23 aprile 2022

I primi quarant'anni di Martin Mystère

Con il numero 386 di Martin Mystère attualmente in edicola si celebra un piccolo miracolo editoriale, ancora più meritorio se pensiamo alla profondissima crisi in cui versano le pubblicazioni periodiche. Sono infatti trascorsi esattamente quarant'anni dall'aprile 1982, quando uscì Gli uomini in nero, primo celebre albo della longeva serie. Nel corso di questi otto lustri il mondo è cambiato e Martin Mystère ne ha seguito l'evoluzione politica, sociale e tecnologica. A differenza di altri personaggi che vivono in un'epoca indefinita o in un passato immutabile, come ad esempio Zagor, il Buon Vecchio Zio Marty è saldamente radicato nel presente. Quella che oggi può sembrare la normalità, nel 1982 fu invece una piccola rivoluzione. La serie ideata da Alfredo Castelli è stata infatti il trait d'union tra il fumetto bonelliano classico e le nuove creazioni degli anni Ottanta (Dylan Dog, Nick Raider) e Novanta (Nathan Never, Julia).
Il numero 386 si inserisce peraltro nella rinnovazione della serie cominciata esattamente un anno fa con il numero 375, che ha inaugurato il ritorno alla mensilità. Si è trattato di un ritorno alle origini, dato che la cadenza è già stata mensile fino al numero 278, per diventare poi bimestrale per quasi quindici anni. L'albo in edicola, intitolato I suoi primi 40 anni, riunisce le caratteristiche di entrambi i formati. Come i bimestrali, è un “balenottero”, ossia un volume di circa 160 pagine. Come nei nuovi mensili, invece, la storia inedita è sviluppata in poco più di settanta tavole, mentre il resto delle pagine è occupato da redazionali e da un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi.
Due le iniziative legate al quarantennale che ne fanno un albo celebrativo. La prima è la storia inedita, che finalmente propone un'avventura risalente agli albori della carriera di Martin, spesso accennata eppure mai raccontata nei minimi dettagli: il mystero noto come “il fantasma del Topkapi”. È una storia che si è svolta a Istanbul nel 1982 e che è valsa a Martin una grande popolarità in Turchia. Dopo quarant'anni esatti, il nostro eroe ritorna negli stessi luoghi per dipanare i punti oscuri di una vicenda interrotta e mai del tutto chiarita. Come sempre quando si tratta di albi speciali, soggetto e sceneggiatura sono curati dallo stesso Castelli, mentre le tavole sono illustrate da Alessandrini, Torti e Orlandi. La storia è avvincente ma richiede una seconda lettura per poterne cogliere tutte le sfumature.
La seconda chicca dell'albo è nelle sessantaquattro tavole finali di Operazione Arca in una veste inedita. Come noto, Op
erazione Arca è il titolo del terzo albo della serie, uscito nel lontano giugno 1982. Non tutti sanno, però, che in origine il personaggio doveva chiamarsi Doc Robinson ed essere inglese. Il nome fu però “bruciato” dall'uscita nelle edicole italiane della rivista a fumetti Robinson, che impose un cambio alla Bonelli. Per il quarantennale Alfredo Castelli ha deciso di rispolverare e regalare ai lettori storici una versione inedita di Operazione Arca, quella con protagonista Doc Robinson. Abbiamo così modo di rileggere questo breve capolavoro in una veste inedita, arricchita da un editoriale dello stesso Castelli che svela i retroscena delle vicissitudini che portarono al cambio del nome in corsa, quando già erano stati completati e quasi mandati in stampa gli albi a nome Doc Robinson. Inutile ribadire che Operazione Arca è una storia breve e tuttavia perfettamente compiuta, scritta e disegnata con uno stile classico eppure moderno, che tanti lettori storici del BVZM apprezzerebbero tuttora. 
Il numero 386 è anche l'occasione per tirare le somme del “nuovo” Martin Mystère, a distanza di un anno dal ritorno alla mensilità. A mio avviso ci sono soprattutto luci, ma anche qualche ombra. Le storie a fumetti e i redazionali sono i punti di forza del nuovo corso. Quanto alle storie, il numero inferiore di pagine a disposizione velocizza il ritmo della narrazione, riducendo al minimo le prolissità e le vignette eccessivamente verbose. I redazionali scritti da Castelli sono sempre interessanti, il giusto approfondimento alle questioni affrontate nella storia a fumetti. Le ultime dieci pagine di ogni albo sono invece dedicate a un romanzo a puntate di Andrea Carlo Cappi. Con il numero 386 si è concluso il primo romanzo, intitolato Il potere del falco. La storia è indubbiamente valida, appassionante e ricca di rimandi colti, letterari e cinematografici. Tuttavia, non è di mio gradimento la scelta di suddividerla in puntate, togliendo spazio alle tavole a fumetti. Sarà un mio limite, ma ho fatto molta fatica a ricordare una storia “spalmata” su dodici puntate mensili, né è pensabile che il lettore ogni volta riprenda in mano gli episodi precedenti per fare un ripasso generale. Inoltre, l'impressione è che con questa scelta editoriale siano state sottratte pagine al fumetto, ridotto dalle circa 150 tavole del bimestrale alle attuali 77 del mensile. Forse sarebbe stato opportuno allegare l'intero romanzo a un unico albo, anche con un sovrapprezzo. Credo che tale soluzione avrebbe reso maggiore giustizia all'opera in prosa e dato più spazio alle storie a fumetti, che è poi ciò che desidera chi da anni acquista Martin Mystère. Ad ogni buon conto, l'operazione sarà ripetuta, sia pure con una formula parzialmente diversa, a partire dal prossimo numero, fino all'albo 400. Restiamo in attesa e intanto facciamo i migliori auguri a Martin per questi primi quarant'anni di vita editoriale.
Martin Mystère n. 386 - I suoi primi 40 anni - aprile 2022

10 aprile 2022

"La donna in bianco" di Wilkie Collins: la rivincita del romanzo vittoriano

Ci sono libri che ti prendono a tradimento: si presentano sotto mentite spoglie, nascondendosi dietro un'apparenza dimessa, per poi rivelare a poco a poco la loro natura. Rientrano in questa categoria alcuni corposi romanzi dell'Ottocento, originariamente pubblicati a puntate su qualche rivista destinata a un pubblico di estrazione borghese. Chi scriveva questi romanzi, cosiddetti di appendice, sapeva come tenere i lettori incollati alle pagine. Bastava infarcire le storie di amori scabrosi, tradimenti, inganni, scambi di persona, finte morti e resurrezioni, qualche elemento soprannaturale, e il gioco era fatto. Molti di questi libri non sono sopravvissuti alla fine dell'epoca in cui vennero concepiti, e oggi sono a malapena ricordati da qualche archeologo da mercatino dell'usato. Altri, invece, sono tuttora stampati e incontrano nuovi e fedeli ammiratori.
Mi sono approcciato a La donna in bianco di Wilkie Collins (1824-1889) con qualche pregiudizio, sebbene la stretta amicizia del suo autore con Charles Dickens fosse già di per sé una sufficiente garanzia. Uscì a puntate sulla rivista All the year round tra il 1859 e il 1860, nella migliore tradizione del feuilleton. Fu, manco a dirlo, uno strepitoso successo di pubblico. Anche io ne sono stato prima ammaliato e infine conquistato, ansioso di conoscere la conclusione dell'intricata vicenda. Al pari degli antenati di un secolo e mezzo fa, ho sofferto e gioito assieme ai protagonisti, mi sono rammaricato dei loro dispiaceri e ho tirato un sospiro di sollievo a ogni pericolo scampato. Leggere La donna in bianco è un'esperienza che definirei "ottocentesca", sebbene l'aggettivo non abbia alcun significato proprio. Eppure non mi viene in mente parola migliore. Fatto sta che il volume scorre nonostante le oltre seicento pagine, ti invischia in un intreccio dai tratti parossistici, dalle tinte fosche e rosa, una via di mezzo tra una telenovela e un giallo. Mi scuso se sembro sarcastico, perché non è mia intenzione. In verità provo grande ammirazione e rispetto per la mente che ha saputo concepire una storia così avvincente, in grado di ammaliare i lettori a distanza di un secolo e mezzo dalla sua pubblicazione. La società di cui parla Collins non esiste più, il mondo dominato da un'aristocrazia vacua e sciovinista si è dissolto sotto le picconate della democrazia e dell'egualitarismo, eppure questo volume ha ancora tanto da dirci. Un classico che più classico non si può, sebbene non sia universalmente conosciuto al pari di altre opere di minore levatura.
Riassumere in poche righe la trama non avrebbe senso e sarebbe persino fuorviante. Basti dire che la complicata vicenda si snoda tra la caotica Londra e le placide campagne dell'Hampshire e del Cumberland. Proprio in quest'ultima regione, in un'avita dimora conosciuta come Limmeridge House, vivono Laura e Marian, sorelle per parte di madre. La prima è dolce e sensibile, erede di una grossa fortuna e promessa in sposa al bieco Sir Percival Glyde. La seconda è forte ed energica e vive solo per amore della sorella, il cui benessere è l'obiettivo della sua vita. L'arrivo nella casa di un maestro di disegno, Walter Hartright, sconvolge il cuore di Laura, gettando pesanti ombre sul suo prossimo matrimonio. A scompigliare ulteriormente le carte, una misteriosa donna vestita completamente di bianco, che appare e scompare all'improvviso e sembra essere indissolubilmente legata a un terribile segreto del passato di Sir Glyde. Su queste basi piuttosto classiche ha inizio un turbinio di avvenimenti che si dipanano pagina dopo pagina. 
Terminata la lettura, mi sono chiesto cos'è che più affascina di questo romanzo, quali sono i punti di forza al di là della trama e dei colpi di scena. Ritengo che le ragioni del suo successo siano principalmente tre. La prima risiede nella tecnica narrativa utilizzata: Collins optò infatti per un racconto a più voci. Non c'è un unico narratore onnisciente, sono gli stessi personaggi ad alternarsi nell'esposizione dei fatti secondo quanto è di loro conoscenza. Ciascuno narra un pezzo della storia, attraverso memoriali, resoconti, testimonianze e pagine di diario. A differenza di ciò che si potrebbe pensare, l'intreccio non risulta ostico o appesantito; anzi, La donna in bianco è un racconto corale perfettamente riuscito. Altro pregio è la modernità del linguaggio: la scrittura è scorrevole, non si dilunga in particolari non necessari, è perfettamente funzionale all'intenso incedere della trama. Tra tutti gli scrittori dell'epoca vittoriana, Collins è forse il più moderno. Il suo stile essenziale non indulge in ampollose divagazioni, né quando descrive i luoghi, né quando si addentra nell'animo dei personaggi. Questi ultimi sono il terzo, grande punto di forza del libro. Tutti sono perfettamente delineati, dai protagonisti alle figure di contorno. Collins dimostra una encomiabile capacità di approfondimento psicologico, che rende credibili tanto i protagonisti quanto i personaggi minori. Su tutti, svetta l'italianissimo conte Fosco, il vero "cattivo" del romanzo. A lui voglio dedicare le ultime righe di questa recensione. La sua è una figura straordinaria, oserei dire monumentale, destinata a rimanere impressa nella mente del lettore, sebbene qualcuno potrebbe obiettare che incarni tutti gli odiosi pregiudizi degli inglesi verso gli italiani. È un gentiluomo impeccabile che segue una propria discutibile morale: è scaltro, voltagabbana, astuto, un finissimo pensatore e al tempo stesso un uomo d'azione. Il conte Fosco è capace al contempo di grandi infamie e disinteressati gesti d'altruismo: egli è la somma di mille contraddizioni e per questo è la prova tangibile della straordinaria penna di Wilkie Collins.

29 marzo 2022

Il canto del cigno della commedia all'italiana: "Lo zio indegno"

Franco Brusati è stato un regista che ha attraversato senza grandi clamori la più feconda stagione del cinema nostrano. Tra gli anni Cinquanta e Ottanta ha diretto appena otto lungometraggi, sebbene la sua carriera di sceneggiatore sia stata molto prolifica. È ricordato principalmente per lo struggente Pane e cioccolata, inserito nella prestigiosa lista dei "100 film italiani da salvare". L'ultima sua fatica dietro la macchina da presa è stata invece una commedia solo all'apparenza leggera, Lo zio indegno, uscita nelle sale nel 1989.

Lo zio del titolo è Luca, interpretato da Vittorio Gassman. Luca è un professore in pensione, scapolo, indolente e guascone. Non ha perso la spensieratezza dei vent'anni e trascorre le giornate in compagnia di giovani amiche e amanti, oppure in solitaria nella sua disordinata mansarda da bohémien fuori tempo massimo, circondato dagli amati libri di poesia. Il nipote è il serioso Riccardo (Giancarlo Giannini), quasi cinquantenne, un facoltoso imprenditore sposato con prole. I due si erano persi di vista da decenni, ma il ricovero ospedaliero di zio Luca per un malore diventa l'occasione per riallacciare i rapporti. Riccardo si offre disinteressatamente di aiutare lo zio, fino a coinvolgerlo nuovamente e con esiti imprevedibili nella sua vita.
Brusati mette in scena la tematica del contrasto, vero filo conduttore della pellicola. Riccardo e zio Luca rappresentano due mondi opposti e apparentemente inconciliabili. Il primo è operoso, serio, rispettato e rispettabile, un self-made man ancorato alla solida realtà e al denaro. Il secondo è ozioso, buffonesco, screditato dai suoi simili, un Peter Pan ancorato all'evanescente sostanza di cui sono fatti i sogni.
Si potrebbe affermare che Lo zio indegno sia il canto del cigno della commedia all'italiana, uno spartiacque tra il cinema politico del passato e le pellicole disimpegnate degli anni a venire. È forse uno dei migliori resoconti di un'epoca più spensierata e felice dell'attuale, quegli anni Ottanta in cui un'Italia ottimista usciva dal tunnel del terrorismo e si scopriva nazione di successo all'apice del benessere. Riccardo è il simbolo di quella storia di successi: è titolare di una solida impresa, ha una villa zeppa di diavolerie elettroniche, guida l'ammiraglia Alfa 164, cena in ristoranti di lusso. Egli nasconde però un profondo male di vivere. Ecco perché il lungometraggio, pur non potendo definirsi "d'impegno", è solo all'apparenza leggero, come dimostra l'amaro finale. Non lo si può dunque completamente sciogliere da una connotazione, sia pur latamente, politica. Se infatti la politica è visione di vita e prassi dell'agire quotidiano, ne Lo zio indegno si contrappongono due punti di vista sul mondo, ciascuno portatore di una propria verità. Inevitabilmente l'antitesi è impersonata dai due granitici protagonisti, mentre gli altri personaggi si limitano a ruoli di contorno e quasi macchiettistici. La prospettiva da cui lo zio Luca guarda il mondo è teneramente anarchica, quasi innocente nel suo fantasticare. Viceversa, Riccardo è inquadrato negli schemi rigidi della rispettabilità borghese, che non ammette travalicamenti. Certo c'è il rovescio della medaglia: zio Luca è solo e quasi povero, costretto persino a illegali sotterfugi pur di tirare avanti, mentre Riccardo ha nella famiglia e nel denaro i monolitici punti di riferimento. L'occhio del regista indugia con delicatezza sui due caratteri, senza parteggiare per l'uno o per l'altro. Anzi, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, Brusati è indulgente specialmente con il nipote Riccardo, cui si deve la drammatica rivelazione finale durante una telefonata con la moglie.
«Mi piaci tu, la mia casa, la mia famiglia, la mia religione, il lavoro, i soldi, mi piace tutto. Solo che forse, di vita ce n'era anche un'altra, chissà»
Il nipote riconosce che esiste un'altra via, un'esistenza più libera e meno assillata dalle ansie del quotidiano, quella che i suoi genitori e parenti avevano liquidato come “indegna”, ossia la vita dello zio Luca.
Ho preferito concentrarmi sul profilo ideologico del film, non essendo un critico cinematografico. In merito agli aspetti tecnici, mi limito a segnalare la magistrale interpretazione di Gassman e Giannini, semplicemente perfetti nel ruolo: le smorfie e le risate di Gassman sono il contraltare della serietà e dei sorrisi trattenuti di Giannini. Lo zio indegno, nonostante la comicità forzata di alcune scene, è una pellicola piacevole, che fa sorgere nello spettatore un drammatico interrogativo: nella vita avrei potuto scegliere un'altra strada?
Copertina del DVD

17 marzo 2022

"Seminario sulla gioventù" di Aldo Busi: un classico contemporaneo

«Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela tanto presa per così poco, e anch'io ho creduto fatale quanto si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci.»
Così scriveva Busi nel poderoso incipit di Seminario sulla gioventù, suo primo romanzo pubblicato nel 1984. Leggendolo mi sono tornate alla memoria le parole, altrettanto incisive, che concludono un'opera poco nota, tra le più intense della letteratura italiana del Novecento: Viaggio attraverso la gioventù di Lorenzo Montano. Entrambi gli autori analizzano retrospettivamente le passioni che hanno incendiato la loro giovinezza, sebbene sia differente l'atteggiamento di fondo: ironico e distaccato Busi, malinconico e partecipato Montano, che chiude così il suo libro.
«Ma come: alcune notti laboriose, alcune pazze, l'uno e l'altro compagno, qualche viso e corpo di donna, qualche paese corso di sghembo, e quell'attesa, quell'impazienza incessanti: questo breve tumulto d'ombre cose passioni, incoerenti, fuggite, sarebbe stata la gioventù? Essa proprio.»
Viene da chiedersi se Busi abbia letto Montano e ne sia rimasto affascinato; sarebbe auspicabile che prima o poi qualcuno glielo domandasse. Abbandonando questa digressione, vale la pena ricordare che il Seminario fu un esordio dirompente e divisivo, destinato a lasciare il segno e a influenzare la successiva produzione dello scrittore di Montichiari. Facendo un parallelismo tra le vicende del protagonista e quanto l'autore ha narrato della propria infanzia e adolescenza, verrebbe da pensare che si tratti di un'autobiografia. Busi lo ha sempre negato, precisando che è un'opera letteraria e come tale di fantasia. Se ciò risponde certamente al vero, non può tuttavia negarsi che il libro profumi di vissuto, di vita vera che emerge prepotentemente da ogni pagina, inebriando il lettore. Opera di fantasia però ricca di spunti autobiografici, di vicende reali impresse nella mente dell'autore che le ha poi rielaborate, trasfigurate, riadattate attraverso una riuscita operazione di chirurgia letteraria.
Il protagonista è Barbino, terzo di quattro figli, omosessuale nato in una famiglia modesta, anaffettiva, tra gente abituata a chinare la testa e tirare la cinghia in un quotidiano abbrutimento fisico e morale. Il padre è un gaudente nullafacente, violento e con simpatie fasciste. La madre è una donna incapace di amare, che sgobba dalla mattina alla sera inseguendo il miraggio di una vecchiaia meno misera, di morire con un tetto sulla testa che sia di proprietà e non nell'ennesima casa in affitto. I fratelli sono due ottusi incapaci di vedere oltre il limitato orizzonte del loro sguardo. Barbino però è diverso e non solo per il suo orientamento sessuale che lo rende alieno in paese e in famiglia: lui vuole fuggire, uscire dalla gabbia in cui è nato e tentare una disperata affermazione di sé nel mondo. Come nella migliore tradizione della narrativa picaresca, Barbino viaggia: Lille, Parigi, Milano, la Svizzera, di nuovo Parigi e infine Londra, dove lo lasciamo al termine delle sue peregrinazioni. Ovunque vada, abbandona una parte vecchia di sé, una porzione stantia e superata del passato. Il Seminario si inserisce dunque nella grande tradizione del romanzo di formazione, pur con le dovute cautele. Mentre nel bildungsroman classico il protagonista accresce il proprio io in esperienze, Barbino matura nella misura in cui abbandona la parte più istintiva di sé, raffinandosi per consunzione. Arriva a Parigi già smaliziato, scaltro, pratico delle cose del mondo nonostante sia nato nelle campagne della Bresciana. Va via dalla Francia depurato, spoglio di quella corazza di cinismo e irriverenza che si era costruito addosso per proteggersi da una società che l'aveva emarginato. Ha ragione chi ha parlato di una "autoeducazione selvaggia": Barbino si forma da sé, sperimentando la fame, le botte, la miseria, la malattia, la promiscuità sessuale e il rifiuto.
«Forse non ho fatto altro che cercare di espiare per aver preferito la concreta razionalità del mio egoismo in carne alle ragioni in polvere di chi al suo dolore ha dato gli argini del fantasma che ha potuto.»
Di fronte a una figura così quadrata e consapevole, gli altri personaggi assurgono al ruolo di maschere, sebbene siano tutti ben delineati e vitali. Busi li disegna con un pennello tagliente, spietato e al tempo stesso ironico, evidenziandone senza pietà vizi e difetti. Si pensi alle figure del Colonnello, del padre di Barbino e della parigina Arlette, come comprenderà al volo chi ha già letto il libro.
Le prime cinquanta pagine mi hanno messo a dura prova, per via di una scrittura densa, piena, colta e ritmata, che avvolge il lettore e quasi lo sovrasta. Una volta prese le misure con lo stile di Busi, la lettura procede speditamente. Le pagine sono ricche di monologhi e soliloqui del protagonista, che dimostra una profonda capacità di autoanalisi. D'altronde, il titolo scelto da Busi fa pensare a un saggio piuttosto che a un romanzo, come se la sua intenzione fosse di andare oltre la mera narrativa d'intrattenimento.
A distanza di quasi quarant'anni dalla pubblicazione, Seminario sulla gioventù si è guadagnato il titolo di classico contemporaneo. Recentemente è stato ristampato dalla BUR, in un'edizione riveduta dallo stesso Busi con oltre quattrocento correzioni, tanto che si è parlato di una vera e propria riscrittura.

6 marzo 2022

Roma da (ri)scoprire n. 5: ciò che resta del "piccolo Colosseo"

Chi percorre il caotico Viale Castrense in direzione San Giovanni provenendo dalla Tangenziale Est, in prossimità dell'incrocio con Via Nola ha modo di intravedere sulla destra una struttura quasi interamente inglobata nelle Mura aureliane, che tuttavia mantiene la propria identità. Si tratta dei resti dell'Anfiteatro Castrense, l'unico anfiteatro conservato a Roma, sia pure parzialmente, assieme al ben più celebre Colosseo.

Oggi ciò che rimane dell'antica arena funge da muro di cinta dell'orto del convento adiacente la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, costruita a ridosso delle Mura aureliane. Dove una volta si tenevano i ludi, oggi sorge un angolo di paradiso verde curato dai monaci dell'antico convento fondato da Benedetto VII intorno al 980 d.C.
La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme
L'orto/giardino del convento
Il muro di cinta dell'orto, che si congiunge con l'Anfiteatro

L'Anfiteatro Castrense è di età severiana, dunque di poco precedente le mura in cui è stato inglobato. Date le sue notevoli dimensioni (88x75 m), è considerato uno dei monumenti più importanti e imponenti incorporati nella cinta. Secondo la tradizione, lo fece costruire l'eccentrico imperatore Eliogabalo, in posizione sopraelevata all'interno degli Horti Variani. L'aggettivo castrense deriverebbe dal termine castrum, inteso però come residenza imperiale; potremmo pertanto definirlo “l'anfiteatro della dimora dell'imperatore”. Secondo le ricostruzioni degli archeologi, era di forma ellittica con l'arena al centro circondata dalla cavea, ossia le gradinate ove sedeva il pubblico. L'edificio poteva contenere più di tremila spettatori. Si pensa che ivi si svolgessero sia i giochi dei gladiatori che le venationes, ossia le cacce di animali. All'esterno aveva tre piani corrispondenti ad altrettanti ordini. Gli ingressi erano quattro, compreso quello celebrativo destinato all'accesso dell'imperatore. Venne costruito interamente in laterizio e presentava quarantotto arcate inquadrate da semicolonne corinzie; i pochi resti del secondo ordine sono invece scanditi da lesene, su cui poggiavano mensole di travertino con la funzione di sorreggere il velarium, ossia la tenda che proteggeva gli spettatori dal sole. Da scavi recenti si è appreso che l'arena aveva una dimensione di circa 70x50 metri, pavimentata con tavolati di legno mobili al di sotto dei quali c'erano i locali ipogei di servizio, destinati alla custodia degli animali e degli strumenti di scena.
L'Anfiteatro visto da Viale Castrense

La decadenza fu repentina. Con la costruzione delle Mura aureliane tra il 271 e il 275 d.C. l'anfiteatro fu inglobato nella cinta difensiva, perdendo definitivamente la sua funzione. Col passare dei secoli ciò che ne rimaneva subì ulteriori drastici ridimensionamenti. Sotto il pontificato di Paolo IV, intorno alla metà del XVI secolo, furono abbattuti il secondo e il terzo ordine nell'ottica di razionalizzazione del sistema difensivo della città. Ancora nel corso del XVIII secolo vi furono ulteriori interventi destinati a mutarne la fisionomia, per via dei lavori di ampliamento del contiguo convento dei monaci cistercensi, che installarono il loro orto/giardino nell'arena, come ci appare tuttora. Rimangono porzioni di fondamenta, le arcate murate, i capitelli in laterizio e il muro circolare di sostegno, che raccontano al distratto passante una storia affascinante di splendore, decadenza, morte e rinascita.
Le fotografie sono liberamente riproducibili, purché ne venga citata la fonte. Le informazioni di carattere storico sono tratte dai cartelli esplicativi presenti in loco, nonché dalla Guida d'Italia – Roma del Touring Club Italiano.


Particolari dell'Anfiteatro Castrense

22 febbraio 2022

"Words from the front", Verlaine fedele alla linea

Registrato al Blue Rock Studio di New York, Words from the front (1982) è il terzo album da solista di Tom Verlaine, dopo l'eponimo esordio nel 1979 e Dreamtime del 1981. Il disco è composto da sole sette tracce, tutte scritte dall'ex chitarrista dei Television, che ne ha curato anche la produzione. Ridotto il parterre dei collaboratori: Thommy Price alla batteria, Joe Vasta al basso e Jimmy Ripp alla seconda chitarra. Da segnalare, in Clear it away, la presenza di due ospiti d'eccezione come Jay Dee Daugherty, già batterista di Patti Smith, e Fred Smith al basso, vecchio compagno coi Television.
Words from the front è un disco che ha dato luogo a giudizi discordi, tra chi lo considera ripetitivo di schemi già sentiti nei precedenti album e chi invece lo ritiene un gradino sopra, un ulteriore perfezionamento di una tecnica personale e raffinatissima. Come spesso accade, la virtù sta nel mezzo. È indubbio che Verlaine le cose migliori le abbia fatte coi Television; non a caso, Marquee moon è un disco epocale e rivoluzionario, uno dei pochi che davvero possano definirsi seminali. Liberato dai lacciuoli che inevitabilmente ci sono in una band, il chitarrista statunitense ha cercato di seguire una propria strada senza tuttavia rinnegare il passato. Il risultato sono dischi da solista in cui emerge incontrovertibilmente quanto lui fosse la mente e il deus ex machina dei Television, il cui discorso prosegue idealmente anche dopo lo scioglimento. In Words from the front si alternano le due anime di Tom, diviso tra un passato ingombrante ma di successo e un futuro tutto da scrivere, senza tuttavia abbandonare gli stilemi di una tecnica chitarristica riconoscibile tra mille. E così, mentre il lato A richiama con ogni evidenza il recente passato, la seconda facciata è un coraggioso salto nel vuoto.
Il disco si apre con Present arrived, dall'incedere quasi funk, che si fonda sulla ripetizione ossessiva dello stesso giro di accordi a creare un effetto straniante. Da segnalare il gran lavoro alla batteria di Thommy Price, che di lì a poco sarebbe entrato nella band di supporto a Billy Idol. La successiva Postcard from Waterloo è un gioiello che ricorda smaccatamente le cose migliori a marchio Television, con un testo ricco di simbolismi. True story è un altro gran bel pezzo dalle atmosfere new wave: un tappeto essenziale di basso e batteria su cui si stagliano le scariche elettriche della chitarra. Il lato B si apre con la canzone che dà il titolo all'album. Qui, più che altrove, Tom mette in mostra le sue doti: il cantato passa in secondo piano, diventa quasi recitazione, mentre la chitarra si prende la scena con fraseggi puliti e due meravigliosi assoli. Coming apart è invece un mero intermezzo, che prepara il maestoso finale. Days on the mountain ci regala nove minuti di cavalcata nella mente di Tom. Stavolta la sua chitarra si eleva sopra un soffice tappeto elettronico, in un'esecuzione impeccabile, perfino leziosa. Qui siamo ben oltre il punk: è un pezzo di algida perfezione teutonica, dove tutto combacia senza strappi nonostante la lunga durata. Verlaine si muove con circospezione in un terreno ancora inesplorato, rimanendo però sempre fedele alla linea. C'è sperimentazione e innovazione, ma l'impressione è che tutto sia magnificamente sotto controllo.
Già solo il fatto che si tratta di un album di Tom Verlaine dovrebbe essere sufficiente per spingerci all'ascolto. Le intuizioni non mancano e ci sono almeno tre/quattro pezzi che meritano, su tutti la title track. Il vinile a suo tempo venne stampato anche dalla Virgin italiana, per cui si trova a prezzi più che accessibili. Ne consiglio l'acquisto, ma solo a chi ha già avuto modo di apprezzare i mitici Television.

10 febbraio 2022

"Third degree", l'avanguardia del mod revival

I Nine Below Zero sono uno di quei gruppi che potremmo definire "identitari", da decenni fedeli a se stessi, con un seguito non nutritissimo ma affezionato. Si formarono nel 1977 a Londra, su iniziativa del chitarrista e cantante Dennis Greaves. Si distinsero da subito per le performance dal vivo, in cui fondevano mirabilmente l'energia rhythm and blues con un'attitudine veemente mutuata dal punk. Notati dal produttore Mickey Modern, firmarono un contratto con la prestigiosa A&M, la stessa casa discografica dei Police, esordendo con un album live. Il periodo d'oro fu il biennio 1981-1982, costellato da apparizioni radiofoniche e televisive, numerosi concerti e due dischi in studio, Don't point your finger e Third degree. Sebbene non siano stati grandi successi commerciali – Third degree raggiunse al massimo la posizione n. 38 in classifica –, con questi due LP il gruppo guadagnò una certa popolarità, con una nicchia di pubblico che tuttora li segue con passione. Il 1983 fu l'anno dello scioglimento, seguito dalla reunion del 1990 e ulteriori uscite discografiche.
Third degree è probabilmente il loro migliore disco. Undici le tracce, tutte originali, cosa inusuale per le band R&B, che solitamente si cimentavano in reinterpretazioni dei grandi classici del genere. Sotto la sapiente guida di Mickey Modern e la produzione del prolifico Simon Boswell, i quattro che incisero presso i Wessex Studios erano Dennis Greaves (voce e chitarre), Brian Bethell (basso), Mickey Burkey (batteria e percussioni) e l'armonicista Mark Feltham. Il disco è uno dei capisaldi del mod revival e mescola sapientemente elementi ska, R&B e pub rock. Il suono è energico e muscolare: i Nine Below Zero, pur non carenti di tecnica, preferivano le soluzioni corali agli assoli, la ruvida sostanza alla leziosità. Ho parlato di mod revival, perché in effetti i quattro vestivano "smart but cheap" come i Jam, avevano il ritmo nel sangue al pari degli Specials e potevano permettersi di suonare in giacca e cravatta senza per questo essere meno credibili di fronte a un pubblico di estrazione prevalentemente operaia.
Il lato A si apre con Eleven plus eleven, un pezzo tiratissimo retto dal corposo basso di Brian Bethell. Si prosegue sulla scia del R&B con Wipe away your kiss, impreziosita da un assolo di chitarra, nonché la successiva Why can't we be what we want to be, in cui compare l'armonica di Feltham. Tearful eye è invece un blues viscerale, in cui si evidenziano tutti i fondamenti del genere. Il pezzo migliore è quello che chiude la prima parte, Egg on my face, un gioiello dalle tinte ska tutto da ballare. Qui, più che altrove, si nota il grandissimo lavoro al basso di Bethell, vero e proprio pilastro ritmico del gruppo. La seconda facciata è meno ispirata, come dimostra l'iniziale Sugarbeat, in cui si pasticcia un po' con l'elettronica. Per fortuna si torna ad alti livelli con Mystery man, un pezzo quadrato con la chitarra in evidenza e innesti di tastiera mai invasivi. Il resto dell'album scivola via piacevolmente, senza picchi ma tutto sommato coerente con l'impostazione primigenia della band.  
È indubbio che i Nine Below Zero avessero un bel tiro, espresso meglio dal vivo che su disco. Third degree, pur non essendo un LP memorabile, riesce tuttavia a trasferire su vinile un'idea di quello che riuscivano a fare durante gli infuocati concerti dell'epoca. D'altronde, non senza un pizzico di ironica immodestia, nei crediti è scritto che i quattro ringraziano "tutta la squadra che ci ha aiutato a diventare la migliore band live in circolazione". Restano dunque undici canzoni non eccelse, ma energiche e orecchiabili, che fanno venire la voglia di appoggiare la puntina sul primo solco ancora una volta.
Copertina e retro dell'edizione italiana (1982)

29 gennaio 2022

"Una banda di idioti" di John Kennedy Toole: una risata vi seppellirà

Ho già parlato altrove delle drammatiche peripezie che hanno condotto alla pubblicazione di questo romanzo. John Kennedy Toole (1937-1969) scrisse appena due libri, per giunta pubblicati postumi. Si suicidò nel 1969, all'età di trentadue anni, senza aver dato alle stampe un solo volume. La madre, con encomiabile pervicacia, tentò di far pubblicare un corposo manoscritto ritrovato nella stanza del figlio, proponendolo senza esito a diversi editori. Finalmente nel 1980, grazie all'intercessione dello scrittore Walker Percy che ebbe la pazienza di leggere quei fogli unti e ingialliti, Una banda di idioti vide la luce nelle librerie americane. Fu un successo straordinario di pubblico e critica, che valse allo sfortunato autore un Premio Pulitzer postumo, nel 1981. Tuttora è uno dei più celebri long-seller della letteratura statunitense.

Parlare del romanzo significa inevitabilmente girare intorno a Ignatius J. Reilly, il suo atipico protagonista. Ignatius ha trent'anni e vive a New Orleans, in una modesta casa di Constantinople Street, assieme alla madre vedova. Riconoscerlo è facile: ha i baffi, è grande e grosso, indossa sempre un cappello con paraorecchie, camicia di flanella, pantaloni larghi e una lunga sciarpa. Ignatius odia i suoi simili e l'epoca in cui ha avuto la sventura di nascere; per lui l'Illuminismo ha dato il via alla inesorabile degenerazione del genere umano, mentre l'età aurea dell'umanità è stato il Medioevo. Quando osserva le altre persone inorridisce, perché ritiene manchino di “geometria e teologia”. Suo mentore è Boezio, autore del De consolatione philosophiae, opera che venera come un testo sacro. Ignatius è dunque tutt'altro che un eroe nel senso classico del termine: è apatico, odioso, indolente, saccente, misantropo, misogino, omofobo, vagamente razzista, asociale, narcisista, convinto di essere portatore di una superiorità morale e intellettuale sugli altri uomini. Ciononostante, si finisce per amarlo.
La trama può essere riassunta in poche battute. Ignatius e la madre provocano un sinistro stradale e vengono identificati da un poliziotto. Il danneggiato richiede un cospicuo risarcimento, che rischia di far affondare le finanze già traballanti della famiglia Reilly. Tampinato dalla madre, Ignatius è costretto a cercare un lavoro, il primo della sua vita. Ha così inizio una sequela di esilaranti vicende, nelle quali si manifesta l'inevitabile scontro tra il mondo immaginario di Ignatius e la realtà da lui tanto odiata perché carente di teologia e geometria. Sebbene il romanzo possa essere vagamente ascritto al genere picaresco, più ancora delle peripezie del protagonista sono i personaggi di contorno a rimanere impressi nella mente del lettore. Una banda di idioti è una feroce satira sociale, un attacco sfrontato contro la società americana, condotto però attraverso l'arma dell'ironia. Tutti i personaggi sono a modo loro degli idioti, a partire dall'agente Mancuso, costretto dai suoi sadici superiori a ridicoli travestimenti pur di arrestare qualche malvivente. Spiccano il caustico Jones, perennemente nascosto dietro gli occhiali da sole e una cortina di fumo, il vecchio Claude fissato coi comunisti, il fido Gonzalez e la rimbambita signorina Trilly delle Manifatture Levy. E come dimenticare la nazista in pantaloni di pelle Lana Lee, la radical chic Myrna Minkoff, Santa Battaglia, Gus Levy e la stessa signora Irene, madre di Ignatius? Personaggi di contorno, eppure perfettamente delineati dall'incisiva penna di Toole.  
Una banda di idioti rappresenta uno di quei (pochi) casi in cui il successo postumo di un libro non dipende da un omaggio pietoso del pubblico nei confronti dell'autore prematuramente scomparso. È un'opera davvero emblematica, un'ironica invettiva contro tutte le istituzioni borghesi, la famiglia in primis. E invero, l'ironia è il punto di forza del romanzo, come peraltro osservato da tutti i critici. La prima parte si mantiene su livelli davvero esilaranti: si ride molto e di gusto. Dalla metà in poi si assiste invece a un'estremizzazione del personaggio di Ignatius, che rallenta la narrazione e ne raffredda la verve comica.
Un libro di tal fatta non potrebbe essere partorito dalla nostra epoca, ossessionata dal politicamente corretto a ogni costo. Verrebbe subissato di critiche, senza comprenderne fino in fondo l'anima dadaista, schiettamente nichilista, beneficamente sincera e liberatoria. Reilly lancia i suoi strali in egual misura contro il capitale e i lavoratori, è vagamente razzista eppure incita i neri alla rivolta, è omofobo ma vorrebbe un Presidente omosessuale, odia gli hippies eppure la sua unica amica è un'irriducibile figlia dei fiori. Ignatius in fondo è come tutti gli umani: una somma di contraddizioni. Odiarlo significherebbe essere più misantropi di lui.
Copertina dell'edizione italiana (Marcos y Marcos)

18 gennaio 2022

Slowly, l'elogio della lentezza

La mia diffidenza verso i social network non dipende dalla volontà di difendere la mia sfera privata, né è un pregiudizio ideologico. Non ho profili social perché non riesco a stare dietro alla mole potenzialmente infinita di informazioni che vengono scambiate quotidianamente. Riconosco che i social network siano uno strumento potente, immediato e veloce; eppure, proprio l'immediatezza e la velocità ne sono al contempo il punto debole. Ciò che viene pubblicato è effimero, destinato a essere dimenticato in brevissimo tempo. Tutto dura appena il tempo di uno sguardo annoiato e distratto: articoli, fotografie, pensieri, citazioni, immagini. Il bello e il brutto hanno la stessa vetrina, la medesima durata, identica esposizione. Si pensi all'utente medio di Instagram, che viene bombardato sulla bacheca da un numero pressoché infinito di immagini. Giocoforza, il tempo che è possibile dedicare a ogni post è limitatissimo, qualche secondo o poco più. Accade così che alcune immagini, che pure meriterebbero un posto d'onore, siano subissate da tonnellate di ciarpame. Velocità e immediatezza si traducono in un drammatico appiattimento dei contenuti. I social hanno volutamente rinunciato ai benefici della lentezza, in nome di una società dove impera la regola del tutto e subito.
C'è però un'applicazione che fa della lentezza la sua bandiera. Si chiama Slowly e già il nome è tutto un programma: significa infatti lentamente, con calma. Slowly non è un social network, né un'applicazione per incontri. A differenza dei primi, consente una comunicazione riservata solo tra due persone; a differenza delle seconde, lo scopo ultimo non è quello di incontrarsi. Anzi, i profili riportano soltanto il nome e un avatar: non c'è modo di inserire fotografie. In parole povere, Slowly è la versione contemporanea dei vecchi scambi epistolari con gli “amici di penna”. É uno strumento per scambiare lettere virtuali con utenti che appartengono ad altre culture, etnie, religioni, nazionalità. Basta creare un profilo anche senza informazioni personali, scegliere gli argomenti di interesse e una o più lingue che si conoscono. Non è possibile la ricerca nominativa dei corrispondenti, ma si può fare una selezione sulla base della lingua, dell'età, del sesso, della nazionalità o degli interessi. Per fare un esempio concreto, si potrà cercare un cinese interessato a parlare di calcio, oppure un messicano appassionato di archeologia. Individuato un utente con caratteristiche in comune, basterà inviargli una lettera. In alternativa, è possibile lanciare un messaggio in bottiglia: scrivere una missiva che sarà recapitata dal sistema a un utente a caso.
A questo punto entra in gioco la caratteristica principale di Slowly, ossia la lentezza. Le lettere impiegano tempi diversi per giungere a destinazione, a seconda della distanza tra mittente e destinatario. Ci vogliono cinque ore per inviare una lettera in Francia, diciassette per farla arrivare in India, venti per gli Stati Uniti, dodici per l'Uganda, ventiquattro ore per l'Indonesia o l'Australia, e così via. Naturalmente, la risposta impiegherà lo stesso tempo di viaggio.
I tempi sono dilatati anche per volontà degli utenti: chi si iscrive a Slowly è alla ricerca della lentezza. Scrivere una lettera non è come mettere una fotografia su Instagram: ci vuole tempo, dedizione, pensiero, attenzione. La risposta può arrivare dopo giorni, una settimana o persino un mese. Ci sono utenti che rispondono a distanza di settimane, ma non si tratta di un segno di disinteresse o maleducazione. C'è un patto tacito tra i corrispondenti: ciascuno accetta i tempi dell'altro, senza scomporsi. Questo desiderio di lentezza porta con sé una serie di vantaggi. In primis, non c'è spazio per chi ha cattive intenzioni. Slowly è un'isola felice nel mare magnum della rete: non ci sono disturbatori o molestatori, perché le caratteristiche dell'applicazione inibiscono queste categorie. In secondo luogo, su Slowly è facile trovare affinità. Proprio perché è un'applicazione diversa dalle altre, chi si iscrive condivide un sentire comune. Si parla di tutto ed è facile creare punti di contatto anche con persone molto lontane. Anzi, Slowly ci fa capire come bisogni, pensieri e sentimenti siano gli stessi a tutte le latitudini.
Come ben sa chi legge questo blog, non scrivo mai di tecnologia e mezzi di comunicazione. Eppure Slowly è qualcosa di diverso, che merita di essere divulgato: è un luogo virtuale dove ritrovare il piacere della scrittura e l'ansia positiva dell'attesa, dove assaporare le stesse sensazioni che provavano i nostri antenati quando vedevano il postino con una busta in mano.
I francobolli virtuali di Slowly

6 gennaio 2022

Atticus Finch, l'integrità dell'avvocato e la funzione sociale della difesa d'ufficio

Evito di recensire opere celebri per un preciso motivo: il mio commento puramente amatoriale nulla potrebbe aggiungere in termini di analisi critica. Tuttavia, se è vero che un classico è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire, è sempre possibile coglierne una nuova sfumatura. Il buio oltre la siepe è a tutti gli effetti un classico moderno, universalmente noto anche grazie a una fortunata riduzione cinematografica. Si è detto tutto di questo libro, considerato il manifesto antirazzista per eccellenza.

La vicenda è ambientata in Alabama negli anni Trenta del secolo scorso. Viene narrata attraverso gli occhi della piccola Scout, sebbene il vero protagonista sia il padre di quest'ultima, l'avvocato Atticus Finch. Il legale è un uomo retto, intellettualmente onesto, profondamente devoto alla sua professione. E proprio l'operato professionale di Atticus ci offre un'ulteriore (e poco approfondita) chiave di lettura del libro. Quando si parla del romanzo di Harper Lee, solitamente si dibatte su temi quali la discriminazione, il razzismo, il bigottismo e la miopia culturale della provincia americana. Si dimentica però un altro punto focale: Il buio oltre la siepe è un elogio del ruolo sociale dell'avvocatura, con particolare riferimento a quella funzione essenziale – e spesso negletta specialmente dalla politica – che è la difesa d'ufficio.
La vicenda al centro del libro è nota. Atticus Finch viene incaricato della difesa d'ufficio di Tom Robinson, un uomo accusato di violenza carnale. Oltre che per il tipo di reato, il caso è particolarmente spinoso per due ragioni. In primis, per quel delitto in Alabama è prevista la pena di morte. In secondo luogo, l'imputato è di colore mentre la presunta vittima è una diciannovenne bianca. Il calvario giudiziario di Tom Robinson va di pari passo con la gogna cui è sottoposto Atticus Finch, accusato di essere un “negrofilo”, un traditore della “razza bianca” e della sua presunta superiorità. Alla fine Robinson verrà condannato, nonostante l'esistenza di ragionevoli dubbi sulla sua colpevolezza; è un'ingiustizia enorme, eppure già scritta a causa del colore della pelle dell'imputato. Atticus è consapevole di essere diventato a sua volta un bersaglio della furia razzista, ma sa di non potersi sottrarre a un caso che involge la sua coscienza. Cerca così di spiegarlo agli increduli figli.
«Quel che posso dirvi è che quando tu e Jem sarete grandi, forse ripenserete a queste cose con compassione, e capirete che non ho tradito la mia famiglia, ma che se vi ho esposto a difficoltà, è stato perché non potevo fare diversamente. Questo di Tom Robinson è un caso che tocca direttamente il vivo della coscienza di un uomo.»
Attualizzando il discorso, potremmo dire che Atticus subisce la cosiddetta “macchina del fango”, la gogna mediatica che negli ultimi dieci anni ha assunto la forma dell'indignazione da social network. L'odio si trasmette dall'imputato al suo difensore, come se quest'ultimo fosse un correo e non un garante del giusto processo. Gli abitanti di Maycomb – non tutti, ma la maggioranza – accusano Atticus di difendere il reato e non il reo, di volersi ergere a paladino dei neri, nonostante sia risaputo che questi ultimi si fanno sovente sopraffare da istinti bestiali che li inducono a commettere reati. Un pensiero barbaro, senza dubbio; ma siamo sicuri che appartenga davvero al passato? Purtroppo non è così. Basta leggere i commenti sotto un qualsivoglia fatto di cronaca che sconvolge l'opinione pubblica. Quasi sempre l'avvocato diventa un bersaglio, attaccato con maggiore veemenza per il fatto di difendere il Tom Robinson di turno. C'è una parte dell'opinione pubblica, non dissimile dai benpensanti dell'Alabama, che non comprende l'enorme differenza che c'è tra il garantire la difesa tecnica e cercare escamotage per l'impunità, tra il difendere il reo e giustificare il reato. L'avvocato non difende il delitto, offre assistenza tecnica per garantire che il processo sia equo, cardine imprescindibile del moderno Stato di diritto. Viviamo purtroppo in un'epoca in cui il ruolo sociale dell'avvocatura è appannato dalla logica distorta di chi identifica difensore e persona difesa, di quanti, digiuni di cultura giuridica, vorrebbero che i processi si facessero senza avvocati.
La lezione di Atticus è valida ancora oggi, sebbene provenga da un'altra epoca e da un ordinamento giuridico profondamente diverso dal nostro. Atticus Finch è l'emblema del legale che assume un incarico spinoso non per lucrarci o guadagnare notorietà, ma per portare avanti una battaglia di civiltà e giustizia, sebbene sia consapevole in partenza di essere destinato alla sconfitta. E purtroppo, proprio per il fatto di essere stato un elemento essenziale dell'imperfetta macchina processuale, Finch subirà un duro colpo dalla condanna di Robinson.
«A un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia una ripercussione diretta sulla sua vita.»
Bisognerebbe dunque rileggere Il buio oltre la siepe secondo quest'ottica, per ridare valenza, agli occhi dell'opinione pubblica, alla funzione sociale dell'avvocatura, che molti colpevolmente negano o dimenticano.
Gregory Peck è Atticus Finch nel film (foto tratta da Wikipedia)