14 luglio 2023

"Il conto dell'ultima cena" di Andrea G. Pinketts: il prezzo dell'eterna adolescenza

Non amo le saghe letterarie, perché se un romanzo mi piace non ho il desiderio di scoprire che ne è stato del protagonista una volta chiuso il libro. Se un capolavoro è davvero tale non ha senso scriverne un seguito, perché il capolavoro è un'opera perfettamente compiuta che non tollera aggiunte. Lo sappiamo tutti, sebbene sia difficile da ammettere: di solito il sequel è una delusione e il terzo fa sempre schifo. A parte Rambo, ma questa è un'altra storia.
Per Pinketts ho fatto un'eccezione, leggendo i primi quattro volumi della saga di Lazzaro Santandrea, vero e proprio alter ego dell'autore. Iniziai nel 2006 con Il senso della frase, che poi è il terzo in ordine di pubblicazione. Per quindici anni non ho più letto nulla dello scrittore milanese, fino a quando, in piena seconda ondata covid, nel dicembre 2020 ho scovato su una bancarella Il vizio dell'agnello. L'esordio della serie, Lazzaro, vieni fuori, l'ho letto l'anno scorso a giugno, mentre Il conto dell'ultima cena l'ho terminato in questi giorni. Ci sono voluti tanti anni perché nulla è stato programmato e neppure ho seguito l'ordine giusto. Poco male, perché si possono leggere anche senza rispettare l'ordine di uscita.
Il conto dell'ultima cena (1998) è il quarto volume con protagonista Lazzaro. È un romanzo molto ambizioso, come si evince dalle quasi cinquecento pagine e dalle tematiche trattate. Ho avuto l'impressione di un'opera diversa dalle precedenti, come se Pinketts avesse voluto imprimervi il timbro della maturità. L'incipit è in proposito eloquente.
«Cercavamo di ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzasse noi.»
Lazzaro Santandrea ha trentatré anni, la stessa età in cui sono morti Gesù Cristo e John Belushi. Il mondo intorno cambia e persino il suo più caro amico, Pogo il Dritto, sembra aver messo la testa a posto dopo la nascita del figlio. Lazzaro invece non ha ancora deciso cosa fare da grande: è sempre uguale a se stesso e cerca di prolungare artificiosamente una spensierata, infinita adolescenza. Ha ereditato una casa di proprietà, ma vive quasi sempre nell'appartamento di famiglia assieme alla madre, alla nonna e alla donna di servizio filippina. Di lavorare non se ne parla, nonostante abbia ancora in tasca il tesserino scaduto dell'ordine dei giornalisti da esibire come passepartout. Le sue giornate tuttavia non sono noiose: veleggia in taxi da un bar all'altro e i guai sembrano avere una speciale predilezione per lui. Non aggiungo altro della trama: basti sapere che Lazzaro vedrà la Madonna e a seguito dell'apparizione si troverà coinvolto, come al solito, in storie di sangue che rivelano la parte più torbida dell'animo umano.
Quantunque l'assoluto mattatore della vicenda sia lui, Il conto dell'ultima cena è un romanzo corale. Lazzaro è circondato dal gruppo di amici storici del Giambellino, la sua corte dei miracoli, a cui per l'occasione si aggiungono personaggi indimenticabili: il senzatetto Marinoni, la lesbica militante Grandine Lomax, il timido rappresentante di biancheria intima Monfiorito, e soprattutto il roccioso professor Terulli, eroe di guerra nostalgico del ventennio. È un caravanserraglio di personaggi e storie che si intrecciano, si interrompono e poi vengono riprese quando il lettore è quasi sul punto di dimenticarle. Pinketts in questo romanzo della maturità ha dimostrato di saper trattare con grande maestria la materia narrativa: non è da tutti inserire nelle stesse pagine visioni mistiche e bevute epiche, Madonne che salvano e altre che uccidono, sinceri credenti e incalliti bestemmiatori. Ecco perché non ha senso incasellarlo in un genere: giallo, noir, picaresco, umoristico o romanzo di formazione, poco importa. Anche gli omicidi sono un pretesto, perché Lazzaro non è un detective e in fondo a noi lettori interessa poco la soluzione del mistero. La verità è che Pinketts voleva semplicemente raccontare il mondo che amava e persino un delitto (di fantasia) poteva essere un ottimo pretesto.
Ripeto quanto ho già scritto a suo tempo nella recensione de Il vizio dell'agnello, perché è valido anche per questo romanzo: Pinketts ci restituisce con vivide pennellate gli umori e i dolori di una Milano nevrotica e nera, nonché lo spirito di un'epoca, la metà degli anni Novanta, che oscillava tra gli ultimi palpiti di un passato dorato e l'avanzare del futuro scialbo e impoetico che costituisce ormai il nostro presente. Le scene si svolgono nei luoghi che lo scrittore conosceva bene: appartamenti signorili del centro, palazzoni informi di periferia, bar, caffè, discoteche, locali notturni e persino chiese e oratori.
Se avete letto altri romanzi dello scrittore milanese, Il conto dell'ultima cena non può mancare alla collezione. Scoprirete un Lazzaro maturo, più riflessivo, permeato finanche da un sincero afflato religioso. Per chi invece non ha mai letto Pinketts, consiglio di iniziare dal primo volume della saga, Lazzaro, vieni fuori. Sul blog non ne ho parlato, ma vi assicuro che è un libro straordinario, il fulminante esordio di uno scrittore di razza che ci manca tanto.
Ultima edizione Oscar Gialli (2018)

30 giugno 2023

Una casa in Via dell'ironia: i primi album di Francesco Baccini

Una delle caratteristiche più apprezzate in un artista è la riconoscibilità. Che si tratti di un quadro o di una canzone, quando la paternità può essere attribuita anche senza conoscere l'opera, significa che l'artista ha raggiunto il suo obiettivo, ovvero essere originale. La musica che oggi va per la maggiore manca proprio di originalità: la contaminazione con la trap è più dannosa di quanto si sia disposti ad ammettere, soprattutto da parte di produttori e discografici. E quanto questa influenza sia ormai un'inarrestabile epidemia, è dimostrato dal fatto che persino cantanti d'esperienza sono cascati nel giochetto dei suoni preconfezionati. Meglio allora guardare al passato.
Quando nel 1989 uscì Cartoons, l'estroso album d'esordio di Francesco Baccini, gli addetti ai lavori furono piacevolmente stupiti nel trovarsi di fronte un artista così originale. Riprendendo la lezione di Jannacci e Rino Gaetano, il genovese Baccini univa spiccata ironia, testi mai banali e musiche coinvolgenti che spaziavano dallo ska allo swing, passando per le classiche ballate voce e piano. Il successivo LP del 1990, Il pianoforte non è il mio forte, confermò le ottime impressioni, regalando anche qualche inaspettata hit. Oltre a Baccini, che suona tutte le parti di pianoforte, i due dischi vedono la collaborazione di musicisti d'eccezione, su tutti Lele Melotti e Andrea Braido del giro di Vasco Rossi, Pier Michelatti storico bassista di de Andrè, nonché i Ladri di Biciclette nella celeberrima Sotto questo sole.
Cartoons e Il pianoforte non è il mio forte condividono la medesima formula e la stessa freschezza, tanto che potrebbero essere le quattro facciate di un immaginario disco doppio. Classificarli in un genere non è semplice e non avrebbe neppure senso; parlare di pop sofisticato è certamente corretto, eppure riduttivo. Il primo Baccini era un cantautore sui generis che aveva appreso la lezione dei grandi nomi degli anni Settanta, adeguandola alla rinnovata sensibilità di un'Italia alla ricerca di leggerezza e ancora speranzosa che tutto, in un modo o nell'altro, sarebbe andato per il verso giusto. In questi due album Baccini non risparmiava stilettate al Belpaese, eppure le nascondeva furbescamente dietro ritmi incalzanti e canzoni solo all'apparenza leggere. In Vendo tuto c'è una critica all'operato di alcuni esponenti delle forze dell'ordine, Fotomodelle è una staffilata al mondo vuoto della moda, Il mio nome è Ivo è un messaggio di responsabilità rivolto ai giovanissimi, Coatto melody schernisce le pecche del sistema giudiziario. Ad ascoltare bene queste canzoni, a saper leggere tra le righe, escono fuori i significati profondi, nascosti dietro la satira di costume con un sapiente gioco di scatole cinesi. Gradevole, spensierata e sardonica, la musica di Baccini è in realtà velata da una sottile malinconia: ci sono dentro i ricordi d'infanzia (La giostra di Bastian), intense ballate d'amore (Ti amo e non lo sai), torbide storie di vita vera (Tir) e persino un perfetto ritratto di Genova in duetto con de Andrè (Genova blues).
Quando si parla di cantautori, alcuni nomi vengono colpevolmente sottaciuti, ignorati per snobismo intellettuale o semplicemente messi da parte. Ciò accade soprattutto a quegli artisti che hanno fatto dell'ironia il loro marchio di fabbrica, se non addirittura un'arma. C'è quasi insofferenza verso chi si è volontariamente discostato dai canoni del cantautorato impegnato, tanto amato dall'intellighenzia del Belpaese. Alberto Fortis lo comprese prima di tutti, se già nel 1980 cantava un verso acuto e profetico.
«L'ho sempre detto che avrei fatto un grande sbaglio a comperare casa in Via dell'ironia.»
Per quanto sia un'affermazione a sua volta ironica, non si può tuttavia negare che nasconda un fondo di amarezza e di verità. Qualche mese fa Baccini è stato contestato durante un concerto, accusato di sessismo per il testo de Le donne di Modena. Un penoso fraintendimento, un equivoco, un malcelato tentativo di mettere sotto cattiva luce una canzone meravigliosa e, per l'appunto, ironica. L'epoca in cui viviamo sta sacrificando tutto, persino la creatività, a un pericoloso pensiero unico mascherato dietro l'apparenza del politicamente corretto a tutti i costi. Ci vogliono tutti uguali, nel senso però di un intollerabile appiattimento egualitario che è l'antitesi della democrazia. Sono passati trent'anni dall'uscita di questi due dischi, eppure mai come adesso ci sarebbe bisogno di album del genere, dedicati a chi prende tutto troppo seriamente.
Le copertine dei primi due LP di Baccini

19 giugno 2023

Ennesimo traguardo per Martin Mystère

Torno a parlare di Martin Mystère in occasione di ben due novità: la presenza nelle edicole del numero 400 della serie regolare e la ristampa dell'intera saga a opera della If Edizioni, su licenza della Sergio Bonelli.
Ovviamente inizio dallo straordinario traguardo del quattrocentesimo numero e colgo l'occasione per fare i migliori auguri al creatore Alfredo Castelli. Se parlo di un risultato straordinario non è per piaggeria o retorica; chiunque conosca anche solo approssimativamente la crisi in cui da anni versa l'editoria, sa di cosa parlo. Il costo della carta aumenta, le edicole chiudono ovunque, l'età media di chi legge i fumetti sale continuamente. Molti ragazzini non hanno mai letto un albo e difficilmente conoscono i grandi nomi del fumetto italiano; oppure, più semplicemente, trovano arduo approcciarsi a testate che hanno trenta e più anni di storia editoriale alle spalle. Se a questo quadro poco confortante aggiungiamo che il pubblico sembra essersi disaffezionato alla serialità infinita, preferendo storie anche lunghe ma che abbiano una conclusione, il traguardo raggiunto da Martin Mystère è ancora più luminoso.
Come sempre accade in casa Bonelli con i numeri del centenario, anche questo albo è tutto a colori. La storia, intitolata I colori impossibili, è scritta da Recagno e illustrata da Alessandrini, Grimaldi, Orlandi e Torti, mentre la colorazione è opera di Rudoni. Rispettando la tradizione dei racconti celebrativi, vi compaiono in brevi cammei i personaggi principali della saga: Java, Diana, Aldous, Chris Tower, Max Brody, Travis, Angie e gli immarcescibili Dee & Kelly. La vicenda è ambientata nella base di Altrove, dove a causa di un imprudente esperimento si è sviluppato un vortice che inghiotte i colori, una sorta di buco nero che si espande e risucchia i colori, lasciando uomini e oggetti in bianco e nero. Intorno alla trama principale si sviluppano altre brevi storie sullo spettro visibile, fino al finale in cui Martin risolve l'inghippo. Col numero 400, inoltre, finisce con un imprevedibile colpo di scena Zona Y, il romanzo in quattordici puntate di Andrea Carlo Cappi con illustrazioni di Velardi. Nonostante la difficoltà di seguire un racconto suddiviso in tappe mensili, devo riconoscere che mi è piaciuto, molto di più di quello già uscito sulle pagine della testata a partire dal numero 375.
Nell'editoriale, intitolato "Scaramanzia e portafortuna!", Alfredo Castelli si mostra scettico sulla possibilità di festeggiare il numero 500, per il quale dovremo attendere poco meno di una decina d'anni. Al tempo stesso, però, lancia una frecciata ai detrattori della serie, a tutti gli innominati commentatori che da tempo paventano l'imminente chiusura della testata, basandosi su dati mysteriosi che conoscono solo loro. E proprio per smentire i menagrami bisogna tener duro e augurarci di poter festeggiare un altro albo del centenario, magari in coincidenza con i dieci lustri della testata.
La seconda piacevole novità è invece merito delle If Edizioni, che su licenza della Bonelli hanno iniziato la ristampa dell'intera serie in volumi mensili che contengono due episodi. Il numero in edicola dal 25 maggio ristampa i primi due numeri di aprile e maggio 1982: Gli uomini in nero e La vendetta di Râ. I volumetti hanno un ricco apparato redazionale, con l'editoriale di Alfredo Castelli e altri approfondimenti curati dal gruppo ufficiale dei fan di Martin Mystère. A mio avviso si tratta di un progetto ben fatto, dal classico formato bonelliano per i collezionisti più accaniti. Da appassionato posso solo sperare che questa ulteriore iniziativa sia il segno di un rinnovato interesse per il personaggio. Sarò nostalgico, ma secondo me Mystère è un'icona della cultura popolare italiana del Novecento, quella stessa cultura che pezzo dopo pezzo sta purtroppo scomparendo.
Il numero 400 attualmente in edicola

6 giugno 2023

"La voce delle onde" di Yukio Mishima: la poetica dei semplici

Negli anni Cinquanta del Novecento il Giappone non era ancora la potenza economica che conosciamo. Il Paese era uscito devastato e sconfitto dalla guerra, conclusasi col disastro atomico di Hiroshima e Nagasaki. E se nelle grandi città si iniziavano a vedere i primi segni del miracolo economico, nelle campagne si conduceva ancora un'esistenza agra, legata a cicli naturali e riti arcaici. In quei luoghi il benessere cittadino era un miraggio, a maggior ragione nelle tante piccole isole dell'arcipelago. In una di queste è ambientato il romanzo di Mishima, edito nel 1954.
A Uta-jima, un'isoletta del Pacifico, tutto è immutato da secoli: gli uomini ogni notte escono a pesca di polipi, le donne si tuffano alla ricerca delle ostriche perlifere, i ragazzi seguono le orme dei padri senza alcuna possibilità di scalata sociale. Tutte le case si assomigliano, persino quelle dei notabili del villaggio: un atrio in terra battuta su sui si appoggiano le stuoie, la cucina a destra e il gabinetto a sinistra che emana un puzzo stantio a causa dell'assenza delle fognature. Le uniche modeste attrazioni sono i bagni pubblici, l'Associazione giovanile, un tempio in collina e un cumulo di pietre che si dice essere la tomba di un antico principe. In una casupola dell'unico villaggio vive Shinji, assieme alla madre e al fratellino. Ha solo diciannove anni, ma dopo la morte del padre è diventato il capofamiglia. Grazie all'ingaggio su un battello impiegato nella pesca dei polipi, riesce a mantenere i suoi cari, conducendo un'esistenza grama ma dignitosa. La sua è una condizione di quieto immobilismo, sennonché il ritorno a Uta-jima di Hatsue, figlia dell'uomo più ricco dell'isola, cambia un destino che sembra già scritto. I due si innamorano e tuttavia non possono vedersi liberamente, a causa delle maldicenze e della decisa contrarietà del padre di lei.
La trama è classica, forse persino banale, eppure La voce delle onde è un romanzo capace di imprimersi nella mente del lettore. È una storia minima raccontata con grande partecipazione e delicatezza; la penna di Mishima accarezza i personaggi, empatizza con loro e sembra volerli difendere dalle avversità della vita. Nulla è tragedia in questo libro: persino la miseria e la morte sono descritte con tocco leggero, senza enfasi. Le onde di Uta-jima nel loro moto sempiterno lambiscono le spiagge e rincuorano gli abitanti del villaggio, ricordando che c'è speranza oltre la tragedia e che dopo la tempesta torna sempre il sereno. Il romanzo trasmette questo senso consolatorio, come se il lieto fine fosse preannunciato già dalle prime pagine.
Con questo romanzo Mishima dà voce agli ultimi. La sua è la poetica dei semplici, gli eroi del quotidiano che lottano per conquistare il proprio posto nel mondo, oppure semplicemente aspirano a una modesta felicità. La storia d'amore di Hatsue e Shinji è una tra le tante, né straordinaria né particolarmente contrastata; eppure il semplice fatto di venir narrata dalla penna delicata ed evocativa di Mishima, la rende degna di essere raccontata, conferendole una straordinaria potenza lirica. Al tempo stesso, il romanzo è un elogio degli antichi valori della società tradizionale giapponese, cui lo scrittore era profondamente legato: l'amore esclusivo per la propria terra, il culto degli avi, l'abnegazione, lo spirito di sacrificio, il rispetto dei vincoli familiari. Shinji è un giovane pescatore, eppure incarna perfettamente tutti questi immutabili principi.
In parte favola e in parte romanzo di formazione, La voce delle onde occupa un posto speciale nella produzione di Mishima, autore spesso accusato di cieco nazionalismo, se non addirittura di sciovinismo. Quando però scriveva di sentimenti comuni a ogni latitudine, come in questo racconto, la sua prosa riusciva a superare ogni barriera culturale, diventando voce dell'universale.

25 maggio 2023

Una stagione irripetibile: ricordi di rock progressivo italiano

Chiunque ami la musica del passato si sarà imbattuto almeno una volta nel famigerato progressive. Amato e odiato allo stesso tempo, esaltato da certi puristi della tecnica e ripudiato da altri, era il fumo negli occhi per la generazione punk.
«Fanculo qualsiasi tecnica, ciò che importa è l'anima di chi suona e non la qualità dello strumento.»
Così affermava Giovanni Lindo Ferretti all'epoca dei CCCP, e non ci sono dubbi che la sua stoccata fosse rivolta ai mostri sacri progressivi del decennio precedente. A pensarci bene, come dargli torto? È più che legittimo che non tutti digeriscano il rock sinfonico/barocco, le suite di venti minuti, i lunghissimi strumentali che occupano un'intera facciata, le combinazioni flauto/sintetizzatore, i concept album che raccontano storie più o meno strampalate e così via. Eppure non si può ignorare che il progressive nel nostro Paese abbia avuto un successo straordinario, sì che non ha più senso discettare sul se sia stato mero sfoggio di tecnica o espressione artistica genuina.
Venire a sapere che in Italia c'era stata negli anni Settanta una stagione rock fu per me una scoperta sensazionale. Credo fosse il 2001 quando sul settimanale Musica! allegato a La Repubblica uscì un articolo sugli Area, in occasione della ristampa in cd del loro catalogo da parte della Edel. In quell'articolo erano menzionati altri gruppi a me sconosciuti e si parlava di anni mitologici in cui il rock italiano poteva competere con quello inglese. All'epoca non avevo internet e di rock italiano conoscevo quello che passavano Videomusic e MTV: Litfiba, Afterhours, Marlene Kuntz, Üstmamò, C.S.I., Negrita e pochi altri. Decisi di procurarmi immediatamente Arbeit macht frei degli Area; lo trovai a Supernova Records, un negozio fantastico che oggi purtroppo non c'è più. L'impatto fu traumatico: del rock avevo un'idea piuttosto grezza e non ero abituato a una musica così "difficile". Eppure non mi feci scoraggiare. Per un periodo diventai anch'io un appassionato di rock progressivo e mi procurai un mucchio di dischi, prevalentemente italiani e qualche inglese: Area, Banco, PFM, Osanna, Perigeo, New Trolls, Trip, Le Orme, Museo Rosenbach, Rovescio della Medaglia, Van der Graaf Generator, Genesis, Gentle Giant, Affinity, Curved Air, per citarne alcuni.
Alcuni non li ascolto più da anni, altri sono entrati di diritto tra i miei preferiti di tutti i tempi. A tal proposito, quella che segue non vuole essere una classifica, né un elenco dei dischi di prog italiano che non possono mancare in una collezione che si rispetti. Più semplicemente, si tratta di tre grandi album italiani che meritano di essere ascoltati a prescindere da qualsiasi discorso su generi e preferenze. Il primo è Forse le lucciole non si amano più, della Locanda delle Fate. Correva l'anno 1977 e la grande stagione del progressive tricolore era già finita. Fuori tempo massimo, per giunta in un Paese scosso da opposti estremismi e violenze, questo settetto piemontese tirò fuori dal cilindro un LP sognante, etereo ma al tempo stesso deciso, un suono corposo che accompagna testi malinconici che ricordano il "profumo di colla bianca", per citare uno dei brani. Una perfetta alchimia di chitarre e tastiere, arricchita da una delle migliori voci dell'epoca. 
Il primo e omonimo del Biglietto per l'Inferno, datato 1974, fu per me una folgorazione. Lo acquistai un sabato d'inverno, senza conoscere nulla di quella band dal nome accattivante. Mi aspettavo un suono simile a quello dei mostri sacri del genere e invece scoprii un lavoro pazzesco dalle tinte hard, con la chitarra elettrica in evidenza e testi coraggiosi e controcorrente. L'ho ascoltato così tante volte che pezzi fantastici come Il nevare, Confessione e Una strana regina sono ancora ben impressi nella mia mente.
Concludo con Aria, di Alan Sorrenti (1972). Fu una rivoluzione nel panorama musicale dell'epoca, un crogiolo di suoni e poesia, un disco d'avanguardia eppure per niente ostico. La suite che dà il titolo all'album dura oltre diciannove minuti ma non conosce neppure un calo d'ispirazione. Aria è Napoli che incontra Londra, la tradizione che abbraccia la sperimentazione, una voce eccelsa e mai di maniera. Fosse stato pubblicato nel Regno Unito, oggi sarebbe ricordato come uno dei più grandi dischi prog di sempre.
Locanda delle Fate - Forse le lucciole non si amano più - 1977

12 maggio 2023

"Festival": ho visto anche dei comici tristi

È comune la curiosità di vedere un attore comico recitare in un film drammatico. Spesso anch'io mi sono chiesto quale sarebbe il risultato se alcuni interpreti di certe commedie all'italiana venissero assoldati in produzioni di spessore. Attori solitamente impegnati in spettacoli comici potrebbero riservare delle sorprese? Oppure l'essere conosciuti solo per ruoli brillanti o caricaturali li renderebbe poco credibili in opere drammatiche? Evidentemente siamo in molti a porci queste domande, se persino alcuni registi ci hanno provato.
Per il suo Festival (1996), Pupi Avati affidò a Massimo Boldi il ruolo del protagonista. L'attore, volto noto della commedia all'italiana e protagonista di innumerevoli "cinepanettoni", era al suo primo (e finora unico) ruolo drammatico. Il risultato fu sorprendente, sebbene la risposta del pubblico fu più tiepida di quella dei critici, come spesso accade in casi simili.
Boldi interpreta Franco Melis, un comico ormai sul viale del tramonto, stanco, disilluso e praticamente dimenticato dal grande pubblico. Fino a quindici anni prima era invece una celebrità: le sue commedie sbancavano i botteghini, i paparazzi lo assediavano, era presenza fissa nei talk show e gli era stata affidata persino la conduzione del programma della domenica pomeriggio su Rai Uno. Vicende giudiziarie, la separazione dalla moglie e il cambiamento dei gusti del pubblico l'hanno però condannato a un rapido oblio. Dalle stelle alle stalle, come si suol dire. Franco però, sia pure con rammarico, ha infine accettato un presente fatto di sagre di paese e misere comparsate in locali di infimo livello. Fino a quando, inaspettatamente, un lungometraggio indipendente in cui ha recitato solo per il misero cachet viene selezionato al Festival del cinema di Venezia, dandogli un'ultima chance di tornare alla ribalta.
Festival è in primis il ritratto amaro e tenero di un uomo ferito dalla vita, rassegnato senza rimpianti al ruolo di comparsa, al contempo tenacemente aggrappato alle ceneri della passata celebrità. Non c'è rancore in Melis, né risentimento verso quanti l'hanno abbandonato; pur con le sue fragilità, resiste agli schiaffi che la vita gli riserva. E quando il destino beffardo gli gioca l'ultimo tiro, con grande dignità volta le spalle e lascia la scena, trovando conforto negli affetti più sinceri. Come attestato da autorevoli critici, Boldi è perfettamente calato nel ruolo e dimostra di essere un attore validissimo anche – soprattutto, direi – fuori dai ruoli comici che l'hanno reso celebre. I suoi silenzi malinconici, i sorrisi tirati e l'incedere stanco comunicano più di mille parole: sono atti d'accusa contro l'apparenza, l'intellettualismo di facciata e l'ipocrisia del mondo dello spettacolo.
Da ricordare anche le interpretazioni degli altri attori, da Margaret Mazzantini (l'ex moglie Carla) ad Alberto Di Stasio (il rivale Leo). Spicca inoltre Gianni Cavina, nel ruolo di Renzo Polpo, l'ineffabile agente di Melis. Renzo è l'angelo custode del comico, l'unico nell'ambiente che gli vuole veramente bene. In un mondo di opportunisti e voltafaccia, Renzo è uno vero. Onesto fino al midollo, anche e soprattutto intellettualmente, non esita a farsi da parte quando il successo bussa di nuovo alla porta di Melis. Un'interpretazione pura e commovente che valse a Cavina il Nastro d'argento al miglior attore non protagonista.
Festival è un film che negli anni non ha perso nulla della sua freschezza. Anzi, azzardo che è più attuale oggi rispetto al 1996. Viviamo nella società della celebrità usa e getta, in cui perfetti sconosciuti possono diventare famosi dalla sera alla mattina, magari per un video "virale" condiviso da milioni di utenti in tutto il mondo. Così come si afferma, questa fama sparisce alla medesima velocità, per giunta senza lasciare traccia. Le meteore ci sono sempre state, come venivano chiamate in un programma televisivo della mia adolescenza, eppure mai certe stelle sono state così effimere come ai giorni nostri. La differenza sta nel fatto che Franco Melis, rispetto ai personaggi da quattro soldi dell'era social, è un gigante capace di resistere ai rovesci della fortuna senza mai affondare.

30 aprile 2023

"Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: l'altopiano del tempo smarrito

In questa società impoetica che guarda ossessivamente al futuro e considera il voltarsi indietro come una debolezza, leggere o riprendere in mano i classici della letteratura d'avventura è quasi un gesto eversivo. Eppure non bisogna dimenticare che il filone avventuroso di fine Ottocento è stato il brodo di coltura in cui sono nate molte idee successivamente sviluppate dal cinema e dai fumetti. Il mondo perduto di Conan Doyle ne è l'esempio perfetto: non si contano le opere letterarie, cinematografiche e figurative che ha ispirato in oltre un secolo, a cominciare da Jurassic Park, uno dei più grandi successi degli anni Novanta. Nonostante sia indubbiamente figlio dell'epoca in cui fu scritto, rimane un classico godibile ed emozionante.
La vicenda è arcinota. Edward Malone, giovane reporter della Daily Gazette, vuole realizzare un'impresa eccezionale per dimostrare alla donna che ama di essere un eroe senza macchia e senza paura. L'occasione della vita gli si presenta nelle vesti del professor Challenger, un antropologo e zoologo dal carattere difficile, un misantropo ignorato dalla comunità scientifica. L'ostilità nei suoi confronti origina dal fatto che qualche anno prima, di ritorno da una spedizione in Sud America, aveva raccontato di essere approdato in una terra sconosciuta abitata da animali preistorici, senza tuttavia fornirne alcuna prova. Ovviamente nessuno gli aveva creduto; anzi, i suoi colleghi l'avevano irriso pubblicamente, facendolo sprofondare in uno stato di apatia e frustrazione. Il giornalista invece mostra di credere alla bislacca storia e così il professore, desideroso di riscatto, organizza una seconda spedizione nella terra perduta. Anche Malone si imbarca, assieme a un soldato di ventura di nome Roxton e al professor Summerlee, acerrimo rivale di Challenger. Dopo un viaggio estenuante, i quattro raggiungono nel cuore dell'Amazzonia il misterioso acrocoro, ossia l'altopiano circondato da ripidi contrafforti montuosi dove vivrebbero le creature preistoriche. Senza svelare altro della trama, basti dire che le scoperte dei coraggiosi esploratori superano di gran lunga quanto è lecito immaginare.
Il mondo perduto fu pubblicato nel 1912, in un'Europa gaia e giuliva che di lì a poco sarebbe precipitata nella tragedia della Grande Guerra. Come ho scritto, il libro è figlio del suo tempo, in senso positivo e negativo. In primis, emerge dalle sue pagine una sconfinata fiducia nella scienza, nella tecnica e nell'intelligenza umana. La Londra dei treni e delle ciminiere si erge come il polo della civiltà, cui si contrappone la rozza e selvaggia foresta amazzonica, amena ma pericolosa, insidiosa e primitiva. Conan Doyle inoltre fu influenzato dalle letture di Darwin e Spencer, le cui teorie evoluzionistiche sono oggetto di dibattito tra i membri della spedizione. Anche il tema delle ricerche antropologiche e delle straordinarie scoperte archeologiche era d'attualità in quegli anni; con ogni probabilità lo scrittore scozzese trasse ispirazione dalla vicenda reale di Hiram Bingham, archeologo statunitense che nel 1911 "riscoprì" le rovine di Machu Picchu destando meraviglia e interesse in tutto il mondo.
Altri aspetti del romanzo, invece, si scontrano con la sensibilità moderna. In primo luogo, emerge dalle pagine una certa ideologia colonialista e finanche razzista. Basti pensare alla sufficienza con cui i protagonisti trattano gli aiutanti indigeni, oppure al senso di superiorità che manifestano nei confronti del fedele aiutante di colore Zambo, lasciato ai piedi dell'acrocoro sia per fornire assistenza in caso di emergenza, sia perché non considerato degno di far parte di una spedizione scientifica. Ho trovato inoltre disturbanti le pagine in cui viene descritto il massacro degli uomini-scimmia, a cui partecipano anche i quattro membri della spedizione. Malone e soci non perdono occasione per rimarcare la loro superiorità di europei, sebbene questa presunta superiorità sia tecnica e niente affatto morale. E invero, i quattro prima invadono un territorio vergine e sconosciuto, poi con armi terribili e moderne sovvertono l'equilibrio che da millenni vi regnava.
Si prendano con le dovute precauzioni queste mie considerazioni da osservatore contemporaneo, che non vogliono essere una sterile critica. Come ho già ribadito, Il mondo perduto è un libro che va contestualizzato nell'epoca in cui fu scritto, per cui sarebbe davvero fuori luogo muovere accuse a Conan Doyle. Quel che conta è che, a distanza di oltre un secolo, le sue pagine ancora solleticano il gusto per l'esotismo, il viaggio e l'avventura.
Vecchia edizione Newton Compton (1993)

17 aprile 2023

Mettiamo a bagno i vinili!

Piccola premessa: con questo articolo non voglio inserirmi nell'annosa diatriba sulla pulizia e la manutenzione dei vinili, cui sono dedicate centinaia di discussioni sui vari forum specializzati. Intendo soltanto raccontare un'esperienza personale. Se ho deciso di recensire un prodotto, cosa inedita per questo blog, è perché può davvero migliorare sensibilmente la qualità dell'ascolto.
C'è chi dice che il miglior investimento per un appassionato di vinili sia una macchina lavadischi. Forse è un'esagerazione, ma anche a non voler essere così radicali è sicuramente vero che l'aggeggio in questione, in un podio ideale, viene subito dopo il giradischi. L'esigenza del "lavaggio" riguarda sia i dischi usati che quelli nuovi. I vinili acquistati nei mercatini dell'usato spesso hanno più di trent'anni e magari non sono mai stati puliti a dovere, tralasciando i casi in cui sono stati "arati" da puntine economiche o non tarate, questione che meriterebbe un discorso a parte. La polvere accumulata in decenni, specialmente quella invisibile a occhio nudo, è il principale nemico di un ascolto soddisfacente: scricchiolii, fruscii e scoppiettii oltre il limite tollerabile sono i sintomi principali. La cattiva manutenzione si traduce inoltre in vistose ditate sulle facciate, oppure in vere e proprie formazioni di muffa quando la conservazione è avvenuta in scatoloni ammucchiati in cantina. Per questi LP non basta un passaggio con la classica spazzola antistatica o di velluto, né col panno in microfibra. Il risultato dell'uso di questi metodi soft è raramente soddisfacente su un disco sporco, mentre è diverso se la superficie è pulita e necessita solo di un passaggio ulteriore prima dell'ascolto. Quando il vinile è sporco per davvero, la cosa migliore è affidarsi a una macchina lavadischi.
Su internet ci sono decine di video che propongono tecniche fai da te "a costo zero", alcune delle quali così brutali da far inorridire qualsiasi appassionato. Purtroppo le soluzioni a buon mercato non danno quasi mai risultati ottimali; anzi, rischiano di graffiare il disco o rovinare la puntina. Chi ha usato quegli intrugli che si spalmano sul vinile lasciando residui sulla puntina, sa di cosa parlo.
Tempo fa ho deciso di lasciar perdere le soluzioni casalinghe e di affidarmi alla Knosti, azienda tedesca leader nel settore da decenni. La sua macchina lavadischi manuale, chiamata Disco Antistat, è stata una rivelazione. Parlo della versione manuale, quella più economica ma egualmente efficiente. L'ho pagata una settantina di euro e il beneficio ottenuto in termini di miglioramento della qualità del suono supera di gran lunga la modica spesa sostenuta. Sulla rete ci sono tante recensioni su come usarla, per cui non mi dilungherò sul punto. La scatola contiene, in perfetto ordine teutonico, una vasca con spazzole incorporate, una rastrelliera, un litro di liquido di pulizia, un adattatore a 45 giri, un imbuto con alcuni filtri e lo strumento per far ruotare manualmente il disco nella macchina durante il lavaggio. 
Il funzionamento è semplice e intuitivo: si inserisce il liquido nella vaschetta fino a coprire completamente le spazzole, poi vi si immerge il disco tenendolo fermo con l'apposito strumento che protegge anche l'etichetta. Manualmente si fa ruotare il disco all'interno della vasca per una decina di volte in un senso e nell'altro. Completata l'operazione, il vinile viene estratto dalla vasca e fatto sgocciolare, prima di riporlo nella comoda rastrelliera ad asciugare. C'è chi consiglia di ripassarlo con un panno in microfibra; operazione superflua, dato che il liquido evapora e non lascia residui sulla puntina. Dopo una mezz'oretta o poco più il disco è perfettamente asciutto e anche l'etichetta, laddove si fosse bagnata durante il lavaggio. Il liquido rimasto nella vaschetta è invece riutilizzabile e può essere inserito nuovamente nella bottiglia per il tramite dell'imbuto. Durante questa operazione inevitabilmente se ne perde un po', per cui bisogna stare molto attenti. Al più, può essere integrato con acqua demineralizzata.
I risultati del lavaggio mi hanno sorpreso. E non parlo solo di dischi vecchi, ma anche di quelli nuovi da 180 grammi che accumulano sempre una quantità di elettricità statica sufficiente a sollevare il tappetino. Ebbene, Disco Antistat, oltre a rimuovere la polvere, elimina le cariche statiche, riducendo in maniera significativa i classici scoppiettii anche sui vinili nuovi. Ovviamente non aspettatevi miracoli nel suono: la macchina della Knosti non ripara dischi graffiati oppure ondulati, né può trasformare un LP vecchio e trattato male in un pezzo nuovo di pacca. Però i risultati ci sono e si sentono: mediamente la qualità del suono migliora sensibilmente e posso dire che alcuni vinili sono rinati a tutti gli effetti.

I dischi in cattive condizioni che ho "resuscitato" grazie alla Knosti!
Willie Nile – Golden down
Pino Daniele – Nero a metà
Magazine – Secondhand daylight

La vaschetta, il liquido e la rastrelliera

4 aprile 2023

"Fratelli" di Carmelo Samonà: un viaggio da fermi

In una casa avita nel cuore di una grande città vivono due fratelli, ultimi discendenti di una famiglia la cui storia è avvolta nel mistero. Uno dei due è malato, l'altro si è sacrificato per assisterlo. La sua, si intuisce, non è stata una scelta: morti i genitori, partiti gli altri fratelli, si è trovato obtorto collo nel ruolo di infermiere e assistente. Non ci viene detto quale malattia affligga il fratello minore, si capisce solo che si tratta di una patologia psichiatrica che ne offusca il raziocinio e le facoltà cognitive, pur non impedendogli di muoversi, parlare (poco), costruirsi una personale visione del mondo. Un'invisibile catena lega i due fratelli in un rapporto di co-dipendenza asfissiante e tuttavia intrigante.
Il siciliano Carmelo Samonà (1926-1990) è stata una figura eccentrica nel panorama letterario nazionale. Professore universitario, tra i principali ispanisti del nostro Paese, approdò alla letteratura non più giovanissimo, nel 1978, pubblicando proprio Fratelli per Einaudi. Il romanzo ebbe inaspettati riscontri favorevoli sia dal pubblico che dalla critica. Fu seguito da Il custode (1983) e da Casa Landau, pubblicato postumo e incompiuto. La sua breve stagione letteraria, interrotta dalla morte prematura, ha prodotto i tre romanzi citati e una manciata di racconti. Uno di questi, L'esitazione, è presente in appendice all'edizione Sellerio del 2008 di Fratelli, arricchita peraltro da Suoni flebili e opachi, un breve saggio di Francesco Orlando che ricostruisce la vicenda umana e intellettuale di Samonà.
Tornando a Fratelli, va subito messo in chiaro che si tratta di un romanzo di impressioni più che di eventi, un lungo monologo interrotto di rado da qualche fugace scambio di parole. L'azione si svolge quasi interamente nel grande appartamento. La casa è un labirinto povero di suppellettili, un dedalo di corridoi, stanze vuote, misteriosi anditi, angoli sconosciuti persino agli stessi abitanti che si aggirano attoniti, a volte in coppia, più spesso in solitaria. La giornata dei due germani è scandita da un complesso di rituali che si ripetono in infinite varianti, come lo scambio degli abiti, la passeggiata pomeridiana fino ai giardini, i giochi che prendono la forma di rappresentazioni sceniche, gli spostamenti dentro casa chiamati pomposamente Piccoli e Grandi Viaggi.
Le parole che i due scambiano sono pochissime, eppure ricche di simbolismi. "Cercami", dice il malato all'altro; "mi hai trovato", esclama ogni volta che si incontrano nei lunghi corridoi dell'appartamento-labirinto. Poche frasi, eppure toccanti e vive, espressione del reciproco desiderio di ritrovare affinità e condivisione oltre la malattia. Quello dei due fratelli è un viaggio continuo, anche da fermi; è il viaggio alla scoperta dell'insondabile mistero della mente umana, nella speranza di svelare e finanche sconfiggere il mostro senza nome del disagio psichico. Per questo è un libro potente che racchiude molteplici significati entro la cornice di una storia minima.
A mio avviso, la letteratura di Samonà oscilla tra due poli opposti: la ricchezza lessicale e la (voluta) povertà di eventi e personaggi. Quanto al primo polo, lo stile dello scrittore siciliano è colto e ricercato; nella sua scrittura densa e corposa è evidente il marchio della formazione accademica. Quanto agli accadimenti, Samonà li riduce all'osso, o addirittura li azzera come ne Il custode. In quest'ultimo romanzo c'è un solo personaggio, in quanto l'altro, il carceriere, non si fa mai vedere né spicca parola. Nei Fratelli i personaggi "reali" sono invece due; gli altri sono evocati con sintetici cenni, come se fossero dei fantasmi. Un terzo personaggio ci sarebbe, ma ne abbiamo solo una conoscenza de relato, tanto che persino il narratore della vicenda dubita della sua reale esistenza: è la donna col cane zoppo, figura esoterica con cui il fratello malato stringe un'effimera amicizia.
Fratelli è un romanzo che nel 1978 ottenne un certo seguito di pubblico e lettori, tanto da essere finalista al Premio Strega. Oggi il libro e il suo autore sono quasi dimenticati, non certo per demeriti letterari. Samonà ha pagato la morte prematura e il suo essere uno scrittore fuori dagli schemi, originale ma non sperimentale, libero perché del tutto disinteressato alle mode o all'ansia di compiacere il pubblico. Le sue opere andrebbero riscoperte, a partire da questo intenso esordio.

24 marzo 2023

"Diavolo in corpo": l'Italia che vuole dimenticare

Il titolo di questo film del 1986 di Marco Bellocchio è preso in prestito da un celebre e scandaloso romanzo di Raymond Radiguet, pubblicato nel 1923. Tuttavia non si tratta di una trasposizione cinematografica del libro: diverse sono la trama, l'epoca, i luoghi. Il romanzo, ambientato in Francia negli anni bui della Grande Guerra, racconta l'immorale relazione tra un ragazzino e una donna promessa sposa a un soldato impegnato al fronte. Nel film di Bellocchio l'azione si svolge nella vivace Roma di metà anni Ottanta, in un Paese che assapora gli ultimi palpiti del benessere economico costruito nel secondo dopoguerra. Come nel libro, c'è una donna più grande che seduce un liceale, mentre il futuro marito languisce in carcere (e non in trincea). Le similitudini, piuttosto vaghe, finiscono qui.
Protagonisti del film sono Andrea e Giulia, interpretata dalla bella e brava Maruschka Detmers. Andrea è uno studente, figlio dello psicanalista presso cui è in cura proprio Giulia. L'incontro tra i due avviene in una circostanza casuale, quando entrambi sono testimoni del tentativo di suicidio di una giovane, in procinto di lanciarsi dal tetto di un palazzo. Per Andrea conoscere Giulia è come cadere ammalato: la donna è per lui un'ossessione, al punto che la scuola, la famiglia e persino le amicizie passano in secondo piano. Dopo molti inseguimenti, riesce a parlarle in un'aula di tribunale, dove lei si reca per seguire il processo a carico del fidanzato Giacomo, imputato per reati di banda armata e terrorismo. Le imputazioni sono gravissime, ma Giacomo è un pentito e può beneficiare di consistenti sconti di pena. In attesa che il fidanzato esca di prigione, Giulia intraprende una relazione con Andrea, prima clandestina e poi alla luce del sole. La liaison tra i due è ferocemente osteggiata dalle rispettive famiglie: il padre di Andrea è contrario perché a conoscenza dei disturbi psichici di Giulia, la futura suocera della ragazza non può tollerare l'oltraggio fatto al figlio rinchiuso in carcere.
Diavolo in corpo non è considerato tra i migliori lungometraggi di Bellocchio, sebbene non abbia molto senso il confronto con capolavori come I pugni in tasca, La Cina è vicina e Nel nome del Padre, opere uniche e inarrivabili. Al pari di questi, anche Diavolo in corpo tratta tematiche scomode, come il disagio psichico e il terrorismo. É arcinota l'influenza dello psichiatra Massimo Fagioli nella scrittura e nel montaggio delle scene, con tanto di polemiche che accompagnarono l'uscita del lungometraggio. Non a caso nei titoli di testa il nome del medico è riportato accanto a quello del cineasta: «regia di Marco Bellocchio, che dedica personalmente il film a Massimo Fagioli». È Giulia la figura emblematica dal punto di vista dell'analisi psicologica: nonostante il padre sia stato ucciso dai terroristi, è fidanzata proprio con uno di loro. Verrebbe anzi da pensare che la relazione con Giacomo sia una sorta di catarsi, uno strumento ambiguo per allontanare i fantasmi dell'omicidio del padre. C'è in lei la volontà di dimenticare, di vivere la vita come se fosse un sogno; da ciò discendono l'irrazionalità delle sue scelte, gli scoppi d'ira, le risate incontrollate, la passionalità quasi animalesca. Giulia è forse la personificazione dell'Italia di metà anni Ottanta, un Paese che aveva bisogno di leggerezza, di lasciarsi alle spalle la stagione più cupa della storia repubblicana. Bellocchio intercettò questa esigenza e tentò di tradurla in un lungometraggio.
Diavolo in corpo, al di là della vicenda "scandalosa", è dunque un film ambizioso negli intenti e forse per questo imperfetto e altalenante. Punti di forza sono l'intensa e perfetta interpretazione di Maruschka Detmers, la fotografia e alcune memorabili scene d'interni. Convince di meno lo scarso approfondimento della componente politico-ideologica: per dare forza al linguaggio psicanalitico, infatti, il discorso sul terrorismo è ridotto ai minimi termini. Di tutto il sangue versato rimangono una lapide sul Lungotevere, un processo farsesco nonostante i gravissimi capi di imputazione, un terrorista (Giacomo) che si conforma alle regole del vivere borghese a velocità impressionante e quasi sospetta. 
Ma si tratta davvero di un difetto? O forse l'intento di Bellocchio era proprio quello di mostrare il volto di un'Italia che voleva dimenticare? Se così fosse, c'è perfettamente riuscito.
Copertina dell'edizione illustrata della sceneggiatura (Le Mani-Microart'S