20 ottobre 2016

In difesa della musica: breve elogio del disco

Assistiamo ad una costante smaterializzazione della musica, tanto che si parla di una graduale scomparsa del supporto. Il disco non è più l’unico strumento per ascoltare musica, e neppure il principale: i lettori mp3 e gli smartphone sono i mezzi di riproduzione oggi più utilizzati. Anche se in controtendenza, ritengo invece che il disco sia un oggetto da preservare per molte ragioni, che vale la pena elencare.
1. Il piacere tattile. Il disco è tangibile, ha una massa e occupa uno spazio nella realtà materiale; in una parola, esiste. Questo è il suo vero punto di forza, nonché la differenza fondamentale (e ovvia) rispetto alla musica digitale. Un disco lo puoi tenere tra le mani, possiede un suo calore, lo puoi vedere e toccare, non è un insieme anonimo di dati informatici.
2. Il rituale. Ascoltare un disco presuppone un rituale, che preannuncia e amplifica il piacere. La musicassetta va estratta dalla custodia, eventualmente riavvolta, quindi inserita nella piastra. Nel caso del cd la procedura è più rapida, mentre con gli LP diventa più complessa e liturgica. Il vinile va estratto delicatamente dalla sua doppia custodia, spolverato, appoggiato gentilmente sul piatto; solo a questo punto è possibile alzare il braccio e posare delicatamente la testina, in attesa che accarezzi i primi solchi in un lieve fruscio.
3. Il collezionismo. È un altro imbattibile punto di forza, che si spiega da sé. I dischi possono essere collezionati, ordinati per genere o artista, sistemati e spostati a piacimento. Vedere la propria collezione crescere è un piacere che nessun iPod potrà mai regalare.  
4. La grafica. Molti dischi sono diventati famosi anche per la loro veste grafica; gli LP, in particolare, grazie al grande formato, sono delle vere e proprie opere d’arte. Per me è inconcepibile separare la musica dalla copertina o dal libretto interno dell’album. Minimale o sovrabbondante, tradizionale o rivoluzionaria, la veste grafica è un elemento essenziale dell’immaginario rock. Tantissime le copertine che hanno fatto storia, diventando vere e proprie icone: tra tutte, mi viene in mente il volto angosciato del primo LP dei King Crimson. Ci sono poi i libretti interni, con le foto e i testi, di fondamentale importanza per conoscere le formazioni, i tempi ed i luoghi  di lavorazione dell’album, la filosofia dell’artista.
5. I negozi di dischi. Sono dei luoghi magici, veri e propri santuari del suono. Andrebbero preservati, perché purtroppo stanno quasi scomparendo, travolti dalla crisi dell’industria del disco e dai megastore. Ogni negozio ha una propria impostazione, che di solito rispecchia i gusti del proprietario più che quelli dominanti del mercato: sopravvivono ancora esercizi specializzati in progressive, punk, new wave o jazz, con personale competente a cui puoi chiedere un consiglio. Scaricare musica da internet non può neppure lontanamente eguagliare il piacere di perdersi in un negozio di dischi.
6. L’ascolto meditato. La musica sta sempre di più diventando un mero sottofondo, in un ascolto “mordi e fuggi” che la riduce a prodotto uguale a tanti altri. Mezzi pubblici, strade e parchi sono pieni di persone che ascoltano musica con i telefonini anche solo per isolarsi dal contesto. Il disco, invece, pur potendo essere un ottimo sottofondo alle attività quotidiane, si presta di più ad un ascolto meditato, riflessivo, maturo.
7. Il costo. Sembra una contraddizione, ma l’esborso economico è un altro punto in favore dell’ascolto tradizionale. I dischi costano, a volte anche tanto. Di conseguenza, prima di buttarli via, è bene ascoltarli più volte, per capire se è possibile smentire la prima negativa impressione. A me è successo così con Linea gotica dei C.S.I. Al primo ascolto sono rimasto profondamente deluso, tanto mi appariva incomprensibile. Mi sono allora imposto ripetuti ascolti, se non altro per giustificare le ventiseimila lire che avevo speso. C’è voluto tempo per capirlo e assimilarlo: oggi è uno dei miei album preferiti.
8. La qualità del suono. Lungi da me addentrarmi in discorsi tecnici, perché non ne ho la competenza. I musicofili ancora discutono se sia meglio il suono del compact disc o quello del vinile, ma di una cosa sono certi: la qualità del suono impone l’esistenza di un supporto materiale.
9. Il valore dell’usato. I dischi non muoiono mai, hanno sempre una seconda o una terza vita. Possono essere venduti, regalati o scambiati con altri collezionisti. Anche a distanza di quarant’anni li puoi trovare sui banchi polverosi di un mercatino dell’usato, magari facendo un buon affare.
LP "Litfiba 3" sul piatto di un giradischi

3 ottobre 2016

"Autostop per l'Himalaya" di Vikram Seth: la Cina che non ti aspetti

Il giovane indiano Vikram Seth, futuro autore di libri di successo, nell’estate del 1981 decise quasi per caso di intraprendere un viaggio proibitivo, sia per le condizioni climatiche e delle infrastrutture che per gli ostacoli burocratici: dalla Cina all’India passando per il Tibet. Autostop per l’Himalaya è l’asciutto e piacevole resoconto di quell’itinerario, vincitore del Thomas Cook Travel Book Award, importante riconoscimento per la narrativa di viaggio. All’epoca dei fatti, Seth era uno studente dell’Università di Stanford, residente da due anni nella città cinese di Nanchino per un programma internazionale di studi. Dopo la rigida chiusura della Rivoluzione culturale, la Repubblica Popolare stava iniziando, sia pur timidamente, una nuova fase di apertura verso il mondo, consentendo gli scambi culturali con studenti stranieri. Raramente, però, era consentito ai forestieri di viaggiare da soli per il Paese; le autorità avevano cura di pianificare nei minimi dettagli gli itinerari per gli stranieri, che di fatto venivano sottoposti ad un controllo più di stampo paternalistico che autoritario. Vikram Seth decise di rompere il protocollo: dovendo ritornare in India per le vacanze estive, pensò di farlo nel modo più avventuroso possibile: viaggiare in autostop fino in Tibet, arrivando infine a Delhi passando per il Nepal.
All’epoca la Cina era agli albori della rapida trasformazione economica e tecnologica che l’avrebbe trasformata nel gigante dell’industria che oggi conosciamo. La Rivoluzione culturale, nella sua cieca furia iconoclasta, aveva distrutto tanti aspetti della tradizione, ma non era riuscita a mutare l’animo più profondo della nazione. Questo aspetto viene in più occasioni rimarcato da Seth, che si sofferma sui cambiamenti in atto con uno spirito da saggista, concentrando l’attenzione sui profili sociologici, economici, agricoli e demografici, senza addentrarsi più di tanto nelle dinamiche politiche. All'autore interessa principalmente descrivere le caratteristiche immutabili del popolo cinese, quelle che il socialismo non è riuscito a scalfire: la curiosità verso gli stranieri, l’attenzione alle loro esigenze e una sincera e squisita ospitalità.
Il libro ha un buon ritmo, dettato dall’ansia del viaggiatore di uscire in fretta dai confini cinesi, prima della scadenza del visto che avrebbe comportato l’inevitabile fermo di polizia. Questo, tuttavia, è anche il punto debole del racconto, il cui andamento è puntualmente rallentato dalla minuziosa descrizione degli ostacoli burocratici relativi ai visti di ingresso e di uscita sul passaporto. L’autore si dilunga su questi aspetti, sia perché hanno costituito uno dei problemi più rilevanti del viaggio, sia per descrivere la rigidità dei funzionari cinesi, sempre fedeli al motto “il regolamento è il regolamento”. Alla lunga, però, le continue preoccupazioni di carattere amministrativo rendono poco avvincente la lettura. Molto più interessanti sono le pagine in cui l’autore si sofferma su alcuni aspetti delle culture cinese e tibetana, come la cucina, la religione, l’arte e la letteratura. Vivide e suggestive, poi, sono le descrizioni della natura, dei paesaggi e delle strade al limite della praticabilità.
Il giudizio complessivo sull’opera rimane un po’ sospeso. Personalmente mi aspettavo qualcosa di più, soprattutto sul Tibet e le sue tradizioni. Il titolo è in questo senso fuorviante, perché oltre due terzi della vicenda si svolgono in Cina e in Nepal; inoltre, la maggior parte delle persone incontrate lungo la strada sono han (l’etnia dominante in Cina) e non tibetane. La parola Himalaya richiama alla mente di noi occidentali immagini diverse da quelle che il lettore troverà nel libro; anziché sulle nevi perenni, si viene catapultati su strade fangose che attraversano fiumi in piena, modesti insediamenti urbani di periferia e anonimi uffici governativi. Un romanzo-saggio che mi sento comunque di consigliare, almeno per avere un’idea di quella Cina che (forse) non esiste più.

22 settembre 2016

"La notte dei due silenzi" di Ruggero Cappuccio: la verità ama nascondersi

Quanti volti possiede la verità? A quante voci può essere narrata? E soprattutto, quante sono le possibili versioni di uno stesso avvenimento? Questi e altri sono gli interrogativi che il bel romanzo di Ruggero Cappuccio ispira nel lettore. Una risposta univoca non è data, perché forse la verità ama nascondersi, e ciò che chiamiamo realtà non è altro che una delle possibili e soggettive rappresentazioni degli eventi del mondo fenomenico.
La notte dei due silenzi è un racconto labirintico a più voci, con ben sette narratori che si avvicendano nell’esposizione dei fatti. La vicenda si svolge nell’anno 1858, principalmente nel meraviglioso palazzo di Conca dei Marini in cui vivono i due Principi Altomare. Alessandro, il maggiore, è affetto da un insondabile male di vivere, che da anni lo costringe al mutismo, alla vita meditabonda e solitaria di chi ha eretto un muro tra sé e il consorzio umano, perché «intenebrito nello sprezzo selvatico della sua solitudine al mondo». All’origine del suo oscuro male vi è una dolorosa vicenda personale, la scomparsa della moglie Chiara della Serena, ufficialmente morta di vaiolo nel convento dove si era ritirata al comparire dei primi sintomi del morbo. L’infelice condizione di Alessandro, che lo porta a trascurare gli affari di famiglia, muove a compassione il fratello Eugenio. Quest’ultimo chiede soccorso al medico francese Georges Bernard Descuret, un luminare di fama internazionale che tempo prima aveva guarito la madre, affetta da una malattia nervosa. Contattato da Eugenio per il tramite di un’accorata missiva, Descuret non esita a lasciare la Francia per raggiungere di nuovo Conca dei Marini, da cui mancava da ben diciotto anni. Sciogliere il groviglio annidatosi nell’animo e nella mente di Alessandro diventa l’ossessione del medico francese, pienamente consapevole della complessità del caso. Il male di Alessandro, infatti, non può essere semplicisticamente spiegato come la reazione ad un lutto, ma ha radici più profonde, nella connotazione stessa del suo essere, di un uomo cioè che è «un genio della malinconia creata, e che appunto di veleni malinconici prodotti da lui nutriva tutto se stesso e tutto il suo corpo». Descuret comprende che il male di Alessandro può essere conosciuto solo indagando sulla passione che ha avvinto il nobiluomo e sua moglie Chiara. È lo stesso Alessandro a spiegarlo, condensando in poche ma potenti parole la malia che la donna produceva su di lui: «ella aveva il potere di imporre presente il suo corpo nei momenti in cui, lontano da lei, evocavo la sua ombra; aveva il potere di imporsi come un’ombra mentre il suo corpo mi era innanzi tutto intero». Alessandro non ama Chiara, ma l’idea che si è fatto di lei nei lunghi pomeriggi dell’adolescenza, popolati soprattutto di silenzi, in cui il loro affetto è sbocciato. Questo è il tema centrale del romanzo. Ruggero Cappuccio è abilissimo a districarsi in un terreno scivoloso, nell’analisi dei sentimenti idealizzati, destinati a soccombere alla prova del vero.
La vicenda di Alessandro e Chiara travalica le mura del palazzo di Conca dei Marini, alimenta i pettegolezzi dei salotti buoni, fino a diventare un vero e proprio caso di Stato. In quest’ottica, il romanzo è un quadro fedele degli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie e soprattutto della sua aristocrazia molle e priva di iniziativa, più interessata al chiacchiericcio di corte che agli affari di Stato. Il cicaleccio arriva molto in alto, fino a giungere alle orecchie dello stesso Re Ferdinando, che si interessa della vicenda dei due giovani e si prodiga per chiarirla. E proprio intorno alla figura di Re Ferdinando sono costruite le più belle pagine del romanzo. Cappuccio riabilita il personaggio storico, tradizionalmente raffigurato come il malvagio “Re bomba”, l’insensibile e dispotico monarca. Ne “La notte dei due silenzi”, invece, viene raffigurato come un uomo intelligente e persino ironico, onusto del peso del governare e carico di una sua particolarissima partecipazione alle vicende mondane. Mirabile il suo discorso sul potere, talmente acuto che meriterebbe di essere trascritto nei libri che raccontano la storia del Mezzogiorno. «Durante tutti questi anni», afferma il Re, «ho avuto due popoli da governare. Quel popolo che si chiama popolo e quel popolo che si chiama nobiltà. […] Questi due popoli in realtà sono quattro. Il popolo napoletano non è il popolo siciliano. La nobiltà napoletana non è la nobiltà siciliana. […] Potrei dimostrarvi che questi due popoli sono sei: la Chiesa della Capitale e quella di Sicilia sono gli altri due mondi con i quali fare i conti. E se volessi divertirmi, vi direi che questi sei popoli sono seicentosessantasei. Perché non c’è villaggio di Calabria o di Cilento che non vanti un suo primato e un suo problema ritenuto urgentissimo e assoluto». Schiacciato dal peso del potere e delle connesse responsabilità, Ferdinando trova diletto soltanto nei carteggi di storie minime che solerti funzionari scovano per lui negli archivi polverosi del Regno. E tra queste vicende private, è proprio la storia di Chiara e Alessandro ad interessare particolarmente il Sovrano, che avrà un ruolo decisivo nella sua conclusione.
Ruggero Cappuccio è principalmente un drammaturgo; l’amore viscerale che nutre per il teatro e le sue dinamiche traspare anche in questo libro. Non è un caso che due tra i momenti più felici del romanzo abbiano una stretta attinenza con il teatro. Il primo è il breve intermezzo che narra dello sbarco di Shakespeare a Napoli; si tratta di una vicenda di fantasia, costruita però con grazia e sapienza. Il secondo momento è rappresentato dalla “notte dei due silenzi”, in cui Alessandro e (il fantasma di) Chiara si avvicendano sul palcoscenico della Terrazza dell’infinito a Villa Cimbrone. Ed è davvero bizzarro che l’unico modo per conoscere la verità sia l’organizzazione di una vera e propria rappresentazione scenica. Il paradosso dunque si compie: il teatro, il luogo per eccellenza della fictio, finisce per trasformarsi nell’unico strumento possibile per la rivelazione della verità. Cappuccio, però, non ha voluto portare alle estreme conseguenze il paradosso, nella convinzione dell’insondabilità del reale. Ed è così che, alla fine, il dubbio non viene sciolto e la verità, che per un attimo sembrava far capolino oltre la tenda del palcoscenico, torna a nascondersi.
Lo stile merita una notazione particolare: colto, aulico e deliziosamente letterario, doti così rare nel panorama della narrativa nazionale contemporanea. La scrittura è ricca di raffinate descrizioni, densa di vivide suggestioni, a volte oscura e altre pronta ad aprirsi in squarci di luce abbagliante. Nessuna parola è scritta a caso, ma ciascuna ha un suo peso specifico, una giusta ponderazione di suoni e profumi. Cappuccio scrive con mano ottocentesca, ma con tutta la sensibilità e il tormento dello scrittore del Novecento: non deluderà quanti vanno alla ricerca del puro  piacere della lettura.

30 agosto 2016

"Il ragazzo rapito" di Robert Louis Stevenson: un classico dell'avventura

Sebbene ne esistano in commercio diverse versioni per i più piccoli, sarebbe improprio definire Il ragazzo rapito come un racconto per l’infanzia. È piuttosto un intramontabile romanzo d’avventura, da leggere a tutte le età, ma che richiede qualche nozione di storia inglese, specialmente sulle insurrezioni giacobite dei secoli XVII e XVIII. La vicenda è infatti ambientata nella Scozia ribelle degli anni successivi al 1746, insanguinata dai duri scontri tra clan rivali e dal conflitto tra giacobiti e lealisti. Prima di iniziare la lettura, consiglio quindi di documentarsi su queste complicate vicende; le informazioni contenute su Wikipedia sono più che sufficienti per farsi un’idea.
Classica è la trama: il diciassettenne Davide Balfour, orfano di entrambi i genitori, è l’inconsapevole beneficiario di una grande eredità, da dividere con il turpe zio Ebenezer. Quest’ultimo, avaro e meschino, fa rapire il nipote da alcuni loschi marinai per privarlo dei suoi diritti; l’obiettivo è quello di farlo vendere in America al mercato degli schiavi. Il brigantino su cui Davide è imbarcato, però, cola miseramente a picco durante una tempesta, sì che il ragazzo si trova di colpo affrancato dai suoi aguzzini, libero ma naufrago sopra un’isola deserta. A questo punto hanno inizio le sue lunghe peregrinazioni, sia da solo che in compagnia dell’amico Alan Breck, che lo porteranno infine a far valere i suoi diritti, nel più lieto dei finali.
La maestria di Stevenson non sta solo nella costruzione del complicato intreccio, ma soprattutto nelle meravigliose descrizioni dei luoghi; il romanzo si svolge quasi interamente all’aperto, tra cupi boschi e brulle brughiere, in cui il lettore viene catapultato. Altro punto di forza è nella definizione dei personaggi. Per essere un romanzo d’avventura, la loro psicologia è sufficientemente approfondita, senza risolversi nella semplice contrapposizione buono/cattivo. Anzi, ben potrebbe dirsi che Stevenson è attento nel far emergere il lato oscuro di ogni personaggio, persino del protagonista Davide o del suo amico Alan.
Il ragazzo rapito è un libro famoso, oggetto anche di una riduzione cinematografica. È considerato uno dei migliori testi di Stevenson, oltre che uno dei più celebri romanzi d’avventura di ogni tempo. Tuttavia, le lunghe digressioni storiche possono risultare poco comprensibili per il lettore che abbia scarsa conoscenza dei tristi eventi che sconvolsero la Scozia per tutto il corso del Settecento. Come già detto, consiglio di documentarsi prima di intraprendere la lettura.

14 agosto 2016

"Io non mi faccio condizionare dal sistema!": intervista a James Senese

Il grande sassofonista James Senese, fondatore e leader del gruppo jazz-rock Napoli Centrale, si è esibito a Torchiara (Sa) lo scorso 11 agosto, in occasione del festival itinerante Segreti d’autore. L’ho incontrato prima del concerto ed è stato così gentile da concedermi una bella intervista, in cui rivela molto di sé, della sua arte e della sua visione del mondo.

Domanda. Ciao James. Speriamo che le mie domande non siano come quelle del famoso film con Lello Arena…
Risposta. Non ti conviene farle. (Ridendo)

D. Perché tra tutti gli strumenti hai scelto proprio il sassofono? Come è nata questa passione?
R. È stata una scelta naturale. Era uno strumento di cui mi piaceva moltissimo il suono, la voce. L’avevo sentito, senza sapere cosa fosse, e così è nata la passione.

D. Quanti sassofoni possiedi? Ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
R. Ne ho solamente uno. Ne ho avuti tanti, ma ritengo sia meglio affezionarsi ad un unico strumento. Credo sia la scelta migliore, perché possedere dieci sassofoni, ad esempio, è una forma di megalomania. Invece devi affezionarti ad uno solo, che ti rimane e lo porti in tutti i concerti.

D. Che musica ascolti? Preferisci i classici, oppure ascolti anche musica contemporanea? E soprattutto, preferisci il vinile o il cd?
R. Ascolto sia la musica del passato che quella contemporanea. La musica del passato è quella che ci ha dato la nostra vitalità, la voglia di essere musicisti. Ma ascolto anche la musica del presente, in particolare quella d’avanguardia. Preferisco ascoltarla su vinile.

D. Sei un uomo di successo, che ha portato nel mondo un modo personale di fare musica. Come sei riuscito a non farti dominare dal successo, mantenendoti sempre saldo sulle tue posizioni?
R. Combattere il sistema è questo, non entrarci dentro. Il fatto è che io non mi faccio condizionare dal sistema. Il sistema vuole che tu fai delle cose secondo la sua logica, secondo il suo modo di vedere. Ma non deve essere così. Devi essere te stesso, ed io penso di esserlo.

D. Il rischio di chi lotta contro il sistema è quello di non riuscire mai ad emergere…
R. Il problema è crederci. Crederci e non farsi condizionare, perché vengono dei momenti in cui il sistema ti prende, ed è in quel momento che devi essere più forte e non farti prendere. Se tu credi alla tua dimensione, a quello in cui credi e a quello che fai, a quello che tu vorresti essere, allora tutto andrà bene. Bisogna essere assolutamente così, fino alla fine della tua vita, in poche parole. La vita dovrebbe essere un evolversi nella direzione che tu vorresti.

D. Una domanda sui Napoli Centrale. Mi ha sempre colpito la vostra originalità rispetto ad altri gruppi italiani degli anni Settanta. In particolare, mentre gruppi come gli Area o il Banco si occupavano della classe operaia, voi avete parlato della terra, dei braccianti meridionali, degli emigranti. Qual è la ragione di una tale scelta?
R. Perché noi veniamo dal popolo. Inoltre, la prima forma di vita è proprio legata alla terra, da cui noi veniamo. Il contadino è il primo uomo sulla terra che ha cercato di evolversi. Diciamo che adesso, però, c’è stata un’evoluzione nel nostro impegno: ora difendiamo tutta la parte debole del popolo, quella che non può difendersi. È stata una scelta naturale, legata alla dimensione in cui siamo nati.

D. Se i Napoli Centrale fossero nati oggi, avrebbero avuto lo stesso successo, oppure i tempi sono mutati e con essi quello che la gente vuole? Il vostro messaggio è ancora attuale?
R. Il tempo non cambia quasi niente, attenzione! Cambiano le generazioni, un po’ i modi, ma in realtà non cambia niente. Noi esistiamo da oltre quarant’anni e oggi abbiamo addirittura più successo di prima. Sembra strano, ma è così. Noi oggi giriamo tutto il mondo; si vede che abbiamo seminato bene! Quando le nuove generazioni vengono ad ascoltarci, ci ascoltano per quello che siamo nel presente, non vanno a vedere quello che siamo stati, perché è il momento quello che conta. Noi ci siamo evoluti mantenendo sempre il nostro stile. Quando riesci ad emergere, rimani sempre lì. Pensa ai Pink Floyd: loro sono lì, e anche se non fanno più dischi sono sempre i Pink Floyd. La stessa cosa vale per i Napoli Centrale: noi abbiamo fatto la rivoluzione, ed è rimasta.

D. Hai detto che hai girato il mondo. Tra i tanti artisti con cui hai collaborato, quali sono quelli che ricordi con maggiore piacere?
R. Il problema è che noi stiamo molto avanti, suoniamo avanguardia. L’unico con cui ho collaborato con piacere, perché sono entrato nella sua dimensione, è stato Pino Daniele. Al di là di questo, non mi eccita niente.

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, cosa diresti?
R. Sono uno vero, perché ho scelto di fare questa vita. Non ce ne può essere un’altra, e io la faccio con il cuore, con amore. Se non facessi questo, non lo so che cazzo farei. La mia è stata una scelta molto precisa, l’impegno è ventiquattro ore su ventiquattro. Prima viene questo e poi tutto il resto.

D. Il tuo nuovo disco si intitola O’ sanghe; che progetti hai per il futuro?
R. Il mio progetto è far capire agli altri che abbiamo perso una parte del nostro sentimento per colpa del sistema, ma anche per colpa nostra. Non riusciamo ad agire: a tutto quello che il sistema ci dice, noi rispondiamo sempre di sì. Perché crediamo che domani è un altro giorno, ma non è così. Serve un modo per poterci liberare da questa schiavitù.

D. E la musica è sufficiente per essere liberi?
R. Sì. Perché la musica ha realizzato importanti cambiamenti nel mondo. Tante cose importanti sono state cambiate per mezzo della musica. Chi vuol capire, capisca.
James Senese sul palco di Torchiara (11 agosto 2016)

11 agosto 2016

"Il trono di legno" di Carlo Sgorlon: il canto di addio della civiltà contadina

Il trono di legno è un romanzo particolare, non inquadrabile entro gli angusti confini di un genere. Può essere definito come lo struggente canto di addio dell’ancestrale civiltà contadina, travolta dall’avanzare della modernità. Al tempo stesso, è un elogio della bellezza del raccontare e dell’arte di inventare storie. I due aspetti sono strettamente collegati, in quanto quasi tutti i miti e le leggende sono nati in contesti rurali. Si pensi alle storie intorno al focolare, alle favole narrate dagli anziani nelle rigide serate d’inverno, oppure ai racconti che allietavano il duro lavoro dei campi. È questo il mondo che Sgorlon ha voluto rievocare nel romanzo, con viva partecipazione e un soffuso rimpianto per la sua scomparsa.
La vicenda è ambientata in quel fazzoletto di terra friulana che Sgorlon conosceva bene, nei villaggi di Ontans e Cretis spersi tra i brulli magredi e le sempiterne nevi delle Alpi. Il protagonista, Giuliano, è uno strano essere selvatico che sente di non appartenere al presente o al futuro, ma al passato, alla civiltà dei contadini e degli artigiani. Vive a Ontans assieme a Maddalena, che non è sua madre e neppure una parente, ma una donna che ha deciso di prendersi cura di lui per espiare una colpa del passato. Giuliano non sa nulla della storia della sua famiglia, che imparerà a conoscere attraverso dettagli che gli si riveleranno negli anni. Verrà così a sapere che il nonno, noto semplicemente come il Danese, ha avuto un’esistenza errabonda e avventurosa, quasi come il personaggio di un romanzo. Ritrovare il Danese, o almeno qualche traccia ulteriore della sua esistenza, diviene così il suo obiettivo. Giuliano, però, è un ragazzo irrequieto e proprio la sua inquietudine lo porterà ad allontanarsi dalla via maestra che aveva creduto di poter tracciare. Tale irrequietezza nasce dalla convinzione secondo cui la dimensione fenomenica è solo l’aspetto tangibile del reale, dietro il quale si cela una dimensione più profonda e vera, che non è tattile ma fantastica, inafferrabile eppure tanto più concreta. L’ambiguità si riverbera in ogni aspetto della sua vita, come nel rapporto con le donne: Giuliano, infatti, sa amare con la stessa intensità sia la materna e rassicurante Lia che la silvestre e sfuggente Flora.
Ben può affermarsi che Il trono di legno è un romanzo di formazione, perché Giuliano, alla fine del suo girovagare, acquista una nuova consapevolezza, la forma definitiva del suo essere. Egli rinuncia a girare il mondo, abbandonando il giovanile proposito di vivere all’avventura; preferisce rifugiarsi nell’antica magione di Cretis, unico luogo in cui riesce a placare le ansie che lo tormentano fin dall’infanzia. Comprende che la pienezza dell’esistenza può realizzarsi anche in un minuscolo villaggio nel cuore delle Alpi, microcosmo che raccoglie in sé il ricordo di molte vite passate e l'attesa del divenire. Giuliano sceglie di diventare un narratore, seduto sul severo seggiolone di legno così simile ad un trono contadino, circondato dai bambini che a bocca aperta ascoltano le sue meravigliose storie.
La fortunata opera di Sgorlon può dunque essere letta come un elogio della fantasia, che ha una valenza creatrice quasi divina. Le leggende e i miti hanno la stessa essenza della realtà, anzi sono l’unica realtà possibile. L’uomo che inventa storie, il narratore, possiede un dono straordinario, che fa di lui un eletto, elevandolo al rango di un dio. Sono le parole del protagonista a chiarire magistralmente questo concetto.
«La realtà e la vita sono soltanto un miraggio che non si lascia raggiungere; esse si possiedono soltanto nel ricordo, nella fantasia, nella parola e nel racconto. La vita era soltanto illusione, attesa di qualcosa che non veniva mai, e noi ombre sfocate e vane, scosse da assurde passioni. […] Attraverso la fantasia avrei potuto vivere e raccontare tutte le avventure del mondo, mentre viverle veramente, ora, mi avrebbe generato solamente un sentimento di noia e di ripetizione.»
 

20 luglio 2016

"Viaggio col padre" di Carlo Castellaneta: le ragioni del distacco

Carlo Castellaneta iniziò la stesura di Viaggio col padre a soli venticinque anni, anche se dovette attenderne altri tre per vederlo pubblicato (1958). Come tutti i romanzi d’esordio, risente di una certa acerbità, sia nelle intenzioni che nella struttura narrativa. Per quanto concerne il primo aspetto, è stato lo stesso autore milanese, ormai adulto, a ironizzare con bonario distacco sul suo primo romanzo, frutto della “fiducia di potere, ancora, nell’Italia del 1955 affamata di giustizia, cambiare il mondo con un libro”. Quanto alla struttura, la narrazione si dipana lungo due piani intersecantisi: quello presente del viaggio in treno e quello passato dei ricordi. Si tratta di una scelta non propriamente originale e quasi forzata in alcuni punti, ma che riesce funzionale allo scopo del racconto, conferendogli uniformità di fondo.
La trama può essere riassunta in poche battute. Un ragazzo intraprende assieme al padre un lungo viaggio in treno, da Milano a Foggia, per partecipare a un funerale. Tra i due aleggiano antichi dissapori, risalenti al tempo della guerra. Il loro non è semplicemente un conflitto generazionale, ma una propaggine privata della guerra civile che si è combattuta in Italia tra fascisti e partigiani. Il padre, convinto fascista, ha condotto la famiglia in rovina pur di non tradire i propri ideali. La moglie e i figli, inizialmente pieni di ammirazione nei suoi confronti, di pari passo con l’inasprimento del conflitto hanno acquisito una maggiore consapevolezza degli errori e degli orrori del regime, fino ad appoggiare, sia pure in modo silente, la causa partigiana. Conclusa la guerra, le tensioni a lungo covate sono esplose, determinando la disgregazione del nucleo familiare. A distanza di qualche anno, il figlio coglie l’occasione del viaggio in treno per conoscere il perché delle scelte del padre, del suo tenace aggrapparsi a ideali e valori sconfitti dalla storia, la sua cieca testardaggine nel non voler ammettere gli errori compiuti. E solo alla fine, quando il convoglio è ormai prossimo alla stazione di Foggia, la tensione viene sciolta in un chiarimento tanto desiderato quanto parziale.
Viaggio col padre è prima di tutto il resoconto di un dramma familiare, calato nel più vasto contesto del dramma nazionale della guerra civile. Allo stesso modo, è un romanzo di formazione individuale e collettiva, perché alla crescita del sentimento democratico nell’animo del protagonista corrisponde il risveglio di un’intera nazione.  È poi il libro della Milano operaia, fatta di palazzi rugginosi costruiti ai bordi delle massicciate, di piccole invidie e storie minime di periferia. Con questo romanzo Castellaneta inizia a imprimere il marchio di fabbrica della sua produzione successiva: la descrizione vivida e dolente della Milano popolare, un microcosmo in evoluzione che in pochi anni passa dalla miseria nera agli agi del miracolo economico. Figura esemplare di questa voglia di cambiamento è Ottavio, l’intellettuale comunista poi diventato capo-partigiano, che contribuisce in maniera determinante alla crescita del protagonista. Il personaggio di Ottavio sarà poi ripreso da Castellaneta nel successivo romanzo Una lunga rabbia, facendogli assumere le vesti del pittore Oreste.
Sebbene Viaggio col padre risenta dei limiti dell’opera prima, rimane comunque una lettura godibile e finanche avvincente. Echeggia qui e lì una certa enfasi nella volontà di costruire una storia di redenzione individuale e collettiva, perché audace era il compito che il giovane autore si era dato: cambiare con un libro le sorti d’Italia o, quantomeno, tentare una spiegazione degli eventi che seguirono alla caduta del regime.

4 luglio 2016

"Chiamalo sonno" di Henry Roth: le angosce del bambino emigrante

Parlare di Chiamalo sonno significa innanzitutto interrogarsi sul “caso Henry Roth”, come viene definito dalla critica. Henry Roth (1906-1995) è stato per lungo tempo autore di un unico romanzo. Quando Chiamalo sonno uscì, egli aveva ventotto anni ed era così convinto di aver trasfuso in quell’opera tutto quanto avesse da dire, da chiudersi in un silenzio durato quasi tre decenni. Iniziò a scrivere un secondo volume, ma si arrese dopo aver ultimato un centinaio di pagine, colpito da un oscuro male di vivere a cui sono state date diverse spiegazioni: la depressione, una forte delusione sentimentale, una crisi mistica, l’isolamento dovuto alle sue posizioni politiche. Fatto sta che Roth costruì intorno a sé un muro di silenzio, allontanandosi dal mondo culturale e persino dalla città, rifugiandosi nella quieta provincia americana. Solo intorno alla metà degli anni Sessanta, il libro, che aveva continuato a circolare in una ristretta cerchia di appassionati, venne ristampato negli Stati Uniti e poi in Europa, diventando un caso letterario e un long-seller, contribuendo alla riscoperta del suo autore.
Oggi Chiamalo sonno è considerato un capolavoro, perché, come ha osservato Mario Materassi nella postfazione all’edizione italiana Garzanti, è un vero e proprio «punto di coincidenza di tutto il Novecento» letterario e non, in quanto «il suo senso è un valore permanentemente rinnovantesi».
Il romanzo è ambientato negli Stati Uniti dei primi anni del secolo scorso, l’epoca dell’immigrazione di massa. David, un bambino ebreo nato in Austria, giunge assieme alla madre nella terra delle grandi opportunità, dove il padre si è già trasferito da un paio di anni. I genitori di David non potrebbero essere più diversi: dolce e piena di attenzioni la madre, duro e iracondo il padre. Il piccolo David vive con paura questo contrasto, che viene traslato dalle quattro mura domestiche al mondo esterno. Nella sua mente si fa strada una concezione manichea della vita, in cui ogni aspetto viene ad essere classificato secondo la rigorosa dicotomia bene-male. Il padre, le tenebre, la cantina e i coetanei rappresentano il male, l’oscurità fisica e morale da cui fuggire. Dall’altro lato, invece, c’è la madre, che agli occhi di David è il concentrato supremo di ogni bene. L’intera realtà viene trasfigurata attraverso gli occhi del bambino, che sono il privilegiato punto di osservazione scelto da Roth nella stesura del romanzo. Nelle pagine si alternano dati reali e immaginifici, in quanto l’intera narrazione viene filtrata e quasi inquinata dalle visioni di David, continuamente in bilico tra un mondo palpabile, duro e crudo, e una dimensione fantastica, rassicurante e onirica. Chiamalo sonno non è dunque propriamente un romanzo di formazione; sebbene vi sia una crescita graduale e sofferta del protagonista, nel finale si ascolta quasi un canto di resa, un totale rifiuto del dato reale in favore del sicuro rifugio rappresentato dall’abbraccio materno.
Il libro è un vivido ritratto dell’America del primo Novecento, un Paese in grande fermento per effetto di un’ondata migratoria che contribuirà a delinearne il volto moderno, il cosiddetto melting pot. Straordinario poi il linguaggio utilizzato da Roth, che alterna slanci lirici a chiacchiere da bar, mescola il turpiloquio col linguaggio alto, combina sapientemente l’inglese, lo yiddish e la babele di lingue parlate dagli immigrati, italiani compresi. Nel suo capolavoro, Roth è stato attento alla descrizione dei luoghi e dei tipi umani: i personaggi sono pochi, ma di indimenticabile spessore. Si pensi ad Albert, il padre di David, un uomo rude e violento, i cui improvvisi scatti d’ira sono talmente prorompenti da mettere in soggezione persino il lettore. Si rimane incantati, poi, dalla dolcezza di Genya, stupiti dalla sboccataggine di Bertha, entusiasmati dalla baldanza del giovane Leo.
E alla fine mi viene da dire che forse ha ragione chi ritiene che Chiamalo sonno rappresenti la summa di tutta la letteratura del Novecento: perché David è solo un bambino, ma incarna tutte le ansie e le angosce dell’uomo moderno, diviso tra il richiamo della tradizione religiosa e le blandizie del progresso, tra la paura dell’autorità e un’incontenibile voglia di ribellione.

20 giugno 2016

La tangibile potenza lirica di Tolkien

Sebbene io non sia un grande conoscitore del fantasy, i libri che ho letto mi hanno convinto che Tolkien resta una vetta inarrivabile. La considerazione non brilla certo di originalità. Basti pensare al fatto che tutti gli autori che si cimentano con successo in questo genere vengono paragonati allo scrittore britannico, assunto a metro comparativo di giudizio. Il punto decisivo è dunque un altro: indagarne le ragioni.
A mio avviso, la grandezza di Tolkien non sta tanto nella complessità delle trame o nella costruzione di un vero e proprio mondo parallelo, quanto piuttosto nella straordinaria capacità descrittiva ed evocativa delle pagine che ha scritto. Se le prime due qualità le ritroviamo in molte opere fantasy, è la terza a rendere l’autore inglese il maestro indiscusso del genere. Prima ancora di aver costruito un universo fantastico, Tolkien ha studiato attentamente il mondo che lo circondava, declinandolo nelle sue molteplici sfumature. Si pensi alle descrizioni di villaggi, campagne, isolati manieri, montagne, dense foreste e laghi: sono così vivide da costituire uno straordinario volano per l’immaginazione. Oppure si rileggano, ne Lo hobbit, le splendide scenografie del Bosco Atro, delle Montagne Nebbiose, delle Terre Selvagge, così ricche di particolari evocativi.
La verità è che l’autore inglese, prima ancora di essere uno scrittore di cose fantastiche, era un erudito, uno studioso del patrimonio folcloristico e delle lingue morte, un profondo conoscitore della storia e della filologia. Tutti questi elementi sono trasfusi nelle sue opere, in cui la perfezione del meccanismo narrativo è arricchita da una tangibile potenza lirica. Le due dimensioni non possono essere scisse, perché entrambe costituiscono la prova che egli non ha generato dal nulla un universo fantastico, ma ha saputo creare perché conosceva il creato.
Il suo maggior pregio è stato l’aver elevato a dignità letteraria un genere di puro intrattenimento. Il fantasy, dopo di lui, si è appiattito sul dato puramente narrativo, sulla costruzione di intrecci sempre più complessi e avvincenti, dimenticando a volte la qualità e la bellezza della scrittura. Ecco perché a Tolkien non va solo il merito di essere stato un pioniere, ma soprattutto quello di aver strutturato compiutamente un genere, attraverso opere di una tale perfezione da non lasciare spazio ad epigoni. Forse esagero, ma credo che, dopo aver letto Il signore degli anelli e Lo hobbit, non abbia più senso andare avanti. Altri importanti autori si sono limitati a riproporre le stesse circostanze e gli identici archetipi, sia pure in infinite varianti, con l’aggravante di aver sacrificato tutto al dato puramente ricreativo, tralasciando quella sottile poesia che è il tratto caratterizzante dei romanzi di Tolkien. 
Una celebre fotografia dello scrittore (tratta da www.tolkien.it).

27 maggio 2016

Cos'è la musica, se non una somma di piccole cose?

Se si volesse definire con un’unica parola l’ultimo disco di Niccolò Fabi, bisognerebbe utilizzare l’aggettivo “intimo”. Una somma di piccole cose è un album raccolto, individuale ma non individualista, che scruta i sentimenti profondi dell’artista e dell’ascoltatore. L’atmosfera confidenziale emerge già dai titoli dei brani, come Le chiavi di casa o Facciamo finta, che evocano una dimensione chiusa in se stessa. La sensazione è confermata dalla graziosa confezione in digipack e dal libretto interno, che raccoglie due sole foto dell’artista, che, chitarra sulle spalle, passeggia con aria meditabonda in un sentiero in mezzo al bosco.
Basterebbe questo, basterebbe osservare il disco prima ancora di inserirlo nel lettore, per comprendere appieno in quali atmosfere si verrà calati. Come riportato nelle note interne, il lavoro è stato scritto, suonato e registrato dal solo Niccolò Fabi, che per l’occasione si è ritirato in un casolare a Campagnano di Roma nei mesi di febbraio-aprile 2016. Unico ausilio esterno quello dei cori; per il resto, Fabi ha suonato da solo tutte le tracce, prediligendo gli strumenti acustici. Si tratta di un disco dalle tinte folk, anche se estremamente contemporaneo nelle tematiche trattate; a me ha ricordato Nebraska di Springsteen e Bryter Layter di Nick Drake. La musica è un sottile tappeto che sostiene le liriche, tutte di buon livello. Prevale la chitarra acustica, con tracce di pianoforte e di elettronica, mentre mancano quasi del tutto le percussioni. Le canzoni sono nove, con una cover degli Hellosocrate, Le cose non si mettono bene.
Una somma di piccole cose è il canto di una generazione che, dopo essere stata illusa dalla società tecnocratica e dall'effimero benessere, vuole ritrovare le radici di sé. Ciò è evidente nel brano Ha perso la città, dove Niccolò tratteggia abilmente una metropoli italiana dei nostri giorni (leggasi Roma), evidenziando il punto cruciale dell’attuale disastro, che non è solo nella cementificazione selvaggia, quanto piuttosto nel fatto che si è perso il valore della comunità umana. Occorre dunque adeguarsi ad una Filosofia agricola, citando il titolo della quarta traccia. Il disco è arricchito da meravigliose ballate, come la nostalgica Facciamo finta, l’eterea Una mano sugli occhi e la sorprendente Le chiavi di casa, con testi sempre sopra la media. La canzone che dà il titolo all’album, invece, è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un invito ad abbandonare i bisogni apparenti imposti dalla società dei consumi, in favore di una vita di piccole cose, quale ancora di salvezza e strumento di felicità. Il disco si chiude con una enigmatica canzone, Vince chi molla, dove di fatto viene rovesciato il mito dominante dell’essere vincenti ad ogni costo.
Alcuni recensori, commentando questo lavoro, hanno parlato di piena maturità artistica per Niccolò Fabi. Non conosco sufficientemente  la discografia del cantautore per potermi esprimere al riguardo. Di certo, è un gran bel disco, che si lascia ascoltare e assimilare, che intrattiene piacevolmente e al tempo stesso fa riflettere.