30 agosto 2016

"Il ragazzo rapito" di Robert Louis Stevenson: un classico dell'avventura

Sebbene ne esistano in commercio diverse versioni per i più piccoli, sarebbe improprio definire Il ragazzo rapito come un racconto per l’infanzia. È piuttosto un intramontabile romanzo d’avventura, da leggere a tutte le età, ma che richiede qualche nozione di storia inglese, specialmente sulle insurrezioni giacobite dei secoli XVII e XVIII. La vicenda è infatti ambientata nella Scozia ribelle degli anni successivi al 1746, insanguinata dai duri scontri tra clan rivali e dal conflitto tra giacobiti e lealisti. Prima di iniziare la lettura, consiglio quindi di documentarsi su queste complicate vicende; le informazioni contenute su Wikipedia sono più che sufficienti per farsi un’idea.
Classica è la trama: il diciassettenne Davide Balfour, orfano di entrambi i genitori, è l’inconsapevole beneficiario di una grande eredità, da dividere con il turpe zio Ebenezer. Quest’ultimo, avaro e meschino, fa rapire il nipote da alcuni loschi marinai per privarlo dei suoi diritti; l’obiettivo è quello di farlo vendere in America al mercato degli schiavi. Il brigantino su cui Davide è imbarcato, però, cola miseramente a picco durante una tempesta, sì che il ragazzo si trova di colpo affrancato dai suoi aguzzini, libero ma naufrago sopra un’isola deserta. A questo punto hanno inizio le sue lunghe peregrinazioni, sia da solo che in compagnia dell’amico Alan Breck, che lo porteranno infine a far valere i suoi diritti, nel più lieto dei finali.
La maestria di Stevenson non sta solo nella costruzione del complicato intreccio, ma soprattutto nelle meravigliose descrizioni dei luoghi; il romanzo si svolge quasi interamente all’aperto, tra cupi boschi e brulle brughiere, in cui il lettore viene catapultato. Altro punto di forza è nella definizione dei personaggi. Per essere un romanzo d’avventura, la loro psicologia è sufficientemente approfondita, senza risolversi nella semplice contrapposizione buono/cattivo. Anzi, ben potrebbe dirsi che Stevenson è attento nel far emergere il lato oscuro di ogni personaggio, persino del protagonista Davide o del suo amico Alan.
Il ragazzo rapito è un libro famoso, oggetto anche di una riduzione cinematografica. È considerato uno dei migliori testi di Stevenson, oltre che uno dei più celebri romanzi d’avventura di ogni tempo. Tuttavia, le lunghe digressioni storiche possono risultare poco comprensibili per il lettore che abbia scarsa conoscenza dei tristi eventi che sconvolsero la Scozia per tutto il corso del Settecento. Come già detto, consiglio di documentarsi prima di intraprendere la lettura.

14 agosto 2016

"Io non mi faccio condizionare dal sistema!": intervista a James Senese

Il grande sassofonista James Senese, fondatore e leader del gruppo jazz-rock Napoli Centrale, si è esibito a Torchiara (Sa) lo scorso 11 agosto, in occasione del festival itinerante Segreti d’autore. L’ho incontrato prima del concerto ed è stato così gentile da concedermi una bella intervista, in cui rivela molto di sé, della sua arte e della sua visione del mondo.

Domanda. Ciao James. Speriamo che le mie domande non siano come quelle del famoso film con Lello Arena…
Risposta. Non ti conviene farle. (Ridendo)

D. Perché tra tutti gli strumenti hai scelto proprio il sassofono? Come è nata questa passione?
R. È stata una scelta naturale. Era uno strumento di cui mi piaceva moltissimo il suono, la voce. L’avevo sentito, senza sapere cosa fosse, e così è nata la passione.

D. Quanti sassofoni possiedi? Ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
R. Ne ho solamente uno. Ne ho avuti tanti, ma ritengo sia meglio affezionarsi ad un unico strumento. Credo sia la scelta migliore, perché possedere dieci sassofoni, ad esempio, è una forma di megalomania. Invece devi affezionarti ad uno solo, che ti rimane e lo porti in tutti i concerti.

D. Che musica ascolti? Preferisci i classici, oppure ascolti anche musica contemporanea? E soprattutto, preferisci il vinile o il cd?
R. Ascolto sia la musica del passato che quella contemporanea. La musica del passato è quella che ci ha dato la nostra vitalità, la voglia di essere musicisti. Ma ascolto anche la musica del presente, in particolare quella d’avanguardia. Preferisco ascoltarla su vinile.

D. Sei un uomo di successo, che ha portato nel mondo un modo personale di fare musica. Come sei riuscito a non farti dominare dal successo, mantenendoti sempre saldo sulle tue posizioni?
R. Combattere il sistema è questo, non entrarci dentro. Il fatto è che io non mi faccio condizionare dal sistema. Il sistema vuole che tu fai delle cose secondo la sua logica, secondo il suo modo di vedere. Ma non deve essere così. Devi essere te stesso, ed io penso di esserlo.

D. Il rischio di chi lotta contro il sistema è quello di non riuscire mai ad emergere…
R. Il problema è crederci. Crederci e non farsi condizionare, perché vengono dei momenti in cui il sistema ti prende, ed è in quel momento che devi essere più forte e non farti prendere. Se tu credi alla tua dimensione, a quello in cui credi e a quello che fai, a quello che tu vorresti essere, allora tutto andrà bene. Bisogna essere assolutamente così, fino alla fine della tua vita, in poche parole. La vita dovrebbe essere un evolversi nella direzione che tu vorresti.

D. Una domanda sui Napoli Centrale. Mi ha sempre colpito la vostra originalità rispetto ad altri gruppi italiani degli anni Settanta. In particolare, mentre gruppi come gli Area o il Banco si occupavano della classe operaia, voi avete parlato della terra, dei braccianti meridionali, degli emigranti. Qual è la ragione di una tale scelta?
R. Perché noi veniamo dal popolo. Inoltre, la prima forma di vita è proprio legata alla terra, da cui noi veniamo. Il contadino è il primo uomo sulla terra che ha cercato di evolversi. Diciamo che adesso, però, c’è stata un’evoluzione nel nostro impegno: ora difendiamo tutta la parte debole del popolo, quella che non può difendersi. È stata una scelta naturale, legata alla dimensione in cui siamo nati.

D. Se i Napoli Centrale fossero nati oggi, avrebbero avuto lo stesso successo, oppure i tempi sono mutati e con essi quello che la gente vuole? Il vostro messaggio è ancora attuale?
R. Il tempo non cambia quasi niente, attenzione! Cambiano le generazioni, un po’ i modi, ma in realtà non cambia niente. Noi esistiamo da oltre quarant’anni e oggi abbiamo addirittura più successo di prima. Sembra strano, ma è così. Noi oggi giriamo tutto il mondo; si vede che abbiamo seminato bene! Quando le nuove generazioni vengono ad ascoltarci, ci ascoltano per quello che siamo nel presente, non vanno a vedere quello che siamo stati, perché è il momento quello che conta. Noi ci siamo evoluti mantenendo sempre il nostro stile. Quando riesci ad emergere, rimani sempre lì. Pensa ai Pink Floyd: loro sono lì, e anche se non fanno più dischi sono sempre i Pink Floyd. La stessa cosa vale per i Napoli Centrale: noi abbiamo fatto la rivoluzione, ed è rimasta.

D. Hai detto che hai girato il mondo. Tra i tanti artisti con cui hai collaborato, quali sono quelli che ricordi con maggiore piacere?
R. Il problema è che noi stiamo molto avanti, suoniamo avanguardia. L’unico con cui ho collaborato con piacere, perché sono entrato nella sua dimensione, è stato Pino Daniele. Al di là di questo, non mi eccita niente.

D. Se dovessi dare una definizione di te come artista, cosa diresti?
R. Sono uno vero, perché ho scelto di fare questa vita. Non ce ne può essere un’altra, e io la faccio con il cuore, con amore. Se non facessi questo, non lo so che cazzo farei. La mia è stata una scelta molto precisa, l’impegno è ventiquattro ore su ventiquattro. Prima viene questo e poi tutto il resto.

D. Il tuo nuovo disco si intitola O’ sanghe; che progetti hai per il futuro?
R. Il mio progetto è far capire agli altri che abbiamo perso una parte del nostro sentimento per colpa del sistema, ma anche per colpa nostra. Non riusciamo ad agire: a tutto quello che il sistema ci dice, noi rispondiamo sempre di sì. Perché crediamo che domani è un altro giorno, ma non è così. Serve un modo per poterci liberare da questa schiavitù.

D. E la musica è sufficiente per essere liberi?
R. Sì. Perché la musica ha realizzato importanti cambiamenti nel mondo. Tante cose importanti sono state cambiate per mezzo della musica. Chi vuol capire, capisca.
James Senese sul palco di Torchiara (11 agosto 2016)

11 agosto 2016

"Il trono di legno" di Carlo Sgorlon: il canto di addio della civiltà contadina

Il trono di legno è un romanzo particolare, non inquadrabile entro gli angusti confini di un genere. Può essere definito come lo struggente canto di addio dell’ancestrale civiltà contadina, travolta dall’avanzare della modernità. Al tempo stesso, è un elogio della bellezza del raccontare e dell’arte di inventare storie. I due aspetti sono strettamente collegati, in quanto quasi tutti i miti e le leggende sono nati in contesti rurali. Si pensi alle storie intorno al focolare, alle favole narrate dagli anziani nelle rigide serate d’inverno, oppure ai racconti che allietavano il duro lavoro dei campi. È questo il mondo che Sgorlon ha voluto rievocare nel romanzo, con viva partecipazione e un soffuso rimpianto per la sua scomparsa.
La vicenda è ambientata in quel fazzoletto di terra friulana che Sgorlon conosceva bene, nei villaggi di Ontans e Cretis spersi tra i brulli magredi e le sempiterne nevi delle Alpi. Il protagonista, Giuliano, è uno strano essere selvatico che sente di non appartenere al presente o al futuro, ma al passato, alla civiltà dei contadini e degli artigiani. Vive a Ontans assieme a Maddalena, che non è sua madre e neppure una parente, ma una donna che ha deciso di prendersi cura di lui per espiare una colpa del passato. Giuliano non sa nulla della storia della sua famiglia, che imparerà a conoscere attraverso dettagli che gli si riveleranno negli anni. Verrà così a sapere che il nonno, noto semplicemente come il Danese, ha avuto un’esistenza errabonda e avventurosa, quasi come il personaggio di un romanzo. Ritrovare il Danese, o almeno qualche traccia ulteriore della sua esistenza, diviene così il suo obiettivo. Giuliano, però, è un ragazzo irrequieto e proprio la sua inquietudine lo porterà ad allontanarsi dalla via maestra che aveva creduto di poter tracciare. Tale irrequietezza nasce dalla convinzione secondo cui la dimensione fenomenica è solo l’aspetto tangibile del reale, dietro il quale si cela una dimensione più profonda e vera, che non è tattile ma fantastica, inafferrabile eppure tanto più concreta. L’ambiguità si riverbera in ogni aspetto della sua vita, come nel rapporto con le donne: Giuliano, infatti, sa amare con la stessa intensità sia la materna e rassicurante Lia che la silvestre e sfuggente Flora.
Ben può affermarsi che Il trono di legno è un romanzo di formazione, perché Giuliano, alla fine del suo girovagare, acquista una nuova consapevolezza, la forma definitiva del suo essere. Egli rinuncia a girare il mondo, abbandonando il giovanile proposito di vivere all’avventura; preferisce rifugiarsi nell’antica magione di Cretis, unico luogo in cui riesce a placare le ansie che lo tormentano fin dall’infanzia. Comprende che la pienezza dell’esistenza può realizzarsi anche in un minuscolo villaggio nel cuore delle Alpi, microcosmo che raccoglie in sé il ricordo di molte vite passate e l'attesa del divenire. Giuliano sceglie di diventare un narratore, seduto sul severo seggiolone di legno così simile ad un trono contadino, circondato dai bambini che a bocca aperta ascoltano le sue meravigliose storie.
La fortunata opera di Sgorlon può dunque essere letta come un elogio della fantasia, che ha una valenza creatrice quasi divina. Le leggende e i miti hanno la stessa essenza della realtà, anzi sono l’unica realtà possibile. L’uomo che inventa storie, il narratore, possiede un dono straordinario, che fa di lui un eletto, elevandolo al rango di un dio. Sono le parole del protagonista a chiarire magistralmente questo concetto.
«La realtà e la vita sono soltanto un miraggio che non si lascia raggiungere; esse si possiedono soltanto nel ricordo, nella fantasia, nella parola e nel racconto. La vita era soltanto illusione, attesa di qualcosa che non veniva mai, e noi ombre sfocate e vane, scosse da assurde passioni. […] Attraverso la fantasia avrei potuto vivere e raccontare tutte le avventure del mondo, mentre viverle veramente, ora, mi avrebbe generato solamente un sentimento di noia e di ripetizione.»
 

20 luglio 2016

"Viaggio col padre" di Carlo Castellaneta: le ragioni del distacco

Carlo Castellaneta iniziò la stesura di Viaggio col padre a soli venticinque anni, anche se dovette attenderne altri tre per vederlo pubblicato (1958). Come tutti i romanzi d’esordio, risente di una certa acerbità, sia nelle intenzioni che nella struttura narrativa. Per quanto concerne il primo aspetto, è stato lo stesso autore milanese, ormai adulto, a ironizzare con bonario distacco sul suo primo romanzo, frutto della “fiducia di potere, ancora, nell’Italia del 1955 affamata di giustizia, cambiare il mondo con un libro”. Quanto alla struttura, la narrazione si dipana lungo due piani intersecantisi: quello presente del viaggio in treno e quello passato dei ricordi. Si tratta di una scelta non propriamente originale e quasi forzata in alcuni punti, ma che riesce funzionale allo scopo del racconto, conferendogli uniformità di fondo.
La trama può essere riassunta in poche battute. Un ragazzo intraprende assieme al padre un lungo viaggio in treno, da Milano a Foggia, per partecipare a un funerale. Tra i due aleggiano antichi dissapori, risalenti al tempo della guerra. Il loro non è semplicemente un conflitto generazionale, ma una propaggine privata della guerra civile che si è combattuta in Italia tra fascisti e partigiani. Il padre, convinto fascista, ha condotto la famiglia in rovina pur di non tradire i propri ideali. La moglie e i figli, inizialmente pieni di ammirazione nei suoi confronti, di pari passo con l’inasprimento del conflitto hanno acquisito una maggiore consapevolezza degli errori e degli orrori del regime, fino ad appoggiare, sia pure in modo silente, la causa partigiana. Conclusa la guerra, le tensioni a lungo covate sono esplose, determinando la disgregazione del nucleo familiare. A distanza di qualche anno, il figlio coglie l’occasione del viaggio in treno per conoscere il perché delle scelte del padre, del suo tenace aggrapparsi a ideali e valori sconfitti dalla storia, la sua cieca testardaggine nel non voler ammettere gli errori compiuti. E solo alla fine, quando il convoglio è ormai prossimo alla stazione di Foggia, la tensione viene sciolta in un chiarimento tanto desiderato quanto parziale.
Viaggio col padre è prima di tutto il resoconto di un dramma familiare, calato nel più vasto contesto del dramma nazionale della guerra civile. Allo stesso modo, è un romanzo di formazione individuale e collettiva, perché alla crescita del sentimento democratico nell’animo del protagonista corrisponde il risveglio di un’intera nazione.  È poi il libro della Milano operaia, fatta di palazzi rugginosi costruiti ai bordi delle massicciate, di piccole invidie e storie minime di periferia. Con questo romanzo Castellaneta inizia a imprimere il marchio di fabbrica della sua produzione successiva: la descrizione vivida e dolente della Milano popolare, un microcosmo in evoluzione che in pochi anni passa dalla miseria nera agli agi del miracolo economico. Figura esemplare di questa voglia di cambiamento è Ottavio, l’intellettuale comunista poi diventato capo-partigiano, che contribuisce in maniera determinante alla crescita del protagonista. Il personaggio di Ottavio sarà poi ripreso da Castellaneta nel successivo romanzo Una lunga rabbia, facendogli assumere le vesti del pittore Oreste.
Sebbene Viaggio col padre risenta dei limiti dell’opera prima, rimane comunque una lettura godibile e finanche avvincente. Echeggia qui e lì una certa enfasi nella volontà di costruire una storia di redenzione individuale e collettiva, perché audace era il compito che il giovane autore si era dato: cambiare con un libro le sorti d’Italia o, quantomeno, tentare una spiegazione degli eventi che seguirono alla caduta del regime.

4 luglio 2016

"Chiamalo sonno" di Henry Roth: le angosce del bambino emigrante

Parlare di Chiamalo sonno significa innanzitutto interrogarsi sul “caso Henry Roth”, come viene definito dalla critica. Henry Roth (1906-1995) è stato per lungo tempo autore di un unico romanzo. Quando Chiamalo sonno uscì, egli aveva ventotto anni ed era così convinto di aver trasfuso in quell’opera tutto quanto avesse da dire, da chiudersi in un silenzio durato quasi tre decenni. Iniziò a scrivere un secondo volume, ma si arrese dopo aver ultimato un centinaio di pagine, colpito da un oscuro male di vivere a cui sono state date diverse spiegazioni: la depressione, una forte delusione sentimentale, una crisi mistica, l’isolamento dovuto alle sue posizioni politiche. Fatto sta che Roth costruì intorno a sé un muro di silenzio, allontanandosi dal mondo culturale e persino dalla città, rifugiandosi nella quieta provincia americana. Solo intorno alla metà degli anni Sessanta, il libro, che aveva continuato a circolare in una ristretta cerchia di appassionati, venne ristampato negli Stati Uniti e poi in Europa, diventando un caso letterario e un long-seller, contribuendo alla riscoperta del suo autore.
Oggi Chiamalo sonno è considerato un capolavoro, perché, come ha osservato Mario Materassi nella postfazione all’edizione italiana Garzanti, è un vero e proprio «punto di coincidenza di tutto il Novecento» letterario e non, in quanto «il suo senso è un valore permanentemente rinnovantesi».
Il romanzo è ambientato negli Stati Uniti dei primi anni del secolo scorso, l’epoca dell’immigrazione di massa. David, un bambino ebreo nato in Austria, giunge assieme alla madre nella terra delle grandi opportunità, dove il padre si è già trasferito da un paio di anni. I genitori di David non potrebbero essere più diversi: dolce e piena di attenzioni la madre, duro e iracondo il padre. Il piccolo David vive con paura questo contrasto, che viene traslato dalle quattro mura domestiche al mondo esterno. Nella sua mente si fa strada una concezione manichea della vita, in cui ogni aspetto viene ad essere classificato secondo la rigorosa dicotomia bene-male. Il padre, le tenebre, la cantina e i coetanei rappresentano il male, l’oscurità fisica e morale da cui fuggire. Dall’altro lato, invece, c’è la madre, che agli occhi di David è il concentrato supremo di ogni bene. L’intera realtà viene trasfigurata attraverso gli occhi del bambino, che sono il privilegiato punto di osservazione scelto da Roth nella stesura del romanzo. Nelle pagine si alternano dati reali e immaginifici, in quanto l’intera narrazione viene filtrata e quasi inquinata dalle visioni di David, continuamente in bilico tra un mondo palpabile, duro e crudo, e una dimensione fantastica, rassicurante e onirica. Chiamalo sonno non è dunque propriamente un romanzo di formazione; sebbene vi sia una crescita graduale e sofferta del protagonista, nel finale si ascolta quasi un canto di resa, un totale rifiuto del dato reale in favore del sicuro rifugio rappresentato dall’abbraccio materno.
Il libro è un vivido ritratto dell’America del primo Novecento, un Paese in grande fermento per effetto di un’ondata migratoria che contribuirà a delinearne il volto moderno, il cosiddetto melting pot. Straordinario poi il linguaggio utilizzato da Roth, che alterna slanci lirici a chiacchiere da bar, mescola il turpiloquio col linguaggio alto, combina sapientemente l’inglese, lo yiddish e la babele di lingue parlate dagli immigrati, italiani compresi. Nel suo capolavoro, Roth è stato attento alla descrizione dei luoghi e dei tipi umani: i personaggi sono pochi, ma di indimenticabile spessore. Si pensi ad Albert, il padre di David, un uomo rude e violento, i cui improvvisi scatti d’ira sono talmente prorompenti da mettere in soggezione persino il lettore. Si rimane incantati, poi, dalla dolcezza di Genya, stupiti dalla sboccataggine di Bertha, entusiasmati dalla baldanza del giovane Leo.
E alla fine mi viene da dire che forse ha ragione chi ritiene che Chiamalo sonno rappresenti la summa di tutta la letteratura del Novecento: perché David è solo un bambino, ma incarna tutte le ansie e le angosce dell’uomo moderno, diviso tra il richiamo della tradizione religiosa e le blandizie del progresso, tra la paura dell’autorità e un’incontenibile voglia di ribellione.

20 giugno 2016

La tangibile potenza lirica di Tolkien

Sebbene io non sia un grande conoscitore del fantasy, i libri che ho letto mi hanno convinto che Tolkien resta una vetta inarrivabile. La considerazione non brilla certo di originalità. Basti pensare al fatto che tutti gli autori che si cimentano con successo in questo genere vengono paragonati allo scrittore britannico, assunto a metro comparativo di giudizio. Il punto decisivo è dunque un altro: indagarne le ragioni.
A mio avviso, la grandezza di Tolkien non sta tanto nella complessità delle trame o nella costruzione di un vero e proprio mondo parallelo, quanto piuttosto nella straordinaria capacità descrittiva ed evocativa delle pagine che ha scritto. Se le prime due qualità le ritroviamo in molte opere fantasy, è la terza a rendere l’autore inglese il maestro indiscusso del genere. Prima ancora di aver costruito un universo fantastico, Tolkien ha studiato attentamente il mondo che lo circondava, declinandolo nelle sue molteplici sfumature. Si pensi alle descrizioni di villaggi, campagne, isolati manieri, montagne, dense foreste e laghi: sono così vivide da costituire uno straordinario volano per l’immaginazione. Oppure si rileggano, ne Lo hobbit, le splendide scenografie del Bosco Atro, delle Montagne Nebbiose, delle Terre Selvagge, così ricche di particolari evocativi.
La verità è che l’autore inglese, prima ancora di essere uno scrittore di cose fantastiche, era un erudito, uno studioso del patrimonio folcloristico e delle lingue morte, un profondo conoscitore della storia e della filologia. Tutti questi elementi sono trasfusi nelle sue opere, in cui la perfezione del meccanismo narrativo è arricchita da una tangibile potenza lirica. Le due dimensioni non possono essere scisse, perché entrambe costituiscono la prova che egli non ha generato dal nulla un universo fantastico, ma ha saputo creare perché conosceva il creato.
Il suo maggior pregio è stato l’aver elevato a dignità letteraria un genere di puro intrattenimento. Il fantasy, dopo di lui, si è appiattito sul dato puramente narrativo, sulla costruzione di intrecci sempre più complessi e avvincenti, dimenticando a volte la qualità e la bellezza della scrittura. Ecco perché a Tolkien non va solo il merito di essere stato un pioniere, ma soprattutto quello di aver strutturato compiutamente un genere, attraverso opere di una tale perfezione da non lasciare spazio ad epigoni. Forse esagero, ma credo che, dopo aver letto Il signore degli anelli e Lo hobbit, non abbia più senso andare avanti. Altri importanti autori si sono limitati a riproporre le stesse circostanze e gli identici archetipi, sia pure in infinite varianti, con l’aggravante di aver sacrificato tutto al dato puramente ricreativo, tralasciando quella sottile poesia che è il tratto caratterizzante dei romanzi di Tolkien. 
Una celebre fotografia dello scrittore (tratta da www.tolkien.it).

27 maggio 2016

Cos'è la musica, se non una somma di piccole cose?

Se si volesse definire con un’unica parola l’ultimo disco di Niccolò Fabi, bisognerebbe utilizzare l’aggettivo “intimo”. Una somma di piccole cose è un album raccolto, individuale ma non individualista, che scruta i sentimenti profondi dell’artista e dell’ascoltatore. L’atmosfera confidenziale emerge già dai titoli dei brani, come Le chiavi di casa o Facciamo finta, che evocano una dimensione chiusa in se stessa. La sensazione è confermata dalla graziosa confezione in digipack e dal libretto interno, che raccoglie due sole foto dell’artista, che, chitarra sulle spalle, passeggia con aria meditabonda in un sentiero in mezzo al bosco.
Basterebbe questo, basterebbe osservare il disco prima ancora di inserirlo nel lettore, per comprendere appieno in quali atmosfere si verrà calati. Come riportato nelle note interne, il lavoro è stato scritto, suonato e registrato dal solo Niccolò Fabi, che per l’occasione si è ritirato in un casolare a Campagnano di Roma nei mesi di febbraio-aprile 2016. Unico ausilio esterno quello dei cori; per il resto, Fabi ha suonato da solo tutte le tracce, prediligendo gli strumenti acustici. Si tratta di un disco dalle tinte folk, anche se estremamente contemporaneo nelle tematiche trattate; a me ha ricordato Nebraska di Springsteen e Bryter Layter di Nick Drake. La musica è un sottile tappeto che sostiene le liriche, tutte di buon livello. Prevale la chitarra acustica, con tracce di pianoforte e di elettronica, mentre mancano quasi del tutto le percussioni. Le canzoni sono nove, con una cover degli Hellosocrate, Le cose non si mettono bene.
Una somma di piccole cose è il canto di una generazione che, dopo essere stata illusa dalla società tecnocratica e dall'effimero benessere, vuole ritrovare le radici di sé. Ciò è evidente nel brano Ha perso la città, dove Niccolò tratteggia abilmente una metropoli italiana dei nostri giorni (leggasi Roma), evidenziando il punto cruciale dell’attuale disastro, che non è solo nella cementificazione selvaggia, quanto piuttosto nel fatto che si è perso il valore della comunità umana. Occorre dunque adeguarsi ad una Filosofia agricola, citando il titolo della quarta traccia. Il disco è arricchito da meravigliose ballate, come la nostalgica Facciamo finta, l’eterea Una mano sugli occhi e la sorprendente Le chiavi di casa, con testi sempre sopra la media. La canzone che dà il titolo all’album, invece, è una vera e propria dichiarazione d’intenti, un invito ad abbandonare i bisogni apparenti imposti dalla società dei consumi, in favore di una vita di piccole cose, quale ancora di salvezza e strumento di felicità. Il disco si chiude con una enigmatica canzone, Vince chi molla, dove di fatto viene rovesciato il mito dominante dell’essere vincenti ad ogni costo.
Alcuni recensori, commentando questo lavoro, hanno parlato di piena maturità artistica per Niccolò Fabi. Non conosco sufficientemente  la discografia del cantautore per potermi esprimere al riguardo. Di certo, è un gran bel disco, che si lascia ascoltare e assimilare, che intrattiene piacevolmente e al tempo stesso fa riflettere.

17 maggio 2016

Quattro buoni motivi per leggere ancora Martin Mystère

Martin Mystère è una delle serie a fumetti più longeve del panorama nazionale, nata dalla creatività e dall’ironia di Alfredo Castelli. Edita ininterrottamente dal 1982, prima mensile e oggi bimestrale, si appresta a festeggiare i trentacinque anni di carriera, anniversario che più o meno coinciderà con il numero 350 della serie regolare.
Per chi non la conoscesse, è possibile in questa sede dare soltanto poche informazioni, utili per farsi un’idea. Martin Mystère, a differenza di molti eroi dei fumetti, è un personaggio ben calato nel mondo contemporaneo, un uomo che vive tutte le contraddizioni della nostra epoca. Risiede a New York, dove esercita la professione di scrittore “di cose misteriose” e di presentatore di un programma televisivo che si chiama, guarda caso, “I misteri di Mystère”. Non è un archeologo e neppure un professore, quantomeno nell’accezione accademica del termine; eppure, talvolta riveste i panni dell’uno e dell’altro. Possiede una cultura smisurata, che ricomprende le più varie branche del sapere: arte, letteratura, storia, archeologia, paleontologia, geografia, fisica, glottologia e innumerevoli altre. Viene spesso chiamato ai quattro angoli del globo per risolvere i “mysteri” che affliggono l’umanità, che egli svela (anche se non sempre) grazie alle sue formidabili doti. Per chi volesse saperne di più, è presente una ricca pagina in proposito su Wikipedia.
Ciò che a me preme sottolineare, soprattutto per chi già conosce le avventure di Martin Mystère, sono le ragioni che possono ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni, spingere un potenziale lettore ad acquistare il fumetto. A mio avviso, sussistono almeno quattro ottimi motivi.
Il primo è una delle chiavi del successo della serie, che all’epoca del suo esordio era davvero innovativa (e in parte lo è ancora). A differenza degli eroi del fumetto classico, Martin Mystère è un paladino dell’intelletto e non della forza. Egli non disdegna una sana scazzottata, ma odia profondamente la violenza. Ama affrontare gli enigmi e persino i nemici più con la ragione che con l’azione. La prevalenza dell’intelletto sulla brutalità lo porta a dilungarsi in digressioni colte, che, se possono apparire pedanti, costituiscono una delle peculiarità del personaggio.
In secondo luogo, Martin ci insegna a non accettare mai le verità preconfezionate, ad indagare cosa si nasconde sotto l’apparenza e la verità ufficiale, che spesso è solo una menzogna di comodo. Non a caso i suoi principali antagonisti sono gli “Uomini in nero”, membri di una setta oscurantista che vuole nascondere la genuina storia dell’umanità, in modo da non mettere in discussione l’attuale status quo economico e politico, perpetuandolo. L’insegnamento di Mystère è tanto più utile in un’epoca quale la nostra, in cui tutti possiedono le stesse informazioni, in cui verità e menzogna spesso si propagano alla stessa velocità grazie ad internet, sì che non è più possibile discernere l’una dall’altra.
In terzo luogo, la serie a fumetti insegna ai suoi lettori il valore dello studio, la decisività dell’approfondimento, l’importanza di impostare la propria vita come una lunga ricerca.
Infine, Martin Mystère è un uomo senza pregiudizi, un cittadino del mondo che odia ogni forma di razzismo o prevaricazione; lo dimostra il fatto che il suo migliore amico e assistente è Java, un vero e proprio uomo di Neanderthal. Le avventure del professor Mystère consentono così al lettore di viaggiare per il mondo senza preconcetti, di conoscerne usi, costumi, culture e popoli.
Oggi si parla tanto di crisi del fumetto, specialmente per le serie più longeve, che hanno perduto un po’ dello smalto di un tempo. La sfida più grande, però, resta quella di valorizzare testate come Martin Mystère, che oramai fanno parte della cultura nazionale, per non lasciare che si disperda il patrimonio di cui sono portatrici. Soprattutto per le nuove generazioni, così omologate e incapaci di una “ricerca mysteriana”.
Logo della testata, dal sito Sergio Bonelli Editore

2 maggio 2016

Pino Daniele, la libertà e il richiamo della terra

Terra mia (1977) è un disco prettamente partenopeo, forse imperfetto come la città che descrive, ma certamente sentito, ben scritto, radicale, di grande potenza espressiva. É raro trovare nella musica italiana un esordio così chiaro e preciso negli intenti. Con ciò non voglio dire che si tratta del miglior LP di Pino Daniele; personalmente preferisco il terzo, il celebre Nero a metà, in cui si approfondisce il marchio di fabbrica dell’artista da poco scomparso, il felice connubio tra musica popolare, rock e blues. Terra mia resta però un album perfettamente compiuto, organico e coerente, un risultato stupefacente se si pensa che Daniele aveva soltanto ventidue anni quando lo registrò, meno ancora quando lo compose.
Si potrebbe dire che si tratta di un concept, perché tutte le canzoni, sia pure non legate propriamente tra loro, raccontano la stessa secolare storia, quella della città di Napoli e dei suoi abitanti. Sono tredici quadretti di vita partenopea, di respiro quasi letterario, tanto che non è azzardato affermare che il corrispettivo narrativo del disco è la raccolta di novelle L’oro di Napoli di Giuseppe Marotta. Sia Daniele che Marotta hanno raccontato la Napoli dei vichi e dei bassi, arrabbiata e al tempo stesso assuefatta al proprio destino.
Terra mia trae le proprie radici dalla tradizione della musica popolare, su cui vengono innestati echi provenienti da altri mondi, dando vita ad una primigenia fusion. La base del disco è dunque il folk, ma vi sono tracce di quella che sarà la forma musicale più originale dell’artista partenopeo, il ponte che unisce  Napoli con l’America. Pino Daniele suona quasi tutto: chitarra elettrica, classica, acustica, mandola e mandolino. Lo accompagnano musicisti di prim’ordine: Rosario Iermano alla batteria, Enzo Avitabile ai fiati e Rino Zurzolo al basso.
Apre le danze la celeberrima Napule è, pezzo straordinario non solo dal punto di vista musicale, ma anche e soprattutto lirico, perché bastano pochissimi versi per descrivere compiutamente l’anima più profonda della città. Segue un altro classico del repertorio, ‘Na tazzulella ‘e cafè, in cui, con tono abilmente ironico, vengono sbeffeggiati i potenti che si spartiscono la città, mentre il popolo viene ammansito a panem et circenses, anzi a cafè et circenses. Altro capolavoro è la quarta traccia, Suonno d’ajere, che si presenta nella forma di uno struggente dialogo tra il popolo e Pulcinella, accusato di non essere più quello di una volta, di essersi tolto la maschera e di non voler far più ridere grandi e piccini, costringendo la gente a pensare. E Pino Daniele, che per l’occasione veste i panni del novello Pulcinella, fa valere le sue ragioni: non è vero che ha abbandonato il suo popolo, sono le urgenze del momento storico che gli impongono di gettare la maschera e di assumere un atteggiamento critico, perché è tempo di svegliare la gente, che dorme il sonno beato dell’impotenza. Gli altri brani raccontano vividi episodi della vita quotidiana dei bassi: il furtarello commesso da due delinquenti di strada (Maronna mia), il venditore ambulante (Fortunato), il vecchio che cammina in riva al mare da solo, consumando il dolore della vedovanza (Cammina cammina), le cantilene delle donne affacciate alle finestre (Saglie, saglie).
Una menzione speciale meritano le ultime due tracce. ‘O padrone è forse il brano musicalmente più complesso, retto dalla chitarra elettrica e da una pimpante sezione ritmica, che anticipa temi e suoni della successiva produzione di Daniele. Chiude il disco la tormentata Libertà, con quei versi iniziali che da soli valgono il prezzo del biglietto:
Chiove 'ncoppa a 'sti palazze scure,
'ncoppa 'e mure fracete d'a casa mia,
tutt'attuorno l'aria addora 'e 'nfuso.
Chi song'io che cammine 'mmiezo 'a via 
parlanno 'e libertà.
  

21 aprile 2016

La rabbia come passione d'amore: riflessioni su due romanzi di Carlo Castellaneta

Undici anni separano i romanzi Una lunga rabbia (1961) e La paloma (1972) di Carlo Castellaneta, undici anni di profondi cambiamenti nel Paese, che passa dal sogno del benessere all’incubo del terrorismo. La cesura è tanto più evidente se, nel leggere le due opere, si segue la cadenza cronologica. Se è vero che nel secondo libro la scrittura dell’autore milanese si fa più matura, è altresì innegabile l’avanzare di un cupo pessimismo, di una totale disillusione verso il sistema. Si potrebbe dire che in Una lunga rabbia il germe della violenza è ancora contenuto, sì che lo stesso sistema si presenta nelle forme del datore di lavoro burbero ma bonario, aduso alle piccole meschinità a danno dei suoi sottoposti, che ancora possono covare una speranza nel cambiamento. Ne La paloma, invece, la violenza esplode in tutta la sua cieca brutalità, arrivando finanche all’omicidio politico.
Iniziando l’analisi comparativa dal primo romanzo, preme sottolineare una curiosa coincidenza: il libro di Castellaneta venne pubblicato nel 1961, nello stesso anno in cui nelle sale cinematografiche uscì Il posto di Ermanno Olmi. Simile la trama: un ragazzo della periferia milanese, lasciata la scuola, cerca un impiego stabile, il cosiddetto posto fisso, feticcio di un’esistenza libera dal bisogno. Identica la scenografia: la Milano in piena trasformazione degli anni Sessanta, divisa tra la sua più antica anima popolare e quella moderna degli affari, destinata infine a prevalere. Diverso è però l’animus dei due protagonisti. Domenico, il protagonista del film di Olmi, è un ragazzo di un’ingenuità disarmante, disposto ad accettare apaticamente le regole che gli vengono imposte, senza tentare una ribellione. Rico, il personaggio principale del romanzo di Castellaneta, invece, rifiuta di accettare i compromessi, contesta le regole stesse del sistema e cerca degli strumenti per opporvisi. Nessuno, tuttavia, si mostrerà sufficiente: né lo studio, né l’onesta, né il reato, né tantomeno l’arte, a lungo vagheggiata da Rico quale unica ancora di salvezza. E allora, che cosa rimane di vero in questo inestricabile groviglio che è il mondo? È il pittore Oreste, amico e mentore di Rico, a dare la risposta: soltanto un’infinita rabbia.
«Una lunga rabbia è una cosa grossa, che capita a pochi, come una passione d’amore. Di piccole rabbie, di capricci, siam buoni tutti. Ma una rabbia lunga, ragionata, coltivata giorno per giorno, che sia da sola una ragione per campare, non è facile averla.»
Eppure, nonostante l’apparente crudezza di queste parole, il libro lascia trasparire una sottile speranza, nella convinzione dei personaggi di riuscire prima o poi a conquistarsi il tanto agognato posto al sole.
La paloma, invece, è un libro più duro e pessimista, che riflette il clima degli anni in cui fu concepito e scritto. L’Italia è quella degli anni Settanta, dilaniata dagli scontri di piazza, dalla strategia della tensione e dalle trame eversive. Pietro, il protagonista del romanzo, è un ferroviere anarchico (un palese omaggio alla figura di Pinelli), che ha eletto la rabbia a ragione di vita. Egli, tuttavia, rifiuta la violenza, sia quella dei “compagni” che quella di Stato. L’ideale per cui combatte è puro, racchiuso in poche, efficaci immagini.
«L’anarchia è il bosco, la ragnatela, la foglia, amore della vita, rivoluzione dentro le cose. […] L’incendio che noi professiamo è dentro il cervello dell’uomo, mica dentro le caserme.»
La narrazione si snoda lungo tre piani, che rappresentano le tre dimensioni del protagonista: il lavoro, la famiglia e il circolo politico. Castellaneta adotta un’efficace scelta narrativa: l’io narrante del romanzo non è infatti Pietro, ma la moglie Lisetta, che descrive il marito in pagine pregne di commozione e di amaro disincanto. Eppure, nonostante Pietro sia una figura positiva e quasi luminosa, sarà destinato a soccombere, schiacciato da due violenze, che egli egualmente abiura: quella scientifica dello Stato borghese e quella irrazionale delle frange più estreme del movimento anarchico. Il libro si chiude così con un’immagine forte: le parole di vendetta vergate sui muri della città, a voler significare che non è possibile uscire incolumi dal circolo della violenza.
Lo scrittore Carlo Castellaneta (foto tratta da Repubblica.it)