18 settembre 2020

"La promessa" di Friedrich Dürrenmatt: la morte del romanzo poliziesco

Raramente leggo romanzi gialli, non sono mai stato un appassionato del genere, salvo qualche incursione fumettistica (Nick Raider, Diabolik). Per Dürrenmatt faccio volentieri un'eccezione, forse perché non era un giallista puro, né i suoi romanzi possono essere confinati entro i ristretti limiti di un genere. Si leggano due capolavori come Il giudice e il suo boia e La panne: il caso da risolvere c'è, ma è un pretesto per affrontare problematiche giuridiche tra le più profonde, quali il rapporto tra colpevolezza e punizione, o il conflitto tra la verità processuale e le ingarbugliate implicazioni del reale. La promessa merita invece un discorso a parte, perché lo scrittore svizzero scopre subito le carte in tavola e annuncia già nel sottotitolo di voler scrivere un “requiem per il romanzo poliziesco”.
Gli scrittori di gialli, sostiene Dürrenmatt, ignorano colpevolmente il ruolo che la casualità gioca nell'intreccio del reale. Credono ciecamente nella ragione, aderiscono fideisticamente al mito dell'intelletto, quale unica forza in grado di decifrare misteri apparentemente insolubili. Per loro l'indagine è un affare squisitamente umano, un balocco della ragione, che da sola e senza l'aiuto di circostanze esterne sa dipanare il garbuglio. Sherlock Holmes è l'esempio tipico di questa impostazione. E invece lo scrittore svizzero ritiene che tale approccio sia fallace, o comunque riduttivo e insufficiente.
«Alla realtà si accede solo in parte con la logica. […] Spesso solo la fortuna o il caso intervengono in nostro favore. O in nostro sfavore. E invece nei vostri romanzi il caso non interviene mai, e se qualche elemento sembra casuale lo si attribuisce a una coincidenza o al destino. È sempre stato così, voi scrittori la verità la gettate in pasto alle regole drammaturgiche. […] Di un fatto non si potrà mai venire a capo nel modo in cui si risolve un calcolo matematico, se non altro perché non arriviamo mai a conoscere tutti gli elementi necessari ma disponiamo solo di alcuni dati, per lo più marginali. E troppa importanza assumono allora il caso, l'imprevisto, l'imponderabile.»
Ne La promessa, per dimostrare questa teoria, Dürrenmatt costruisce un intreccio esemplare. Matthäi è uno dei più brillanti commissari di Zurigo, destinato a una luminosa carriera fuori dalla Federazione; i funzionari elvetici l'hanno infatti scelto per una delicata missione istituzionale in Giordania. Il giorno prima di partire per Amman si verifica un evento che muta completamente il suo destino. Una bambina, Gritli Moser, viene brutalmente assassinata in un bosco, come era già accaduto anni prima a due sue coetanee. Matthäi, giunto sul luogo del delitto, promette solennemente ai genitori della piccola che troverà l'assassino e lo consegnerà alla Giustizia. La promessa diventa ossessione, in grado di scardinare la mente razionale e fredda del commissario. Viene arrestato von Gunten – anch'egli un perfetto zero come suggerisce il nome –, un venditore ambulante già conosciuto dalle forze dell'ordine. Contro di lui ci sono indizi e persino una confessione (estorta), ma manca la prova della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Matthäi non è convinto della responsabilità di von Gunten e inizia una sua personale indagine alla ricerca del vero assassino. In mancanza di appigli logici e non disponendo di elementi probatori da poter approfondire, Matthäi si affida al Caso, lasciando che sia quest'ultimo a lavorare per lui, a far cadere il vero assassino entro una tela di ragno meticolosamente tessuta. L'ossessiva ricerca del commissario va di pari passo con il suo abbrutimento fisico e morale, al punto che finisce per essere considerato un pazzo anche dalle persone a lui più vicine. E invece alla fine la sua intuizione si rivelerà azzeccata, e sarà per l'appunto la casualità a dare una risposta definitiva alle domande lasciate aperte.
Dürrenmatt era uno scrittore dalle intuizioni geniali, come dimostra anche questo romanzo. Per lui il mondo – e più in generale la realtà – era un mistero inestricabile, un codice solo parzialmente decifrabile dalla ragione. Ne La promessa questa tesi viene portata alle estreme conseguenze, nella parte in cui giustappunto si afferma che «la nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo; nella penombra dei suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale». Ecco perché i romanzi dello scrittore elvetico hanno il sapore di una scoperta per chi vi si imbatte, magari proprio casualmente. Sono così ricchi di significati reconditi che meritano di essere letti e riletti, magari a distanza di tempo. 

7 settembre 2020

Il silenzio perfetto alle sorgenti del Sammaro

Come ho già scritto più volte su queste pagine, il Cilento non è solo mare; nell'entroterra si nascondono suggestivi siti, assai piacevoli e godibili perché lontani dai grandi flussi turistici. Tra questi itinerari storico-naturalistici, meritano una visita le sorgenti del Sammaro, nel comune di Sacco. Il torrente Sammaro è uno dei principali subaffluenti del Calore Lucano, in cui sbocca dopo essere confluito nel Ripiti prima e nel Fasanella poi.
Per arrivare al sito partendo dalla zona costiera (o dall'autostrada), è necessario attraversare il celebre Ponte di Sacco: alto circa 170 metri, è una straordinaria opera di ingegneria, tra i ponti a singola arcata più alti d'Europa. Sporgendosi dal parapetto è possibile intravedere in basso una profonda fenditura che taglia il bosco: è lì che scorre il Sammaro, capace di scavare le rocce in secoli di paziente lavorio. Per raggiungere il sito naturalistico occorre svoltare a destra prima di entrare nell'abitato di Sacco. Si può lasciare l'automobile all'imbocco della strada asfaltata, oppure proseguire sino all'inizio del sentiero sterrato.
Il sentiero è largo, pulito e ben tracciato, abbellito da passerelle in legno e ponticelli. All'andata ci vogliono circa quindici minuti per arrivare alle sorgenti; al ritorno bisogna considerare il doppio del tempo, perché il percorso è tutto in salita. La discesa avviene in un silenzio perfetto, rotto soltanto dal chiacchiericcio delle acque, che avverte il visitatore che la meta è vicina. Si giunge a un'ampia piscina naturale contornata da alte rocce, dove le limpidissime acque sorgive del Sammaro si raccolgono prima di iniziare il loro corso. In inverno il torrente è impetuoso, ma anche in estate la portata è sufficiente a rendere il luogo assai suggestivo. Il percorso prosegue nella gola vera e propria, uno stretto passaggio incuneato tra le rocce, percorribile agevolmente per un buon tratto.
Per chi ha a disposizione più tempo, consiglio di visitare nei dintorni il paese abbandonato di Roscigno Vecchia e i ruderi di Sacco Vecchia.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie.
Il celebre Ponte di Sacco visto dalle sorgenti del Sammaro
La gola vista dal Ponte
Il sentiero che conduce alle sorgenti
La piscina naturale alle sorgenti del Sammaro
Le gole del Sammaro
Particolare del sentiero

25 agosto 2020

"Nelle terre estreme" di Jon Krakauer: la tragedia di un Thoreau dei nostri giorni

Chi era davvero Chris McCandless? È il quesito a cui Jon Krakauer cerca di dare una risposta nel suo celebre reportage Into the wild, tradotto impropriamente in italiano come Nelle terre estreme. Il giornalista e alpinista americano non dà una risposta, né sembra propendere per una tesi, dimostrando grande onestà intellettuale e sincera compassione per McCandless. Rimangono in piedi tre ipotesi, che poi sono quelle da subito sostenute dai lettori della rivista Outside, che per prima dedicò ampio risalto alla vicenda. Secondo una prima tesi, forse superficiale e assolutista, Chris aveva problemi psichici, o comunque era un temerario, un dilettante allo sbaraglio che “se l'è cercata”. Altri invece accostano la sua scelta alla disobbedienza civile di Thoreau, sostenendo che il giovane desiderasse soltanto fuggire da dogmi e catene della società contemporanea, in cui non si riconosceva. C'è poi chi sostiene il cliché del giovane di buona famiglia che si lancia in un'avventura rischiosa per vincere la noia e superare i limiti di una quieta esistenza borghese. Qual è la verità? Forse è nel mezzo delle tre interpretazioni. 
Chris McCandless era un giovane americano che nel 1990, subito dopo la laurea, decise di abbandonare la civiltà per vivere sulla strada e infine raggiungere da solo, a piedi e portando con sé il minimo indispensabile, la vetta del monte McKinley (o Denali) in Alaska. Prima di intraprendere il viaggio verso le terre estreme – o meglio, “nel selvaggio”, come suggerisce il titolo originale –, Chris abbandonò ogni bene materiale, lasciando la sua auto nel deserto e donando in beneficenza i risparmi. Più che l'avventura, sarà la morte in solitaria a renderlo celebre.
Nelle terre estreme, di Jon Krakauer, è il resoconto di questa straordinaria esperienza, purtroppo conclusasi tragicamente il 18 agosto 1992. L'autore è un giornalista e alpinista che, subito dopo il ritrovamento della salma del ragazzo, scrisse un articolo sulla rivista Outside, che ebbe vasta eco e diede fama postuma a McCandless. La mole di reazioni dei lettori e il dibattito che seguì, spinsero Krakauer a documentarsi meglio sulla vicenda per scrivere una biografia del giovane, diventata presto best-seller. Si tratta dunque di un'appassionata inchiesta giornalistica che cerca di indagare le cause della tragedia di McCandless. Il libro è tutto sommato avvincente, invero più per la straordinarietà della storia che per l'abilità letteraria di Krakauer. Il giornalista, nello sforzo di ricostruire a tutto tondo la figura di McCandless, si dilunga in particolari sulla vita, la famiglia, le amicizie e l'infanzia del ragazzo, aspetti che talvolta appesantiscono il ritmo della narrazione e poco aggiungono al nucleo centrale della storia. Quando invece si concentra sulle peregrinazioni del ragazzo nel cuore dell'Alaska, il libro sa lasciare il segno nella memoria dei lettori, pur non perdendo mai il taglio giornalistico di stretta aderenza alla realtà. Per questo non concordo con quanti sostengono che si tratti di un romanzo; è lo stesso Krakauer a mantenere i toni dell'inchiesta, disseminando le pagine di interviste a quanti conobbero il ragazzo, ritagli di giornale, precisi riferimenti storici, geografici, medici e botanici.
Al di là dei limiti, Nelle terre estreme è un libro che merita di essere letto, perché rende giustizia a una figura tragica e ribelle, altrimenti destinata all'oblio. Novello Thoreau o lupo che segue per istinto il richiamo della foresta, Chris McCandless è stato un ragazzo in grado di operare una scelta controcorrente, spingendosi sino alle estreme conseguenze.
Copertina dell'ultima edizione italiana (Corbaccio, luglio 2020)

13 agosto 2020

Quando Venere omaggiò il Cilento con una ciocca dei suoi capelli

Il Cilento è terra del mito, forse più di ogni altra in Italia; basti pensare alla vicenda del nocchiero Palinuro, oppure alla sirena Leucosia. C'è un'altra leggenda, forse meno nota delle altre perché conosciuta soltanto a livello locale, eppure ugualmente affascinante. Si racconta che la dea Venere fosse di passaggio nel basso Cilento, quando un pastore notò la sua straordinaria bellezza e ne rimase folgorato. L'innamoramento si tramutò in ossessione, al punto che il giovane, nottetempo, tagliò una ciocca di capelli alla dea addormentata. Venere, furente per la mancanza di rispetto, in un primo momento pensò di punire in modo esemplare il pastore, mutando infine il suo intendimento per compassione. Trasformò allora la ciocca di capelli in una cascatella di acqua cristallina, e il giovane in una pianta sempreverde adagiata sul fondo del rivo, consentendogli di sublimare il suo amore in un eterno presente.
Nacquero così, secondo la leggenda, le cascate chiamate “Capelli di Venere”, che oggi si trovano nel territorio del comune di Casaletto Spartano, nel primo entroterra del basso Cilento, non lontano dalle celebri località costiere di Policastro e Sapri. Per custodirle e renderle visitabili è stata creata una meravigliosa oasi, accessibile al modico prezzo di tre euro. L'oasi si trova in località Capello, poco prima dell'ingresso al paese, lungo la strada che porta alla frazione Battaglia. Il corso d'acqua che dà vita alle cascate è il Rio Casaletto, altresì noto come torrente Bussentino perché è un affluente dell'importante fiume Bussento.
Diversi i punti di interesse, che rendono la visita al sito una tappa obbligata per chi si trova in Cilento. L'attrazione principale sono ovviamente i “Capelli di Venere”, le delicate e sottili cascatelle che l'acqua del Bussentino disegna scorrendo sopra le piante di capelvenere, che crescono direttamente sulle rocce. Le cascate sono sovrastate da un esile ponte in pietra, probabilmente di origine medioevale, non percorribile. Gli escursionisti più esperti possono decidere di risalire il corso sassoso del Bussentino, magari saltando da una pietra all'altra, in un vallone costeggiato da ombrosi boschi. I meno temerari possono invece visitare un antico mulino ad acqua, recentemente restaurato, che conserva alcuni cimeli di storia locale, come le testimonianze del passaggio di Garibaldi e Pisacane. Proseguendo il corso del torrente in direzione della foce, si arriva a una cascata artificiale, nei cui dintorni sono sistemati tavoli e sedili per la sosta.
L'Oasi Capelli di Venere è un sito silenzioso e selvaggio, lontano dai grandi flussi turistici eppure ricco di storia e suggestioni. Soprattutto, è la dimostrazione che il Cilento non è solo mare, e che anzi le radici del suo passato mitico si trovano anche nell'entroterra.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie.
L'ingresso all'Oasi

Le cascate dette "Capelli di Venere"

Il ponte medioevale sul Bussentino

Il corso del torrente
La cascata artificiale

2 agosto 2020

I ruggenti anni Ottanta di Francesco Nuti: una classifica personale

Di recente ho rivisto tutti i film girati da Francesco Nuti negli anni Ottanta, ad eccezione di Son contento, che mi sono ripromesso di reperire. Li avevo già visti da adolescente ed ero rimasto affascinato dalla comicità scanzonata e malinconica di Nuti, sebbene non avessi ancora la capacità di comprenderla fino in fondo. A distanza di tanti anni ho scelto di riassaporare le pellicole del periodo 1981-1989, che secondo critica e pubblico sono le  migliori dello sfortunato attore e regista toscano. Auspicando che qualcuno voglia esprimere nei commenti il suo punto di vista, questa è la mia personale classifica.

1. Caruso Pascoski di padre polacco (1988). Il mio preferito, sin dal titolo. Una trama non banale e tante scene da ricordare. Forse il film più celebre di Nuti, anche se non tutti concordano nel ritenerlo il più riuscito. Eppure non conosce momenti di calo, riesce a mantenersi sul medesimo livello dall'inizio alla fine. Cast azzeccatissimo, che dà il giusto risalto al mattatore Nuti.
Scena da ricordare: le irresistibili gag di Caruso al cinema, che cerca di intrufolarsi nel bagno delle signore.

2. Io, Chiara e lo Scuro (1982). La coppia Nuti/De Sio funziona alla perfezione, regalando una storia d'amore non convenzionale. Il film è celebre perché racconta il mondo del biliardo all'italiana, con la straordinaria partecipazione di Marcello Lotti. Girato quasi tutto in notturna in una Roma spettrale, tra bische, tram e appartamenti da bohémien, è un film leggero e godibile, attraversato da una sottile malinconia.
Scena da ricordare: quando il Toscano spiega a Chiara perché è innamorato del biliardo.

3. Madonna che silenzio c'è stasera (1982). È il secondo lungometraggio della carriera di Nuti, all'epoca ventisettenne. Sconta forse una certa ingenuità di fondo, ma rimane un film bellissimo e malinconico, in grado di fotografare un'epoca (gli Ottanta del riflusso ideologico), una città emblema della provincia italiana (Prato), un'intera generazione disillusa e stanca. E per quanto possano essere diversi i tempi e le circostanze, ciascuno di noi potrà trovare nel protagonista una parte di sé.
Scene da ricordare: la lotta di Francesco con il telaio meccanico; il botta e risposta col barista Chiaramonti.
Battuta da ricordare: “Le cose importanti nella vita sono tre: o tu vai in Perù, o tu sposti la chiesa o tu vinci al Totocalcio”.

4. Willy Signori e vengo da lontano (1989). È forse l'opera della maturità di Nuti, il vertice di una produzione che purtroppo andrà declinando assieme alla fine degli anni Ottanta, di cui è stato uno dei migliori narratori. L'attore, qui anche nelle vesti di regista, sa passare abilmente dal registro drammatico a quello comico, costruendo una vicenda ironica e profonda, che non cede mai a facili patetismi.
Scena da ricordare: gli alterchi tra Willy (Nuti) e il suo fratello disabile Ugo (Haber).

5. Ad ovest di Paperino (1981). L'esordio sul grande schermo di Nuti, qui assieme ad Alessandro Benvenuti e Athina Cenci (i Giancattivi). Pellicola surreale, picaresca e anarchica, che racconta le quotidiane peregrinazioni di tre giovani sfaccendati alla ricerca di un posto nella vita. La forza sta nella spontaneità dell'interpretazione.
Scena da ricordare: il pranzo a casa di Novello Novelli.

6. Casablanca, Casablanca (1985). Ritorna la coppia Nuti/De Sio, trattandosi del seguito di Io, Chiara e lo Scuro. Inferiore al precedente, perché non ne possiede la freschezza e la spontaneità. Resta comunque una pellicola raffinata e godibile, che dà una pista a tante commediole contemporanee.
Scena da ricordare: l'uomo che dorme sul pianerottolo dell'albergo di Casablanca, utilizzato come sfogatoio e da prendere liberamente a schiaffi.

7. Tutta colpa del paradiso (1985). È il primo del felice sodalizio artistico con Ornella Muti. È ricordato per la meravigliosa ambientazione (la Val d'Aosta) e perché affronta con grande tatto un tema spinoso, l'allontanamento di un minore dai propri genitori per intervento dei servizi sociali. Molti lo considerano il film migliore di Nuti, o comunque quello della piena maturità artistica, che si manifesta nel saper maneggiare una storia toccante senza toni lacrimevoli e facili pietismi.
Scena da ricordare: Romeo che entra nel desolante bar del paese e cerca di raccogliere informazioni sul figlioletto.

8. Stregati (1986). Superba la fotografia, che esalta una Genova notturna e maliziosa. È la pellicola che mi è piaciuta di meno, perché si percepisce un certo narcisismo nella recitazione da parte di Nuti, che fu peraltro la principale accusa dei suoi detrattori all'uscita del film. Lorenzo, il protagonista, non riesce mai a entrare nel mio cuore, forse perché mi risulta difficile una sia pur parziale identificazione con il personaggio. La sceneggiatura è debole, un gradino sotto le altre commedie.
Scena da ricordare: lo scherzo architettato alla povera Clara da parte di Lorenzo e i suoi amici.
Locandina di Caruso Pascoski di padre polacco

20 luglio 2020

"Yes", i Morphine e il grande salto

I Morphine sono uno dei pochi gruppi degli ultimi trent'anni di cui si possa affermare che abbiano sperimentato qualcosa di originale. L'affermazione va tuttavia precisata. Al trio americano non si deve l'invenzione di un genere, né tantomeno la fondazione di un movimento. Più semplicemente, hanno creato un suono inconfondibile, che non si era mai sentito prima e che avrà (purtroppo) scarso seguito. Un basso a due (!) corde, batteria e sassofono era tutto ciò di cui avevano bisogno; senza elettronica e chitarre, i Morphine erano davvero un gruppo alternativo. Fossero nati oggi, sarebbero stati definiti indie, parola abusata ma perfetta nel loro caso. Come hanno scritto critici blasonati, è impossibile collocarli in un genere, sebbene vi siano reminiscenze jazz e blues. Tanto vale lasciar perdere; basti dire che i bostoniani suonavano esattamente il tipo di musica che ti aspetteresti da un trio sassofono-batteria-basso a due corde.
Yes, pubblicato nel 1995, è il loro terzo disco, dopo l'esordio di Good (1992) e l'eccellente Cure for pain (1993). Ritengo Yes il lavoro della maturità; non so dire se sia il migliore, ma di certo è un disco che focalizza al cento per cento le peculiarità del gruppo. Pur non essendo di facile assimilazione, ha potenzialità “commerciali” che invece mancano al successivo Like swimming, maggiormente sperimentale. Il gruppo è in stato di grazia, come dimostrano gli interventi di Dana Colley al sax, il drumming preciso di Billy Conway e, soprattutto, il basso e l'inconfondibile voce del compianto leader Mark Sandman.
Yes è un disco che rasenta la perfezione. Gli unici momenti poco convincenti sono quelli più sperimentali, come nelle conclusive Sharks e Free love. Il resto è pura goduria, l'apice creativo di un gruppo che seguiva senza compromessi una strada mai percorsa prima. L'analisi traccia per traccia ha poco senso, anche perché Yes va inteso come un continuum dall'inizio alla fine, un concentrato di nevrosi urbane, soffuse malinconie e fumosi ricordi di una vita che avremmo voluto vivere e che non abbiamo mai avuto il coraggio di prendere per il collo. Esemplare in tal senso l'incipit di Scratch: «I was once sittin' on the top of the world, / I really had things in my hands / but something went wrong, I'm not sure what, / and now I'm sittin' here at home alone». Il basso martellante e la voce ipnotica di Sandman reggono il filo del discorso, ma il marchio di fabbrica sono i poderosi innesti del sassofono di Dana Colley. Si ascolti in proposito la sesta traccia, All your way, per capire di cosa sto parlando. La partenza bruciante di Honey white, col suo sassofono trascinante, lascia il segno, al punto che a venticinque anni di distanza ancora ci chiediamo come mai non sia diventata una hit mondiale. Il trittico Scratch, Radar e Whisper, invece, rievoca atmosfere brumose di quieto rimpianto. All your way, lo ribadisco, è un altro dei momenti migliori dell'album, ma l'apice è probabilmente Super sex, pezzo dalla straordinaria carica erotica, non a caso utilizzato da Carlo Verdone in una celebre scena del suo Viaggi di nozze. Il ritmo è travolgente e la voce di Sandman si fa insinuante, evocando immagini di motel di terza categoria, bottiglie di whisky scolate senza ritegno e appuntamenti galanti in discoteche che trasudano sesso a buon mercato. Degna di nota la traccia conclusiva, la ballata acustica Gone for good, in cui i Morphine dimostrano di saper uscire fuori dal proprio recinto.
La maggior parte delle riviste e delle enciclopedie del settore non includono mai un disco dei Morphine tra quelli che bisogna necessariamente possedere in una collezione ideale. Il gruppo dello sfortunato Sandman sconta una certa ritrosia ad omologarsi alle leggi del mercato, o forse semplicemente l'amara sorte di chi ha portato avanti un discorso coraggioso in un'epoca, gli anni Novanta, in cui già si intravedevano i prodromi di quella profonda crisi d'identità e d'ispirazione che oggi stiamo vivendo. Per chi volesse conoscere i Morphine, Yes è il giusto punto di partenza, perché sa coniugare un sound rifinito e innovativo con una capacità di assimilazione che dovrebbe conquistare anche l'orecchio meno educato.

9 luglio 2020

Roma da (ri)scoprire n. 1: un piccolo angolo d'Oriente

Chi conosce il centro storico di Roma sa bene che ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti itinerari turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Si è scritto tanto di questi tesori nascosti, a cui sono dedicati libri, siti e ricerche. Senza alcuna pretesa di esaustività o di novità, inauguro una nuova rubrica del blog, dedicata proprio a questi luoghi.
Inizio con la piccola Chiesa di San Salvatore alle Coppelle, che si trova nell'omonima piazzetta nel rione Sant'Eustachio, a due passi dal maestoso Pantheon. La sua particolarità è data dal fatto che è una delle cosiddette “chiese nazionali di Roma”, ossia gli edifici di culto affidati alla cura e alla gestione di una comunità nazionale. Giova precisare che il concetto sociologico di “nazione” non equivale a quello politico di “Stato”, intendendosi con il primo un insieme di persone legate da vincoli culturali, storici e linguistici. Per questa ragione, mentre in alcuni casi i due concetti coincidono (Chiesa di San Luigi dei Francesi), in altri sono separati, come nel caso delle chiese facenti capo a comunità regionali o provinciali (Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani). Vi sono poi ipotesi intermedie, di Stati con più confessioni, che a Roma hanno dunque più chiese nazionali. Una è per l'appunto San Salvatore alle Coppelle, edificio di culto dei cattolici rumeni di rito bizantino. Si tratta di una Chiesa sui iuris, ossia legata a quella di Roma ma con proprie tradizioni liturgiche e spirituali. Per tale ragione, entrare in San Salvatore alle Coppelle è come fare un salto in Oriente.
La facciata è semplice, a capanna con due lesene per ciascun lato del portale; il campanile, parzialmente inglobato in un palazzo, tradisce le origini medioevali dell'edificio. Secondo la tradizione, il luogo di culto fu consacrato da papa Celestino III nel 1195, anche se si pensa che abbia un'origine più antica. L'esterno non presenta elementi di rimando all'Oriente.

Entrando la percezione cambia immediatamente, per due precise ragioni. La prima è il penetrante e gradevole odore d'incenso, tipico delle chiese che officiano in rito orientale. La seconda è che l'edificio è disseminato di icone di tipo bizantino, alcune antiche e altre recenti. La volta è a botte, decorata con motivi floreali e illuminata da quattro ampi finestroni per lato.



L'elemento di maggiore impatto è sicuramente l'iconostasi di fondo. Si tratta di una struttura tipica dell'architettura bizantina, una vera e propria parete divisoria tra lo spazio dell'officiante e quello occupato dai fedeli, decorata con icone e immagini sacre. L'iconostasi di San Salvatore alle Coppelle, che rappresenta l'ultima cena con figure di santi al contorno, risale ai primi anni del Novecento, quando la chiesa venne affidata alle cure del clero romeno. Pur non trattandosi di un'opera di particolare pregio, è sicuramente l'efficace testimone della sensazione d'Oriente che si prova entrando in questo luogo poco conosciuto.
Le fotografie sono liberamente utilizzabili, purché venga citata la fonte.

27 giugno 2020

La figura del padre nella poesia meridionale del Novecento: Gatto, Sinisgalli e Filippelli

Innumerevoli sono le poesie dedicate alla figura del padre. Ne ho scelte tre, scritte da importanti poeti meridionali del Novecento: Gatto, Sinisgalli e Filippelli. Sono testi assai diversi, eppure accomunati da una medesima sensibilità di fondo, sì che idealmente possono essere ricondotti a unità. Ricorrono alcune tematiche tipiche della letteratura meridionale del Novecento: il dolore esistenziale, la fatica del lavoro, l'amarezza, il legame con la terra, il ciclo delle stagioni e l'eterna contrapposizione tra il giorno e la notte, la luce e il buio. Ne vengono fuori tre meravigliosi ritratti di padri, savi e dolenti come sapevano esserlo specialmente alcuni vecchi uomini del Sud.

Alfonso Gatto – A mio padre
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l'ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s'accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un'ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com'è bella la notte e com'è buona
ad amarci così con l'aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel novilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l'alba.

Nei versi di Alfonso Gatto (1909-1976) è evidente la contrapposizione tra due stagioni della vita, che corrispondono a diversi periodi storici. La prima è l'infanzia, epoca della libertà e della fiducia nel progresso. Il poeta salernitano ricorda l'ottimismo del padre, che invitava i figli a non aver paura della notte, intesa come preludio a una nuova alba. Al passato dell'infanzia si contrappone il presente della maturità; sono gli anni della guerra, del sangue, dell'invasore nazista e della Resistenza. La sofferenza del presente diventa l'occasione per ricordare il padre; la fede che questi aveva nel futuro è ciò che più manca a Gatto, costretto a vivere un triste presente, fatto di lutti, oppressione e assenza di libertà. Basterebbe allora che il padre potesse tornargli accanto, anche solo per una sera, per restituire al figlio corrucciato la fiducia in un avvenire migliore.

Leonardo Sinisgalli – A mio padre
L'uomo che torna solo
a tarda sera dalla vigna
scuote le rape nella vasca
sbuca dal viottolo con la paglia
macchiata di verderame.
L'uomo che porta così fresco
terriccio sulle scarpe, odore
di fresca sera nei vestiti
si ferma a una fonte, parla
con un ortolano che sradica i finocchi.
È un uomo, un piccolo uomo
ch'io guardo di lontano.
È un punto vivo all'orizzonte.
Forse la sua pupilla
si accende questa sera
accanto alla peschiera
dove si asciuga la fronte.

Il ricordo del padre Vito, che ci propone Leonardo Sinisgalli (1908-1981), cala invece il lettore in un'atmosfera pacifica e serena. La lirica è incentrata su un'unica, semplice e vivida immagine: il ritorno a casa la sera, dopo una dura giornata di lavoro nei campi. Le campagne del Meridione sono, allo stesso tempo, luoghi di secolari ingiustizie e straordinaria bellezza, di lotte contadine e di festa. Il poeta lucano ci regala in pochi versi un ritratto del padre bracciante, uguale a tanti altri, eppure portatore di un'unicità che si rivela nel particolare della “pupilla che s'accende”. Sinisgalli usa un linguaggio campestre, denso di evocazioni visive (la macchia di verderame), olfattive (l'odore dei vestiti), tattili (lo scuotere delle rape, l'asciugarsi della fronte), uditive (le chiacchiere con l'ortolano). Non c'è l'impegno civile del Gatto, non c'è l'esaltazione di particolari doti o meriti, ma una raffigurazione asciutta, di stringente realismo, che porta il lettore a calarsi nella quieta atmosfera serale; sembra quasi di essere accanto al poeta, seduti mollemente su un muretto a secco ancora imbevuto di sole, a guardare avanzare il piccolo e mite contadino.

Renato Filippelli  Io vegliai la tua morte
Io vegliai la tua morte
per tutta la notte,
ti parlai come a un figlio bambino
che s'avventuri nel buio,
ti dissi piano, come preghiere,
tutte le mie poesie scritte per te,
che un selvaggio pudore ti nascose
per tanti anni.
Tentai di sollevarti
le palpebre per rivederti gli occhi.
Entrava dalle imposte
un po' di spazio celeste,
la voce delle foglie nel vento
dell'orto, un ritmo
di tempo nell'eternità.
Io dissi a Dio: “Nel giorno
della misericordia,
guardami con gli occhi di mio padre”.

Il ricordo del casertano Renato Filippelli (1936-2010) è invece legato al momento estremo, al letto di morte su cui giace il padre in agonia. Fulcro della lirica è l'inversione dei ruoli: è il figlio a tenere per mano il padre, a rincuorarlo come si fa con un bambino che ha paura di affrontare il buio. Il figlio diventa guida, accompagna il genitore intimorito verso le tenebre ineluttabili. Il ruolo s'inverte nuovamente nei versi successivi: il poeta, durante la veglia, legge al padre semicosciente tutti i suoi scritti segreti, quelli che per pudore e vergogna non gli aveva mai rivelato. Anche nel momento estremo si mantiene figlio, quasi a cercare dal padre morente un'approvazione estrema e tanto desiderata.
Cagnaccio di San Pietro - Ritratto di pescatore - collezione privata

15 giugno 2020

"Malombra" di Antonio Fogazzaro: tra satira di costume e ossessioni spirituali

Ho impiegato vent'anni esatti per finire Malombra. Lo acquistai a quattordici anni, grazie a un buono libri di 50.000 lire offerto dalla Regione Lazio ai vincitori di un concorso per studenti. All'epoca ero fissato con la letteratura gotica e fantastica; basti dire che lessi persino l'indigesto mattone di Horace Walpole, Il castello di Otranto. Non potevo dunque lasciarmi sfuggire quello che è considerato il capostipite del genere in lingua italiana. Com'era prevedibile, la prima volta mollai la lettura dopo cinquanta faticosissime pagine. Qualche anno dopo mi cimentai nuovamente, arrivando a concludere la prima parte. Successivamente l'ho ripreso in mano varie volte, affrontato con le migliori intenzioni senza andare oltre i primi capitoli, infine abbandonato.
L'ultima è stata la volta buona. Alla base della decisione di arrivare fino in fondo c'era la stessa, immutata fascinazione di un tempo. Sarà che le storie dal sapore gotico hanno un'attrattiva particolare, sarà che, parafrasando Fiumani, “le cose in cui credo sono le stesse da una vita”, fatto sta che non ho resistito all'oscuro richiamo dell'avito palazzo signorile sulle sponde di un lago selvaggio, in cui si consuma una vicenda dai tratti occulti. Le aspettative sono state in parte disattese, perché Malombra non è una novella gotica o fantastica, ma un romanzo di costume tipicamente ottocentesco, che affronta incidentalmente tematiche spirituali e vagamente esoteriche.
La trama è nota, trattandosi di un classico. Corrado Silla, scrittore negletto da pubblico e critica, è invitato da un misterioso gentiluomo in un'antica dimora sulle sponde di un lago lombardo, per una non meglio precisata collaborazione. Nel palazzo del conte Cesare d'Ormengo, il giovane Corrado ha modo di conoscere meglio se stesso e il passato della propria famiglia, ma soprattutto s'invaghisce della nipote del conte, Marina di Malombra. Quest'ultima è il prototipo della femme fatale: bella, aristocratica, sdegnosa, altezzosa, dotata di un fascino perverso di fronte al quale si può solo soccombere. Marina è convinta di essere la reincarnazione della sfortunata ava Cecilia, rinchiusa nel palazzo dal crudele marito, infine impazzita e morta in circostanze misteriose. È questo l'elemento gotico che ha spinto molti critici a inquadrare il romanzo in un genere con cui, in verità, ha pochissimi punti di contatto. Il buio, la tempesta, l'intima sofferenza degli spiriti burrascosi, sono più che altro tematiche tardo-romantiche. È la cornice in cui si svolge la vicenda ad avere tratti tipici di certa letteratura gotica, ma l'ambizione di Fogazzaro era molto più alta dello scrivere un racconto fantastico.
Lo ribadisco, Malombra è principalmente un romanzo di costume, e non a caso parte significativa della storia si svolge nei salotti mondani di Milano. Fogazzaro ci regala uno spaccato fedele della nuova Italia post-unitaria; tutte le classi sociali sono rappresentate, dai miseri contadini all'aristocrazia, passando per la nascente borghesia industriale, che sarà destinata a cambiare il volto del Paese.
A mio avviso, punti di forza sono l'ambientazione e l'arguta caratterizzazione dei personaggi. Quanto a questi ultimi, Fogazzaro ne esaspera le caratteristiche, ne amplifica vizi e virtù, correndo il rischio di operare una classificazione manichea. Corrado Silla è allora l'emblema dello scrittore inetto, del romantico dell'ultima ora dilaniato da tormenti estetici, religiosi e morali. Steinegge, che pure è il personaggio che ho amato di più, perde forza quando viene fulminato sulla via di Damasco; la sua repentina conversione, per quanto provocata da un evento inaspettato e gioioso, ha il sapore di una rampogna moralizzante. E ancora, la contessa Fosca e il figliolo Nepo sono volutamente ridicoli e macchiettistici. Paradossalmente, il personaggio più credibile è Marina di Malombra, nonostante i parossismi e le ossessioni di reincarnazione.
Quanto al linguaggio, è letterario senza essere stucchevole, elegante ma di facile assimilazione. L'autore gioca con i registri: si passa dal comico (la servitù) al patetico (la contessa Fosca), dal drammatico (Silla) al misterioso (Marina). Prevalgono i dialoghi, ma sovente il narratore si dilunga in minuziose descrizioni del paesaggio e in analitiche dissertazioni sullo stato d'animo dei protagonisti; eppure, per quanto si tratti di un romanzo ottocentesco, questi intermezzi “aulici” non rallentano il ritmo della vicenda, che corre a precipizio verso il drammatico finale.
Si tratta di un classico, su cui sono stati versati fiumi d'inchiostro. Fermo restando che la mia recensione non può aggiungere nulla a quanto è già stato detto, ne consiglio la lettura, se non altro per la forte influenza simbolica che il libro ha avuto su generazioni di lettori. Per chi volesse, su YouTube è disponibile lo splendido lungometraggio del 1942 di Mario Soldati, che riproduce fedelmente le ambientazioni e gli umori del romanzo, grazie soprattutto a una superba fotografia.
Copertina di un'edizione Garzanti (2000)

2 giugno 2020

"Il giardino di cemento" di Ian McEwan: preservare l'imperfezione per non disperdersi

È incredibile come possano trovarsi inaspettate connessioni tra libri letti in momenti diversi della vita. Era il 1997 quando acquistai Voglio tornare a casa di Cynthia Voigt, uno splendido romanzo per l'infanzia pubblicato in Italia da Salani. La vicenda dei quattro fratelli Tillermann, orfani di padre e con la madre ricoverata in un ospedale psichiatrico, mi colpì molto. I quattro, rimasti soli ma uniti da un solido vincolo affettivo, fuggono dagli assistenti sociali e compiono un viaggio on the road nell'America rurale, alla ricerca della nonna che non hanno mai conosciuto. A distanza di oltre vent'anni, Il giardino di cemento mi ha riportato alla mente il romanzo della Voigt, pur con le dovute, enormi differenze; la vicenda narrata da McEwan ha infatti tratti morbosi e inquietanti, ma soprattutto non si conclude con un consolante lieto fine.
Julie, Jack, Sue e Tom hanno tra i diciotto e gli otto anni e vivono assieme ai genitori in una immensa casa nella squallida periferia inglese, una specie di purgatorio postindustriale che non è né campagna né città. La loro è l'unica casa ancora in piedi nella via; intorno solo macerie, in lontananza enormi alveari umani chiamati genericamente “i grattacieli”. Il padre è un uomo chiuso, «ossessivo, fragile e irascibile», incapace di slanci emotivi diversi dagli scoppi d'ira; l'unica sua passione è la cura maniacale del minuscolo giardino intorno all'abitazione. Malato di cuore, è stroncato da un infarto davanti al figlio Jack. La mamma è una donna buona e dolce, granitico punto di riferimento affettivo per i quattro figli. Purtroppo anche lei si ammala e si spegne a casa dopo una lunga agonia, rifiutando il ricovero ospedaliero. Non avendo parenti o amici stretti, i fratelli tengono nascosta la morte della madre e ne occultano il cadavere in cantina, all'interno di un grosso baule che viene riempito di cemento fino all'orlo.
Qual è la ragione di una decisione apparentemente così folle? I fratelli non hanno una risposta; ciascuno è chiuso nel proprio universo e ritiene di aver fatto la scelta giusta, l'unica possibile. McEwan ci regala il sentito e toccante resoconto di una giovinezza malata e sofferta, incapace di porsi le domande giuste e che non sa trovare un senso alle proprie azioni. Ogni personaggio è funzionale e insostituibile in questo perfetto meccanismo narrativo: Julie è al tempo stesso virginea e provocatrice, Jack vive un'adolescenza ribelle e rugginosa, Sue annichilisce il dolore nella lettura e nella scrittura, Tom è alla ricerca di un'identità sessuale che non riesce a definire.
Annunciare al mondo la morte della madre sarebbe la scelta più facile e comoda. I quattro fratelli, però, sono intimamente convinti che ciò significherebbe l'intervento dei servizi sociali, il trasferimento in istituto, l'abbandono della casa, il rischio che della loro imperfetta ma irripetibile unità familiare non resti che la cenere. Solo alla fine questo senso viene svelato, nell'ultima toccante scena che rivela il profondo amore che avvince i fratelli. I quattro sanno di essere un'unità imperfetta, un nucleo claudicante e difettoso, eppure è solo lo stare insieme che impedisce la dispersione dell'unica identità che conoscono. Letto secondo questa prospettiva, il loro gesto assume un significato alto e inimitabile. Il baule diventa sarcofago, la cantina è un monumento funebre, l'occultamento del corpo della madre ha la valenza di un perfetto atto d'amore. Di fronte alla rivelazione, ogni giudizio morale è destinato a cadere, ogni pregiudizio ad arrendersi.
Il giardino di cemento, pubblicato nel 1978, è il romanzo d'esordio di uno scrittore di razza, che riesce a tratteggiare con toni vividi il male di vivere che può albergare in un animo adolescente. È un libro duro, a tratti disturbante, di fronte al quale non si può rimanere indifferenti. McEwan sa tracciare un segno profondo nella sensibilità del lettore, oltre a lanciare tanti inestricabili interrogativi, destinati però a rimanere insoluti; scioglierli significherebbe svelare il profondo mistero dell'essere umano, un compito che nessun romanzo può assumersi senza rischiare di essere bugiardo e parziale. Nel coacervo di sensazioni che il libro lascia, sarà la pietas a emergere alla fine, in una sorta di rito catartico che purifica il cuore e  la memoria dei protagonisti.