27 luglio 2022

Bianchi contro l'apartheid: "Fuga da Pretoria"

Quando si parla di lotta contro l'apartheid, il pensiero corre inevitabilmente a Nelson Mandela, a Desmond Tutu e ai militanti dell'African National Congress. Si tende cioè a credere che fu una lotta esclusivamente della gente di colore. In realtà non è così, perché molti intellettuali o semplici cittadini bianchi fecero propria questa buona causa, pagando addirittura con il carcere. Gli attivisti bianchi erano ovviamente invisi alla classe dirigente, considerati ingrati e traditori. Ci voleva coraggio per abbandonare i privilegi di cui si godeva esclusivamente per il colore della pelle, abbracciando invece la causa degli esclusi e degli emarginati. Non dobbiamo infatti dimenticare che tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso il Sudafrica beneficiò di una crescita vertiginosa, che portò l'elite bianca a standard di ricchezza sovente superiori a quelli della classe media europea. Tuttavia era un sistema fondato sull'iniquità e la disuguaglianza, era il benessere di pochi a discapito della maggioranza che spesso sopravviveva al di sotto della soglia di povertà. Lo stesso accadde in Rhodesia, l'attuale Zimbabwe, che attuò una politica simile a quella del vicino Sudafrica, sebbene meno restrittiva per la maggioranza nera. Per questi motivi, essere bianco e condannare l'apartheid era una scelta coraggiosa e controcorrente, persino contro i propri interessi.
Tim Jenkin e Stephen Lee erano due di questi attivisti bianchi, protagonisti di una vicenda rocambolesca e persino comica che ai tempi fece appassionare l'opinione pubblica sudafricana. I due giovani erano iscritti al movimento clandestino dell'African National Congress ed erano specializzati in spettacolari azioni di propaganda. Il loro modus operandi era quantomeno bizzarro: piazzavano piccole cariche esplosive in luoghi affollati, che detonando lanciavano in aria centinaia di volantini inneggianti alla lotta contro la segregazione razziale. Erano azioni rumorose ma incruente: dopo lo shock iniziale per la piccola esplosione, la folla si accalcava a raccogliere i volantini e spesso nascevano manifestazioni estemporanee che impensierivano la polizia. Alla fine degli anni Settanta i due vennero arrestati in flagranza e condannati a dodici e otto anni di prigione, da scontare nell'istituto per detenuti politici bianchi di Pretoria. Ciò che li rese celebri non fu però l'arresto, ma l'incredibile fuga dal carcere che consentì loro di raggiungere lo Zambia e da lì l'Inghilterra.
Fuga da Pretoria, per la regia del promettente Francis Annan, è un film del 2020 che racconta i dettagli di questa originale evasione. Originale perché Jenkin e Lee non utilizzarono lime, armi, lenzuoli annodati, corruzione o altri metodi tradizionali. Loro optarono per una scelta azzardata che tuttavia si rivelò vincente: costruirono delle chiavi in legno per aprire le nove porte blindate che si frapponevano all'agognata libertà. L'operazione richiese studio e fatica per un anno e mezzo. Ogni occasione era buona per imprimere nella mente la forma delle chiavi che i secondini portavano appese alla cintola; poi, tornati in cella, i due riproducevano su carta il disegno delle chiavi che avevano memorizzato. Infine, nella falegnameria del carcere dove lavoravano, costruivano un rudimentale ma efficace duplicato in legno. E fu proprio grazie a quelle chiavi fatte in casa che guadagnarono infine la libertà.
Protagonisti del film sono Daniel Radcliffe, nel ruolo di Jenkin, e Daniel Webber in quello di Lee. Radcliffe in particolare ci regala un'interpretazione molto intensa ed è perfettamente calato nei panni di Jenkin; con questo film ha dimostrato di essere un attore ormai maturo, che merita di essere conosciuto non solo per Harry Potter. La pellicola è aderente alla storia vera, salvo qualche piccolo particolare, come ad esempio il personaggio inventato di Leonard Fontaine, pensato per aggiungere un tocco di ulteriore drammaticità alla storia. Tra i personaggi storicamente esistiti spicca l'attivista Denis Goldberg, che effettivamente scontò un lungo periodo in carcere per il suo impegno a favore della gente di colore.
Fuga da Pretoria è sostanzialmente un film d'azione, senza tuttavia eccessi di violenza. Anzi, pur mostrando la brutalità del regime sudafricano e delle sue carceri, il regista indugia soprattutto sulla minuziosa preparazione della fuga, regalando allo spettatore quasi due ore di piacevole tensione emotiva. Se volessimo trovare un punto debole, si potrebbe obiettare uno scarso approfondimento dei profili politici e ideologici della lotta contro l'apartheid. Ci sono alcune scene d'impatto, come quella in cui la guardia carceraria ordina all'inserviente di colore di raccogliere il vassoio caduto al detenuto, perché si tratta di “un lavoro da neri”. Questa scena mostra agli spettatori più attenti l'iniquità del regime sudafricano, in cui un dipendente di colore – e dunque un uomo libero – era considerato dall'istituzione carceraria subordinato persino a un detenuto. Manca però nel film una visione d'insieme della lotta contro l'apartheid, che magari avrebbe aiutato soprattutto le nuove generazioni a inquadrare meglio la vicenda.
Al di là di questo piccolo appunto, il film è godibile e merita di essere visto. Si inserisce in quel filone carcerario che tanto successo ha avuto in passato: si pensi solo a Il buco di Jacques Becker, oppure al celeberrimo Papillon. Il fatto che si tratti di una storia vera, e le modalità davvero originali della fuga, fanno sì che non si abbia mai l'impressione del “già visto”.

14 luglio 2022

"Il tempo di vivere con te" di Giuseppe Culicchia: il volto privato di una tragedia collettiva

Non tutte le vicende private hanno un rilievo pubblico, ma ogni vicenda pubblica ha risvolti privati. Compresi questo concetto per la prima volta quando andai con la scuola alla proiezione del film 11 settembre 2001, lungometraggio a episodi sull'attentato alle Torri Gemelle di New York firmato da undici grandi registi. Ciascuno dei cineasti metteva in luce questo aspetto, ossia la vicenda individuale che si nasconde dietro la grande tragedia collettiva. Leggendo Il tempo di vivere con te di Giuseppe Culicchia mi è venuto in mente il film visto esattamente vent'anni fa e il primigenio significato che ne colsi.
Alle prime luci dell'alba del 15 dicembre 1976 la polizia fece irruzione in un appartamento popolare di Sesto San Giovanni per eseguire una perquisizione nei confronti di un giovane militante delle Brigate Rosse. Sentendo il trambusto, il ragazzo si affacciò dalla porta della sua stanza e sparò dei colpi di pistola all'indirizzo dei poliziotti. Senza voler entrare nel merito della dinamica, basti dire che nel conflitto a fuoco rimasero uccise tre persone: il maresciallo Sergio Bazzega, il vicequestore Vittorio Padovani e il ventenne, che di nome faceva Walter Alasia.
Fin qui l'avvenimento pubblico, una delle pagine più emblematiche e dolorose degli Anni di piombo. Oltre la vicenda collettiva c'è però il dramma privato, quello che racconta Giuseppe Culicchia in questo intenso libro a metà strada tra un memoir familiare, un diario e un saggio storico. Walter Alasia era cugino di Giuseppe Culicchia, le rispettive madri erano sorelle. Walter viveva a Sesto e Giuseppe a Grosso nel Canavese, Walter aveva vent'anni e Giuseppe undici, il primo era un ragazzo e il secondo un bambino, il primo leggeva i classici del pensiero politico e il secondo le avventure di Tex e Zagor. Si vedevano principalmente durante le vacanze estive, eppure il loro era un rapporto speciale. Walter era, per Giuseppe, un esempio da imitare, il fratello maggiore con cui trascorrere nella vecchia casa dei nonni le spensierate giornate di agosto.
Il tempo di vivere con te contiene in sé i due profili, il pubblico e il privato. È la storia del brigatista Alasia, il resoconto duro e spietato di un'epoca di grandi lotte politiche e di morte. Al contempo è il racconto di Walter, Giuseppe, Ada, Gabriella, Guido, Francesco, Oscar, la storia di una famiglia italiana come tante, dilaniata da un dolore devastante. Culicchia ha impiegato quarant'anni per portare a termine questo volume, iniziato, almeno idealmente, subito dopo la morte del cugino per dare forma e componimento alla sua sofferenza. Anzi, la vicenda di Walter è stata proprio la molla che ha fatto scattare in Culicchia il desiderio di diventare scrittore. La letteratura come catarsi, dunque, o semplicemente come esorcismo dal dolore.
A mio avviso lo scrittore torinese è stato abilissimo nel trattare una materia così delicata e controversa. Probabilmente è stato agevolato dal coinvolgimento personale, ma ciò non toglie che si è mosso su un terreno scivoloso. Le ferite degli Anni di piombo sono ancora fresche e parte dell'opinione pubblica non vuole o non è in grado di scindere l'uomo dal brigatista. Culicchia invece fa proprio questo: ci offre il ritratto tenero e commosso di suo cugino, che prima ancora di apparire sulle prime pagine di tutti i giornali d'Italia era un ragazzo come tanti, generoso, idealista, legatissimo alla sua famiglia. Uno sforzo uguale è richiesto anche al lettore: liberarsi dal pregiudizio e separare la persona dalle azioni discutibili che ha compiuto.
«Che senso ha venire al mondo, se poi si deve vivere dopo che le persone che abbiamo amato di più sono morte? C'è dolore più grande? E perché morire a vent'anni, Walter? Perché uccidere per poi venire ucciso? Non è vero che il tempo aiuta. Il tempo non guarisce le ferite. Il tempo è un grande bastardo perché porta via tutto con sé. Tutto tranne l'amore. È per questo che il dolore non passa.»
Il tempo di vivere con te è un libro coinvolgente che si divora in poche ore. Chi già conosce le vicende narrate, sia pure per sommi capi, sarà agevolato nella comprensione; nondimeno alcuni capitoli hanno un taglio quasi storiografico e riassumono i principali avvenimenti del decennio 1969-1978. La narrazione è inoltre arricchita da fotografie scattate dal padre di Walter, Guido Alasia, nonché da stralci del primo volume che si occupò della vicenda, Indagine su un brigatista rosso di Giorgio Manzini.
Ritengo che scrivere questo volume sia stato un grandissimo atto di coraggio: Culicchia non ha esitato a rendere pubblico un dolore intimo, donandoci una storia familiare così tragica e toccante.

3 luglio 2022

Roma da (ri)scoprire n. 6: Sant'Alfonso all'Esquilino

Come ho già scritto in altri articoli, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti di grande valore, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei parlare brevemente di una chiesa tra le meno note, nonostante la scenografica posizione rialzata rispetto al piano stradale.
La chiesa di Sant'Alfonso de' Liguori si trova su Via Merulana, la lunga strada alberata che collega due tra le basiliche più importanti della Capitale, San Giovanni e Santa Maria Maggiore. Considerando questi due poli di attrazione turistica e spirituale, gli altri quattro edifici religiosi che si incontrano lungo la via passano inevitabilmente in secondo piano. Si tratta delle chiese di Sant'Antonio, Sant'Anna al Laterano, Santi Marcellino e Pietro e appunto di quella dedicata a Sant'Alfonso de' Liguori (1696-1787). Poiché porto il suo nome, è a questo tempio che voglio dedicare la mia attenzione.
La scenografica facciata

La celebre Guida rossa del Touring Club Italiano la definisce «il primo esempio pubblico di gothic revival nell'architettura religiosa romana». La chiesa misura 42x14 metri, fu eretta negli anni 1855-59 su progetto dell'architetto scozzese George Wigley e successivamente modificata tra il 1898 e il 1900 da Maximilian Schmalz. La facciata è a due ordini, quello in basso in travertino e il sopraelevato in mattoni. Due sono le caratteristiche che attirano l'occhio del visitatore: l'arcata ogivale che inquadra il rosone e il delizioso protiro a tre ingressi. I timpani dei tre ingressi sono decorati: al centro campeggia un mosaico della Vergine del Perpetuo Soccorso, mentre ai lati ci sono due bassorilievi che raffigurano Sant'Alfonso e un altro Santo redentorista. Non bisogna infatti dimenticare che a destra della chiesa sorge la Casa generalizia dei Missionari Redentoristi, la congregazione fondata proprio dal Santo campano nel 1732. Sulla cuspide del timpano centrale si eleva invece una statua del Redentore in marmo di Carrara.
Particolare del protiro

L'interno presenta una grande navata centrale e due piccole navate laterali, divise da colonne rivestite di marmi policromi; su ogni lato si aprono sei cappelle intercomunicanti. I soprastanti matronei, così come tutta la decorazione in marmi policromi, stucchi e pitture (opera di Maximilian Schmalz), risalgono ai restauri di fine Ottocento. Spiccano i confessionali, opera del fine ebanista Gerardo Uriati, nonché le finestre in vetro istoriato del frate francese Marcellino Leforestier. Sull'arco che delimita la zona del presbiterio è notevole l'affresco L'incoronazione della Vergine tra gli Angeli e i Santi Redentoristi, completato nel primo Novecento da Eugenio Cisterna. Degno di nota è anche il grande mosaico che riveste l'abside, raffigurante il Redentore tra la Vergine e San Giuseppe; si tratta di un'opera recente, terminata nel 1964.
La navata centrale

Particolare di una cappella laterale

Il vero motivo per cui questa chiesa merita una visita è tuttavia un altro e misura appena 54x41 centimetri. Sono queste le dimensioni di una veneratissima icona bizantina su legno di scuola cretese, risalente al XIV secolo. É l'icona della Madonna del Perpetuo Soccorso, tra le più celebri e venerate di Roma. Secondo la leggenda, la tavola fu trafugata dall'isola di Creta da un mercante che la trasportò a Roma a bordo di una nave. Il titolo di “Perpetuo Soccorso” le fu dato per la prima volta nella chiesa di San Matteo (oggi non più esistente), dove la tavola fu custodita dal 1499 al 1798. In quell'anno la cappella fu distrutta dalle truppe francesi e l'immagine venne trasferita nella chiesa di Santa Maria in Posterula, dove rimase pressoché dimenticata per settant'anni. Quando i Redentoristi acquistarono il terreno dove un tempo sorgeva la cappella di San Matteo, decisero di riportare la Madonna del Perpetuo Soccorso nella sua primitiva “casa” romana. Fu così che venne trasferita nella chiesa di Sant'Alfonso di nuova costruzione e il 26 aprile del 1866 fu esposta al culto dei fedeli. Da allora è una delle più celebri immagini della Vergine, venerata in tutto il mondo. L'icona è custodita in una teca sopra l'altare principale, per cui è abbastanza difficoltoso ammirarla. I Redentoristi hanno tuttavia provveduto a una riproduzione che si trova nel presbiterio, al termine della navata di destra. Tra i tanti significati simbolici, è soprattutto un particolare ad attirare l'attenzione del visitatore, ossia il sandalo che cade dal piede destro del Bambinello, lasciandolo scalzo. Si tratta di un'originale soluzione pittorica a voler significare che Dio ha camminato per le strade del mondo attraverso suo Figlio Gesù, divinità incarnata nella storia umana.
L'altare, dove si trova l'icona
Riproduzione dell'icona
La sagrestia

Le fotografie sono liberamente utilizzabili, purché ne venga indicata la provenienza da questo blog.

22 giugno 2022

"Slippery", piccolo compendio di rock australiano

Quando si parla di rock cantato in inglese, solitamente si pensa ai grandi gruppi britannici o statunitensi. Qualcuno magari ricorda artisti irlandesi come gli U2, Rory Gallagher o i Pogues, ma di rado si va oltre. Eppure il rock è forse uno dei principali collanti culturali tra i Paesi del Commonwealth, altrimenti profondamente diversi e divisi. Si pensi alle scene musicali africane degli anni Settanta, come quella sudafricana e rhodesiana, oppure al Zamrock, la scena zambiana dalla vena psichedelica e progressiva che è stata orgogliosamente riscoperta negli ultimi anni. Se quelle citate sono realtà marginali e poco famose, l'Australia invece è stata e continua ad essere una fucina di talenti, come dimostra il recente successo di Amyl and The Sniffers. Australiani erano i Saints del compianto Chris Bailey, forse il primo gruppo realmente punk della storia. Australiano è Nick Cave, dalla stessa nazione provengono gruppi come The Church, Wolfmother o INXS, per non citare i più celebri AC/DC.
Tra i nomi di nicchia dell'Aussie rock meritano una menzione The Lizard Train di Adelaide, cinque album all'attivo tra il 1987 e il 1995, prima che i componenti si dedicassero a una serie di progetti collaterali. L'album di cui voglio parlare è Slippery, il loro esordio alla lunga distanza del 1987. Il disco uscì per l'etichetta locale Greasy Pop Records e fu registrato nel dicembre 1986 presso lo Studio 202 di Adelaide. Per la produzione il gruppo si affidò a un ingegnere del suono di casa Greasy Pop, Kim Horne. La formazione era composta da Shane Bloffwitch al basso e voce, David Cree alla batteria, Phil Drew e Chris Willard alle chitarre e voce. La formazione è quella classica rock, con l'aggiunta di qualche incursione delle tastiere di Vic Conrad.
Si parte con Nude on fire, un brano quadrato dalle tinte wave caratterizzato da un riff particolarmente felice. Le chitarre dominano la scena, grazie a un potente riverbero che può piacere o meno, ma riflette i gusti dell'epoca. Sempre sulla prima facciata spicca Ever been there, che inizia come una ballata con tanto di controcanto femminile, per poi esaltarsi nella coda strumentale con assolo di chitarra. Lo stesso schema viene ripetuto in Oblivion, il brano che chiude il lato A. Qui si evidenziano le doti di scrittura del quartetto australiano: la traccia sembra voler strizzare l'occhio al facile successo radiofonico, per poi assumere nella seconda parte un andamento quasi grunge che anticipa quello che faranno di lì a qualche anno i Pearl Jam. Una menzione per Swallow your tongue, che invece ricorda il pub rock dei grandi Dr. Feelgood. La seconda facciata presenta un generale calo di ispirazione, eppure contiene una perla come One dream every second, una ballata che inizia con toni soffusi e delicati per poi alzarsi di tono nel crescendo finale. È una traccia sufficientemente radiofonica che avrebbe meritato maggior successo.
Slippery, traducibile come “viscido” o “scivoloso”, mostra una band solida e affiatata, con un suono già maturo e definito. É un disco da onesti operai del rock, un lavoro che ha la sua forza nelle melodie create dagli intrecci delle due chitarre. Pur non essendo un LP rivoluzionario o epocale, si può affermare che sia invecchiato abbastanza bene. C'è qualche episodio tipicamente “ottantiano”, eppure il più immediato riferimento va al rock dei due decenni precedenti, vera fonte di ispirazione per il quartetto australiano. Si prenda la quarta traccia della prima facciata, Who hates you, che addirittura riporta alla mente qualcosa della scena psichedelica inglese di fine Sessanta. Oppure si consideri The girl with the legs, con i suoi richiami neppure tanto velati all'effimera stagione punk.
The Lizard Train era un gruppo valente, che secondo me ha pagato la marginalità dell'Australia, l'essere nato in un paese sviluppato ma lontano dai centri nevralgici della musica e del successo. Il vinile originale è stato pubblicato in Australia con codice GPR132, nonché in Inghilterra e Spagna dalla Zinger Records sempre nel 1987. Secondo quanto ho appreso su Discogs, non esistono versioni in cd e l'album non è mai stato ristampato. Ciò non significa che sia un disco raro, perché anzi è in vendita on line a prezzi più che accessibili. Potrebbe però essere difficile trovarlo in Italia, salvo colpi di fortuna.
Copertina del 33 giri e particolare della busta interna

10 giugno 2022

Andrej Tarkovskij, il cinema come percorso mistico

A causa di decisioni politiche scellerate stiamo vivendo il momento più basso delle relazioni tra Italia e Russia dalla fine del secondo conflitto mondiale. Mai come in questi giorni andrebbero pertanto riscoperti i secolari legami tra i due popoli. E invece, persino in certi ambienti culturali evidentemente inquinati dalla malafede ideologica, l'arte russa è stata bandita, come se le colpe dei governanti dovessero ricadere sugli incolpevoli intellettuali. Vale allora la pena rievocare una vicenda quasi dimenticata: c'è stata un'epoca in cui uno dei più grandi cineasti sovietici ambientò proprio in Italia uno dei suoi massimi capolavori.
Nostalghia, di Andrej Tarkovskij, fu girato nel 1983 tra la Toscana e Roma. È facile riconoscere alcuni tra i luoghi più suggestivi del Centro Italia: le terme di Bagno Vignoni, l'Abbazia di San Galgano, la chiesa sommersa di Santa Maria in Vittorino, la scalinata di Piazza del Campidoglio. La cinepresa trasfigura questi luoghi, rendendoli brumosi, malinconici, circondati da un'aura mistica. Strumento della trasfigurazione è l'acqua, che è per Tarkovskij l'elemento essenziale, la forza primordiale che genera la vita. Ci sono le sorgenti fumanti della vasca di Bagno Vignoni, il torrente che entra dal portale della Chiesa di Santa Maria in Vittorino, la pioggia che cade come un manto sulle rovine di San Galgano; e ancora, non si contano nel film le scene in cui la cinepresa indugia su una pozzanghera, un rivo, uno specchio d'acqua e persino su una bottiglia o una bacinella. E lì dove manca l'acqua, c'è la morte, come nella drammatica scena in cui Domenico si dà fuoco in Piazza del Campidoglio.
Parlare della trama ha poco senso, dato che nel film la narrazione prevale sull'intreccio e la vicenda è subordinata alla raffigurazione. A ogni buon conto, tutto ruota intorno al malessere di Andrei Gorčakov, un poeta sovietico recatosi in Italia per ripercorrere i passi di un suo celebre connazionale, un compositore del Settecento. In Unione Sovietica Andrei ha lasciato la moglie e i figli che accorati ne attendono il ritorno. Sua compagna di viaggio è Eugenia, una giovane interprete che è attratta dal poeta ma al tempo stesso non tollera la sua scarsa intraprendenza. Andrei è infatti un uomo spento, taciturno, malinconico, ingabbiato nelle spire di una vita che giudica falsa, impoetica, priva di slanci.
L'incomunicabilità è uno dei temi centrali del film: non c'è affinità tra Andrei e la sua interprete, né con la sua famiglia che lo aspetta in Russia. Lo stesso distacco emotivo lo vive rispetto al suo lavoro, tanto che di fatto non scrive neppure una riga della biografia che aveva in mente. Eppure il viaggio in Italia lo trasforma irrimediabilmente. In Toscana incontra Domenico, ritenuto pazzo dai suoi concittadini perché ha tenuto rinchiusa in casa la sua famiglia per sette lunghi anni in attesa della fine del mondo. Domenico è un uomo diffidente, un visionario ossessionato dalle credenze millenaristiche; eppure è con lui che Andrei inizia un percorso spirituale e di rivelazione. Per Tarkovskij anche il cinema è un atto di preghiera e non a caso le due scene che aprono e chiudono il film sono imbevute di profondo misticismo. Mi riferisco alla scena iniziale della Madonna del parto e a quella finale del rito della candela di Santa Caterina.
Nostalghia è tutt'altro che un'opera semplice. Tarkovskij ha compiuto un'operazione ambiziosa e quasi folle: trasporre su pellicola il ritmo, la forma e la sostanza della poesia. Nostalghia è a tutti gli effetti poesia cinematografica, un potente condensato di immagini liriche e rimandi onirici che non è possibile riassumere entro i confini dell'ordinario narrare. Come nella poesia ogni parola è portatrice di innumerevoli significati, così ogni scena del film può essere letta e interpretata a seconda della sensibilità dello spettatore. È un film volutamente lento e riflessivo, in cui i silenzi predominano sugli scarni dialoghi; ciò, paradossalmente, restituisce alla parola la sua centralità. La parola in Tarkovskij, al pari dell'acqua, è forza creatrice che va centellinata.
Gli attori sono perfettamente funzionali a ciò che il regista aveva in mente. Domina la scena Oleg Jankovskij, con il suo viso afflitto, l'incedere lento, le poche parole soffiate dalle labbra. Egualmente degne di nota l'interpretazione intensa e drammatica di una giovanissima Domiziana Giordano nel ruolo di Eugenia, nonché quella di Erland Josephson nel ruolo di Domenico.
Nostalghia è un lungometraggio difficile e persino coraggioso nelle scelte stilistiche, che andrebbe visto più volte per cogliere almeno una parte dei molti significati nascosti. Sarebbe bene riscoprirlo oggi, per comprendere che la cultura russa non è poi così lontana come qualcuno malignamente suggerisce.
Poster del film (immagine tratta da travelingintuscany.com)

28 maggio 2022

"La Cripta dei Cappuccini" di Joseph Roth: cronache da un mondo dissolto

La Cripta dei Cappuccini (1938) è indubbiamente uno dei più significativi romanzi del XX secolo, uno straordinario compendio delle nevrosi e del senso di smarrimento dell'uomo del Novecento. Allargando il discorso, il libro è il nostalgico e partecipato resoconto della fine di un'epoca irripetibile, l'impietoso racconto della dissoluzione di un antichissimo sistema sociale.
La storia si svolge al crepuscolo dell'Impero austro-ungarico, negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale. La guerra, più evocata che narrata, assume nel romanzo il ruolo centrale di spartiacque tra due epoche e due mondi, tra la spensieratezza della Belle Époque e la depressione socio-economica che segue al conflitto. Protagonista e io narrante è Francesco Ferdinando Trotta, ultimo discendente di una famiglia aristocratica slovena, fedelissima alla casata degli Asburgo. Vive a Vienna, dove conduce un'esistenza spensierata, oziosa, gaudente e senza responsabilità. Anche i suoi migliori amici appartengono alla potente nobiltà dell'Impero; non avendo necessità di lavorare, sperperano tempo e denaro nei caffè e nelle osterie. Sono giovani vagamente anarchici, classisti, miscredenti fino al midollo, insofferenti alle regole del buon costume e al buon senso borghese, intolleranti persino nei confronti dell'amore.
Le giornate di Francesco Ferdinando trascorrono all'apparenza serene e senza pensieri, uguali a quelle dei suoi coetanei. Tuttavia, egli possiede una consapevolezza profonda della realtà che lo circonda. A differenza dei suoi amici, non disprezza gli umili e anzi ama circondarsi di persone appartenenti alle classi meno abbienti, come il cugino Branco, caldarrostaio ambulante. Soprattutto, egli sente che il mondo in cui è nato e cresciuto è moribondo, destinato a dissolversi a causa di drammatici cambiamenti che si profilano all'orizzonte.
«Allora non sapevamo che la morte stava già incrociando le sue mani ossute sopra i calici da cui bevevamo.»
La morte è una presenza ricorrente e inquietante che attraversa dall'inizio alla fine le pagine del romanzo. Il suo soffio freddo spazza le strade di Vienna, si insinua nei caffè e nei postriboli dove gli ultimi discendenti dell'Impero cercano un alito di vita, bussa alle porte scrostate dei nobili in declino e dei lacchè del sovrano. La grandezza di Roth sta proprio nella magistrale descrizione di un mondo in declino, il fragile Impero austro-ungarico dei mille popoli in eterna contrapposizione. L'unico a non provare timore è proprio Francesco Ferdinando Trotta, che anzi invoca la morte come una liberazione; il suo è cupio dissolvi, il desiderio di scomparire assieme alla decrepita società asburgica. Per questo, pur scevro di condizionamenti politici, accoglie la guerra con sollievo.
«A quell'epoca non sapevamo più se agognavamo la morte o ci auguravamo la vita. In ogni caso, per me e per quelli come me, furono le ore della massima tensione vitale: quelle ore in cui la morte non ci appariva come un abisso in cui un giorno si precipita, bensì come la riva opposta che si cerca di raggiungere con un balzo.»
E invece egli fallisce persino nell'obiettivo di farsi ammazzare. Fatto prigioniero dai russi, torna vivo e vegeto a Vienna dopo quattro anni e immediatamente ha la drammatica consapevolezza che tutto è cambiato in peggio. Proprio lui che avrebbe preferito morire piuttosto che assistere alla fine di un'epoca aurea, si ritrova a essere l'impotente spettatore del disastro.
«Ogni mattina quando aprivamo gli occhi, ogni notte quando ci mettevamo a dormire imprecavamo alla morte che invano ci aveva attirato alla sua festa grandiosa. E ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sottoterra e la primavera ventura dalle loro ossa sarebbero nate le violette.»
La Cripta dei Cappuccini si è guadagnato a ragione la palma di classico moderno. È un'opera grandiosa, eppure non sufficientemente ricordata e celebrata. Pochi autori come Joseph Roth hanno saputo descrivere la fine di un'epoca con tanta cinica lucidità e al tempo stesso con sentita partecipazione. Una lettura che non può mancare in un'ideale biblioteca del Novecento.

16 maggio 2022

Questione di cover...

Qualche giorno fa in un programma radiofonico si discuteva su quali fossero le migliori cover di canzoni italiane e straniere. Senza alcuna pretesa di esaustività e seguendo i miei gusti personali, anche io ho fatto una selezione, che riporto in rigoroso ordine alfabetico per artista. Chi volesse ascoltarle, può fare un salto su YouTube.


Affinity – All along the watchtower. Come si può incidere una nuova versione di un brano di Bob Dylan, quando è stato già reinterpretato da Jimi Hendrix? In pochi avrebbero accettato la sfida di confrontarsi con due mostri sacri, eppure gli Affinity ci hanno messo la faccia. Si tratta di una delle formazioni più esoteriche della scena inglese dei primi anni Settanta, un quintetto prodigioso che proponeva un jazz-rock colto, contaminato da venature progressive. La loro versione di All along the watchtower è una cavalcata elettrica di oltre undici minuti, nove in più rispetto all'originale. Tutto è magico: la voce eterea di Linda Hoyle, la precisa sezione ritmica, le divagazioni alla tastiera di Lynton Naiff. In parole povere, un viaggio d'altri tempi.

Blondie – Hanging on the telephone. Uno di quei casi in cui la cover è più famosa dell'originale. In pochi conoscevano i Nerves, seminale band losangelina a cavallo tra la psichedelia e il punk. Pertanto, Hanging on the telephone era passata quasi sottotraccia, finché non fu ripresa da Debbie Harry e soci, che la trasformarono in una sorprendente hit.

Buffalo Tom – Age of consent. Il gruppo guidato da Bill Janovitz ha attraversato in punta di piedi e senza grandi clamori la stagione del grunge e del rock alternativo dei primi anni Novanta, producendo una manciata di ottimi album. Sebbene il loro sound sia distante anni luce dall'algida wave a marchio New Order, hanno deciso di cimentarsi in una cover di Age of consent. Nella sua versione originaria, il pezzo viaggia su tonalità synth-wave, col basso di Peter Hook a reggere le fila. I Buffalo Tom l'hanno rivisitato completamente, trasformandolo in una ballata acustica e introspettiva impreziosita dalla voce “sporca” di Bill Janovitz. Da brividi.

Andrea Chimenti – Vorrei incontrarti. Una delle canzoni più ispirate degli ultimi cinquant'anni interpretata dalla migliore voce della new wave italiana. Andrea Chimenti omaggia l'Alan Sorrenti “progressivo” degli esordi con un arrangiamento in chiave rock. Meraviglioso il videoclip, in cui Chimenti mostra i suoi mille volti.

Consorzio Suonatori Indipendenti – E ti vengo a cercare. Ogni volta che si ascolta una cover viene da chiedersi se sia migliore dell'originale. Quando però il pezzo è di Battiato, è un'eresia persino porsi la domanda. Eppure i C.S.I. ci sono riusciti, e viene da dire che solo loro potevano realizzare l'impresa. E ti vengo a cercare è una potentissima gemma incastonata in quell'album epocale che è Linea gotica. Il Consorzio rivisita a modo suo la canzone di Battiato, la rende solenne grazie al canto salmodiante di Giovanni Lindo Ferretti e al controcanto di Ginevra Di Marco. E nel finale, a suggellare il capolavoro, compare persino Battiato, che presta la sua voce nel verso conclusivo.

Marlene Kuntz – Impressioni di settembre. Ci sono opinioni contrastanti su questa cover. C'è chi la ama e chi giudica inarrivabile l'originale e quasi un sacrilegio ogni tentativo di un diverso arrangiamento. C'è chi ritiene migliore la versione di Battiato e chi trova quella dei Marlene Kuntz troppo simile all'originale, quasi non fosse una vera e propria cover. Eppure, ad ascoltarla bene, sembra cucita addosso a Godano & co., come se fosse stata scritta per loro.

Miura – Il cielo in una stanza. È una delle canzoni italiane più celebri, oggetto di innumerevoli rivisitazioni. La versione dei Miura, tratta dal secondo album Croci, è forse la più originale. Il gruppo guidato da Diego Galeri e Illorca ne fa una sorprendente rielaborazione dalle tinte hard rock. Terminato l'ascolto, si rimane stupefatti e quasi increduli delle potenzialità nascoste del capolavoro di Gino Paoli.

Neon – Burning of the midnight lamp. I Neon sono uno dei (pochi) grandi nomi della dark-wave italiana. Il loro album Rituals è un caposaldo del genere, grazie anche ai richiami alla scena elettronica anglosassone. Tutti i brani sono originali, eccezion fatta per questa cover di Jimi Hendrix. Stavolta siamo di fronte a una vera e propria riscrittura secondo i canoni di una electro-wave fruibile eppure avanguardistica. È come rileggere Hendrix attraverso un filtro di sintetizzatori e drum machine: un'esperienza straniante ma di sicuro fascino.

Ronnie Spector e Joey Ramone – You can't put your arms round a memory. Impossibile fare meglio dell'originale: è una delle canzoni più ispirate che siano mai state scritte, perché c'è dentro tutto il dolore e il male di vivere dell'anima tormentata di Johnny Thunders. Ci vuole rispetto per reinterpretare un brano così, bisogna avvicinarsi con umiltà, in punta di piedi. Ronnie Spector realizza l'impensabile grazie al vibrato tellurico della sua voce, che riveste ogni parola di una potenza nuova. Commovente il cameo finale di Joey Ramone. Per me è la migliore cover in circolazione. Ascoltatela qui.

Johnny Thunders – As tears go by. John Anthony Genzale è conosciuto prevalentemente come l'antesignano del punk, prima con le New York Dolls e poi con i compagni di eccessi degli Heartbreakers. Eppure lui era molto di più, un'anima fragile e sensibile che si illuminava negli arrangiamenti semplici voce e chitarra, come nello splendido album Hurt me del 1984. C'è però una canzone, una cover per l'appunto, in cui più che altrove viene fuori la sua sensibilità unica: As tears go by dei Rolling Stones. Thunders non si limita a rivisitarla, il suo non è né un omaggio né un compitino eseguito bene. Johnny prende il brano e se lo cuce addosso, ci butta dentro il suo travaglio e il dolore di una vita vissuta senza compromessi. Qui siamo oltre la cover, è come se questo pezzo non fosse mai esistito prima che Johnny ci mettesse le mani sopra. L'esecuzione è commovente, perfetta nella sua imperfezione.

Eddie Vedder – Girl from the north country. Registrata in occasione del tour in solitaria del 2008, è una cover intima e personalissima. Il merito di Vedder sta nell'essere rimasto fedele alla versione originaria, arricchendola però della sua inconfondibile voce. Il risultato è stupefacente: la poesia di Bob Dylan brilla di una nuova luce.

The Voidoids – Walk on the water. L'originale dei Creedence Clearwater Revival non mi ha mai entusiasmato, è come se il vero potenziale della canzone non venisse fuori. La versione di Richard Hell e dei suoi Voidoids è invece semplicemente spaziale. Il testo parla di un tizio che di notte va a fare una passeggiata in riva al fiume e vede un uomo camminare sulle acque e venirgli incontro. Al di là dei possibili simbolismi religiosi o esoterici, sono parole visionarie e inquietanti, che solo le chitarre lancinanti di Quine e Julian e la voce sgraziata di Hell hanno saputo rendere al meglio.
Ronnie Spector: è sua la migliore cover

4 maggio 2022

"Donna al piano" di Bernard MacLaverty: un manifesto sul potere salvifico della musica

Lo scrittore nordirlandese Bernard MacLaverty non ha raggiunto una grande popolarità in Italia, sebbene i suoi romanzi brillino per capacità introspettiva e profondità di analisi su argomenti spinosi. Ciò in parte è dipeso dallo scarso interesse mostrato dalla nostra opinione pubblica verso i cosiddetti Troubles, come viene chiamato in gergo il conflitto combattuto in Irlanda del Nord tra il 1969 e il 1998. I romanzi che affrontano il conflitto dell'Ulster non hanno mai avuto grande seguito in Italia, sebbene si tratti di vicende solo all'apparenza lontane. 
D'altro canto, MacLaverty sconta il fatto di non essere uno scrittore molto prolifico: quattro romanzi appena e una manciata di raccolte di racconti. Esordì con Lamb (1980), seguito da Cal (1983) e da un lungo periodo di silenzio editoriale, interrotto nel 1997 con la pubblicazione di Donna al piano, edito in Italia da Guanda. Si tratta di un romanzo profondo e finanche "difficile", una storia amara attraversata da un dolore strisciante che fuoriesce quasi dalle pagine, insinuandosi nell'animo del lettore. MacLaverty racconta l'inquietudine, il male di vivere, l'innominato dolore esistenziale. Lo fa attraverso una vicenda minima e claustrofobica che si dipana quasi integralmente nella mente della protagonista. Lei è Catherine McKenna, una compositrice originaria dell'area di Belfast, trasferitasi a Glasgow per affinare la sua preparazione musicale. Più che un trasferimento, la sua è stata una fuga dalle convenzioni sociali, dalla mentalità ristretta dell'Ulster e dalle spire di un cattolicesimo opprimente incarnato dai genitori, con cui ha infine tagliato i contatti. Il romanzo si apre con il ritorno di Catherine a casa, in occasione della morte del padre. Nella città natale nulla o quasi è cambiato: Belfast è ancora divisa in fazioni e la sua famiglia è una gabbia forse addirittura più soffocante. Quando Catherine svela alla madre di aver partorito da poco una bambina, la frattura diventa un abisso. Si apre così la seconda parte del romanzo, che ripercorre le vicende che precedono il ritorno a Belfast. 
MacLaverty fa uso di una particolare struttura narrativa: il tempo del romanzo non segue l'ordinario andamento cronologico, insegue piuttosto il flusso incoerente dei pensieri di Catherine. Ogni tanto emergono flashbacks, ricordi di quando era ancora bambina ma già sentiva i prodromi dei pensieri ossessivi e colpevoli. Passato e presente si inseguono e si alternano, il tempo si capovolge e si riavvolge senza una regola unitaria. Anche le due parti simmetriche di cui si compone il libro seguono un ritmo inverso: la prima parte narra eventi successivi alla seconda, mentre il finale si ricongiunge idealmente alle pagine iniziali. È in questo continuo gioco di rimandi che sta l'abilità del grande narratore; MacLaverty non si fa sopraffare dal meccanismo, che anzi conduce magistralmente, aggiungendo a ogni pagina nuovi pezzi che si vanno a incastrare nella complessiva tessitura del romanzo.
Ho già accennato alla grande capacità di approfondimento psicologico dell'autore. In effetti la sua penna scava nella psiche della protagonista, mettendo in luce paure, ossessioni e pensieri che Catherine fatica persino a riconoscere come propri. Donna al piano è un romanzo sulla depressione, anzi su quella forma estrema e devastante di depressione che colpisce alcune madri dopo il parto. É come un pugno nello stomaco, la stessa sensazione che si prova leggendo Cal, l'altro bel romanzo di MacLaverty. Diverse sono però le ragioni. Cal è un atroce resoconto dei Troubles, dell'odio feroce che in Irlanda del Nord ha visto contrapporsi cattolici e protestanti. In Donna al piano, invece, la vicenda politica è solo una cornice: le bombe ci sono, ma sembrano più che altro uno sbiadito ricordo del passato. Il dolore di Catherine non ha nulla a che vedere col dramma collettivo di un'intera nazione: è strettamente personale, è il pozzo nero della disperazione in cui può cadere una donna dopo aver partorito. Anche in questo romanzo c'è dunque una guerra, non meno dolorosa: è la lotta di una giovane madre contro i pensieri ossessivi e ansiosi che le avviluppano l'anima come un rampicante. È come se Catherine avesse interiorizzato le contraddizioni, i conflitti e la confusione della sua terra martoriata.
Al tempo stesso, Donna al piano è un manifesto sul potere salvifico della musica. Sono arrivato alla conclusione di questa recensione e mi sorprendo di non averne ancora parlato. La musica è per Catherine l'altra forza dirompente della sua vita, stavolta positiva e creatrice. E sarà proprio la musica a salvarla infine, insegnandole che la mente umana non è solo una forza distruttiva, ma ha in sé un potere immenso, quello di saper creare armonia e bellezza.

23 aprile 2022

I primi quarant'anni di Martin Mystère

Con il numero 386 di Martin Mystère attualmente in edicola si celebra un piccolo miracolo editoriale, ancora più meritorio se pensiamo alla profondissima crisi in cui versano le pubblicazioni periodiche. Sono infatti trascorsi esattamente quarant'anni dall'aprile 1982, quando uscì Gli uomini in nero, primo celebre albo della longeva serie. Nel corso di questi otto lustri il mondo è cambiato e Martin Mystère ne ha seguito l'evoluzione politica, sociale e tecnologica. A differenza di altri personaggi che vivono in un'epoca indefinita o in un passato immutabile, come ad esempio Zagor, il Buon Vecchio Zio Marty è saldamente radicato nel presente. Quella che oggi può sembrare la normalità, nel 1982 fu invece una piccola rivoluzione. La serie ideata da Alfredo Castelli è stata infatti il trait d'union tra il fumetto bonelliano classico e le nuove creazioni degli anni Ottanta (Dylan Dog, Nick Raider) e Novanta (Nathan Never, Julia).
Il numero 386 si inserisce peraltro nella rinnovazione della serie cominciata esattamente un anno fa con il numero 375, che ha inaugurato il ritorno alla mensilità. Si è trattato di un ritorno alle origini, dato che la cadenza è già stata mensile fino al numero 278, per diventare poi bimestrale per quasi quindici anni. L'albo in edicola, intitolato I suoi primi 40 anni, riunisce le caratteristiche di entrambi i formati. Come i bimestrali, è un “balenottero”, ossia un volume di circa 160 pagine. Come nei nuovi mensili, invece, la storia inedita è sviluppata in poco più di settanta tavole, mentre il resto delle pagine è occupato da redazionali e da un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi.
Due le iniziative legate al quarantennale che ne fanno un albo celebrativo. La prima è la storia inedita, che finalmente propone un'avventura risalente agli albori della carriera di Martin, spesso accennata eppure mai raccontata nei minimi dettagli: il mystero noto come “il fantasma del Topkapi”. È una storia che si è svolta a Istanbul nel 1982 e che è valsa a Martin una grande popolarità in Turchia. Dopo quarant'anni esatti, il nostro eroe ritorna negli stessi luoghi per dipanare i punti oscuri di una vicenda interrotta e mai del tutto chiarita. Come sempre quando si tratta di albi speciali, soggetto e sceneggiatura sono curati dallo stesso Castelli, mentre le tavole sono illustrate da Alessandrini, Torti e Orlandi. La storia è avvincente ma richiede una seconda lettura per poterne cogliere tutte le sfumature.
La seconda chicca dell'albo è nelle sessantaquattro tavole finali di Operazione Arca in una veste inedita. Come noto, Op
erazione Arca è il titolo del terzo albo della serie, uscito nel lontano giugno 1982. Non tutti sanno, però, che in origine il personaggio doveva chiamarsi Doc Robinson ed essere inglese. Il nome fu però “bruciato” dall'uscita nelle edicole italiane della rivista a fumetti Robinson, che impose un cambio alla Bonelli. Per il quarantennale Alfredo Castelli ha deciso di rispolverare e regalare ai lettori storici una versione inedita di Operazione Arca, quella con protagonista Doc Robinson. Abbiamo così modo di rileggere questo breve capolavoro in una veste inedita, arricchita da un editoriale dello stesso Castelli che svela i retroscena delle vicissitudini che portarono al cambio del nome in corsa, quando già erano stati completati e quasi mandati in stampa gli albi a nome Doc Robinson. Inutile ribadire che Operazione Arca è una storia breve e tuttavia perfettamente compiuta, scritta e disegnata con uno stile classico eppure moderno, che tanti lettori storici del BVZM apprezzerebbero tuttora. 
Il numero 386 è anche l'occasione per tirare le somme del “nuovo” Martin Mystère, a distanza di un anno dal ritorno alla mensilità. A mio avviso ci sono soprattutto luci, ma anche qualche ombra. Le storie a fumetti e i redazionali sono i punti di forza del nuovo corso. Quanto alle storie, il numero inferiore di pagine a disposizione velocizza il ritmo della narrazione, riducendo al minimo le prolissità e le vignette eccessivamente verbose. I redazionali scritti da Castelli sono sempre interessanti, il giusto approfondimento alle questioni affrontate nella storia a fumetti. Le ultime dieci pagine di ogni albo sono invece dedicate a un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi. Con il numero 386 si è concluso il primo romanzo, intitolato Il potere del falco. La storia è indubbiamente valida, appassionante e ricca di rimandi colti, letterari e cinematografici. Tuttavia, non è di mio gradimento la scelta di suddividerla in puntate, togliendo spazio alle tavole a fumetti. Sarà un mio limite, ma ho fatto molta fatica a ricordare una storia “spalmata” su dodici puntate mensili, né è pensabile che il lettore ogni volta riprenda in mano gli episodi precedenti per fare un ripasso generale. Inoltre, l'impressione è che con questa scelta editoriale siano state sottratte pagine al fumetto, ridotto dalle circa 150 tavole del bimestrale alle attuali 77 del mensile. Forse sarebbe stato opportuno allegare l'intero romanzo a un unico albo, anche con un sovrapprezzo. Credo che tale soluzione avrebbe reso maggiore giustizia all'opera in prosa e dato più spazio alle storie a fumetti, che è poi ciò che desidera chi da anni acquista Martin Mystère. Ad ogni buon conto, l'operazione sarà ripetuta, sia pure con una formula parzialmente diversa, a partire dal prossimo numero, fino all'albo 400. Restiamo in attesa e intanto facciamo i migliori auguri a Martin per questi primi quarant'anni di vita editoriale.
Martin Mystère n. 386 - I suoi primi 40 anni - aprile 2022

10 aprile 2022

"La donna in bianco" di Wilkie Collins: la rivincita del romanzo vittoriano

Ci sono libri che ti prendono a tradimento: si presentano sotto mentite spoglie, nascondendosi dietro un'apparenza dimessa, per poi rivelare a poco a poco la loro natura. Rientrano in questa categoria alcuni corposi romanzi dell'Ottocento, originariamente pubblicati a puntate su qualche rivista destinata a un pubblico di estrazione borghese. Chi scriveva questi romanzi, cosiddetti di appendice, sapeva come tenere i lettori incollati alle pagine. Bastava infarcire le storie di amori scabrosi, tradimenti, inganni, scambi di persona, finte morti e resurrezioni, qualche elemento soprannaturale, e il gioco era fatto. Molti di questi libri non sono sopravvissuti alla fine dell'epoca in cui vennero concepiti, e oggi sono a malapena ricordati da qualche archeologo da mercatino dell'usato. Altri, invece, sono tuttora stampati e incontrano nuovi e fedeli ammiratori.
Mi sono approcciato a La donna in bianco di Wilkie Collins (1824-1889) con qualche pregiudizio, sebbene la stretta amicizia del suo autore con Charles Dickens fosse già di per sé una sufficiente garanzia. Uscì a puntate sulla rivista All the year round tra il 1859 e il 1860, nella migliore tradizione del feuilleton. Fu, manco a dirlo, uno strepitoso successo di pubblico. Anche io ne sono stato prima ammaliato e infine conquistato, ansioso di conoscere la conclusione dell'intricata vicenda. Al pari degli antenati di un secolo e mezzo fa, ho sofferto e gioito assieme ai protagonisti, mi sono rammaricato dei loro dispiaceri e ho tirato un sospiro di sollievo a ogni pericolo scampato. Leggere La donna in bianco è un'esperienza che definirei "ottocentesca", sebbene l'aggettivo non abbia alcun significato proprio. Eppure non mi viene in mente parola migliore. Fatto sta che il volume scorre nonostante le oltre seicento pagine, ti invischia in un intreccio dai tratti parossistici, dalle tinte fosche e rosa, una via di mezzo tra una telenovela e un giallo. Mi scuso se sembro sarcastico, perché non è mia intenzione. In verità provo grande ammirazione e rispetto per la mente che ha saputo concepire una storia così avvincente, in grado di ammaliare i lettori a distanza di un secolo e mezzo dalla sua pubblicazione. La società di cui parla Collins non esiste più, il mondo dominato da un'aristocrazia vacua e sciovinista si è dissolto sotto le picconate della democrazia e dell'egualitarismo, eppure questo volume ha ancora tanto da dirci. Un classico che più classico non si può, sebbene non sia universalmente conosciuto al pari di altre opere di minore levatura.
Riassumere in poche righe la trama non avrebbe senso e sarebbe persino fuorviante. Basti dire che la complicata vicenda si snoda tra la caotica Londra e le placide campagne dell'Hampshire e del Cumberland. Proprio in quest'ultima regione, in un'avita dimora conosciuta come Limmeridge House, vivono Laura e Marian, sorelle per parte di madre. La prima è dolce e sensibile, erede di una grossa fortuna e promessa in sposa al bieco Sir Percival Glyde. La seconda è forte ed energica e vive solo per amore della sorella, il cui benessere è l'obiettivo della sua vita. L'arrivo nella casa di un maestro di disegno, Walter Hartright, sconvolge il cuore di Laura, gettando pesanti ombre sul suo prossimo matrimonio. A scompigliare ulteriormente le carte, una misteriosa donna vestita completamente di bianco, che appare e scompare all'improvviso e sembra essere indissolubilmente legata a un terribile segreto del passato di Sir Glyde. Su queste basi piuttosto classiche ha inizio un turbinio di avvenimenti che si dipanano pagina dopo pagina. 
Terminata la lettura, mi sono chiesto cos'è che più affascina di questo romanzo, quali sono i punti di forza al di là della trama e dei colpi di scena. Ritengo che le ragioni del suo successo siano principalmente tre. La prima risiede nella tecnica narrativa utilizzata: Collins optò infatti per un racconto a più voci. Non c'è un unico narratore onnisciente, sono gli stessi personaggi ad alternarsi nell'esposizione dei fatti secondo quanto è di loro conoscenza. Ciascuno narra un pezzo della storia, attraverso memoriali, resoconti, testimonianze e pagine di diario. A differenza di ciò che si potrebbe pensare, l'intreccio non risulta ostico o appesantito; anzi, La donna in bianco è un racconto corale perfettamente riuscito. Altro pregio è la modernità del linguaggio: la scrittura è scorrevole, non si dilunga in particolari non necessari, è perfettamente funzionale all'intenso incedere della trama. Tra tutti gli scrittori dell'epoca vittoriana, Collins è forse il più moderno. Il suo stile essenziale non indulge in ampollose divagazioni, né quando descrive i luoghi, né quando si addentra nell'animo dei personaggi. Questi ultimi sono il terzo, grande punto di forza del libro. Tutti sono perfettamente delineati, dai protagonisti alle figure di contorno. Collins dimostra una encomiabile capacità di approfondimento psicologico, che rende credibili tanto i protagonisti quanto i personaggi minori. Su tutti, svetta l'italianissimo conte Fosco, il vero "cattivo" del romanzo. A lui voglio dedicare le ultime righe di questa recensione. La sua è una figura straordinaria, oserei dire monumentale, destinata a rimanere impressa nella mente del lettore, sebbene qualcuno potrebbe obiettare che incarni tutti gli odiosi pregiudizi degli inglesi verso gli italiani. È un gentiluomo impeccabile che segue una propria discutibile morale: è scaltro, voltagabbana, astuto, un finissimo pensatore e al tempo stesso un uomo d'azione. Il conte Fosco è capace al contempo di grandi infamie e disinteressati gesti d'altruismo: egli è la somma di mille contraddizioni e per questo è la prova tangibile della straordinaria penna di Wilkie Collins.