Amore e rabbia,
l'autobiografia di Massimo Priviero, è uscita il 30 aprile per i tipi della
Vololibero Edizioni. Ho detto autobiografia, ma sarebbe meglio parlare di un
romanzo nella forma di memoriale. L'introduzione è di Matteo Strukul, che già
qualche anno fa aveva curato una biografia del musicista. Per saperne di più,
seguite il blog dedicato al libro, con approfondimenti, estratti e continui
aggiornamenti. Inoltre, a conferma della vocazione di artista vicino al suo
pubblico, una sezione del sito ufficiale è dedicata alle recensioni dei
lettori.
Priviero è uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988
con San Valentino, cui ha fatto seguito Nessuna resa mai (1990),
che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù
dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent'anni di
carriera con un concerto/evento a Milano; il libro è un altro fondamentale
tassello dell'importante ricorrenza.
Vorrei iniziare
partendo dal sottotitolo, che è semplicemente “il racconto della mia vita”. Ritengo
che la parola “racconto”, oltre a rendere l'idea del ritmo dell’opera, si adatti
bene all'autore, sia cioè plasmata intorno alla sua concezione del fare canzone,
così simile a quella dei cantastorie, che per l'appunto declamavano veri e
propri racconti in versi. Il titolo è Amore
e rabbia, a descrivere efficacemente le due anime di un'intera carriera.
L'amore è il sentimento per eccellenza, rivolto non solo agli esseri umani, ma
anche alla musica, così immateriale eppure capace di diventare ragione di vita.
È dunque (anche) l'amore per Dylan e Springsteen, gli inevitabili maestri e
punti di riferimento. La rabbia è un sentimento altrettanto intenso, il marchio
di fabbrica di ogni rocker che si rispetti; non si tratta solo di ribellione
giovanile, ma più in generale della capacità di saper vedere oltre le verità
preconfezionate e di mantenere un punto di vista personale eppure equilibrato
sulle storture del mondo che ci circonda. Il titolo mi ha riportato alla mente
la «rabbia come passione d’amore» di
cui parlava il grande scrittore milanese Carlo Castellaneta: due sentimenti
apparentemente distanti, ma che ben possono costituire ottime ragioni per
campare. Le due anime di Priviero sono riassunte nella quarta di copertina,
dove si parla della «fotografia di un
uomo felicemente fuori dagli schemi: non etichettabile, che […] ha tenacemente
seguito per trent'anni la sua vocazione in costante equilibrio tra musica e
poesia».
A differenza di molti
libri simili, Priviero compie un'operazione più complessa e, se si vuole,
ambiziosa: non racconta solo se stesso e la propria famiglia, ma ricostruisce
abilmente un pezzo di storia (e di provincia) italiana, con la consapevolezza
di chi l'ha vissuto e l'intelligenza di chi ha saputo interpretarlo. Non
mancano i riferimenti alla società, alla storia recente, alla politica, le
riflessioni ironiche e commoventi, i giudizi aspri e senza infingimenti di un
artista che è prima di tutto un uomo libero. E anche quando ci parla del mondo
della musica, lo fa dalla prospettiva privilegiata di chi nuota da oltre
trent'anni in quel mare, cercando di evitare le correnti inquinate per trovare
una propria oasi pulita.
Non è facile scrivere
di sé, perché è pur sempre un modo di mettersi a nudo, soprattutto se si è
portatori di verità scomode. Per questa ragione non è un caso che Priviero
abbia scritto il libro durante una pausa dagli impegni musicali, in inverno, in
riva all'Adriatico; un'operazione al tempo stesso rievocativa e terapeutica.
Personalmente ho
sempre amato le autobiografie dei musicisti, forse perché invidio un po' la
loro vita errabonda on the road, la
possibilità di entrare in contatto con tante persone e, soprattutto, di essere
apprezzati e ricordati per il lavoro che amano. Che forse, come testimonia
Massimo, è anche uno dei più difficili al mondo.
Segue l'intervista che
Massimo mi ha gentilmente concesso in occasione della pubblicazione del libro.
Lo ringrazio per la disponibilità e vi lascio alle sue parole.
Domanda. Ho sempre
pensato che l'autobiografia sia al tempo stesso un modo per farsi conoscere
dagli altri e per conoscere meglio se stessi. Forse perché scrivendo si attua
una sorta di distacco, e si possono vedere le cose secondo un'altra
prospettiva. Quanto hai “scoperto di te stesso” raccontandoti agli altri?
Risposta. Sai, ho
scritto senza pensare che quel che facevo dovesse per forza essere pubblicato.
Non ho neppure cercato un editore. Solo questa cosa ha dato un taglio diverso a
tutto. Questo per esempio ha tolto alcuni veli possibili. Non c'è fiction,
diciamo, non c'è inganno. Ho guardato lo specchio, meglio sarebbe dire ho
guardato i riflessi delle onde del mare dove sono cresciuto e il racconto ha
preso forma da solo. Forse guardando non ho scoperto cose nuove, ma ho toccato
quel che in gran parte sapevo con anima chiara. Forte e fragile allo stesso
tempo come io sono.
D. Puoi parlarci
brevemente della gestazione del libro? Scriverlo è stato come un fiume in
piena, oppure è il frutto di lunghe meditazioni?
R. Scriverlo è stato
parecchio un flusso emotivo ben poco arrestabile. Poi, ad un certo punto,
chiaro che lasci decantare tutto qualche mese e rimetti le mani con un po' di
razionalità. Sono stato più a lungo del solito nel tratto di costa veneta dove
sono cresciuto e poi ho immaginato di fermarmi lì per qualche mese, per
riannodare i fili della mia vita. Ho incominciato a scrivere. Questa volta una
storia che non prevedeva la musica. Il resto è venuto di conseguenza.
D. Sei conosciuto come
un artista schietto, che ha fatto della sincerità la strada maestra di
un'intera carriera. Anche nel libro non ti sei certo risparmiato, raccontando
la tua versione delle cose. Sei soddisfatto del risultato? E soprattutto, pensi
che il libro ti rispecchi, così come ti rispecchiano i tuoi dischi?
R. Sono essenzialmente
un uomo libero. Che dice quel che pensa considerando poco le conseguenze di
questo, tanto più in un paese assai conformista e parecchio corrotto
culturalmente e umanamente come il nostro. Ho raccontato la mia vita e il mondo
dove sono cresciuto, prima e dopo i dischi e i concerti. Sì, Amore e Rabbia è
tanto di quel che sono. Cadute e ripartenze. Sogni e idealità. Forza e
fragilità. Non parlo mai di medaglie né di premi che ho pure preso, per
esempio. Non accuso. Darei in quel modo a qualcuno un peso nella mia vita che
non meriterebbe di avere, e questo non mi interessa per niente. Traccio un
quadro. Senza sconti a me stesso. Ma anche probabilmente con un po' di
orgoglio.
D. Il titolo, come ho
scritto nella recensione, mi fa pensare ai due perni intorno a cui ruota la tua
carriera: la volontà di raccontare i sentimenti e la capacità di arrabbiarsi
per quanto non va su questa terra. Perché hai scelto, tra i tanti possibili,
proprio un titolo così suggestivo?
R. L'amore e la rabbia
sono da tradurre soprattutto in un ambito che chiameresti esistenziale. Sono
due sentimenti che nella mia vita si sono alternati spesso. Sono concetti
forti, parecchio totalizzanti se mi passi il termine. Ho spesso cercato un
punto di equilibrio tra questi due aspetti che hanno timbrato il mio posto nel
mondo. Qualche volta mi è riuscito di trovarlo. Altre volte ho alzato le mani,
ma sono comunque andato avanti. Vivere è un mestiere talvolta parecchio
difficile ma che resta meraviglioso.
D. Sono previste delle
presentazioni del libro, oppure altre iniziative legate alla sua promozione?
R. Guarda, abbiamo un
piano di presentazioni che prevede una trentina di appuntamenti solo nei primi
due mesi. Mi piace molto incontrare la gente in questa nuova modalità. Mi piace
che ci guardiamo negli occhi prima di tutto. Molte mie canzoni sono entrate
dentro l'esistenza della gente che mi è vicina. Voglio anche dir loro grazie.
Sperando di essere all’altezza del loro
amore.
