Il conflitto nordirlandese è tra le pagine
della storia del Novecento entrate con maggiore intensità nella memoria
collettiva, non solo britannica. Libri, film e canzoni hanno cercato di
raccontare una vicenda complessa e dolorosa, mai davvero chiusa, che ha aperto
ferite sanguinanti e lasciato una lunga scia di lutti. C'è un termine inglese che
racchiude tutto ciò: Troubles. È una parola generica e pregna di un'ironia tipicamente
britannica, traducibile come “problemi” o “disordini”; indica in gergo il
conflitto combattuto in Ulster tra il 1969 e il 1998. Cattolici da una parte e
protestanti dall'altra, repubblicani i primi e lealisti i secondi, i cattolici
desiderosi di liberarsi dal giogo inglese e i protestanti unionisti e
filo-britannici. È una semplificazione di una realtà
ben più complessa, ma rende l'idea.
Letteratura, Musica, Scrittura, Cinema e altri argomenti. Per un pensiero non allineato.
18 agosto 2021
"Cal" di Bernard MacLaverty: catarsi d'Irlanda
Bernard
MacLaverty, scrittore nato a Belfast nel 1942, è autore di una delle opere più
intense e struggenti sui Troubles. Il suo romanzo Cal fu pubblicato nel 1983 e
il successo di pubblico e critica fu così immediato che già l'anno successivo
fu oggetto di una fortunata riduzione cinematografica con Hellen
Mirren. Cal McCrystal, il protagonista del libro, è un diciannovenne cattolico
che vive assieme al padre Shamie a Magherafelt, una cittadina dell'Ulster a
maggioranza protestante. Cal è un militante dell'IRA, anche se riottoso e poco
convinto. È privo di una profonda coscienza
politica, né aderisce con abnegazione all'organizzazione. Per lui la militanza,
che per la verità si riduce a un paio di azioni con ruoli da comprimario, è la
naturale conseguenza del suo essere cattolico in un paese dominato dalla
maggioranza protestante. Sebbene agisca di malavoglia e quasi sotto violenza
morale, Cal è profondamente immerso nel clima di violenza del suo Paese. Egli è
al tempo stesso vittima, carnefice e inane spettatore della tragedia che si
consuma quotidianamente sulle strade e nei luoghi di aggregazione dell'Irlanda del Nord.
Durante una delle due azioni a cui partecipa in qualità di autista, l'IRA
uccide un militante unionista, un riservista della RUC sposato con una donna di
origini italiane, Marcella D'Agostino. Il caso vuole che Cal vada a lavorare
nella fattoria dove vive Marcella, ignara del fatto che proprio lo schivo
diciannovenne ha concorso a renderla vedova.
MacLaverty
dimostra una notevole capacità di approfondimento psicologico dei suoi
personaggi. Si pensi al rapporto tra Cal e Marcella, che è il tema portante
dell'opera. L'operazione letteraria era tutt'altro che semplice: mettere in
scena l'amicizia e la passione tra la vittima inconsapevole e il colpevole
pentito, senza cadere nel manierismo e nel qualunquismo. L'Autore ha
scansato con disinvoltura i rischi, tanto che la vicenda non si discosta mai
dai parametri della verosimiglianza, né appare forzata nelle premesse e negli
esiti, anche quando l'amicizia tra i due si trasforma in qualcosa di più
profondo. Ritengo che la buona riuscita dell'opera risieda proprio nella
capacità dello scrittore nordirlandese di scavare nell'animo e nella
sensibilità della sua gente, mettendo poi sulla carta quanto maturato in anni
di attenta osservazione e indagine psicologica.
Preferisco
di gran lunga Cal al più noto e universalmente celebrato Eureka Street. Nel
romanzo di McLiam Wilson, il conflitto è raccontato da chi ne è al di fuori e
ne è toccato solo in parte, o comunque indirettamente. Il libro di MacLaverty
invece è un pugno nello stomaco ancora più forte, perché nelle sue pagine le
vicende private dei protagonisti si intrecciano in maniera inestricabile con
quelle pubbliche. Il dramma non è lo sfondo davanti al quale si muovono i
personaggi, ma il mare entro cui nuotano a fatica, cercando di non annegare.
E ancora,
Cal è l'emblematico ritratto di una generazione e di un popolo trattato come se
appartenesse a una genia negletta. MacLaverty non fa apertamente polemica
sociale e politica, eppure la sua penna indugia sulla situazione di una working
class depressa e immiserita, costretta a vivere di sussidi di disoccupazione, che
trova nell'alcool e nel fumo le uniche valvole di sfogo. Restano impressi nella
mente del lettore gli sforzi che fa il protagonista per uscire da questa
situazione, trovando solo nell'amore lo strumento per un'affermazione pulita di
sé, al di fuori della contrapposizione politica e religiosa. Cal è una sorta di
romanzo di formazione, in cui la resipiscenza e il ravvedimento sono gli
strumenti di crescita del protagonista, assieme al tanto desiderato perdono. La
catarsi arriva nel drammatico finale, ma ha ancora una volta un aspetto cupo e
violento.
Credo che
attualmente il romanzo sia fuori catalogo. Io ho acquistato un'edizione della
Universale Economica Feltrinelli del 1993, che dovrebbe essere facilmente
reperibile nei mercatini dei libri di seconda mano.
8 agosto 2021
"La casa delle belle addormentate" di Yasunari Kawabata: le mute corrispondenze
Tra tutti i critici, è stato
Yukio Mishima a dare la più calzante definizione di questo celebre romanzo di
Kawabata, utilizzando appena due parole, che tuttavia racchiudono una ridda di
possibili significati. “Capolavoro esoterico”, questo il giudizio di Mishima,
riportato nella postfazione delle edizioni italiane Mondadori. La casa delle
belle addormentate (1961) è un libro esoterico perché indaga i temi più intimi
della poetica di Kawabata, così profondi da rimanere in parte sconosciuti allo
stesso autore; esoterico perché non svela apertamente tutto il ventaglio dei
possibili significati, li cela ermeticamente o comunque li trasfigura per
renderli meno immediati.
L'aura di segretezza permea anche la trama. In una località marina del Giappone c'è una particolare casa di tolleranza, gestita da una donna misteriosa di cui non viene rivelata l'identità. Il postribolo – se davvero così può definirsi – si differenzia per clienti, ragazze e prestazioni da tutti gli altri luoghi del genere. I clienti sono anziani; si tratta di persone di cui «si può star tranquilli», perché oramai hanno perso la virilità e non possono attentare alla verginità delle ragazze. Ho detto appunto ragazze e non prostitute, perché quest'ultimo termine non si addice alle vergini che vengono narcotizzate e devono soltanto dormire nude, senza avvedersi di ciò che accade intorno. Le prestazioni che offre la casa non sono quelle tipiche delle case di piacere: le ragazze non offrono rapporti sessuali, si limitano a dormire accanto ai vecchi clienti, a fare loro compagnia con la sostanza del giovane corpo abbandonato al sonno. Sono le belle addormentate, esseri meravigliosi e pudichi il cui unico compito è dormire sotto l'effetto di potenti sonniferi. Le regole della casa sono ferree: è vietato svegliare le ragazze, vietato compiere atti lascivi, vietato fare scherzi di cattivo gusto ai corpi addormentati e ignari.
Perché ci
sono uomini che pagano solo per giacere accanto alle belle addormentate? Il
vecchio Eguchi, protagonista della vicenda, tenta senza esito di carpire il
segreto della casa e dei suoi misteriosi ospiti. Le risposte sono parziali:
alcuni vogliono riassaporare il gusto della perduta giovinezza, altri esorcizzano
la morte, altri ancora cercano di combattere l'inevitabile decadimento fisico.
Simile è tuttavia l'esito: tutti traggono un piacere misto a malinconia dalla
muta compagnia delle belle addormentate. Per Eguchi i soggiorni nella casa sono
l'occasione per richiamare alla mente eventi del passato che credeva
dimenticati e per indagare il complicato rapporto con le donne della sua vita: la
madre, la moglie, le tre figlie, le amanti, la prima fidanzata. Durante le
lunghe notti in muta compagnia, la voce del giudizio si fa strada, alimentata
dai ricordi; eppure Eguchi non riesce ad essere l'impietoso giudice di se
stesso, né sa sbrogliare l'intricata matassa della sua esistenza.
La casa delle belle addormentate è un romanzo erotico – sia pure in un senso peculiare –, che indaga il rapporto tra eros e vecchiaia, vita e morte, bellezza e decadimento fisico. All'interno della casa queste realtà, solitamente antitetiche, subiscono un paradossale rovesciamento dei ruoli. Non a caso, le giovani che dormono hanno le sembianze di una morta, mentre i vecchi ritrovano una inaspettata vitalità. Si tratta di un libro straniante, che può essere letto a più livelli; fermarsi al primo, ossia all'intreccio, non permette di cogliere la mole di significati che l'opera nasconde. In questo romanzo Kawabata ha rimarcato la propria strada di narratore davvero moderno, che rifugge dalla visione arcaica del Giappone dei samurai e al tempo stesso non cede alle sirene imperanti che provengono dall'Occidente. La sua letteratura si pone come un ponte tra due sponde scoscese: da un lato la tradizione di un passato ancora vitale, dall'altro l'ascesa dell'uomo nuovo giapponese, che vive i medesimi tormenti dei suoi contemporanei occidentali. Una breve nota sulla scrittura: essenziale e lirica, indugia sui particolari dei corpi delle ragazze, restituendo al lettore sensazioni visive, tattili e olfattive di rara delicatezza.
L'aura di segretezza permea anche la trama. In una località marina del Giappone c'è una particolare casa di tolleranza, gestita da una donna misteriosa di cui non viene rivelata l'identità. Il postribolo – se davvero così può definirsi – si differenzia per clienti, ragazze e prestazioni da tutti gli altri luoghi del genere. I clienti sono anziani; si tratta di persone di cui «si può star tranquilli», perché oramai hanno perso la virilità e non possono attentare alla verginità delle ragazze. Ho detto appunto ragazze e non prostitute, perché quest'ultimo termine non si addice alle vergini che vengono narcotizzate e devono soltanto dormire nude, senza avvedersi di ciò che accade intorno. Le prestazioni che offre la casa non sono quelle tipiche delle case di piacere: le ragazze non offrono rapporti sessuali, si limitano a dormire accanto ai vecchi clienti, a fare loro compagnia con la sostanza del giovane corpo abbandonato al sonno. Sono le belle addormentate, esseri meravigliosi e pudichi il cui unico compito è dormire sotto l'effetto di potenti sonniferi. Le regole della casa sono ferree: è vietato svegliare le ragazze, vietato compiere atti lascivi, vietato fare scherzi di cattivo gusto ai corpi addormentati e ignari.
La casa delle belle addormentate è un romanzo erotico – sia pure in un senso peculiare –, che indaga il rapporto tra eros e vecchiaia, vita e morte, bellezza e decadimento fisico. All'interno della casa queste realtà, solitamente antitetiche, subiscono un paradossale rovesciamento dei ruoli. Non a caso, le giovani che dormono hanno le sembianze di una morta, mentre i vecchi ritrovano una inaspettata vitalità. Si tratta di un libro straniante, che può essere letto a più livelli; fermarsi al primo, ossia all'intreccio, non permette di cogliere la mole di significati che l'opera nasconde. In questo romanzo Kawabata ha rimarcato la propria strada di narratore davvero moderno, che rifugge dalla visione arcaica del Giappone dei samurai e al tempo stesso non cede alle sirene imperanti che provengono dall'Occidente. La sua letteratura si pone come un ponte tra due sponde scoscese: da un lato la tradizione di un passato ancora vitale, dall'altro l'ascesa dell'uomo nuovo giapponese, che vive i medesimi tormenti dei suoi contemporanei occidentali. Una breve nota sulla scrittura: essenziale e lirica, indugia sui particolari dei corpi delle ragazze, restituendo al lettore sensazioni visive, tattili e olfattive di rara delicatezza.
28 luglio 2021
Brass prima di Tinto: "Col cuore in gola"
Prima di diventare il maestro indiscusso del cinema
erotico italiano, Tinto Brass è stato un regista d'avanguardia, immerso nel
fermento culturale europeo ed americano e deciso a portarlo in Italia. E prima
ancora di scandalizzare il Belpaese con Caligola (1979), aveva esordito dietro
la macchina da presa con una pellicola fortemente ideologizzata e d'impegno
civile, Chi lavora è perduto (In capo al mondo), selezionata persino nella
prestigiosa lista dei “100 film italiani da salvare”.
Col cuore in gola, uscito nelle sale nel 1967, è forse
l'emblema della prima produzione che ho definito d'avanguardia o, se si vuole,
modernista. Il taglio di rottura rispetto alla cinematografia nazionale coeva è
innanzitutto nella scelta dell'ambientazione: Brass optò per Londra, sulla scia
di Blow-Up di Antonioni, non a caso citato sia direttamente che
figurativamente. A Londra vive Bernard, un giovane francese interpretato da un
tenebroso Jean-Louis Trintignant, che si guadagna da vivere come modello e
attore. In un locale notturno incontra la bellissima Jane (Ewa Aulin), ancora
giovane eppure già segnata da torbide vicende familiari e personali. La sera
stessa Jane scopre il cadavere del proprietario del night club, ucciso da uno
sconosciuto sicario; da quel momento strani personaggi iniziano a darle la
caccia. Affascinato dalla ragazza, Bernard si offre di aiutarla, finendo trascinato
in una serie di rocambolesche avventure, fino al drammatico finale.
Al di là di questi pochi cenni, la trama del
film è effettivamente debole, a tratti complicata da seguire per l'astrusità di
alcune circostanze. Col cuore in gola è un giallo anomalo, nel senso che il suo
punto di forza non è nella costruzione dell'intreccio, né nel disvelamento
dell'assassino, che a dire la verità non interessa più di tanto né allo
spettatore né agli stessi protagonisti. Il cuore pulsante della pellicola è
nella fotografia, nella cura maniacale dei dettagli su cui indugia la
telecamera, negli intensi primissimi piani, nella folle alternanza di colore e
bianco/nero. Chi conosce, sia pur parzialmente, la successiva produzione
erotica di Brass, noterà una serie di intuizioni che saranno portate alle
estreme conseguenze nei decenni successivi: le inquadrature degli specchi
(specie se rotondi), l'obiettivo che indugia sui buchi delle serrature,
l'ossessiva sovrapposizione di slogan e cartelloni pubblicitari, i primi piani
di comparse grottesche che sembrano prese a piene mani dalla commedia
dell'arte. Eppure in questa pellicola c'è qualcosa di più. Dovessi definirla
con un solo aggettivo, utilizzerei “psichedelica”. Col cuore in gola è un
caleidoscopio di colori, rumori e suoni che stimolano una percezione più
profonda. E questa componente “lisergica” è così dominante da far passare in
secondo piano la trama. La forma dunque prevale sulla sostanza, l'apparenza
ruba la scena al senso e alla stessa verosimiglianza degli eventi narrati.
Il
film è una summa delle forme espressive in voga nel periodo: musica, fumetto e
correnti artistiche. La colonna sonora passa dal beat alla fiorente scena
psichedelica, che proprio nel biennio 1967-1968 vedeva nascere i suoi tre
capolavori: Forever changes dei Love, Sgt. Pepper dei Beatles e S.F. Sorrow dei
Pretty Things. Il tema portante della colonna sonora è l'insinuante Love girl,
meravigliosa ballata del maestro Trovajoli cantata da Gianni Davoli, che non
avrebbe sfigurato in un LP dei Doors o dei Procol Harum. Decisiva è poi
l'influenza del fumetto, anche mutuato dalla pop art d'oltreoceano; non a caso
molte tavole della storyboard sono opera di Guido Crepax, e in una scena fa persino capolino l'inconfondibile volto di Valentina. Le scenografie
degli interni sono particolarmente curate, con muri tappezzati di poster,
tazebao, manifesti e stampe, che spesso riproducono scene a fumetti. Altra
fondamentale influenza è l'optical art, sia nella ricostruzione di alcune scene
d'interni (si pensi all'atelier del fotografo), che negli spericolati tagli e
inquadrature che creano un effetto straniante nel pubblico.
Due parole anche sugli straordinari protagonisti.
Trintignant sembra un alieno, con la sua allure seriosa, fumosa e decadente, del
tutto decontestualizzata rispetto all'atmosfera elettrica della Swinging
London. Eppure è perfetto nei panni del melanconico Bernard, a cui riesce a
dare profondità e realismo anche solo con uno sguardo o un impercettibile
movimento delle ciglia. L'attore francese fa di questa estraneità il punto di
forza della sua interpretazione. Ewa Aulin è semplicemente una dea, dolce e
maliziosa come una lolita. Dare un giudizio definitivo sulla pellicola è
un'operazione non priva di ostacoli. Si corre il rischio di attestarsi su
posizioni tranchant, tra chi bolla il film come un prodotto del suo tempo, per
giunta invecchiato male, e chi viceversa ne elogia la componente giocosamente
anarchica e le innovative soluzioni tecniche che sono una gioia per gli occhi.
Senza voler sembrare democristiani e salomonici, mai come in questo caso in
medio stat virtus: Col cuore in gola non è un classico, ma proprio questo ci
consente di gustarlo col giusto distacco, a distanza di oltre cinquant'anni
dalla sua uscita. Da riscoprire.
16 luglio 2021
Roma da (ri)scoprire n. 3: torri in piazza
Come ho scritto nella prima puntata
di questa rubrica, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai
margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e
manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza
di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di due
torri che campeggiano in Piazza di San Martino ai Monti, un angolo ricco di
storia tra Via Merulana e Via Cavour, da cui parte anche la suggestiva Via in
Selci.
Come noto, le torri cittadine erano più che altro un simbolo di potere e ricchezza, oltre ad avere un'ovvia funzione difensiva o militare; in epoca medioevale arricchivano i palazzi delle famiglie aristocratiche, dando vita a una sorta di competizione a chi le costruiva più alte e possenti. Neppure Roma si sottrasse a questa “moda”, sia con la costruzione di edifici ex novo, che attraverso il riadattamento di strutture preesistenti, anche di epoca romana, come nel caso della vicina Torre dei Conti. Nei secoli molti tra questi manufatti sono stati abbattuti per modificare la viabilità, smantellati per recuperare materiale da costruzione, danneggiati da terremoti o altre calamità naturali. Fatto sta che oggi rimangono una cinquantina di torri, alcune intatte e altre ridotte a ruderi, sparse sia nel centro storico che in periferia. Considerata la vastità del territorio, si tratta di un numero modesto, circostanza che rende ancora più interessante la visita in Piazza di San Martino ai Monti. Come ho già accennato, infatti, nella Piazza si fronteggiano ben due torri praticamente intatte: la svettante Torre dei Capocci e la prospiciente Torre dei Graziani.
Come noto, le torri cittadine erano più che altro un simbolo di potere e ricchezza, oltre ad avere un'ovvia funzione difensiva o militare; in epoca medioevale arricchivano i palazzi delle famiglie aristocratiche, dando vita a una sorta di competizione a chi le costruiva più alte e possenti. Neppure Roma si sottrasse a questa “moda”, sia con la costruzione di edifici ex novo, che attraverso il riadattamento di strutture preesistenti, anche di epoca romana, come nel caso della vicina Torre dei Conti. Nei secoli molti tra questi manufatti sono stati abbattuti per modificare la viabilità, smantellati per recuperare materiale da costruzione, danneggiati da terremoti o altre calamità naturali. Fatto sta che oggi rimangono una cinquantina di torri, alcune intatte e altre ridotte a ruderi, sparse sia nel centro storico che in periferia. Considerata la vastità del territorio, si tratta di un numero modesto, circostanza che rende ancora più interessante la visita in Piazza di San Martino ai Monti. Come ho già accennato, infatti, nella Piazza si fronteggiano ben due torri praticamente intatte: la svettante Torre dei Capocci e la prospiciente Torre dei Graziani.
Piazza San Martino ai Monti con le due torri
La Torre dei Capocci, che deve il suo nome a una delle famiglie che ne furono proprietarie, presenta almeno due caratteristiche di rilievo. La prima è l'elevazione di ben trentasei metri, che la rende uno degli edifici più alti del rione. La seconda è il suo isolamento, nel senso che non è inglobata in altre costruzioni, come invece accade per altre torri, per cui è perfettamente visibile su tutti i lati nella sua massiccia configurazione. Gli edifici a cui era unita furono abbattuti alla fine del XIX secolo, durante i lavori di apertura della piazza. La torre è ottimamente conservata, anche se non è visitabile, o perlomeno non ci sono indicazioni sulla porticina d'ingresso; da notizie reperite sulla rete sembrerebbe di proprietà del Comune. Venne costruita nel XII secolo, utilizzando anche materiale sottratto ai vicini Mercati Traianei. Attualmente è suddivisa in sette piani, come suggeriscono le finestrature che si aprono sui quattro lati, oltre al piano terra e alla terrazza. Un occhio attento può notare una differenza cromatica, nel senso che quasi a metà del fusto la muratura in cortina è più chiara. Si tratta del segno più evidente delle trasformazioni del XIX secolo, quando furono abbattute le costruzioni attorno e con ogni probabilità si dovette consolidare e ristrutturare la base della torre. Un'opera conservativa davvero meritoria, se si pensa a quanti tesori siano andati irrimediabilmente perduti durante le profonde trasformazioni urbanistiche che interessarono la città fino agli anni Trenta del XX secolo. In cima c'è una terrazza e si spera che un giorno questo monumento possa essere aperto ai visitatori per godere di una vista privilegiata su Roma.
La Torre dei Capocci da diverse angolazioni
La Torre dei Graziani è posta di
fronte a quella dei Capocci. È un edificio meno significativo, sia
per la sua ridotta altezza, sia perché è parzialmente inglobato in un'altra costruzione,
una Casa Generalizia. Probabilmente coeva alla Torre dei Capocci, fu innalzata
dalla famiglia Cerroni per poi passare ai Graziani; anche in questo caso si
utilizzò materiale sottratto a manufatti di epoca romana. Di pianta quadrata,
si caratterizza per il coronamento merlato e per il fatto che la base è più
ampia della parte sommitale.
Forse non si tratta di monumenti di
capitale importanza, però danno l'idea di una fase spesso negletta della storia
romana, quel Medioevo ingloriosamente schiacciato tra i fasti dell'Impero e la
rinascita barocca. Le fotografie sono liberamente
utilizzabili, purché ne venga indicata la provenienza da questo blog.
La più piccola Torre dei Graziani
4 luglio 2021
Quando Hendrix incontrò il rock progressivo italiano
Quanti
ancora acquistano i dischi, sanno bene quale fascino eserciti una copertina
evocativa. Per quanto mi riguarda, come ho già scritto altrove, alcuni album li ho acquistati perché attratto dalla copertina. Superfluo rimarcare che
ci sono copertine epocali, spesso più celebri del disco: mi viene in mente il
volto terrorizzato di In the court of the Crimson King. In Italia fu col progressive
che per la prima volta si affermò un interesse concreto per la grafica dei
dischi, col contestuale abbandono delle fotografie standardizzate dei complessi
che furoreggiavano nel decennio precedente. Finalmente si diede sfogo alla
creatività e vennero fuori copertine davvero innovative, come l'iconico
salvadanaio del Banco, i due manichini inchiavardati del primo 33 giri degli
Area, la scioccante bambola insanguinata degli Osage Tribe o le stilizzate figure
alla De Chirico di Storia di un minuto. La palma d'oro per la più bella
copertina del prog italiano spetta però a Nuda, primo disco dei genovesi
Garybaldi, pubblicato nel 1972. Disegnata da Guido Crepax, raffigura la
sensuale Bianca distesa senza veli di spalle, con personaggi e animali
lillipuziani che tentano di arrampicarsi sul suo corpo perfetto e sinuoso. In
realtà, il lavoro grafico di Crepax è molto più complesso: la copertina è
apribile in tre parti e all'interno ci sono grandi tavole a fumetti che
riprendono i testi delle canzoni.
Fatta questa debita premessa, Nuda è a tutti
gli effetti figlio del suo tempo, nei pregi e nei difetti. I Garybaldi erano
l'evoluzione dei Gleemen, gruppo beat di discreto successo a fine anni
Sessanta. Fondatore e leader del progetto Garybaldi era il genovese Pier
Niccolò “Bambi” Fossati, prodigioso musicista di scuola hendrixiana, forse il
solo a poter contendere a Nico Di Palo il primato di miglior chitarrista del rock
progressivo nostrano. Il quartetto era completato da Lio Marchi alle tastiere,
Angelo Traverso al basso e Maurizio Cassinelli alla batteria. Nuda è un disco
di transizione, che mescola con risultati altalenanti il rock-blues di impronta
hendrixiana, le cavalcate tastieristiche progressive e alcuni passaggi che
risentono ancora del beat.
Sebbene i Garybaldi non possano essere inquadrati
entro la cornice del rock sinfonico, non manca la lunga suite. Moretto da
Brescia, divisa in tre movimenti, occupa tutta la seconda facciata. Come molte
altre del genere, è la storia di un cavaliere errante e delle sue peripezie. Al
di là della ingenuità delle tematiche e del testo, Moretto da Brescia si
caratterizza per passaggi musicali assai interessanti e continui cambiamenti di
ritmo, specie nelle felici combinazioni di chitarra elettrica e mellotron.
Ritengo sia una suite meno riuscita rispetto ad altre produzioni nostrane,
soprattutto se paragonata a capolavori assoluti come Aria di Alan Sorrenti o Il
giardino del mago del Banco. Giganteggia però la figura di “Bambi” Fossati, con
la sua voce calda ed espressiva. La lunga composizione si chiude con un assolo
di chitarra che emerge timidamente sul finale della terza parte, per poi
espandersi e dilatarsi, sorretto da percussioni caraibiche che ricordano la
migliore stagione dei Santana.
La chitarra di Bambi è l'assoluta protagonista
del lato A, composto da tre brani, diversi per ritmo, genere e ispirazione.
L'apertura di Maya desnuda, per giunta arricchita da un testo davvero audace, è
l'apoteosi della tecnica chitarristica di Fossati, che dimostra con poderosi
riff tutta la sua devozione a Jimi. Forse non un pezzo originalissimo, anzi
piuttosto derivativo, eppure unico nel panorama nazionale. Negli stessi anni, soltanto Enzo Vita offriva un suono più duro e quadrato. 26 febbraio 1700 è
invece una ballata soffice e malinconica, con un perfetto incastro di voce,
testo e musica, con predominanza delle tastiere di Lio Marchi. Trascurabile è
invece L'ultima graziosa, che chiude la prima facciata.
Nuda non può mancare in
una collezione di rock progressivo italiano che si rispetti, per la sua
eccentricità rispetto ad altri lavori coevi. È un 33 giri che dà un posto d'onore alla chitarra,
strumento quasi negletto dal genere. E quanto fa male pensare che il compianto
“Bambi” Fossati non abbia mai raggiunto il successo, che pure avrebbe meritato
per indubbia superiorità sul campo!
22 giugno 2021
"La brughiera" di Thomas Hardy: la natura è arbitra dei destini umani
C'è chi
biasima l'abitudine, tutta italiana, di tradurre liberamente i titoli di alcune
opere letterarie e cinematografiche straniere, anziché attenersi al senso
strettamente letterale. Il caso più celebre è quello de Il giovane Holden,
titolo che nulla ha a che vedere con l'originale The catcher in the Rye. Eppure
bisogna riconoscere che a volte il titolo italiano rende meglio dell'originale,
addirittura è in grado di cogliere più in profondità il senso dell'opera. Si
pensi a The return of the Native, il sesto romanzo di Thomas Hardy, pubblicato
nel 1878. La traduzione letterale sarebbe Il ritorno del nativo, ma le edizioni
italiane con questo titolo si contano sulle dita di una mano. Chi volesse acquistare nel Belpaese The return
of the Native, dovrebbe chiedere al libraio di fiducia di procurargli una
copia de La brughiera, o al massimo Il ritorno alla brughiera.
Quanto sia
stata felice la scelta dei traduttori italiani, è evidente sin dalla lettura
del primo, memorabile capitolo: è la brughiera la vera protagonista di questa
vicenda intricata e drammatica. La brughiera di Egdon è un territorio vasto e
aspro, sferzato dai venti e incupito dalle nubi, solingo e selvaggio come un
deserto. Il paesaggio è lo stesso per miglia e miglia: poche case sparse,
piccoli agglomerati che non raggiungono neppure lo status di villaggio, distese
di erica e ginestra, rovi, sparuti alberi che alzano al cielo i rami come una
maledizione. Qualche cavallino selvatico bruca l'erba, radi uccelli planano
negli acquitrini alla ricerca di qualcosa da mettere nel becco. Gli uomini,
pochi in verità, condividono la stessa sorte della natura circostante: sono
laboriosi e onesti, invischiati però in una profonda ignoranza che assume i
tratti della bieca superstizione. Uomini e brughiera sono avvinti da
un'ancestrale catena, al punto che gli umori e le passioni dei primi sono determinati
dall'ambiente circostante, così istintivo e primitivo.
La brughiera non è solo lo sfondo delle
vicende, è il simbolo e la quintessenza di forze primordiali che orientano e
regolano i destini umani. Nelle intenzioni di Hardy l'ambiente, da semplice
contorno, diventa una creatura viva, metà sfinge e metà leviatano, che
influenza pensieri, azioni e sentimenti di quanti vi abitano. La desolazione
della brughiera libera i personaggi da ogni sovrastruttura, ne amplifica i vizi e
le virtù, li leviga quasi o comunque li riduce alla forma
originaria. In un ambiente così aperto e glabro è impossibile mistificare la
propria essenza o nasconderla sotto un'apparenza diversa.
Il “nativo” del titolo originario è Clym Yeobright, un brillante giovane che torna nella natia Egdon dopo aver trascorso un lungo periodo nel bel mondo di Parigi nelle vesti di commerciante di preziosi. Inevitabilmente il suo ritorno è salutato come un vero e proprio avvenimento, scuote il torpore della sonnolenta brughiera e diventa l'argomento preferito di conversazione nelle osterie e davanti ai caminetti. Una persona in particolare ne è stravolta, la romantica e capricciosa Eustacia Vye, che vede nel giovane Clym l'unica speranza per evadere dalla gabbia di Egdon. Eustacia è una donna sensuale e volubile, che cerca nell'amore una strada per la realizzazione di sé. I sentimenti ordinari, però, la annoiano: per lei la passione è tormento e struggimento, tanto più intenso e meritevole quanto più è in grado di devastare anima e corpo. Le sorti di due personaggi così eccezionali sono naturalmente destinate a incrociarsi in un ambiente desolato e privo di stimoli qual è la brughiera, dando così vita a un tourbillon di intricate e tragiche vicende, come nella migliore tradizione del romanzo ottocentesco.
Hardy è un maestro dell'approfondimento psicologico e si avvale della tecnica del narratore onnisciente per scandagliare negli abissi emotivi e morali dei suoi personaggi; nulla nasconde al lettore, mettendo in luce, in egual misura, virtù e abiezioni dei caratteri. Al tempo stesso sa costruire intense scene corali, come quella iniziale del falò o quella della festa delle maschere in casa Yeobright. C'è dunque tutta una serie di personaggi minori, gli abitanti della brughiera di Egdon, verso i quali Hardy usa i toni carezzevoli e nostalgici dello scrittore che enfatizza la sua terra natale come luogo del mito. È il mitico e ancestrale Wessex, come lo scrittore ribattezzò il natio Dorset, che fa da sfondo a tutti i suoi più grandi romanzi e che ne La brughiera irradia in massima potenza la sua forza simbolica.
La brughiera non è il migliore né il più famoso libro di Hardy, ricordato per capolavori come Tess dei d'Uberville o Jude l'Oscuro. Brilla tuttavia nelle sue pagine la stella di un grande narratore, uno dei principali dell'ultima età vittoriana, capace di costruire in poco più di quattrocento pagine un avvincente dramma campestre. Quanto allo stile, non ho le competenze per addentrarmi nel discorso; tuttavia, basti dire che è un tipico romanzo dell'Ottocento, ricco di dettagliate descrizioni e complessi dialoghi in cui i personaggi mettono a nudo tormenti e sentimenti. Anche se alcune pagine sono retoriche e ampollose, tutto sommato il romanzo scorre a un ritmo sostenuto. Tra le tante edizioni, consiglio quella de "I grandi libri" della Garzanti, per il ricco apparato bio-bibliografico e le note di critica letteraria.
«La brughiera s'intonava in modo perfetto alla natura dell'uomo; non era spettrale, né paurosa, né orrida; ma non banale né insignificante e neanche artefatta; come l'uomo, negletta e paziente, e al tempo stesso gigantesca e armoniosa nella sua tetra monotonia. Come accade a persone vissute a lungo isolate, un senso di solitudine pareva emanare dal suo volto: e quel volto faceva pensare a tragiche possibilità.»
Il “nativo” del titolo originario è Clym Yeobright, un brillante giovane che torna nella natia Egdon dopo aver trascorso un lungo periodo nel bel mondo di Parigi nelle vesti di commerciante di preziosi. Inevitabilmente il suo ritorno è salutato come un vero e proprio avvenimento, scuote il torpore della sonnolenta brughiera e diventa l'argomento preferito di conversazione nelle osterie e davanti ai caminetti. Una persona in particolare ne è stravolta, la romantica e capricciosa Eustacia Vye, che vede nel giovane Clym l'unica speranza per evadere dalla gabbia di Egdon. Eustacia è una donna sensuale e volubile, che cerca nell'amore una strada per la realizzazione di sé. I sentimenti ordinari, però, la annoiano: per lei la passione è tormento e struggimento, tanto più intenso e meritevole quanto più è in grado di devastare anima e corpo. Le sorti di due personaggi così eccezionali sono naturalmente destinate a incrociarsi in un ambiente desolato e privo di stimoli qual è la brughiera, dando così vita a un tourbillon di intricate e tragiche vicende, come nella migliore tradizione del romanzo ottocentesco.
Hardy è un maestro dell'approfondimento psicologico e si avvale della tecnica del narratore onnisciente per scandagliare negli abissi emotivi e morali dei suoi personaggi; nulla nasconde al lettore, mettendo in luce, in egual misura, virtù e abiezioni dei caratteri. Al tempo stesso sa costruire intense scene corali, come quella iniziale del falò o quella della festa delle maschere in casa Yeobright. C'è dunque tutta una serie di personaggi minori, gli abitanti della brughiera di Egdon, verso i quali Hardy usa i toni carezzevoli e nostalgici dello scrittore che enfatizza la sua terra natale come luogo del mito. È il mitico e ancestrale Wessex, come lo scrittore ribattezzò il natio Dorset, che fa da sfondo a tutti i suoi più grandi romanzi e che ne La brughiera irradia in massima potenza la sua forza simbolica.
La brughiera non è il migliore né il più famoso libro di Hardy, ricordato per capolavori come Tess dei d'Uberville o Jude l'Oscuro. Brilla tuttavia nelle sue pagine la stella di un grande narratore, uno dei principali dell'ultima età vittoriana, capace di costruire in poco più di quattrocento pagine un avvincente dramma campestre. Quanto allo stile, non ho le competenze per addentrarmi nel discorso; tuttavia, basti dire che è un tipico romanzo dell'Ottocento, ricco di dettagliate descrizioni e complessi dialoghi in cui i personaggi mettono a nudo tormenti e sentimenti. Anche se alcune pagine sono retoriche e ampollose, tutto sommato il romanzo scorre a un ritmo sostenuto. Tra le tante edizioni, consiglio quella de "I grandi libri" della Garzanti, per il ricco apparato bio-bibliografico e le note di critica letteraria.
12 giugno 2021
La retorica della ripartenza e il mondo che non si può fermare
La parola
d'ordine di questi mesi è “ripartenza”. La si legge sui giornali, la ripetono
in continuazione in televisione e alla radio. Soprattutto, se ne è impossessata
la pubblicità. Sembra quasi che l'unico modo per reclamizzare un prodotto sia
di presentarlo come uno strumento della ripartenza. Gli esempi si sprecano:
dall'ennesimo suv al telefonino, passando per l'abbigliamento. La strategia dei
pubblicitari è puntare sul desiderio diffuso di mettersi alle spalle un
sofferto periodo di stasi forzata dovuta alla pandemia. “È giunta l'ora di ripartire”: non si contano le volte in cui questo slogan è
utilizzato, in tutte le possibili varianti.
Indipendentemente da quella che è
stata la percezione individuale, mi chiedo se uno stop di appena due mesi
giustifichi questo martellamento. Due mesi perché, di fatto, tanto è durato il
blocco vero, duro, senza compromessi. D'altronde, già da maggio dell'anno
scorso si è affermata la parola d'ordine “ripartenza”, mai più abbandonata. Da
un anno a questa parte ci sono state ulteriori limitazioni, anche pesanti, ma
nessuna che possa giustificare l'assillante retorica della ripartenza, quasi
peggiore della retorica del lockdown. La pandemia è una tragedia immane per il
carico di sofferenza che ha portato su chi ne è stato direttamente colpito, mentre chi non ha subito lutti ha solo dovuto
rinunciare a una parte delle proprie abitudini. Per questo non tollero la
retorica della ripartenza, tutta incentrata sulla logica consumistica del
“produci, consuma crepa”, di un sistema economico malato, che cresce intorno a
se stesso e non tollera pause. Forse siamo abituati male se sentiamo la
necessità di amplificare il bisogno della ripartenza, forse abbiamo dimenticato
che fino a qualche lustro fa c'erano altri eventi globali, come le guerre, che
davvero imponevano una lunga interruzione delle libertà civili, delle
abitudini, dei contatti sociali.
E chi si trincera dietro la nozione di libertà, spesso non sa di cosa parla. Il concetto è travisato da molti, che non avendo
né la cultura né la pratica della libertà, finiscono col confonderla con
l'assolutizzazione dell'individualismo. Perché se è vero che l'art. 2 della
Costituzione riconosce i diritti inviolabili della persona, al tempo stesso
impone ai cittadini i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e
sociale, al cui adempimento siamo stati chiamati in questi mesi di sacrifici. La
verità è che siamo stati abituati all'idea che il mondo non si possa fermare,
che il benessere collettivo debba essere sacrificato all'aspirazione continua
al progresso, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse, alla
realizzazione del profitto a ogni costo. Ecco perché quella che poteva essere
un'occasione di una sosta ragionata è stata irrimediabilmente perduta.
Ovviamente il mio discorso è parziale e superficiale, perché non tiene
volutamente conto delle immense problematiche che le restrizioni hanno
determinato in termini di perdita di posti di lavoro e chiusura di attività. Lungi da me minimizzarle, il mio discorso è un altro. Si diceva,
agli albori di questa tragedia globale, che il virus ci avrebbe cambiati, che
avrebbe mutato in modo irreversibile la nostra percezione del mondo e avrebbe
persino ammansito i bisogni non essenziali legati a doppio filo alla folle velocità
a cui gira la nostra economia, che avevano in qualche misura contribuito a
diffondere in tempi brevissimi il morbo. Si diceva che fosse giunto il momento di
ripensare i ritmi di vita, che non fosse più sostenibile una società iperconnessa,
in cui è possibile fare colazione a Parigi e l'aperitivo a Tokio. Invece
l'umanità ha rifiutato questa occasione, accecata dal mito della velocità. La
lentezza, la sosta, la siesta, lo stare a casa, da desiderata sono
diventati simboli negativi, additati come negazioni della libertà, violentati e
spogliati di ogni connotazione positiva. Ma siamo così sicuri che la ripartenza a ritmo accelerato sia un nostro reale bisogno? O forse
c'è qualcuno che subdolamente lo cavalca per perseguire i propri interessi?
30 maggio 2021
"Il balordo" di Piero Chiara: il dolce veleno del lasciarsi vivere
Sono tante le
perle nascoste della letteratura italiana del Novecento, una moltitudine di
opere che non hanno goduto della fama di altre, pur meritando di entrare a
pieno titolo nel novero dei classici. Il discorso calza a pennello per Il
balordo, romanzo di Piero Chiara pubblicato nel 1967. Oggi è quasi dimenticato,
nonostante un'invidiabile freschezza di scrittura e la sottile ironia che
l'attraversa da cima a fondo. Parlare di un capolavoro forse è troppo, ma di
sicuro può essere collocato tra i grandi romanzi del Novecento per la profonda
capacità d'analisi di un'epoca storica e di un Paese, l'Italia, a cavallo tra
la fine del regime e i primi sussulti della rinata democrazia.
Il romanzo è
ambientato negli anni del Fascismo, in una cittadina sulla sponda di un lago,
facilmente identificabile con Luino. Qui vive Anselmo Bordigoni, detto Bordìga,
maestro di scuola e talentuoso musicista di fama locale. Per una serie incredibile
di coincidenze e fraintendimenti, il Bordigoni viene accusato di tenere
condotte contrarie alla morale; sono maldicenze, ma lo porteranno prima al
licenziamento e poi all'applicazione della misura di polizia del confino
triennale. Le autorità di pubblica sicurezza lo destinano ad Altavilla del
Cilento – l'attuale Altavilla Silentina –, dove l'oscuro maestro è riverito
come un grande musicista e vive la più feconda e serena stagione della sua
vita. Per un'ulteriore serie di rocambolesche circostanze e fraintendimenti, il
Bordìga viene arruolato come maestro di banda dagli Alleati sbarcati a Salerno,
per fare infine ritorno al suo paese natale in una nuova imprevedibile veste.
Il
romanzo si regge sulla maestosa figura di Anselmo Bordigoni, archetipo
dell'uomo che si lascia vivere, senza farsi domande né tentare di piegare la
sorte al suo volere. Anzi, egli si adegua a capo chino ai mille rovesci della
fortuna e li accetta di buon grado, con un atteggiamento a metà strada tra
l'imperturbabilità del saggio e l'incoscienza del bruto. È l'antitesi dell'homo
faber, colui che costruisce il proprio destino col sudore della fronte e il
duro impegno; al Bordigoni, invece, per avere successo è sufficiente essere se
stesso e attendere che qualcosa di imprevedibile accada. Basti pensare che le
frasi da lui pronunziate si contano sulle dita di due mani, nonostante il libro
si snodi in un arco di tempo che supera i due lustri. In questo egli è un
“balordo”, un personaggio un po' tocco, strampalato, eppure portatore di una
personalità così decisa che alla fine sarà la gloria a bussare alla sua porta,
senza che egli l'abbia rincorsa. E non è un caso che egli trovi il suo habitat
naturale ad Altavilla del Cilento, in quel Meridione
quieto e operoso che accoglie gli artisti, specie se forestieri,
considerandoli affetti da una divina follia. E se è vero che il Bordìga è il
mattatore della storia, c'è tutto un contorno di personaggi minori, un
pullulare di altri “balordi” che meriterebbero un romanzo a sé: cito solo il
dentista spretato Maldifassi e il sinistro barbiere Duodenale.
Il balordo è
un romanzo che rimane impresso nella mente per tante ragioni. In primis,
indimenticabile è la figura del protagonista, così eccentrica rispetto ai
caratteri dominanti della letteratura del secolo scorso. Il classico
personaggio novecentesco è un uomo tormentato e complesso, sconosciuto persino
a se stesso, che rimugina sui casi della vita macerandosi nell'incapacità di
trovarle un senso autentico e definito. Il Bordigoni, invece, attraversa i principali eventi del “secolo breve” con indolenza e passiva rassegnazione, guardandosi bene dall'addentrarsi in futili e faticose
autoanalisi. E questa pacatezza d'animo è la chiave del suo successo; non a
caso, ovunque lui metta mano, si compie un piccolo miracolo. In secondo luogo,
da cilentano, non posso che ringraziare Piero Chiara per le belle pagine
dedicate al popolo del Cilento. In questo romanzo di splendidi contrasti, il
confino è quasi un paradiso, al punto che il Bordìga, sostentato
dallo Stato e circondato da nuovi amici, ad Altavilla è felice e spensierato. Con ciò non voglio affatto dire che Chiara abbia
voluto sminuire la drammatica e dolorosa esperienza del confino; semplicemente,
il romanzo va letto attraverso la lente dell'ironia, senza addentrarsi in
considerazioni politiche. Ad ogni buon conto, e questo è il terzo merito, Il
balordo è un feroce atto d'accusa contro certa borghesia benpensante, che
nasconde dietro gli scandali degli altri la propria grettezza e pochezza
intellettuale. Una classe che, gettando fango sui più deboli, etichettati come
balordi, cerca di elevarsi per contrasto, come un giudice tiranno che si illude
di essere al di sopra delle parti.
20 maggio 2021
La nuova alba di Martin Mystère (parte 2)
In un
mercato dei fumetti sempre più saturo, che vede progressivamente assottigliarsi
il numero dei lettori, puntare al rilancio di una testata che conta le quaranta
primavere è un'impresa meritoria. Come avevo già anticipato, Martin Mystère è
tornato alla mensilità dal numero 375 di maggio attualmente in edicola, dopo
essere passato alla bimestralità a partire dall'albo 279. Alfredo Castelli aveva
annunciato un ritorno alle origini e così è stato. E non tanto per la
riproposta del frontespizio originario o il formato bonelliano da 98 pagine,
quanto per la struttura degli albi, orgogliosamente classica.
Castelli non punta a rincorrere i nuovi lettori, preferendo invece fidelizzare i vecchi, che da un po' di tempo invocavano una linea editoriale coerente con la tradizione e al tempo stesso votata al futuro. Ottant'anni fa, questo il titolo dell'albo, inaugura il nuovo corso con un leggero restyling della grafica, che non è tuttavia la principale novità. Come ho detto, a cambiare è la struttura degli albi, in particolare la proporzione tra le varie componenti. Le pagine a fumetto scendono a 77, complice principalmente la riduzione della foliazione dovuta al ritorno alla mensilità. Rispetto agli altri albi di 98 pagine, tuttavia, Martin Mystère ha una quindicina di tavole in meno, perché viene dato ampio spazio alle rubriche. Chi già leggeva il bimestrale, ricorderà la pagina dedicata alla posta e alle novità, la tavola finale su Zio Boris (che ha sostituito da qualche anno quella degli arretrati), nonché la rubrica sul “Cosa c'è di vero e cosa di inventato”, che approfondiva le tematiche mysteriose trattate nella storia a fumetti. Questi tre appuntamenti fissi sono stati mantenuti, sia pure con qualche cambiamento. La rubrica finale è stata rinominata Fantasmagoria e beneficia di un incremento di pagine, da tre a cinque, sebbene sia stata aumentata la dimensione dei caratteri. Alla tavola di Zio Boris è stata poi aggiunta una striscia dei Bonelli Kids, con Martin e Java da piccoli. Se avete fatto bene i conti, all'appello mancano una decina di pagine. Sono quelle che ospitano un'altra breve rubrica dedicata al mistero in generale, nonché un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi, nella tradizione del feuilleton.
Come diceva qualcuno, sorge spontanea una domanda. Gradiranno i lettori questo “dimagrimento” del fumetto, a tutto vantaggio delle rubriche? Il divario rispetto ai numeri precedenti è netto e si fa sentire, sebbene Castelli abbia già assicurato che ci saranno anche storie in due o più numeri, in modo da dare maggior respiro alla narrazione. È ancora presto per dare un giudizio sul nuovo corso, bisognerà attendere almeno i primi cinque o sei numeri per farsi un'idea più circostanziata. Ritengo però che sorgerà un dibattito tra i puristi del fumetto, che vorrebbero 96 tavole illustrate, contrapposti a quanti invece apprezzano le rubriche come un necessario diversivo. La mia posizione è intermedia: ben vengano le rubriche, purché non tolgano troppo spazio alle storie a fumetti. Martin Mystère è una serie che necessita di approfondimenti critici, nessun dubbio in proposito. Ma davvero le rubriche hanno bisogno di un numero così consistente di pagine? Forse si potrebbe ridurre la dimensione dei caratteri delle rubriche, eliminando al contempo (o quasi) le illustrazioni, in modo da salvaguardare gli approfondimenti e aumentare lo spazio dedicato ai fumetti. Ritengo possa essere una soluzione salomonica, in grado di accontentare tutti. Questo è il mio auspicio per il futuro.
Venendo
brevemente alla storia a fumetti dell'albo n. 375, si tratta di un racconto
celebrativo, che festeggia contemporaneamente il nuovo corso della testata, gli
ottant'anni della Casa editrice e l'estro creativo del fondatore Gianluigi
Bonelli. È una storia godibile e divertente, da leggere tutta d'un fiato. Aspettiamo con ansia il numero di giugno, che dovrebbe dare il definitivo "la" al nuovo corso.
Castelli non punta a rincorrere i nuovi lettori, preferendo invece fidelizzare i vecchi, che da un po' di tempo invocavano una linea editoriale coerente con la tradizione e al tempo stesso votata al futuro. Ottant'anni fa, questo il titolo dell'albo, inaugura il nuovo corso con un leggero restyling della grafica, che non è tuttavia la principale novità. Come ho detto, a cambiare è la struttura degli albi, in particolare la proporzione tra le varie componenti. Le pagine a fumetto scendono a 77, complice principalmente la riduzione della foliazione dovuta al ritorno alla mensilità. Rispetto agli altri albi di 98 pagine, tuttavia, Martin Mystère ha una quindicina di tavole in meno, perché viene dato ampio spazio alle rubriche. Chi già leggeva il bimestrale, ricorderà la pagina dedicata alla posta e alle novità, la tavola finale su Zio Boris (che ha sostituito da qualche anno quella degli arretrati), nonché la rubrica sul “Cosa c'è di vero e cosa di inventato”, che approfondiva le tematiche mysteriose trattate nella storia a fumetti. Questi tre appuntamenti fissi sono stati mantenuti, sia pure con qualche cambiamento. La rubrica finale è stata rinominata Fantasmagoria e beneficia di un incremento di pagine, da tre a cinque, sebbene sia stata aumentata la dimensione dei caratteri. Alla tavola di Zio Boris è stata poi aggiunta una striscia dei Bonelli Kids, con Martin e Java da piccoli. Se avete fatto bene i conti, all'appello mancano una decina di pagine. Sono quelle che ospitano un'altra breve rubrica dedicata al mistero in generale, nonché un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi, nella tradizione del feuilleton.
Come diceva qualcuno, sorge spontanea una domanda. Gradiranno i lettori questo “dimagrimento” del fumetto, a tutto vantaggio delle rubriche? Il divario rispetto ai numeri precedenti è netto e si fa sentire, sebbene Castelli abbia già assicurato che ci saranno anche storie in due o più numeri, in modo da dare maggior respiro alla narrazione. È ancora presto per dare un giudizio sul nuovo corso, bisognerà attendere almeno i primi cinque o sei numeri per farsi un'idea più circostanziata. Ritengo però che sorgerà un dibattito tra i puristi del fumetto, che vorrebbero 96 tavole illustrate, contrapposti a quanti invece apprezzano le rubriche come un necessario diversivo. La mia posizione è intermedia: ben vengano le rubriche, purché non tolgano troppo spazio alle storie a fumetti. Martin Mystère è una serie che necessita di approfondimenti critici, nessun dubbio in proposito. Ma davvero le rubriche hanno bisogno di un numero così consistente di pagine? Forse si potrebbe ridurre la dimensione dei caratteri delle rubriche, eliminando al contempo (o quasi) le illustrazioni, in modo da salvaguardare gli approfondimenti e aumentare lo spazio dedicato ai fumetti. Ritengo possa essere una soluzione salomonica, in grado di accontentare tutti. Questo è il mio auspicio per il futuro.
8 maggio 2021
"Gloria Mundis": il suono estetizzante degli Underground Life
Per avere un'idea di quanto la
proposta degli Underground Life fosse eccentrica, basta paragonare il loro
terzo LP, Gloria Mundis, a due dischi di rock cantato in italiano usciti nello
stesso anno 1988: Litfiba 3 e Boxe dei Diaframma. Il terzo disco dei Litfiba
segnava una duplice svolta, in direzione della forma-canzone tradizionale (dopo
le sperimentazioni di 17 Re) e delle tematiche socio-politiche che avrebbero animato buona parte della successiva carriera della band fiorentina. Boxe è invece il
primo passo dei nuovi Diaframma, quelli che seguiranno l'uscita di Miro
Sassolini, virando verso un “cantautorato rock” tipicamente nostrano nelle
parole, nelle melodie e nelle intenzioni. In entrambi i casi, si trattò di un
definitivo abbandono delle atmosfere plumbee della prima new wave italiana. Gli
Underground Life, invece, con Gloria Mundis proseguirono con radicalità sulla strada tracciata, definendo in maniera ancora più
netta una personale estetica del suono. Se l'esordio di The Fox (1983) era
ancora fortemente legato alle tendenze d'oltremanica, Filosofia dell'aria (1987) segnava
la felice svolta dell'uso della lingua italiana. Gloria Mundis è invece il
lavoro della maturità, il miglior capitolo della loro discografia. Non a caso,
ascoltandolo attentamente, è possibile rinvenirvi le tracce primordiali dell'attività
solista del leader Giancarlo Onorato, iniziata a metà degli anni Novanta.
La
formazione, oltre al citato Onorato alla voce e chitarra, era completata dal
fratello Enzo al basso e da Lorenzo La Torre alla batteria. Gloria Mundis è un
disco rock, affermazione non certo scontata quando si parla degli Underground
Life. Sebbene si tratti di una definizione parziale e volutamente imprecisa,
rende l'idea del predominio delle chitarre elettriche rispetto agli altri
strumenti. Andando più a fondo, si potrebbe parlare di una proposta raffinata,
che mescola nello stesso crogiolo l'elettronica degli Ultravox, l'art-rock di
Bowie, le cupe ossessioni di Ian Curtis e il gusto tutto italiano per la
melodia. E come tacere della sostanza poetica dei testi, delle evocazioni quasi
cinematografiche della parola cantata? Gloria Mundis è quanto di più si
avvicina, almeno in Italia, all'idea di una musica totale, un esperimento
sonoro che abbraccia contemporaneamente le altre arti, in primis la pittura, il
teatro e la poesia. Non a caso Giancarlo Onorato è anche un
apprezzato scrittore e pittore. Peraltro, il disco doveva essere prodotto in
origine da John Foxx, al quale nelle note di copertina va un sentito
ringraziamento «per l'esclusivo interesse e la
disponibilità dimostrata».
Se le cose stanno così, l'analisi
traccia per traccia ha poco senso, ma vale a farsi un'idea. La partenza di
Giorno automatico è bruciante: «Mitizziamo i nostri giorni, /
rendiamoli gesti architettonici, / sfondiamo il ventre alle abitudini / e
incendiamo i lavoratori». Al buio con te è invece una summa
del suono degli UL: un leggero tappeto elettronico su cui si innestano chitarra
elettrica e violino, con continui e decisi cambi di ritmo. È un brano allucinato e trascinante, impossibile da
incasellare in un genere. La terza traccia, Il pensiero come anima, è una
perfetta compenetrazione di musica e poesia, che riprende le visioni del Bowie
berlinese e le cala in una dimensione più soffusa, meno algida. Meritano anche la
spettrale Glass house e l'incalzante Novantanovesimo piano. La chiusura è
affidata a Tristezza ed estasi, un pezzo dalla struttura complessa e
labirintica, in cui la parola prevale sulla melodia.
Giunto alla fine della
recensione, ho capito che la migliore definizione di Gloria Mundis è per
sottrazione. Difficile dire che disco sia, molto più semplice dire quello che non
è, tante sono le suggestioni – anche e soprattutto inconsce – che propaga. È un disco che viaggia lungo binari propri, un satellite
remoto persino per quella galassia periferica che è stata la new wave italiana. Un satellite su cui sarebbe opportuno prenotare un viaggio: urge una ristampa.
Per conoscere meglio la storia degli UL, leggete questo.
La mia intervista a gianCarlo Onorato la trovate qui.
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