24 febbraio 2021

"La mente in musica" di Annalisa Balestrieri: le infinite potenzialità dell'ascolto

Qual è l'importanza della musica nella vita di ciascuno di noi? È una domanda semplice, dalla risposta intuitiva: difficilmente qualcuno risponderà “poco” o “nulla”, perché la musica scandisce ogni momento della giornata, o quasi. La ascoltiamo in auto, distrattamente come sottofondo al supermercato, come colonna sonora di un film, quando facciamo sport. Per qualcuno la musica è addirittura un lavoro, altri spendono cifre considerevoli per acquistare un disco raro o un impianto hi-fi degno di questo nome, altri ancora si limitano ad accendere la radio senza prediligere un genere particolare. Insomma, i modi, i tempi e le finalità della fruizione della musica sono innumerevoli e diversi da persona a persona, eppure ci sono degli aspetti comuni a tutti. L'agile saggio La mente in musica, di Annalisa Balestrieri, si propone l'ambizioso obiettivo di analizzare i processi mentali ed emotivi che si mettono in moto con la musica, o che l'ascolto di una melodia stimola e finanche accresce. 
Il sottotitolo del volume è esplicativo: Come reagisce il cervello all'ascolto della musica. Emozioni, mente e musica sono dunque le chiavi di lettura del libro, le tre parole che delineano i vertici di un ideale triangolo, i cui lati sono formati dalle connessioni esistenti tra le tre dimensioni. L'Autrice precisa in proposito di voler gettare «uno sguardo generale sul rapporto che lega l'uomo all'ascolto di una melodia, vuole mettere in luce le potenzialità dell'ascolto e dare delle risposte alle domande che possono insorgere». L'obiettivo che la Balestrieri persegue non è dunque semplicemente quello di rispondere alla domanda sul perché ci piaccia una melodia, ma indagare sulle reazioni che la musica produce nella sfera più intima dell'essere umano, quella psico-emotiva. Si legga in proposito il primo interessante capitolo, con un breve excursus sul rapporto tra uomini primitivi e musica. Ebbene, è straordinario scoprire come già agli albori della nostra specie il linguaggio musicale rispondesse a funzioni connotative dell'intera esperienza umana: il rapporto con la natura e le forze superiori, le emozioni basilari di paura, stupore, allarme, gioia.
Se dunque il codice musicale è produttivo di esperienze praticamente invariate nei secoli, c'è da chiedersi quale sia la ragione di una tale importanza. L'Autrice la identifica nel “linguaggio emozionale”, che connota il valore universale della musica. A differenza del “linguaggio razionale”, che può essere compreso soltanto da chi ne possiede le chiavi grammaticali/fonetiche, il linguaggio di tipo emozionale non è subordinato a regole immutabili, e soprattutto può essere decodificato senza bisogno di chiavi, persino in modo soggettivo e non univoco. È questa la ragione per cui, in parole povere, una ninna nanna produce la stessa sensazione di piacevole rilassamento a tutte le latitudini, oppure un pezzo punk trasmette energia e voglia di spaccare il mondo a persone appartenenti a contesti culturali e sociali eterogenei, se non addirittura antinomici. Il processo cosiddetto di “astrazione musicale”, che consente al nostro cervello di estrapolare un significato dal significante della melodia, ha dunque al tempo stesso un valore personale e universale. Ecco spiegato perché una stessa canzone può essere ascoltata nel chiuso di una stanza, ossia in una dimensione intima e crepuscolare, oppure cantata a squarciagola assieme a migliaia di altre persone allo stadio.
Le tematiche affrontate dal libro non sono sempre semplici, eppure la Balestrieri è abile nel tradurle in concetti alla portata di tutti, anche attraverso esempi concreti e rimandi a ricerche. La seconda parte del saggio affronta aspetti più pratici, egualmente interessanti: le preferenze musicali in ragione dell'età, della cultura, della confessione religiosa, dell'approccio all'ascolto. E ancora, il rapporto tra musica, sport, economia, scienza e marketing. Le argomentazioni squisitamente psicologiche cedono il passo a un'indagine di stampo sociologico, che è di particolare interesse perché pone l'accento sul quotidiano e sul presente, in cui si assiste a una sovraesposizione musicale, soprattutto in forza della portabilità del supporto (gli smartphone).
In conclusione, La mente in musica è una lettura agevole e interessante, che scorre piacevolmente – nonostante la specificità del tema – grazie a una scrittura di presa immediata, seppur sempre attenta al rigore scientifico. È
un lavoro di ricerca, ma non è destinato soltanto agli addetti ai lavori, perché la tematica affrontata si radica nell'esperienza quotidiana di ciascuno.

12 febbraio 2021

"Venti": l'annus horribilis secondo Giorgio Canali & Rossofuoco

Già il titolo dell'ultimo disco di Giorgio Canali & Rossofuoco richiama il 2020, anno di merda, per usare una parola cara all'ex chitarrista del Consorzio Suonatori Indipendenti. E in effetti, Venti (La Tempesta Dischi) è il suono e il linguaggio del nostro tempo, per quanto sgradevoli possano essere questo tempo e questo linguaggio. Venti è nato durante il lungo confinamento di marzo-maggio, quando i Rossofuoco hanno scambiato a distanza spunti e idee. È un album figlio del presente, concepito in smart working e non nell'immediatezza dello studio di registrazione. Come ha rilevato lo stesso Canali, è venuto fuori un disco doppio, «fra chitarre registrate da Stewie che era bloccato a Miami, batterie sarde riprese da Luca in studio e anche nell'orto, bassi bolognesi e parole e chitarre nate a Bassano del Grappa dove ho passato tutto il periodo di segregazione». Si potrebbe dire che è sviluppato sopra un paradosso, nel senso che si sente l'unità di fondo e il lavoro d'equipe, sebbene i musicisti non si siano mai ritrovati insieme a suonarlo. La formazione è quella consolidata: Giorgio Canali (voce e chitarra), Luca Martelli (batteria), Marco Greco (basso), Steve Dal Col (chitarra) e Andrea Ruggiero (violino). 
Il disco si apre con Eravamo noi, una tra le più intense canzoni scritte da Canali, da collocare in un'ipotetica top ten. È una ballata malinconica e amara, che in poco più di quattro minuti ripercorre magistralmente gli ultimi cinquant'anni di storia italiana, tra immagini forti e citazioni di cantautori dimenticati («eravamo noi a fare bella la luna»). La seconda traccia, Morire perché, è profondamente “canaliana”, come intuisce al primo ascolto chiunque conosca la discografia del chitarrista di Predappio. Si potrebbe dire, con le dovute differenze, che è una canzone a metà strada tra le dolorose divagazioni di Precipito e le accelerazioni di Ci sarà, per citare due classici del passato. Nell'aria, impreziosita dall'armonica, è una disincantata descrizione dei nostri giorni, del presente stravolto dalla pandemia e dalle sue conseguenze sociali, economiche e psicologiche. Canali non nasconde il suo punto di vista critico, come si evince in particolare dai seguenti versi: «nell'aria l'odore della paura / cancella il profumo dei fiori / e resta attaccato ai vestiti / una vita intera. / E si sa che a tarda sera / le storie dei mostri in tivù / spaventano di più». Si può discutere a lungo sulle sue posizioni, su quanto si avvicinino a certe visioni complottiste; difficile però negare la potenza, anche e soprattutto visionaria, di quando canta che «l'ultimo alito di disobbedienza civile / è sepolto con le museruole / in un unico grande funerale». La verve polemica prosegue con la tiratissima Inutile e irrilevante, che pure è attraversata da una sottile ironia; difficile non dare ragione a Canali quando ci avvisa che il «nemico un po' più grande» che abbiamo di fronte, rende per l'appunto inutile e irrilevante ogni altro mostro del passato, dal terrorista islamico al black bloc
Il disco prosegue con Acomepidì, una ballata semplice e d'effetto che a qualcuno ricorderà La solita tempesta, anche se manca la calda voce di Angela Baraldi; di certo, qualora l'avesse scritta un autore più in vista, oggi sarebbe in classifica. Si alternano poi brani combat-rock tra Bennato, Finardi e i Clash (Raptus e Circondati) e pezzi più malinconici e riflessivi (Meteo in cinque quarti e Vodka per lo spirito santo). D'altronde, Canali possiede una squisita vena poetica, che spesso nasconde dietro la maschera del polemista. Si ascolti in proposito la lenta ballata Requiem per i gatti neri, che in pochi minuti ci regala alcune immagini di devastante potenza: «e i turisti americani, / una birra in ogni mano / turbano il sonno dei poeti morti / con il loro accento osceno. / E la sirena dei pompieri / è un requiem per i gatti neri / che si portano sfortuna / e attraversano la strada / distratti dalla luna». Senza voler cadere nella trappola della recensione traccia per traccia, meritano però di essere citate almeno altre tre perle: Canzone sdrucciola, Come quando non piove più e Cartoline nere
Venti è la conferma delle doti di scrittura di Giorgio Canali, che tira fuori dal cilindro un album doppio con cinque o sei pezzi ai vertici della sua produzione. Il punto di forza è nella lucida capacità di raccontare il presente e il 2020 annus horribilis, senza abbandonare il riferimento della scuola cantautoriale italiana (e non solo); a riprova, il disco è infarcito di citazioni, da Lolli a Bennato, passando per Rino Gaetano, Finardi, Vasco Brondi e persino Bauhaus e Noir Désir. Inutile nascondere che non tutte le canzoni sono sullo stesso livello; a mio avviso ci sono episodi trascurabili, che danno l'impressione di essere un riempitivo (Dodici, Viene avanti fischiando, Raptus). Ritengo poi che la registrazione a distanza abbia un tantino penalizzato il suono; sarebbe interessante ascoltare le stesse canzoni suonate dal vivo, o comunque a studio in presa diretta, per scoprire particolari che altrimenti rischiano di passare sottotono. Di sicuro, Giorgio Canali e i Rossofuoco si confermano una delle realtà più solide del rock nostrano, tra i primi dieci per interpretazione della realtà e capacità di scrittura.
Giorgio Canali & Rossofuoco - Venti - La Tempesta Dischi (2020)

30 gennaio 2021

"Il vizio dell'agnello" di Andrea G. Pinketts: il Male indossa una maschera

Ho acquistato un altro libro di Pinketts dopo tanti anni dalla lettura de Il senso della frase, che all'epoca mi aveva colpito molto. Da allora avevo perso di vista lo scrittore milanese, né avevo seguito le sue fortune, anche televisive. Da quando ho appreso la triste notizia della sua morte, però, mi sono ripromesso di riprendere il discorso interrotto. L'occasione si è presentata qualche giorno fa, quando ho adocchiato una copia de Il vizio dell'agnello in uno dei chioschi di usato e remainders che ancora sopravvivono. Devo riconoscere che, a distanza di tanti anni, l'esperienza si è rivelata entusiasmante. Peraltro, sono legato a Pinketts da un aneddoto personale, per quanto minimo, avendo avuto occasione di parlare con lui al telefono. Fu gentile e mi dispensò preziosi consigli, dandomi la felice impressione di un artista autentico e disincantato nonostante il successo, come confermano le persone che gli sono state più vicine.
Il vizio dell'agnello (1994) è il secondo romanzo della lunga saga con protagonista Lazzaro Santandrea (o Sant'Andrea), dopo l'esordio di Lazzaro, vieni fuori (1991). Lazzaro, vero e proprio alter ego dell'autore, è un ventottenne con un passato turbolento, che si guadagna da vivere scrivendo qualche articolo da freelance o posando come modello per fotoromanzi softcore destinati al mercato estero. Da qualche tempo, però, ha aperto un'altra attività, ai confini della liceità. Sotto lo pseudonimo di dottor Totem, offre consulenze a persone con “problemi psicologici”, senza avere né il titolo né l'esperienza in una materia così delicata. Un giorno si presenta al suo studio – in verità la casa della nonna – una strampalata coppia di origini iugoslave, disperata perché la figlia Branka, un tempo bambina buona e obbediente, ha cominciato ad avvelenare per sadismo i piccioni di Piazza Duomo, fino a puntare alla preda più grande, l'uomo. È stata davvero Branka, ex bambina buona ora affetta dal “vizio dell'agnello”, ad avvelenare anche i due barboni morti in circostanze misteriose negli ultimi giorni? Lazzaro si trova coinvolto suo malgrado in un'indagine all'apparenza inestricabile. Al suo fianco gli strampalati amici di una vita: il neo tassista Duilio Pogliaghi e l'aspirante attore depresso Antonello Cairoli. Lazzaro e la sua cricca si muovono in una Milano ad alta gradazione alcolica, malinconica e poetica, una “città di pazzi e di cani”, in cui persino la violenza è riconducibile a gesto artistico. 
Colpisce la qualità della scrittura di Pinketts, dote rara in un autore “di genere”. Accade spesso che, chi si cimenta nel giallo, il noir o l'hard-boiled, prediliga la trama rispetto allo stile, concentrandosi sull'intreccio a discapito della forma. È questo il motivo per cui il poliziesco e la fantascienza sono stati a lungo snobbati dalla critica e dai lettori più intransigenti. Pinketts, invece, era uno scrittore vero, prestato a un genere. L'aveva capito Fernanda Pivano, che lo elogiò pubblicamente con parole di stima: «caro Pinketts, mio caro giovane pazzo amico, quanto sei bravo!». Il vizio dell'agnello ne è la prova. Pinketts ci restituisce con vivide pennellate gli umori di una Milano nevrotica e nera, i dolori di un'epoca, la fine degli anni Ottanta, che oscilla tra gli ultimi palpiti di un mondo che fu e l'avanzare della contemporaneità scialba e impoetica. Lo fa con una scrittura moderna, senza retorica e agile, eppure priva degli eccessi “giovanilistici” che caratterizzeranno parte della produzione letteraria nostrana degli ultimi vent'anni. Questa cura nello stile e nella ricerca delle parole, unitamente alla costruzione di dialoghi credibili e articolati, sebbene a tratti surreali, accomuna lo scrittore milanese a un altro autore di razza che ci ha lasciati troppo presto, Pier Vittorio Tondelli. 
Pinketts descriveva un mondo che conosceva bene, la Milano dei quartieri a ridosso del centro storico, divisi tra l'antica vocazione popolare e il richiamo borghese del lusso e del successo. I suoi personaggi si muovono in teatri, cinema di seconda categoria, appartamenti signorili in palazzi decadenti e soprattutto bar, caffè, pub, locali notturni, vinerie, mescite. Pinketts descrive l'atmosfera in cui è cresciuto e diventato uomo. Non è un caso, poi, che questo sia un romanzo dove hanno un ruolo centrale le madri, mentre sono del tutto assenti i padri. Si tratta di un ulteriore richiamo autobiografico, come ben sa chi conosce il simbiotico rapporto tra lo scrittore e la mamma, ribadito anche in una delle sue ultime interviste. 
Non solo consiglio vivamente la lettura del romanzo, anche e soprattutto a chi non è un amante del noir, ma mi sento di suggerire l'acquisto in blocco del trittico iniziale della saga di Lazzaro Santandrea. Lazzaro, vieni fuori, Il vizio dell'agnello e Il senso della frase sono romanzi freschi e divertenti, espressione del talento smisurato di uno degli ultimi scrittori di razza. 

16 gennaio 2021

I fantasmi romani di Eduardo e Mastroianni

Roma, primi anni Sessanta. In un avito palazzo del centro storico vive il sessantacinquenne principe Annibale di Roviano (Eduardo De Filippo), erede di un'antichissima stirpe che annovera tra le sue fila notabili e cardinali. Nel palazzo è persino conservata una “sedia papale”, a ricordo delle passate visite dei pontefici. Don Annibale però non se la passa bene: pur mantenendo ostinatamente il suo orgoglio principesco, possiede pochissime sostanze, appena sufficienti per pagare un portiere tuttofare e per il quotidiano pasto al ristorante. Il Paese si sta trasformando, sono gli anni del boom economico; di pari passo con il declino delle famiglie nobiliari c'è la rapida ascesa di un'imprenditoria moderna, scaltra, disposta a tutto pur di fare quattrini. Il decadente palazzo dei Roviano, posto com'è al centro di Roma, diventa l'obiettivo di immobiliaristi senza scrupoli, che vorrebbero raderlo al suolo per costruire un supermercato con annesso garage coperto. Don Annibale non è disposto a cedere alle sirene del progresso e si rifiuta di vendere il palazzo, nonostante le generose offerte. La sua ostinazione ne accresce la fama di uomo strampalato, già consolidata per via dell'abitudine di parlare da solo, o meglio, con invisibili presenze che lui chiama “fantasmi”. 
Nonostante lo scetticismo che lo circonda, don Annibale ha ragione. Egli non è solo, perché nel palazzo si aggirano gli spiriti di quattro suoi antenati morti in modo violento, che per questo motivo sono destinati a vagare in eterno negli stessi luoghi in cui hanno vissuto, senza poter raggiungere la pace eterna. Sono il fratello Poldino (morto da bambino), Fra Bartolomeo (Tino Buazzelli), Reginaldo (Marcello Mastroianni) e l'ingenua Flora (Sandra Milo). Nessuno li può vedere, ma i quattro aleggiano ancora nel mondo dei vivi, potendo finanche intervenire nelle vicende umane, sia pure in modo limitato. Sono fantasmi buoni, numi tutelari della casa, che hanno mantenuto i (tanti) vizi e le (poche) virtù di quando erano in vita. La loro placida esistenza post mortem, che da secoli corre lungo i soliti binari, viene però stravolta da un avvenimento imprevisto, che ne mette a rischio la permanenza nel prestigioso immobile. Pur di non essere “sfrattati” dalla secolare dimora, i quattro sono costretti a intervenire nel mondo dei vivi, con l'aiuto di un abile pittore, anch'egli un fantasma, interpretato da Vittorio Gassman. 
Fantasmi a Roma (1961), per la regia di Antonio Pietrangeli, è prima di tutto una commedia delicata e garbata, con molte gag e battute divertenti. La sceneggiatura, oltre che dallo stesso Pietrangeli, è firmata da Ennio Flaiano ed Ettore Scola. A contribuire alla riuscita del film è soprattutto il cast stellare: Eduardo caratterizza don Annibale di una profonda e ironica umanità, Mastroianni interpreta tre personaggi con istrionica maestria, Buazzelli e la Milo sono eccellenti comprimari. 
L'assenza di effetti speciali non rende meno credibile la storia, che anzi è sviluppata egregiamente pur nella povertà dei mezzi tecnici. I fantasmi sono resi con un espediente cromatico, una patina azzurrina che ne ricopre i volti e le vesti. È questa semplice differenza di tonalità, che come detto non necessita di effetti speciali, a segnare il distacco tra la vita e la morte. Si tratta di una soluzione semplice, forse persino pioneristica e artigianale, ma di grande efficacia. Il film rappresenta dunque il dualismo morte/vita senza esasperarlo, con toni leggeri: i morti coabitano con i vivi e sanno persino intervenire nelle vicende umane, orientandole verso il bene. Un messaggio se si vuole pacificatorio, o comunque rassicurante. Sarebbe però riduttivo classificare la pellicola come una commediola spensierata, senza approfondirne i risvolti di feroce critica sociale e dei costumi. Fantasmi a Roma è infatti un'arguta analisi dell'Italia del boom economico, sia pure mediata attraverso la lente del racconto fantastico. In primis, il film di Pietrangeli lancia i suoi strali polemici contro la cementificazione selvaggia, che tanti danni ha fatto al Bel Paese proprio a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Emblematica, a tal proposito, è la figura dell'ingegnere che vuole acquistare il palazzo dei Roviano per abbatterlo e costruirci un supermercato: i suoi idoli sono il progresso e il profitto, e ciò che li ostacola deve essere abbattuto a colpi di ruspa. Nel film si contrappongono dunque i due volti antitetici di Roma: il centro storico e la periferia, la culla del glorioso passato e l'emblema di un presente impoetico e scialbo. E ancora, la pellicola è un atto di accusa contro la burocrazia tentacolare, la corruzione, il dolo della classe dirigente di voler svendere le bellezze del Paese agli speculatori senza scrupoli. 
In conclusione, Fantasmi a Roma è un film che si presta a più letture: è adatto per le famiglie, ma al tempo stesso fa riflettere. La sua forza è nella semplicità della trama e nella straordinaria interpretazione di alcuni tra i più grandi attori del Novecento.
La locandina del film

2 gennaio 2021

"L'apprendista del sole" di Gian Piero Bona: il Divino è nel cuore di ogni uomo

Gian Piero Bona, il “poète extraordinaire” secondo la definizione di Jean Cocteau, ci ha lasciati lo scorso 27 ottobre, all'alba dei suoi novantaquattro anni. Praticamente nessuno ne ha parlato, salvo due articoli sul Corriere della Sera e La Stampa. È stato poeta, romanziere, traduttore e fine esoterista, conosciuto soprattutto per lo scandaloso esordio de Il soldato nudo (1960) e l'intenso Il silenzio delle cicale (1981), vincitore del Premio selezione Campiello. Le sue ultime fatiche sono il romanzo autobiografico L'amico ebreo (2016) e la raccolta lirica La volontà del vento (2018). Figura eccentrica e controcorrente, al di fuori delle logiche partitiche e partigiane del mondo culturale italiano, Bona meriterebbe di essere riletto e riscoperto. Ben venga allora l'iniziativa della casa editrice Lindau, che ha ristampato diverse sue opere fuori catalogo da anni.
L'apprendista del sole rappresenta un unicum nel panorama letterario tricolore, un romanzo che si distacca da tutta la produzione nostrana, un esperimento coraggioso e fuori dai canoni. La ristampa a cura della Lindau segue l'originale prima edizione Rusconi del 1989, all'epoca recensita persino da Eugène Ionesco, che disse di aver trovato nel romanzo di Bona «quel grande spirito dell'altrove verso il quale tendono tutti i veri scrittori». L'apprendista del sole è un romanzo di formazione, un viaggio iniziatico alla scoperta di sé, che ricorda Siddharta di Hesse o Il Profeta di Gibran (di cui, non a caso, Bona è stato il primo traduttore italiano). Il protagonista è Ondo, un giovane che «conteneva in sé due persone che lottavano, odiandosi, senza che l'una sull'altra avesse mai il sopravvento». Ondo proviene da una famiglia ricca, ma la ricchezza che gli ha donato la sorte non lo soddisfa; è un ragazzo dotato di una sensibilità spiccata, che tuttavia è una maledizione, perché lo rende dubbioso e sconosciuto a se stesso. Malinconico e chiuso, tormentato e inquieto, vuole trovare la Via, ovvero la strada per la perfetta e piena comprensione di sé e del mondo. 
«Eppure una via c'è, per ciascuno. Che uno la trovi non conta. Conta il sapere che c'è. Sarà la via un giorno a trovare noi.»
Così Ondo parte, lascia la casa e i familiari e si imbarca sul Fuiadeh, una nave cargo diretta in Egitto. Per lunghi anni viaggia in lungo e in largo in Oriente: vive ad Alessandria, Porto Said, Beirut, Baghdad, Istanbul. Conosce tante persone e vive molteplici esperienze, spesso antitetiche: la ricchezza e la miseria, la fatica e l'indolenza, l'amore puro e quello mercenario, la carnalità e il misticismo, il vizio sfrenato e la virtù monastica, il vuoto del cuore e la pienezza dello spirito. Il suo è un viaggio iniziatico, guidato dal sufi Mohamed, figura mistica e di grande potenza evocativa. Più volte il protagonista inciampa, più volte sembra prendere una strada sbagliata; eppure alla fine la sua ricerca è coronata dal successo, quando scopre che il Dio che cercava è in realtà in sé, perché il principio divino abita in tutti gli uomini e nelle loro passioni. Viene in mente il testo di Visioni, scritta da Juri Camisasca per Alice: «più lontano vai, sempre meno conosci». E ancora, Claudio Rocchi che cantava che «Dio è dentro, nel cuore di ogni uomo». Gli scrittori e i cantanti nostrani che si sono avvicinati alla filosofia e al misticismo dell'Asia sembrano aver capito questa costante del pensiero orientale: il divino non è altro da noi, né è più in alto, ma è in noi, è il soffio che dà vita alle membra e direzione alla nostra anima. Ecco perché alla fine del viaggio Ondo ritorna al paese natale, perché il suo ciclo si è compiuto e non avrebbe più senso spostarsi nello spazio. 
«Tu non sei solo, sei una miriade di forme in cui risplende l'unica luce, l'unica essenza che trasmigra rimanendo sempre la stessa.»
Diversi gli spunti autobiografici che rimandano all'esperienza dello scrittore: il padre industriale, l'avita dimora di famiglia, i viaggi in Oriente, la fascinazione dell'esoterismo, il tema dell'uscire da sé, la doppiezza dell'amore carnale e spirituale. Molti anche i rimandi al resto della sua produzione letteraria; esiste un legame tra Ondo e Tristano, il protagonista de Il silenzio delle cicale. Anche il secondo è l'unico superstite di un naufragio, anche lui vaga nel mondo e tra i ricordi alla ricerca di una forma costante e immutabile del proprio essere. Solo che, mentre Ondo trova infine una composizione, Tristano è l'emblema dell'uomo a metà, l'esito di un imperdonabile fallimento.
L'apprendista del sole non è una lettura agevole. È un libro pregno di simbolismi e intriso di un misticismo serio, colto e ragionato. Bona non offre idee di seconda mano, ma sa rielaborare – e finanche spiegare, sia pure attraverso metafore – pensieri profondi che attengono alle grandi domande universali. Non nascondo che è stata una lettura a tratti faticosa, perché i concetti che si dipanano nel libro sono tanti e non sempre immediati; rimane comunque un romanzo originale e imprevedibile, una piacevole deviazione rispetto alla linea retta della letteratura italiana del tardo Novecento.
La recente ristampa curata da Lindau

25 dicembre 2020

Dieci anni del blog, lunga vita al blog!

Questa è una delle rare occasioni, se non l'unica, in cui il blog parla di sé. Lungi da qualsivoglia intento celebrativo, sono felice di annunciare che tra pochi giorni Inveni portum taglierà il simbolico traguardo dei dieci anni. Il primo post è datato gennaio 2011, in concomitanza con la presentazione del mio primo romanzo, Percezione dell'inverno. La promozione della mia modesta produzione letteraria è stata la molla che mi ha spinto ad aprire questo piccolo approdo nel mare magnum della rete. 
Nel corso degli anni il blog ha cambiato veste, grafica, contenuti e nome, fino ad assumere la forma attuale. Finora ho pubblicato circa duecentocinquanta articoli, per oltre ottantamila pagine visitate. Numeri forse modesti, se si pensa che qualsiasi famoso influencer riesce a raggiungerli in pochi giorni (e con poco sforzo), ma la cosa non mi preoccupa. Inveni portum sa tenersi a galla, sa farsi apprezzare, riesce a farsi notare, anche nel lungo periodo. Basti pensare alle volte che, cercando la recensione di un libro o di un disco, il blog appare nella prima pagina dei motori di ricerca. Piccole soddisfazioni, che danno lo stimolo per andare avanti. 
Alcuni articoli hanno avuto un certo successo, tanto da essere citati da siti ben più autorevoli, altri hanno ricevuto apprezzamenti sui social o dai soggetti direttamente coinvolti. Ho poi avuto l'onore di intervistare personaggi del calibro di Massimo Zamboni, Lee Fardon, Miro Sassolini, Dante Maffia e altri. E ancora, su Inveni portum vengono spesso pubblicati contenuti lontani dalle mode del momento, contribuendo a far luce su autori, musicisti, pellicole e luoghi dimenticati o meno noti. 
Inveni portum dichiara orgogliosamente di professare un “pensiero non allineato”. Massima libertà di contenuti, dunque, e nessuna preclusione ideologica. Così è stato nei primi dieci anni e così sarà in futuro. E allora, ringraziando tutti i lettori, i commentatori, i detrattori, gli estimatori, e quanti sono stati ospitati idealmente e concretamente su queste pagine, posso solo dire: “Tanti auguri al blog, lunga vita al blog!”. 
Ne approfitto per augurare a tutti voi un buon Natale e un felice anno nuovo.

12 dicembre 2020

"Eureka Street" di Robert McLiam Wilson: la voce della maggioranza silenziosa

Leggendo Eureka Street (1996) mi sono reso conto di quanto fosse superficiale la mia conoscenza dei cosiddetti Troubles. È una parola generica e pregna di un'ironia tipicamente britannica, traducibile come “problemi” o “disordini”, che indica in gergo il conflitto nordirlandese che si è combattuto tra il 1969 e il 1998. Le ragioni storiche del lungo bagno di sangue che ha opposto cattolici e protestanti, repubblicani i primi e lealisti i secondi, sono complesse e non basta un romanzo per spiegarle fino in fondo. Purtuttavia, il libro di McLiam Wilson è riuscito a darmi un'idea più precisa della guerra a bassa intensità combattuta in Ulster, grazie anche a un utile glossario aggiunto dai curatori dell'edizione italiana. 
Nel caleidoscopio di personaggi che popolano le pagine di Eureka Street, Jake e Chuckie sono i principali. Il primo è cattolico e tira a campare con lavoretti occasionali, cercando un amore che dia un senso profondo alla sua esistenza. Il secondo è protestante e ha una personalissima e strampalata vena per gli affari, che lo porterà inaspettatamente al successo. Nonostante la differente confessione religiosa, sono amici da una vita e non hanno mai sentito la necessità di scontrarsi sul terreno della politica. Le loro giornate sono scandite da tappe fisse e uguali da anni: il lavoro, le serate al pub con gli amici di sempre, i goffi tentativi di conquistare le ragazze. 
Eureka Street cala il lettore nell'atmosfera infuocata di Belfast; è un viaggio nei quartieri borghesi e nei sobborghi proletari, entrambi teatro di un conflitto che non è solo religioso, ma anche economico e sociale. McLiam Wilson racconta l'anima profonda della città e nulla nasconde: i murales, le sigle sui muri, gli scontri, la strisciante miseria, la violenza fisica e verbale, le bombe. Belfast è di fatto la vera protagonista del romanzo; nelle pagine di maggiore intensità lirica, assume quasi le sembianze di un essere vivente, dotato di una propria sensibilità. E non è un caso che il romanzo sia di fatto diviso in due parti, il cui spartiacque è il crudele episodio della bomba a Fountain Street. L'attentato, descritto in tutti i suoi particolari più crudi, segna una cesura narrativa e stilistica. La prima parte si mantiene su toni leggeri e umoristici perché i Troubles sono sullo sfondo: le scritte sui muri, i posti di blocco, i bollettini alla radio che elencano i feriti del giorno. Nella seconda parte, invece, irrompe la Storia, che ha il volto violento di una terribile esplosione. Immediatamente la narrazione cambia: il romanzo assume toni plumbei, mentre una cortina di dolore e amaro stupore cala sul cuore dei personaggi. Il dolore è palpabile e colpisce come un pugno allo stomaco persino i lettori meno impressionabili. 
Eureka Street è un libro profondo, e non solo per l'impegno civile che traspare dalle sue pagine. La lezione di McLiam Wilson va oltre il dato socio-politico: lo scrittore nordirlandese vuole dirci che esiste una maggioranza silenziosa, fatta di cattolici e protestanti, che desidera solo vivere la propria vita in pace, senza impantanarsi nelle ragioni – spesso astruse – del conflitto. È una maggioranza fatta di tanti Jake e Chuckie, che non propugna idee oltranziste, che non predica la morte sui muri e non semina odio per le strade e nei pub. Questa maggioranza risponde solo alla legge universale dell'amore e della fratellanza, a cui anela. Ecco perché alla notizia del cessate il fuoco, anche le pagine del libro recuperano i toni ariosi e umoristici della prima parte, sino al sofferto ma catartico lieto fine. 
Le recensioni e i commenti della critica sono pressoché unanimi, spesso addirittura entusiastici. La mia opinione è in parte diversa: lo ritengo un buon libro, che fa sorridere e riflettere, ma non ha l'appeal di un'opera di culto. L'ho trovato un po' lontano dalla nostra esperienza, strettamente legato a una realtà locale che, per quanto nota a tutti, non può avere una valenza universale. Semplificando, si potrebbe dire che è un romanzo dalla forte impronta ideologica, che non potrà mai essere compreso fino in fondo da chi non ha vissuto sulla propria pelle la realtà di Belfast, città divisa da un odio secolare. È dunque il grande affresco di un'epoca che (si spera) non tornerà più, di sicuro interesse per quanti vogliano approfondire una delle pagine più sanguinose della storia recente europea.

30 novembre 2020

Roma da (ri)scoprire n. 2: luoghi di raccoglimento immersi nel verde

Come ho scritto nella prima puntata di questa rubrica, a Roma ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti giri turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Oggi vorrei consigliare un breve itinerario, poco noto ma di grande impatto emotivo. 
Via di Porta Latina e Via di Porta San Sebastiano sono due strade silenziose (quando sono chiuse al traffico veicolare) e immerse nel verde, che corrono quasi parallele e si incrociano in Piazzale Numa Pompilio, in prossimità della casa di Alberto Sordi, oggi museo. Percorrendo le due strade in un giro quasi circolare si incontrano così tanti punti di interesse – anche se meno noti di altri – che appare incredibile una tale ricchezza di attrattive in poco più di un chilometro. In questo angolo di verde, che segue l'antico tracciato della Via Appia, sembra di essere fuori città. Si incontrano tre sedi diplomatiche (ambasciate di Canada e Norvegia, residenza dell'ambasciatore del Giappone), due ville con alberi secolari (Parco degli Scipioni e Parco San Sebastiano), due siti archeologici (Sepolcro degli Scipioni e Casina del cardinal Bessarione), il Museo delle Mura e tre edifici religiosi (San Cesario in Palatio, San Giovanni in Oleo e San Giovanni a Porta Latina). Vorrei parlare proprio di queste ultime due, che costituiscono la parte più interessante della visita. 
Il lungo viale del Parco San Sebastiano

L'Oratorio di San Giovanni in Oleo si trova subito dopo il passaggio della Porta Latina, sulla sinistra. È un piccolo edificio ottagonale, che già dalle ridotte dimensioni dà l'idea del raccoglimento e della preghiera. Secondo la tradizione, sorge sulle rovine di un martyrium, edificato nel secolo V nel luogo dove il Santo sarebbe stato immerso in un recipiente di olio bollente (in oleo), uscendone miracolosamente illeso. Al tempo di Giulio II venne rinnovato su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, per assumere infine la forma attuale nel 1658 ad opera del Borromini, su incarico del cardinale Francesco Paolucci. Il Borromini si occupò del piccolo oratorio subito dopo aver completato il progetto di restauro del Battistero lateranense, tanto che uno dei disegni preparatori del battistero sarebbe stato utilizzato come base per la progettazione dell'oratorio. All'interno è un ciclo di affreschi con Storie di S. Giovanni Evangelista, opera di Lazzaro Baldi. Caratteristica la copertura, perché al tamburo è stato sovrapposto un attico circolare decorato con fregi e sormontato da una croce. L'oratorio è quasi sempre chiuso, ma una finestrella consente di ammirarne con sufficiente completezza l'interno. Purtroppo i muri perimetrali vengono periodicamente imbrattati da vandali. 
L'oratorio visto da Porta Latina
Proseguendo lungo Via di Porta Latina, una svolta a destra ci conduce a un ameno e silenzioso spiazzo, in cui si erge la Basilica di San Giovanni a Porta Latina, protetta da una cancellata che si apre su un grazioso giardino con un caratteristico pozzo. Risalente al V secolo, è stata più volte trasformata, fino al recente restauro degli anni 1940-1 che ne ha ripristinato le forme medievali. Sulla facciata si aprono tre finestroni, ed è preceduta da un austero portico a cinque arcate su colonne in marmo e granito con capitelli ionici. Sotto il portico ci sono frammenti romani e paleocristiani, nonché resti di affreschi medievali. Sulla sinistra si slancia il campanile romanico a bifore e trifore. L'interno è a tre navate, suddivise da antiche colonne di spoglio, l'una diversa dall'altra. La navata centrale è decorata da un ciclo di dipinti risalenti alla fine del XII secolo, con scene dei Testamenti.
È una passeggiata silenziosa e rilassante, che consiglio di intraprendere di domenica, quando i rumori della città sono attutiti e (spesso) le strade sono chiuse al traffico.
Le informazioni storico-artistiche sono tratte dalla Guida rossa del T.C.I., volume su Roma. Le fotografie sono del sottoscritto.
La facciata di San Giovanni a Porta Latina

18 novembre 2020

"L'amore non guasta" di Jonathan Coe: le tante voci di un romanzo corale

Leggendo questo romanzo giovanile di Coe ho avuto l'impressione di un divario tra le probabili intenzioni dell'autore e il risultato finale. Cercherò di spiegare meglio il concetto, sicuramente opinabile al pari di ogni altra considerazione personale. L'amore non guasta è un romanzo ambizioso, che cerca di affrontare a gamba tesa e senza giri di parole alcune tematiche tra le più dibattute e controverse: la depressione, il suicidio, il senso profondo dell'amore, l'amicizia tradita, il fallimento individuale e collettivo. E lo fa con una storia cruda e amara, che lascia poco all'immaginazione e si impone sul lettore come un pugno allo stomaco, volutamente. Prima ancora della trama, si consideri brevemente la struttura dell'opera: la storia è raccontata da almeno sei punti di vista differenti, come pezzi di un puzzle di ardua composizione. L'intreccio è complicato da continue analessi e veri e propri “racconti nel racconto”, che forniscono ulteriori punti di vista, a volte confondendo persino il lettore scrupoloso. In questo senso è un romanzo ambizioso, perché Coe non si è accontentato di vestire i panni del narratore tradizionale, ma ha voluto affrontare tematiche spinose in maniera innovativa, o comunque non banale. Sembra quasi che la struttura del libro si adatti alla multiforme complessità del reale
Terminata la lettura, ci si interroga se la scelta dell'autore sia stata felice; la risposta non può che essere interlocutoria, almeno secondo il mio punto di vista. Prevale forse una certa confusione di fondo, l'impressione di non aver capito tutto, di aver solo parzialmente approfondito gli spunti di riflessione lanciati da Coe. Eppure, non si sente la necessità di rileggerlo da capo, perché si intuisce che quanto l'autore voleva dire sarebbe stato compiutamente espresso nei lavori successivi, da La banda dei brocchi a La famiglia Winshaw. Come ho scritto altrove, lo scrittore britannico ama la complessità dell'intreccio, resa dal continuo succedersi dei narratori e intersecarsi dei punti di vista, che rende talvolta macchinosa la trama. Questo meccanismo è già presente ne L'amore non guasta, ma sarà perfezionato nei lavori a venire, diventando una sorta di marchio di fabbrica. Riallacciandomi all'incipit della recensione, è qui che si nota un divario tra le intenzioni di Coe e la resa finale, tanto temerarie le prime da non essere messe definitivamente a fuoco. 
Parlando brevemente della trama, tutta la vicenda ruota intorno alla figura di Robin, eroe tragico e sensibile, destinato inevitabilmente alla sconfitta. Siamo a Coventry, in piena epoca thatcheriana; Robin è un giovane alle prese da oltre quattro anni con la stesura della tesi di dottorato, mai terminata e forse mai davvero iniziata. Il ragazzo è affetto da un oscuro male di vivere, causato da continui fallimenti nello studio, nelle amicizie, nella scrittura, nell'amore. Ed è in particolare un vecchio amore non corrisposto a costituire la miccia di un corto circuito mentale che lo condurrà a un tragico finale. La sua vicenda viene narrata da soggetti terzi: un vecchio amico, un collega di università, un'amica indiana, un'avvocatessa che ha preso a cuore una sua vicenda giudiziaria. Le voci di questi personaggi sono intervallate dai racconti scritti da Robin, utilizzati come strumento per cercare di dipanare il mistero che avvolge la sua figura. Proprio in questo canto corale si manifesta la peculiare struttura del romanzo, come ho già evidenziato. 
Non consiglio la lettura di questo romanzo a quanti vogliano avvicinarsi per la prima volta a Jonathan Coe; si corre il rischio di rimanere interdetti, forse persino delusi. Sarebbe preferibile iniziare da La banda dei brocchi, oppure dal leggero e divertente Questa notte mi ha aperto gli occhi. Ciononostante, L'amore non guasta è un libro che prima o poi va affrontato, perché proprio nell'imperfezione si cela il suo punto di forza. Un po' come Robin, un po' come tutti gli altri personaggi, un po' come noi tutti.

6 novembre 2020

La terra di nessuno tra dolcezza e furore: "Big red letter day"

Leggendo i commenti degli utenti di YouTube sotto i video dei Buffalo Tom, ricorre spesso l'aggettivo “underrated”, ossia “sottovalutati”. In effetti il terzetto bostoniano, tuttora attivo sulle scene, rimane un nome di nicchia, ignorato dai più e ricordato al massimo con qualche breve trafiletto sulle enciclopedie del rock. Il periodo è quello che ha visto esplodere band come Dinosaur Jr. e Pixies, che hanno raggiunto la fama o comunque una certa notorietà. Pur rientrando nel medesimo calderone del rock alternativo di fine anni Ottanta / inizio Novanta, i Buffalo Tom non sono mai riusciti a salire alla ribalta, nonostante un pugno di buoni album e una manciata di ottime ballate. Si ascolti in proposito Summer, che pure appartiene alla stagione più tarda.
Il gruppo si è formato nel 1986 e ha mantenuto sempre la stessa formazione. Bill Janowitz (chitarra e voce), Christopher Colbourn (basso) e Tom Maginnis (batteria) avevano assimilato la scuola del post-punk e del nascente grunge, ma volevano ammansire il suono per adattarlo a un gusto meno estremo, soffusamente malinconico. Ecco allora canzoni che strizzano l'occhio alla melodia, pur indulgendo talora in selvagge bordate chitarristiche. È questo il suono dei Buffalo Tom, che partono da una matrice college rock profondamente americana per avventurarsi nella corrente alternativa del decennio 1990-1999, con le sue nervose divagazioni elettriche. I Buffalo Tom si muovevano coraggiosamente in questa terra di nessuno, troppo puliti per i più intransigenti, troppo alternativi per conquistare il grande pubblico dei passaggi radiofonici.
Il disco di cui voglio parlare, Big red letter day (1993), è il quarto della loro discografia, che ad oggi conta soltanto nove episodi. Abbandonata la supervisione e la produzione di J Mascis, con questo lavoro i bostoniani puntavano alla maturità artistica e (perché no) a qualche passaggio radiofonico con pezzi meno sperimentali e più orecchiabili. Il terzetto fa affidamento alla formula consolidata chitarra-basso-batteria, anche se non mancano innesti di organo hammond e persino cori femminili (in Tree house). La puntuale sezione ritmica di Colbourn/Maginnis è la base su cui si impongono le chitarre di Janovitz, ora melodiose ora disturbate. Quest'ultimo non ha la prestanza o la potenza della rockstar, ma una voce carica di espressività e pathos, che regala intense emozioni (I'm allowed su tutte).
In questo lavoro si evidenzia l'alternanza tra dolcezza e furore che, come detto, costituisce il marchio di fabbrica della loro maturità. Ci sono in egual misura pezzi tiratissimi e morbide ballate, a evidenziare le due anime del trio. Un'analisi traccia per traccia è superflua, perché di fatto tutte le canzoni si mantengono sullo stesso pregevole livello, senza tuttavia far gridare al miracolo. Spicca la stupenda I'm allowed, una ballata elettrica tra le più intense degli ultimi trent'anni, che meriterebbe di essere inserita in ogni raccolta di rock alternativo che si rispetti. Pregevoli le altre tracce “soffici”: Late at night, Anything that way e Would not be denied. Quando invece i Buffalo Tom premono sull'acceleratore, i risultati non sono sempre apprezzabili: promosse Sodajerk e Torch singer, poco convincenti Dryland e Tree house.
Big red letter day è un buon disco, diviso tra i poli antinomici della spensieratezza e della sottile malinconia. Terminato l'ascolto, ci si chiede per quale ragione non sarà facile dimenticare i Buffalo Tom, che avranno sempre un posto speciale nel nostro cuore. Sarà perché ci ricordano i tempi dell'università, qualcosa che abbiamo vissuto o avremmo voluto vivere, gli anni Novanta, la fine della prima giovinezza, l'amara scoperta di sé. Canta bene Janowitz in I'm allowed: «waited for an answer / but I waited for twenty five years; / they stopped my bleeding / but could never stop all those tears». Big red letter day non è facile da reperire, anche se è stato ristampato in vinile nel 2018, in occasione dei venticinque anni dalla sua uscita. Io ho trovato la prima stampa italiana del 1993, un LP in buone condizioni all'onesto prezzo di venticinque euro.