23 dicembre 2024

"Sogni di Bunker Hill" di John Fante: un testamento spirituale

Fa riflettere che un libro così pieno di vita sia stato scritto quasi in punto di morte. Quando John Fante dettò alla moglie Joyce il suo ultimo romanzo, era ormai cieco e privo di una gamba a causa del diabete. Fu pubblicato nel 1982 e un anno dopo il più grande degli scrittori italoamericani lasciò questo mondo.
Sogni di Bunker Hill è il capitolo conclusivo della saga di Arturo Bandini, alter ego dell'autore e suo personaggio più amato. Può essere letto anche senza conoscere gli altri romanzi con il medesimo protagonista. Io stesso ricordo poco di Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, letti da adolescente, mentre ancora non ho avuto occasione di leggere Aspetta primavera, Bandini. Nato a Boulder in Colorado e figlio di immigrati italiani, Bandini è un aspirante scrittore di dubbio talento e pressoché di nessun successo, salvo qualche breve racconto pubblicato su rivista. In questa sua ultima avventura è ancora un giovane squattrinato che approda a Los Angeles e si stabilisce in un alberghetto del distretto di Bunker Hill. Il libro narra le sue peripezie alla ricerca di un lavoro, o meglio, di un posto al sole in un mondo che arride a quanti hanno il coraggio di rischiare. La sua carriera sembra decollare quando un racconto viene notato da un agente letterario; da cameriere diventa così correttore di bozze, iniziando una rapida (ma effimera) scalata sociale, ottenendo infine un invidiabile contratto come scrittore di sceneggiature.
Fante conosceva bene il mondo di Hollywood, per avervi lavorato a lungo come sceneggiatore. Il romanzo, al di là di un apparente disimpegno, è una feroce critica a quel mondo falso, spietato e fondato sul culto dell'apparenza. Già negli anni Venti l'industria cinematografica muoveva in America un giro d'affari colossale e Hollywood era la Mecca di quanti ambivano anche solo ad accarezzare il successo. Arturo è uno di questi e in poco tempo capisce che la regola è una soltanto: adeguarsi o soccombere. Accettare di firmare col proprio nome pessime sceneggiature per un pubblico di stolti, oppure vedersi sbattere porte in faccia ed essere additati come ingrati. C'è un punto del romanzo, a mio avviso il più significativo, in cui Bandini si impegna per settimane per scrivere una sceneggiatura soddisfacente; ci mette tutto se stesso e alla fine la completa e ne è orgoglioso. Quando però la sottopone al suo supervisore, viene completamente stravolta e trasformata in un filmaccio western di terzo ordine. Arturo si ribella e non vuole che il suo nome sia associato a quell'obbrobrio. Il sistema allora lo punisce: il film sbanca i botteghini e a lui non spetta un centesimo di diritti d'autore. La Hollywood descritta da Fante è un leviatano che ammazza il talento, a cui è inane opporsi nell'illusione di preservare la propria integrità. Chi ci prova viene additato come l'ennesimo illuso, un Don Chisciotte che sacrifica gli agi del successo pur di non prostituirsi al mercato.
Sogni di Bunker Hill è un romanzo struggente come una lettera d'addio che conclude una lunga storia d'amore. Leggero nello stile ma profondo nei significati, fa sorridere e riflettere, sferrando poi un colpo inaspettato nell'amarissimo finale. A ragione viene considerato il testamento spirituale di Fante, il suo libro della maturità e della consapevolezza, un inno alla bellezza della vita e al disincanto. Non a caso nel finale assistiamo al ritorno di Arturo in seno alla sua famiglia; sono poche pagine, eppure restituiscono un commosso ricordo dell'infanzia di Fante. Il ritorno alle origini di Arturo è il ritorno alle origini di John, che si sentiva vicino alla morte e forse al ricongiungimento con i suoi amati genitori; non bisogna infatti dimenticare che la religiosità semplice e contadina della madre e della nonna è un tema ricorrente nei suoi libri. Così Arturo torna nella vecchia casa in Colorado che profuma di buon cibo, di infanzia, di una terra lontana. E lì, ancora una volta, il velo dell'illusione cade e gli viene amaramente ricordato che lui sarà sempre un diverso, un italiano, un minus, un figlio di immigrati.

11 dicembre 2024

"Le trou", quando il cinema va all'essenza

A quanto pare, alla base del romanzo Le trou c'è una storia vera. Lo scrittore José Giovanni aveva infatti conosciuto in carcere Jean Keraudy, un vero e proprio asso delle evasioni. Si può quindi immaginare che nel corso delle lunghe giornate della detenzione Keraudy abbia raccontato al futuro scrittore e sceneggiatore i particolari delle sue rocambolesche fughe. Quelle storie sarebbero diventate prima un romanzo di successo e poi nel 1960 uno splendido film di Jacques Becker, alla sua ultima regia prima della prematura scomparsa. Le trou, in italiano semplicemente Il buco, è senza dubbio un capolavoro per ritmo, intensità, fotografia e recitazione. Per quanto sia una frase banale, mai come in questo caso è corretto dire che tiene lo spettatore incollato alla poltrona.
A Parigi, nel carcere de La Santé, quattro uomini languiscono in cella. Di loro sappiamo soltanto che sono detenuti in custodia cautelare per crimini gravi, in attesa del processo che dovrà celebrarsi in Corte d'Assise. Non conosciamo il loro passato, né i capi d'imputazione; ci vengono rivelati solo i nomi: Roland, Geo, Monsignore e Manu. Un giorno viene allocato nella cella un quinto prigioniero, Gaspard, accusato di aver tentato di uccidere la moglie. I quattro si vedono allora costretti a rivelare al nuovo giunto il loro segreto: in un punto del pavimento, che durante il giorno rimane coperto, hanno iniziato a scavare un buco che può condurli nei sotterranei della prigione e da lì verso la libertà, attraverso le fognature.
La storia è questa, semplice eppure avvincente: per oltre due ore seguiamo i cinque detenuti impegnati nella titanica impresa dell'evasione. Le inquadrature si concentrano sulle mani che scavano, sugli attrezzi rudimentali, sulla polvere, le pietre e i calcinacci. Tutta la pellicola è girata in interni, con pochissimi personaggi: oltre ai cinque protagonisti, ci sono gli agenti di custodia e il direttore. Assente persino la colonna sonora, il ritmo è scandito dai monotoni rumori della prigione: i passi delle guardie nei corridoi, i blindi che vengono chiusi, le serrature che scattano, gli accendini che crepitano, il tinnire delle scodelle. Anche i dialoghi sono ridotti all'essenziale e sono diverse le scene in cui la comunicazione avviene a gesti o sguardi, un codice di comunicazione carcerario riprodotto con grande realismo. La bellezza del film è proprio nell'essenzialità; Josè Giovanni e Jacques Becker bandirono ogni irrealistica retorica, in modo da costruire un'opera che fosse quanto più aderente alla realtà. Emblema di questa felice scelta è la battuta conclusiva. Sono qui costretto a rivelare il finale, per cui chi non ha ancora visto il film interrompa la lettura. Alla fine si consuma il tradimento da parte del giovane Gaspard, che cede alle lusinghe del potere e si lascia convincere dal direttore a rivelare tutto, probabilmente nell'illusione di poter ottenere qualche beneficio. Nell'ultima scena l'obiettivo si concentra sul viso espressivo di Roland, in mutande e circondato dagli agenti, con le mani alzate e la faccia contro il muro. Al passaggio del traditore volta la testa e, con uno sguardo colmo di commiserazione più che di odio, pronuncia due parole più dure di una condanna.
«Povero Gaspard!»
Due parole semplici, apparentemente insignificanti, in realtà traboccanti di significato. In quel "povero Gaspard" c'è al contempo rabbia e pietà, desiderio di vendetta e subitaneo perdono, senso di superiorità morale e compassione per la sorte del compagno traditore. Perché se è vero che ai quattro quasi fuggiaschi aspetta la cella di rigore e un procedimento disciplinare e penale, è tuttavia fuor di dubbio che essi abbiano mantenuto fino all'ultimo la loro dignità. Il povero Gaspard, invece, è tale perché non ha esitato a svendersi al sistema nella vana speranza di ottenere qualcosa. E invece, con ogni probabilità, al massimo otterrà una punizione più mite di quella comminata agli altri, magra consolazione sporcata dal marchio d'infamia. A mio avviso è proprio in questa battuta finale che emerge quell'essenzialità che ritengo sia il punto di forza de Il buco.
Le trou non è semplicemente un'avvincente pellicola riconducibile al sottogenere carcerario, ossia i cosiddetti prison movies. Oltre alla magistrale fotografia e alla bravura di tutti gli attori (tra cui lo stesso Keraudy, Philippe Leroy e Marc Michel), c'è qualcosa di più profondo. È infatti un inno nostalgico a valori universali come l'amicizia, la fedeltà, il rispetto, il cameratismo tra chi condivide la stessa triste sorte. Ecco perché lo spettatore, quasi involontariamente, si trova a fare il tifo per i cinque detenuti. Si è consapevoli che hanno commesso gravissimi reati e che l'evasione consentirà loro di sfuggire a una giusta punizione, eppure non si può fare a meno di sperare che l'impresa riesca. A differenza di altri film del genere, come ad esempio il recente Fuga da Pretoria, non ci troviamo di fronte a condanne ingiuste o errori giudiziari; anzi, nessuno mette in dubbio che siano tutti colpevoli. Purtuttavia ci si appassiona alla sorte di questi uomini, riconoscendo loro quantomeno il coraggio di sfidare la sorte contro ogni principio di ragionevolezza.
Un fotogramma del film. A sinistra, Jean Keraudy

29 novembre 2024

L'amore al tempo dei Cult

Difficile trovare un disco che sia al contempo figlio della sua epoca e ancora attuale, soprattutto quando si parla degli anni Ottanta. Il sound di quel decennio, prima amato, poi odiato e infine (parzialmente) riabilitato, da sempre divide gli appassionati. A mio avviso, ciò dipende dal fatto che molte rockband di successo degli anni '60 e '70 tentarono di reinventarsi nella decade successiva con risultati discutibili, cedendo senza troppa convinzione alle lusinghe dell'elettronica e dando alle stampe lavori con un suono artefatto. Forse è questa la ragione per cui molti album di quel periodo hanno resistito poco alle ingiurie del tempo, apparendo oggi datati. Motivo per cui le eccezioni sono ancora più sorprendenti.
Love, il secondo album dei britannici The Cult, è una di queste eccezioni. Pubblicato esattamente a cavallo dei due lustri, nel 1985, suona dannatamente eighties senza che ciò debba intendersi come un difetto. È un lavoro figlio del suo tempo, come l'orecchio più allenato noterà già dai primi solchi di Nirvana, eppure in quasi quarant'anni non ha perso il suo smalto. Con questo LP il gruppo dimostrò di essere una solida realtà che sapeva parlare un linguaggio universale, non impastoiato dalle ristrettezze di un sottogenere. Love smaschera infatti l'erronea convinzione che i Cult fossero un gruppo dark o gothic.
Probabilmente il più amato della loro produzione, è un anello di congiunzione tra i suoni cupi di Dreamtime e il nuovo corso segnato da Electric del 1987. Forse per queste ragioni è considerato il loro migliore, anche da parte di chi critica Astbury & soci, accusandoli di essere poco originali e di aver inseguito le mode del momento. Di certo Love appariva più rétro alla sua uscita che non oggi, per via degli evidenti richiami ai mostri sacri del rock anni Settanta, Led Zeppelin su tutti. Bandite le tastiere, sono le chitarre di William "Billy" Duffy a dominare la scena, oltre ovviamente al basso possente di Jamie Stewart. Dietro le pelli si alternarono Mark Brzezicki e Nigel Preston, sebbene i due non compaiano nelle foto interne. The Cult era però soprattutto la straordinaria presenza scenica di Ian Astbury, qui all'apice della forma. Ombroso come Jim Morrison, glam come il primo Bowie, con uno stile a metà strada tra un pirata e un nativo d'America, Astbury sfoggia le sue indubbie qualità canore, sia nei pezzi più dilatati come Brother wolf, sister moon, che in quelli più grintosi come nell'immortale She sells sanctuary. Accattivante anche la grafica del disco: in copertina e nel libretto interno abbondano simboli esoterici, ripresi sia dalla tradizione degli Indiani d'America che dai geroglifici egizi, elementi riportati anche nelle fotografie che ritraggono i tre musicisti.
Come ho già detto, l'attacco di Nirvana fionda immediatamente l'ascoltatore in atmosfere ottantiane, ma già la successiva Big neon glitter è un pezzo senza tempo di solido rock che, pur non essendo derivativo, attinge a piene mani da band come Stooges o, si potrebbe persino azzardare, New York Dolls. Brother wolf, sister moon, invece, è l'unica traccia gotica o dark-wave; qui la voce di Astbury si eleva incontrastata sul tappeto di basso e chitarra, regalando una delle migliori performance della sua carriera, almeno in studio. Di Rain e She sells sanctuary c'è poco da dire, tanto sono celebri e da sempre osannate dal pubblico. A me piace molto anche Hollow man, che vola a livelli altissimi grazie a un azzeccato riff di chitarra di Duffy, oltre a fornirci, se mai ce ne fosse bisogno, l'ennesima prova della voce camaleontica di Astbury, capace di passare da un registro all'altro nella stessa canzone. Ad ogni modo non voglio diffondermi in un'analisi traccia per traccia che avrebbe poco senso per un LP compiuto e coerente come questo.
Come noto, il disco fu baciato dal successo, di vendite più che di critica, raggiungendo alte posizioni in classifica. Poi col tempo è stato dimenticato, forse in ragione dei grandi cambiamenti che il rock ha visto tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta: il britpop, il grunge, in misura minore lo shoegaze. Di colpo i Cult passarono di moda, considerati quasi un retaggio di un'epoca finta, vuota d'ideali, legata solo all'apparenza. L'oblio che ha coperto a lungo una parte della produzione rock degli anni Ottanta ha colpito ingiustamente anche Astbury & soci, sebbene Love, l'apice della loro carriera, sia semplicemente un grande disco rock, niente di più ma niente di meno.
La celebre copertina dell'album

20 novembre 2024

"Greco cerca greca" di Friedrich Dürrenmatt: la caduta degli dei

Ho deciso di acquistare questo libro perché favorevolmente impressionato dalla lettura di altre opere dello scrittore svizzero. Romanzo giustamente considerato "minore", Greco cerca greca, a mio avviso, non ha il pathos che ritroviamo ad esempio ne Il sospetto, né la potenza narrativa de La panne, per citarne due. Ritorna la tesi del caso come arbitro e gerente dei destini umani, vero e proprio leitmotiv della produzione di Dürrenmatt, sebbene qui venga inserita una forza, quella dell'amore, non presente negli altri libri citati.
Il greco del titolo è Arnolph Archilochos, misero sottocontabile di una grande azienda meccanica. Sebbene sia di origini greche, come suggerisce il nome, egli è nato e cresciuto in Svizzera, né ha mai visto la terra paterna. È un uomo di mezza età, celibe, inibito, vessato dai colleghi e dal fratello Bibi, che non perde occasione per estorcergli denaro. Sebbene la sua sia un'esistenza grama, è tuttavia fondata su solidi principi. Arnolph infatti si è costruito un'inscalfibile piramide delle autorità, un vero e proprio ordinamento morale al cui vertice è posto il Presidente della Repubblica. A seguire, altre personalità verso cui ripone massima fiducia: il vescovo, il rettore dell'università, un pittore astrattista, l'ambasciatore americano e via discorrendo. Una sorta di intangibile pantheon personale: niente può minare la fiducia che Arnolph nutre verso questi personaggi. Quando però incontra Chloé, come lui di origini greche, il mondo ideale che si era costruito è destinato ad andare in frantumi. Man mano che procede la sua scalata nella buona società per mezzo di Chloé, gli immutabili ideali cadono uno a uno, lasciandolo orfano di quel mondo fittizio che si era costruito, un po' come accade al protagonista de Il busto di gesso, grande e purtroppo dimenticato romanzo di Gaetano Tumiati.
Come è evidente dalla sinossi, Greco cerca greca è un'opera particolare, una storia che si avvale degli stilemi della favola per lanciare poderosi attacchi contro la società borghese e i suoi idoli effimeri. Dürrenmatt accantona dunque le usate vesti del giallista e compone una vicenda fin troppo chiara nel suo lineare svolgimento, l'ascesa e la drammatica caduta di un uomo che ha sempre riposto nelle mani altrui le chiavi del proprio destino. Ed ecco che, non appena tenta di diventare egli stesso arbitro delle proprie sorti, il sistema etico e rigorosamente gerarchico che aveva costruito va in pezzi, lasciandolo solo e sgomento. Tutti i personaggi del suo pantheon, da lui immaginati come figure eteree e senza peccato, uno dopo l'altro svelano il vero volto, così distante dall'immagine che il greco si era fatto di loro.
Come già detto, torna in questo romanzo il grande tema del caso, un classico della poetica dello scrittore svizzero. La cieca casualità e il gioco delle fortune/sfortune sono il motore dell'azione, come a un certo punto è costretto a riconoscere anche il protagonista, quando, all'apice della sua repentina scalata sociale, si rende conto lucidamente di essere la pedina di un gioco cui non può opporsi, perché tutto ciò che accade sfugge al nostro controllo. Il tema del caso viene tuttavia arricchito da altri elementi, perché Greco cerca greca è in primis una feroce satira contro il convenzionalismo borghese e il culto dell'apparenza. Archilochos crede nell'incorruttibilità dei simboli del suo ordinamento morale: il vescovo, il presidente, il rettore e via dicendo. A malincuore dovrà però rendersi conto che quello dell'incorruttibilità era per l'appunto solo un parto della fantasia. Alla prova del vero, il suo sistema etico cadrà a pezzi, in uno con l'acquisizione di una nuova consapevolezza di sé e del mondo. Il potere, la religione, l'arte e la cultura si dimostrano realtà imperfette e viziate, come imperfetto e viziato è colui che le ha create, l'uomo. Ecco dunque che il caso lascia spazio al caos, perché in questo mondo imperfetto non c'è distinzione tra pubbliche virtù e vizi privati, le une e gli altri sono facce della stessa medaglia contraffatta.
Ritengo che non sia il libro più adatto per chi voglia avvicinarsi al grande scrittore svizzero. È per l'appunto un'opera minore che, pur riprendendo alcune tematiche care all'autore, difficilmente può far venire voglia di leggere altro di Dürrenmatt. Per chi invece già lo conosce e apprezza, è bene averla perché eccentrica rispetto alla sua produzione più famosa.

7 novembre 2024

"Navi di carta" di Gabriele Contardi: un doppio enigma

«Gabriele Contardi è nato a Milano nel 1949, dove vive. Con Navi di carta ha vinto il Premio Calvino 1988». Queste sono le sintetiche note biografiche in quarta di copertina, né è possibile rinvenirne altre sulla rete. Sembrerebbe che egli sia autore soltanto di un altro volume: dalla consultazione del sito Opac del Servizio Bibliotecario Nazionale, infatti, a suo nome risulta anche Lettere da Alamo, edito nel 1995. Fin qui nulla di strano: sono migliaia gli autori sconosciuti della nostra letteratura, più o meno bravi, quelli che oggi vengono definiti "emergenti" anche se spesso sono destinati a non emergere mai. Per quel che concerne Contardi, la questione è più interessante, perché Navi di carta fu pubblicato da un grande editore come Einaudi e ancora risulta in catalogo; come già detto, vinse inoltre un premio prestigioso come il Calvino. Ci troviamo di fronte a un autore dotato di talento, per cui il mistero della sua scomparsa dai "radar letterari" si infittisce.
Navi di carta è uno strano romanzo a metà strada tra una favola moderna e una lirica in prosa; a tratti surreale, riprende alcuni elementi dell'eredità lasciata dalla corrente del Realismo magico. Tutto ha inizio con il ritrovamento di una lettera da parte di due amici, Giorgio e Piero, nel corso di una delle loro usuali passeggiate in un parco. Sulla busta manca l'indicazione del mittente e il destinatario è illeggibile. L'unico elemento certo è il francobollo da cui si evince che è stata spedita da Marsiglia. Il contenuto inquieta i due giovani: è una lettera d'amore colma di disperazione e la donna che l'ha scritta minaccia il suicidio. Tanto basta ai due amici per fare i bagagli e prendere il primo treno diretto a Marsiglia. Nella città francese, alla ricerca della misteriosa autrice della missiva, vivranno esperienze che li trasformeranno radicalmente.
Motori degli accadimenti sono il pretesto e il caso: i due protagonisti in realtà non decidono nulla, si lasciano trasportare dagli eventi. Nulla sappiamo di loro, se non il nome: non ne conosciamo l'età, la provenienza, la professione, il passato. A parte qualche sfumatura (Piero più impulsivo, Giorgio più razionale) sono indistinguibili e potrebbero essere benissimo due incarnazioni della stessa persona. Salvo qualche sporadico riferimento alla loro antica amicizia, come quando ricordano una serata al cinema o un giro sull'ottovolante, Giorgio e Piero sono essi stessi parte dell'enigma. Sembra proprio che non possano esserci persone più adatte per questa folle ricerca nel cuore di Marsiglia: non più ragazzi né ancora uomini, apparentemente senza storia, impegni o legami. Nella città francese incontrano personaggi altrettanto eccentrici: uno scrittore fallito che rifugge la luce del giorno, la titolare di un alberghetto che cade a pezzi e si chiama profeticamente Titanic, un vecchio che vive da solo nei pressi di un faro e trascorre le giornate a produrre modellini di barche con pezzi di scarto raccolti in riva al mare, una solinga bibliotecaria che solo all'apparenza è la chiave di volta del mistero.
Come già rilevato, Contardi ha dimostrato con questo libro di avere talento, specialmente nella descrizione di un universo plumbeo e malinconico, perso in un tempo senza tempo. La Marsiglia che fa da cornice alla vicenda ha tratti metafisici, sembra essere stata progettata da De Chirico. Una città stretta tra il mare e il cielo, dove un'umanità cupa e melanconica trascorre le proprie giornate nei caffè, negli alberghetti, nei locali notturni semivuoti, alla ricerca di un contatto umano che dia il senso della propria esistenza.
«Era all'incirca come l'aveva immaginata, quel genere di viso che gli era sempre piaciuto. Dolce, malinconico, immerso nei pensieri. Un viso serio e bellissimo, pieno di misteri. Da fare sognare un incontro tutto diverso, magari sotto la pensilina di una stazione deserta in una domenica di pioggia. Nell'ora in cui la gente si lascia scivolare negli angoli, travolta dalla malinconia e dalla noia, oppure butta qualcosa in una valigia, riempie di miglio la gabbia del canarino e parte per posti molto lontani. Nell'ora in cui non si ha niente da dire e tante cose da ricordare. In un'ora qualunque insomma.»
Navi di carta presenta al lettore un doppio enigma: quello della lettera e quello dell'autore. Contardi ha attraversato la nostra storia letteraria lasciando flebili tracce. I pochi commentatori che su internet hanno scritto qualcosa su questo libro l'hanno acquistato di solito su una bancarella dell'usato, sono stati attirati dalla quarta di copertina e hanno infine scoperto un piccolo gioiello dimenticato della nostra letteratura. E un autore, voglio aggiungere, che avrebbe meritato maggiore visibilità.

26 ottobre 2024

"Cowboys & Indians" di Joseph O' Connor: l'impietosa giovinezza

Acerbo è forse l'aggettivo più adatto per descrivere con un'unica parola il romanzo d'esordio dell'irlandese O' Connor, edito nel 1991, quando lo scrittore aveva soltanto ventotto anni. Ciò non significa affatto che sia un cattivo romanzo; anzi, la storia è molto coinvolgente, i personaggi sono decisamente credibili e lo stile è colloquiale senza rinunciare a qualche slancio lirico. Tuttavia, pur emergendo le tracce del futuro scrittore di razza, qualche ingenuità e forzatura nella trama tradiscono l'essere un romanzo d'esordio. Il che non è necessariamente un male; anzi, è il segno di una libertà compositiva che spesso col tempo si tende a perdere, pur di inseguire i gusti del pubblico e i desiderata delle case editrici.
Eddie Virago, il protagonista, della rockstar ha solo il nome e i sogni di grandezza. Punk della prima ora con tanto di cresta da mohicano, a ventiquattro anni decide di lasciare la natia e sonnolenta Dublino per cercare fortuna a Londra. Siamo nei primi anni Ottanta, l'Irlanda del Nord è nel pieno dei Troubles e l'eco della guerriglia si fa sentire anche nella Repubblica, dove molti sono i nazionalisti e sostenitori dell'I.R.A. Eddie però ha in testa solo la musica e vede Londra come il centro di ogni cosa, il luogo dove i suoi sogni di successo potranno diventare realtà. Sul traghetto che lo porta in Inghilterra conosce Marion, una ragazza dell'Ulster con cui inizierà una tormentata e torbida relazione, consumata nelle stanze di un sordido albergo della Capitale gestito da un affabile indiano. La loro storia d'amore, sebbene non sia proprio corretto definirla tale, è il fulcro incontro a cui ruota l'intreccio.
Cowboys & Indians è un romanzo che vorrebbe inglobare in poco meno di trecento pagine tutta la potenza incendiaria della giovinezza, la sete di vita e di obiettivi – spesso irraggiungibili – che caratterizza l'età più verde. Eddie e Marion, però, mancano proprio della freschezza della gioventù. Più o meno dipendenti dall'alcool e dalle sostanze, tormentati da un demone innominato, rosi dall'instabilità emotiva, portano addosso e nell'anima i segni di profonde cicatrici che provano a nascondere proiettandosi nell'altro, da cui cercano una risposta alle proprie domande insolute. Il loro è un rapporto tossico sin dalle prime fasi e O' Connor ne è l'impietoso cronista.
I personaggi del romanzo fanno parte di una generazione perduta, al pari di quella beat che l'ha preceduta, o forse reduce da una sconfitta persino più grande. Se infatti i beat trovavano nella musica, nella droga e nell'impegno politico delle vere e proprie ragioni di vita, la generazione post-punk descritta da O' Connor patisce il riflusso delle ideologie, è decimata dall'eroina e ascolta un genere (il punk appunto) che già nel nome si autodefinisce come musica da due soldi, di scarso valore. Eddie ne è il prototipo: arrabbiato col mondo ma privo di un'ideologia di riferimento, vuole essere underground a tutti i costi ma in fondo anela al successo. Anche il rapporto con Marion vive di questa ambivalenza: maledice il giorno in cui l'ha incontrata, eppure quando lei non c'è ne sente visceralmente la mancanza. I protagonisti e tutte le figure di contorno sono personaggi non risolti, alla ricerca di qualcuno o qualcosa in cui possano identificarsi. Per O' Connor il romanzo diventa anche un'occasione per lanciare appuntiti strali contro i suoi connazionali, quegli irlandesi che desiderano fuggire dalla terra natale ma poi, una volta a Londra, non rinunciano a frequentare i medesimi pub e a consumare pinte di Guinness nell'illusione di trovarsi ancora a casa.
Il libro a qualcuno potrebbe sembrare un relitto storico, se pensiamo a come le nuove generazioni siano cambiate nell'arco di soli trent'anni. La musica ad esempio, in uno con l'avanzare del digitale, ha perso la centralità che aveva per chi è nato fino ai primissimi anni Novanta. Eddie dunque è figlio della sua epoca e forse oggi non c'è più spazio per i suoi capelli alla mohicana. Cowboys & Indians è un romanzo che può essere apprezzato da chi ha fatto proprio il manifesto del "no future": crudo e doloroso, non lascia spazio alla speranza, come prova il drammatico finale.

12 ottobre 2024

E intanto il tempo passa… I primi dischi dei Negrita

Ho sempre rispettato i Negrita, sebbene abbia seguito la loro carriera a fasi alterne. Li ho sempre rispettati perché penso che abbiano tracciato un percorso coerente, seppur ricco di svolte, di deviazioni, inversioni di tendenza e ritorni alle origini. Negli anni c'è stata la fase latino-americana, quella acustica e nuovamente quella elettrica; tuttavia, non me la sono mai sentita di parlare di tradimento, come sostenuto da qualche fan della prima ora. Trovo invece che la loro sia una strada coerente, quella di una rockband che, pur avendo raccolto molto, ha sempre mantenuto un profilo basso, con un'attitudine sincera che non è facile trovare in chi ha raggiunto il successo. Ho trovato sempre ingenerose, se non in malafede, le critiche per partito preso di alcuni autoproclamatisi "puristi" del rock che accusano Pau & soci di essere poco originali o addirittura finti, critica quest'ultima davvero fuori luogo.
Fermo restando che non esiste un patentino per essere rock, c'è da dire che la band aretina non ha mai assunto atteggiamenti da poser. Da più di trent'anni i Negrita sono se stessi, un gruppo nato in provincia che ha saputo navigare nelle acque limacciose del mainstrean senza mai snaturarsi. A mio avviso, sono una delle più belle realtà del nostro panorama musicale.
Come ho precisato sopra, c'è una buona parte della loro carriera che non ho seguito da vicino. Conosco invece molto bene i loro primi album, negli anni li ho letteralmente consumati. Sto parlando dell'esordio chiamato semplicemente Negrita (1994), del successivo XXX (1997), di Reset (1999) e infine Radio Zombie (2001). Non bisogna tuttavia dimenticare l'EP del 1995, Paradisi per illusi. I trent'anni esatti dalla pubblicazione del primo omonimo LP, recentemente ristampato, sono dunque un'occasione per ripercorrere una storia che ha lasciato una traccia profonda nel panorama rock nostrano degli anni Novanta.
XXX lo acquistai pochi mesi dopo la sua uscita, sull'onda del videoclip di Ho imparato a sognare, che continuo a considerare una delle più belle canzoni italiane degli ultimi trent'anni. È un disco ricco di bei pezzi, carico di un'urgenza espressiva a metà strada tra il rock americano e la tradizione melodica nostrana. E intanto il tempo passa, la traccia iniziale, è un pezzo solido e quadrato con un testo non banale. La title-track è un perfetto ritratto delle miserie e dell'ipocrisia della vita di provincia, mentre Io Pocahontas me la farei è un inno generazionale che oggi incontrerebbe la censura del pensiero unico. Sugli scudi anche A modo mio, un pezzo disimpegnato che profuma di strada e libertà. E ancora, Sex e In un mare di noia, per cui ogni parola sarebbe superflua.
Sebbene molti critici non siano d'accordo, ritengo che XXX sia un bel passo in avanti rispetto all'esordio, l'omonimo Negrita del 1994. Quest'ultimo è un album ancora acerbo, in cui sono evidenti le influenze blues (Ehi! Negrita) e persino grunge (Cambio); tuttavia il gruppo aretino non aveva ancora trovato una strada propria, tanto che il disco va a corrente alternata. D'impatto Bum bum bum e soprattutto R. J. (angelo ribelle), dedicata a Robert Johnson. C'è tuttavia qualche ingenuità nei testi, come in Militare, canzone che meno delle altre ha retto l'urto dei tempi. Qui e lì si iniziano a sentire i Negrita che verranno, come nella ballata Lontani dal mondo, il primo vagito della felice vena acustica della band.
Il terzo album, Reset, è per me fonte di tanti cari ricordi. Lo acquistai in formato musicassetta qualche mese dopo la sua pubblicazione, nell'agosto del 1999 alla Ricordi Mediastore di Salerno. Anni dopo lo ricomprai in cd. Il singolo trainante era Mama maé, un pezzo solido presentato con un videoclip accattivante. A mio avviso è un album bello dall'inizio alla fine, in cui dominano le chitarre elettriche di Mac e Drigo, come in Transalcolico, Negativo e In ogni atomo. Ancora una volta ci sono splendide ballate, come Life, Fragile e soprattutto la malinconica Hollywood, colonna sonora della mia estate del 1999.
«Ma uno straniero in fondo che ne sa
di come funziona e di come va.
E anche se i sogni in questo posto finiscono in vino,
anche se perdi sempre a tavolino,
qui non è Hollywood.»
Radio zombie lo acquistai all'uscita, eppure al momento non lo apprezzai particolarmente. Non ricordo le ragioni, so solo che lo ascoltai molto poco, forse superficialmente. Dopo averlo ripreso in mano di recente, posso dire che è un ottimo disco, forse l'apice della prima fase della loro carriera, sicuramente il più maturo. Non è quello a cui sono più legato, perché non ho ricordi particolari in merito, eppure lo ritengo tecnicamente e musicalmente superiore agli altri. Si tratta dell'ultimo lavoro con la formazione originaria al completo, con Zama alla batteria e Franco Li Causi al basso, formazione che qui raggiunge il massimo livello di affiatamento e maturità. Tre canzoni su tutte valgono il prezzo del biglietto: Bambole, Hemingway e 1992.

29 settembre 2024

"Rondò" di Kazimierz Brandys: una rischiosa finzione

Ci sono libri di piccolo culto, sconosciuti ai più eppure amatissimi da una ristretta cerchia di ammiratori. A volte si tratta davvero di capolavori nascosti, in altri casi servono soltanto a gonfiare l'ego di quanti vogliono spacciarsi per intenditori. Rondò appartiene sicuramente alla prima categoria, come dimostrano gli autorevoli pareri di chi lo ha eletto a grande opera. «Un libro ricchissimo e a mio giudizio bellissimo», ha sentenziato il celebre critico Geno Pampaloni; «i signori di Stoccolma dovrebbero dargli il Nobel», ha azzardato Grazia Cherchi.
Kazimierz Brandys (1916-2000) è stato uno dei più importanti scrittori polacchi del Novecento, autore di opere che hanno descritto il clima politico e culturale del Paese natale nei durissimi anni tra l'occupazione tedesca e il dopoguerra con l'avvento del comunismo. Rondò è uno dei suoi lavori più acclamati.
«La carriera, la fortuna, il successo, non ho mai voluto pensarci, in tutta la mia vita non ho avuto nemmeno un successo, né del resto l'ho cercato. Mi si potrebbe definire un perdente, uno che ha sprecato le proprie possibilità.»
Così si definisce impietosamente Tom, protagonista e io narrante della vicenda. È un giovane nato in provincia, figlio di un insegnante e orfano di madre, la cui vita cambia radicalmente quando si trasferisce nella vivace Varsavia degli anni Trenta per studiare legge all'università. Qui, per il tramite di un amico, conosce Tola, un'attrice di teatro di cui si innamora perdutamente. Sarà l'incontro che gli cambierà per sempre la vita.
«Tola Mohoczy era allora all'inizio della sua grande carriera teatrale, io invece potevo solo vantarmi di essere stato ammesso al secondo anno di Legge. Cosa mai ci unì? L'unica risposta che posso dare: il destino.»
Destino è la parola chiave del romanzo. Tola è una donna libera, eccentrica, emancipata, spregiudicata; pur concedendosi talvolta a Tom, non accetta legami stabili, anche perché a sua volta è innamorata dell'enigmatico Cezar. Allora Tom decide di giocare una partita impari col destino: per soddisfare il desiderio di avventura di Tola, finge di essere promotore e capo di un inesistente gruppo di resistenza armata contro l'invasore nazista, chiamato appunto Rondò. Affida alla ragazza compiti all'apparenza rischiosi, ma in realtà del tutto innocui. Attraverso questo stratagemma crede di mostrarsi interessante agli occhi di Tola e soprattutto spera di poter diventare arbitro dei suoi destini, legandola indissolubilmente a sé. Il destino però non si lascia governare e il gioco si ritorce contro il suo inventore. Brandys ci insegna che nessuno può sfuggire alla tirannide di un fato che è già scritto e non può essere mutato. Anzi, forzare gli eventi in nome di un presunto libero arbitrio è controproducente e pericoloso.
La Varsavia occupata del lustro 1939-1945 è il palcoscenico della storia. Una città che prosegue la propria vita nonostante l'occupazione nazista; anzi, in tutto il romanzo non compare neppure un tedesco. Bar, teatri, appartamenti e tram sono il centro dell'azione; Brandys riesce a ricostruire con mille dettagli il clima di un'epoca e lo spirito di una città occupata dall'invasore, precaria ma al tempo stesso sempre uguale a se stessa.
Rondò si è rivelato un libro tutt'altro che semplice. L'ho acquistato perché incuriosito dalla trama, eppure ho faticato molto per arrivare alla conclusione. La lettura non è agevole a causa dei continui salti temporali: l'io narrante si muove sempre su almeno due piani, il periodo dell'occupazione e quello post-bellico, intrecciandoli spesso. Ciò mi ha sovente confuso, costringendomi a rileggere più volte alcuni passaggi. Il romanzo peraltro non è suddiviso in capitoli o paragrafi: è un lungo monologo di oltre trecento pagine scritto sotto forma di lettera al direttore di un giornale, senza pause o interruzioni. Leggerlo è un'esperienza immersiva ma faticosa; a tratti sembra quasi di essere investiti dalle parole di Brandys e di non riuscire a prendere fiato. Ovviamente non metto in discussione la grandezza dell'opera, se tanti e più autorevoli di me l'hanno giudicata grandiosa. Verosimilmente, Rondò si è rivelato al di sopra delle mie possibilità, forse anche perché, ignorando la storia, la letteratura e il teatro polacchi, non ho saputo cogliere tutti gli spunti culturali di cui il libro è ricco.

17 settembre 2024

La frangia di George Harrison

Come ben sa chi lo ha seguito negli anni d'oro di Ottava nota e Cocktail micidiale, Richard Benson era capace di esprimere concetti molto profondi, spesso improvvisando sul momento. Era sicuramente un tipo istrionico e negli ultimi anni prima del ritiro ha interpretato un personaggio grottesco, costruito a beneficio di presunti fan che non erano veramente tali. In verità, al di là della maschera, Richard era un grande conoscitore della musica rock, oltre che un abile oratore, uno che saresti rimasto ad ascoltare per ore. Soprattutto quando gettava la maschera, sapeva regalare pensieri e intuizioni niente affatto banali. C'è in particolare un breve video tratto da una delle sue trasmissioni, disponibile su YouTube, in cui Benson racconta il momento in cui gli si è rivelato il senso della propria esistenza, l'attimo in cui ha capito la ragione per cui era venuto al mondo. Era il 1965, aveva dieci anni e a casa di un'amica ascoltò il primo 33 giri dei Beatles. Racconta che la visione della copertina lo colpì al punto che in quel momento comprese il vero significato della vita, che fino a quel momento gli era sembrata un'insensata successione di ordini, doveri, obblighi e divieti. Una rivelazione per l'appunto, il primo manifestarsi di quel sogno a cui è rimasto aggrappato per tutta la vita.
Richard è stato particolarmente fortunato, perché è riuscito a individuare già da bambino la strada da seguire. La schiacciante maggioranza, invece, non ha fatto della musica la propria professione, molti non sanno neppure imbracciare uno strumento, eppure quasi tutti riconoscono il peso che alcuni dischi hanno avuto nella costruzione della propria identità, o quantomeno dell'immaginario che li accompagna da una vita intera. Tutti quelli che ancora ascoltano davvero la musica sono legati a un disco che ha plasmato la propria immaginazione di bambino o adolescente. Gli irriducibili che ancora comprano i dischi, i riottosi alla moda del digitale, sanno di cosa parlo.
A volte mi ritrovo a pensare con rammarico che, per quanti nuovi album ascolti, nessuno ha la capacità di colpirmi in profondità come quelli che ho acquistato tra i tredici e i vent'anni. La più bella scoperta musicale degli ultimi tempi sono stati per me i Sound di Adrian Borland, oltre ad alcuni gruppi che colpevolmente non avevo mai ascoltato, pur conoscendoli di nome, come Rush e Cult. Eppure niente ha il sapore delle prime scoperte musicali, quando internet era un lusso per pochi e la fotografia di un gruppo, ritagliata da un giornale o presente nel libretto interno del cd, veniva trattata come un tesoro inestimabile. Oggi forse fa sorridere, ma per mesi non ho avuto idea di che faccia avessero i Clash, perché sul loro primo omonimo album, acquistato nel 2000, erano ritratti di spalle. Fu grazie a un articolo sul Mucchio Selvaggio che finalmente conobbi i volti di Strummer e soci. E così è stato per tutte le band che hanno segnato la mia prima adolescenza, a partire da Litfiba, Marlene Kuntz e C.S.I. Guardavo e riguardavo quelle foto, cercando di imprimere nella mente ogni particolare dello stile o dell'abbigliamento, nell'ingenua speranza di poterlo o saperlo riprodurre nella vita reale.
Dice Benson nel video che, a distanza di oltre quarant'anni, ricorda ancora "la frangia di George Harrison", il particolare che aveva acceso la sua immaginazione di bambino in quel lontano 1965. A me è successo lo stesso con Surrealistic pillow dei Jefferson Airplane. Disco simbolo della stagione psichedelica e di un certo lisergico flower power, lo acquistai nel 2002 in un bellissimo negozio che ha chiuso una decina di anni fa, Supernova Records. La copertina non è particolarmente originale: ritrae la band in posa con alcuni strumenti tradizionali, come un banjo e un clarinetto; tutti sono estremamente seri, salvo Grace Slick che sfodera un meraviglioso sorriso. A colpirmi – più o meno com'era accaduto a Richard – fu invece la fotografia del libretto interno, inclusa dalla RCA nella ristampa datata 2001. Il gruppo è fotografato in strada, probabilmente si tratta di San Francisco. Sullo sfondo la vetrina di un negozio e la scritta "Psichedelic shop", capace di accendere la mia fantasia di adolescente. Grace Slick mangia una mela, seduta sul cofano di una macchina assieme a Jorma Kaukonen, quest'ultimo con i pollici in tasca e uno sguardo di sfida rivolto all'obiettivo. Jack Casady sfoggia un paio di occhiali da sole rotondi, mentre Skip Spence si appoggia mollemente a un parchimetro. Dietro, a debita distanza, gli ultimi due membri della band, Marty Balin e Paul Kantner. La foto originale era in bianco e nero, mentre quella del libretto del disco è colorata di giallo. L'effetto è volutamente psichedelico, anche grazie a un restringimento delle figure che le rende distorte e dalle proporzioni innaturali. A distanza di anni la fotografia dei Jefferson Airplane ha mantenuto per me la stessa seduzione di un tempo, quella fascinazione che mi spinse a cercare in innumerevoli negozi gli occhiali tondi di Jack, la maglia a righe orizzontali di Jorma, gli stivaletti di Marty, i pantaloni in tessuto principe di Galles di Grace. Non so dire cosa abbia di particolare quella foto; eppure, come accadde a Richard Benson con la frangia di George Harrison, ha contribuito a costruire quell'immaginario che ancora oggi mi accompagna.
Jefferson Airplane, 1967

5 settembre 2024

Il giusto spazio a ogni cosa

Ci sono circostanze che diamo per scontate, come se rientrassero nell'ordine naturale delle cose al punto da non poter essere messe in discussione. Sono talmente radicate nella nostra quotidianità che non suscitano dubbi o riflessioni critiche: sono semplicemente accettate come giuste e indiscutibili. Tra queste c'è la convinzione che non si possa fare a meno dell'onnipresente teatrino della politica, che occupa giornalmente ampi spazi su ogni mezzo di informazione. Non c'è telegiornale, quotidiano o sito di informazione che non riporti pedissequamente le esternazioni, quasi sempre propagandistiche, di questo o quell'altro esponente di maggioranza e opposizione. E, cosa a mio avviso ancora più grave, non c'è ambito sottratto a questo litigio continuo. I politici vengono interpellati su ogni argomento, sia esso giuridico, religioso, morale, etico, tecnico, medico, economico e perfino sportivo. Minimi gli spazi lasciati liberi da questi monologhi; perfino gli eventi di cronaca nera diventano campo di battaglia dello scontro tra opposte fazioni.
Fin qui nulla di strano. D'altronde, la libertà d'opinione è un diritto sacrosanto sancito per tutti dalla Costituzione. Quel che io mi domando è se davvero al cittadino debba interessare cosa pensano il politico Tizio e Caio di un dato argomento. A me non interessa, lo dico con la massima sincerità, per almeno due buoni motivi. Il primo è che l'opinione dei politici di professione non è quasi mai libera, né ancorata all'oggettività dei fatti, ma sempre coerente con la linea del partito. In parole povere, ho il pregiudizio che sia un'opinione insincera. In secondo luogo, vorrei che venisse dato più spazio – almeno in ordine a certi argomenti che esulano dal campo politico in senso stretto – alle opinioni degli esperti. Vorrei che di riforme parlassero i giuristi, di epidemie i medici, di imposizione fiscale i tributaristi, di immigrazione i sociologi e così via. Si eviterebbero molti malintesi, nonché la diffusione di false informazioni; soprattutto si alzerebbe il livello del dibattito, a beneficio di tutti.
Sia chiaro: non voglio dire che le dichiarazione dei politici debbano essere ignorate dai mezzi di comunicazione. Ciò che metto in dubbio è l'effettiva utilità della cassa di risonanza che viene data a ognuna di queste dichiarazioni. Come se fosse obbligatorio dedicare le prime pagine alla polemica politica del momento. Per giorni si riempiono le pagine dei giornali con repliche e controrepliche delle opposte fazioni, in uno sterile battibecco destinato a lasciare minima traccia, se non nessuna, nella memoria nazionale. E poi c'è tutto il codazzo degli opposti antagonismi, le tifoserie dell'una o dell'altra corrente che inondano la rete di commenti, il più delle volte ridondanti, banali, inutili.
Fateci caso: oltre metà del tempo dei telegiornali è dedicato ad ascoltare le contrapposte versioni di maggioranza e opposizione sui vari argomenti della giornata. Fateci caso: tutti i politici interpellati hanno lo stesso tono di voce impostato, declamatorio, sicuro, quello di chi sta raccontando l'ovvia verità a beneficio di una platea inconsapevole. A chi giova realmente questo teatrino? Aiuta forse le persone a farsi un'opinione, a comprendere meglio la realtà in cui vivono? Non è invece fonte di confusione, di sterile scontro, di appiattimento delle idee, in cui non è possibile distinguere il vero dal verosimile, il possibile dal palesemente falso? Sarebbe bello se un giorno i direttori dei telegiornali e dei quotidiani decidessero di fregarsene almeno in parte di quel che hanno detto gli esponenti di partito, dando invece voce a quanti veramente hanno qualcosa di interessante da sancire, al di fuori delle logiche politiche. Questa forse è un'utopia, ma sarebbe quantomeno auspicabile che alla disputa politica venisse dato il giusto peso, anziché ergerla a fulcro del dibattito culturale del Paese. Sarebbe bello se si desse più voce a chi ha qualcosa da dire che non sia solo sterile propaganda, lasciando che a parlare siano soprattutto gli esperti, gli intellettuali, le persone che vivono fuori dalle logiche della cortigianeria. Vedrete che, ridotto il palcoscenico, anche il numero delle sciocchezze calerebbe drasticamente. Il Paese ne guadagnerebbe, in termini di onestà intellettuale, oserei persino dire di pacificazione nazionale.
Un cane e un gatto che litigano
(part. da Ultima cena di Cosimo Rosselli)

23 agosto 2024

"Notizie da un'isoletta" di Bill Bryson: la Gran Bretagna che non ti aspetti

Bill Bryson non è solo un giornalista e uno scrittore di reportage di viaggio, ma è un vero e proprio compagno di avventure. Col suo stile ironico e l'innata curiosità, unitamente alla capacità di far rivivere sulla carta persone e luoghi, si propone al lettore quasi come un vecchio amico che snocciola racconti di viaggio davanti a un focolare e una tazza di caffè bollente. Avevo già avuto modo di apprezzare queste doti in America perduta e soprattutto nel meraviglioso Una passeggiata nei boschi, dettagliato resoconto di una lunghissima escursione sul celebre Sentiero degli Appalachi.
Notizie da un'isoletta (prima edizione, 1995) racconta il viaggio di otto settimane da lui intrapreso in Gran Bretagna a metà degli anni Novanta, partendo dal sud e arrivando fino in Scozia, passando per l'affascinante Galles. Bryson non era tuttavia un turista o un escursionista improvvisato, avendo vissuto e lavorato in Inghilterra per circa vent'anni. Prima di lasciare definitivamente il Paese adottivo per fare ritorno negli Stati Uniti, decise dunque di intraprendere questo viaggio e di scrivere un libro sull'esperienza. L'isoletta del titolo è ovviamente la Gran Bretagna ed è tale agli occhi di un americano, abituato agli sterminati spazi della madrepatria. La parola non ha tuttavia un significato sminuente; anzi, lo scrittore mette proprio in evidenza quante meraviglie storiche, naturalistiche e artistiche siano presenti in un territorio relativamente piccolo. Treni, alberghi, strade, sentieri e viali cittadini sono lo sfondo delle avventure di Bryson, che si diffonde ampiamente su particolari storici e paesaggistici, non disdegnando dissertazioni colte e strali polemici, sempre tuttavia mediati dall'ironia. Predilige i mezzi pubblici e le proprie gambe, per cui ne risulta un viaggio lento, a misura d'uomo, ricco di deviazioni e soste anche in luoghi meno noti.
Partendo dal porto di Dover e arrivando a John O'Groats, località che segna il punto più settentrionale della Scozia, Bryson descrive i luoghi e le persone, elencando curiosità e aneddoti, talvolta in maniera fin troppo troppo dettagliata. Ne viene fuori un ritratto insolito e pittoresco della Gran Bretagna e del modo di vivere dei suoi abitanti, così diversi dagli stereotipi cui siamo abituati. Attraversando sia le zone rurali che i medi e grandi centri urbani, il viaggio di Bryson desta curiosità nel lettore, proponendo un originale quadro d'insieme dell'isola. Scopriamo così una terra che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi, spesso superficialmente giudicati "più belli".
A mio avviso le parti più gustose sono quelle in cui l'autore racconta le sue disavventure durante i tragitti sui treni della British Railways, nonché in alcuni alberghi e pensioni dove ha pernottato. Tra cronici ritardi, coincidenze mancate, gestori inospitali, condizioni igieniche precarie e pasti disastrosi, queste pagine strappano più di un sorriso e, soprattutto, trasmettono l'impressione di cui ho parlato prima, quella di ascoltare le irresistibili peripezie di un vecchio amico.
Lo sguardo di Bryson, in questo come in altri suoi libri, è al contempo impegnato e disincantato. Impegnato perché lo statunitense non esita a lanciare le sue critiche contro le brutture della modernità e i mostri architettonici che avrebbero, a suo avviso, tradito lo spirito più profondo dell'isola. Disincantato perché il giornalista americano ha il pregio di non seguire un itinerario tracciato, ma di affidarsi all'intuito e alla sensazione del momento, scoprendo luoghi poco noti al grande pubblico, rivelando con estrema naturalezza e senza pregiudizi lo spirito più profondo di un Paese e della sua gente.
Il libro è piacevole, sebbene in alcuni punti l'autore si dilunghi su particolari e aneddoti di storia locale non sempre interessanti, almeno per il lettore italiano. Per queste ragioni, per chi avesse voglia di leggere qualcosa di Bryson, consiglio di cominciare con il citato Una passeggiata nei boschi, più divertente e godibile.

10 agosto 2024

"La campana di vetro" di Sylvia Plath: vivere in una gabbia

Ho sentito parlare di Sylvia Plath per la prima volta al liceo, merito di un'antologia di letteratura in lingua inglese che dava spazio anche alle voci più recenti e agli autori meno noti. E così, pur senza disdegnare Coleridge e Wordsworth, rimasi colpito dalla vicenda umana della poetessa statunitense, morta suicida nel 1963, a soli trentuno anni. E ancora ricordo di essermi di nuovo imbattuto in lei qualche anno dopo in un articolo su Antonia Pozzi, poetessa nostrana la cui vita mostra alcune sorprendenti similitudini con quella della Plath. È sull'onda di questi ricordi che di recente ho letto La campana di vetro, l'unico romanzo dell'americana, pubblicato un mese prima della morte.
La storia è palesemente autobiografica e la protagonista Esther Greenwood non è altri che la Plath, sebbene alcuni dettagli siano stati volutamente cambiati. All'inizio del romanzo Esther è appena giunta in un albergo che ospita solo giovani donne, tutte vincitrici di un concorso indetto da una rivista di moda. Il premio consiste appunto in un lungo soggiorno a New York, tra sfilate, incontri mondani e un tirocinio retribuito presso la redazione della rivista. È un mondo di cui la protagonista percepisce la vacuità, sebbene ne sia inspiegabilmente attratta; ella tenta di farne parte, ma al tempo stesso non riesce a prenderne le misure. Gli eventi la soverchiano, l'interazione con gli altri è ostica, al punto che finisce per essere considerata una sorta di outsider, troppo sensibile per farsi ammaliare dalle sirene dell'apparenza e al contempo non sufficientemente spregiudicata per diventare una protagonista di quel mondo. L'inquietudine la conduce così a una profonda depressione, con il successivo ricovero in una clinica psichiatrica dove subisce persino la violenza dell'elettroshock.
Il disagio psichico e l'oppressione della società sono i due grandi temi di questo romanzo. Per usare un'espressione che fu coniata proprio negli anni Sessanta dal sociologo Goffmann, potremmo parlare di "istituzioni totali". È tale la clinica in cui Esther è ricoverata, lo è l'albergo di New York e persino la sua famiglia. Esther vive in un contesto in cui tutto è già deciso per lei e non c'è possibilità di fuga, perché è come se ci fosse una sovrastruttura che si fa carico di tutti i suoi bisogni, senza però interrogarsi per davvero su quali siano i desideri della ragazza. La famiglia è la prima di queste istituzioni totali, "un campo di concentramento", secondo le parole di un celebre film di Ken Loach. La madre di Esther crede di conoscere la figlia, ma in realtà è un'illusione: il mondo interiore della ragazza è così complesso e ricco di sfumature che la madre non può coglierne che la superficie. Alla stessa maniera, anzi in modo ancora più drammatico, si colloca la clinica psichiatrica: un luogo gelido e solo all'apparenza ospitale, dove vige uno spietato regime fondato sulla logica del premio e della punizione. Si può avanzare e quindi essere trasferiti in un reparto che garantisce minori restrizioni, oppure essere degradati a un livello inferiore e venire puniti con l'elettroshock. È qui che Esther, dietro la caritatevole facciata della cura, subisce una completa destrutturazione della propria personalità.
Cos'è dunque la campana di vetro? I critici ne hanno dato diverse interpretazioni: chi ritiene sia la malattia psichica, chi la identifica con la clinica o con la famiglia come istituzione borghese. Forse non esiste una risposta univoca, forse la campana di vetro è genericamente il contesto in cui vive la protagonista, fatto di regole che non si possono trasgredire, di aspettative che non possono essere disattese, di rituali (come quelli sessuali) cui non è consentito non sottoporsi. Lo sforzo della protagonista, ma sarebbe meglio dire di Sylvia Plath, è stato quello di cercare di rompere la campana di vetro per respirare un'aria nuova, quella della libertà e di una nuova consapevolezza di sé, fuori dalle imposizioni del Sistema.
La voce di Esther ci accompagna in questo viaggio, a volte disincantata e ingenua, a volte colma di dolore e consapevolezza. La Plath ce la restituisce in tutte le sue sfumature, grazie a una scrittura introspettiva che lascia trasparire ogni emozione. Superfluo sottolineare che si tratta di un romanzo molto diverso da quello che offre la letteratura contemporanea; eppure i temi trattati, in primis l'alienazione e l'isolamento, sono quanto mai attuali.
Edizione Oscar Mondadori di qualche anno fa

31 luglio 2024

La rabbia giovane dei Superchunk

Ci sono dischi che suonano così familiari che già al primo ascolto sembra di conoscerli da una vita. Di solito sono quegli album non troppo impegnativi che ricordano un'adolescenza sofferta, divisa tra gli abortiti sogni di sovversione e il comodo rifugio del conformismo. Sono dischi che profumano delle estati degli anni Novanta, forse le ultime vissute nell'anestesia di un apparente benessere. Questo è l'effetto che mi ha fatto No Pocky for Kitty (1991), secondo LP degli americani Superchunk, comprato di recente sebbene risalga a più di sei lustri fa. Di loro avevo sentito qualcosa nell'epoca d'oro di MTV e Videomusic, ma non avevo mai approfondito e il ricordo era via via sbiadito. Avendoli persi di vista, ero convinto fossero scomparsi e invece, vagando sulla rete, ho scoperto che sono vivi e vegeti e non hanno perso né smalto né energia.
No pocky for Kitty è indubbiamente figlio della sua epoca, eppure la straordinaria energia liberata in poco più di trenta minuti lo rende tuttora validissimo, a modo suo un piccolo gioiello di culto. Fu registrato in soli tre giorni sotto la sapiente guida del produttore Steve Albini; la formazione comprendeva il cantante e chitarrista Mac McCaughan, il secondo chitarrista Jim Wilbur, la bassista Laura Ballance e l'energico batterista Chuck Garrison.
Dodici tracce di puro punk rock, un impenetrabile muro chitarristico tuttavia mediato da uno spiccato gusto per la melodia. Si potrebbe anche parlare genericamente di rock alternativo, eppure ritengo che il concetto di punk revival sia più azzeccato ed esaustivo. Il tutto sparato a mille con una furia incontenibile, o sarebbe meglio parlare di un'urgenza espressiva, una rabbia giovane che li accomuna ad altre band di culto come Minutemen, Dinosaur Jr. o Fugazi.
Il trittico iniziale lascia senza fiato: Skip steps 1 & 3 è una bella botta d'energia, ma il livello si alza con gli intrecci delle due chitarre di Seed toss e soprattutto con il furore primitivo di Cast iron, che si può ammirare anche in una recente versione live presente su YouTube. È questa la migliore traccia del disco, l'inno di una gioventù dal temperamento sognante, ribelle e incompresa.
«Don't get uppity with me,
I see things that you never see,
I've been seeing them for years,
let me whisper in your ear.
I'll tell you from my front porch,
I'll tell you from my cast iron chair,
I'll tell you about my visitors,
I only wish you were there, well.»
Da segnalare anche Punch me harder, l'iconica Sprung a leak e l'intensa 30 Xtra, tutte sparate a volumi altissimi, con la voce adolescente di Mac che a fatica si fa strada nell'impenetrabile muro di suono. Le altre tracce sono trascurabili, sebbene di fatto l'album non conosca cali di tensione, tra bordate di chitarra e una sezione ritmica che non perde un colpo. Pur non essendo canzoni che brillano per originalità, nondimeno offrono un esaustivo spaccato di quella scena americana indipendente che nei primi anni Novanta ha gettato le basi di un punk revival con significativi riscontri commerciali e di critica.
Mac McCaughan e Jim Wilbur hanno raccontato alcuni aneddoti curiosi sulla realizzazione del disco. Stavano ancora scrivendone i pezzi quando intrapresero il loro primo tour nazionale, a zonzo per gli Stati Uniti sopra un vecchio furgone. L'accordo con la casa discografica prevedeva che avrebbero registrato i brani una volta tornati a Chicago. I soldi però erano pochi, così come il tempo a disposizione per avvalersi di un mostro sacro come Albini. Fu così che l'album fu registrato e mixato in sole tre notti alla Chicago Recording Company. Ha ricordato in proposito Mac: «lavorammo per tre notti dalle sei di sera alle sei di mattina per ottenere una tariffa più vantaggiosa, uscendo dallo studio di tanto in tanto per comprare biscotti e birra di radice per Mr. Albini». Conferma tutto l'altro chitarrista Jim Wilbur che, ammalatosi di un'infezione bronchiale nel corso del tour, si presentò a Chicago in condizioni fisiche precarie. Riguardo ai tempi strettissimi per l'incisione, ha rivelato che «è difficile crederlo oggi, ma ai tempi non sembrava poi una cosa da pazzi fare le cose in quella maniera». La registrazione non perfetta conferma quanto narrato dai due, ma non è necessariamente un difetto in un'opera punk. Anzi, il disco è uscito ruvido al punto giusto, d'impatto, sincero e grezzo com'è da sempre la rabbia giovanile
In definitiva, No Pocky for Kitty è un album poco noto che tuttavia andrebbe recuperato, anche (ma non solo) per l'inevitabile "effetto nostalgia" su quanti sono nati a cavallo tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Dentro potranno trovarvi il ritmo della loro adolescenza, oppure quei suoni che già da bambini ne hanno orientato i gusti futuri.
La copertina e una foto interna del disco

18 luglio 2024

"Gli ospiti di quel castello" di Ercole Patti: l'enigma della carne

Come ben sa chi ha letto qualche romanzo di Ercole Patti, i due poli geografici della sua narrativa sono Catania e Roma. La prima è descritta come una città molle e indolente, su cui spira un vento che è un dolce veleno, inducendo al sonno e all'abbandono. La seconda, sia pure non troppo diversa per pigrizia e mollezza, diventa un luogo di corruzione specialmente per i giovani siciliani che vi trascorrono un periodo di studio o lavoro lontano dalla famiglia. Roma accende i sensi di questi giovani e consente loro di coltivare quei vizi che non oserebbero manifestare nella terra natale. Così è per Giovannino, principale attore dell'omonimo romanzo del 1954, e così è anche per il protagonista del libro di cui vorrei parlare.
Gli ospiti di quel castello fu pubblicato nel 1974, due anni prima della morte dello scrittore catanese, di cui è una sorta di testamento. È un'opera di agevole lettura, seppure enigmatica e ricca di simbolismi, tanto da collocarsi in una posizione a parte nella narrativa di quegli anni, più interessata a descrivere la società contemporanea e le sue contraddizioni. Patti invece ci riporta indietro di una decina di lustri, a quella metà degli anni Venti in cui il fascismo consolidava il proprio potere. Salvo brevi accenni, per lo più ironici, il racconto non ha tuttavia intenti politici, né di ricostruzione storica. Anzi, il presente e il passato sono talmente intersecati tra loro che si può parlare di una storia senza età.
La vicenda si svolge in una Roma placida e autunnale dove vive il protagonista del racconto, un ventitreenne che si è ivi trasferito dalla natia Sicilia. Intuitivo dunque pensare che si tratti di un alter ego dell'autore. L'esistenza del ragazzo scorre piuttosto monotona, se non fosse per le fugaci avventure amorose con cameriere e domestiche delle pensioni popolari in cui abita. Un giorno però, nei pressi di Piazza San Silvestro, il giovane percorre un vicoletto che non aveva mai notato prima, uno dei tanti che si dipanano nel centro storico. La viuzza conduce a un cancello malmesso, oltre il quale si estende un grande parco. Al centro del giardino, nel cuore della Città eterna ma al tempo stesso in un indefinito altrove, si erge un castello. Il ragazzo si fa coraggio, entra nel palazzo e di colpo si ritrova invecchiato di cinquant'anni.
Ha così inizio una curiosa avventura tra il realistico e l'onirico che vede il protagonista confrontarsi con gli "ospiti" del castello, personaggi enigmatici che vivono per qualche tempo nelle avite stanze e poi di colpo vengono portati via su un calesse guidato da un cocchiere col cilindro nero, forse la personificazione della Morte. Tutti gli ospiti, sebbene diversi tra loro, hanno due punti in comune: appartengono in qualche misura al passato del protagonista e, come lui, sono degli erotomani. Attraverso queste figure guidate da un'incontenibile sensualità, Patti vuole indagare l'enigma della carne, comprendere le ragioni che spingono l'essere umano a trasgredire alle regole della convenienza pur di soddisfare un effimero desiderio. Gli ospiti di quel castello vuole così essere una riflessione sul rapporto tra gioventù e senilità, la prima arresa alla selvaggia urgenza dell'eros, la seconda lacerata dal disfacimento fisico eppure ancora sensibile ai colpi devastanti di una sensualità mai sopita. All'interno di questo più ampio tema si inseriscono altri grandi conflitti, come quello tra amore e morte, ritrosia e sfacciataggine, corpo e spirito. 
Il romanzo ottenne lusinghieri pareri alla sua uscita, anche da parte di scrittori affermati come Prisco, che ne lodarono l'eccentricità rispetto alla produzione coeva. Devo tuttavia osservare che il mio parere non è altrettanto entusiasta. Al di là del piano più squisitamente narrativo, non sono riuscito a cogliere i simbolismi che pure si celano tra queste pagine. Nulla da obiettare sulla magistrale scrittura di Patti; in verità, è il senso più profondo del romanzo che mi sfugge, salvo il volerlo ritenere un mero divertissement, benché non credo sia il caso. Probabilmente nelle ambizioni dell'autore si trattava di un'opera da leggere a più livelli di approfondimento, a seconda della sensibilità del lettore nell'addentrarsi nei diversi piani simbolici nascosti dietro l'apparenza di un racconto leggero. Lo sconsiglio a chi non conosce ancora Patti, perché potrebbe farsi un'idea imprecisa del narratore catanese. Sarebbe allora preferibile iniziare con Giovannino, meglio ancora con Un bellissimo novembre.

6 luglio 2024

"Gioco all'alba" di Arthur Schnitzler: un perfetto congegno narrativo

Ci sono racconti che meritano di essere ricordati per la perfezione del congegno narrativo, preciso come un meccanismo a orologeria che scatta al momento giusto. Sono storie in cui tutti gli elementi combaciano alla perfezione, puzzle letterari composti da pezzi che si incastrano in un solo possibile verso. Gioco all'alba dell'austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931), è uno di questi. Romanzo breve scritto in età matura, è meno celebre di Doppio sogno e di Fuga nelle tenebre, eppure per certi versi è ancora più avvincente. Anzi, l'aggettivo giusto è avvinghiante. Il merito di questa malia non è tanto nel finale, scontato già a metà della narrazione, quanto nella strisciante tensione che conduce a quel finale e che esplode nelle ultime pagine, per l'appunto come una bomba a orologeria.
La vicenda si consuma in pochi, intensi giorni. Wilhelm, detto Willi, è un tenente dell'esercito asburgico, dedito alla bella vita tra donne, eventi mondani e giornate in caserma non troppo impegnative. Una sera un ex commilitone, tale Bogner, lo va a trovare per chiedergli in prestito mille fiorini, cifra necessaria per coprire un colpevole ammanco di cassa che, ove scoperto, gli procurerebbe grossi guai. Willi non possiede l'ingente somma, né è davvero intenzionato ad aiutare Bogner, considerato più un conoscente che un vero amico. Tuttavia, un po' per altruismo e un po' per desiderio di sfidare la sorte, si impegna a fare il possibile per reperire il denaro in appena ventiquattro ore, giocando d'azzardo la paga mensile. Nel corso di una folle notte il suo destino si compie: prima le carte benevole gli fanno guadagnare una cifra altissima, poi la febbre del gioco gli fa perdere tutto e persino maturare un onerosissimo debito con il console Schnabel, uno dei giocatori. Dalla sera all'alba la vita di Willi prende una piega drammatica e inaspettata: da ufficiale dalle finanze modeste ma sicure, si ritrova gravato di un ingente debito d'onore che non è in grado di saldare. Pagherà tutto e con gli interessi quando, alla spasmodica ricerca del denaro, incontrerà una sua vecchia fiamma, la crudele Leopoldine. È a questo punto che tutti i pezzi del mosaico, sparsi abilmente da Schnitzler nelle prime cento pagine, troveranno il perfetto incastro di cui parlavo all'inizio.
Il grande tema del romanzo è il gioco, o meglio la dipendenza da quello d'azzardo; oggi parleremmo di ludopatia, termine sconosciuto ai tempi di Schnitzler. Sarebbe tuttavia un'analisi superficiale, oltre che dettata dalla sensibilità contemporanea. Il vero gioco cui si riferiva lo scrittore austriaco attraverso la metafora delle carte è quello del destino, ancora più spietato di un tavolo verde. La vicenda di Willi insegna che non si può sfuggire al suo disegno perverso; possono volerci anni e numerose circonvoluzioni solo a prima vista casuali, ma tutto ciò che accade è già scritto e non c'è modo di mutarlo. Gli uomini sono apparentemente arbitri e protagonisti di questo gioco; in verità, sono pedine e vittime del passatempo crudele di un dio chiamato fato. Ogni azione e ogni omissione, per quanto sembrino dettate dal libero arbitrio, sono parte di una figurazione che sfugge alla capacità dell'uomo di dominarla. Il destino è già scritto e aspetta solo di compiersi; un qualsiasi evento, anche minimo, può dare il via a una ridda di accadimenti involontari e imprevedibili. Si pensi alla figura di Bogner, l'inetto ex commilitone che si presenta alla porta di Willi con una semplice richiesta di denaro. In un'ottica cristiana potrebbe essere la personificazione del diavolo tentatore, dato che è lui a instillare nell'ufficiale il tarlo del gioco. Con ogni probabilità, però, nessuna interpretazione teologica o teleologica può essere associata a Schnitzler, in quanto presupporrebbe una direzione finalistica in termini di causa/effetto o di peccato/espiazione, del tutto avulsa dalle sue intenzioni. Verosimilmente, il gioco delle carte è un simbolo della fatalità, dell'accadere casuale e rovinoso messo fortuitamente in moto dall'arrivo del misero Bogner.
Gioco all'alba è un libro del 1927 che mantiene ancora un'invidiabile freschezza, a conferma che si tratta di grande letteratura. A differenza di altri romanzi scritti nella stessa epoca non affronta il grande tòpos della letteratura austriaca del primo Novecento, ossia la caduta dell'Impero asburgico. Anzi, nelle pagine di Schnitzler quel mondo è vivo e vegeto, con le sue regole ferree spesso obsolete, il pervicace attaccamento alla divisa e all'onore, il culto dell'apparenza e la convinzione che sia preferibile la morte piuttosto che venire meno alla parola data.

24 giugno 2024

Federico Fiumani, la solitudine è il privilegio della libertà

Tra gli appassionati è tuttora aperto il dibattito se i Diaframma siano preferibili con o senza Miro Sassolini, l'inconfondibile voce che ha impreziosito gli anni Ottanta della band toscana. Se Siberia, Tre volte lacrime e Boxe sono ricordati come vette della new wave italica, lo si deve anche alla capacità di Miro di interpretare gli splendidi testi di Fiumani, merito di una voce tra le più intense del panorama tricolore di quegli anni. Come sa bene chi conosce a fondo la discografia del gruppo, Boxe (1988) si chiudeva con Caldo, cantata da Fiumani a voler testimoniare un doloroso ma ineludibile passaggio di consegne. La sua voce "asimmetrica", come l'ha definita Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è da oltre trent'anni un vero e proprio marchio di fabbrica. La si ama o la si odia, tertium non datur.
Dopo la rottura con Sassolini, Fiumani si era messo alla prova con l'EP Gennaio, contenente due tra le sue canzoni più amate dal pubblico: l'omonima che dà il titolo al mini-album e L'amore segue i passi di un cane vagabondo. Ma mentre Gennaio serviva per scaldare i motori, nel 1990 usciva il primo long playing dei rinnovati Diaframma, intitolato non a caso In perfetta solitudine. La formazione che lo incise era a tre: Fiumani alla chitarra e voce, Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria. L'appoggio di una grande casa discografica come la Ricordi, oltre alla produzione di Vince Tempera, dimostrava l'ambizione del progetto. Peraltro, è storia arcinota il rifiuto di Fiumani di partecipare al Festival di Sanremo con un brano più commerciale, evento che riportò il gruppo nell'underground, di cui è tuttora uno degli alfieri.
Tornando a In perfetta solitudine, già il titolo dà l'idea di una ripartenza, se non addirittura di una rinascita. Abbandonate le dinamiche da band, Fiumani abbracciò una dimensione più cantautoriale, tanto che spesso si è parlato di "cantautorato rock". Una solitudine perfetta perché ha dato al musicista la giusta concentrazione per reinventarsi e intraprendere strade che la dimensione della rockband non consentiva di affrontare. Non a caso, qualche anno dopo, in una canzone poco nota intitolata Francesca, 1986, Fiumani ha ricordato il sofferto periodo che precedette lo scioglimento della formazione storica.
«All'epoca facevo un disco che doveva intitolarsi Falso amore. E stavo sempre in mezzo a gente che adesso non mi va nemmeno di nominare.»
In perfetta solitudine è composto da tredici tracce, di cui almeno sei sono diventate nel tempo veri e propri classici dei concerti dei Diaframma. Per quanto riguarda il suono, la stagione new wave è definitivamente alle spalle: abbandonati i toni plumbei di Siberia e la furia di Tre volte lacrime, Fiumani mostra la sua vena più cantautoriale. Non mancano le cavalcate elettriche (Trecento balene, Diamante grezzo), sebbene il suono appaia più smussato rispetto al passato. In canzoni come Il portiere e Beato me, ad esempio, funziona bene la combinazione voce e chitarra acustica, benché il nostro non abbia un'intonazione particolarmente "educata". Il vecchio amore chiamato punk non è tuttavia dimenticato, come dimostrano il finale di Verde e il piglio deciso del cantato di Io amo lei. Quest'ultima è, a mio avviso, una delle più originali canzoni d'amore scritte in Italia, grazie a un testo mai banale e particolarmente profondo.
«Io amo lei, non tutti gli uomini che ha avuto per dare un senso al suo passato.»
Brutto orso è un pezzo sul pugilato, altra grande passione del chitarrista toscano. Risalta un verso che è la dichiarazione di intenti di un artista che non si è mai venduto al mercato e ha protetto gelosamente la propria libertà, a costo di essere messo ai margini del giro che conta.
«E se perdo, voglio farlo come dico io!»
Fiumani dimostrò concretamente di voler percorrere fino in fondo la propria strada due anni dopo, quando diede alle stampe il disco autoprodotto Anni luce, in cui, finalmente libero dai legacci di una major, tracciò ancora meglio i confini del cantautorato punk-rock che ha orgogliosamente portato avanti fino ai giorni nostri. In perfetta solitudine è pertanto un disco di transizione, ma sarebbe un errore sottovalutarlo. Ritengo infatti che sia un ottimo album, come dimostrano le felici intuizioni presenti anche nelle tracce meno note. Si ascolti in proposito Io ho freddo adesso.
«Lei era bella, ma bella davvero, e allora sai perché quando venni, venni dentro di me.»
Arrivato alla fine della recensione, mi rendo conto di non essere riuscito nell'intento propostomi, ovvero dare un'idea più precisa dello stile musicale dei primi Diaframma post Sassolini. E allora, è sufficiente dire che In perfetta solitudine è la colonna sonora di una giovinezza orgogliosa e sofferta, il canto di un'anima alla conquista dell'agognata emancipazione, dopo essere stata a lungo in gabbia. D'altronde, come scriveva Gian Piero Bona, «la solitudine non è sempre una rinuncia, può essere il privilegio della libertà».