31 ottobre 2023

"Parole e musica" di Annalisa Balestrieri: l'effetto del testo nella canzone

Pensieri e parole è il titolo di un celeberrimo singolo di Lucio Battisti del 1971. Un titolo semplice che tuttavia racchiude il senso stesso dello scrivere canzoni; d'altronde, cos'è un testo se non un insieme di pensieri tradotti in parole? Il tema è al centro di Parole e musica: l'effetto del testo nella canzone, saggio di Annalisa Balestrieri di recentissima pubblicazione, che segue di qualche anno La mente in musica, già recensito su questo blog. Se col precedente saggio l'autrice ha voluto analizzare i processi mentali ed emotivi che si mettono in moto con la musica, il nuovo lavoro si occupa di indagare il rapporto tra tali processi e i testi delle canzoni. Un'analisi originale e si potrebbe dire persino necessaria, dato l'esiguo numero di pubblicazioni in materia.
Le tematiche affrontate nel libro sono di sicuro interesse per gli studiosi di psicologia, ma la Balestrieri è abile nel tradurle in concetti alla portata di tutti. Un'opera che non è dunque destinata soltanto agli addetti ai lavori, ma può essere agevolmente compresa e apprezzata anche da chi è semplicemente un appassionato di musica. Saper esporre concetti complessi attraverso un linguaggio comprensibile è il principale pregio dei saggi che si propongono un fine divulgativo, come in questo caso. Si consideri in proposito un estratto.
«Fate un esperimento: chiedete a un amico di ripetere una parola e di continuare a pronunciarla per un paio di minuti. Mentre lo starete ascoltando vi accorgerete che a poco a poco vi troverete a separare i suoni dal loro significato. Questo effetto si chiama sazietà semantica (un fenomeno che a causa della ripetizione ininterrotta di una parola, provoca la sensazione che quest'ultima abbia perso del tutto il suo significato) ed è stato documentato più di cento anni fa. Mano a mano che il significato della parola si perde, certi aspetti del suono (un tipo di pronuncia, una certa lettera), diventano stranamente importanti. La ripetizione consente di sperimentare un nuovo tipo di ascolto che conferisce una maggiore qualità sensoriale alle parole. Quando un suono viene ripetuto più volte la sensazione che ne deriva è che sia legato a quello successivo. Appena sentiamo “Yesterday” ci viene in mente “all my troubles seemed so far away”».
Apprezzabile è inoltre la soluzione di inserire una serie di brevi interviste ad autori e musicisti come Mico Argirò e Massimo Priviero, che raccontano il loro professionale punto di vista sul rapporto tra testo e musica. È un racconto a più voci, in cui le parole della studiosa si alternano a quelle degli artisti. Il libro segue pertanto un approccio multidisciplinare: si occupa di poesia, musica, psicologia, fisiologia, analisi del comportamento. Al tempo stesso le varie materie sono poste in connessione tra loro, per cui si può parlare più correttamente di un'attitudine interdisciplinare. A tal proposito è molto interessante la parte in cui l'autrice si occupa del rapporto tra testi "aggressivi" e apprendimento di condotte devianti e finanche violente. Ne riporto un breve estratto.
«Alcune ricerche si sono concentrate su come il testo di una canzone possa indurre specifici comportamenti, come il consumo di alcolici. Diffondendo nei bar musica con testi che facessero esplicito riferimento all'alcol, a distanza di alcune settimane si è notato un duplice effetto sui clienti: un maggior consumo di alcolici e una permanenza più prolungata nel locale (che a sua volta ha incrementato i consumi). Allo stesso modo in cui il testo di una canzone può indurre comportamenti legati all'aggressività o all'uso di alcolici, così può funzionare in senso opposto, favorendo comportamenti positivi.»
Di particolare rilievo è l'ultimo capitolo, in cui l'autrice chiarisce con esempi pratici quanto esposto in via teorica. Si avvale a tal proposito degli assiomi della psicologia positiva, un approccio scientifico allo studio dei pensieri, dei sentimenti e del comportamento umano che si focalizza sui punti di forza anziché sulle debolezze, ponendosi come obiettivo quello di costruire il bene e non semplicemente di riparare il male. Sulla base degli assunti della psicologia positiva, e in particolare del cosiddetto modello P.E.R.M.A., l'autrice analizza alcuni testi del celebre cantautore Massimo Priviero.
In conclusione, si tratta di un saggio breve ma denso di informazioni e intuizioni, dedicato soprattutto a quanti ancora oggi percepiscono la musica come una delle ragioni per cui vale la pena vivere. In calce al volume è riportata un'ampia sitografia per chi volesse risalire alle fonti e saperne di più sull'argomento.

21 ottobre 2023

Due carogne, una cassaforte e un tradimento

Quando una nave militare li riporta a Marsiglia, Dino Barran e Franz Propp hanno obiettivi opposti. Il primo, interpretato da Alain Delon, è un ombroso medico che vuole lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra d'Algeria e riprendere una tranquilla e agiata vita borghese. Charles Bronson veste i panni del secondo, un mercenario americano che invece non sa rinunciare al brivido del combattimento e vuole partire per il Congo infiammato dalla guerra civile. Il francese detesta l'americano e non perde occasione per dimostrarglielo; ciononostante, quest'ultimo tenta egualmente ma senza successo di convincerlo a tornare in Africa. I loro destini sembrano dividersi, fin quando Dino viene assunto come sanitario in una multinazionale parigina, grazie all'intercessione dell'intrigante Isabelle. La donna racconta al medico di aver sottratto dalla cassaforte dell'azienda alcuni importanti documenti, che intende restituire prima di essere scoperta. Chiede così a Dino di aiutarla nell'operazione, dato che lo studio del medico è nella stanza adiacente al caveau. La rischiosa operazione è programmata per Natale, quando la ditta rimane chiusa per tre giorni. Sennonché, a sorpresa, nella cassaforte altrimenti vuota viene depositata un'ingente somma di denaro per la tredicesima dei dipendenti. Il mercenario Franz, che teneva d'occhio Dino dallo sbarco a Marsiglia, viene a sapere del piano e si intrufola di nascosto nel palazzo della multinazionale per appropriarsi del denaro. Quando la ditta viene chiusa per le vacanze natalizie, i due ex commilitoni si incontreranno proprio lì dentro.
Questa la trama di Due sporche carogne – Tecnica di una rapina, film francese del 1968 diretto da Jean Herman. Apparentemente le due "carogne" del titolo sono la coppia di protagonisti, ma nel colpo di scena finale si scoprirà che non è così, perché i due saranno vittime e pedine di un gioco perverso orchestrato a loro insaputa. Si tratta di un film a tratti claustrofobico, girato quasi integralmente in interno. I protagonisti sono tre: Delon, Bronson e la cassaforte, chiusi per tre giorni in un grattacielo di trenta piani protetto da sofisticati e avveniristici (per l'epoca) sistemi di allarme. Ogni dodici ore l'isolamento e la solitudine sono interrotti dal passaggio di un gruppo di silenziose guardie giurate. Nessun effetto speciale, nessuna violenza di troppo, nessuna esplosione o inseguimenti spericolati: al regista non sono servite forzature per rendere la pellicola memorabile.
Intendiamoci, Due sporche carogne non è un capolavoro; eppure, ci insegna cosa significhi saper scegliere gli attori giusti per interpretare una pellicola. Bronson e Delon sono assoluti mattatori e si percepisce una rivalità che probabilmente non era solo di scena. Questa rivalità, o forse sarebbe meglio definirla tensione, contribuisce in buona parte alla riuscita del film. Anzi, ritengo che l'evoluzione del rapporto tra i protagonisti, da ostili a complici e quasi amici, non sia per nulla forzata. Come noto, quando in un'opera ci sono due personaggi principali che nascono nemici, far evolvere o persino rivoluzionare il loro rapporto non è semplice, perché si rischia di cadere nella forzatura o addirittura nel ridicolo. Di questo lungometraggio mi ha invece colpito la naturalezza con cui Herman ha saputo raccontare il cambiamento, rendendolo credibile. La rivalità tra i due è palpabile sin dalle prime scene, così come il disprezzo che il dottor Barran nutre verso Propp, da lui considerato solo un violento mercenario. Eppure, il fatto di essersi cacciati nel medesimo guaio e di dover trovare un modo per uscirne li unisce, portandoli persino a confidenze intime. In proposito è memorabile la scena in cui Dino racconta a Franz un episodio della guerra d'Algeria che l'ha segnato profondamente.
Molte produzioni thriller contemporanee cercano di impressionare lo spettatore con infiniti colpi di scena e l'uso di effetti speciali esagerati, fini a se stessi, persino poco funzionali alla trama. Gli sceneggiatori di oggi dovrebbero invece imparare da pellicole come questa, per comprendere che a volte per intrattenere il pubblico è sufficiente chiudere due uomini e una cassaforte dentro una stanza. Purché si tratti di due attori di razza.
La locandina italiana

8 ottobre 2023

"Due Sicilie" di Alexander Lernet-Holenia: il mondo è un garbuglio

Sgombero subito il campo da qualsiasi possibile equivoco: il romanzo non ha nulla a che vedere con lo Stato preunitario. Il "Re delle Due Sicilie" è infatti il nome che Lernet-Holenia dà all'immaginario ottavo reggimento ulani dell'esercito dell'Impero austro-ungarico, i cui reduci sono i protagonisti della vicenda. Era infatti usanza degli antichi eserciti quella di omaggiare i sovrani stranieri attribuendo il loro nome a intere unità militari.
Secondo la trama, il reggimento Due Sicilie è stato sciolto alla fine della Prima guerra mondiale, dopo aver valorosamente combattuto nelle trincee fangose del fronte orientale. Tra morti, dispersi e altri che hanno fatto perdere le tracce, sono rimasti solo in sette: il colonnello Rochonville e altri sei tra ufficiali e sottufficiali. Un reggimento svanito nel nulla, dissoltosi nelle nebbie del tempo come il glorioso Impero che rappresentava. I sette superstiti oramai conducono una tranquilla e neppure troppo agiata esistenza borghese, sebbene qualcuno cerchi di preservare l'antica, marziale dignità di un tempo. Hanno mantenuto un flebile legame: ogni tanto si incontrano in qualche ricevimento, rammentando con nostalgia la vita del reggimento. Durante una di queste occasioni mondane, l'ex ulano Engelshausen viene ucciso misteriosamente, ritrovato con il collo spezzato come se fosse stato aggredito da un mostro dalla forza sovrumana. Uno alla volta anche gli altri superstiti del reggimento sono vittime di incidenti, malattie e inspiegabili sparizioni. Eventi apparentemente slegati tra loro, eppure uniti da un vincolo inestricabile.
Chi si aspetti di leggere un giallo puro, rimarrà deluso. Nei gialli prevale la razionalità, la logica quasi matematica dell'intreccio; ogni elemento è al suo posto e il mistero si dipana pagina dopo pagina, fino alla soluzione finale. In Due Sicilie non c'è nulla di tutto questo: Lernet-Holenia ha costruito una labirintica vicenda di scambi di persona, morti apparenti, identità in continuo cambiamento. Lo scrittore austriaco sembra volerci dire che nulla è come sembra e ciò che appare non è che un'illusione destinata a naufragare alla prova dei fatti.
Due Sicilie è un romanzo che non può essere inquadrato in un genere. Gli omicidi e l'indagine che ne segue sono un mero pretesto, utilizzato da Lernet-Holenia per raccontare il tramonto di un mondo e di un'epoca, vero e proprio nucleo della narrazione. I commilitoni del disciolto reggimento sono uomini ancora vivi, eppure già morti, mesti spettri illusi di contare ancora qualcosa, in verità irrisoluti viandanti alla ricerca di una tomba in cui seppellirsi. Il crollo dell'Impero austro-ungarico, emblema della fine di un'epoca aurea, è una sorta di ossessione per gli scrittori viennesi, come ben sa chi ha letto Joseph Roth oppure Arthur Schnitzler. Anche la Vienna del 1925 di Lernet-Holenia è una città depressa, l'ombra della metropoli multiculturale di un tempo, un luogo decadente che vive di ricordi e pettegolezzi.
Le parti più riuscite sono indubbiamente quelle in cui lo scrittore austriaco si diffonde in lunghe riflessioni che toccano i temi più vivi e sentiti dell'esperienza. L'intreccio invece mi è stato di difficile comprensione. Non so se ciò sia dipeso da una lettura superficiale, oppure se sia intenzionale. Come ho già scritto, Lernet-Holenia voleva farsi portavoce di una corrente di pensiero secondo cui la realtà è indecifrabile, poco chiara persino a chi la vive. I continui colpi di teatro, gli scambi di identità e le morti vere o presunte sono così tanti che è facile perdere il filo della narrazione. L'autore sembra volerci avvisare che il mondo è imperfetto e non ha senso cercarvi un ordine. Resta comunque (o forse proprio per questo) una grande prova letteraria, pagine dense di immagini e suggestioni in cui ogni singola parola ha un suo peso specifico.

26 settembre 2023

Salvare gli edifici storici dalla speculazione: un possibile compromesso

Se pensate che per un vecchio maniero non ci sia fine peggiore del divenire un rudere, è perché non avete riflettuto sul fatto che potrebbe essere trasformato in una location. Uso volutamente questo termine oggi tanto in voga, perché rende bene l’idea di un luogo ridotto a scenario, sfondo e palcoscenico.
Castelli, palazzi nobiliari e torri punteggiano da nord a sud il territorio italiano: qualcuno è ancora dimora di antiche famiglie, altri sono stati convertiti in musei o spazi pubblici, moltissimi sono in rovina. Poi ci sono quelli su cui gli speculatori hanno allungato le mani, trasformandoli in "resort di lusso", "ideali location per i vostri eventi esclusivi", "dehors chic per matrimoni indimenticabili", "cocktail bar in uno scenario da sogno" e altri orrori del genere. Ecco, per questi edifici provo una gran pena; anzi, sono convinto che loro stessi si vergognerebbero della brutta fine che hanno fatto, se mai potessero esprimersi.
Lo scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia, nel suo romanzo Due Sicilie – che, per inciso, nulla ha a che vedere con lo Stato preunitario –, fa dire a un personaggio che «un soldato non caduto in battaglia non ha condotto a compimento ciò cui si era votato». Contestualizzando questa frase in un ragionamento più complesso sull’onore militare, ciò che il personaggio voleva significare è che un soldato resta tale anche dopo il congedo, per cui non si può pensare di dargli un’identità diversa. Se ciò vale per gli uomini, non vedo perché non debba valere anche per gli edifici.
Fortezze e manieri hanno assolto nei secoli a molteplici funzioni, venendo in continuazione riadattati, modificati, ampliati, destinati a nuovi scopi. Solo la nostra epoca, però, è stata capace di violentarli, trasformandoli in un palcoscenico per esibizionisti. Chi difende questa scelta, parla di fruibilità degli spazi. Eppure, a mio avviso, è lo stesso concetto di fruibilità che viene frainteso. Possibile che un posto diventi fruibile solo se è possibile mangiare, bere e scattare inutili fotografie da pubblicare sui social? E per quale ragione bisogna utilizzare palazzi storici che sarebbe meglio preservare per altri fini? Ci sarebbe da chiedersi quanti, fra quelli che postano scatti su Instagram col calice in mano, avrebbero visitato quel luogo se fosse stato un museo, una biblioteca o un semplice spazio aperto alla collettività. Pochi, di sicuro una sparuta minoranza. Quando un edificio storico diventa location viene snaturato, da protagonista si trasforma in comprimario, mero sfondo al servizio dei narcisisti del selfie.
Sia ben chiaro, il mio articolo non vuole essere una provocazione, né una sterile polemica. Io sono semplicemente dell’idea che un edificio storico andrebbe preservato o al più convertito in uno spazio davvero pubblico, rispettandone storia e architettura. Dovrebbe essere il protagonista del territorio e non un comprimario per matrimoni, compleanni e battesimi. Castelli e palazzi non sono costruzioni come le altre; sono i testimoni della storia locale e hanno un’identità da difendere. Darli in mano ad affaristi attenti solo al profitto significa votarli a morte certa, una morte forse diversa dalla rovina, eppure altrettanto definitiva.
Chi difende a spada tratta siffatte operazioni commerciali, si trincera dietro un presunto stato di necessità. Se non l’avessimo trasformato in ristorante, dicono, in capo a qualche anno sarebbe crollato. Poco male, mi sento di rispondere. Fermo restando che nessuno è in grado di predire il futuro, la rovina è nel ciclo naturale delle cose. Pretendere di salvare questi edifici trasformandoli nel non plus ultra della cafonaggine e della pacchianeria è invece un’innaturale forzatura e una meschina ipocrisia. Meglio ammettere che li si vuole sfruttare per profitto, sarebbe più onesto.
Se proprio non si può fare di meglio, lasciateli morire in pace. Tuttavia, senza arrivare a esiti così estremi, a mio avviso ci sarebbe una soluzione ragionevole: imporre l’apertura di uno spazio museale unitamente all’attività ricettiva. Chi vuole riadattare un palazzo storico a ristorante o albergo dovrebbe essere vincolato a destinare una parte della struttura all’allestimento di un museo o una biblioteca dedicati alla storia locale. Potrebbe essere un buon compromesso, un modo per salvare i ricordi del passato senza rinunciare alle esigenze del presente.
A. Pinto - Paesaggio abruzzese - 1977 (collezione privata)

13 settembre 2023

"Mille gru" di Yasunari Kawabata: il peso della tradizione

Se c'è un'opera che più delle altre ha contribuito a trasmettere all'Occidente l'immagine di un Giappone pittoresco e forse un po' stereotipato, questa è sicuramente Mille gru. Il romanzo ruota intorno a uno dei riti più antichi del Paese del Sol Levante: la chanoyu, ossia la cerimonia del tè. Considerata come una vera e propria arte, fu introdotta dai monaci cinesi nel corso del XIII secolo dopo Cristo; negli anni successivi alcuni esteti ne codificarono le modalità e le regole, da allora continuamente perfezionate e rispettate pedissequamente dai cerimonieri. Il rito si svolge in una stanza chiamata "padiglione del tè", cui si accede da una porta strettissima e bassa che vuole metaforicamente simboleggiare il lasciarsi alle spalle gli affanni e le sofferenze della realtà esterna. La ricerca della pace e della serenità, anche se illusoria e momentanea, ne è dunque l'essenza. Nulla è lasciato al caso e particolare cura è dedicata alla scelta del bricco, delle tazze e del vasellame.
Il romanzo si apre nel bel mezzo di una cerimonia del tè, quella organizzata dalla maestra Chikako Kurimoto in onore del giovane Kikuji Mitani, rimasto solo dopo la morte di entrambi i genitori. Chikako è stata per un periodo una delle amanti del padre di Kikuji, ma non la preferita; per questo motivo, per una forma di civetteria o più verosimilmente per dimostrare di contare ancora qualcosa, decide di fare da intermediaria per trovare una moglie al ragazzo. Senza preoccuparsi di ottenere il suo consenso, trasforma il rito del tè in un omiai, un incontro a scopo di matrimonio, invitando la bella e virtuosa Yukiko. Durante uno di questi incontri è tuttavia presente anche la signora Ota, un'altra amante del defunto Mitani, la preferita e l'unica amata per davvero dal vecchio. Anche la Ota è ossessionata dal passato e seduce il giovane Kikuji, forse per ritrovare in lui l'amante perduto. Le due donne, ciascuna a modo suo, vogliono influenzare il ragazzo: si viene così a creare una situazione incresciosa e immorale che darà il via a una sequela di eventi drammatici.
Mille gru è un romanzo di contrasti dirompenti, celati dietro l'apparente quiete della cerimonia del tè. Tutti i personaggi sono turbati nel profondo da eventi drammatici: Kikuji deve fare i conti con l'ingombrante fantasma del padre, Chikako è incattivita dal suo destino di nubile, la signora Ota non riesce a contenere la sua esuberante sensualità ed è torturata dal rimorso. È un coacervo di tormenti e di inestricabili conflitti: amore e morte, sensualità e pudicizia, tradizione e modernità, incesto e rispetto dei valori familiari. Da questo punto di vista, il romanzo non è solo il nostalgico rimpianto di una società arcaica che cedeva all'avanzare del capitalismo, ma contiene una velata critica a quella morale chiusa e bigotta che non tollerava la vergogna e spingeva i peccatori al suicidio e i censori alla reprimenda.
Kawabata (1899-1972) confermò con questo romanzo di essere un maestro della scrittura, qualità che gli valse il Premio Nobel per la letteratura nel 1968. Il suo stile è essenziale eppure intenso, poche rapide pennellate in grado di ricostruire tutto un mondo; una scrittura che non indulge in lunghe descrizioni, né cerca di imporsi sul lettore. Per quanto possa apparire un'osservazione scontata, leggendo il libro ho avuto più volte l'impressione di essere seduto assieme a Chikako e Kikuji a sorbire una tazza di tè fumante. La lettura di Mille gru è un'esperienza immersiva, qualità sempre più rara e forse persino impensabile per la letteratura contemporanea.
Consiglio la lettura del libro a quanti desiderano approfondire aspetti della società giapponese tradizionale. È un romanzo breve, composto da cinque capitoli che in origine furono pubblicati in riviste e tempi diversi, dal maggio 1949 all'ottobre del 1951. Nel 1952 la casa editrice Chikuma shobō li raccolse in un unico volume, più volte rimaneggiato da Kawabata. Ne sono state ricavate due riduzioni teatrali e un film per la regia di Yoshimura Kōzaburō.
Dello stesso Autore, suggerisco anche La casa delle belle addormentate.
La suggestiva copertina dell'ultima edizione Mondadori

31 agosto 2023

"Il rappresentante" di Joseph O'Connor: cos'è la Giustizia?

Il rappresentante che dà il titolo al romanzo è Billy Sweeney, ex alcolizzato di quarantanove anni, occupato nel settore delle antenne paraboliche. Una triste sera del 1994 l'amata figlia Maeve viene rapinata da tre balordi; i rapinatori, tutti tossicodipendenti, non hanno pietà e la colpiscono ripetutamente alla testa, riducendola in fin di vita. Maeve finisce in coma in terapia intensiva; nessun medico sa dire con certezza se e quando si risveglierà. I tre vengono arrestati e condotti in prigione, ma uno di loro, Donal Quinn, fugge durante un'udienza e si dà alla macchia. Devastato dal dolore, Billy comincia a perlustrare palmo a palmo la città durante lunghe notti insonni: inizialmente il suo obiettivo è quello di catturare Quinn, poi si decide a ucciderlo con le proprie mani. Non ripone fiducia nei tribunali e nella magistratura: vuole farsi giustizia da sé.
Il romanzo è il cupo racconto di un'ossessione divorante, un lento scivolare nella follia, dagli esiti imprevedibili e drammatici. Billy racconta in prima persona la vicenda, compilando tutte le notti un taccuino segreto su cui riversa i ricordi del passato e le ansie del presente. Scrive per la figlia, sperando che un giorno Maeve si risvegli e possa leggerlo. La scrittura autobiografica diventa occasione per un'amara riflessione sui propri errori e al contempo un insperato tentativo di perdonarsi. Le vicende del presente si intrecciano con i ricordi del passato e vengono da questi mediate e compensate.
Il rappresentante è un'opera quanto mai attuale, più di quando venne pubblicata venticinque anni fa. Il farsi giustizia da sé è una tendenza innata nell'animo umano, ma negli ultimi anni, a causa della diffusione dei social network, si sta assistendo a un pericoloso ritorno di questa tentazione. Per rendersene conto basta leggere i commenti pubblicati dagli utenti sotto le notizie di cronaca: protetti dall'anonimato, vomitano addosso al mostro di turno una dose di violenza persino sproporzionata rispetto all'entità della vicenda commentata. Pena di morte e tortura sono i cavalli di battaglia di questi vendicatori del ventunesimo secolo. Ma cosa significa davvero farsi giustizia da sé? Catturare, punire, uccidere chi ci ha fatto del male, è davvero fonte di soddisfazione? Oppure rispondere al male con un altro male ci rende peggiori? Queste e altre sono le domande che O'Connor pone al lettore, lasciando che ciascuno elabori da sé la risposta.
Oggi l'Irlanda è considerata un'isola felice. Il Paese descritto da O'Connor è invece lontano da quest'immagine da cartolina: sciovinista, violento e avvelenato dall'odio verso inglesi e protestanti. L'azione si svolge in una Dublino proletaria e misera, nelle periferie devastate dall'eroina in cui centinaia di giovani sopravvivono con i sussidi statali o commettendo piccoli reati. O'Connor non inventa nulla, si limita a raccontare la città cupa che conosce bene, talvolta illuminata da sprazzi di pura umanità, di cui pure Billy si dimostra capace.
Alcuni recensori hanno parlato di thriller per descrivere questo romanzo, definizione che non mi trova d'accordo. Il rappresentante è un romanzo profondo che nulla ha a che vedere con gli stilemi del thriller. È vero che c'è una tensione strisciante dall'inizio alla fine, così come prevalgono atmosfere plumbee e notturne. Tuttavia, l'ossessiva ricerca dell'aggressore della figlia da parte di Billy non è il cuore del romanzo, ma solo l'occasione per una riflessione. O'Connor chiede al lettore di mettersi nei panni del protagonista e di prendere posizione su una drammatica domanda: la vendetta è una forma di giustizia o un intollerabile abuso?

19 agosto 2023

"Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?" di Johan Harstad: una magnifica desolazione

Quando i tecnici della NASA domandarono al secondo uomo sceso sulla Luna, Buzz Aldrin, quali fossero le sue impressioni sul luogo in cui si trovava, l'astronauta pronunciò tre semplici parole, destinate a entrare nella storia per la loro forza descrittiva: «desolazione, una magnifica desolazione». Aldrin è il rappresentante del popolo dei secondi, delle medaglie d'argento, di quelli che arrivano dopo il primo e sono destinati a essere dimenticati dai più. Come i gregari nel ciclismo: gambe d'acciaio che preparano la volata ai velocisti e si defilano dopo aver pedalato in avanscoperta per decine di chilometri.
Aldrin è l'idolo di Mattias, protagonista del romanzo d'esordio di questo scrittore norvegese, edito nel 2005 e pubblicato in Italia da Iperborea. Mattias vive a Stavanger, città industriale tra le più grandi della Norvegia. In pochi giorni la sua vita capitola: prima viene lasciato dalla storica fidanzata dopo tredici anni di relazione e successivamente perde l'amato lavoro da vivaista. Egli non comprende subito che i ripetuti fallimenti dipendono dalla sua scelta di isolarsi piano piano, di abbandonare il palcoscenico della vita per essere un semplice ingranaggio del sistema, un gregario alla Aldrin che porta avanti il suo compito senza essere visto. Il suo atteggiamento è il "vivere nascostamente" di Epicuro, cui ha disatteso un'unica volta nella vita, quando ha cantato alla festa del liceo, cogliendo persino un successo inaspettato. Rimasto solo e senza lavoro, Mattias accetta l'invito di un amico musicista che lo vuole come tecnico del suono della sua band in tour nelle Isole Faroe. Sia pur riluttante, si imbarca per le remote isole e, a causa di una serie di vicende che non anticipo, si ritrova a soggiornare a tempo indeterminato in una casa famiglia per malati psichiatrici. Qui ha inizio la seconda stagione della sua vita, inaspettata e sorprendente.
In parte romanzo di formazione e in parte amaro resoconto di una catastrofe, il racconto assesta più di un pugno allo stomaco del lettore. Inizia come un'ordinaria storia dei nostri tempi, per poi affrontare tematiche complesse come la salute mentale, il fallimento del modello scandinavo del welfare State, la solitudine, l'emarginazione, la profonda crisi dell'uomo contemporaneo. Il punto di svolta è l'arrivo alle Isole Faroe, una terra meravigliosa, verdissima ma senza alberi, la trasposizione terrena della magnifica desolazione di cui parlava Aldrin allunato nel Mare della Tranquillità. Il libro diventa così l'occasione per conoscere un Paese a noi quasi ignoto, ricordato dai più per la rappresentativa calcistica che ogni tanto ha incontrato la nostra nazionale.
Harstad costruisce un magnifico paradosso: il suo Mattias, convintosi a rimanere alle Faroe per essere finalmente invisibile, si rende invece importante agli occhi degli altri proprio in quella terra desolata. Il messaggio del romanzo sembra dunque essere questo: si può tentare di fuggire, allontanarsi da tutto e da tutti e vivere come eremiti, eppure ci sarà sempre qualcuno ad attenderci, qualcuno per cui siamo importanti e che non accetterà di perderci per sempre. Mattias ritrova se stesso quando si riappropria del senso di appartenenza alla comunità umana, che aveva perduto nella natia Stavanger. Egli si scopre dunque malato, affetto da un male dell'anima che aveva sempre confuso per inclinazione caratteriale. La cura è nell'uscire allo scoperto e condividere un progetto con altre persone, per quanto si tratti di un progetto folle, come avrà modo di capire chi leggerà il volume.
Harstad aveva soltanto ventisei anni quando pubblicò Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?. Eppure, leggendo il volume si direbbe che sia stato scritto da un autore più maturo: Harstad sa dosare i registri drammatico e comico, rifugge dal consolante lieto fine e approfondisce adeguatamente alcune tematiche scomode. Neppure si rinvengono quelle ingenuità nello stile e nei contenuti che di solito caratterizzano le opere prime. Il finale in tal senso è esemplare: onirico e utopistico, ha la consistenza dei sogni eppure è perfettamente credibile.

8 agosto 2023

Le vecchie estati

«Fui giovane e felice un'estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell'estate.»
Così scriveva Gesualdo Bufalino, condensando in poche e semplici battute il senso di un'intera stagione di vita.
«Summer's gone, a summer song,
you've wasted every day, every day.
Summer's gone, can't wipe it off my hands,
write it in the sand, in the sand.»
Così cantavano i Buffalo Tom in Summer, la canzone che più di tutte racchiude il senso di quei giorni felici e malinconici dei lontani anni Novanta.
Trascorro ogni estate alla ricerca di qualcosa che ricordi le vecchie estati: immagini, profumi, volti, percezioni. Frammenti del passato, scampoli di vita vissuta, rimembranze di giornate lunghissime e spensierate mi vengono a trovare quando ripercorro a piedi, in auto o in bicicletta, le stesse vecchie strade di quindici o vent'anni fa. C'è qualche buca in più, altrove l'asfalto è stato rifatto, lunghe cicatrici segnano la posa di nuovi cavi, eppure mi sembra che tutto sia immobile. Strade da muli, deserte di gente e di macchine. Ogni tanto una curva, un albero o un ponte ridestano un ricordo di giorni lontani. Pomeriggi di sole infiniti, senza ansie o preoccupazioni, quando settembre era una minaccia lontana e le vacanze si srotolavano lente e serene.
L'estate perduta è un topos nella poesia, musica e letteratura. Gli artisti spesso rievocano le estati della prima adolescenza: una perduta età dell'oro, stagione dei giochi ma anche delle prime brucianti delusioni e sofferenze. Mi vengono in mente Agostino di Moravia, Estate al lago di Vigevani, nonché un meraviglioso romanzo per ragazzi, Quell'estate al castello della Solinas Donghi. Ci dev'essere un motivo se tanti scrittori hanno voluto rammentare i giorni delle ferie estive, un motivo che va al di là delle mere ragioni narrative. L'estate richiama con ogni evidenza l'età verde della vita, l'idea che tutto si incastri perfettamente e che nulla possa inceppare il meccanismo. Anche le nuvole e le piogge sono passeggere. Non a caso, in alcuni dialetti meridionali l'estate è chiamata genericamente "la stagione", a volerle riconoscere un primato ontologico sulle altre.
C'è un momento nella vita in cui matura l'amara consapevolezza che tutte le estati che verranno non avranno più la poesia del passato. Alla "vacanza", che dà l'idea del vuoto, succedono le "ferie", un'effimera parentesi nell'infinito scorrere dei doveri. Subentra una vaga nostalgia, saudade la definirebbero i lusofoni. Eppure, per quanto si possano tendere le mani, ciò che è andato non potrà mai essere nuovamente afferrato.
E allora, rimangono i ricordi spensierati delle estati che furono: le porte con le chiavi attaccate; i libri del Battello a vapore; i muri scrostati; le case abbandonate; gli speciali della Bonelli; i Grandi Classici Disney; i gelati Gis; i gelati Eldorado; quelli che non ci sono più; quanti sono partiti e non sono tornati; chi mi aspettava davanti alla porta; i gonfiabili a forma di coccodrillo; l'Alfa 33 col motore boxer; la Fiat 131 arancione; le automobili senza aria condizionata; la Laverda Lesmo; la Cagiva Mito; lo stereo Aiwa; le telefonate dalla cabina; la mountain bike blu; le tasche senza telefonini; cinquemila lire in tasca; gli anziani seduti sulle panchine; gli anziani seduti davanti casa; le "piazzette" la sera; la Teneré della Yamaha; gli 883; Radio Monte Gelbison; gli Oasis e gli Smashing Pumpkins; i vecchi cilentani; le vecchie nel lutto sempiterno; l'acqua che mancava per giorni; i treni coi finestrini abbassati; gli intercity con gli scompartimenti a sei; gli acquazzoni pomeridiani; i flipper; i cabinati da bar; la cedrata Tassoni; le lucertole al sole; le Olimpiadi in televisione; le passeggiate nei boschi; giocare a Forza 4; le spiagge deserte; i ricordi svaniti; tutto quello che c'è ancora, ma allora aveva un altro sapore.

26 luglio 2023

"Too close to the fire", l'album italiano di Lee Fardon

Nella fiera delle banalità non può mancare l'affermazione tranchant secondo cui nella vita conta più la fortuna che il talento, oppure che l'intraprendenza e la faccia tosta fanno più del genio. Amenità che andrebbero evitate, eppure quando si parla di artisti come Lee Fardon è impossibile sfuggirne. Di Lee ho già scritto tanti anni fa e l'ho anche contattato per una bella e sincera intervista. L'acquisto di Too close to the fire, il suo quarto disco pubblicato nel 1992, è l'occasione per parlarne di nuovo.
Chitarrista e cantante londinese, nel 1980 diede alle stampe Stories of adventure assieme ai fidi Legionaries, album dal sapore marcatamente rock, cui seguì l'ottimo The God given right, dalle tinte wave. Il successivo The savage art of love (1985), stampato anche in Italia dalla Ricordi, chiuse la sua prima stagione con un pop-rock d'autore. Da quel momento di Fardon si persero un po' le tracce: il grande successo non era arrivato, nonostante le buone recensioni sulle riviste di settore e un discreto seguito anche fuori dalla Gran Bretagna, Italia in testa. Vicissitudini varie e periodi trascorsi all'estero lo tennero lontano dalle sale di registrazione, mentre nel frattempo gli anni Ottanta finivano seppelliti dallo shoegaze, dal grunge, dal britpop.
Quando nel 1992 varcò le soglie del "Room with a view Studio", Lee aveva quasi quarant'anni e una manciata di ottime canzoni in tasca. Le incise con un gruppo di fedelissimi musicisti: Mick Cox alle chitarre, Chris Childs (oggi coi Thunder) al basso, Steve Smith alle tastiere e Paul Beavis alla batteria. Completavano la band un pugno di brave coriste, tra cui Jo Garrett che per qualche tempo è stata parte del Lee Fardon Trio assieme al chitarrista Cox. A dare fiducia al nuovo progetto dopo sette anni di silenzio discografico, fu una piccola etichetta nostrana, la Musique Records di Courmayeur. Un progetto tutto italiano coordinato da Aldo Pedron, come dimostra la foto sul retro scattata in Valle d'Aosta e il missaggio presso il BMS Studio di Castelfranco Emilia. La prova tangibile che il bravo musicista inglese era ancora amato e stimato nel nostro Paese.
Too close to the fire è un disco vario e ispirato, tra il pop d'autore e il soft rock. Le dodici tracce raccontano di amori lontani, desolazioni del presente e nostalgiche rimembranze del passato. Una soffusa malinconia aleggia su tutti i brani, specie quando Fardon racconta il dolore di una donna costretta a prostituirsi (Saturday night) o la poesia di un amore perduto (New State 51). I testi sono semplici eppure suggestivi, scarni ed essenziali come frammenti di vita vissuta.
Il brano di apertura, Someone like you, è un gioiellino pop di pregevole fattura, arricchito da un dialogo continuo tra pianoforte e organo. Deliziose sono poi le soluzioni ritmiche di Heaven can wait, di Strangeland e della title track. Il disco non conosce cali di ispirazione e si mantiene sullo stesso buon livello dall'inizio alla fine. Sono canzoni curate negli arrangiamenti, scritte e suonate bene, segno di una stagione particolarmente ispirata. Non si grida al capolavoro, eppure si percepisce lo spessore di un musicista che avrebbe meritato di più. La voce di Lee è l'assoluta protagonista: calda, avvolgente, lievemente arrochita, mai sopra le righe, assistita dall'ottima corista Jo Garrett (solista in Don't tie me down). Lee non è il classico cantautore voce e chitarra; nelle sue canzoni sa dare spazio agli altri musicisti, curando in particolare la sezione ritmica e le parti di chitarra.
È un album che conquista alla distanza. Dopo qualche ascolto "di rodaggio", le canzoni entrano in testa e si nota che, dietro l'apparenza dimessa, c'è la sostanza di un songwriter di razza: nessuna traccia dà l'idea di essere stata messa per riempitivo, come spesso fanno persino musicisti più celebri. 
Per chi volesse acquistare il disco, inutile girarci intorno: è di difficile reperibilità, perché l'unica stampa è la prima in cd e LP del 1992 (numeri di catalogo mrcd1191 e mr1191). Paradossalmente, gli album precedenti in vinile sono più facili da trovare, specialmente The God given right e The savage art of love. Too close to the fire uscì invece per una intraprendente ma piccola etichetta italiana, per cui bisogna cercare bene, ovviamente in un vero negozio di dischi e non nella grande distribuzione.
«But we were wrong, we are forever,
wherever two walls meet between two rooms,
wherever a father is crying
and soldiers are burning the homes.
Wherever the pressure makes a leader a liar,
wherever a child reaches out too close to the fire.»

14 luglio 2023

"Il conto dell'ultima cena" di Andrea G. Pinketts: il prezzo dell'eterna adolescenza

Non amo le saghe letterarie, perché se un romanzo mi piace non ho il desiderio di scoprire che ne è stato del protagonista una volta chiuso il libro. Se un capolavoro è davvero tale non ha senso scriverne un seguito, perché il capolavoro è un'opera perfettamente compiuta che non tollera aggiunte. Lo sappiamo tutti, sebbene sia difficile da ammettere: di solito il sequel è una delusione e il terzo fa sempre schifo. A parte Rambo, ma questa è un'altra storia.
Per Pinketts ho fatto un'eccezione, leggendo i primi quattro volumi della saga di Lazzaro Santandrea, vero e proprio alter ego dell'autore. Iniziai nel 2006 con Il senso della frase, che poi è il terzo in ordine di pubblicazione. Per quindici anni non ho più letto nulla dello scrittore milanese, fino a quando, in piena seconda ondata covid, nel dicembre 2020 ho scovato su una bancarella Il vizio dell'agnello. L'esordio della serie, Lazzaro, vieni fuori, l'ho letto l'anno scorso a giugno, mentre Il conto dell'ultima cena l'ho terminato in questi giorni. Ci sono voluti tanti anni perché nulla è stato programmato e neppure ho seguito l'ordine giusto. Poco male, perché si possono leggere anche senza rispettare l'ordine di uscita.
Il conto dell'ultima cena (1998) è il quarto volume con protagonista Lazzaro. È un romanzo molto ambizioso, come si evince dalle quasi cinquecento pagine e dalle tematiche trattate. Ho avuto l'impressione di un'opera diversa dalle precedenti, come se Pinketts avesse voluto imprimervi il timbro della maturità. L'incipit è in proposito eloquente.
«Cercavamo di ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzasse noi.»
Lazzaro Santandrea ha trentatré anni, la stessa età in cui sono morti Gesù Cristo e John Belushi. Il mondo intorno cambia e persino il suo più caro amico, Pogo il Dritto, sembra aver messo la testa a posto dopo la nascita del figlio. Lazzaro invece non ha ancora deciso cosa fare da grande: è sempre uguale a se stesso e cerca di prolungare artificiosamente una spensierata, infinita adolescenza. Ha ereditato una casa di proprietà, ma vive quasi sempre nell'appartamento di famiglia assieme alla madre, alla nonna e alla donna di servizio filippina. Di lavorare non se ne parla, nonostante abbia ancora in tasca il tesserino scaduto dell'ordine dei giornalisti da esibire come passepartout. Le sue giornate tuttavia non sono noiose: veleggia in taxi da un bar all'altro e i guai sembrano avere una speciale predilezione per lui. Non aggiungo altro della trama: basti sapere che Lazzaro vedrà la Madonna e a seguito dell'apparizione si troverà coinvolto, come al solito, in storie di sangue che rivelano la parte più torbida dell'animo umano.
Quantunque l'assoluto mattatore della vicenda sia lui, Il conto dell'ultima cena è un romanzo corale. Lazzaro è circondato dal gruppo di amici storici del Giambellino, la sua corte dei miracoli, a cui per l'occasione si aggiungono personaggi indimenticabili: il senzatetto Marinoni, la lesbica militante Grandine Lomax, il timido rappresentante di biancheria intima Monfiorito, e soprattutto il roccioso professor Terulli, eroe di guerra nostalgico del ventennio. È un caravanserraglio di personaggi e storie che si intrecciano, si interrompono e poi vengono riprese quando il lettore è quasi sul punto di dimenticarle. Pinketts in questo romanzo della maturità ha dimostrato di saper trattare con grande maestria la materia narrativa: non è da tutti inserire nelle stesse pagine visioni mistiche e bevute epiche, Madonne che salvano e altre che uccidono, sinceri credenti e incalliti bestemmiatori. Ecco perché non ha senso incasellarlo in un genere: giallo, noir, picaresco, umoristico o romanzo di formazione, poco importa. Anche gli omicidi sono un pretesto, perché Lazzaro non è un detective e in fondo a noi lettori interessa poco la soluzione del mistero. La verità è che Pinketts voleva semplicemente raccontare il mondo che amava e persino un delitto (di fantasia) poteva essere un ottimo pretesto.
Ripeto quanto ho già scritto a suo tempo nella recensione de Il vizio dell'agnello, perché è valido anche per questo romanzo: Pinketts ci restituisce con vivide pennellate gli umori e i dolori di una Milano nevrotica e nera, nonché lo spirito di un'epoca, la metà degli anni Novanta, che oscillava tra gli ultimi palpiti di un passato dorato e l'avanzare del futuro scialbo e impoetico che costituisce ormai il nostro presente. Le scene si svolgono nei luoghi che lo scrittore conosceva bene: appartamenti signorili del centro, palazzoni informi di periferia, bar, caffè, discoteche, locali notturni e persino chiese e oratori.
Se avete letto altri romanzi dello scrittore milanese, Il conto dell'ultima cena non può mancare alla collezione. Scoprirete un Lazzaro maturo, più riflessivo, permeato finanche da un sincero afflato religioso. Per chi invece non ha mai letto Pinketts, consiglio di iniziare dal primo volume della saga, Lazzaro, vieni fuori. Sul blog non ne ho parlato, ma vi assicuro che è un libro straordinario, il fulminante esordio di uno scrittore di razza che ci manca tanto.
Ultima edizione Oscar Gialli (2018)