15 giugno 2020

"Malombra" di Antonio Fogazzaro: tra satira di costume e ossessioni spirituali

Ho impiegato vent'anni esatti per finire Malombra. Lo acquistai a quattordici anni, grazie a un buono libri di 50.000 lire offerto dalla Regione Lazio ai vincitori di un concorso per studenti. All'epoca ero fissato con la letteratura gotica e fantastica; basti dire che lessi persino l'indigesto mattone di Horace Walpole, Il castello di Otranto. Non potevo dunque lasciarmi sfuggire quello che è considerato il capostipite del genere in lingua italiana. Com'era prevedibile, la prima volta mollai la lettura dopo cinquanta faticosissime pagine. Qualche anno dopo mi cimentai nuovamente, arrivando a concludere la prima parte. Successivamente l'ho ripreso in mano varie volte, affrontato con le migliori intenzioni senza andare oltre i primi capitoli, infine abbandonato.
L'ultima è stata la volta buona. Alla base della decisione di arrivare fino in fondo c'era la stessa, immutata fascinazione di un tempo. Sarà che le storie dal sapore gotico hanno un'attrattiva particolare, sarà che, parafrasando Fiumani, “le cose in cui credo sono le stesse da una vita”, fatto sta che non ho resistito all'oscuro richiamo dell'avito palazzo signorile sulle sponde di un lago selvaggio, in cui si consuma una vicenda dai tratti occulti. Le aspettative sono state in parte disattese, perché Malombra non è una novella gotica o fantastica, ma un romanzo di costume tipicamente ottocentesco, che affronta incidentalmente tematiche spirituali e vagamente esoteriche.
La trama è nota, trattandosi di un classico. Corrado Silla, scrittore negletto da pubblico e critica, è invitato da un misterioso gentiluomo in un'antica dimora sulle sponde di un lago lombardo, per una non meglio precisata collaborazione. Nel palazzo del conte Cesare d'Ormengo, il giovane Corrado ha modo di conoscere meglio se stesso e il passato della propria famiglia, ma soprattutto s'invaghisce della nipote del conte, Marina di Malombra. Quest'ultima è il prototipo della femme fatale: bella, aristocratica, sdegnosa, altezzosa, dotata di un fascino perverso di fronte al quale si può solo soccombere. Marina è convinta di essere la reincarnazione della sfortunata ava Cecilia, rinchiusa nel palazzo dal crudele marito, infine impazzita e morta in circostanze misteriose. È questo l'elemento gotico che ha spinto molti critici a inquadrare il romanzo in un genere con cui, in verità, ha pochissimi punti di contatto. Il buio, la tempesta, l'intima sofferenza degli spiriti burrascosi, sono più che altro tematiche tardo-romantiche. È la cornice in cui si svolge la vicenda ad avere tratti tipici di certa letteratura gotica, ma l'ambizione di Fogazzaro era molto più alta dello scrivere un racconto fantastico.
Lo ribadisco, Malombra è principalmente un romanzo di costume, e non a caso parte significativa della storia si svolge nei salotti mondani di Milano. Fogazzaro ci regala uno spaccato fedele della nuova Italia post-unitaria; tutte le classi sociali sono rappresentate, dai miseri contadini all'aristocrazia, passando per la nascente borghesia industriale, che sarà destinata a cambiare il volto del Paese.
A mio avviso, punti di forza sono l'ambientazione e l'arguta caratterizzazione dei personaggi. Quanto a questi ultimi, Fogazzaro ne esaspera le caratteristiche, ne amplifica vizi e virtù, correndo il rischio di operare una classificazione manichea. Corrado Silla è allora l'emblema dello scrittore inetto, del romantico dell'ultima ora dilaniato da tormenti estetici, religiosi e morali. Steinegge, che pure è il personaggio che ho amato di più, perde forza quando viene fulminato sulla via di Damasco; la sua repentina conversione, per quanto provocata da un evento inaspettato e gioioso, ha il sapore di una rampogna moralizzante. E ancora, la contessa Fosca e il figliolo Nepo sono volutamente ridicoli e macchiettistici. Paradossalmente, il personaggio più credibile è Marina di Malombra, nonostante i parossismi e le ossessioni di reincarnazione.
Quanto al linguaggio, è letterario senza essere stucchevole, elegante ma di facile assimilazione. L'autore gioca con i registri: si passa dal comico (la servitù) al patetico (la contessa Fosca), dal drammatico (Silla) al misterioso (Marina). Prevalgono i dialoghi, ma sovente il narratore si dilunga in minuziose descrizioni del paesaggio e in analitiche dissertazioni sullo stato d'animo dei protagonisti; eppure, per quanto si tratti di un romanzo ottocentesco, questi intermezzi “aulici” non rallentano il ritmo della vicenda, che corre a precipizio verso il drammatico finale.
Si tratta di un classico, su cui sono stati versati fiumi d'inchiostro. Fermo restando che la mia recensione non può aggiungere nulla a quanto è già stato detto, ne consiglio la lettura, se non altro per la forte influenza simbolica che il libro ha avuto su generazioni di lettori. Per chi volesse, su YouTube è disponibile lo splendido lungometraggio del 1942 di Mario Soldati, che riproduce fedelmente le ambientazioni e gli umori del romanzo, grazie soprattutto a una superba fotografia.
Copertina di un'edizione Garzanti (2000)

2 giugno 2020

"Il giardino di cemento" di Ian McEwan: preservare l'imperfezione per non disperdersi

È incredibile come possano trovarsi inaspettate connessioni tra libri letti in momenti diversi della vita. Era il 1997 quando acquistai Voglio tornare a casa di Cynthia Voigt, uno splendido romanzo per l'infanzia pubblicato in Italia da Salani. La vicenda dei quattro fratelli Tillermann, orfani di padre e con la madre ricoverata in un ospedale psichiatrico, mi colpì molto. I quattro, rimasti soli ma uniti da un solido vincolo affettivo, fuggono dagli assistenti sociali e compiono un viaggio on the road nell'America rurale, alla ricerca della nonna che non hanno mai conosciuto. A distanza di oltre vent'anni, Il giardino di cemento mi ha riportato alla mente il romanzo della Voigt, pur con le dovute, enormi differenze; la vicenda narrata da McEwan ha infatti tratti morbosi e inquietanti, ma soprattutto non si conclude con un consolante lieto fine.
Julie, Jack, Sue e Tom hanno tra i diciotto e gli otto anni e vivono assieme ai genitori in una immensa casa nella squallida periferia inglese, una specie di purgatorio postindustriale che non è né campagna né città. La loro è l'unica casa ancora in piedi nella via; intorno solo macerie, in lontananza enormi alveari umani chiamati genericamente “i grattacieli”. Il padre è un uomo chiuso, «ossessivo, fragile e irascibile», incapace di slanci emotivi diversi dagli scoppi d'ira; l'unica sua passione è la cura maniacale del minuscolo giardino intorno all'abitazione. Malato di cuore, è stroncato da un infarto davanti al figlio Jack. La mamma è una donna buona e dolce, granitico punto di riferimento affettivo per i quattro figli. Purtroppo anche lei si ammala e si spegne a casa dopo una lunga agonia, rifiutando il ricovero ospedaliero. Non avendo parenti o amici stretti, i fratelli tengono nascosta la morte della madre e ne occultano il cadavere in cantina, all'interno di un grosso baule che viene riempito di cemento fino all'orlo.
Qual è la ragione di una decisione apparentemente così folle? I fratelli non hanno una risposta; ciascuno è chiuso nel proprio universo e ritiene di aver fatto la scelta giusta, l'unica possibile. McEwan ci regala il sentito e toccante resoconto di una giovinezza malata e sofferta, incapace di porsi le domande giuste e che non sa trovare un senso alle proprie azioni. Ogni personaggio è funzionale e insostituibile in questo perfetto meccanismo narrativo: Julie è al tempo stesso virginea e provocatrice, Jack vive un'adolescenza ribelle e rugginosa, Sue annichilisce il dolore nella lettura e nella scrittura, Tom è alla ricerca di un'identità sessuale che non riesce a definire.
Annunciare al mondo la morte della madre sarebbe la scelta più facile e comoda. I quattro fratelli, però, sono intimamente convinti che ciò significherebbe l'intervento dei servizi sociali, il trasferimento in istituto, l'abbandono della casa, il rischio che della loro imperfetta ma irripetibile unità familiare non resti che la cenere. Solo alla fine questo senso viene svelato, nell'ultima toccante scena che rivela il profondo amore che avvince i fratelli. I quattro sanno di essere un'unità imperfetta, un nucleo claudicante e difettoso, eppure è solo lo stare insieme che impedisce la dispersione dell'unica identità che conoscono. Letto secondo questa prospettiva, il loro gesto assume un significato alto e inimitabile. Il baule diventa sarcofago, la cantina è un monumento funebre, l'occultamento del corpo della madre ha la valenza di un perfetto atto d'amore. Di fronte alla rivelazione, ogni giudizio morale è destinato a cadere, ogni pregiudizio ad arrendersi.
Il giardino di cemento, pubblicato nel 1978, è il romanzo d'esordio di uno scrittore di razza, che riesce a tratteggiare con toni vividi il male di vivere che può albergare in un animo adolescente. È un libro duro, a tratti disturbante, di fronte al quale non si può rimanere indifferenti. McEwan sa tracciare un segno profondo nella sensibilità del lettore, oltre a lanciare tanti inestricabili interrogativi, destinati però a rimanere insoluti; scioglierli significherebbe svelare il profondo mistero dell'essere umano, un compito che nessun romanzo può assumersi senza rischiare di essere bugiardo e parziale. Nel coacervo di sensazioni che il libro lascia, sarà la pietas a emergere alla fine, in una sorta di rito catartico che purifica il cuore e  la memoria dei protagonisti.

21 maggio 2020

"The price you pay": gli operai del rock hanno cuore

C'è voluta la quarantena per rimettere sul piatto un LP che avevo stroncato troppo presto, prima ancora di averlo ascoltato con la dovuta attenzione. Il disco in questione è The price you pay degli albionici Spear of Destiny. L'acquistai qualche anno fa in una fiera dell'usato, per la verità piuttosto avara di scoperte; pur di non tornarmene a casa a mani vuote, presi questo 33 giri in ottime condizioni a prezzo stracciato. Dopo averlo ascoltato distrattamente e con poca soddisfazione, l'avevo dimenticato senza troppi rimpianti. Mi è capitato nuovamente tra le mani nei giorni della chiusura per l'emergenza sanitaria e ho deciso di rimetterlo sul piatto. È stata una piacevole riscoperta, prova che le prime impressioni non sono necessariamente veritiere.
Gli Spear of Destiny si formarono a Londra nel 1982 dalle ceneri dei Theatre of Hate, e già l'anno successivo esordirono su vinile con Grapes of wrath. A conferma che si trattava di un gruppo promettente, si ricorda la “John Peel session” andata in onda su BBC Radio 1 nel novembre 1982. Sono tuttora attivi sulla scena, ma non hanno mai raggiunto il successo di massa, nonostante suonino un solido rock che affonda le radici nel punk. Leader indiscusso della formazione è da sempre Kirk Brandon, unico membro stabile.
L'album di cui voglio parlare, The price you pay, è il quinto tassello della loro discografia. Uscito per la Virgin nel 1988, ha raggiunto al massimo la posizione n. 37 della classifica britannica. Autore delle musiche e dei testi è il vocalist Kirk Brandon, che suona anche tutte le parti di chitarra. Completavano la formazione Pete Barnacle alla batteria, Chris Bostock al basso e Volker Janssen alle tastiere. Come produttore la Virgin ingaggiò il celebre Alan Shacklock. La copertina, che può piacere o meno, raffigura una sorta di aquila stilizzata, grafica che il gruppo riprenderà anche nelle successive uscite discografiche.
The price you pay è un classico album rock secondo le sonorità di fine anni Ottanta, con un deciso predominio delle chitarre e tastiere mai invasive. Si sente la lezione del punk, primo amore di Brandon sin dai tempi dei Theatre of Hate; eppure le composizioni sono piuttosto elaborate, con arrangiamenti curati che ricordano – a tratti smaccatamente – gli U2. Non a caso gli Spear of Destiny hanno suonato in diverse occasioni come band di supporto per Bono & co.
Si apre con So in love with you, un inno di amore e morte che poteva diventare una perfetta hit radiofonica. La successiva Tinseltown ha una chitarra in stile The Edge e un ritornello che ti entra in testa. The price è invece un solido pezzo combat rock, con un testo impegnato: «I can't find a reason to stay but I don't want to go, / there's a battle going on outside, it's really a war. / Should I pick myself up walk out and fight / or should I sit in here and deliberate about why, / when I know there's people out there / who ain't got a choice». Degna di nota l'intensa ballata I remember, che chiude un lato A di buon livello. Una cosa è certa: gli Spear of Destiny non si accontentavano della canzone facile, preferivano andare oltre i cinque minuti con arrangiamenti essenziali e testi mai banali, anche quando parlavano di sentimenti.
Il lato B è meno convincente, con la caduta di stile su Radio radio, di cui si poteva fare benissimo a meno. Ci sono però ancora due grandi pezzi. If the guns è l'epitaffio di un uomo che ha lasciato questa vita senza rimpianti: «Some people say what have I done? / But I can't reason or excuse myself. / I've lived and I've paid, / I've turned my back and sent away». Inizia con toni sommessi e un soffice tappeto elettronico; poi la voce sale di tono nel crescendo finale con assolo di chitarra elettrica. Da brividi. View from a tree è un pezzo completamente diverso, dalle venature folk, che anticipa un genere che avrà successo nel decennio successivo.
In conclusione, pur con gli ovvi limiti, The price you pay è un lavoro onesto, scritto col cuore da operai del rock quali erano gli Spear of Destiny. Il lato A è il migliore, mentre la seconda facciata risente di una sperimentazione riuscita a metà. Se trovate il vinile a poco prezzo, procuratevelo senza indugi.

6 maggio 2020

"Non amo ripetere lo stesso schema all'infinito": intervista a Diego Galeri

Ritorna “Due chiacchiere con…”, uno degli appuntamenti più seguiti del blog. Stavolta ospito Diego Galeri, che mi ha concesso un'appassionante intervista via mail. Ogni presentazione è superflua, trattandosi di uno dei musicisti più influenti della scena rock italiana. Basti dire che è stato fondatore e batterista dei Timoria, con i quali ha inciso, tra gli altri, il monumentale Viaggio senza vento (1993). Dopo lo scioglimento dei Timoria, ha fondato i Miura assieme all'amico Illorca, con i quali ha pubblicato tre dischi: In testa (2004), Croci (2008) e 3 (2009). E proprio alla parentesi dei Miura è dedicata una buona parte dell'intervista, in quanto ritengo che avrebbero meritato maggiore successo e attenzione. I suoi più recenti progetti prendono invece i nomi di Adam Carpet e del10. È inoltre un apprezzato produttore, con la sua etichetta Prismopaco. Insomma, un artista continuamente in movimento, che ama cambiare e percorrere strade sempre nuove, come da titolo dell'intervista. Per tenervi aggiornati sul suo lavoro, visitate le pagine ufficiali su Facebook e Instagram.
Prima di lasciarvi alle sue parole, lo ringrazio pubblicamente per la cortesia e la disponibilità dimostrate.

Domanda. Dei Timoria si è detto e si è scritto tanto. Sui Miura invece circolano poche notizie, nonostante si tratti di una delle formazioni italiane più interessanti della scena rock di inizio millennio. Com'è nato il progetto? Quali erano le vostre fonti di ispirazione?
Risposta. La band è nata subito dopo lo scioglimento dei Timoria. Io e Carloalberto volevamo continuare a suonare assieme e volevamo proseguire nella stessa direzione di suono. Volevamo riappropriarci della matrice rock che nell'ultimo disco dei Timoria avevamo un po' perso a favore di un sound più acustico, e nello stesso tempo volevamo contaminarci con alcuni generi musicali che ci stavano particolarmente stimolando all'epoca, stiamo parlando della fine del 2003; lo stoner rock in genere viveva un periodo florido e a noi piaceva l'approccio viscerale che avevano molte bands di quella scena. Decidemmo di contattare Killa (Francesco Capasso), già chitarrista di Alligator e Zona, che ci piaceva molto e con cui avevamo fatto dei concerti in passato. L'intesa fu immediata e insieme a lui iniziammo da subito a scrivere le canzoni che poi sono finite nel primo album In testa.

D. In testa, l'esordio dei Miura, era un lavoro di rodaggio, in parte legato anche ai trascorsi dei Timoria. Il successivo Croci del 2008, invece, è un disco maturo e potente, che ha visto la partecipazione di molti ospiti, come Moltheni, Lubjan e Giorgio Canali. Linea di confine, Perle e fiori, M.A.I.A., Scompaio, e la stessa cover de Il cielo in una stanza, sono ottimi pezzi, che avrebbero meritato maggiore successo. Puoi parlarci di questo disco? C'è qualche aneddoto particolare legato alla sua realizzazione?
R. In testa è stato un disco importante. Dopo tanti anni (17 circa) con la stessa band, fare un disco con una nuova formazione e un nuovo progetto è stato come respirare una boccata d'ossigeno e ritrovare l'entusiasmo degli esordi. Il suono di quel disco mi piace un sacco e alcune canzoni erano davvero notevoli. Croci, invece, è arrivato dopo un periodo molto travagliato e sofferto; il tragico incidente che coinvolse me e Carloalberto nel 2004  aveva lasciato un vuoto incolmabile e una pesantezza profonda. Da In testa infatti passarono tre anni, ci volle tutto quel tempo per ritrovare l'energia e la concentrazione per  fare un nuovo disco, complice anche il cambio di formazione con l'arrivo di Max Tordini (cantante dei Mesas) alla voce al posto di Jack, che richiese ulteriore tempo. Decidemmo di coinvolgere una serie di musicisti amici per suonare il basso in alcuni brani e per due feat. vocali meravigliosi (Motheni e Lubjan). Oltre a loro e a Giorgio Canali, che produsse artisticamente il disco, suonarono anche Walter Clemente dei Deasonika, Mirko Venturelli dei Giardini Di Mirò, Steve Dal Col dei Frigidaire Tango, Pietro Canali della band di Moltheni e Marcello Todde dei Matra che poi ci seguì anche in tour. Avevamo accumulato un consistente numero di brani e con Giorgio ne selezionammo dodici per la tracklist dell'album. In quel periodo avevamo ascoltato molto Oceansize, Dredg, God Machine, Cave In, Amplifier, Interpol e tutte queste influenze credo siano convogliate nel nostro modo di scrivere e suonare. Il lavoro sui testi per Croci fu corale. I giorni di lavoro in studio (Chichoi Recording Studio a Bassano del Grappa) furono particolarmente intensi, arrivavano spesso ospiti e ognuno di loro lasciava un segno importante nelle nostre canzoni. Per un certo periodo, era estate, io e Giorgio ci trasferimmo a casa sua a Ferrara portandoci dietro gli hard-disks e il Mac dello studio. Lavorammo giorno e notte a casa sua per una settimana circa, e quando era il momento di staccare io dormivo in cucina. Io e Giorgio non lavoravamo assieme dal 1989, anno in cui registrammo Colori che esplodono con lui come fonico. Giorgio è un viscerale, quel che pensa dice e quel che gli piace fa...è rimasto un grande affetto tra noi. Un evento che ricordo di quel periodo fu la realizzazione del servizio fotografico per la copertina con Michele Corleone, mio amico fraterno dai tempi dei Timoria. In una giornata infinita allestimmo il set in un garage a Vigevano, disponendo un centinaio di candele e decine di oggetti. A fine giornata dovemmo naturalmente ripulire tutto, la cera delle candele aveva imbrattato tutto il pavimento, ma le foto erano super! Per il video di M.A.I.A. invece la regia fu co-affidata a Michele (Corleone) e a Fabio Capalbo. Con sforzi sovrumani della troupe in due giorni di riprese realizzarono un video meraviglioso, anche grazie alla magistrale interpretazione di Francesco Migliaccio e Adriana Busi. Il periodo di Croci fu molto intenso, le cicatrici erano certamente rimaste profonde ma almeno ritrovai la consapevolezza di voler fare musica ancora.

D. E veniamo all'ultimo album, intitolato semplicemente 3 e uscito nel 2009. È un lavoro che si distacca dai precedenti, forse più vicino al sound statunitense. Potresti spiegarci le ragioni di questo “cambiamento di rotta”?
R. Personalmente sono sempre stato molto “curioso” e in qualche modo mi annoio facilmente... Non amo ripetere lo stesso schema all'infinito, motivo per il quale non mi piace particolarmente guardare al passato come spesso fanno alcuni miei colleghi. Croci era stato un punto di svolta importante per la band, serviva guardare avanti ed evolversi. Non a caso chiamammo Giacomo Fiorenza a produrre il disco. Il lavoro che aveva fatto con Moltheni e Giardini di Mirò ci era piaciuto molto e pensavamo che potesse dare il giusto “feel” alle nuove canzoni che avevamo scritto. Fu così. Giacomo è un produttore “no compromise”, ha il suo suono e il suo concetto di musica ben in testa. Dunque, più che in altre occasioni, ci facemmo guidare affidandogli gran parte delle scelte di arrangiamento e mix. Credo sia in ogni caso l'attitudine che serve quando affidi la tua musica ad un produttore artistico; non ho mai capito chi sceglie un produttore e poi ne contesta continuamente il lavoro. Registrammo 3 in uno studio ricavato in una vecchia casa nel borgo disabitato di Cattognano in Lunigiana; Claudio Morselli, con il quale avevo già lavorato per gli ultimi tre dischi dei Timoria e per In testa, aveva da poco avviato quel meraviglioso studio e, dopo un sopralluogo, decidemmo che era il posto ideale per fare il disco che avevamo in mente. Per circa sei settimane rimanemmo là, completamente isolati ad eccezione di qualche discesa a valle per le sagre del panigaccio. Giacomo portò un sacco di suoi strumenti vintage e per registrare usammo quasi esclusivamente quelli. Fu un'esperienza straordinaria sia dal punto di vista umano che da quello artistico. Con Giacomo ho esplorato mondi musicali con i quali mi ero confrontato raramente e che mi hanno profondamente influenzato anche per i dischi a seguire...Sparklehorse su tutti. Come primo singolo scegliemmo Normale, un brano il cui testo era mio, una sorta di stato dell'arte della mia vita in quel momento. Il video di Normale fu meravigliosamente realizzato in animazione da Diego Lazzarin. Nei concerti che seguirono la pubblicazione del disco, al basso con noi suonò Walter Clemente (Deasonika) con il quale ho instaurato un rapporto di amicizia e stima reciproca che dura tutt'oggi.

D. A un certo punto dei Miura si sono perse le tracce, senza che sia stato annunciato uno scioglimento ufficiale (salvo che a me sia sfuggito). Se non sono indiscreto, quali sono le ragioni che vi hanno portato a interrompere il sodalizio?
R. È stata un'evoluzione naturale delle cose. Dopo 3 abbiamo scritto e registrato una manciata di canzoni nuove ma, nonostante fossero ottimo materiale, non abbiamo più trovato lo stimolo per continuare. In qualche modo percepivo che l'energia si era esaurita. A quel punto sentii l'esigenza di cambiare strada. Adam Carpet nacque nella mia testa in quel periodo e ne parlai per primo con Killa (Francesco Capasso). Da lì iniziò un nuovo percorso musicale e artistico che ad oggi credo sia una delle cose migliori che ho fatto.

D. Oggi si parla tanto di indie, parola forse abusata perché molti musicisti che si definiscono tali sono sostenuti da major. È una definizione che potrebbe essere data ai tuoi progetti post-Timoria, ossia Miura e Adam Carpet?
R. Se parliamo di indie inteso come musica prodotta in maniera indipendente assolutamente sì. Miura e Adam Carpet sono esistiti grazie alla forza, anche economica, delle due band in primis, con l'aiuto poi di label indipendenti come Edel, Target, Rude Records, Irma Records e non ultima la mia Prismopaco con cui produssi 3 dei Miura. L'indie di oggi non ha nulla a che fare con la musica indipendente, è un'etichetta, un modo per targettizzare la musica. Non mi sono mai piaciute le etichette, ma se proprio dobbiamo usarne per definire la musica che ho fatto e faccio, mi piace usarne tante tutte assieme.

D. Tu sei anche un produttore, con l'etichetta che hai fondato qualche anno fa, la Prismopaco. Puoi parlarci di questo progetto?
R. Prismopaco è una label che ho fondato nel 2008 in totale autonomia. Essendo io l'unico a lavorarci, beneficio dei vantaggi di gestire in totale autonomia le scelte artistiche, spesso schizofreniche, e di contro subisco gli svantaggi di non avere una struttura che possa avere la forza che servirebbe per promuovere la musica come si deve. Con gli artisti che si propongono cerco di essere sempre molto limpido sulle reali capacità di penetrazione sul mercato, non faccio promesse che non posso mantenere; chiarite le premesse, se si decide di lavorare assieme ci metto il massimo. Negli anni ho avuto le mie piccole soddisfazioni con i dischi di Stoop, Kitsch, che ho prodotto anche artisticamente nello studio di Cattognano, Royal Bravada, Richard J Aarden, Slowtide, Barack, Yellow Moore, Softloud, The Perris, Merkel Market, Psychovox, The Circle, MUTO, In.Visible, Tita, Coclea, Dave Muldoon, Deltacut, Nails And Castles, March Division, Matteo Sand, e tutti dischi pubblicati con i miei progetti del10 e Gentle Eyes In The Gloom... Tutti dischi bellissimi che mi hanno dato tanto anche se magari non hanno fatto grandi numeri.

D. Il supporto materiale perde terreno, addirittura si parla di una prossima scomparsa del compact-disc a tutto vantaggio della musica liquida. Eppure il vinile resiste e ogni anno guadagna una consistente fetta di mercato. Da addetto ai lavori, quale sarà secondo te il futuro dell'industria discografica?
R. Difficile dirlo, in questo momento poi ancora di più. Il mercato digitale è in continua e rapidissima evoluzione, ormai non si può più prescindere dal digitale, bisogna farci i conti, ma bisogna anche avere l'attitudine giusta nella comunicazione sulle piattaforme. Il mercato digitale viaggia su binari diversi da quelli del fisico, c'è bisogno continuamente di contenuti, e solo chi ha un forte “carattere” sui social riesce ad emergere e farsi notare nel mare magnum della musica liquida. Ma il ritorno del vinile è un indice importante, gli appassionati di musica secondo me hanno ancora bisogno di matericità e di qualità, il vinile conferisce alla musica la giusta dignità e sono convinto che, a differenza del cd, non scomparirà mai.

D. Stiamo vivendo un'emergenza sanitaria senza precedenti e la musica ne sta risentendo pesantemente: basti pensare al fatto che un'intera stagione di concerti è stata annullata. Molti analisti sostengono che, una volta cessata l'emergenza Covid-19, niente sarà come prima e non saranno più consentiti i concerti affollati. Tu cosa ne pensi? Quale sarà secondo te il destino della musica dal vivo, quantomeno nel prossimo futuro?
R. Oggi la crisi generata dalla pandemia ha aperto nuovi scenari imprevisti, come il boom di eventi in streaming da casa o da location senza pubblico. Spero vivamente si tratti di una fase temporanea. Ho sempre pensato ai concerti come una risorsa importante e insostituibile per gli artisti, proprio perché esperienza unica di aggregazione e unico momento in cui una band o un artista si esprime istantaneamente e comunica dal vivo con il proprio pubblico. Oggi però anche questa certezza è messa in dubbio. Non so, io sono sempre fiducioso, credo che questa situazione si risolverà e torneremo ad una vita “normale” pur con una nuova consapevolezza. Ma navighiamo a vista. Di certo non sarò felice se l'unico modo per assistere ad un concerto sarà di farlo chiuso nella propria auto.

D. Quali sono i tuoi progetti futuri, come musicista e produttore?
R. Nel prossimo futuro ci sono un disco con un progetto rock inedito, un disco di del10, un paio di collaborazioni e altre cose a cui sto pensando... Mi piacerebbe poi tornare a lavorare con Adam Carpet, se troveremo i giusti incastri non lo escludo affatto. Purtroppo non è il momento ideale per pianificare, bisognerà vedere come si evolve la situazione Covid, ma le cose in cantiere sono diverse e spero di poter tornare a lavorarci presto. Per ora si fa quello che si può. Sono convinto che nella musica, una volta archiviato questo periodo di crisi terribile, ci sarà un'esplosione di energia mai vista. Ci vuole tenacia e fiducia ma i musicisti e tutti quelli che lavorano in questo mondo sono abituati a fare tanti sacrifici e a confrontarsi con situazioni precarie... Sapremo trovare la forza di reagire.
Diego Galeri alla batteria (foto di @stebrovettoph)
I Miura, foto tratta dal libretto di Croci (2008)

3 maggio 2020

Una "camera con vista" sul mondo della musica: il "Dizionario del pop-rock"

La mia non vuole essere una recensione, ma un vero e proprio omaggio al libro più caro e sfogliato della mia biblioteca: il Dizionario del pop-rock 2006, a cura di Enzo Gentile e Alberto Tonti. Ha una struttura semplice e funzionale, al pari di un qualsiasi dizionario enciclopedico. Di ogni artista sono riportate brevi note biografiche e un elenco di tutti i dischi pubblicati, con sintetiche ma ficcanti recensioni e un voto da una a cinque stelle. Abituati ad avere sotto mano una miriade di informazioni grazie alla rete, un libro del genere può sembrare superato e poco utile. E invece, a distanza di quindici anni, per me rimane ancora un punto di riferimento della cultura musicale, la bibbia da consultare prima di acquistare un album. Quando l'ho preso, nel 2006, non c'erano gli smartphone e non avevo l'ADSL; giocoforza, il Dizionario cartaceo costituiva la mia “camera con vista” sul mondo della musica. E voglio allora omaggiarlo, esaltandone i punti di forza.
1. Il Dizionario mi ha fatto conoscere artisti che probabilmente da solo non avrei mai incontrato. Innumerevoli i dischi che ho acquistato perché spinto dalle sue brevi didascalie: mi vengono in mente Giancarlo Onorato, Charlatans, Dr. Feelgood, Van Der Graaf Generator.
2. Come ogni enciclopedia che si rispetti, c'è tutto (o quasi): si va dal rock and roll al grunge, dalla psichedelia al punk, dal progressive al britpop, dalla dance all'elettronica. Ampio spazio è dedicato agli artisti più famosi, ma non mancano i nomi oscuri della wave britannica (come i Comsat Angels), i cantautori meno noti (Willie Nile), oppure certe band rock di buon talento ma scarso successo (come gli Spear of Destiny).
3. C'è tanta (ma proprio tanta) musica italiana. Alcuni potrebbero parlare di provincialismo, ma io ho sempre apprezzato questa caratteristica del Dizionario, che lo rende diverso da libri concorrenti. Dentro c'è praticamente tutto il rock italiano, dal progressivo ai gruppi emergenti di inizio millennio, nonché tutti i cantautori, compresi quelli di nicchia, come Garbo o Juri Camisasca.
4. Le recensioni sono essenziali ma efficaci. Poche parole che rimangono in mente grazie a un linguaggio che predilige l'aspetto emozionale rispetto a quello tecnico. Esemplare l'incipit della recensione di Aria di Alan Sorrenti: «la Napoli che meno ti aspetti, rivoluzione di suoni e poesia, passando da Londra e dall'Inghilterra, dove risciacquare i panni della sperimentazione, della ricerca, di una vocalità che non ha frontiere». Oppure, si pensi alle parole spese per descrivere Forever changes dei Love, definito «il capolavoro nascosto della stagione psichedelica, la celebrazione in undici capitoli della creatività egocentrica di Arthur Lee». Magistrali le parole utilizzate per riassumere l'essenza dell'album che preferisco dei Litfiba: «nello scrigno di 17 Re c'è spazio per liquidità, impressioni e suggestioni psichedeliche, per le elettriche lancinanti di Ghigo come pure per i timbri delle tastiere di Aiazzi e la teatralità vocale di Pelù».
5. Il sistema di votazione dei dischi, basato sulle classiche stelle, utile soprattutto per gli artisti che hanno una corposa discografia. Quando ho dovuto scegliere da quale album cominciare per artisti come Rolling Stones, Pixies o Sonic Youth, ho optato per i lavori a cinque stelle. Questo non vuol dire che mi trovi sempre d'accordo con i voti del Dizionario; le due misere stelle appioppate a Boxe dei Diaframma (per me un capolavoro) gridano ancora vendetta!
Non ho la presunzione di affermare che si tratti del migliore o del più completo libro sull'argomento; il mio è un semplice omaggio, per via dei tanti ricordi che mi legano al volume. Per tutti questi anni il Dizionario del pop-rock è stato – e lo è tuttora – un punto di riferimento, come un amico più grande e saggio, a cui rivolgersi quando si ha un dubbio. E lui, che di musica ne ha macinata davvero tanta, ogni volta ti sorride sornione e sa darti il giusto consiglio, senza chiedere nulla in cambio.

21 aprile 2020

"Un bellissimo novembre" di Ercole Patti: la resa dell'innocenza

Da più parti si invoca la riscoperta del catanese Ercole Patti (1903-1976), una delle voci più intense della letteratura italiana del Novecento, che meriterebbe un'attenzione maggiore da parte di pubblico e critica. Le sue opere hanno un sapore profondamente siciliano, o più genericamente meridionale; eppure, a differenza di tanti scrittori del realismo meridionalista del Novecento – quali ad esempio Silone e Jovine –, il siciliano Patti non guardava alla realtà con l'occhio critico del polemista, quanto piuttosto con lo sguardo benevolo e allegorico del poeta. Pur non essendo un grande conoscitore della sua vasta produzione, ho letto Giovannino e Un bellissimo novembre, che mi hanno favorevolmente impressionato. Il punto di forza è nella scrittura agevole, ricercata senza essere sofistica, che Montale descrisse con un ossimoro, la “facilità difficile”.
Un bellissimo novembre, finalista al Premio Strega 1967, contiene elementi scabrosi e tragici; ciononostante, si dipana su ritmi lenti, senza strattoni fino al convulso finale. La trama ruota intorno a un topos della letteratura: l'iniziazione sentimentale e sessuale di un giovane da parte di una donna più grande. Mi vengono in mente, ma si potrebbero fare innumerevoli esempi, Il diavolo in corpo di Radiguet e, per rimanere entro i confini nazionali, Estate al lago di Vigevani.
Il protagonista è Nino, un sedicenne di Catania che ogni anno, al tempo della vendemmia, lascia la città per trascorrere con la madre alcune settimane di villeggiatura nell'avita dimora di campagna dello zio Alfio, a Zafferana Etnea. La vicenda si svolge interamente durante una lunga e tiepida Estate di San Martino dell'anno 1925, che segna per Nino la perdita dell'innocenza e la precoce iniziazione alla vita adulta. La trasformazione avviene per merito – o si potrebbe dire per colpa – della zia Cettina, che accende i sensi del ragazzo fino a farlo bruciare di una morbosa e infine tragica passione. Il fulcro della storia è dunque la relazione torbida e incestuosa tra la zia e il nipote: un semplice gioco per la prima, un clamoroso turbamento per il secondo.
E se certamente Cettina e Nino sono gli assoluti protagonisti del libro, Patti è abilissimo nel tratteggiare i personaggi di contorno, sia pure con fuggevoli pennellate. Si pensi allo sciupafemmine Sasà Santagati, oppure allo zio Alfio, che compare in un brevissimo cameo, sufficiente però a scolpirlo nella mente del lettore come uomo infido, avaro, attaccato alla “roba”. Poi c'è l'altra protagonista: la meravigliosa e selvaggia campagna etnea. Le descrizioni di Patti sono così realistiche che al lettore sembrerà davvero di camminare lungo l'infinita ràseda, di aggirarsi per vigne e castagneti, assaporando succosi fichi d'India, godendo del silenzio interrotto da qualche secca schioppettata, che cerca di intercettare il volo migratorio delle calandre.
Il romanzo vive di antitesi. La prima è quella tra campagna e città, che di fatto rispecchia la contrapposizione tra due età. La campagna rappresenta l'eterna vacanza, la spensieratezza dell'infanzia, l'ozio e la beatitudine della stagione, parola che in molti dialetti meridionali identifica l'estate. La città è invece l'inverno, raffigura il grigiore del dovere scolastico e lavorativo, le preoccupazioni e le ossessioni dell'età adulta. Anche i personaggi si collocano in posizioni antinomiche: Cettina è la carnalità, la madre di Nino è invece una presenza astratta, il cui spessore fisico è prima negato e poi decisamente rifiutato. Oppure si pensi alla dabbenaggine del marito di Cettina, il povero Biagio, cui fa da contraltare la sfrontatezza di Sasà. In questo caleidoscopio di personaggi granitici, scolpiti nella pietra, per Nino è difficile trovare un posto nel mondo. Lui è fatto ancora di sostanza tenera, cangiante, poco resistente alle intemperie della vita; non ha speranza, basta un moto incontrollato del cuore per ridurlo alla follia e infine al silenzio.
Consiglio vivamente la lettura di Un bellissimo novembre, un classico moderno baciato dal successo di critica e pubblico, oggetto anche di una fortunata riduzione cinematografica. È una lettura agevole ma al tempo stesso immersiva, forse l'apice del grande scrittore siciliano.
Vecchia edizione Garzanti (1971)

9 aprile 2020

Svitol e Giulio Manieri, naufraghi sull'isola che non c'è (più)

Era da tempo che avevo programmato la visione di Maledetti vi amerò (1980), film d'esordio di Marco Tullio Giordana, regista che ho avuto modo di conoscere ai tempi del liceo con la proiezione de I cento passi. L'evento che infine mi ha spinto ad attuare il proposito è stata la recente scomparsa del grande Flavio Bucci, che ne è l'assoluto protagonista. E in effetti non è possibile pensare ad un interprete migliore: il suo volto asimmetrico e l'espressione stralunata sono perfetti per rendere l'alienazione del personaggio principale.
Riccardo, detto Svitol, ritorna nella città natale di Milano dopo sei anni di esilio volontario in Venezuela. Non ci è dato sapere il motivo del suo allontanamento dall'Italia: forse la volontà di evitare guai con la giustizia, sebbene non abbia che piccole segnalazioni di polizia. O forse, più verosimilmente, la scelta di cambiare aria per respirare altrove un sogno di libertà e rivoluzione impossibile nel Belpaese. Svitol è stato uno dei protagonisti del Sessantotto, un irriducibile “compagno”, di quelli che credevano davvero di poter cambiare il mondo. Ma l'Italia che trova al ritorno non è più quella che ha lasciato. Sono passati solo sei anni, ma eventi luttuosi hanno stravolto gli equilibri e scavato in profondità nell'animo dei cittadini: le stragi senza nome, gli opposti antagonismi, i ragazzi ammazzati di destra e di sinistra, l'assassinio di Pasolini, le Brigate Rosse e quelle nere, i tentativi di golpe, i servizi deviati, l'omicidio di Aldo Moro.
Svitol prova a riappropriarsi del suo mondo, ma deve amaramente convenire che per lui non c'è più posto. Da temibile rivoluzionario è diventato un reietto, un personaggio privo di spessore come un disoccupato qualunque, ignorato persino dal sistema che si era illuso di combattere. Inizia allora un estenuante andirivieni per la città, alla ricerca degli amici di un tempo, nella speranza che almeno loro non siano cambiati. Scoprirà invece che quanti stavano con lui sulle barricate hanno in un modo o nell'altro tradito i vecchi ideali: c'è chi è diventato agente di borsa, chi si è arricchito più o meno lecitamente, chi è schiavo dell'eroina e chi campa con piccoli commerci di articoli usati. Nessuno ha proseguito sulla strada dell'intransigenza, tutti si sono arresi di fronte all'amara constatazione che «ne ammazza più la depressione che la repressione». Sconfortato e deluso dai vecchi compagni, Svitol, per un incredibile paradosso, diventa confidente e amico di un commissario di polizia, interpretato da un gigantesco Biagio Pelligra, attore mai sufficientemente lodato. Anche il commissario è un personaggio ai margini, che ha perso entusiasmo nel proprio lavoro da quando ha scoperto il filo rosso che unisce apparati deviati dello Stato ed eversione. Pure lui è solo, perché «alle donne che piacciono a me, non piacciono i commissari».
Maledetti vi amerò è un film del 1980, figlio dei suoi tempi e per questa ragione un po' invecchiato. Vale certamente come testimonianza storica di un'epoca complicata e decisiva; è dunque uno strumento di analisi più immediato ed efficace di tanti libri sull'argomento. All'epoca se ne discusse molto, e se ho deciso di scriverci qualche riga è per una certa somiglianza con un vero e proprio capolavoro del nostro cinema, San Michele aveva un gallo dei fratelli Taviani, interpretato dal compianto Giulio Brogi. Non sono il solo ad aver notato il parallelismo tra Svitol e Giulio Manieri, come ho avuto modo di verificare navigando sulla rete. Manieri è il protagonista del lungometraggio dei Taviani; è un anarchico individualista, condannato a una lunga e solitaria detenzione dopo il fallimento di un'azione insurrezionale. Anche in questo caso il suo unico amico è un pietoso secondino (Daniele Dublino). Dopo anni di isolamento in cella, è trasferito in un altro carcere; durante il viaggio ha modo di conoscere un gruppo di rivoluzionari socialisti, con cui cerca di stabilire un contatto. L'esito è infausto, perché Giulio si rende conto di essere un relitto storico, di non comprendere le parole dei suoi compagni di prigionia e di non essere compreso da loro. I suoi ideali e il suo linguaggio sono irrimediabilmente vecchi, superati, inutili; il suicidio diventa allora l'unica strada possibile. Identica dinamica per Svitol, che invece si fa ammazzare dall'amico poliziotto, piuttosto che farla finita da solo. Se dunque ne estrapoliamo il senso profondo e universale, anche attraverso un'analisi comparativa, Maledetti vi amerò è un film che può uscire dal recinto ideologico in cui altrimenti sarebbe confinato. È il racconto lucido e disincantato della fine di un'epoca, che porta con sé, come è ovvio e naturale che sia, la fine dei suoi protagonisti e ideali, destinati ad arrendersi al vento del cambiamento.
Il commissario (Biagio Pelligra) e Svitol (Flavio Bucci) sulla locandina

31 marzo 2020

"Among my swan": istantanee da un pianeta malinconico

È facile innamorarsi di Hope Sandoval. Bisognerebbe avere il cuore di pietra per non capitolare di fronte al suo sguardo di enigmatica innocenza, essere senz'anima per non lasciarsi vincere dalla sua voce suadente e dai testi malinconici. È lei «l'angelo caduto in volo» di battistiana memoria. Il suo canto, direbbe Battiato, «incatena come il coro delle sirene di Ulisse». Eppure non possiamo dimenticare l'altro deus ex machina del progetto, il polistrumentista Dave Roback, recentemente scomparso. Senza la sua chitarra, i Mazzy Star sarebbero stati ricordati al massimo come un buon gruppo di revival folk. E invece sto parlando di una band di grande valore, sebbene di piccolo culto, attiva dal 1987 al 1996 e poi di nuovo dal 2011 fin quasi ai giorni nostri; sconosciuta ai più, sorprenderà chi avrà voglia di cimentarsi nell'ascolto.
L'idea della premiata ditta Sandoval/Roback era tanto semplice quanto efficace: mescolare nello stesso calderone il revival folk e la corrente psichedelica degli anni Sessanta con il dream pop di fine Ottanta. Il risultato è esoterico e conturbante, a metà strada tra Fairport Convention e Velvet Underground, il tutto però nell'epoca del grunge e dello shoegaze. Tralasciando il profluvio di termini inglesi e definizioni più o meno calzanti, basti dire che erano un ensemble originale, che proponeva una musica intimista e crepuscolare, in netto contrasto con la “guerra del volume” imperante all'epoca.
Among my swan è il terzo e ultimo album della loro prima stagione, pubblicato nel 1996 per la Capitol. Seguiva l'esordio di She hangs brightly (1990) e il successivo So tonight that I might see (1993). Dodici tracce, tutte scritte dal duo Sandoval/Roback, dodici gemme di matrice folk attraversate da un impalpabile nervosismo elettrico. Non è niente di assolutamente nuovo, eppure i brani parlano un linguaggio innovativo, sì che è arduo trovare precedenti. Il tocco femminile e tormentato della Sandoval emerge nel canto sommesso, sussurrato, frutto di naturale e invincibile ritrosia. Roback si divide invece tra chitarre elettriche e acustiche, tastiere e “other instruments”, come riportato nelle note di copertina; i suoi virtuosismi strumentali sono il necessario completamento dell'anima a due volti dei Mazzy Star. Gli altri musicisti coinvolti nelle registrazioni di Among my swan erano Keith Mitchell alla batteria, William Cooper alla chitarra e Jill Emery al basso, con un cameo di William Reid in Take everything.
Non amo l'analisi traccia per traccia, ma in questo caso aiuta a comprendere la ricchezza di spunti e ispirazioni di un album vario eppure omogeneo. L'apertura di Disappear ricorda smaccatamente i Velvet Underground di Sunday morning, grazie al tappeto lisergico delle tastiere su cui si staglia la voce della Sandoval, dolce come il miele e pericolosa come veleno. Flowers in December è invece un perfetto brano folk, con tanto di armonica e violino; predominano atmosfere brumose e malinconiche, vero e proprio marchio di fabbrica della band. Una splendida versione dal vivo del brano è disponibile su You Tube. Rhymes of an hour richiama i migliori Fairport Convention; i Mazzy Star però sapevano andare oltre, regalandoci un brano sognante a metà strada tra la Scozia e l'India. Tastiere languide e chitarra acustica dominano nella successiva Cry, cry, ottimo gioiello pop. La quinta traccia, Take everything, è forse la vetta dell'album. L'insinuante voce della Sandoval stavolta sale di tono, e mette i brividi la coda strumentale, arricchita dalla chitarra acida di un ospite d'eccezione, William Reid dei Jesus and Mary Chain. Still cold, che inizia al ritmo di percussioni tribali, ha quasi un'attitudine punk, almeno secondo i canoni dei Mazzy Star; ci ricorda che non ci troviamo di fronte ad un album della “summer of love”. C'è ancora spazio per la piacevole parentesi country di I've been let down, prima che Hope Sandoval indossi i panni di Nico nella meravigliosa Roseblood. È qui che passato e presente trovano un perfetto connubio, tra Velvet Undergound e chitarre alla JAMC. Il tutto però filtrato ed etereo, come se la musica provenisse da un'altra dimensione, o forse al di là dello specchio. Nel trittico finale spicca Look on down from the bridge, una struggente ballata perfetta per ogni addio; è la summa dell'arte dei Mazzy Star, vero e proprio manifesto di una musica inquieta e nostalgica.
I primi tre album del gruppo americano non possono mancare in una collezione che si rispetti. A dover scegliere, si può cominciare proprio da Among my swan, che può essere definito il disco della maturità, nonché quello di maggior successo. Acquistatelo senza indugi; male che vada, vi innamorerete di Hope Sandoval.
L'essenziale copertina di Among my swan (1996)
Particolare del libretto interno del CD 

20 marzo 2020

Cavalcare la "nuova onda": l'omonimo disco d'esordio degli Psychedelic Furs

Ho scritto altrove che la new wave britannica accomunava gruppi dalle anime differenti. C'era chi esplorava umori plumbei (Joy Division; The Sound), chi non aveva rotto i ponti con il punk (Echo & The Bunnymen), chi proponeva soluzioni raffinate (Japan; The Comsat Angels; The Chameleons), chi giocava con l'elettronica (New Order), chi coltivava nevrosi urbane (Magazine). In questo calderone ribollente di idee, un posto di spicco era occupato da The Psychedelic Furs, sestetto londinese nato nel 1977, che pubblicò il primo omonimo LP nel 1980. Proprio di questo lavoro intendo parlare, facendo una dovuta precisazione. Il disco pubblicato in Inghilterra è composto da nove tracce, mentre la versione americana diverge per una copertina alternativa, ma soprattutto per la scelta e l'ordine dei brani. In particolare, l'edizione per il mercato statunitense conta dieci tracce, per effetto dell'eliminazione di Blacks/Radio e l'aggiunta di Susan's strange e Soap commercial. La mia recensione si riferisce a quest'ultima versione.
La formazione era composta da sei elementi: Richard Butler (voce), il fratello Tim al basso, John Ashton e Roger Morris alle chitarre, Vince Ely (batteria) e il sassofonista Duncan Kilburn. Il sestetto era ben collaudato: l'intreccio tra chitarre e sassofono ne era il marchio di fabbrica, assieme all'inconfondibile voce di Richard Butler, così simile ad una cantilena. L'aggettivo "psychedelic" non è scelto a caso, ma richiama la corrente di metà anni Sessanta, sebbene la band londinese adottasse un linguaggio moderno, con pochi agganci al passato. Bowie è forse il più immediato punto di riferimento, con echi alla Kinks e Velvet Underground. Il punk occhieggia dietro l'angolo, ma la sua furia selvaggia è ammansita da un linguaggio più raffinato e colto.
Il disco vive di fasi alterne, intervallando pezzi destinati ad entrare nella storia della new wave a momenti trascurabili. Alla prima categoria appartiene certamente l'iniziale India, che cala l'ascoltatore nelle atmosfere tipiche della band; è una sorta di disordine ragionato, in cui gli unici punti di riferimento sono le chitarre effettate e la voce grave di Richard Butler. I livelli restano altissimi con la plumbea Sister Europe, a cui è legato un divertente aneddoto. Secondo il racconto di Richard Butler, fu il produttore Steve Lillywhite a suggerirgli il modo di cantare: “vai in un pub e scolati due birre; quando tornerai, ti voglio sentire cantare come farebbe uno che parla al telefono alle tre del mattino”. Ma il capolavoro del disco rimane l'iconica Imitation of Christ: musica e testo raggiungono l'apice, in un crescendo di immagini vivide che lasciano senza fiato. Susan's strange è invece una traccia presente solo nella versione statunitense, ma sarebbe sbagliato definirla un mero riempitivo. L'incedere è lento e sognante, regala momenti di placida spensieratezza rispetto agli altri brani citati. Egualmente valida è l'altra canzone presente solo sulla versione a stelle e strisce, Soap commercial. Il resto scorre via senza particolari sussulti, con brani che avrebbero forse meritato una scrittura più meditata (su tutti, Wedding song e Flowers).
Molte riviste e siti specializzati lo considerano un lavoro imprescindibile per chiunque voglia approcciarsi alla new wave. Non nego che si tratti di un disco di agevole assimilazione, quantomeno rispetto a lavori maggiormente complessi e innovativi. Questo però ne è anche un evidente limite; se è vero che vi sono gemme di altissima qualità, resta pur sempre una tracklist poco omogenea, che risente pesantemente del tempo passato nei pezzi di minore valore assoluto. A mio avviso, è più che altro un necessario completamento, destinato a quanti abbiano voglia di approfondire un genere che ha dato la stura a tutta la produzione successiva, compresa quella contemporanea.
 Copertina dell'edizione statunitense
Retro dell'edizione statunitense (LP)

7 marzo 2020

"Fame" di Knut Hamsun: la povertà è la suprema dannazione

Inizio con una considerazione banale: la fame è la vera protagonista di questo celebre romanzo del Premio Nobel norvegese Knut Hamsun (1859-1952). Andando più a fondo, si scopre che la “fame” del titolo non è intesa solo in senso materiale, ma anche spirituale, come fame di vita, di sapienza, di emozioni. Il protagonista, vero e proprio alter ego dell'autore, è un giovane letterato, narciso ed egocentrico, convinto di essere una mente eletta ma incompresa dai contemporanei, tacciati di grettezza e conformismo. Per campare scrive articoli su un paio di quotidiani, ma deve fare i conti con due nemici implacabili: la scarsa ispirazione e la povertà. Gli unici beni che possiede sono un mozzicone di matita e un fascio di fogli bianchi, su cui riversa pensieri torrenziali e confusi sull'arte, la società, la politica, la morale e persino la religione. I suoi scritti non sempre incontrano il favore degli editori, perché considerati incendiari e rivoluzionari, inadatti ad un pubblico addomesticato e piccolo-borghese. Dopo una serie di rifiuti, esaurite anche le poche corone rimediate occasionalmente, egli scivola lentamente nella miseria più nera, arrivando persino a scucirsi i bottoni della giacca nella speranza di poterli dare a pegno. Si ritrova così a vagare per Christiania (vecchio nome di Oslo), la città «che nessuno può lasciare senza portarne addosso le cicatrici», alla ricerca spasmodica di denaro e ispirazione.
Il romanzo narra con un ritmo serrato le peregrinazioni dello squattrinato protagonista per le vie della capitale norvegese, gli innumerevoli tentativi di raggranellare qualche spicciolo per riempire la pancia o pagare la pigione della misera stanza presa in locazione. Sono vicende spesso grottesche o al limite del paradosso, che catapultano il lettore in una realtà di amaro disinganno, dove conta quanto si possiede in tasca e non quanto si ha in testa. La povertà è dunque la suprema dannazione, più ancora della pazzia. Si pensi ad uno dei punti cruciali del romanzo, l'incontro tra il protagonista e una misteriosa ragazza che in un primo momento si innamora di lui, per poi abbandonarlo quando si avvede della sua miseria. Ella è pronta a perdonargli tutto, ma non la povertà. Il suo sentimento vacilla credendolo un pazzo o un criminale, eppure resiste; crolla infine quando si avvede che l'uomo che le sta di fronte è uno straccione.
Fame è soprattutto un libro di sensazioni fisiche, visive e tattili; l'immedesimazione col protagonista è in questo senso totale. Il romanzo si sviluppa su due piani, il “fisico” e lo “psicologico”. Sotto il primo profilo, Hamsun riesce a trasmettere al lettore le medesime sensazioni provate dal protagonista: la nausea, la debolezza estrema, il dolore agli arti, il senso di vuoto allo stomaco che cerca di colmare masticando trucioli di legno. Quanto al piano psicologico, si tratta di un impeccabile resoconto della graduale ma inesorabile discesa verso la follia. I due piani si compenetrano: il protagonista impazzisce perché affamato, ma al contempo soffre la fame perché ossessionato dai mostri di un pensiero non conforme, che lo relega ai margini della società civile, in cui non c'è spazio per i suoi scritti visionari. 
Il libro ha i tratti del romanzo picaresco, sebbene si tratti di una definizione riduttiva. Anche il picaro ha “fame di vita”, ma vive allegramente la propria condizione; da ottimista qual è, sa che ogni giorno riuscirà a mettere insieme il pranzo con la cena, senza troppo penare. La sua è essenzialmente fame di pancia. Il protagonista di Hamsun, invece, non sa darsi pace, perché la sua è fame di successo, desiderio di vedersi riconosciuto un posto privilegiato nel mondo. Non è spensierato, ma porta addosso tutte le nevrosi e le ossessioni dell'uomo moderno, prima fra tutte quella per il dio denaro. In ciò somiglia a Gordon Comstock, il protagonista di Fiorirà l'aspidistra, con la differenza che Fame è stato scritto circa quarant'anni prima del capolavoro di Orwell. Impossibile allora non riconoscere la straordinaria modernità di Hamsun, che ha avuto la capacità di precorrere i tempi; per stile, tematiche e sensibilità, Fame è a tutti gli effetti un libro novecentesco, sebbene sia stato pubblicato nel 1890.