15 gennaio 2019

"Essere uomini liberi è un mestiere difficile e in verità ben poco praticato": intervista a Massimo Priviero

Iniziamo l’anno col botto, ospitando Massimo Priviero con un’appassionante intervista. Priviero non necessita di presentazioni; tuttavia, per chi non lo conoscesse, basti dire che si tratta di uno dei più importanti artisti rock italiani, uno dei pochi veri rocker nostrani. Ha esordito nel 1988 con San Valentino, cui ha fatto seguito l’importante LP Nessuna resa mai (1990), che si è avvalso della produzione di Little Steven. Dopo tanti anni su e giù dai palchi e altri album, a novembre ha festeggiato i primi trent’anni di carriera con un concerto/evento a Milano. Senza aggiungere altro, vi lascio alle sue parole, con un’anticipazione in anteprima per i lettori del blog. Colgo l’occasione per ringraziarlo di cuore per la gentilezza e la disponibilità.

Domanda. Partiamo dal presente. A novembre hai festeggiato a Milano, con un concerto-evento, i tuoi primi trent’anni di carriera. Quali emozioni ti rimarranno impresse di questo concerto?
Risposta. La bellezza degli occhi di quella che chiamo la mia gente che ha riempito anche stavolta un teatro. I sorrisi dei ragazzi della band. L’amore di mio figlio che è salito sul palco per suonare la chitarra in una canzone di suo padre. La forza che forse ancora una volta sono riuscito a far arrivare e che come sempre è tornata verso di me.

D. Coerenza e libertà sono i titoli onorifici della tua carriera, “Nessuna resa mai” ne è invece il manifesto. Si dice che essere liberi e fuori dalle regole del mercato discografico abbia un prezzo da pagare. D’altronde, nelle note biografiche sul tuo sito è scritto che sei «scappato dalla Warner con la necessità di essere prima di tutto un uomo libero anche a scapito di certo successo commerciale». A posteriori e con il senno di poi, ritieni sia stata una scelta giusta? Oppure pensi che si possa barattare un po’ della propria libertà per un maggiore successo commerciale?
R. Ogni uomo e ogni artista a domanda si definirebbe libero. Nessuno ti direbbe che è prigioniero di un sistema. Ma sono le balle che la gente ama raccontare e raccontarsi. Essere uomini liberi e uomini veri, provarci fino in fondo intendo, è un mestiere difficile e in verità ben poco praticato. A posteriori? A posteriori, posto che ognuno di noi fa i conti nella vita con dei compromessi che ipotizza di scegliersi, probabile che avrei dovuto alzare la mia voce e dire certe cose quando avessi avuto più forza contrattuale per farlo. Si può fare più paura quando sei più ascoltato. Ma in generale fai errori sempre, cadi e ti rialzi. Solo un coglione, e son tanti ahimè, ti dice rifarei tutto quel che ho fatto nella vita. Diffida di chi parla così. Comunque non baratterei mai un po’ di successo in più con la mia anima. Anche se chi ha fatto questo, certamente lo negherebbe. Perché se ne avesse del tutto coscienza potrebbe buttarsi sotto un treno.

D. Una domanda sugli esordi. Nessuna resa mai è uno dei pochi dischi italiani ad essersi avvalso della produzione di un grande della musica internazionale, Little Steven della E Street Band. La circostanza è rimarchevole, soprattutto perché eri un artista giovane al secondo LP. Ne è uscito fuori un disco importante, uno dei pochi pilastri di un certo rock cantato in italiano. Potresti raccontarci qualcosa di Little Steven? Che tipo è e quale contributo ha dato alla definizione del suono del disco?
R. Fu un bellissimo tempo e Steve era ed è persona adorabile, oltre che gran musicista. Tutto nacque in modo fortuito per un’amicizia comune, Guido Harari; io non ero convinto della produzione di quell’album e lui si dichiarò orgoglioso di affiancarmi dopo che ebbe ascoltato le canzoni. Virammo insieme verso un suono molto minimale, senza alcun artefatto, costruendo tutto sulle chitarre e su qualche strumento folk. Se vuoi come suono è un disco folk-rock ma anche  grunge. Era anche qualcosa che accadeva negli Usa ad inizio novanta mentre da noi si inseguiva ancora il suono fesso e finto degli ottanta. Non fu scelta facile e certo i capi della Warner non si strapparono i capelli per questo. Fessi e finti pure loro, del resto. Io e Steven siamo ancora legati da grande stima e affetto e in tutti questi anni non sono mancate occasioni di incontri felici e profondi.

D. Il disco che amo di più è Testimone, del 2003. A mio avviso è un lavoro emblematico, anche per il suo collocarsi esattamente a metà strada dei primi trent’anni di carriera. È dunque uno spartiacque, che contiene canzoni straordinarie per profondità di scrittura, come Fratellino, Nikolajevka, Cielo chiaro e Alice. Hai ricordi particolari legati alla realizzazione del disco, oppure alla stesura delle canzoni?
R. Mi fa piacere che parli di Testimone. Si, hai ragione. E’ un album che vedo molto come spartiacque e se vuoi inizio di una seconda carriera, se così la vuoi chiamare. Diciamo che da Testimone mi riesce di diventare “tanto per pochi”, anche se per esempio riempire a Milano Alcatraz e teatri da indipendente e senza particolari supporti ti assicuro che non è impresa facile. Credo che Testimone sia l’album in cui mi approprio in prima persona parecchio del mio linguaggio e del mio suono, al di là della forza maggiore o minore delle canzoni. Ecco, tornando a bomba, ti direi che è l’album in cui sono quasi del tutto un artista libero. Ho molti ricordi. In particolare sulla scrittura di Nikolajevka legata alla frequentazione di Mario Rigoni Stern. Si può essere molto più “rock” parlando di alpini in Russia che di bar in Emilia. Almeno questa è la mia opinione.

D. Il tuo ultimo album di inediti, All’Italia, è una profonda riflessione sul nostro Paese. Tu che lo giri in lungo e in largo per mestiere, probabilmente hai una visione privilegiata dei cambiamenti che sono intervenuti negli ultimi trent’anni. Restando sul discorso musicale, pensi che ci sia ancora tra le persone quella vera e propria sete di musica che c’era un tempo? In parole povere, ha ancora un senso essere cantautori (o come dir si voglia) nell’epoca che stiamo vivendo, così poco poetica?
R. Sono felice di aver fatto All’Italia. Felice di essere andato dentro alle sue storie e di essermi spostato ad osservarle. Immagina uno che si appoggia ad un muro e vede delle storie che gli passano davanti così forti che lo portano a mettere da parte se stesso. Comunque la mia opinione, venendo alla tua domanda, è che viviamo un mondo da dividere 90 e 10. Nel senso che il 90% della massa, che così pure ha prodotto chi ci governa, è fatto da idioti. La stessa cosa la puoi trasportare nella musica, in quello che senti e che vedi. Nel sistema di valori, nella prassi quotidiana, nei rapporti umani. Decidi tu. La domanda da farti è se ha senso essere quello che sei e fare quello che fai per quel 10 per cento dentro il quale pensi, e a volti ti illudi, di essere. Se la riposta, come è nel mio caso, è positiva, allora vai avanti. Il 10 per cento può anche essere tanto e può essere pure bellissimo bussare alla loro porta.

D. La tua discografia è intesa come una linea retta, cioè ha una direzione precisa, oppure segue i moti momentanei del cuore e dello spirito?
R. La mia musica è prima di tutto la parte emotiva. Poi, è per principio matematica ed emozione. In questo mix possono nascere, talvolta, cose irripetibili e meravigliose che danno un senso alla vita. Così è accaduto per me. Diciamo, per quel che mi riguarda, che ancora tendo a far vincere la parte emozionale senza mettere davanti il mestiere che ormai faccio da 30 anni. Anzi, a dirla tutta, il giorno che in me vincerà il mestiere sarà forse il momento in cui dovrò trovarmene un altro.

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, quale useresti?
R. Meglio che lo facciano gli altri! Tornando ai concetti di prima forse ti direi che amo e cerco di essere prima di ogni cosa un uomo vero, da lì poi discende tutto il resto. Poi ognuno può dire ovviamente la sua su come scrivo, suono, canto o come sto su un palco. Ecco, diciamo che sono nella vita molto quello che scrivo, suono e canto. Nelle mie canzoni trovi quel che sono, se decidi di cercarmi Nel mio bene e nel mio male.

D. Chiudiamo guardando al futuro. Quali progetti hai in cantiere, sul palco e su disco?
R. Ah, tra qualche mese uscirà un libro che ho scritto. Fai conto una cosa tra autobiografia, autocoscienza, romanzo. Pensa a un uomo che prova dopo tanti anni di strada a vedere i propri occhi riflessi sull’acqua. Anzi, sull’acqua del mare dove è cresciuto tanto tempo fa. Sul versante musicale sto ragionando in questi giorni e in futuro prossimo saprò essere più preciso. Grazie e a presto.
Massimo Priviero sul palco per i trent'anni di carriera (foto tratta dal sito ufficiale)

5 gennaio 2019

Undici canzoni d’autore con la rabbia dentro. Il ritorno di Giorgio Canali

Il settimo disco di Giorgio Canali & Rossofuoco segue di ben sette anni l’ultimo di inediti, il ruggente Rojo. Il successivo Perle per porci, del 2016, era invece composto esclusivamente da cover di canzoni italiane poco conosciute. Durante tutto questo tempo il gruppo non è stato fermo, ma ha continuato incessantemente a girare in tour; la lunga latitanza discografica aveva tuttavia generato molte attese intorno a questo lavoro. Undici canzoni di merda con la pioggia dentro (2018) è un disco visceralmente “canaliano”, con i suoi alti e bassi. Il confronto con i precedenti è necessario, se non altro perché i Rossofuoco hanno abituato bene il proprio pubblico. Tutti contro tutti del 2007, Nostra signora della dinamite del 2009 e Rojo (2011) sono tre ottimi album, che conoscono pochissimi cali di ispirazione. Paragonato ai precedenti, questo Undici canzoni si posiziona un gradino sotto, perché vive di momenti altalenanti: decisamente sopra la media almeno sei tracce, un po’ sottotono le altre.
Il mestiere c’è e si sente. La formazione è ormai collaudata da innumerevoli esibizioni live: Canali e Steve Dal Col alle chitarre, Marco “Testadifuoco” Greco al basso e Luca Martelli a picchiare le pelli. Undici le tracce, come da titolo, tutte con qualche riferimento alla pioggia, intesa nel significato materiale («piove, finalmente piove, ‘fanculo le mie scarpe nuove») e simbolico («precipitare leggero come pioggia di marzo, sperando di caderti vicino»). Il disco suscita l’impressione di un dosato equilibrio: Canali miscela sapientemente brani elettrici dall’impronta dura con parentesi acustiche maggiormente dilatate; il tutto condito da tinte fosche, da accenti claustrofobici se non apocalittici. La traccia di apertura, Radioattività, è una mazzata al cuore, una cruda ma realistica storia di solitudine in cui non c’è redenzione, né un lieto fine. È un pezzo dall’incedere marziale, che si chiude con l’immagine di lei che «se n’è andata via col vento e non tornerà, non tornerà». Amore e lividi, passione e abbandono sono per Canali esiti opposti ma inevitabili; si ascolti in proposito la meravigliosa Estaate. Torna una tematica già affrontata in una canzone del passato, Tutti gli uomini, ovvero l’illusione dell’innamoramento, questa volta però dal punto di vista maschile. «Naufragherò in un altro sorriso; poi bottiglie scolate per chiuderci dentro messaggi a nessuno», canta infatti il chitarrista di Predappio nella ballata simbolo dell’album, quella Messaggi a nessuno che si colloca al vertice della sua produzione. Canali è un maestro di ballate fottutamente malinconiche; si pensi, solo per citarne alcune, a Controvento, Lezioni di poesia, Orfani dei cieli o Non dormi. Non mancano pezzi più energici, da cantare a squarciagola, coi soliti strali contro la «gente che passa la vita a dire sì, ad obbedire» (Undici) e la società ipocrita e benpensante delle «spose fortunate, bagnate, poi prese a legnate e sbattute in tv» (Piove, finalmente piove). Validissime sono altre due canzoni, l’intimista Estaate e Fuochi supplementari, vera e propria gemma di cosmico pessimismo.
Convincono meno alcuni pezzi della seconda parte: Danza della pioggia e del fuoco e Mille e non più di mille sanno di già sentito, mentre Mandate Bostik dà l’impressione di un’idea buona non sviluppata a sufficienza. Emilia parallela, invece, sembra quasi un omaggio ad Emilia paranoica, cavallo di battaglia dei CCCP, senza però avere la medesima spinta rivoluzionaria. In conclusione, c’è da dire che Canali si mette a nudo più che nel passato, come si evince dalla componente autobiografica dei brani, decisamente prevalente rispetto ai consueti toni battaglieri e polemici. Ne consiglio l’acquisto, perché dentro c’è tanto mestiere nel songwriting; d’altronde, pezzi come Messaggi a nessuno, Undici, Estaate e Fuochi supplementari valgono da soli il prezzo del biglietto.

26 dicembre 2018

Il vecchio, la pistola, una questione d’amore

Old man & the gun è in programmazione in questi giorni nelle sale italiane. Il film di David Lowery, su soggetto dello scrittore americano David Grann, racconta l’incredibile vicenda umana di Forrest Tucker, rapinatore incallito e re delle evasioni. Il ruolo del protagonista è affidato a Robert Redford, che ha già annunciato il ritiro dalle scene. E in effetti non poteva scegliere un’interpretazione migliore per chiudere una carriera straordinaria; il film è praticamente costruito intorno a lui, con la telecamera che indugia in intensi primi piani sul viso scavato dalle rughe e sullo sguardo sornione che esprime più di mille parole.
Nel film Forrest ha settantacinque anni ed è a capo di una banda di tre rapinatori in età da pensione. In due anni svaligiano un centinaio di banche utilizzando sempre la stessa tecnica, che non prevede l’uso della violenza; dà loro la caccia il detective John Hunt, un compassato poliziotto interpretato da Casey Affleck. La pistola, che pure dà il titolo alla pellicola, non compare praticamente mai, perché le vere armi di Tucker sono l’eleganza e il sorriso, con cui convince i malcapitati impiegati a consegnargli il denaro. L’occasione per redimersi, sia pure tardivamente, ha il volto di Sissy Spacey, deliziosa vedova che Tucker incontra per caso e con cui inizia una sincera relazione affettiva, che non riuscirà tuttavia a cambiarlo.
Uscito dal cinema, mi sono chiesto per quale ragione Forrest Tucker meriti la nostra simpatia. Si potrebbe rispondere che si tratta del fascino del male, oppure dello stereotipo del ladro gentiluomo, ma non basta. La verità è che ci attira perché è un uomo che ama. Per lui la rapina è un atto d’amore, forse non l’unico di cui è stato capace nella vita, ma certamente il più importante, il solo che lo renda davvero felice; non a caso più volte nel film si fa riferimento al sorriso, vero e proprio marchio di fabbrica delle sue scorribande. Un amore così esclusivo da sacrificare persino gli affetti, come emerge chiaramente nel sorprendente finale. A Forrest non interessano i soldi, che ammucchia senza riguardo in un vano nascosto sotto il pavimento; per lui la rapina è il beau geste, l’azione elegante, quasi nobile, che lo eleva al di sopra delle convenzioni dell’uomo medio, fino a renderlo un personaggio eccezionale, fuori dal comune. Coerente con questa visione della vita, al poliziotto che gli domanda se non esista un modo più dignitoso per guadagnarsi da vivere, egli risponde semplicemente che «io non sto parlando di guadagnarsi da vivere, io sto parlando di vivere». Attenzione però ai fraintendimenti: il film non è un’apologia del male, non passa il messaggio che i crimini siano giusti o quantomeno giustificabili. Se dunque dobbiamo rispetto a Forrest Tucker, non è per le sue malefatte; è piuttosto il rispetto che si deve ad un uomo che sacrifica se stesso per amore, per quanto non comune e perverso sia tale amore.
Per tutte queste ragioni, Old man & the gun è innanzitutto un film sulla libertà, tutto incentrato su un personaggio in sé negativo, ma delicatamente anarchico; più precisamente, è un film d’amore, una pellicola sull'amore per la libertà, il canto del cigno di un grandissimo attore e un nostalgico ritratto di un’epoca che non c’è più.
Robert Redford è Forrest Tucker (da www.film.it)

17 dicembre 2018

"La panne" di Friedrich Dürrenmatt: un delitto si trova sempre

La lettura de La panne ha confermato l’impressione che già avevo avuto con Il giudice e il suo boia: a Dürrenmatt interessavano specialmente gli aspetti patologici della giustizia umana, lo intrigavano le implicazioni distorte della funzione giudiziaria. Secondo lo scrittore svizzero, il diritto non è das Recht, la strada dritta verso la verità, quanto piuttosto una linea contorta, che può essere piegata a piacimento lungo le direttrici del giusto o dell’abuso. E mentre ne Il giudice e il suo boia la domanda è se possa esistere un delitto perfetto, ne La panne l’interrogativo riguarda la possibilità di accusare taluno di un reato che non ha mai commesso, fino a convincerlo della propria (insussistente) colpevolezza. D’altronde, uno dei principali personaggi del romanzo, il pubblico ministero, dichiara senza mezzi termini che un delitto si trova sempre, basta indagare nel vissuto di ogni uomo.
Alfredo Traps, un modesto rappresentante di commercio, è costretto a fermarsi per la notte in un villaggio svizzero, a causa di una panne alla sua automobile. Viene ospitato dall'anziano proprietario di una dimora signorile, che lo invita a partecipare ad un gioco insieme ai suoi tre più cari amici. I quattro vegliardi sono pensionati che hanno calcato le aule di giustizia nelle vesti di giudice, pubblico ministero, avvocato e boia. Il loro gioco preferito consiste nel rinverdire i fasti del passato, inscenando finti processi a personaggi storici; quando però si presenta un ospite a cena, è quest’ultimo a venir coinvolto nel gioco, in veste di imputato. Traps si sottopone volentieri alla farsa, divertito e convinto della propria innocenza. Il pubblico ministero, invece, con una requisitoria logicamente impeccabile, anche se giuridicamente infondata, finirà per inchiodarlo ad una terribile verità, convincendolo di aver commesso un turpe delitto. È a questo punto che si verifica una panne anche nel cervello del povero Traps, un vero e proprio cortocircuito emotivo che lo condurrà ad esiti tragici.
Il breve romanzo lancia diversi interrogativi e spunti di riflessione. In primo luogo, centrale è il ruolo del caso, che per Dürrenmatt è il vero gerente dei destini umani. Il fatto che dà il via ad una concatenazione di eventi irreversibili e drammatici è una semplice panne, un guasto meccanico che genera conseguenze imprevedibili. Il titolo è dunque centrale nell'analisi del romanzo, perché richiama un tema assai caro all'autore svizzero: quello dell’evento fortuito e apparentemente marginale, che diviene il fulcro di coincidenze imponderabili.
Ad una lettura più approfondita, il libro è un'acuta riflessione sulla sacralità della giustizia, un affare troppo serio per diventare oggetto di giochi o spettacoli. Ed è proprio questo l’aspetto di più stretta attualità del romanzo; viviamo in un’epoca che ha fatto dei processi mediatici un vero e proprio affare milionario, ad uso e consumo di spettatori del tragico che cercano nella condanna altrui una catarsi dalle proprie meschinità. Dürrenmatt, sia pur involontariamente, anticipa i tempi e vuole dirci che la sala da pranzo del giudice in pensione, così come i moderni studi televisivi, non sono aule di udienza. Eppure, allo stesso modo e con la stessa effettività, possono decidere i destini umani. Sta dunque a noi, alla nostra intelligenza e sensibilità, fare in modo che ciò non accada.

4 dicembre 2018

"Nessuna resa mai": un manifesto del rock italiano

Nessuna resa mai non è solo il titolo del secondo album di Massimo Priviero, uscito nel 1990. È piuttosto il manifesto di un artista che ha avuto la coerenza e il coraggio di non conformarsi alle dinamiche del mercato e di seguire la propria strada, anche a costo di rinunciare ad una più ampia popolarità. Nessuna resa mai è dunque prima di tutto uno slogan, divenuto negli anni titolo onorifico, a garanzia di una musica indipendente e senza compromessi.
Grande era l’attesa intorno a Priviero quando il disco uscì, dopo gli ottimi riscontri di pubblico e di critica che aveva suscitato il lavoro d’esordio, San Valentino (1988). Il musicista si presentò alla seconda prova con il peso di una grande responsabilità sulle spalle; basti pensare che l’etichetta discografica, la Warner, si prodigò parecchio nella produzione e nella promozione del nuovo LP dello “Springsteen italiano”. Non a caso, produzione e arrangiamenti furono affidati al grande Little Steven, storico chitarrista della E Street Band, chiamato direttamente dagli Stati Uniti per definire e perfezionare il suono. Little Steven suonò anche le parti di chitarra acustica in diversi brani, assieme ad una formazione di tutto rispetto che comprendeva, tra gli altri, Lele Melotti alla batteria, Lucio “Violino” Fabbri e Flavio Premoli alla fisarmonica.
Nove le tracce. Apre Angel, una classica ballata rock con le chitarre in evidenza, che fa da preludio all’incalzante Dormirò (quando sarò morto), in cui Priviero sfodera il suo piglio aggressivo. Un discorso a parte merita la celebre title-track, un vero e proprio inno che incita a seguire la propria strada senza arrendersi. Egualmente ispirate le ballate prevalentemente acustiche, come La storia di Jerry e la conclusiva Un amico irlandese. Priviero racconta la vita vera, non fa politica e non è il menestrello di un’ideologia; nel solco della tradizione del rock di oltreoceano, la strada è la vera protagonista del disco, crocevia di storie e abbandoni (Un amico irlandese), cornice di una vita ai margini (Suonando sui marciapiedi) o di vicende di emigrazione (La storia di Jerry). Il suo è un rock senza fronzoli, ammansito dal gusto della melodia, in cui predominano le chitarre acustiche ed elettriche. Il linguaggio, essenziale e diretto, contribuisce a definire il quadro d’insieme del disco, forse poco incisivo in alcuni punti, ma certamente coeso dall’inizio alla fine.
“Steven, non ho parole per dirti grazie”, scrive Priviero nei ringraziamenti dell’album, a voler rafforzare l’impronta decisiva del musicista e produttore italo-americano. Se certamente la mano di Little Steven si fa sentire negli arrangiamenti, la buona riuscita del disco è dovuta principalmente alle doti di scrittura di Priviero, capace di allontanarsi dalla gabbia del cantautorato italiano per intraprendere una strada innovativa e in salita. Nessuna resa mai è un LP che in alcuni momenti risente un po’ del peso degli anni, ma a distanza di quasi sei lustri resta uno dei pochi pilastri del rock cantato in italiano, o meglio, di una certa canzone rock all’italiana.
 La copertina dell'album
Massimo Priviero e Little Steven (foto tratte dalla busta interna del disco)

21 novembre 2018

"Un uomo finito" di Giovanni Papini: autobiografia di un cervello che voleva raggiungere il Tutto

Il manuale di letteratura che adottava la mia professoressa alle superiori, il famoso Guglielmino – Grosser, era assai ostico per noi studenti, ma aveva il pregio di dedicare qualche pagina anche agli autori meno noti, che attiravano la mia attenzione più degli indigesti classici. Su Giovanni Papini (1881 – 1956) pochi cenni biobibliografici e un’informazione che a distanza di anni echeggia ancora nella memoria. Secondo il manuale, Un uomo finito (1912) in origine avrebbe dovuto intitolarsi Storia di un cervello, o qualcosa di simile. E in effetti il libro più celebre di Papini è proprio il racconto delle elucubrazioni di una mente non ordinaria, guidata da inesausti sogni di grandezza e destinata a lasciare una traccia profonda nella letteratura italiana. Un’autobiografia, dunque, ma non nel senso tradizionale del termine. Papini rievoca i primi trent’anni della sua esistenza senza soffermarsi tanto sulle vicende umane, quanto piuttosto sui moti inquieti di uno spirito grande che avrebbe voluto essere grandissimo.
In questa autobiografia precoce, Papini ripercorre l’infanzia passata tra i pochi libri di casa, l’adolescenza spesa nelle sale polverose delle biblioteche, la giovinezza ossessionata da una «smania di sapere» che finisce per guastargli gli occhi e prostrargli lo spirito. Grazie alla vivace intelligenza, da imberbe discepolo diventa un maestro riconosciuto e ricercato, egualmente stimato e odiato dalle accademie e dall'élite culturale del Paese. Sono gli anni delle polemiche incessanti attraverso i giornali, delle lettere e dei pamphlet velenosi, che culmineranno nella fondazione della rivista Leonardo, vero e proprio baluardo dei giovani intellettuali incendiari e polemici.
Un uomo finito non è solo un episodio isolato ma decisivo della letteratura italiana del Novecento, ma un vero e proprio “libro di culto”, secondo una definizione oggi molto in voga. All'epoca della sua pubblicazione ebbe grande successo soprattutto presso la gioventù ribelle, delusa dall'immobilismo dell'Italia liberale e umbertina. Erano giovani dai quindici ai trentacinque anni, desiderosi di cambiare il Paese, convinti che ci fosse una nuova razza da costruire. Nei fatti, gli stessi ragazzi che sarebbero stati travolti prima dal mito della guerra “sola igiene del mondo” e poi dal miraggio della rivoluzione fascista. Nelle pagine più fulgide, Papini ci presenta ribelli scapigliati, «poeti delicatissimi, pittori misteriosi e funerei, violinisti mezzi matti», filosofi imbevuti di misticismo e altri personaggi che traboccano di vitalità intellettuale. Papini non è però soddisfatto di essere un primus inter pares; egli vuole elevarsi al pari di un messia, e sarà proprio la smodata ambizione a condurlo alla rovina, a renderlo un uomo finito anzitempo.
La straordinaria modernità del romanzo è principalmente nello stile: la scrittura è roboante, convulsa, quasi violenta. Si pensi al fulminante esordio: «io non son mai stato bambino, non ho avuto fanciullezza». Da solo è già una lettera d’intenti, uno strale capace di rivoltare l’immagine di un’Italia sonnolenta da Libro Cuore. È altresì vero che in più punti la lettura è ostica, specialmente quando Papini si dilunga in complicate dissertazioni filosofiche, morali o religiose. Resta però il fatto che l’autore toscano non pecca certo di sincerità; anzi, si mette a nudo pagina dopo pagina, senza timore di essere giudicato dai suoi simili. D’altronde, se pure ha fallito, ciò non è accaduto perché non avesse i mezzi per arrivare in alto, ma perché troppo alte erano le ambizioni.
«E se dopo avermi ascoltato crederete lo stesso, a dispetto dei miei propositi, ch’io sia davvero un uomo finito, dovrete almen confessare ch’io son finito perché volli incominciar troppe cose e che non son più nulla perché volli esser tutto.»

Copertina di un'edizione Vallecchi del 1952

10 novembre 2018

"Confessioni di una maschera" di Yukio Mishima: la vita è un palcoscenico

La componente autobiografica è centrale in questo romanzo del 1949 di Yukio Mishima (1925-1970). Lo scrittore giapponese, nascondendosi dietro il protagonista Kochan, rievoca alcuni momenti cruciali della propria vita, dalla primissima infanzia all’età universitaria. Kochan proviene da una famiglia della media borghesia di Tokyo, legata ai valori tradizionali della cultura giapponese. Studiare, servire la patria e sposarsi sono gli imperativi categorici di un’esistenza tracciata sui binari del cieco conformismo e dell’obbedienza. In una siffatta società non è lecito opporsi manifestamente, né è dato ostentare la propria diversità; chi è ribelle o semplicemente “diverso” è costretto ad indossare una maschera, dietro cui nascondere la verace identità. Anche Kochan, a seguito della graduale e sofferta scoperta della propria omosessualità, è costretto a ricorrere allo stratagemma della finzione.
«La vita è un palcoscenico, dicono tutti. Ma non sembra che la gran maggioranza sia ossessionata da quest’idea, o perlomeno non sembra che lo sia in una fase precoce come successe a me. Addirittura alla fine dell’infanzia ero fermamente convinto che quella massima corrispondesse alla verità, e che io avrei dovuto recitare la mia parte sul palcoscenico senza mai tradire, neppure una volta, il mio autentico io.»

Tema centrale del romanzo è l’irrisolto conflitto, nell’animo del protagonista, tra il desiderio di esprimere il proprio io più profondo e la necessità di nasconderlo per rispetto delle convenzioni sociali. La maschera è al tempo stesso una protezione e una gabbia, che consente di essere accettati dagli altri al prezzo di soffocare le manifestazioni più autentiche dell’io. Il protagonista ne diviene presto consapevole, quando si rende conto che il proprio disinteresse verso le donne viene scambiato per la noia del consumato seduttore, mentre nessuno sembra accorgersi della sua forte attrazione verso gli uomini.
«Circa in quell’epoca cominciavo a comprendere vagamente il meccanismo del fatto che quanto il prossimo considerava una posa da parte mia era invece una manifestazione della necessità di affermare la mia natura genuina, mentre era per l’appunto una mascherata quello che il prossimo considerava il mio io genuino.»

Kochan, tuttavia, non si limita ad indossare una maschera, ma recita attivamente la parte che il destino gli ha assegnato. E così, mentre nella prima parte del romanzo si dedica a un’attività tutto sommato contemplativa, nella seconda coinvolge nella sua macchinazione un altro essere umano, la virginea Sonoko. Egli inizialmente agisce in perfetta buona fede, convinto di essere innamorato della ragazza, al pari di tutti i suoi coetanei. Man mano che Sonoko gli mostra il medesimo, ma sincero, attaccamento, Kochan sente nascere dentro di sé il bisogno di fuggire da lei, come in effetti fa. Il dolore provato matura in una nuova consapevolezza di sé, fino a sbocciare nella piena accettazione della propria omosessualità.
Il romanzo è scritto in prima persona, con lo stile di un diario intimo; la stessa parola “confessioni” nel titolo rende bene l’idea. La confessione è al contempo rivelazione di un segreto e volontà di espiazione di una colpa, perché se è vero che il protagonista non biasima mai la propria natura, è altrettanto indubitabile che il suo goffo tentativo di farsi piacere una donna sia indice della tortuosità dell’accettazione dei propri bisogni intimi.
Confessioni di una maschera è dunque in primis un romanzo di formazione, o meglio, il racconto di un’autoeducazione sentimentale. Oltre la vicenda individuale c’è però quella collettiva di un Paese in rapida trasformazione, pronto ad affacciarsi alla modernità; ecco allora che Mishima osserva con occhio sornione ma cinico la società giapponese a cavallo tra le due guerre, tradizionalista ma costretta ad arrendersi al vento del cambiamento.
Copertina dell'edizione in abbinamento al quotidiano La Repubblica

29 ottobre 2018

Sui sentieri della storia: il castello di Capaccio Vecchio

Affrontare il sentiero che attraversa i boschi del monte Calpazio per raggiungere i ruderi del castello di Capaccio Vecchio, nel Cilento, significa immergersi negli scenari di uno degli eventi più importanti della storia del Mezzogiorno: la cosiddetta “congiura di Capaccio”. Senza voler entrare nel merito di un avvenimento così complesso, basti sapere che nel 1246 alcuni tra i principali notabili del Regno ordirono una congiura per uccidere l’imperatore Federico II di Svevia e suo figlio Enzo. Grazie ad alcuni fedelissimi, l’imperatore scoprì la cospirazione e i rivoltosi furono costretti a rifugiarsi nel castello di Capaccio, ritenuto inespugnabile. La fortezza fu cinta d'assedio per tre lunghi mesi dalle truppe di Federico II, fin quando capitolò nel luglio del 1246 per mancanza di approvvigionamenti. La punizione inflitta ai congiurati fu crudele e commisurata alla colpa di cui si erano macchiati. Avendo tentato di uccidere il sovrano, vennero considerati alla stregua di parricidi e condannati secondo la lex Pompeia, che prevedeva orrende mutilazioni e l’introduzione del condannato in sacchi di cuoio da gettare in mare. Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura di un esauriente articolo sul sito dell’Istituto Enciclopedico Treccani.
A completamento della damnatio memoriae, l’imperatore ordinò anche la distruzione del castello e dell’abitato di Capaccio Vecchio, all’epoca sede vescovile. La fortezza non venne però rasa al suolo e continuò ad essere utilizzata nei secoli successivi, anche come carcere, per cadere infine nell’oblio. Oggi di quel grandioso passato rimangono pochi resti che resistono strenuamente agli anni, sufficienti però a farci comprendere l’importanza del sito. Da un lato, i ruderi dominano la piana del Sele, consentendo di godere, nei giorni sereni, di uno straordinario panorama. D’altro canto, la difficile accessibilità del sito conferma la fama di inespugnabilità che il castello si era conquistato nel glorioso passato. Raggiungere quel che resta del maniero non è più complicato come un tempo, grazie ad un sentiero piuttosto agevole anche per chi non pratica escursionismo.
Il punto di partenza è il Santuario della Madonna del Granato, da cui inizia la strada asfaltata che conduce alla frazione di Crispi. Poco prima di arrivare al piccolo centro abitato, si raggiunge uno slargo con una fontana, dove è possibile lasciare le automobili. Da qui parte un sentiero che si inerpica lungo le pendici del monte Calpazio. Il percorso è largo e ben tracciato, leggermente faticoso nel primo tratto. Superata la salita, si può sostare in un punto panoramico che domina la valle del Sele; il castello è visibile sulla destra, abbarbicato alle rocce. È sufficiente un altro quarto d’ora per raggiungerlo. In tutto, il percorso dovrebbe essere coperto in meno di un’ora. Il maniero è in gran parte diruto; sopravvivono, avviluppate dalla macchia mediterranea, due robuste torri e il muro di cinta. Degli spazi interni, invece, si può avere solo una vaga idea. L’escursione è piacevole e adatta a tutti, ma soprattutto consente di immergersi nella natura e di conoscere un pezzo importante di storia d’Italia.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie che seguono.
Il primo tratto del sentiero
La splendida vista della Piana del Sele
Il maniero come appare da lontano
I ruderi del castello

14 ottobre 2018

"Le menzogne della notte" di Gesualdo Bufalino: l’inestricabile garbuglio del reale

Tra i diversi titoli che Bufalino aveva pensato per questo romanzo, prima di prediligere Le menzogne della notte, uno in particolare lo aveva a lungo tentato, senza riuscire però a sedurlo. Qui pro quo era il titolo provvisorio, che a ben vedere si adattava ai temi più profondi del romanzo: l’equivoco, il nascondimento della verità, la perfetta sovrapponibilità tra sincerità e menzogna.
In un’isola-carcere del Mediterraneo quattro condannati a morte trascorrono l’ultima notte prima dell’esecuzione. Un poeta, un nobiluomo, un soldato e uno studente, rei confessi di lesa maestà e attentato contro la vita del Sovrano, sodali di una setta liberale e carbonara guidata da un misterioso burattinaio che si fa chiamare Padreterno. Il governatore del penitenziario, consapevole che l’esecuzione dei quattro non sarà sufficiente per estirpare il seme ribelle dal Regno, fa loro una proposta conveniente: la rivelazione dell’identità del Padreterno in cambio della vita. Il tradimento di un solo anonimo sarà sufficiente per graziare tutti dalla forca. Le coordinate spazio-temporali non sono individuate con certezza, ma sono perfettamente intuibili: il Regno delle Due Sicilie negli ultimi anni di Ferdinando II. Il carcere potrebbe essere quello dell’Isola di Santo Stefano, effettivamente destinato ai detenuti politici.
L’attesa della fine (o dell'infame salvezza) viene ingannata dai quattro concedendosi un’ora di tempo ciascuno per raccontare l’episodio più significativo della propria vita, il momento di perfetta felicità che li lasci morire senza rimpianti. L’espediente del racconto è ovviamente ispirato al Decamerone, che pure presenta dei personaggi in pericolo di vita che trovano nella narrazione un rifugio al male che li circonda. Come tuttavia osservato dallo stesso Bufalino, la differenza con l’opera di Boccaccio sta nel fatto che ne Le menzogne della notte la vicenda che fa da cornice alle storie è una «cornice forte, cornice fiume coi racconti come affluenti».
Tema centrale, come ho anticipato, è la perfetta sostituibilità del vero e del falso, che finiscono per avere il medesimo valore, essendo finanche intercambiabili. Il raccontare ha così la duplice valenza dell’intima confessione e dell’estremo tentativo di falsificare le carte per tentare un ultimo scacco al potere. La prossima decapitazione dovrebbe indurre i protagonisti a non nascondere nulla, non avendo un moribondo interesse o guadagno da una menzogna. E invece le ultime pagine rovesciano completamente la prospettiva, mettendo in discussione quanto oramai si dava per certo e assodato. La stessa causa liberale è controversa, tanto che non si comprende quale sia il confine, nell’agire dei congiurati, tra l’ideale e l’opportunismo, tra il martirio e la giusta condanna. Sceverando il bianco e il nero nell’animo dei protagonisti, si scoprono motivazioni personali futili e spesso bieche, camuffate da sete di giustizia sociale per un sottile gioco di ambiguità. Vale la pena precisare che nessuna retorica risorgimentale anima il libro, poiché il tema centrale è di portata universale e avrebbe potuto essere affrontato a qualsiasi latitudine o epoca storica. Difatti a Bufalino non interessa chiarire se i suoi personaggi siano eroi o ciarlatani: le loro vicende sono funzionali a rivelare il garbuglio del reale, e tanto basta.
Due parole sullo stile, che, come in tutti i romanzi dello scrittore siciliano, è colto e ricercato. L’autore gioca con parole rare, desuete o arcaiche; se ne potrebbe agevolmente riempire un quaderno per arricchire il nostro povero lessico quotidiano. Inoltre il testo è disseminato di citazioni storiche e letterarie, nonché di rimandi ad altre opere. A solo titolo di esempio, si pensi ad Agesilao, il nome scelto per il personaggio del soldato, sicuramente ispirato a quell’Agesilao Milano, militare anch’egli, che nel 1856 attentò alla vita di Ferdinando II.
Il libro, definito dallo stesso autore «fantasia storica, giallo metafisico e moralità leggendaria», si è aggiudicato il Premio Strega nel 1988.

2 ottobre 2018

Lo sguardo impietoso di Ken Loach e la famiglia come "istituzione totale"

Basta guardare i primi fotogrammi di Family life (1971) del regista britannico Ken Loach per comprendere l’essenza più profonda del film, ovvero la feroce critica alla media borghesia inglese e alla sua standardizzata way of life. La telecamera indugia sulle case a schiera di un quartiere residenziale, tutte perfettamente identiche. Lo sguardo si sposta da una strada all’altra: ovunque file di abitazioni indistinguibili, di mattoni rossi o grigi. Dentro le case, facile immaginarlo, migliaia di esistenze tutte uguali si arrabattano giorno dopo giorno nella pudica anestesia del benessere borghese.
Janice ha poco più di vent’anni e proviene da una di queste periferie. I genitori sono la quintessenza del conformismo, lo specchio di una società che ha sacrificato le individualità ad un apparente benessere collettivo, che tende ad emarginare ogni diversità, ad annichilire ogni tentativo di uscire dal cerchio. Una società all’apparenza tollerante, ma che in realtà esclude e segrega chiunque appaia diverso: psicolabili, omosessuali, ribelli, artisti, sognatori. Il primo, terribile strumento di cui il sistema si serve, è proprio la famiglia, che Loach dipinge coi toni claustrofobici di un’istituzione totale. La repressione dell’individualità non avviene però, lo si badi bene, attraverso la violenza fisica, quanto piuttosto mediante l’imposizione di divieti e regole morali che portano chiunque voglia divergere a sentirsi colpevole, sbagliato, fuori controllo. Janice è praticamente privata di ogni facoltà decisionale: è la madre a pensare per lei, a sapere cosa le faccia bene e cosa male. Il disagio psichico, già latente, esplode quando la ragazza rimane incinta ed è costretta dai genitori ad abortire per salvare l’onore della famiglia, compromesso da una gravidanza al di fuori del matrimonio. Janice avrebbe voluto tenere il bambino e lo shock per un’imposizione così tremenda le scatena una crisi che la condurrà ad un ricovero in clinica psichiatrica. Le cose sembrano migliorare grazie all’innovativo approccio del dottor Donaldson, che si oppone alla psichiatria tradizionale e vuole curare i pazienti con il dialogo e il confronto. Egli comprende l’origine sociale e familiare del disturbo di Janice, ma proprio quando sta per raccogliere i primi frutti viene esonerato dall’incarico per mancanza di fondi. Orfana dell’unico in grado di comprenderla, Janice è affidata alla psichiatria tradizionale, che cura i sintomi ma non indaga le cause. Imbottita di farmaci e sottoposta persino all’elettroshock, scivola progressivamente verso uno stato catatonico, che le nega identità, gioventù, sogni e felicità.
Il lungometraggio è una critica feroce alla vecchia concezione della psichiatria, la “buona battaglia” che in Italia ha trovato in Basaglia il più importante promotore. Loach è chiaro e non accetta compromessi: il manicomio è un’istituzione totale, un campo di concentramento senza scampo, che annulla l’individuo anziché orientarne i comportamenti in senso terapeutico. Nell’ospedale psichiatrico si ripetono riti e ossessioni della famiglia borghese, in primis la condanna dell’eros, tanto che non si comprende se sia più castrante il primo o la seconda. E alla fine si compie un terribile paradosso: mentre lo psichiatra illuminato Donaldson ha compreso quanto il germe della follia possa insidiarsi proprio nelle famiglie apparentemente “perfette”, la psichiatria ufficiale nega la connessione tra malattia e ambiente sociale, usando come dimostrazione il caso di Janice, schizofrenica nonostante sia nata e cresciuta in una “famiglia bene”.
Family life è un pugno nello stomaco e un colpo al cuore. Loach, al terzo lungometraggio, già imposta i caratteri del suo stile: predominano i toni scuri, ad accentuare il senso di oppressione e disagio che la visione della pellicola provoca nello spettatore. Sicuramente si è portati ad immedesimarsi in Janice, la prima e più dolorosa martire del sistema; ma in fondo anche i genitori meritano la nostra pietà, carnefici inconsapevoli e vittime di un amore malato. In questo universo di chiusura e lacerazione, pochissime figure brillano. Certamente lo psichiatra innovatore Donaldson, che viene però emarginato dalla comunità scientifica per la eterodossia dei suoi metodi. Infine c’è il fidanzato di Janice, Tim, che tenta invano di aprirle gli occhi e di sottrarla al futuro che le è stato riservato. E voglio chiudere proprio con le sue profetiche parole, pronunciate in uno dei momenti più toccanti del film.
«Ecco cosa piace a tuo padre e a tua madre. Guarda. Squallore e convenzionalismo. Fa come ti dicono e ridurranno così anche te. Questa è la norma, ma resta da provare che sia anche giusto. Per me non lo è. Tutti in fila e ognuno al suo posto. Così è più facile scattare per correre ogni giorno al lavoro in fabbrica. Questo si chiama norma. Questo è il mondo e queste sono le famiglie: un campo di concentramento. Ecco il posto che hanno scelto per te nel mondo, un mondo dove non potrai cambiare niente, dare a niente la tua impronta.»

Il regista Ken Loach e l’attrice Sandy Ratcliff, che interpreta Janice. 
Foto di scena tratta dal sito https://www.critikat.com/