12 giugno 2024

"Punizione" di Giovanni Fiandaca: è possibile ripensare la pena

Ci sono concetti che diamo per scontati, affermazioni perentorie che riteniamo non possano essere messe in discussione, quasi appartengano all'ordine naturale delle cose, anziché essere un prodotto culturale e umano. Tra queste c'è l'assioma reato/pena detentiva, ossia la convinzione che a fronte della commissione di un delitto l'unica reazione giusta e doverosa sia la carcerazione. Ma è davvero così?
«Diamo per scontate le prassi punitive, anche se non sempre siamo in condizione di comprendere con facilità se certe reazioni abbiano davvero un significato punitivo.»
Il nome di Giovanni Fiandaca è conosciuto tra gli operatori del diritto, tra quanti abbiano studiato diritto penale nelle facoltà di giurisprudenza, o abbiano fatto ingresso almeno una volta in un'aula di tribunale in qualità di giudice, avvocato o cancelliere. Professore emerito di Diritto penale all'Università di Palermo, ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di membro del CSM e Garante dei diritti dei detenuti per la Regione Sicilia. Gli studenti lo conoscono soprattutto per il celebre manuale di diritto penale scritto insieme a Enzo Musco, tuttora adottato in molti atenei. Di recentissima pubblicazione (gennaio 2024) è il breve saggio Punizione, uscito nella collana "Parole controtempo" de Il Mulino, volumetti che analizzano con taglio critico e al tempo stesso divulgativo una serie di parole "antiche" che tuttavia rivestono ancora un profondo significato. Nel corso del tempo sono stati pubblicati libri dai titoli eloquenti, come Occidente, Educazione, Lavoro, Passato, Saggezza e numerosi altri.
Il saggio è suddiviso in quattro parti. Le prime tre offrono un quadro complessivo sulla teoria generale della pena dall'età antica al presente, con uno sguardo sulle prospettive future. Fiandaca presenta un breve excursus dei principali orientamenti di giustizia retributiva, prestando al contempo attenzione ai futuri sviluppi della cosiddetta giustizia riparativa, di recente inserita anche nel nostro codice di procedura penale e nella legge di ordinamento penitenziario n. 354/1975. Ci sono inoltre stimolanti spunti extragiuridici, sul concetto di punizione in ambito filosofico, educativo, pedagogico e religioso. L'ultima parte è dedicata alla pena per eccellenza dell'epoca moderna, il carcere. Realtà ben conosciuta dall'autore per la sua esperienza, o sarebbe meglio definire missione, di Garante regionale dei diritti dei detenuti. Come noto, l'art. 27 della Costituzione assegna alla pena il compito di "tendere alla rieducazione del condannato". Fiandaca ne approfitta allora per tornare al tema principale del libro: se la pena deve essere rieducativa, può la detenzione assolvere davvero a tale compito? O non sarebbe meglio, salvo alcuni reati di grande allarme sociale, preferire forme alternative di esecuzione penale?
Come si evince, Punizione è un saggio che stimola la riflessione, mettendo in dubbio le certezze consolidate di cui parlavo all'inizio. Si leggano in proposito le lucide parole contro una delle tendenze più perniciose della nostra epoca, il populismo penale alimentato da alcune forze politiche e dall'influenza suadente dei mezzi di comunicazione di massa.
«Il grande paradosso evidenziato sin dalla premessa di questo libro deriva dalla coesistenza, nell'attuale momento storico, di due tendenze di fondo opposte: da un lato una contingente deriva punitivista, figlia di un populismo politico che tende appunto a canalizzare in chiave repressivo-ritorsiva sentimenti di rabbia, indignazione, risentimento e frustrazione diffusi nei settori sociali più svantaggiati; dall'altro, un'accresciuta consapevolezza, da parte di molti esperti a vario titolo di questioni penali, che le forme tradizionali di pena forniscono una risposta sempre meno adeguata e soddisfacente in termini sia di giustizia che di efficace contrasto alla criminalità.»
Un'ultima notazione va fatta riguardo ai destinatari. L'autore tiene a precisare che è un volume dal taglio divulgativo, volto a destare la curiosità dei non addetti ai lavori intorno al tema della pena. E in effetti bisogna riconoscere che il libro fornisce interessanti spunti di riflessione e risponde a molte domande, ma soprattutto pone dubbi, lasciando al lettore la possibilità di interrogarsi intorno alle tematiche trattate. Per quanto riguarda i giuristi, a mio avviso può essere un utile ripasso di teoria generale della pena, di caratura decisamente superiore ai vari compendi e manualetti in circolazione. Se dunque è principalmente indirizzato ai profani del diritto, sono certo che sarà apprezzato anche da avvocati, giuristi e operatori penitenziari. Particolarmente consigliato per questi ultimi, in ragione delle pagine contenenti una lucida analisi della realtà inframuraria italiana.

30 maggio 2024

Il manifesto della maternità negata firmato Ken Loach

L'aggettivo più usato quando si parla del cinema di Ken Loach è sicuramente "militante". Aggettivo in certi casi abusato, eppure mai così pregnante come nel suo caso. Il regista inglese sa sempre da che parte stare, senza tentennamenti: con i deboli, gli esclusi, i poveri, i disoccupati, i precari, gli immigrati, le minoranze, i perseguitati, i malati mentali, i detenuti, quelli che vivono nelle periferie delle città e del mondo. Allo stesso modo è facile individuare gli obiettivi dei suoi strali polemici: la burocrazia ottusa, i totalitarismi, le maggioranze indifferenti, gli affaristi senza scrupoli, i malvagi burattinai che tengono saldamente in mano i fili della nostra società. Si pensi a Family life, diventato negli anni un manifesto della cosiddetta antipsichiatria. Oppure a Paul, Mick e gli altri, dove un manipolo di fieri eroi della working class si oppone al disastroso processo di privatizzazione delle ferrovie britanniche. E ancora vengono in mente La canzone di Carla o il recente Sorry we missed you, in cui il nemico ha il volto violento, rispettivamente, della dittatura politica ed economica. 
A mio avviso, Ladybird ladybird è un film che in parte sfugge a siffatta visione manichea, pur affrontando con la solita determinazione temi scottanti di impegno civile. In questo lungometraggio del 1994, Loach ha saputo mantenere uno sguardo più lucido e obiettivo, lasciando che sia lo spettatore a farsi un'idea su dove stia il torto e dove la ragione, sempre che sia possibile. C'è la solita, sincera partecipazione al dolore dei personaggi, eppure il giudizio resta sospeso, perché mai come in questo caso la vittima è anche carnefice e ha colpe palesi. Ladybird Ladybird è una pellicola schietta che non veicola un messaggio preconfezionato, per quanto astrattamente giusto, ma carica sullo spettatore l'onere di decidere da che parte stare.
Nella triste Inghilterra thatcheriana del 1987 si consuma la tragica vicenda di Maggie. Abusata da piccola e cresciuta in un sordido orfanotrofio, ha quattro bambini, figli di padri diversi. Tabagista, propensa al turpiloquio, facile all'ira e alle reazioni esplosive, non riconosce di avere disturbi psichici. Tuttavia ama visceralmente i figli, sebbene li costringa a un'esistenza precaria, condita dalle violenze del nuovo compagno. A seguito di un evento particolarmente grave, i servizi sociali si attivano, le tolgono i bambini e li affidano ad altre famiglie, in attesa del pronunciamento del Tribunale dei minori sulla capacità genitoriale della madre. Proprio quando la sua vita sta andando a rotoli, la donna conosce in un pub il paraguaiano Jorge, un uomo mite e intelligente, esule politico perseguitato in patria per le sue idee antigovernative. Queste due solitudini si incontrano e Maggie proverà ancora una volta le gioie della maternità, fino a quando i servizi sociali busseranno di nuovo alla sua porta.
Mi sono dilungato sulla trama per poter tornare con cognizione di causa al discorso iniziale. Se infatti è vero che gli assistenti sociali e la polizia si mostrano insensibili e sordi al dolore e alle rimostranze di Maggie, è indiscutibile che lei non sia propriamente una buona madre. In questo senso ho parlato di una equidistanza di Loach rispetto alle due parti in conflitto. È indubbio che il regista parteggi per Maggie, quintessenza di quell'Inghilterra proletaria e immiserita cui ha dedicato la sua carriera; tuttavia non ne nasconde i disturbi, anzi li esaspera. In questo film ci sono due eccessi: da un lato, una burocrazia cieca e fredda che non esita a separare i minori in nome di un presunto e non provato "bene"; dall'altro, c'è una madre che non prova nemmeno ad affrancarsi dallo stigma della donna squilibrata, anzi esacerba il conflitto invece di collaborare con le istituzioni. Coi titoli di coda i dubbi rimangono: dov'è la ragione? E soprattutto, cos'è davvero giusto per i bambini? Lasciarli uniti ma in balia di una madre malata, per quanto amorevole, oppure dividerli per farli crescere in un contesto più sano? La pervicacia delle istituzioni assume quasi i toni sinistri della ragion di Stato, e tuttavia non si può negare la necessità di un intervento di sostegno.
Ladybird Ladybird è una summa dei temi cari al cineasta di Nuneaton: il disagio psichico, i disoccupati che sopravvivono grazie all'assistenza sociale, l'emigrazione, l'incomunicabilità tra cittadini e istituzioni, la grama esistenza delle periferie industriali nell'epoca thatcheriana. Soprattutto è un messaggio di denuncia contro una società incapace di accogliere il diverso, che viene prima emarginato e poi punito. Lo dice bene Maggie in uno dei suoi momenti di lucidità, accusando gli assistenti sociali di averla lasciata sola quando da bambina avrebbe avuto bisogno del loro intervento, e di essere invece intervenuti contro di lei da adulta, togliendole i figli. 
Ottime le interpretazioni dei due attori protagonisti. Crissy Rock è perfetta nei panni di Maggie, riesce a incarnare nevrosi e paure di una donna alla deriva; meritato l'Orso d'oro assegnatole come migliore attrice protagonista alla Berlinale del 1994. Applausi anche per Vladimir Vega nel ruolo dell'esule paraguayano Jorge. Un difetto del film è nell'eccessiva enfasi con cui vengono rappresentate alcune scene drammatiche, ma a Loach si può perdonare quasi tutto.
Una locandina del film

18 maggio 2024

Si può uscire dalla pancia del pescecane

È celebre la definizione che Italo Calvino ha dato dei classici, quali libri che non finiscono mai di dire quello che hanno da dire. È altresì inconfutabile che un romanzo come Pinocchio meriti a pieno titolo di essere inserito nel novero dei classici, non solo per il fatto di essere conosciuto in tutto il mondo. Il libro di Collodi può essere letto a più livelli, sia come favola edificante per i bambini che come romanzo di formazione adatto anche a un pubblico adulto. Come in tutte le grandi storie, inoltre, è possibile rinvenirvi sempre nuovi contenuti, se si ha la capacità di leggerlo secondo diversi angoli prospettici. Chiunque diffidasse dell'affermazione di Calvino o avesse semplicemente dei dubbi, dovrebbe assistere allo spettacolo teatrale Nella pancia del pescecane, rappresentato in un evento unico e speciale lo scorso 14 maggio nel suggestivo scenario della Sala Umberto di Roma.
Evento speciale perché la compagnia di attori è composta da quattordici detenuti della Casa di Reclusione di Rebibbia, formati e guidati dall'Accademia di teatro e arti performative "Stap Brancaccio" che da anni collabora con l'Istituto per l'organizzazione di attività trattamentali. Evento unico per il grande sforzo organizzativo a livello istituzionale che ha consentito di conciliare al meglio le esigenze artistiche con quelle della sicurezza. Evento speciale e unico per l'emozione palpabile del pubblico, composto dai familiari degli attori, da operatori penitenziari e figure istituzionali.
Nella pancia del pescecane è un'opera teatrale ispirata al Pinocchio di Collodi, che si rivela un romanzo così denso di significati palesi e nascosti da essere tuttora di ispirazione, a più di cent'anni dalla sua pubblicazione. La domanda è lecita: come è possibile sviscerare nuovi contenuti da un libro che negli anni è stato oggetto di innumerevoli riduzioni cinematografiche, di animazione e teatrali? È stato possibile grazie allo sforzo congiunto delle registe Emilia Martinelli e Tiziana Scrocca, della responsabile dell'Area educativa Sara Macchia, nonché dei quattordici attori che hanno arricchito il testo con i loro pensieri, frutto di dolorose esperienze di vita. Dal punto di vista organizzativo, essenziale l'impegno della Direzione e del personale di Polizia Penitenziaria della Casa di Reclusione di Rebibbia, da sempre impegnati a rendere effettivo il dettato del terzo comma dell'art. 27 della Costituzione. Da menzionare inoltre il contributo dato dalla Chiesa Valdese, che ha finanziato il progetto con i fondi dell'Otto per mille.
I protagonisti della pièce sono quattordici burattini (in senso metaforico), quattordici Pinocchio che si incontrano per caso, imprigionati nella pancia di un pescecane. Tutti vittime di un simbolico naufragio, quello di un'esistenza che ha intrapreso strade devianti, per responsabilità proprie o del contesto sociale. I burattini sono sconfortati, perché temono di essere digeriti e di perdersi così definitivamente. Per dare un senso al tempo passato nella pancia del pescecane, anche e soprattutto per alimentare la speranza di uscirne, i naufraghi iniziano a raccontare la propria vita e le esperienze che li hanno condotti a perdersi in mare. Più che un racconto è una confessione, perché ciascuno ritrova nel volto dell'altro compagno uno specchio in cui riflettersi. Le numerose storie si fondono in una sola ed è a questo punto che lo spettatore inizia a capire che il pescecane è una metafora del carcere e la sua pancia simboleggia le mura entro le quali i detenuti trascorrono le loro giornate. Questa è, a mio avviso, la grande intuizione degli autori dello spettacolo: l'aver estrapolato dal testo di Collodi una riflessione sulla prigione né scontata, né banale. Ecco che allora tutti i pezzi si ricompongono e la storia di Pinocchio rivela sorprendenti analogie con quella dei detenuti: la povertà, la fame, le cattive compagnie, l'essere cresciuti in contesti sociali difficili, l'assenza di figure genitoriali stabili. Senza dimenticare le colpe proprie: l'abbandono scolastico, l'aver seguito le sirene del denaro facile, il non aver ascoltato la saggia voce dei tanti "grilli parlanti" incontrati nel corso degli anni. Il racconto diventa così catarsi, secondo la più classica tradizione teatrale, nonché occasione di riscatto.
Il messaggio più potente lanciato dallo spettacolo non è tuttavia il pentimento o la volontà di cambiare vita. Ciò è certamente presente, ma non è tutto. Il vero messaggio è un altro, è la ferma decisione di non farsi digerire dal pescecane. Dopo anni in cui non sono stati pienamente arbitri del proprio destino, prima fuori e poi dentro il pescecane, i quattordici burattini sono decisi a tagliare i fili che li tengono legati al passato e ad affacciarsi con spirito rinnovato al mare che li attende fuori, non più in tempesta.
Ho volutamente lasciato alla fine un giudizio sugli attori, davvero straordinari. La loro recitazione è stata impeccabile: hanno saputo far ridere e piangere il pubblico, grazie a innate doti comiche, insospettabili capacità introspettive e un'abilità di improvvisazione degna degli attori professionisti. Notevole la loro presenza scenica, soprattutto perché hanno recitato in quasi totale assenza di scenografia. Scope di saggina a figurare i denti del pescecane, un cappello per impersonare Mangiafuoco, una tovaglia a quadri per inscenare l'Osteria del Gambero Rosso, tanto è bastato a riempire la scena. Anche i brevi monologhi scritti dagli attori hanno un contenuto che potremmo definire letterario nel senso più pieno del termine.
Come ho già scritto, è stato un evento unico e speciale. Lo è stato per gli attori, le loro famiglie, i registi, gli autori e gli operatori penitenziari. Più in generale, è stato un evento che ha rimesso al centro i concetti di comunità e istituzione.
La locandina dello spettacolo teatrale

7 maggio 2024

"Nella casa della gioia" di Franz Werfel: sic transit gloria mundi

In ogni letteratura nazionale ci sono dei tòpoi, motivi e tematiche ricorrenti che in qualche modo definiscono lo spirito di un popolo, o comunque sono di ispirazione per quanti hanno l'incarico gravoso di farsi portavoce del sentimento nazionale, ossia scrittori e poeti. Di solito si tratta di vicende pubbliche significative che hanno segnato un dato periodo storico; raramente eventi lieti, quasi sempre tragedie collettive. In Italia il tòpos d'eccellenza della letteratura novecentesca è la Resistenza, per Spagna e Portogallo la lunga dittatura, per l'Austria è inevitabilmente la fine dell'Impero asburgico. La finis Austriae è l'evento con cui si sono confrontati tutti i principali autori austriaci (e in misura minore cechi e ungheresi), da Lernet-Holenia a Schnitzler, da Joseph Roth a Werfel, per citarne solo alcuni. Il crollo dell'Impero austro-ungarico ha rappresentato la linea di demarcazione tra un passato glorioso e un futuro fosco e decadente, culminato con l'Anschluss.
La letteratura ha la capacità di captare lo sgomento di una nazione sublimandolo in arte; e ciò avvenne precisamente in Austria dopo il 1919. La fine della monarchia generò stagnazione economica e una strisciante crisi politica, ma soprattutto fece maturare in molti – specialmente aristocratici, militari, artisti e commercianti – una nostalgica melanconia per un passato aureo definitivamente tramontato. Una tragedia collettiva, dunque, l'amara consapevolezza di un'antica gloria destinata ad annegare nella volgarità del presente.
Tra le opere che raccontano questo passaggio cruciale, va segnalato il romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, Nella casa della gioia. In verità Franz Werfel nacque a Praga nel 1890, primogenito di una famiglia ebraica mediamente agiata. Tuttavia era germanofono e la sua carriera di intellettuale decollò dopo la Prima guerra mondiale, con il trasferimento a Vienna. Abbandonò l'amata città dopo l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, peregrinando tra la Francia e gli Stati Uniti, dove spirò nel 1945.
Nella casa della gioia non è la sua opera principale, eppure è un libro godibile che si legge d'un fiato e si fa apprezzare per stile e contenuti. La prospettiva da cui viene osservata la fine dell'Impero asburgico è quella di una casa di piacere, il rinomato casino di Via del Camoscio, un antico locale fondato, secondo la leggenda, da un membro della Casa reale. I suoi clienti appartengono alle classi altolocate: aristocratici, militari, magistrati, alti funzionari pubblici, ricchi commercianti. In parole povere, è un postribolo d'alto bordo. Werfel ricostruisce in sole cento pagine l'atmosfera del luogo, presentando al lettore uno straordinario caleidoscopio di personaggi, ossia clienti, prostitute e gerenti. Il casino è un microcosmo, uno specchio della società gaudente dell'ultimo scorcio dell'Impero asburgico. Non c'è una trama vera e propria: ciò che interessava allo scrittore era offrire un fedele ritratto di un luogo e un'epoca irripetibili, nonché dei personaggi che l'animavano. Ci sono delle sottotrame accennate, come la storia d'amore tra la sfuggente Ludmilla e il cupo Oskar, ma il fulcro del romanzo è un altro, ovvero il raccontare gli ultimi giorni del casino di Via del Camoscio, coincidenti per uno straordinario sincronismo con gli ultimi palpiti dell'Impero. La sera del 28 giugno 1914, infatti, l'atmosfera libertina del bordello è scossa dalla notizia dell'assassinio a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, di fatto il casus belli che diede il via alla Prima guerra mondiale. Negli stessi giorni muore improvvisamente anche Maxl, proprietario dell'appartamento di Via del Camoscio e tenutario della casa di piacere. In una delle scene più emblematiche e simboliche del libro, il catafalco del povero Maxl è innalzato nella Sala Grande del postribolo, divenuta camera ardente.
«E ancora una volta trascorse, inavvertito, uno di quei momenti che sono saturi delle contraddizioni sublimi, shakespeariane, della vita.»
La dipartita di Maxl di fatto chiude il romanzo e al tempo stesso è una morte simbolica, perché con lui si inabissa «un'epoca gioconda, serena e spensierata che ormai giaceva nella bara, per scomparire per sempre».
Nella casa della gioia è, a mio modesto avviso, un gioiellino della letteratura del primo Novecento, ingiustamente dimenticato e negletto dai più. Sfido altri scrittori, anche più blasonati e celebri, a saper riassumere il sapore pieno e il senso più profondo di un'epoca in appena cento pagine. Werfel c'è riuscito, adottando per giunta l'originale punto di osservazione di una casa di tolleranza elevata a istituzione pubblica. Se a ciò aggiungiamo il tono confidente e complice della narrazione, come se l'io narrante sussurrasse all'orecchio del lettore, possiamo affermare senza tema di smentita che si tratta di un piccolo capolavoro.
Un'edizione TEA degli anni Novanta

25 aprile 2024

"Atti impuri" di Goffredo Parise: un'invettiva a metà

Sebbene la critica lo consideri un romanzo minore, nelle intenzioni di Parise doveva avere ben altra importanza, tanto che gli dedicò addirittura due stesure, la seconda a quasi vent'anni di distanza dalla prima. Il titolo del 1958 era infatti Amore e fervore, laddove Atti impuri ne è la riscrittura del 1973 per Einaudi. Nei propositi dell'autore doveva chiudere l'ideale trilogia iniziata con Il prete bello e proseguita con Il fidanzamento. Con l'edizione del 1973, peraltro, venne recuperato il titolo originariamente scelto e il finale fu ampiamente rimaneggiato.
A costo di esprimere un giudizio tranchant, ritengo che Atti impuri trasmetta al lettore un'impressione di incompiutezza, in primis per il finale frettoloso che lascia in sospeso molte domande. A ben vedere, però, è il libro nel complesso a essere adombrato da un velo di difetto. È come se Parise avesse voluto lanciare un j'accuse contro certa borghesia cattolica italiana, ma con le armi spuntate, perché la critica sociale è stata trasfigurata in resoconto grottesco. Ciò non è un male in sé, lo è nella misura in cui il racconto non spinge decisamente neppure nella direzione comica; aleggia, per così dire, in un limbo tra la sferzata polemica e la satira.
Come si evince dal titolo provocatorio, al centro della vicenda c'è una relazione peccaminosa, quella tra Marcello e Gianna. Il primo è segretario di un piccolo comune della provincia veneta, nonché ultimo rampollo di una famiglia di industriali, i Lazzarotto, titolari dell'omonima cereria "pontificia" che rifornisce di candele le chiese e i conventi del circondario. Marcello è stato educato a una religiosità opprimente e al tempo stesso infantile: persino l'amore coniugale gli appare peccaminoso, al punto da respingere con terrore gli approcci della moglie. Responsabili di questa educazione castrante sono gli anziani zii che lo hanno allevato dopo la morte dei genitori. L'incontro casuale in un parco con l'infermiera Gianna, però, è fatale al suo mondo di granitiche certezze: il desiderio della carne prevale sulle convinzioni di fede e sgretola il castello di sabbia delle convenzioni e della rispettabilità. Ecco il paradosso: pur rifiutando di fatto ogni relazione coniugale, Marcello si trova a viverne una extraconiugale. Sono questi gli atti impuri del titolo.
Ho esordito parlando di incompiutezza, con riferimento alla verve polemica del romanzo. Si consideri il protagonista, Marcello Lazzarotto. È come se l'aspetto macchiettistico del suo carattere svalutasse in qualche modo la critica sociale che Parise voleva lanciare. Di fronte a un giovane che si confessa per ogni piccola manchevolezza e che trascorre le sue giornate nel terrore di commettere peccati irreparabili, viene spontanea una risata di scherno, se non addirittura una smorfia di insofferenza. Il modo in cui Marcello vive la propria religiosità è così ottusamente evirante da essere esso stesso una punizione, senza che sia necessario aggiungervi una dose di polemica. Paradossalmente si finisce quasi per empatizzare con lui, o comunque per non biasimarlo per la sua fede bambinesca e ingenua. Personaggi ancora più grotteschi sono poi gli zii di Marcello: strambi, bizzarri, carnevaleschi, una sorta di famiglia Addams all'italiana.
Dove invece il bisturi di Parise incide maggiormente è nello scoperchiare la grettezza e la meschinità della provincia veneta, che poi non è altro se non un piccolo spaccato della provincia italiana. Nella cittadina in cui è ambientato il romanzo, gli abitanti sono ammantati da una rispettabilità fittizia, destinata a cadere sotto la scure delle chiacchiere non appena un sospetto aleggi su di loro. È il caso proprio di Marcello, universalmente riconosciuto come uomo pio e timorato di Dio, salvo poi venire additato come il peggiore peccatore per il solo fatto di essere visto in compagnia di Gianna Ciriaci. E a maggior ragione è il caso della Ciriaci; di lei sappiamo solo che è un'infermiera e che non vuole legarsi a un uomo, come la morale corrente imporrebbe. Ciò basta per qualificarla come prostituta agli occhi maligni dei suoi concittadini. Su questo aspetto, più che su quello del bigottismo, Parise sembra cogliere il segno e lasciare una traccia nel lettore, che altrimenti ben difficilmente ricorderebbe a lungo questo romanzo.
Edizione Einaudi 1973, la prima col nuovo titolo

12 aprile 2024

Il secondo battesimo rock di Eugenio Finardi

Intitolato semplicemente Finardi, il sesto album in studio del rocker milanese uscì nel 1981. Ascoltandolo, viene da chiedersi se sia stato l'ultimo della prima fase della sua carriera, oppure il primo di una nuova era. Roccando rollando (1979) aveva un nome tipicamente seventies, e infatti aveva chiuso quel decennio. Intitolare il disco successivo Finardi tradiva la volontà di ripartire da capo, o comunque di intraprendere una coraggiosa inversione di marcia. Ingaggiato il celebre produttore Angelo Carrara, l'album fu registrato nei mesi di novembre e dicembre 1980 nei gloriosi Stone Castle Studios al castello di Carimate. In origine il cantautore avrebbe voluto utilizzare l'inglese, anche per via dell'ottima padronanza della lingua (la madre era americana), ma la casa discografica si oppose e i testi furono tradotti in italiano. L'idea originaria venne tuttavia concretizzata l'anno successivo con Secret streets.
La copertina, realizzata graficamente dal grande Mario Convertino, mostra il viso di Finardi trasfigurato da una chitarra elettrica trasparente, una Exile custom realizzata dalla Glass Master che è possibile ammirare in uno speciale registrato per la Rai. In questo album sono tre gli indici di un cambio di direzione rispetto al passato. Il primo è nella scelta di farsi affiancare da un paroliere, il "quinto Pooh" Valerio Negrini. Quasi tutti i testi sono scritti in collaborazione con quest'ultimo, la cui mano si sente sia nei pezzi arrabbiati che in quelli più lirici (si pensi a Oltre gli anelli di Saturno), nonché nella distopia di Prima della guerra.
«Dicono di un congegno che sparava gli occhi sulle stelle,
che potevi guardare in un uomo attraverso la sua pelle,
e la gente accendeva certi specchi intelligenti
e arrivavano immagini e voci dai posti più distanti.»
La seconda novità riguarda i musicisti. I precedenti due album, Blitz e Roccando rollando, erano suonati dai Crisalide, band di supporto con il compianto Stefano Cerri, Mauro Spina, Luciano Ninzatti ed Ernesto Vitolo. In Diesel e Sugo, invece, suonavano il fido chitarrista Alberto Camerini, nonché musicisti del laboratorio Cramps come Tavolazzi e Fariselli degli Area. Per Finardi invece si optò per turnisti di rilevanza internazionale: Ray Fenwick alle chitarre (The Syndicats, The Spencer Davis Group), John Gustafson al basso (Quatermass, Roxy Music), Derek Austin e Mike Moran (poi con gli Heart) alle tastiere, nonché il mitico Les Binks (Judas Priest) dietro le pelli. Da ricordare anche il cameo di Lucio Dalla, clarinettista in Valeria come stai?
La terza novità rispetto ai precedenti lavori è nel suono. Sotto questo profilo, Finardi è un disco "ottantiano"; si potrebbe persino azzardare che sia figlio del punk e della nascente new wave, con accenni elettronici mai invasivi. Senza voler fare l'analisi traccia per traccia, le canzoni possono essere suddivise in tre gruppi. Nel primo ci sono dei pezzi rock tiratissimi: l'incalzante Trappole, la furiosa Mayday e l'incazzata F104, riproposta recentemente da Giorgio Canali. Valida anche Computer, che sembra anticipare l'attuale perniciosa moda degli influencer.
«Con il mio calcolatore abbiam capito com'è,
il segreto del successo è programmarsi da sé,
doppiarsi nello specchio e pettinarsi la grinta.
La gente si innamora solo della gente convinta.»
Poi ci sono le ballate d'amore; in primis il reggae di Valeria come stai?, nonché la dolcissima Patrizia, forse la canzone che tutti vorrebbero aver scritto per la donna amata. Degna di nota anche l'invettiva di Piccola stupida, con un testo tra l'ironico e l'irriverente che oggi verrebbe messo all'indice. Vanno infine menzionati tre brani di eccellente fattura, a metà strada tra il soft rock e il cantautorato più raffinato: Prima della guerra, Oltre gli anelli di Saturno e Le stelle stanno ad aspettare, con la seconda una spanna sopra le altre.
La mia opinione è che il disco avrebbe avuto ben altri riconoscimenti qualora l'avesse partorito un altro artista. Cercherò di spiegarmi meglio. Quando uscì il 33 giri, Finardi era in trincea da più di dieci anni, avendo realizzato due tra i migliori album italiani degli anni Settanta, Diesel e Sugo. Era stato un assoluto protagonista del decennio, al punto che brani come Musica ribelle e La radio erano inni del movimento studentesco. Inevitabile pertanto il confronto, che ha fatto passare sotto traccia questo disco del 1981, così diverso dai precedenti. Eppure dentro ci sono tante idee e il suono è più internazionale di molti lavori coevi. Sono sicuro che, qualora lo avesse pubblicato una band sconosciuta o un nuovo cantautore, avrebbe avuto maggiori riconoscimenti. Forse oggi sarebbe entrato di diritto in una classifica dei cento migliori dischi di rock italiano. Se non è così, è solo perché gli anni Settanta di Finardi sono talmente grandi da mettere in ombra ciò che è venuto dopo.

31 marzo 2024

"Il bastardo primordiale" di Tom Sharpe: per gli amanti del grottesco

Il bastardo del titolo è tale di nascita e di fatto. Di nascita perché la madre, morta di parto, non ha mai rivelato l'identità dell'uomo che l'ha sedotta e abbandonata. Di fatto perché Lockhart Flawse, questo il suo nome, è un giovane cinico e privo di scrupoli, pronto a commettere ogni genere di nefandezze pur di raggiungere il suo scopo. Lockhart vive a Flawse Hall, un'antica magione sperduta nella brughiera del Northumberland, assieme al dispotico nonno materno Edwin e al truce ma fido domestico scozzese Dodd. Il motore dell'azione, l'evento che dà il via a un caleidoscopio di vicende tra il comico e il tragico, è l'incontro dei due Flawse con madre e figlia Sandicott. La prima è un'arrampicatrice sociale, disposta a rinunciare persino alla propria dignità pur di mettere le mani sul patrimonio del vecchio. La figlia Jessica è invece una ragazza dolce e ingenua, cresciuta a pane e romanzetti rosa, incapace di ogni malizia. Tra i membri di questo eccentrico quartetto si celebrano due matrimoni: nonno Flawse sposa mamma Sandicott e Lockhart impalma Jessica. È a questo punto che gli eventi prendono una piega inaspettata fino all'esplosivo finale.
Il bastardo primordiale è considerato un romanzo umoristico, sebbene la tonalità dominante sia il grottesco. La storia è infatti infarcita di eventi bizzarri, paradossali, gravi e drammatici, tuttavia narrati con un tono innaturalmente lieve e comico: esplosioni, uccisioni di animali, omicidi, incesti, atti di sadismo, parafilie, reati contro il patrimonio e contro le persone, imbalsamazioni e via discorrendo. Il tutto è esposto con uno stile asciutto e sobrio che solo raramente indulge nel turpiloquio. D'altronde il londinese Tom Sharpe (1928-2013) era un serio studioso di storia e antropologia, prima ancora di ottenere la fama come scrittore umoristico. Lavorò per un periodo in Sudafrica, venendone espulso nel 1961 per aver pubblicamente contestato il regime dell'apartheid. Pubblicò il suo romanzo d'esordio nel 1971, relativamente tardi, dando sfogo a una vena grottesca che lo portò a sfornare molti bestseller. In Italia sono stati pubblicati da Longanesi e TEA.
Il romanzo è un perfetto esempio di humour nero inglese, tra sarcasmo, giochi di parole, scene irresistibilmente comiche e altre di devastante cinismo. Non mancano frecciatine razziste, rivolte principalmente a noi italiani; il personaggio dell'imbalsamatore Taglioni è infatti un concentrato dei peggiori e più odiosi stereotipi che gli inglesi hanno nei nostri confronti. Tuttavia è indiscutibile che il vero bersaglio dei feroci strali di Sharpe siano proprio i suoi connazionali. Il quadro che ne esce è davvero desolante: gli inglesi sono descritti come un popolo gretto, intollerante, aristocratico solo di facciata, tendente alla perversione e alla brutalità, feroce dietro un perbenismo ipocrita. È risaputo che paradosso ed esagerazione sono le chiavi di volta del grottesco; tuttavia è indubbio che oltre i sapienti eccessi del romanzo si nasconda un fondo di verità.
Sulla copertina dell'edizione TEA c'è una promessa perentoria, ossia "Garantito: si ride!". A mio avviso è un'esagerazione, perché il romanzo strappa sì qualche sorriso, ma non si ride mai di gusto; forse per apprezzare al meglio i giochi di parole andrebbe letto in lingua originale. Ritengo invece che il punto di forza siano i personaggi; Sharpe infatti è riuscito a tratteggiare perfettamente i tanti vizi e le poche virtù di questo quartetto di squinternati. Persino i personaggi di contorno – Dodd, l'avvocato Bullstrode, il citato Taglioni – sono delineati con straordinaria vividezza. 
Ho acquistato questo romanzo per caso, in quanto non conoscevo il caustico scrittore inglese. L'ho pagato due euro perché ho trovato una vecchia edizione del 1994 in una libreria di remainder. Faccio questa precisazione perché, discostandosi molto dai miei canoni, credo che non l'avrei mai comprato a prezzo pieno. Tuttavia lo consiglio agli amanti del genere grottesco, perché il turbinio di emozioni contrastanti che provoca è sicuramente buon pane per i loro denti.
Edizione TEA del 1994

19 marzo 2024

"Gioventù. Scene di vita di provincia" di John Maxwell Coetzee: una dolorosa iniziazione

Si parla poco della storia del Sudafrica, meno di quanto meriterebbe una delle pagine più controverse del Novecento. L'apartheid è solo menzionata dai manuali di storia delle scuole superiori, brevi cenni che non rendono pienamente l'idea di cosa è stato l'ultimo sistema segregazionista protetto dall'ombrello della legge. Come ho già scritto altrove, quando si parla di lotta contro l'apartheid, il pensiero corre a Nelson Mandela e ai militanti dell'African National Congress. Eppure non fu esclusivamente una battaglia della gente di colore: molti cittadini bianchi fecero propria questa buona causa, pagando addirittura con il carcere. I bianchi che non appoggiavano la segregazione erano coraggiosi, perché ci voleva ardimento per abbandonare i privilegi di cui si godeva esclusivamente per il colore della pelle, abbracciando la causa degli esclusi e degli emarginati. C'era poi una terza categoria, formata da quelli che non sostenevano né il governo né gli attivisti di colore, provando al contempo disgusto per la classe dominante e sfiducia verso quanti avrebbero dovuto rovesciarla. L'unica opzione concepibile era emigrare. È a questa minoranza di scettici che Coetzee ha dato voce nel romanzo Gioventù. Scene di vita di provincia.
Si tratta del secondo volume di un'autobiografia fittizia principiata col romanzo Infanzia. La vicenda è narrata anonimamente in terza persona. Il protagonista John è un giovane studente di matematica di Città del Capo. Sebbene in Sudafrica sia privilegiato in quanto bianco, prova insofferenza verso il proprio Paese e i suoi abitanti. Il Sudafrica gli appare come una terra arretrata nonostante la ricchezza materiale, culturalmente povera, lontana dai grandi movimenti artistici, capace solo di scimmiottare malamente le mode provenienti dall'Inghilterra o dagli Stati Uniti. In poche parole, una nazione senza identità, ignorata dagli europei cui vorrebbe assomigliare e tuttavia non pienamente africana. John invece pensa di essere un artista, un poeta per la precisione, e non tollera che il tempo gli sfugga di mano senza averlo pienamente vissuto. Così un giorno, prima della notifica della famigerata cartolina per la leva obbligatoria, si lascia tutto alle spalle e parte per l'agognata Londra.
Sono i primi anni Sessanta, gli anni della Swinging London, quando la capitale inglese si è affermata come centro indiscusso dello stile, della moda e della cultura. John prova in tutti i modi a diventare londinese e a recidere i contatti con la madrepatria; addirittura viene assunto come programmatore dalla IBM, conducendo una vita convenzionale che stride coi suoi sogni da artista bohémien. Scopre però di non essere tagliato per quell'esistenza e inanella un fallimento dietro l'altro, soprattutto in campo sentimentale. Inizialmente si convince che è il prezzo da pagare per diventare un vero artista: solo toccando con mano ogni abiezione e cadendo sempre più in basso potrà assomigliare ai suoi miti letterari. Anche questa è una fallace convinzione: la verità è che le origini sono una catena da cui non ci si può mai liberare.
«Il Sudafrica è come un albatro che gli sta sul groppone. Vorrebbe toglierselo di dosso, non gli importa come, così da cominciare a respirare.»
Gioventù è il resoconto di una dolorosa iniziazione che purtroppo conduce a uno scontato fallimento. È facile identificarsi in John, nella sua inettitudine e incapacità di adeguarsi al modello di esistenza che ha in mente. Dovunque vagherà sulla terra, sarà sempre un diverso, salvo nel natio Sudafrica, dove si trovano le sirene che gli fanno ribrezzo e tuttavia lo attirano perché gli somigliano. Alla fine dovrà accettare il fallimento come qualcosa di ineludibile. Coetzee sembra sostenere che non ha senso tentare di ribellarsi a un destino scritto nel sangue: una visione cupa e pessimistica espressa attraverso una scrittura densa e introspettiva. Gioventù è perfettamente inquadrabile nel genere del romanzo di formazione, sebbene la maturazione del protagonista coincida con lo sviluppo di un totale disincanto verso le cose del mondo. Nonostante innumerevoli esperienze di studio, lavorative, sentimentali e artistiche, John non riesce a trovare una strada che senta essere pienamente la sua. E torno dunque a quanto già detto all'inizio, ovvero che con Gioventù lo scrittore di Città del Capo ha dato voce a una minoranza negletta di "esuli" sudafricani.
Breve postilla. È un libro godibile che peraltro contiene molti riferimenti all'Italia e alla sua cultura; un motivo in più per leggerlo e apprezzare uno scrittore che nel 2003 è stato insignito del Premio Nobel.

6 marzo 2024

Le suggestioni d'oltremanica dei Frigidaire Tango

Parlare dei Frigidaire Tango significa tornare alle origini della new wave nostrana, prima ancora che nascesse il fenomeno del "rock italiano cantato in italiano" che vide tra i principali esponenti Diaframma e Litfiba. Qualche anno prima, siamo agli inizi degli Ottanta, la musica tricolore si era aperta alle suggestioni d'oltremanica, come già era accaduto nei due decenni precedenti. Se il beat e il progressive furono infatti importati dalla terra d'Albione dando vita a interessanti e originali progetti autoctoni, il punk della prima ora aveva appena sfiorato la penisola. Con la new wave, invece, si può parlare nuovamente di una scena italiana, di cui i Frigidaire Tango furono precursori e protagonisti, al punto da condividere il palco persino coi Sound del compianto Adrian Borland. Originari di Bassano del Grappa, diedero alle stampe solamente un 33 giri (The cock, 1981) e un EP (Russian dolls, 1983). Quest'ultimo contiene Recall, il loro brano più celebre che fu presentato persino in RAI, recentemente riproposto nella traduzione italiana da Giorgio Canali nel suo album Perle per porci. Ho parlato di traduzione perché i Frigidaire Tango cantavano in inglese, al pari di gruppi mitici come Chrisma, Neon e Gaznevada. Scioltisi qualche anno dopo, si sono poi riformati dando alle stampe nel 2009 un disco di inediti cantato in italiano, L'illusione del volo. Ma l'interesse nei loro confronti si era risvegliato già tre anni prima con la pubblicazione di un cofanetto contenente tutta la produzione, The freezer box. L'album di esordio di cui voglio parlare, The cock, è stato invece ristampato in LP nel 2013 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile.
Prima di analizzarlo, bisogna partire dal contesto. Come raccontato dagli stessi musicisti in un'intervista disponibile su Vice, in quegli anni non era facile pubblicare un disco, soprattutto perché nell'epoca dell'analogico la registrazione aveva costi proibitivi. Ciononostante, il gruppo veneto ottenne la fiducia di una piccola etichetta indipendente, la Young Records. Il risultato fu eccellente, tanto che The cock è un album che può ancora dire molto a oltre quarant'anni dalla sua uscita. Registrato al Button Studio tra la primavera e l'autunno del 1981, vede Charlie "Out" Cazale alla voce, Steve "Hill" Dal Col alla chitarra, Mark Brenda alle tastiere, J.M. Le Baptiste alla batteria, nonché il bassista uscente (Steve "Elbow" Gomero) e il nuovo Dave Nigger. Il disco è inoltre impreziosito dal sassofono di Alex Strax. Come è evidente dagli pseudonimi, l'Inghilterra era l'immancabile punto di riferimento. Il suono di The cock ricorda infatti i grandi nomi del post punk: Stranglers e Magazine per l'uso delle tastiere, Joy Division per le atmosfere, e ancora The Sound, Ultravox, i primi XTC.
Il basso prepotente che apre Dangerous echo indica subito la via. Ritmo incalzante e bordate di chitarra su un tappeto di tastiere: così si presenta la band nei primi solchi di The cock, in perfetto stile new wave. Nella successiva Anytime you dress so fine fa addirittura capolino un sassofono, mentre Blue & pink è un raffinato gioiellino synth-wave con una meravigliosa coda pianistica su cui si innesta la chitarra lancinante di Dal Col. Push a me ricorda la coeva The fire dei Sound: una traccia furiosa e veloce come da tradizione punk. La prima facciata si chiude con le atmosfere rarefatte di A citizen came, altro brano degno di nota. Resterà sorpreso chi pensi che il lato B sia inferiore, come spesso accade negli album d'esordio. Invece, a parte un paio di riempitivi, il livello si mantiene alto. La strumentale I'm faster non avrebbe sfigurato in dischi inglesi ben più celebri: la furia chitarristica ammansita dal tappeto di tastiere la rende un ideale anello di congiunzione tra passato e "nuova onda". Black curtains è la mia preferita; ricorda qualcosa dei Magazine di Howard Devoto ed è impreziosita da un bell'assolo finale di Dal Col che sembra quasi John McGeoch. La conclusione è affidata all'omonima Frigidaire tango, una sorta di "tango elettronico" che vira verso la musica industriale.
Dopo ripetuti ascolti posso confermare che The cock è davvero una gemma nascosta che avrebbe meritato ben altra fama. Qualche ingenuità c'è, ma dobbiamo pensare che i ragazzi di Bassano erano giovanissimi e si approcciavano a un genere che in Italia era ancora agli albori. L'ispirazione dei gruppi inglesi si sente, tuttavia The cock non è derivativo; anzi, sorprende l'ascoltatore per originalità e compiutezza del progetto. Ai Frigidaire Tango si deve molto di più rispetto a quanto abbiano raccolto, come dimostra il fatto che abbiano suonato con Adrian Borland. Questo 33 giri non può mancare in un'ideale classifica dei cento migliori dischi di rock italiano.
Copertina e retro di The cock (ristampa Spittle Records del 2013)

24 febbraio 2024

Il pittore che ha dato voce al silenzio

Dal 9 febbraio al 26 maggio è possibile visitare a Roma, presso il Palazzo Merulana, la mostra "Antonio Donghi: la magia del silenzio", a cura di Fabio Benzi. Come ho già scritto qualche tempo fa, Palazzo Merulana ha sede nell'omonima via nell'ex Palazzo dell'Ufficio di Igiene, chiuso e pericolante fino a pochi anni fa. Nel 2013 il Comune di Roma, proprietario dell'edificio, ha avviato un project financing per il recupero dell'area; è nato così Palazzo Merulana, oggi sede di un interessante museo di pittura e scultura del Novecento italiano. Lo spazio espositivo è articolato su quattro livelli e ospita stabilmente un centinaio di opere. Il percorso museale si snoda al secondo (il meraviglioso Salone) e al terzo piano (la Galleria), mentre al quarto c'è un'ampia sala utilizzata anche per conferenze. Le opere esposte sono di proprietà dei coniugi Elena e Claudio Cerasi; alla Fondazione a loro intitolata si deve il merito di aver aperto al grande pubblico questa importante collezione privata. La mostra dedicata a Donghi occupa il terzo piano e il biglietto consente di visitare inoltre la collezione permanente e, fino al 3 marzo, un'esposizione dell'artista contemporaneo Vittorio Marella.
Il romano Antonio Donghi (1897-1963) è stato uno dei principali esponenti del cd. Realismo magico, corrente artistica e letteraria che si affermò in Italia fra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Agli inizi della carriera si dedicò perlopiù alla paesaggistica, con opere di gusto tradizionale in stile post-impressionista. Nel 1923 la svolta. Donghi entrò a far parte del gruppo di artisti gravitanti intorno alla Galleria Bragaglia, ove erano esposte le avanguardie nazionali e straniere; qui ammirò le opere di Ubaldo Oppi, che lo impressionarono profondamente. Oppi è considerato uno dei fondatori del citato Realismo magico, una corrente che inseriva elementi magici o metafisici in una cornice apparentemente realistica. Per capire di cosa si tratta, vi invito a leggere il romanzo La pietra lunare di Tommaso Landolfi, in grado di spiegare meglio di ogni manifesto questo particolare movimento. Lo stile di Donghi si affinò nei due decenni successivi, rendendolo un artista noto e riconoscibile. Caratteristica è la rappresentazione di figure semplici, uomini e donne ripresi in gesti quotidiani, raffigurati in pose fisse, dallo sguardo profondissimo, realistici al massimo eppure circondati da un'aura sovrannaturale. Ha scritto in proposito il poeta lucano Leonardo Sinisgalli:
«Bisogna veramente nominare il paradiso a proposito di Donghi, e domandarsi di che cosa sono fatti gli angeli. […] Questi fiori che sembrano dipinti sui piatti, questi personaggi a coppie, così limpidi a furia di star fermi, così totalmente privi di ombra, hanno una fissità medianica. Sono spiriti, ecco, e son fatti della stessa sostanza dei fiori. Anche gli angeli devono essere fatti della stessa sostanza.»
Le opere in mostra sono più di trenta, in prestito dalla Galleria Comunale d'Arte Moderna di Roma, dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, dalle collezioni della Banca d'Italia e UniCredit, nonché facenti parte della Fondazione Elena e Claudio Cerasi. Di fatto viene ricostruito l'intero percorso del pittore romano: i paesaggi e le nature morte delle origini, arrivando ai ritratti di figure in interni ed esterni, colti nella dimensione intima della camera da letto, della toeletta o del camerino. Non a caso molte opere rappresentano circensi, attori e saltimbanchi, raffigurati non durante l'esibizione ma nelle pause prima o dopo lo spettacolo. Il teatro, il cinema e il circo ebbero infatti una profonda influenza su Donghi.
Figura di donna, 1932

Sebbene i paesaggi rientrino tra le opere "minori" dell'artista, quelli esposti sono molto suggestivi. Non sono un critico d'arte, ma ho notato che la medesima fissità che caratterizza i ritratti è presente anche nei paesaggi. Sono luoghi senza tempo, immoti, bloccati in un eterno presente. Si prenda come esempio il Castello di Arsoli: tutto è apparentemente fermo, ma il cancello di ferro aperto sul fondo induce nell'osservatore una sottile inquietudine, come se da un momento all'altro dovesse irrompere sulla scena un personaggio inquietante o un evento inatteso.
Castello di Arsoli, 1946
Via del Lavatore, 1924
Paesaggio toscano (Monte Amiata), 1934
Fruttiera su un tavolo, 1935

I ritratti sono invece i grandi capolavori di Donghi. Come riportato nelle note che accompagnano la visita, Donghi «ha una capacità straordinaria di assorbire i testi figurativi dell'arte antica, dal Trecento al Seicento, celandone accuratamente i riferimenti in soggetti semplici e popolari». Sono personaggi senza tempo, moderni per angoscia esistenziale e un sottile male di vivere che traspare dallo sguardo, e al tempo stesso antichi come divinità, di cui hanno anche la posa ieratica. Osservandoli, viene da chiedersi cosa si nasconda dietro il loro sguardo interrogativo: indifferenza, paura, angoscia, disincanto o semplicemente resa alle grandi domande che attanagliano l'uomo. I personaggi di Donghi cercano una risposta ai dubbi che affollano la mente, oppure semplicemente accettano passivamente gioie e dolori dell'esistenza? Questa la domanda che mi sono posto. D'altronde, sembra emergere un senso di totale incomunicabilità; anche laddove le figure sono in gruppo – come ne La gita in barca o in Caccia alle allodole –, non c'è dialogo tra loro, non si toccano, non si guardano né parlano. Ciascuna è immersa nei propri casi ed è disinteressata ai pensieri e ai sentimenti degli altri.
Donna alla toeletta, 1930
Annunciata, 1940
Ritratto di madre e figlia, 1942
Caccia alle allodole, 1943

Tra le tante opere, mi ha colpito particolarmente Il giocoliere. In una stanza dai colori tenui, abbellita soltanto da una tenda e da un modesto vaso di fiori su un treppiede, un giocoliere prova il suo spettacolo. Vestito con un gilet ocra e pantaloni di velluto viola, è in grado di tenere un cilindro in equilibrio sul sigaro. Lo sguardo è fisso sul cappello, i piedi ben piantati in terra, una mano sul fianco e l'altra in avanti, pronta a prendere il cilindro qualora dovesse cadere. Il quadro è così realistico che lo spettatore non può far altro che rimanere in silenzio, rapito dall'abilità del giocoliere e timoroso che il cappello possa cadere.
Il giocoliere, 1936

Le fotografie rendono l'idea della mostra più di qualsiasi commento, per cui non aggiungo altro. Mi preme tuttavia fare un piccolo appunto. La mostra è ospitata in tre sale abbastanza anguste, sebbene Palazzo Merulana disponga di spazi più ampi e arieggiati, come i saloni al secondo e quarto piano. Dato il notevole afflusso di pubblico, specialmente nei fine-settimana, forse sarebbe stato opportuno collocarla nelle sale più grandi.
Ritratto di donna, 1944
Il cacciatore, 1929