17 ottobre 2022

Crepuscolari, poeti della negazione

Nei libri di scuola e nelle antologie si parla di Crepuscolarismo ingenerando l'idea che si trattò di un movimento. In verità, i poeti che noi chiamiamo crepuscolari non fondarono un'accademia, né elaborarono manifesti o programmi. Li univa una sensibilità comune che tuttavia non si concretizzò mai in una scuola o in un progetto strutturato. Vissuti nel periodo storico a cavallo tra Scapigliatura e Futurismo, non sono riconducibili a queste due correnti. A differenza degli scapigliati, non si sentivano parte di un'avanguardia; a differenza dei futuristi, non volevano rovesciare l'estetica e lo status quo tramite roboanti manifesti e dichiarazioni di intenti. Rifuggivano l'eroismo e i facili entusiasmi, non volevano costruire l'uomo nuovo né fare da apripista a rivoluzioni politiche o culturali, non volevano bruciare le accademie né inventare un nuovo linguaggio, a loro non interessava arringare le folle o essere un modello. «Io sento che fo da comparsa e che non ho niente da dire», scriveva in proposito Carlo Vallini. I crepuscolari sono dunque gli antieroi per eccellenza, poeti della negazione che tuttavia hanno conquistato un posto di rilievo nella nostra letteratura. Nino Oxilia così ricordò i suoi amici Gozzano e Corazzini: «la vostra sorte / fu quella dell'onda che sciacqua / lieve lieve sulla sabbia, / non quella dell'ondata che si squassa / sugli scogli con impeti di rabbia; / foste la nuvola che passa, / il vostro nome fu scritto sull'acqua». Tutto vero, salvo per l'ultimo verso.
«Poesia è sentirsi morire», scriveva Fausto Maria Martini nel suo romanzo autobiografico Si sbarca a New York. «Io non sono un poeta», annunciava mestamente Corazzini in Desolazione del povero poeta sentimentale. Il crepuscolo come momento più triste della giornata, metafora della fine della giovinezza e dell'ingresso nell'età adulta, tono soffuso che riveste le cose di una polvere malinconica e richiama alla mente immagini di finitezza e di morte. La poesia crepuscolare è una poesia del quotidiano, che tuttavia non cerca negli oggetti chissà quale significato nascosto o esoterico. Le cose sono come le vediamo, richiamano la vita di chi le ha possedute e sopravvivono alla sua scomparsa. Non a caso le liriche parlano di ville abbandonate, vuoti salotti piccolo-borghesi, sanatori per tisici, conventi, convitti, cimiteri, lunghi viali solitari. L'organo di Barberia sostituisce gli squilli di tromba e le pagine grondano di umori malinconici e desolati. Le loro liriche sono popolate di sartine, suorine, bellezze appannate dall'incipiente vecchiaia, giovani melanconici e feriti dalla vita, collegiali, maestrine e convittori. Per capire cos'è stato il Crepuscolarismo, basterebbe leggere lo scarno epitaffio sulla modesta tomba di Corazzini nel cimitero del Verano a Roma: «per chi ricorda, Sergio Corazzini, poeta, a vent'anni». Parole semplici, quasi remissive, rivolte non a un vasto pubblico, ma alla sparuta schiera di "chi ricorda" questo poeta bambino tra i più prodigiosi della nostra letteratura.
Una raccolta esauriente per chi volesse avvicinarsi a questa corrente è quella a cura di Francesco Grisi edita da Newton Compton nella collana Grandi Tascabili Economici. Sebbene sia di difficile reperibilità in quanto edita nel 1995, è un'antologia completa perché ospita sia la "sacra triade" Gozzano-Corazzini-Moretti che una miriade di autori meno noti come Yosto Randaccio, Remo Mannoni, Enzo Marcellusi, Nino Oxilia e altri. Da questa raccolta ho scelto tre liriche che trattano il tema dell'abbandono, uno tra i più cari a questi "poeti della negazione".

Sergio Corazzini (1886-1907) – La villa antica
Dopo tant'anni, ieri. Il viale breve
dietro il vecchio cancello si distende
come un tempo; però sotto la neve
non vi sono più fiori, e più non pende
alcun frutto dai rami; stanca e lieve
ne la triste fontana l'acqua scende...
Nel portico, due legiadrette Eve
un Don Giovanni sotto braccio prende.

Sorridentesi sempre! O, se la pioggia
vi renda gialle o brutte o, se di notte
vi allieti il bacio buono delle stelle
di fra l'edera verde de la loggia,
o statuette moribonde e rotte,
o, della villa dolci sentinelle!


Corrado Govoni (1884-1965) – Villa chiusa
So d'una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, secreta
e chiusa come il cuore d'un poeta
che viva in solitudine forzata.

La circonda una siepe aggrovigliata
di bosso, ed una magica pineta
la cui ombra non più rende inquieta
la garrula fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa, che pare quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d'una lente.

Solo una ventarola arrugginita,
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira, interminatamente.


Yosto Randaccio (1880-1938) – Chiesa abbandonata
Chiesa bianca solitaria,
sopita nel sogno de l'aria.
E le buone preghiere?
E le anime salmodianti,
e gli organi tuonanti
nel mistero de le sere?

Sento che spira un triste vento
d'esulamento.
Per dove? Il mio cuore non lo sa,
anima de l'eternità.
La nostra tristezza chi la porta?
Quale gigante s'affatica
ne la lotta infinita
che non terminerà?

Tu pure sei morta!
Non lo senti stasera
nel vuoto di questa navata
desolata,
non lo senti questo vento
d'esulamento,
queste grida di suicida?
Antologia Newton Compton del 1995 a cura di F. Grisi

4 ottobre 2022

"Un anno terribile" di John Fante: il sogno del déraciné

Da adolescente lessi Chiedi alla polvere, nell'edizione uscita in abbinamento al quotidiano La Repubblica. Poi nella biblioteca della scuola scovai un altro libro di Fante, La strada per Los Angeles. Da allora, sto parlando degli anni 2002-2004, non mi ero più imbattuto nello scrittore italo-americano. Difatti, nonostante le buone impressioni, non è un autore che ho avuto modo di approfondire. In questi giorni mi è invece capitato tra le mani un suo romanzo breve, tra i meno noti, pubblicato postumo nel 1985 per intercessione della moglie. Un anno terribile è un libricino che rivela il talento cristallino di un grande scrittore, addirittura meglio delle sue opere più celebri. Non è dunque un caso se Fante ci lavorò per molti anni a intervalli irregolari, morendo senza averne ultimato la stesura definitiva.
Un anno terribile è la storia di un ragazzo che sogna di diventare un giocatore di baseball professionista. Dominic Molise, questo il suo nome, è figlio di due immigrati italiani e vive in una gelida cittadina del Colorado. Il padre è un muratore disoccupato abruzzese, la madre è di origini lucane. Facile rinvenire profili autobiografici, dato che la madre di Fante era della Basilicata, mentre papà Nicola veniva da Torricella Peligna in provincia di Chieti. La famiglia Molise è povera ma dignitosa e Dominic sogna di avere successo nel baseball per migliorare le condizioni di tutti. É esile, basso e con le orecchie a sventola, ma crede di essere un lanciatore provetto perché ha dalla sua parte il potente braccio sinistro, da lui personificato e chiamato con magniloquenza il Braccio. Esilaranti le pagine in cui Dominic parla con il Braccio, lo coccola, lo consola se è preoccupato, lo riscalda se ha freddo e lo protegge con un formidabile unguento, il balsamo Sloan dalla fragranza di pino.
In questo romanzo il baseball non è semplicemente uno sport popolare, ma è simbolo e incarnazione del "sogno americano". Fante si fa portavoce dei ragazzi cresciuti a cavallo tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento, per i quali il baseball era uno strumento, anzi l'unico strumento, di affermazione e scalata sociale. Tema centrale del romanzo è l'analisi del conflitto tra Dominic e i suoi genitori, ossia tra gli immigrati di prima generazione e i loro figli nati in America. Mentre i padri confidavano nel lavoro come strumento di riscatto e rivincita anche contro il razzismo, i figli non credevano che il cambiamento potesse venire dalla fatica e dal sudore della fronte. Il lavoro non era considerato da loro un ascensore sociale: l'unica strada da seguire per uscire da una vita di stenti ed emarginazione era il baseball. Non a caso i miti di Dominic sono come lui, hanno nomi americani e cognomi italiani: Joe Di Maggio, Tony Lazzeri, Joe Cicero. Ragazzi poveri, figli del nulla divenuti celebrità.
Nonostante sia un romanzo breve, Un anno terribile offre una straordinaria carrellata di indimenticabili personaggi. Il talento di Fante sta proprio nella capacità di tratteggiare un carattere con poche rapide e incisive pennellate. Questa naturalezza nel saper delineare a tuttotondo un personaggio in poche pagine e battute è, a mio avviso, la chiave del suo successo di critica e di pubblico.
Molteplici gli spunti di riflessione e le chiavi di lettura. In primo luogo, Un anno terribile offre un vivace spaccato della vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo. Immigrati che, per dirlo con le parole dello stesso Fante, si commuovevano fino alle lacrime sulle note di Torna a Surriento, ma allo stesso tempo guardavano con ammirazione al modello americano. Fante non nasconde nulla della loro misera vita, eppure non lo fa con toni lacrimevoli; anzi, l'ironia è il punto forte della sua scrittura. Il vero dramma non è materiale, ma identitario, inerente al senso di appartenenza. Dominic Molise è l'emblema di questo tormento: egli è un déraciné, uno sradicato senza un'identità forte. Non si sente pienamente italiano perché non è mai stato in Abruzzo, terra che conosce solo per i racconti nostalgici dei suoi familiari. Al tempo stesso, non è pienamente americano perché porta impressa sulla pelle e nel nome una diversa origine. Cosa fare allora? L'unico strumento per emanciparsi e diventare parte del sogno americano è il baseball, che da sport si fa promessa di eguaglianza e livellamento sociale. Tuttavia, il richiamo delle radici avrà infine la meglio persino sulla ferma volontà di Dominic.

22 settembre 2022

Que viva, que viva, el bandido Litfiba!

Finora sul blog avevo parlato dei Litfiba in un'unica occasione. La ragione è presto detta: sulla band fiorentina è stato detto tutto, si sono espresse così tante voci che non potrei aggiungere nulla di nuovo o di utile al dibattito. Poi è maturata un'idea legata a un personalissimo anniversario: sono passati esattamente venticinque anni dal giorno in cui acquistai il mio primo disco. Nel settembre del 1997 comprai la musicassetta di Mondi sommersi, dopo aver visto a ripetizione il videoclip di Goccia a goccia su Videomusic e MTV. Ho consumato quel nastro con un vecchio walkman Philips e un altrettanto obsoleto mangianastri Panasonic, finché un giorno fatale si è spezzato con mia somma disperazione. Ventisettemila lire mi sembravano un'enormità e rinunciai a ricomprarlo, anche perché nel frattempo stavo recuperando i precedenti album dei Litfiba, avvicinandomi contemporaneamente ad altri gruppi che in quegli anni portavano alta la bandiera del rock italiano, come Marlene Kuntz, C.S.I. e Bluvertigo.
In occasione di questo anniversario, e in previsione dell'annunciato definitivo scioglimento della band, ho deciso di fare una personale classifica dei loro album in studio. Sono esclusi da questo elenco i live (come lo splendido 12.5.87: aprite i vostri occhi), le colonne sonore (Eneide), le raccolte, gli EP e i tre dischi senza Piero Pelù (con Cabo alla voce). Ovviamente è una classifica personale, un gioco che non ha nessuna pretesa di verità o esaustività. Mi piacerebbe però conoscere il vostro parere nei commenti.

10. Grande nazione (2012). È stato il disco del ritorno dopo il primo scioglimento del 1999 e la parentesi con Cabo alla voce. Inevitabilmente era circondato da grandi attese, ma è sempre sbagliato aspettarsi miracoli da artisti che hanno già dato tantissimo alla musica. Nessuna divagazione pop, solo buon rock fatto con tanto mestiere: le migliori tracce sono Elettrica e Tra te e me. A mio modesto avviso non è invece all'altezza Squalo, pezzo lanciato come singolo radiofonico.

9. Eutòpia (2016). Probabilmente resterà l'ultimo album in studio a marchio Litfiba. Grafica di copertina e libretto interno in stile cyberpunk, dieci pezzi piacevoli tra cui spiccano Oltre, Maria coraggio e Straniero. L'impossibile è invece un singolo trascinante che ricorda i vecchi tempi. Secondo me potrebbe essere considerato il seguito ideale del discorso interrotto con Mondi sommersi.

8. Mondi sommersi (1997). Il disco che ha fatto nascere la mia passione, tuttavia non uno dei miei preferiti. Si caratterizza per un tocco elettronico che mancava nei lavori precedenti; ne risulta un muro di suono pieno, corposo, eppure meno duro rispetto al passato. Ci sono dentro canzoni che hanno ottenuto ottimo riscontro radiofonico, ma sono Dottor M., Si può e soprattutto Sparami a valere da sole il prezzo del biglietto.

7. Infinito (1999). Sono molto legato a questo album, perché è il primo di cui attesi con ansia l'uscita, precipitandomi al negozio di dischi già il primo giorno di vendita. Ascoltarlo fu uno shock: era un disco di pop-rock, così diverso dai precedenti. Alcuni fan di vecchia data gridarono al tradimento, soprattutto per il successo radiofonico de Il mio corpo che cambia. Si disse che i Litfiba erano diventati "commerciali", accusa che negli anni Novanta poteva costarti una buona fetta di pubblico cosiddetto "alternativo". Anche le recensioni dei critici di professione non furono lusinghiere. Lo ascoltai qualche volta e poi lo chiusi in un cassetto. A distanza di oltre vent'anni l'ho rivalutato e oggi lo ascolto spesso. Infinito va letto come una parentesi nella storia della band, quasi una sperimentazione. Anzi, a dirla tutta, è un ottimo disco di pop-rock. Prendi in mano i tuoi anni, I nuovi rampanti, Vivere il mio tempo e Incantesimo sono gioielli che si fanno apprezzare alla distanza.

6. El diablo (1990). Album di transizione, l'inizio della cosiddetta Tetralogia degli elementi, il primo dopo la dissoluzione della formazione originaria a causa della fuoriuscita di Maroccolo e della morte di Ringo De Palma. È il disco che inaugura gli anni Novanta e infatti non c'è più traccia del sound del decennio precedente; anche il modo di cantare di Pelù diventa più personale e perde quell'aura new wave della Trilogia del potere. Dentro ci sono veri e propri inni come Proibito, Gioconda e Woda woda. Tuttavia si avverte una malinconia di fondo in brani come Il volo e Ragazzo.

5. Litfiba 3 (1988). Nella sua autobiografia intitolata Perfetto difettoso, Piero Pelù non parla bene del suono di questo disco, registrato in digitale a sedici bit quando questa tecnica era ancora agli albori. Lo possiedo sia in cd che in LP e devo dire che il vinile suona decisamente meglio, nonostante la registrazione in digitale. Litfiba 3 segna un primo, parziale cambio di passo, che si accentuerà nel live Pirata del 1989. Il gruppo abbandona le atmosfere dei primi due lavori per abbracciare un discorso politico e di impegno civile. Straordinarie Santiago, Louisiana e Tex, quest'ultima col basso di Maroccolo in evidenza. Il vero capolavoro è secondo me Paname, un carnevale in musica in cui è evidente la commistione tra lingue e generi diversi, marchio di fabbrica dei primi Litfiba.

4. Terremoto (1993). Il disco più duro, politico e arrabbiato. Ci sono feroci strali contro i poteri forti, attacchi diretti alla mafia, al Vaticano, allo Stato italiano, all'ipocrisia della società, al consumismo, alla guerra. Senza dubbio, è l'album che ha contribuito a definire l'immagine dei Litfiba come vere e proprie rockstar, cosa che fino a quel momento in Italia era mancata. Per la prima volta si sentono di meno le tastiere di Aiazzi, mentre le chitarre di Ghigo Renzulli e Poggipollini diventano le assolute protagoniste. Disco comunque variegato: c'è spazio sia per l'impegno civile (Prima guardia, Dimmi il nome) che per l'ironia pungente (Firenze sogna, Il mistero di Giulia, Soldi).

3. Desaparecido (1985). Uscito un anno dopo Siberia dei Diaframma, è stato il primo vero banco di prova alla lunga distanza. Esame decisamente superato, perché ad ascoltarlo attentamente sembra opera di un gruppo con molta più esperienza. D'altronde, erano già cinque anni che giravano l'Italia e mezza Europa in tour, per cui l'affiatamento era perfetto. È l'inizio di un grande percorso nonché l'apripista della Trilogia del potere, considerata la loro fase più creativa. Eroi nel vento, Tziganata, Istanbul e La preda sono brani immortali, che vanno oltre il concetto di new wave a cui il gruppo è stato associato in questa prima fase. In realtà i Litfiba portavano avanti un discorso personalissimo, che prendeva spunto dalle mode provenienti da terra d'Albione, rielaborate però secondo una sensibilità tutta mediterranea.

2. Spirito (1994). Metterlo sul podio è davvero una scelta personalissima, che immagino non sarà condivisa da molti lettori. Eppure, secondo il mio modesto parere, Spirito è un disco piacevolissimo dall'inizio alla fine, armonioso, fantasioso, ricco di spunti interessanti. Per quanto possa sembrare un'affermazione eretica, è un album che mette di buonumore. Dopo l'impegno civile di Litfiba 3 e gli attacchi a testa bassa di Terremoto, Pelù & soci decisero di invertire la rotta: Spirito parla di amore, conflitti interiori, viaggi immaginari, "diavoli illusi di possedere il male". Animale di zona, Lo spettacolo e No frontiere i pezzi migliori.

1. 17 re (1986). Vincitore per distacco. Album doppio, sedici tracce, una più bella dell'altra. Il vertice della nostra new wave assieme a Siberia dei Diaframma. Uno dei più grandi dischi di rock cantato in italiano, se non addirittura il migliore. Imprescindibile, obbligatorio possederlo. La band in stato di grazia: la teatralità del canto di Piero, il basso pigliatutto di Maroccolo, gli inconfondibili fraseggi esotici delle tastiere di Aiazzi, la precisa sezione ritmica di Ringo e la chitarra dalle tinte wave di Ghigo. Impossibile dire quali siano i pezzi migliori, bisognerebbe citarli tutti. L'incipit di Resta è una bomba, la conclusione di Ferito è un colpo al cuore. E ancora, Re del silenzio, Pierrot e la luna, Vendette, Gira nel mio cerchio, Apapaia, Univers. Con questo lavoro i Litfiba hanno elaborato una personalissima miscela di new wave d'Oltremanica, ritmi mediterranei e balcanici, post-punk e cantautorato all'italiana. Irripetibile.
Il mio podio: 17 re, Spirito e Desaparecido

9 settembre 2022

"Conservatorio di Santa Teresa" di Romano Bilenchi: i turbamenti del giovane Sergio

In un'autorevole recensione di Chiamalo sonno di Henry Roth che ho letto tempo fa, l'articolista sosteneva che nella nostra letteratura non se ne rinverrebbe un equivalente, ossia un romanzo narrato così puntualmente attraverso gli occhi di un bambino. In verità tale romanzo esiste, è stato pubblicato nel 1940 ed è considerato il capolavoro di Romano Bilenchi, scrittore e giornalista senese nato nel 1909 e morto nel 1989. Conservatorio di Santa Teresa non è semplicemente un libro sull'infanzia: è prima di tutto una grande prova narrativa. Bilenchi si è calato con delicatezza e maestria nella mente del suo protagonista bambino, sviscerandone pensieri, punti di vista ed emozioni.
La vicenda è ambientata in un territorio caro a Bilenchi e che egli conosceva bene: la zona brulla e collinare delle Crete senesi. In questo fazzoletto di terra, in un'antica magione detta semplicemente "la villa", il piccolo Sergio vive assieme ai genitori, alla nonna e all'amata zia Vera. La nonna Giovanna è una donna saldamente ottocentesca che cerca vanamente di imporre la sua autorità sul figlio Bruno, padre di Sergio. Bruno è un impulsivo, un socialista convinto di appartenere a un'umanità eletta che muterà le sorti del mondo. E invece anche lui è costretto a scendere nelle trincee del primo conflitto mondiale, da cui uscirà irrimediabilmente cambiato. La nonna e il padre sono per Sergio i due poli di un conflitto ideologico che egli subisce senza comprenderne fino in fondo le ragioni. I due fari luminosi della sua esistenza sono invece la madre Marta e la zia Vera, dispensatrici di un amore totalizzante, a tratti soffocante. Sono proprio loro a iscrivere Sergio al Conservatorio di Santa Teresa, convitto e scuola privata tra i più rinomati della provincia.
L'ingresso nella scuola è l'evento che segna il passaggio di Sergio dall'inconsapevole infanzia all'età delle prime delusioni e responsabilità. Il Conservatorio di Santa Teresa è la capitale di un microcosmo che riflette virtù, piccolezze ed egoismi della società di fuori. Sergio è inizialmente affascinato da questo luogo, da lui identificato come un simbolo di rigore e purezza; quando però comprende che persino la scuola è uno specchio del mondo, inizia un'operazione mentale di distruzione e distacco. Il lettore segue passo dopo passo la crescita di Sergio e la sua acquisizione di consapevolezza, come nei più classici romanzi di formazione.
Sergio si impone come una delle figure infantili meglio tratteggiate della nostra letteratura. È un bimbo buono, immaginoso, ansioso, dotato di una sensibilità spiccata che si accende in slanci romantici. È naturalmente portato all'introspezione, a chiudersi in sé per osservare con occhio critico la realtà e mutarla nella fantasia secondo i propri intendimenti. Sergio presta grande attenzione ai particolari del mondo intorno e sa perdersi nella beatitudine della natura che circonda la villa. Bilenchi non nasconde tuttavia i difetti del suo protagonista, spinto a volte da una fanciullesca ostinazione che lo porta a eccedere nel suo intransigente rigore morale. In ciò assomiglia ad Agostino, il protagonista dell'omonimo romanzo di Moravia, egualmente ossessionato dal pensiero che qualche uomo potesse insidiare la madre. Sergio è sconvolto dalla esuberante femminilità della madre e della zia, arrivando così ad attuare forme più o meno consapevoli di boicottaggio nei confronti delle due donne. Le pagine più intense del romanzo sono proprio quelle dedicate al conflittuale rapporto del ragazzino con l'altro sesso e più in generale con la sensualità. Qui si esalta la capacità introspettiva dell'autore, la totale identificazione del narratore onnisciente con il protagonista bambino.
Spesso si esagera nel parlare di libri e autori "da riscoprire". Ebbene, non è questo il caso. Conservatorio di Santa Teresa è davvero un grande libro che negli anni ha acquisito la dignità di un classico. Ciononostante, quando si parla di pietre miliari della nostra letteratura del Novecento, non di rado viene colpevolmente ignorato.

28 agosto 2022

"Il passo lungo" di Giorgio Saviane: sulle orme dei propri fantasmi

Il Novecento è stato un secolo fecondo e forse irripetibile per la letteratura italiana. Tantissimi i nomi di primo piano, altrettanti gli autori che hanno ottenuto riconoscimenti in vita e poi sono stati un po' dimenticati dal grande pubblico e dagli editori. Giorgio Saviane (1916-2000) è uno di questi. Veneto di nascita e fiorentino d'adozione, ha esercitato a lungo la professione di avvocato, affermandosi in letteratura col romanzo Il papa (1963), vincitore del Campiello. Il passo lungo (1965), Il mare verticale (1973) e Eutanasia di un amore (1976) sono altri suoi libri di successo.
Il passo lungo è quello di Carola, quando altezzosa e sicura camminava sulla spiaggia di Follonica prima che la guerra mutasse irrimediabilmente i destini di ciascuno. E lungo è anche il passo della veneziana Giulia, che si muove rapida tra calli e campielli nello splendore dei suoi diciannove anni. L'unico in grado di riconoscere il passo delle due ragazze è Alberto, protagonista e narratore in prima persona di una vicenda che si snoda tra gli anni del fascismo e quelli che seguono il secondo conflitto mondiale. Alberto è di Castelfranco e proviene da una famiglia della media borghesia veneta ancorata a due inossidabili monoliti: il denaro e la moralità. A dominare sul nucleo familiare è la figura vizza e autoritaria della nonna, sebbene le sostanze siano di fatto amministrate dai due figli maschi, zii di Alberto. Sono loro i dispensatori del tanto agognato "valsente", per cui è a costoro che il ragazzo deve rispetto e obbedienza pur di ottenere a fine mese una piccola somma per le sue esigenze. Ogni deviazione rispetto alla rigida morale familiare (invero tutta di facciata) determina una decurtazione del credito mensile. Ed è per il timore di perdere il denaro che gli ardori giovanili di Alberto vengono puntualmente castrati e le sue timide rimostranze ridotte al silenzio. Tanto severi e grifagni sono gli zii, quanto amorevole e generoso è invece il padre Stanislao, tuttavia povero di sostanze e a sua volta sottomesso alle scelte dei cognati. Alberto è perdutamente innamorato di Carola, conosciuta durante le lunghe vacanze estive a Follonica, ma rinuncia a sposarla proprio per compiacere gli zii e non inimicarseli. Sono loro a dissuaderlo dal proposito, ancorati alla rigida morale piccolo-borghese che vuole che l'uomo sia economicamente "sistemato" prima di prendere moglie. La perdita di Carola è l'evento che segna l'esistenza di Alberto: egli non dimentica la ragazza e passa i successivi quindici anni all'inseguimento del suo fantasma nel ricordo dei giorni radiosi trascorsi a Follonica.
Né la guerra e la Resistenza, né il trasferimento a Firenze e il successo nella professione di medico attenuano l'ossessione di Alberto: tutte le sue giornate trascorrono nell'attesa di Carola. Si convince infine di averla ritrovata in Giulia, una donna molto più giovane che di Carola ha il medesimo passo lungo. La sua ricerca non è retta soltanto da ragioni sensuali: attraverso il fantasma di Carola e la corporeità di Giulia, Alberto si illude di riappropriarsi della giovinezza perduta e dell'epoca spensierata in cui era se stesso senza le sovrastrutture imposte dalla sua professione e dalle responsabilità che ne conseguono.
Saviane lancia con questo volume un'impietosa invettiva contro la media borghesia italiana ricca di sostanze ma povera di contenuti, incapace di slanci ideali e tenacemente aggrappata all'apparenza di una morale stantia. Tuttavia questa morale ha una sua forza attrattiva, è allettante e vischiosa al punto che ribellarsi non è solo un atto di disobbedienza, ma una prova di forza che riesce solo a metà. Alberto è l'emblema di questo fallimento, lui che ha sacrificato la sua felicità al rispetto di regole indigeste.
Il passo lungo è certamente un romanzo d'amore, sebbene si tratti di una definizione riduttiva che non rende completamente l'idea. Più nello specifico, è un romanzo sulla forza dirompente delle passioni, sulla loro capacità di orientare i destini umani verso esiti tragici e involontari. Saviane identifica nel denaro e nella sensualità due tra queste passioni divoratrici, e in effetti l'esistenza dei suoi personaggi è dilaniata da entrambe. Solo la figura di Stanislao si eleva al di sopra delle passioni, è lui il personaggio meglio riuscito del libro. Proprio colui che gli altri indicano come inetto e coglione, rivela un'onestà e un'indipendenza di pensiero che lo elevano moralmente al di sopra della suocera, del figlio e dei cognati.
Edizione Rizzoli del 1965

18 agosto 2022

L'anello del Monte Stella: un itinerario ciclo-turistico nel Cilento antico

Il Monte Stella (o della Stella) è un rilievo del Subappennino lucano che ha rivestito un ruolo centrale nella storia locale, sebbene la sua ridotta altezza di 1.131 metri non lo collochi tra le vette più alte del Cilento, che sono il Cervati (1.899 m), il Panormo (1.742 m) e il Faiatella (1.710 m). Mentre queste cime sono di grande interesse naturalistico, "la Stella" ha soprattutto una centralità storico-antropologica. E invero, l'area che si estende alle sue pendici corrisponde ai confini originari del Cilento, il cosiddetto Cilento antico. Non a caso gli unici paesi a cui è stato aggiunto nel nome il suffisso "Cilento" sono quelli che si trovano nelle vicinanze della Stella: Sessa, San Mango, Laureana, San Mauro, Prignano, Ogliastro, Mercato, San Martino. L'importanza del monte è confermata dal ritrovamento sulla cima di megaliti sicuramente disposti da mano umana. Secondo alcuni si tratterebbe dei resti di Petilia, la leggendaria capitale della confederazione dei Lucani che sarebbe stata circondata da mura spesse e inespugnabili. Secondo altri studi, i lastroni sarebbero più recenti, ruderi di una fortezza di epoca medioevale nota come Castrum Cilenti. Sulla cima inoltre si trovano due ulteriori punti di interesse: il piccolo santuario medioevale della Madonna della Stella e una grande base radar di proprietà Enav, la cui caratteristica cupola bianca (o radome) è visibile da tutto il circondario. La cima è raggiungibile a piedi, percorrendo numerosi sentieri, oppure in automobile seguendo la stretta ma panoramica strada asfaltata di sette chilometri che parte dall'abitato di Omignano.
La zona del Monte Stella si presta al ciclo-turismo ed è tradizionalmente battuta dagli appassionati delle due ruote. Solitamente i ciclisti seguono due itinerari principali: l'ascesa alla vetta e il cosiddetto anello. È chiamato "anello del monte Stella" un percorso circolare di circa ventinove chilometri che abbraccia le pendici della montagna. Lungo il suo tracciato si incrociano ben otto centri abitati: Mercato Cilento, San Mauro Cilento, Galdo, San Giovanni di Stella, Guarrazzano, Omignano, Sessa Cilento e San Mango. Il percorso è caratterizzato dall'alternanza di ripide salite e altrettante discese, con brevissimi tratti pianeggianti di solito in corrispondenza dei centri abitati.
Mappa del circuito noto come "anello del Monte Stella"

Partendo da Mercato, al bivio in cima al paese si deve svoltare a destra in direzione Serramezzana. Questo può essere convenzionalmente considerato l'inizio del giro per chi proviene dalla vecchia strada statale 18. I primi due chilometri, interamente nel bosco, sono di salita piuttosto intensa fino ad arrivare al valico in prossimità di Punta Carpinina.
Il bivio da cui inizia il percorso
Il tratto boscoso che conduce al valico di Punta Carpinina
Segnaletica in prossimità di Punta Carpinina

Superato il valico inizia una lunga e panoramica discesa: sulla sinistra il versante del Monte Stella con il radome in evidenza, sulla destra il dolce declivio che conduce alle zone costiere. In una curva prima di arrivare all'abitato di San Mauro, sulla sinistra è facilmente riconoscibile un punto di sosta nel bosco con una provvidenziale fontana. La strada prosegue e si attraversa il grazioso comune di San Mauro Cilento, in località detta Casal Soprano. Poco dopo il municipio si arriva a un altro bivio: svoltando a destra si va verso il mare, mentre l'anello prosegue a sinistra.
La fontana prima di San Mauro
Verso San Mauro

Lasciato San Mauro, il percorso continua in falsopiano tra boschi e orti per raggiungere Galdo, frazione della celebre Pollica. Superata la piazzetta di Galdo, bisogna svoltare a sinistra al bivio per San Giovanni. Da qui inizia la parte più selvaggia e panoramica dell'anello, attraversando un lungo tratto praticamente disabitato in mezzo alla natura. Un raccordo quasi pianeggiante conduce alle due frazioni del comune di Stella Cilento, San Giovanni e Guarrazzano: due villaggi ameni e silenziosi alle pendici del monte.
Ingresso a Galdo
Il bivio dopo Galdo

Verso San Giovanni e Guarrazzano

L'ultimo tratto del percorso conduce a Omignano, dove ci si può ristorare alla Fontana dei Santi, celebre in tutto il circondario per le sue acque fresche. La strada riprende a salire e si passa per Sessa Cilento e la sua frazione San Mango, casale fondato nell'anno Mille e ricco di storia e di fresche sorgenti. Superato San Mango, si affronta l'ultimo tratto in costante e regolare salita. Si giunge così nuovamente al punto di partenza di Mercato Cilento, dopo aver pedalato per quasi trenta chilometri nel cuore del Cilento antico. Ovviamente l'anello può essere percorso anche a piedi o in moto, ma è la bicicletta il mezzo più adatto per coglierne appieno ogni sfumatura.
Sessa Cilento vista da Omignano

7 agosto 2022

Suonare la rivoluzione: "Entertainment!"

L'aggettivo “seminale” viene ampiamente utilizzato da riviste e siti musicali per definire quei dischi o gruppi che hanno precorso i tempi. Sono seminali gli album che hanno circostanziato i canoni di un genere, oppure sono stati di spunto per altri artisti o movimenti. L'aggettivo a volte è abusato, al punto che vi è chi si rifiuta categoricamente di utilizzarlo. La verità, come sempre, sta nel mezzo: se è vero che spesso si abusa di tale definizione, vi sono casi in cui calza a pennello.
Si consideri Entertainment!, il primo disco degli inglesi Gang of Four. Era il 1979 e il punk sembrava già morto e sepolto, sebbene fossero passati poco più di tre anni dalla sua esplosione. Serviva un suono nuovo che sapesse prendere quanto di buono e innovativo aveva regalato la stagione del punk e al tempo stesso ne fosse un superamento. Bisognava abbandonare la logica di chi pretendeva che non fosse necessario saper suonare per fare buona musica, senza tuttavia tornare alle elaborate orchestrazioni del periodo progressivo. Questa scena innovativa fu chiamata semplicemente new wave, la nuova onda. Il passaggio dai Sex Pistols ai Joy Division non fu però immediato, com'è naturale. Ci furono sperimentazioni che produssero risultati eccelsi, come i grandi Magazine di Devoto. I Gang of Four rientrano in questo clima di transizione. Si costituirono a Leeds e la formazione originaria comprendeva Dave Allen al basso, Jon King alla voce, Andy Gill alla chitarra e Hugo Burnham alla batteria. Entertainment!, il loro esordio, è puro post-punk, un tentativo ottimamente riuscito di proiettarsi verso il futuro.
Non è un caso che il progetto conti autorevoli estimatori. Michael Stipe dei R.E.M. ha dichiarato che "Entertainment! ha fatto a pezzi tutto quello che era venuto prima", mentre per Tad Doyle dei TAD "è stato il disco che ha cambiato la mia vita […]; io stesso suonavo in una cover band dei Gang, ci chiamavamo Red Set". Ancora più entusiastiche le parole di Flea, bassista dei RHCP: "ha cambiato completamente il mio modo di concepire il rock e ha fatto nascere la mia fissazione per il basso".
Entertainment! è di base un disco punk, ma le canzoni sono più dilatate rispetto ai canonici due-tre minuti che caratterizzano il genere. Del punk vengono riprese le bordate di chitarra, affilate come lame di rasoio. Il suono dei Gang of Four è tuttavia "sporcato" da chiare influenze reggae e funk, al punto che vi è chi ha parlato di funk-punk. Il loro stile a tratti ricorda qualcosa dei Clash di London calling e Combat rock, con una differenza di fondo: mentre il gruppo di Joe Strummer nei dischi citati superava definitivamente i dettami del punk, i Gang of Four invece seguivano il genere come fosse la stella polare, pur non rinunciando all'ambizioso progetto di farlo evolvere in qualcosa di diverso e più completo. Al tempo stesso, si differenziavano anche da band come The Redskins, troppo derivativi o comunque debitori di Bob Marley & co. Per il gruppo di Leeds è dunque riduttivo parlare di funk o reggae. Si ascoltino in proposito Not great men, I found that essence rare e la celebre Damaged goods: se pure si rinvengono chiare influenze, bisogna ammettere che le bordate di chitarra di Gill e il basso prepotente di Allen creano un sound riconoscibile tra mille. E ancora, degni di nota sono il reggae sporco di Contract, l'incedere sincopato dell'iniziale Ether, nonché la grandiosa sezione ritmica di Natural's not in it. Il disco è un continuo dialogo tra passato e futuro: c'è dunque posto per il taglio quasi psichedelico di Return the gift, così come per il sintetizzatore di 5.45, il brano più new wave dell'album. Sebbene ci siano pezzi più orecchiabili, il capolavoro è la compassata Anthrax, un brano cupo e disturbato che chiude magistralmente il disco.
Un'altra peculiarità è nei testi. Già il nome del gruppo tradisce una precisa matrice ideologica: la Banda dei Quattro era infatti il nome dato a quattro politici cinesi dei tempi della Rivoluzione culturale, arrestati subito dopo la morte di Mao. I Gang of Four volevano veicolare un messaggio politico di stampo marxista attraverso la loro musica; i testi delle canzoni sono dunque lo strumento per lanciare veri e propri slogan contro la società occidentale e consumistica.
Entertainment! è un disco rivoluzionario per suono e contenuti, l'anello di congiunzione tra i riff selvaggi del punk e le raffinate divagazioni della nuova onda. Per questo e tanti altri motivi è un LP che non può mancare in una collezione che si rispetti.

27 luglio 2022

Bianchi contro l'apartheid: "Fuga da Pretoria"

Quando si parla di lotta contro l'apartheid, il pensiero corre inevitabilmente a Nelson Mandela, a Desmond Tutu e ai militanti dell'African National Congress. Si tende cioè a credere che fu una lotta esclusivamente della gente di colore. In realtà non è così, perché molti intellettuali o semplici cittadini bianchi fecero propria questa buona causa, pagando addirittura con il carcere. Gli attivisti bianchi erano ovviamente invisi alla classe dirigente, considerati ingrati e traditori. Ci voleva coraggio per abbandonare i privilegi di cui si godeva esclusivamente per il colore della pelle, abbracciando invece la causa degli esclusi e degli emarginati. Non dobbiamo infatti dimenticare che tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso il Sudafrica beneficiò di una crescita vertiginosa, che portò l'elite bianca a standard di ricchezza sovente superiori a quelli della classe media europea. Tuttavia era un sistema fondato sull'iniquità e la disuguaglianza, era il benessere di pochi a discapito della maggioranza che spesso sopravviveva al di sotto della soglia di povertà. Lo stesso accadde in Rhodesia, l'attuale Zimbabwe, che attuò una politica simile a quella del vicino Sudafrica, sebbene meno restrittiva per la maggioranza nera. Per questi motivi, essere bianco e condannare l'apartheid era una scelta coraggiosa e controcorrente, persino contro i propri interessi.
Tim Jenkin e Stephen Lee erano due di questi attivisti bianchi, protagonisti di una vicenda rocambolesca e persino comica che ai tempi fece appassionare l'opinione pubblica sudafricana. I due giovani erano iscritti al movimento clandestino dell'African National Congress ed erano specializzati in spettacolari azioni di propaganda. Il loro modus operandi era quantomeno bizzarro: piazzavano piccole cariche esplosive in luoghi affollati, che detonando lanciavano in aria centinaia di volantini inneggianti alla lotta contro la segregazione razziale. Erano azioni rumorose ma incruente: dopo lo shock iniziale per la piccola esplosione, la folla si accalcava a raccogliere i volantini e spesso nascevano manifestazioni estemporanee che impensierivano la polizia. Alla fine degli anni Settanta i due vennero arrestati in flagranza e condannati a dodici e otto anni di prigione, da scontare nell'istituto per detenuti politici bianchi di Pretoria. Ciò che li rese celebri non fu però l'arresto, ma l'incredibile fuga dal carcere che consentì loro di raggiungere lo Zambia e da lì l'Inghilterra.
Fuga da Pretoria, per la regia del promettente Francis Annan, è un film del 2020 che racconta i dettagli di questa originale evasione. Originale perché Jenkin e Lee non utilizzarono lime, armi, lenzuoli annodati, corruzione o altri metodi tradizionali. Loro optarono per una scelta azzardata che tuttavia si rivelò vincente: costruirono delle chiavi in legno per aprire le nove porte blindate che si frapponevano all'agognata libertà. L'operazione richiese studio e fatica per un anno e mezzo. Ogni occasione era buona per imprimere nella mente la forma delle chiavi che i secondini portavano appese alla cintola; poi, tornati in cella, i due riproducevano su carta il disegno delle chiavi che avevano memorizzato. Infine, nella falegnameria del carcere dove lavoravano, costruivano un rudimentale ma efficace duplicato in legno. E fu proprio grazie a quelle chiavi fatte in casa che guadagnarono infine la libertà.
Protagonisti del film sono Daniel Radcliffe, nel ruolo di Jenkin, e Daniel Webber in quello di Lee. Radcliffe in particolare ci regala un'interpretazione molto intensa ed è perfettamente calato nei panni di Jenkin; con questo film ha dimostrato di essere un attore ormai maturo, che merita di essere conosciuto non solo per Harry Potter. La pellicola è aderente alla storia vera, salvo qualche piccolo particolare, come ad esempio il personaggio inventato di Leonard Fontaine, pensato per aggiungere un tocco di ulteriore drammaticità alla storia. Tra i personaggi storicamente esistiti spicca l'attivista Denis Goldberg, che effettivamente scontò un lungo periodo in carcere per il suo impegno a favore della gente di colore.
Fuga da Pretoria è sostanzialmente un film d'azione, senza tuttavia eccessi di violenza. Anzi, pur mostrando la brutalità del regime sudafricano e delle sue carceri, il regista indugia soprattutto sulla minuziosa preparazione della fuga, regalando allo spettatore quasi due ore di piacevole tensione emotiva. Se volessimo trovare un punto debole, si potrebbe obiettare uno scarso approfondimento dei profili politici e ideologici della lotta contro l'apartheid. Ci sono alcune scene d'impatto, come quella in cui la guardia carceraria ordina all'inserviente di colore di raccogliere il vassoio caduto al detenuto, perché si tratta di “un lavoro da neri”. Questa scena mostra agli spettatori più attenti l'iniquità del regime sudafricano, in cui un dipendente di colore – e dunque un uomo libero – era considerato dall'istituzione carceraria subordinato persino a un detenuto. Manca però nel film una visione d'insieme della lotta contro l'apartheid, che magari avrebbe aiutato soprattutto le nuove generazioni a inquadrare meglio la vicenda.
Al di là di questo piccolo appunto, il film è godibile e merita di essere visto. Si inserisce in quel filone carcerario che tanto successo ha avuto in passato: si pensi solo a Il buco di Jacques Becker, oppure al celeberrimo Papillon. Il fatto che si tratti di una storia vera, e le modalità davvero originali della fuga, fanno sì che non si abbia mai l'impressione del “già visto”.

14 luglio 2022

"Il tempo di vivere con te" di Giuseppe Culicchia: il volto privato di una tragedia collettiva

Non tutte le vicende private hanno un rilievo pubblico, ma ogni vicenda pubblica ha risvolti privati. Compresi questo concetto per la prima volta quando andai con la scuola alla proiezione del film 11 settembre 2001, lungometraggio a episodi sull'attentato alle Torri Gemelle di New York firmato da undici grandi registi. Ciascuno dei cineasti metteva in luce questo aspetto, ossia la vicenda individuale che si nasconde dietro la grande tragedia collettiva. Leggendo Il tempo di vivere con te di Giuseppe Culicchia mi è venuto in mente il film visto esattamente vent'anni fa e il primigenio significato che ne colsi.
Alle prime luci dell'alba del 15 dicembre 1976 la polizia fece irruzione in un appartamento popolare di Sesto San Giovanni per eseguire una perquisizione nei confronti di un giovane militante delle Brigate Rosse. Sentendo il trambusto, il ragazzo si affacciò dalla porta della sua stanza e sparò dei colpi di pistola all'indirizzo dei poliziotti. Senza voler entrare nel merito della dinamica, basti dire che nel conflitto a fuoco rimasero uccise tre persone: il maresciallo Sergio Bazzega, il vicequestore Vittorio Padovani e il ventenne, che di nome faceva Walter Alasia.
Fin qui l'avvenimento pubblico, una delle pagine più emblematiche e dolorose degli Anni di piombo. Oltre la vicenda collettiva c'è però il dramma privato, quello che racconta Giuseppe Culicchia in questo intenso libro a metà strada tra un memoir familiare, un diario e un saggio storico. Walter Alasia era cugino di Giuseppe Culicchia, le rispettive madri erano sorelle. Walter viveva a Sesto e Giuseppe a Grosso nel Canavese, Walter aveva vent'anni e Giuseppe undici, il primo era un ragazzo e il secondo un bambino, il primo leggeva i classici del pensiero politico e il secondo le avventure di Tex e Zagor. Si vedevano principalmente durante le vacanze estive, eppure il loro era un rapporto speciale. Walter era, per Giuseppe, un esempio da imitare, il fratello maggiore con cui trascorrere nella vecchia casa dei nonni le spensierate giornate di agosto.
Il tempo di vivere con te contiene in sé i due profili, il pubblico e il privato. È la storia del brigatista Alasia, il resoconto duro e spietato di un'epoca di grandi lotte politiche e di morte. Al contempo è il racconto di Walter, Giuseppe, Ada, Gabriella, Guido, Francesco, Oscar, la storia di una famiglia italiana come tante, dilaniata da un dolore devastante. Culicchia ha impiegato quarant'anni per portare a termine questo volume, iniziato, almeno idealmente, subito dopo la morte del cugino per dare forma e componimento alla sua sofferenza. Anzi, la vicenda di Walter è stata proprio la molla che ha fatto scattare in Culicchia il desiderio di diventare scrittore. La letteratura come catarsi, dunque, o semplicemente come esorcismo dal dolore.
A mio avviso lo scrittore torinese è stato abilissimo nel trattare una materia così delicata e controversa. Probabilmente è stato agevolato dal coinvolgimento personale, ma ciò non toglie che si è mosso su un terreno scivoloso. Le ferite degli Anni di piombo sono ancora fresche e parte dell'opinione pubblica non vuole o non è in grado di scindere l'uomo dal brigatista. Culicchia invece fa proprio questo: ci offre il ritratto tenero e commosso di suo cugino, che prima ancora di apparire sulle prime pagine di tutti i giornali d'Italia era un ragazzo come tanti, generoso, idealista, legatissimo alla sua famiglia. Uno sforzo uguale è richiesto anche al lettore: liberarsi dal pregiudizio e separare la persona dalle azioni discutibili che ha compiuto.
«Che senso ha venire al mondo, se poi si deve vivere dopo che le persone che abbiamo amato di più sono morte? C'è dolore più grande? E perché morire a vent'anni, Walter? Perché uccidere per poi venire ucciso? Non è vero che il tempo aiuta. Il tempo non guarisce le ferite. Il tempo è un grande bastardo perché porta via tutto con sé. Tutto tranne l'amore. È per questo che il dolore non passa.»
Il tempo di vivere con te è un libro coinvolgente che si divora in poche ore. Chi già conosce le vicende narrate, sia pure per sommi capi, sarà agevolato nella comprensione; nondimeno alcuni capitoli hanno un taglio quasi storiografico e riassumono i principali avvenimenti del decennio 1969-1978. La narrazione è inoltre arricchita da fotografie scattate dal padre di Walter, Guido Alasia, nonché da stralci del primo volume che si occupò della vicenda, Indagine su un brigatista rosso di Giorgio Manzini.
Ritengo che scrivere questo volume sia stato un grandissimo atto di coraggio: Culicchia non ha esitato a rendere pubblico un dolore intimo, donandoci una storia familiare così tragica e toccante.

3 luglio 2022

Roma da (ri)scoprire n. 6: Sant'Alfonso all'Esquilino

Come ho già scritto in altri articoli, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti di grande valore, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa tra le meno note, nonostante la scenografica posizione rialzata rispetto al piano stradale.
La chiesa di Sant'Alfonso de' Liguori si trova su Via Merulana, la lunga strada alberata che collega due tra le basiliche più importanti della Capitale, San Giovanni e Santa Maria Maggiore. Considerando questi due poli di attrazione turistica e spirituale, gli altri quattro edifici religiosi che si incontrano lungo la via passano inevitabilmente in secondo piano. Si tratta delle chiese di Sant'Antonio, Sant'Anna al Laterano, Santi Marcellino e Pietro e appunto di quella dedicata a Sant'Alfonso de' Liguori (1696-1787). Poiché porto il suo nome, è a questo tempio che voglio dedicare la mia attenzione.
La scenografica facciata

La celebre Guida rossa del Touring Club Italiano la definisce «il primo esempio pubblico di gothic revival nell'architettura religiosa romana». La chiesa misura 42x14 metri, fu eretta negli anni 1855-59 su progetto dell'architetto scozzese George Wigley e successivamente modificata tra il 1898 e il 1900 da Maximilian Schmalz. La facciata è a due ordini, quello in basso in travertino e il sopraelevato in mattoni. Due sono le caratteristiche che attirano l'occhio del visitatore: l'arcata ogivale che inquadra il rosone e il delizioso protiro a tre ingressi. I timpani dei tre ingressi sono decorati: al centro campeggia un mosaico della Vergine del Perpetuo Soccorso, mentre ai lati ci sono due bassorilievi che raffigurano Sant'Alfonso e un altro Santo redentorista. Non bisogna infatti dimenticare che a destra della chiesa sorge la Casa generalizia dei Missionari Redentoristi, la congregazione fondata proprio dal Santo campano nel 1732. Sulla cuspide del timpano centrale si eleva invece una statua del Redentore in marmo di Carrara.
Particolare del protiro

L'interno presenta una grande navata centrale e due piccole navate laterali, divise da colonne rivestite di marmi policromi; su ogni lato si aprono sei cappelle intercomunicanti. I soprastanti matronei, così come tutta la decorazione in marmi policromi, stucchi e pitture (opera di Maximilian Schmalz), risalgono ai restauri di fine Ottocento. Spiccano i confessionali, opera del fine ebanista Gerardo Uriati, nonché le finestre in vetro istoriato del frate francese Marcellino Leforestier. Sull'arco che delimita la zona del presbiterio è notevole l'affresco L'incoronazione della Vergine tra gli Angeli e i Santi Redentoristi, completato nel primo Novecento da Eugenio Cisterna. Degno di nota è anche il grande mosaico che riveste l'abside, raffigurante il Redentore tra la Vergine e San Giuseppe; si tratta di un'opera recente, terminata nel 1964.
La navata centrale

Particolare di una cappella laterale

Il vero motivo per cui questa chiesa merita una visita è tuttavia un altro e misura appena 54x41 centimetri. Sono queste le dimensioni di una veneratissima icona bizantina su legno di scuola cretese, risalente al XIV secolo. É l'icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, tra le più celebri e venerate di Roma. Secondo la leggenda, la tavola fu trafugata dall'isola di Creta da un mercante che la trasportò a Roma a bordo di una nave. Il titolo di “Perpetuo Soccorso” le fu dato per la prima volta nella chiesa di San Matteo (oggi non più esistente), dove la tavola fu custodita dal 1499 al 1798. In quell'anno la cappella fu distrutta dalle truppe francesi e l'immagine venne trasferita nella chiesa di Santa Maria in Posterula, dove rimase pressoché dimenticata per settant'anni. Quando i Redentoristi acquistarono il terreno dove un tempo sorgeva la cappella di San Matteo, decisero di riportare la Madonna del Perpetuo Soccorso nella sua primitiva “casa” romana. Fu così che venne trasferita nella chiesa di Sant'Alfonso di nuova costruzione e il 26 aprile del 1866 fu esposta al culto dei fedeli. Da allora è una delle più celebri immagini della Vergine, venerata in tutto il mondo. L'icona è custodita in una teca sopra l'altare principale, per cui è abbastanza difficoltoso ammirarla. I Redentoristi hanno tuttavia provveduto a una riproduzione che si trova nel presbiterio, al termine della navata di destra. Tra i tanti significati simbolici, è soprattutto un particolare ad attirare l'attenzione del visitatore, ossia il sandalo che cade dal piede destro del Bambinello, lasciandolo scalzo. Si tratta di un'originale soluzione pittorica a voler significare che Dio ha camminato per le strade del mondo attraverso suo Figlio Gesù, divinità incarnata nella storia umana.
L'altare, dove si trova l'icona
Riproduzione dell'icona
La sagrestia

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