sentimento altrettanto intenso, il marchio di fabbrica di ogni rocker che si rispetti; non si tratta solo di ribellione giovanile, ma più in generale della capacità di saper vedere oltre le verità preconfezionate e di mantenere un punto di vista personale eppure equilibrato sulle storture del mondo che ci circonda. Il titolo mi ha riportato alla mente la «rabbia come passione d’amore» di cui parlava il grande scrittore milanese Carlo Castellaneta: due sentimenti apparentemente distanti, ma che ben possono costituire ottime ragioni per campare. Le due anime di Priviero sono riassunte nella quarta di copertina, dove si parla della «fotografia di un uomo felicemente fuori dagli schemi: non etichettabile, che […] ha tenacemente seguito per trent'anni la sua vocazione in costante equilibrio tra musica e poesia».
A differenza di molti libri simili, Priviero compie un'operazione più complessa e, se si vuole, ambiziosa: non racconta solo se stesso e la propria famiglia, ma ricostruisce abilmente un pezzo di storia (e di provincia) italiana, con la consapevolezza di chi l'ha vissuto e l'intelligenza di chi ha saputo interpretarlo. Non mancano i riferimenti alla società, alla storia recente, alla politica, le riflessioni ironiche e commoventi, i giudizi aspri e senza infingimenti di un artista che è prima di tutto un uomo libero. E anche quando ci parla del mondo della musica, lo fa dalla prospettiva privilegiata di chi nuota da oltre trent'anni in quel mare, cercando di evitare le correnti inquinate per trovare una propria oasi pulita.
Non è facile scrivere di sé, perché è pur sempre un modo di mettersi a nudo, soprattutto se si è portatori di verità scomode. Per questa ragione non è un caso che Priviero abbia scritto il libro durante una pausa dagli impegni musicali, in inverno, in riva all'Adriatico; un'operazione al tempo stesso rievocativa e terapeutica.
Personalmente ho sempre amato le autobiografie dei musicisti, forse perché invidio un po' la loro vita errabonda on the road, la possibilità di entrare in contatto con tante persone e, soprattutto, di essere apprezzati e ricordati per il lavoro che amano. Che forse, come testimonia Massimo, è anche uno dei più difficili al mondo.

Segue l'intervista che Massimo mi ha gentilmente concesso in occasione della pubblicazione del libro. Lo ringrazio per la disponibilità e vi lascio alle sue parole.

Domanda. Ho sempre pensato che l'autobiografia sia al tempo stesso un modo per farsi conoscere dagli altri e per conoscere meglio se stessi. Forse perché scrivendo si attua una sorta di distacco, e si possono vedere le cose secondo un'altra prospettiva. Quanto hai “scoperto di te stesso” raccontandoti agli altri?
Risposta. Sai, ho scritto senza pensare che quel che facevo dovesse per forza essere pubblicato. Non ho neppure cercato un editore. Solo questa cosa ha dato un taglio diverso a tutto. Questo per esempio ha tolto alcuni veli possibili. Non c'è fiction, diciamo, non c'è inganno. Ho guardato lo specchio, meglio sarebbe dire ho guardato i riflessi delle onde del mare dove sono cresciuto e il racconto ha preso forma da solo. Forse guardando non ho scoperto cose nuove, ma ho toccato quel che in gran parte sapevo con anima chiara. Forte e fragile allo stesso tempo come io sono.

D. Puoi parlarci brevemente della gestazione del libro? Scriverlo è stato come un fiume in piena, oppure è il frutto di lunghe meditazioni?
R. Scriverlo è stato parecchio un flusso emotivo ben poco arrestabile. Poi, ad un certo punto, chiaro che lasci decantare tutto qualche mese e rimetti le mani con un po' di razionalità. Sono stato più a lungo del solito nel tratto di costa veneta dove sono cresciuto e poi ho immaginato di fermarmi lì per qualche mese, per riannodare i fili della mia vita. Ho incominciato a scrivere. Questa volta una storia che non prevedeva la musica. Il resto è venuto di conseguenza.

D. Sei conosciuto come un artista schietto, che ha fatto della sincerità la strada maestra di un'intera carriera. Anche nel libro non ti sei certo risparmiato, raccontando la tua versione delle cose. Sei soddisfatto del risultato? E soprattutto, pensi che il libro ti rispecchi, così come ti rispecchiano i tuoi dischi?
R. Sono essenzialmente un uomo libero. Che dice quel che pensa considerando poco le conseguenze di questo, tanto più in un paese assai conformista e parecchio corrotto culturalmente e umanamente come il nostro. Ho raccontato la mia vita e il mondo dove sono cresciuto, prima e dopo i dischi e i concerti. Sì, Amore e Rabbia è tanto di quel che sono. Cadute e ripartenze. Sogni e idealità. Forza e fragilità. Non parlo mai di medaglie né di premi che ho pure preso, per esempio. Non accuso. Darei in quel modo a qualcuno un peso nella mia vita che non meriterebbe di avere, e questo non mi interessa per niente. Traccio un quadro. Senza sconti a me stesso. Ma anche probabilmente con un po' di orgoglio.

D. Il titolo, come ho scritto nella recensione, mi fa pensare ai due perni intorno a cui ruota la tua carriera: la volontà di raccontare i sentimenti e la capacità di arrabbiarsi per quanto non va su questa terra. Perché hai scelto, tra i tanti possibili, proprio un titolo così suggestivo?
R. L'amore e la rabbia sono da tradurre soprattutto in un ambito che chiameresti esistenziale. Sono due sentimenti che nella mia vita si sono alternati spesso. Sono concetti forti, parecchio totalizzanti se mi passi il termine. Ho spesso cercato un punto di equilibrio tra questi due aspetti che hanno timbrato il mio posto nel mondo. Qualche volta mi è riuscito di trovarlo. Altre volte ho alzato le mani, ma sono comunque andato avanti. Vivere è un mestiere talvolta parecchio difficile ma che resta meraviglioso.

D. Sono previste delle presentazioni del libro, oppure altre iniziative legate alla sua promozione?
R. Guarda, abbiamo un piano di presentazioni che prevede una trentina di appuntamenti solo nei primi due mesi. Mi piace molto incontrare la gente in questa nuova modalità. Mi piace che ci guardiamo negli occhi prima di tutto. Molte mie canzoni sono entrate dentro l'esistenza della gente che mi è vicina. Voglio anche dir loro grazie. Sperando di essere all’altezza del loro  amore.
Per approfondimenti, http://www.priviero.com/

16 maggio 2019

Ispirarsi al passato per costruire il presente: "Crocodiles"

Parafrasando Jerome K. Jerome, potrei dire che la recensione parla di tre uomini e una scatola. Leggenda vuole che Echo fosse il nomignolo dato da Ian McCulloch ad una drum-machine; i Bunnymen erano lo stesso McCulloch (voce e chitarra), Will Sergeant (chitarra solista) e Les Pattinson (basso). Originari di Liverpool, vissero un po' in disparte la scena punk, che aveva in Londra e Manchester i centri nevralgici. Quando però anche a Liverpool aprì un locale di nuova tendenza, l'Eric Club, gli acerbi Bunnymen, tre uomini e una macchina per l'appunto, cominciarono ad esibirsi raccogliendo i primi modesti successi. Notati dalla Korova Records, mandarono in pensione la batteria elettronica e ingaggiarono un vero batterista, Pete de Freitas. La formazione così composta registrò Crocodiles ai Rockfield Studios di Monmouth, in sole tre settimane nel 1980. Il risultato è eccellente, per essere un album d'esordio.
Avere a disposizione il mare magnum di internet non ha fatto venire meno una mia vecchia abitudine. Ogni volta che acquisto, o sto per acquistare, un disco, consulto il fedele Dizionario del pop-rock del 2006 di Tonti & Gentile, testo sacro perché riesce a condensare in poche battute il senso più profondo degli album di artisti più o meno famosi. Crocodiles è definito il «rifondatore della Psichedelia liverpooliana», che «sembra guardare ai Doors e all'America underground dei Sixties». La definizione coglie nel segno, perché Crocodiles è un disco zeppo di felici rimandi, che ha nella psichedelia degli anni Sessanta il primo e ovvio campione di riferimento. Si ascolti Going up, che all'inizio sembra degli Electric Prunes e va avanti come una canzone dei Love. Certo il sapore eighties si sente, ma un pezzo così non avrebbe sfigurato in I had too much to dream o nel monumentale Forever changes, che pure lo precedono di una quindicina d'anni. Oppure prendete Pride, che starebbe bene in S.F. Sorrow dei lisergici Pretty Things, senza se e senza ma.
Tuttavia, se limitassimo il giudizio a questi elementi, non si coglierebbe l'originalità del progetto, che va al di là della derivazione psichedelica o neo-psichedelica, che dir si voglia. Echo and The Bunnymen si muovevano infatti nel solco della new wave di terra d'Albione, calderone eterogeneo in cui convivevano le ossessioni dei Joy Division e dei Sound, gli echi neoromantici degli Chameleons, le sperimentazioni elettroniche di Japan e Ultravox, le divagazioni swing dei Comsat Angels e la claustrofobia dei primi Cure. Echo and The Bunnyman, seguendo la direttrice delle chitarre acide e delle melodie dolcemente perverse, raspavano a piene mani nel recente passato, rileggendolo in un'ottica cupa, convulsa e malinconica, come dimostrano i testi. Crocodiles resta un disco meraviglioso a distanza di quasi quarant'anni proprio per la capacità di mantenere un occhio al passato senza esserne tuttavia ancorato, ad ulteriore dimostrazione di quanto la nuova onda fosse feconda di innovazioni, ben più del punk dal quale pure derivava.  
Crocodiles è un disco così compiuto che è arduo preferire una traccia rispetto alle altre. Probabilmente i picchi sono Picture on my wall e Villiers terrace, che portano il segno dei Bunnymen più delicati e malinconici. Personalmente preferisco la canzone che dà il titolo al disco, nonché la meravigliosa Stars are stars, che condensa richiami psichedelici con un testo tipicamente wave: «Now you spit out the sky / because it's empty and hollow. / All your dreams / are hanging out to dry. / Stars are stars / and they shine so cold».
Il disco è stato ristampato in diversi formati, anche in vinile. La versione più completa resta comunque quella in cd del 2003 della Warner, perché contiene dieci tracce bonus tra versioni alternative e dal vivo, oltre all'EP live Shine so hard.

6 maggio 2019

"La grande mattanza" di Enzo Ciconte: il Brigantaggio, male cronico del Meridione

Di libri sul Brigantaggio ne sono stati scritti molti, secondo le prospettive più disparate. Alla letteratura agiografica dei primi anni dopo l'Unità, tendente a dare un'immagine eroica e senza macchia del Risorgimento, hanno fatto seguito una serie di volumi più aderenti alla realtà dei fatti, attenti alla ricostruzione delle vicende per come sono state, senza edulcorazioni ideologiche. Ha poi avuto un certo riscontro la corrente revisionista di stampo meridionalista, se non addirittura neoborbonico, che sostiene la tesi – in parte condivisibile, a parere dello scrivente – secondo cui l'unificazione del Paese sarebbe avvenuta ad esclusivo danno del Sud, trattato al pari di una colonia. Indipendentemente dai punti di vista contrapposti, non bisogna tuttavia dimenticare che la società meridionale, già prima dell’Unità, era arretrata, stritolata da una borghesia miope e priva di slanci, da una burocrazia inefficace e corrotta, con larghi strati della popolazione che boccheggiavano appena al di sopra del limite della sopravvivenza. Mali oscuri, mali antichi, mai del tutto superati. Si dovrebbe partire da questi dati per costruire finalmente un “Meridionalismo intelligente”, slegato da prese di posizione aprioristiche di stampo “leghista”, capace di leggere oltre i dati statistici, in grado di affrontare un discorso più complesso e avvincente.
Il saggio di Enzo Ciconte, La grande mattanza, uscito nel 2018 per i tipi degli Editori Laterza, intraprende proprio questa terza strada. L'Autore studia il fenomeno del Brigantaggio senza prendere le parti di uno dei contendenti, mantenendo una stretta aderenza ai fatti. La sua è una prospettiva de-ideologizzata, che lascia al lettore ampia libertà di analisi. Ciconte segue la scia del sangue; già il titolo è in tal senso una chiara lettera d'intenti. La lotta contro il Brigantaggio è raccontata senza nulla tacere degli episodi più crudi: le fucilazioni sommarie, la decollazione dei nemici, l'esposizione dei corpi mutilati come monito, le torture, gli eccidi di massa come quelli tristemente celebri di Pontelandolfo e Casalduni.
Al di là del racconto postunitario, La grande mattanza è prevalentemente un'indagine retrospettiva. È la storia della repressione perpetrata in Italia contro banditi e briganti dal Cinquecento al 1870. Come efficacemente riassunto nella quarta di copertina, è «il racconto di tre secoli di violenze efferate compiute soprattutto nel Meridione». Il saggio può infatti essere diviso in due parti. Nella prima, vengono analizzati i primordi del fenomeno del banditismo, non solo al Sud, arrivando fino alle repressioni adottate dagli Stati preunitari. Nella seconda parte, più corposa, sono trattati gli eventi successivi al 1860. Grazie al confronto tra epoche diverse, l'Autore mette in evidenza le costanti del fenomeno, per quanto concerne cause e rimedi. È allora sorprendente scoprire che l'origine del banditismo è sempre la medesima in tutte le epoche: le rivendicazioni rurali dovute alla mancata distribuzione delle terre. Ugualmente sorprendente è scoprire le costanti dei meccanismi repressivi: stragi, processi sommari, corruzione, amnistie, tradimenti, uso indiscriminato del bastone o della carota. Sempre così, dagli Aragonesi ai Savoia, passando per i Borbone e Gioacchino Murat.
A mio avviso è possibile muovere due elogi e una critica al saggio di Ciconte. Il primo punto di forza è rappresentato dall'analisi degli aspetti giuridici; molto interessanti sono infatti le pagine in cui l'Autore concentra la sua attenzione sull'illegalità dell'operato dei militari piemontesi nel Sud Italia. Ciconte spiega esaurientemente la difformità delle procedure attuate rispetto alle norme vigenti e allo Statuto Albertino, nonché il pervicace contrasto tra magistratura ed esercito, la prima garantista e il secondo spietato e illiberale. Per approfondire gli aspetti giuridici, Ciconte fa ampio uso di stralci di lettere e memoriali dell'epoca; la trascrizione e il successivo commento di queste fonti è il secondo punto di forza del libro. D'altro canto, però, alcune parti del saggio soffrono di una carenza di approfondimento, in quanto si limitano a snocciolare una serie impressionante di dati, nomi e vicende, tanto che spesso ho avuto l'impressione di smarrirmi nella lettura, perdendo il filo del discorso complessivo.
Il libro può essere apprezzato anche da quanti hanno già letto tutto (o quasi) sul Brigantaggio, specialmente per l'excursus storico sulle origini del fenomeno, dal XVI secolo in poi. Quanti invece hanno conosciuto superficialmente tali vicende solo dai libri di scuola, dovrebbero leggerlo, per scoprire che la cosiddetta lotta al Brigantaggio è stata in verità una pagina infamante della storia italiana, una vera e propria guerra civile, un massacro in parte ingiustificato, mascherato dietro l'apparenza della ragion di Stato. Una vicenda esemplare, che purtroppo non costituirà un unicum nella nostra storia unitaria.

23 aprile 2019

"Storie di whisky andati": la strada italiana dello swing

In un'interessante e sanguigna intervista rilasciata al mensile Rolling Stone in occasione dei trentacinque anni di Un sabato italiano, Sergio Caputo ha descritto l'atmosfera che si respirava ai suoi esordi. Erano gli anni Ottanta dell'ottimismo sfrenato e del benessere ostentato, della Milano da bere, di una crisi sotterranea che c'era ma non mordeva (ancora) quanti desideravano fare la bella vita. Storie di whisky andati (1988), il suo quinto LP, si pone decisamente come uno spartiacque, eppure ancora risente dei vizi e degli eccessi dei primordi, quando Caputo era soltanto un giovane pubblicitario trasferitosi dalla Capitale a Milano, che lavorava di giorno e trascorreva la notte ciondolando da un locale all'altro.
Un disco “alcolico”, dunque, come testimoniano la foto di copertina e quella della busta interna, che ritraggono l'artista intento ad accendersi una sigaretta, appoggiato mollemente al bancone di un bar. Nonostante l'alta gradazione alcolica, è un disco coerente e compiuto, unitario nelle fonti di ispirazione (il jazz e lo swing) e nelle tematiche trattate, attraversato da una sottile ironia. Mi spingo finanche ad affermare che è un LP divertente e mai scontato, impreziosito da testi che sono veri e propri inni del nonsense. Si leggano i versi che aprono Oh mama della jungla blu: «è mezzanotte, mama, e sai che c'è? C'è un anaconda dentro il frigidaire, ho un coccodrillo nella doccia, e sul parquet gli gnomi ballano la rumba». O ancora, il fulminante attacco di Anche i detective piangono: «Grazie, niente arsenico, fa venire l'ulcera». Sono testi paradossali e umoristici, che descrivono la realtà filtrata attraverso gli occhi di un disincantato viveur, che dorme di giorno e si accende di notte. Eppure non mancano le riflessioni profonde, come nell'ipnotica Quando l’amore va, da molti definita l'unica canzone d'amore, nel senso tradizionale del termine, nel repertorio dell'artista romano. Ricordi d'infanzia emergono poi nella nostalgica Maccheroni amari: «guardo le foto di quand'ero freak; ero un altro me, ero un altro chi?».
Come ho detto, jazz e swing sono gli ovvi punti di riferimento, sia pure riletti attraverso una sgangherata verve italica, che fa il verso alla musica americana, educandola secondo una sensibilità tutta latina. È un suono moderno e “americaneggiante”, una vena ispirata e mai troppo battuta da altri cantautori nostrani, che resta nella memoria a lungo e si mantiene attuale a distanza di oltre trent'anni. Il lato A si apre con la spumeggiante Non bevo più tequila, che se la gioca, quale migliore del disco, con la ritmata e fantascientifica Bingo torna giù. Onnipresenti basso e tastiere, mentre i fiati fanno capolino qui e lì, come nella splendida coda strumentale di Quando l’amore va. Merita una menzione anche Vieni a salvare la mia anima, rilettura in chiave ironica della leggenda di Aladino.
Storie di whisky andati non è il 33 giri più celebre di Caputo, eppure colpisce già al primo ascolto. Rimanere indifferenti non è possibile, perché se è vero che lo swing possa piacere o meno, è altrettanto indubbio che il disco abbia personalità da vendere. Ascoltarlo significa entrare in bar equivoci, frequentati da personaggi che sembrano usciti dalle canzoni di Carosone, dandies in «giacca a quadri di tweed», che regalano alle donne amate «rose rosse al plastico»; uomini duri solo all'apparenza, che affogano nell'alcool le delusioni della banalità del quotidiano.
Copertina e busta interna del 33 giri (CGD, 1988)

10 aprile 2019

"Racconto d'autunno" di Tommaso Landolfi: oltre la letteratura di genere

In Racconto d'autunno (1947) convivono in perfetta simbiosi le due anime di Landolfi, ovvero lo scrittore puro e il solitario. Parlo di pura scrittura perché il romanzo è un perfetto esercizio di stile; ogni pagina, e si potrebbe ben dire ogni parola, è costruita con maniacale attenzione ai particolari, sì da sprigionare una forza evocativa difficilmente eguagliabile. Si pensi al lessico, all'uso di parole rare, ricercate, auliche, desuete o finanche inventate, come “ordinotte”, “amoerro”, “sguancio”, “canova”, “droppiere” e innumerevoli altre. Parlo poi di uno scrittore solitario, perché Landolfi non può essere ricondotto entro correnti o mode; come scrisse Carlo Bo nella prefazione di un'edizione BUR del 1975, egli «non obbedisce ad alcun codice, non segue riti d'alcun genere, è uno che vive davvero in un'isola e ogni tanto affida al mare dei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, tra l'irrisione e la disperazione». Un uomo che proteggeva la propria libertà, al punto di scegliere la strada della non appartenenza ad alcun movimento. Per comprendere Racconto d'autunno si deve pertanto partire da tali premesse, da una componente autobiografica, si potrebbe dire quasi spirituale, arricchita da elementi di pura fantasia.
Racconto d'autunno è principalmente un romanzo d'interni, che si sviluppa tutto nelle stanze di un avito palazzo costruito sopra un isolato pianoro. Protagonista è un partigiano, anche se Landolfi non lo presenta mai espressamente come tale. Separato dai suoi compagni di lotta e braccato dall'esercito nemico, il protagonista, dopo aver vagato per aspri crinali e forre, raggiunge un antico palazzo all'apparenza disabitato, in cui decide di rifugiarsi. Qui vive, assieme a due feroci cani, un vecchio burbero e dispotico, di nobile famiglia decaduta, che decide a malincuore di ospitarlo. Nel palazzo aleggia però un'inafferrabile presenza femminile, che si rivelerà soltanto nel climax finale, grazie ad un rito esoterico. La casa, o meglio il maniero, non è solo lo sfondo in cui sono collocate le vicende, ma è uno dei personaggi del racconto, se non addirittura il vero protagonista. Immensa, labirintica e decadente, fagocita gli abitanti e li induce in uno stato di prostrazione emotiva che è l'anticamera della follia. Una casa all'apparenza vuota, ma in realtà permeata di presenze, un po' come la magione degli Usher del celeberrimo racconto di Poe.
C'è chi ha parlato di “romanzo gotico”, chi ha giustamente citato la corrente del “realismo magico”. In effetti, pur valendo le premesse circa la non riconducibilità di Landolfi ad alcun genere, Racconto d’autunno presenta gli elementi dell'uno e dell'altro. Certamente ricorrono aspetti del gotico ottocentesco, come il rapporto amore/morte, la negromanzia, la strisciante inquietudine che pervade le pagine dall'inizio alla fine. Tuttavia, appare evidente la volontà dello scrittore di inserire con naturalezza elementi fantastici in una cornice realistica, finanche provinciale, come nella migliore tradizione del cosiddetto realismo magico italiano.
A mio parere, non si può poi tacere un altro aspetto. Anche Landolfi, come tutti gli scrittori italiani della prima metà del secolo scorso, fu toccato e impressionato dalla guerra. A differenza di Vittorini, Fenoglio o Pavese, che fecero del romanzo civile una vera e propria bandiera, Landolfi scelse una strada diversa e appartata, ma non meno critica. In Racconto d'autunno, pur in forma indiretta, si allude a patrioti (i partigiani), a invasori (i tedeschi) e alleati (gli americani). Ma soprattutto, nella scena più drammatica del romanzo, Landolfi descrive le violenze inflitte alla popolazione civile dalle truppe inquadrate nei reparti alleati. È questo un evidente e dolente richiamo ai crimini di guerra compiuti in Ciociaria dai soldati nordafricani dell'esercito francese, i c.d. goumier. Per quanto lontano dal dibattito e dalla polemica, Landolfi espresse così, sia pure entro la cornice di una storia di fantasia, tutta l'indignazione per i torti subiti dai propri conterranei. Voglio pertanto chiudere con le sue parole, che fanno luce su un'ulteriore e possibile chiave di lettura di questo prezioso racconto.
«Essi, che in tempi precedenti avevano avuto a subire gravi torti, nel loro paese medesimo, dai nostri connazionali, giungevano ora qui colla sete della vendetta e l'animo dei saccheggiatori e degli stupratori, né, ebbri di conquista, si brigavano di distinzioni purchessia fra amici e nemici, armati e non.»
Edizione BUR del 1975

30 marzo 2019

Un antico rito contadino del Cilento: Sant'Elia e la pioggia

C’è un’Italia segreta, che ancora resiste alle spinte dell’omologazione e della modernità; si trova ai margini del grand tour, nelle zone rurali o montane poco battute dai flussi turistici. Castelli, chiese e borghi abbandonati sono i silenti guardiani di questi luoghi, dove ancora risuonano echi di ancestrali tradizioni quasi dimenticate. Tra le tante tradizioni dell’Italia contadina, mi ha sempre incuriosito il culto legato a Sant’Elia, diffuso anche nel Cilento, che ho conosciuto grazie ai racconti di mia nonna.
Il culto del profeta Elia è antichissimo, legato al mondo agricolo e a riti propiziatori che affondano le radici nel paganesimo. Elia è colui che protegge da fulmini e temporali, ma soprattutto è il santo da invocare nei periodi di siccità per far discendere la pioggia sui campi. Innumerevoli sono le cappelle rurali a lui dedicate lungo le strade di campagna dello Stivale. Durante le stagioni aride i contadini si rivolgevano ad Elia in attesa della salvifica pioggia, angustiati per la mancanza d’acqua che seccava le zolle. In molti paesi del Meridione era usanza portare in processione la statua del Santo, affinché invitasse il cielo ad elargire il desiderato temporale. E non di rado la statua veniva lasciata fuori dalla chiesa per più notti di seguito, nella speranza che il contatto con l’aria aperta favorisse il miracolo.
Voglio parlarvi proprio di una di queste cappelle campestri, che si trova nel Cilento, precisamente tra i comuni di Prignano e Torchiara, nella zona detta “Poglisi” o “Puglisi” per la presenza di un antico abitato oggi scomparso. La chiesetta di Sant’Elia è raggiungibile seguendo la strada asfaltata che parte dal retro del cimitero di Prignano. La stradina costeggia qualche abitazione e poi si inoltra tra campi e macchia mediterranea, scendendo nel vallone. Dopo aver percorso all’incirca un chilometro, bisogna imboccare un viottolo sterrato sulla sinistra. Si scende per una strada bianca, fino ad arrivare alla cappella. È un edificio modesto, dalla facciata semplice e intonacata, con una piccola campana sul tetto per richiamare i fedeli alla preghiera. Un luogo ameno, adatto ad eremiti e viaggiatori di passaggio. A differenza di molti altri posti simili, la porta è aperta. L’interno è semplice, come si conviene alla vita agreste. Lo spazio è occupato quasi interamente da una fila di banchi grezzi e vetusti, che attendono un’improbabile assemblea. In fondo, in una nicchia sopra l’altare, è la statua del santo. Elia guarda in alto e punta l’indice destro verso il cielo; è questo il particolare che rivela la magia del luogo e il forte valore simbolico. In un’epoca neppure tanto lontana, quando pioggia o siccità potevano significare vita o morte per un’intera comunità, era ad Elia che i contadini del Cilento si rivolgevano, nella speranza che anche da una chiesetta in mezzo ai campi potesse scaturire il miracolo.
Luoghi come questo andrebbero preservati. Fanno parte di un mondo minimo, ormai scomparso, da cui la cultura nazionale e il senso di identità di un Paese non possono prescindere.
L'interno della cappella di Sant'Elia nelle campagne di Torchiara (Sa)
Un particolare della facciata

20 marzo 2019

"Zagor Classic": lo Spirito con la Scure è vivo e lotta insieme a noi

Da qualche anno Sergio Bonelli Editore sta portando avanti numerosi progetti, che corrono lungo due direttrici parallele. Da un lato, ha lanciato alcune serie innovative, che si diversificano dalla precedente produzione nei contenuti e negli scenari (Mercurio Loi), nel formato (collana Audace) o nei temi trattati (Bonelli Young). Si tratta di prodotti destinati negli intenti ad avvicinare nuove fasce di pubblico, composte specialmente dai più giovani, piuttosto allergici al fumetto. D'altro canto, la Casa editrice ha ampliato il catalogo delle ristampe, grazie a nuove serie regolari; sto parlando in particolare de Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, Tex Classic e Julia, i casi archiviati. In questo secondo filone si colloca Zagor Classic, che ricalca le orme dell'analogo e fortunato progetto su Tex.
Zagor Classic, il cui primo numero è uscito il 13 marzo, è una ristampa cronologica del tipo di Tutto Zagor, andato avanti dal 1986 al 1998 per un totale di 235 numeri. Rispetto alla precedente ristampa, Zagor Classic presenta interessanti novità. La prima è l'uso del colore, scelta che farà storcere il naso ai puristi del bianco e nero, ma che consente di apprezzare secondo un altro punto di vista le vignette del maestro Ferri. Il formato è quello classico bonelliano, per un totale di 80 pagine. Si tratta di un mensile che regalerà ad ogni numero un omaggio diverso. Al primo numero è abbinato un grande poster a colori, mentre dal secondo in poi saranno allegate cartoline riproducenti le copertine realizzate da Gallieno Ferri per la Collana Zenith. Come spiegato dal curatore Moreno Burattini, le copertine di Zagor Classic sono una selezione di quelle degli albi a striscia della Collana Lampo, usciti tra il 1961 e il 1970.
Il primo numero, in questi giorni in edicola, è il celebre La foresta degli agguati del 1961. Il lettore si immerge subito nel mondo di Darkwood, guidato dall'inconfondibile tratto di Ferri e dalla sceneggiatura di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli. Leggendo l'albo, uscito quasi sessant'anni fa, ci rendiamo conto di come la serie sia rimasta sostanzialmente invariata. Ci sono già i siparietti col mangione Cico, le scene di combattimento alternate a quelle di quiete silvestre, gli scenari mozzafiato delle grandi foreste americane, i nemici spietati da combattere, e la fiducia inossidabile nel bene, destinato a trionfare sul male. Se è indubbio che l'essere rimasto fedele a se stesso sia la forza dello Spirito con la scure, è altrettanto vero che si tratta di un limite, data la scarsa attrattiva del classico fumetto di avventura sul pubblico più giovane. Forse l'aspetto più “datato” (lo dico con il massimo rispetto) è dato dall'uso massiccio delle vignette lunghe, a discapito dell'azione. Certo non siamo ai livelli di Kinowa, per me davvero indigesto a causa delle troppe didascalie, ma siamo comunque lontani dallo Zagor attuale, caratterizzato anche da lunghe sequenze mute, che conferiscono maggiore rapidità all'azione.
Per chi, come me, ama il personaggio e non ne aveva mai conosciuto le origini, si tratta di un acquisto necessario. Ogni albo costa € 3,50; considerando l'elevatissima qualità delle storie dell'accoppiata Nolitta-Ferri, ne vale davvero la pena. Anche perché, come chiarisce Moreno Burattini nell'editoriale, la maggior parte di questi albi sono da tempo esauriti.
Zagor Classic n. 1 - La foresta degli agguati - marzo 2019 - euro 3,50

8 marzo 2019

"La sorella" di Sándor Márai: la vita può essere un veleno

Intesa come patologia fisica, oppure quale stato di prostrazione emotiva, la malattia è un vero e proprio topos della letteratura europea del Novecento. Non a caso il “malato” è protagonista di tanti celebri romanzi dello scorso secolo, da La montagna incantata a La coscienza di Zeno. Si potrebbe persino azzardare che il malessere sia il tratto distintivo dell’uomo contemporaneo, perché se è vero che la società del benessere ci ha liberati dall'ansia del pane, è al contempo indiscutibile che abbia gravato l’Occidente di un carico di nevrosi prima sconosciute. Forse per questo Márai non rivela i nomi dei personaggi; li identifica con un’iniziale, come a voler dire che nessuna vicenda ha una portata soltanto individuale, ma ognuna riguarda la natura profonda e universale dell’umanità.
Il protagonista del libro è Z., un celebre pianista e compositore ungherese che si ammala di un oscuro morbo mentre si trova a Firenze, invitato dal Governo italiano a tenere una serie di concerti. Sono i mesi convulsi che precedono lo scoppio del secondo conflitto mondiale, ed è il mondo intero a sembrare malato. In questo senso la vicenda di Z. travalica l’aspetto personale, per assurgere a simbolo di un’epoca tragica. Z. viene ricoverato in una clinica d’élite, accudito amorevolmente da due medici e quattro suore infermiere, diversissime per temperamento eppure complementari. Sono loro, più che i dottori, a contribuire alla guarigione di Z., con una dedizione che non è solo professionale, ma si avvicina alla più alta manifestazione dell’essere donna, la maternità. Il loro amore disinteressato e casto è la forza costruttiva che bilancia l’impeto distruttivo dell’amore carnale.
Un punto resta avvolto dal mistero: quale sia la malattia di cui è affetto Z. Márai non lo rivela, perché d'altronde, come afferma anche il medico che ha in cura il pianista, una parola latina vale un’altra e non risolve l’enigma. Le interpretazioni possono essere tantissime, dalla sclerosi amiotrofica alla depressione, passando per la tesi secondo cui la malattia sarebbe solo una generica metafora del male di vivere. Eppure c’è un punto del libro che, a mio avviso, ne è la chiave di volta. Sono due righe in tutto, ma contengono un’inaspettata rivelazione.
«La vita diventa un veleno se non crediamo in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l’ambizione, l’invidia.»
Il male di Z. è dunque la vita stessa. È una risposta cruda ed estrema, che non lascia scampo, eppure è l’unica verità. La sua non è una vita qualsiasi, ma un’esistenza straordinaria votata all'abnegazione e al sacrificio. Abnegazione perché Z. rinuncia a tutto per amore della musica, da lui considerata la massima espressione dell’animo umano. Sacrificio perché è tramite la musica che conosce E., donna sposata ad un suo caro amico, che lo avvince in una passione tanto intensa quanto insoddisfatta. Musica e passione sono le due entità che prosciugano le forze di Z. giorno dopo giorno, fino a condurlo alla paralisi. La malattia nasce così dagli irrisolti conflitti, dai paradossi che soffocano un animo destinato alla grandezza. Z. è celebre e acclamato in tutto il mondo, eppure è solo. Ha talento da vendere e per questo attira su di sé invidie. Ha dedicato ogni sua energia all'arte, fino ad esserne sopraffatto. In più, ama una donna che non può ricambiare con il medesimo ardore. Questo è il male di vivere che giorno dopo giorno si addensa su di lui, come un veleno inoculato a piccole dosi, fino a diventare letale. Esiste un rimedio? Forse sì, ma ha il sapore della rinuncia.
«Non so che cosa sia la felicità. Ma se una condizione di assenza di desiderio, di totale appagamento, di coscienza della realtà informata dalla gratitudine e dall'umiltà non assomiglia alla felicità, allora non sono curioso di conoscere tale stato d’animo.»
La sorella è un libro difficile, a tratti ostico, ma non si può non definirlo grandioso. È un’opera labirintica, a più livelli, nel senso che la prima lettura non le rende completamente giustizia, perché è impossibile coglierne subito tutte le possibili sfumature. In fondo, però, tante parole non servono; basti dire che è uno dei vertici della letteratura europea del Novecento.

24 febbraio 2019

"Maggie Cassidy" di Jack Kerouac: tornare indietro non si può!

«La mia opera forma un unico grosso libro come quella di Proust […]. A causa delle obiezioni dei miei primi editori non ho potuto servirmi degli stessi nomi di persona in ogni libro. […] Tutti i miei romanzi, compreso questo, non sono che capitoli dell’intera opera che io chiamo “La leggenda di Duluoz”. Voglio, quando sarò vecchio, riunire tutti i miei libri, reinserirvi il mio Pantheon di nomi uniformi, lasciare il lungo scaffale pieno di volumi, e morire felice.»

Così scriveva Jack Kerouac nel malinconico Big Sur, lasciando a noi posteri una sorta di testamento, una dichiarazione d’intenti circa il significato più profondo del suo percorso umano e letterario. Tutti i suoi romanzi hanno una marcata impronta autobiografica: dal celebre Sulla strada al commovente Visioni di Gerard, che rievoca la breve esistenza terrena del fratellino, morto in tenera età. L’insieme dei libri del grande scrittore americano non è altro che il resoconto di un’immensa commedia umana filtrata attraverso gli occhi di Ti Jean (“il piccolo Jean” in franco-canadese), ovvero se stesso. Maggie Cassidy (1953) è un importante capitolo di questo grande racconto americano, perché descrive il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Jack Duluoz, alter ego dello scrittore, è un ragazzo di origini franco-canadesi che vive nella cittadina di Lowell negli anni che precedono la catastrofe del secondo conflitto mondiale. La sua vita è scandita dalle semplici incombenze di qualsiasi ragazzo: la scuola (più marinata che frequentata), le feste, lo sport, le uscite con gli amici, le cene in famiglia. Jack è diviso tra due ragazze, Pauline e la procace Maggie; la prima rappresenta l’infatuazione adolescenziale, la seconda il turbamento della prorompente sensualità. Si tratta dunque di un romanzo di formazione, che affronta da un angolo visuale privilegiato, perché autobiografico, la sofferta scoperta della passione e della gelosia.
Il dolore esistenziale e l’inesausta ricerca di sé, temi che segneranno gran parte della produzione dello scrittore americano, sono qui solo accennati. La penna traccia scenari consolatori, tratteggia echi di un periodo felice e spensierato dell’esistenza; predominano i toni soffusi e la stessa Lowell è perennemente ricoperta da un manto di neve che attutisce le sensazioni e addormenta il male di vivere. La città natale, nei ricordi di Duluoz/Kerouac, è un microcosmo perfetto, un accogliente nido da rimpiangere nell’età adulta; in questo senso Maggie Cassidy non è solo il racconto dei primi moti del cuore, ma è anche un magistrale ritratto dell’America di provincia.
Non ci sono personaggi negativi: tutti, familiari, amici e conoscenti, sono ricordati con nostalgico affetto. Nostalgia, dunque, non scevra di un sottile rimpianto, che emerge nelle ultime pagine del romanzo. Non a caso, tutto cambia quando Jack Duluoz lascia Lowell per trasferirsi a New York; la metropoli lo fagocita, lo trasforma, lo rende forse meno ingenuo ma più disincantato. Il viaggio, tema tanto caro a Kerouac, non ha la salvifica forza liberatoria di Sulla strada, ma è la perdita dell’innocenza, la fine dell’infanzia, forse l’unica età davvero felice. 
Per quanto riguarda il linguaggio, valgono più o meno le stesse considerazioni fatte per I sotterranei, completato nello stesso anno: Kerouac adotta la famosa prosodia bop, la tecnica di scrittura che cerca di riproporre sulla carta l’ininterrotto flusso dei pensieri, lo stream of consciousness di joyciana memoria, al ritmo della musica jazz. Se però ne I sotterranei questa scelta stilistica raggiunge vette più impervie, in Maggie Cassidy la sperimentazione è contenuta. E anche se a volte rinuncia alla punteggiatura, regalandoci memorabili pagine con un ritmo martellante, Kerouac rispetta la struttura narrativa tradizionale. Se amate lo scrittore americano, questo è un libro da avere, da collocare sul vostro scaffale tra La città e la metropoli e Sulla strada.
Copertina di un'edizione Oscar Mondadori del 1988

13 febbraio 2019

Il Museo del Novecento di Palazzo Merulana: uno spazio restituito alla collettività

Fino a poco tempo fa nella centralissima Via Merulana a Roma si apriva una ferita. Il vecchio Palazzo dell’Ufficio di Igiene, chiuso da oltre vent'anni e pericolante, offriva uno spettacolo desolante a quanti passeggiavano per una delle strade più belle della Capitale. Il Comune di Roma, proprietario dell’edificio, nel 2013 ha avviato un project financing per il recupero dell’area; è nato così Palazzo Merulana, oggi sede di un interessante museo di pittura e scultura del Novecento italiano. Lo spazio espositivo, di circa 1.800 mq, è articolato su quattro piani e attualmente ospita un centinaio di opere. Al piano terra, o Sala delle sculture, è possibile prendere un caffè tra le opere di Antonietta Raphaël, Lucio Fontana, Pericle Fazzini e altri. Il percorso museale vero e proprio si snoda al secondo (il meraviglioso Salone) e al terzo piano (la Galleria), mentre al quarto livello (l’Attico) c’è un’ampia sala conferenze. L’ultimo livello è la Terrazza, che purtroppo non ho potuto visitare perché chiusa a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Gli spazi sono ariosi, ben curati, e consentono di godere la visita in tutta calma. In due parole, un “luogo pacificante”, come l’ha correttamente definito una visitatrice su Tripadvisor.
Le opere esposte sono di proprietà dei coniugi Elena e Claudio Cerasi; alla Fondazione a loro intitolata si deve il merito di aver aperto al grande pubblico questa straordinaria collezione privata. Come riportato nel sito del Museo, «la consapevolezza di un dialogo costantemente operante tra gli artisti dell’epoca ha spinto i coniugi Cerasi ad ampliare quel forte nucleo iniziale», ovvero quello della Scuola Romana, «affiancandogli una serie di opere relative alle diverse riflessioni di altri contesti italiani del medesimo periodo che, pur sempre riflettendo il loro gusto personale, ha creato un tessuto omogeneo all'interno del quale emergono capolavori anche di altre scuole o tendenze».
Il biglietto d’ingresso ha un costo contenuto (5 euro) rispetto alla qualità dell’esposizione. Come ho detto, si tratta di un centinaio di opere del Novecento italiano; praticamente tutte le correnti sono degnamente rappresentate: il realismo magico (Donghi), il futurismo (Sironi), la metafisica (de Chirico), il simbolismo (Savinio), la pop art (Festa), la Scuola Romana (Scipione). Oltre agli artisti già citati, la collezione comprende anche lavori di Balla, Casorati, Pirandello, Cambellotti, Severini, Schifano e altri. Il risultato è un caleidoscopio di dipinti e sculture che ripercorrono una stagione feconda e originale dell’arte italiana.
Di seguito, alcune fra le opere esposte.
Alberto Ziveri - Autoritratto con manichino - 1927
 Antonio Donghi - Gita in barca - 1934
Felice Casorati - Lo studio - 1934
 Gino Severini - Maternità - 1927
 Giorgio de Chirico - Le cabine misteriose - 1934
 Mario Mafai - Natura morta - 1941
 Mario Schifano - Dagli archivi del Futurismo n. 6 - 1965
 Mario Sironi - Paesaggio urbano - 1920
Tano Festa - Frammento michelangiolesco - 1966