23 agosto 2024

"Notizie da un'isoletta" di Bill Bryson: la Gran Bretagna che non ti aspetti

Bill Bryson non è solo un giornalista e uno scrittore di reportage di viaggio, ma è un vero e proprio compagno di avventure. Col suo stile ironico e l'innata curiosità, unitamente alla capacità di far rivivere sulla carta persone e luoghi, si propone al lettore quasi come un vecchio amico che snocciola racconti di viaggio davanti a un focolare e una tazza di caffè bollente. Avevo già avuto modo di apprezzare queste doti in America perduta e soprattutto nel meraviglioso Una passeggiata nei boschi, dettagliato resoconto di una lunghissima escursione sul celebre Sentiero degli Appalachi.
Notizie da un'isoletta (prima edizione, 1995) racconta il viaggio di otto settimane da lui intrapreso in Gran Bretagna a metà degli anni Novanta, partendo dal sud e arrivando fino in Scozia, passando per l'affascinante Galles. Bryson non era tuttavia un turista o un escursionista improvvisato, avendo vissuto e lavorato in Inghilterra per circa vent'anni. Prima di lasciare definitivamente il Paese adottivo per fare ritorno negli Stati Uniti, decise dunque di intraprendere questo viaggio e di scrivere un libro sull'esperienza. L'isoletta del titolo è ovviamente la Gran Bretagna ed è tale agli occhi di un americano, abituato agli sterminati spazi della madrepatria. La parola non ha tuttavia un significato sminuente; anzi, lo scrittore mette proprio in evidenza quante meraviglie storiche, naturalistiche e artistiche siano presenti in un territorio relativamente piccolo. Treni, alberghi, strade, sentieri e viali cittadini sono lo sfondo delle avventure di Bryson, che si diffonde ampiamente su particolari storici e paesaggistici, non disdegnando dissertazioni colte e strali polemici, sempre tuttavia mediati dall'ironia. Predilige i mezzi pubblici e le proprie gambe, per cui ne risulta un viaggio lento, a misura d'uomo, ricco di deviazioni e soste anche in luoghi meno noti.
Partendo dal porto di Dover e arrivando a John O'Groats, località che segna il punto più settentrionale della Scozia, Bryson descrive i luoghi e le persone, elencando curiosità e aneddoti, talvolta in maniera fin troppo troppo dettagliata. Ne viene fuori un ritratto insolito e pittoresco della Gran Bretagna e del modo di vivere dei suoi abitanti, così diversi dagli stereotipi cui siamo abituati. Attraversando sia le zone rurali che i medi e grandi centri urbani, il viaggio di Bryson desta curiosità nel lettore, proponendo un originale quadro d'insieme dell'isola. Scopriamo così una terra che non ha nulla da invidiare ad altri luoghi, spesso superficialmente giudicati "più belli".
A mio avviso le parti più gustose sono quelle in cui l'autore racconta le sue disavventure durante i tragitti sui treni della British Railways, nonché in alcuni alberghi e pensioni dove ha pernottato. Tra cronici ritardi, coincidenze mancate, gestori inospitali, condizioni igieniche precarie e pasti disastrosi, queste pagine strappano più di un sorriso e, soprattutto, trasmettono l'impressione di cui ho parlato prima, quella di ascoltare le irresistibili peripezie di un vecchio amico.
Lo sguardo di Bryson, in questo come in altri suoi libri, è al contempo impegnato e disincantato. Impegnato perché lo statunitense non esita a lanciare le sue critiche contro le brutture della modernità e i mostri architettonici che avrebbero, a suo avviso, tradito lo spirito più profondo dell'isola. Disincantato perché il giornalista americano ha il pregio di non seguire un itinerario tracciato, ma di affidarsi all'intuito e alla sensazione del momento, scoprendo luoghi poco noti al grande pubblico, rivelando con estrema naturalezza e senza pregiudizi lo spirito più profondo di un Paese e della sua gente.
Il libro è piacevole, sebbene in alcuni punti l'autore si dilunghi su particolari e aneddoti di storia locale non sempre interessanti, almeno per il lettore italiano. Per queste ragioni, per chi avesse voglia di leggere qualcosa di Bryson, consiglio di cominciare con il citato Una passeggiata nei boschi, più divertente e godibile.

10 agosto 2024

"La campana di vetro" di Sylvia Plath: vivere in una gabbia

Ho sentito parlare di Sylvia Plath per la prima volta al liceo, merito di un'antologia di letteratura in lingua inglese che dava spazio anche alle voci più recenti e agli autori meno noti. E così, pur senza disdegnare Coleridge e Wordsworth, rimasi colpito dalla vicenda umana della poetessa statunitense, morta suicida nel 1963, a soli trentuno anni. E ancora ricordo di essermi di nuovo imbattuto in lei qualche anno dopo in un articolo su Antonia Pozzi, poetessa nostrana la cui vita mostra alcune sorprendenti similitudini con quella della Plath. È sull'onda di questi ricordi che di recente ho letto La campana di vetro, l'unico romanzo dell'americana, pubblicato un mese prima della morte.
La storia è palesemente autobiografica e la protagonista Esther Greenwood non è altri che la Plath, sebbene alcuni dettagli siano stati volutamente cambiati. All'inizio del romanzo Esther è appena giunta in un albergo che ospita solo giovani donne, tutte vincitrici di un concorso indetto da una rivista di moda. Il premio consiste appunto in un lungo soggiorno a New York, tra sfilate, incontri mondani e un tirocinio retribuito presso la redazione della rivista. È un mondo di cui la protagonista percepisce la vacuità, sebbene ne sia inspiegabilmente attratta; ella tenta di farne parte, ma al tempo stesso non riesce a prenderne le misure. Gli eventi la soverchiano, l'interazione con gli altri è ostica, al punto che finisce per essere considerata una sorta di outsider, troppo sensibile per farsi ammaliare dalle sirene dell'apparenza e al contempo non sufficientemente spregiudicata per diventare una protagonista di quel mondo. L'inquietudine la conduce così a una profonda depressione, con il successivo ricovero in una clinica psichiatrica dove subisce persino la violenza dell'elettroshock.
Il disagio psichico e l'oppressione della società sono i due grandi temi di questo romanzo. Per usare un'espressione che fu coniata proprio negli anni Sessanta dal sociologo Goffmann, potremmo parlare di "istituzioni totali". È tale la clinica in cui Esther è ricoverata, lo è l'albergo di New York e persino la sua famiglia. Esther vive in un contesto in cui tutto è già deciso per lei e non c'è possibilità di fuga, perché è come se ci fosse una sovrastruttura che si fa carico di tutti i suoi bisogni, senza però interrogarsi per davvero su quali siano i desideri della ragazza. La famiglia è la prima di queste istituzioni totali, "un campo di concentramento", secondo le parole di un celebre film di Ken Loach. La madre di Esther crede di conoscere la figlia, ma in realtà è un'illusione: il mondo interiore della ragazza è così complesso e ricco di sfumature che la madre non può coglierne che la superficie. Alla stessa maniera, anzi in modo ancora più drammatico, si colloca la clinica psichiatrica: un luogo gelido e solo all'apparenza ospitale, dove vige uno spietato regime fondato sulla logica del premio e della punizione. Si può avanzare e quindi essere trasferiti in un reparto che garantisce minori restrizioni, oppure essere degradati a un livello inferiore e venire puniti con l'elettroshock. È qui che Esther, dietro la caritatevole facciata della cura, subisce una completa destrutturazione della propria personalità.
Cos'è dunque la campana di vetro? I critici ne hanno dato diverse interpretazioni: chi ritiene sia la malattia psichica, chi la identifica con la clinica o con la famiglia come istituzione borghese. Forse non esiste una risposta univoca, forse la campana di vetro è genericamente il contesto in cui vive la protagonista, fatto di regole che non si possono trasgredire, di aspettative che non possono essere disattese, di rituali (come quelli sessuali) cui non è consentito non sottoporsi. Lo sforzo della protagonista, ma sarebbe meglio dire di Sylvia Plath, è stato quello di cercare di rompere la campana di vetro per respirare un'aria nuova, quella della libertà e di una nuova consapevolezza di sé, fuori dalle imposizioni del Sistema.
La voce di Esther ci accompagna in questo viaggio, a volte disincantata e ingenua, a volte colma di dolore e consapevolezza. La Plath ce la restituisce in tutte le sue sfumature, grazie a una scrittura introspettiva che lascia trasparire ogni emozione. Superfluo sottolineare che si tratta di un romanzo molto diverso da quello che offre la letteratura contemporanea; eppure i temi trattati, in primis l'alienazione e l'isolamento, sono quanto mai attuali.
Edizione Oscar Mondadori di qualche anno fa

31 luglio 2024

La rabbia giovane dei Superchunk

Ci sono dischi che suonano così familiari che già al primo ascolto sembra di conoscerli da una vita. Di solito sono quegli album non troppo impegnativi che ricordano un'adolescenza sofferta, divisa tra gli abortiti sogni di sovversione e il comodo rifugio del conformismo. Sono dischi che profumano delle estati degli anni Novanta, forse le ultime vissute nell'anestesia di un apparente benessere. Questo è l'effetto che mi ha fatto No Pocky for Kitty (1991), secondo LP degli americani Superchunk, comprato di recente sebbene risalga a più di sei lustri fa. Di loro avevo sentito qualcosa nell'epoca d'oro di MTV e Videomusic, ma non avevo mai approfondito e il ricordo era via via sbiadito. Avendoli persi di vista, ero convinto fossero scomparsi e invece, vagando sulla rete, ho scoperto che sono vivi e vegeti e non hanno perso né smalto né energia.
No pocky for Kitty è indubbiamente figlio della sua epoca, eppure la straordinaria energia liberata in poco più di trenta minuti lo rende tuttora validissimo, a modo suo un piccolo gioiello di culto. Fu registrato in soli tre giorni sotto la sapiente guida del produttore Steve Albini; la formazione comprendeva il cantante e chitarrista Mac McCaughan, il secondo chitarrista Jim Wilbur, la bassista Laura Ballance e l'energico batterista Chuck Garrison.
Dodici tracce di puro punk rock, un impenetrabile muro chitarristico tuttavia mediato da uno spiccato gusto per la melodia. Si potrebbe anche parlare genericamente di rock alternativo, eppure ritengo che il concetto di punk revival sia più azzeccato ed esaustivo. Il tutto sparato a mille con una furia incontenibile, o sarebbe meglio parlare di un'urgenza espressiva, una rabbia giovane che li accomuna ad altre band di culto come Minutemen, Dinosaur Jr. o Fugazi.
Il trittico iniziale lascia senza fiato: Skip steps 1 & 3 è una bella botta d'energia, ma il livello si alza con gli intrecci delle due chitarre di Seed toss e soprattutto con il furore primitivo di Cast iron, che si può ammirare anche in una recente versione live presente su YouTube. È questa la migliore traccia del disco, l'inno di una gioventù dal temperamento sognante, ribelle e incompresa.
«Don't get uppity with me,
I see things that you never see,
I've been seeing them for years,
let me whisper in your ear.
I'll tell you from my front porch,
I'll tell you from my cast iron chair,
I'll tell you about my visitors,
I only wish you were there, well.»
Da segnalare anche Punch me harder, l'iconica Sprung a leak e l'intensa 30 Xtra, tutte sparate a volumi altissimi, con la voce adolescente di Mac che a fatica si fa strada nell'impenetrabile muro di suono. Le altre tracce sono trascurabili, sebbene di fatto l'album non conosca cali di tensione, tra bordate di chitarra e una sezione ritmica che non perde un colpo. Pur non essendo canzoni che brillano per originalità, nondimeno offrono un esaustivo spaccato di quella scena americana indipendente che nei primi anni Novanta ha gettato le basi di un punk revival con significativi riscontri commerciali e di critica.
Mac McCaughan e Jim Wilbur hanno raccontato alcuni aneddoti curiosi sulla realizzazione del disco. Stavano ancora scrivendone i pezzi quando intrapresero il loro primo tour nazionale, a zonzo per gli Stati Uniti sopra un vecchio furgone. L'accordo con la casa discografica prevedeva che avrebbero registrato i brani una volta tornati a Chicago. I soldi però erano pochi, così come il tempo a disposizione per avvalersi di un mostro sacro come Albini. Fu così che l'album fu registrato e mixato in sole tre notti alla Chicago Recording Company. Ha ricordato in proposito Mac: «lavorammo per tre notti dalle sei di sera alle sei di mattina per ottenere una tariffa più vantaggiosa, uscendo dallo studio di tanto in tanto per comprare biscotti e birra di radice per Mr. Albini». Conferma tutto l'altro chitarrista Jim Wilbur che, ammalatosi di un'infezione bronchiale nel corso del tour, si presentò a Chicago in condizioni fisiche precarie. Riguardo ai tempi strettissimi per l'incisione, ha rivelato che «è difficile crederlo oggi, ma ai tempi non sembrava poi una cosa da pazzi fare le cose in quella maniera». La registrazione non perfetta conferma quanto narrato dai due, ma non è necessariamente un difetto in un'opera punk. Anzi, il disco è uscito ruvido al punto giusto, d'impatto, sincero e grezzo com'è da sempre la rabbia giovanile
In definitiva, No Pocky for Kitty è un album poco noto che tuttavia andrebbe recuperato, anche (ma non solo) per l'inevitabile "effetto nostalgia" su quanti sono nati a cavallo tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Dentro potranno trovarvi il ritmo della loro adolescenza, oppure quei suoni che già da bambini ne hanno orientato i gusti futuri.
La copertina e una foto interna del disco

18 luglio 2024

"Gli ospiti di quel castello" di Ercole Patti: l'enigma della carne

Come ben sa chi ha letto qualche romanzo di Ercole Patti, i due poli geografici della sua narrativa sono Catania e Roma. La prima è descritta come una città molle e indolente, su cui spira un vento che è un dolce veleno, inducendo al sonno e all'abbandono. La seconda, sia pure non troppo diversa per pigrizia e mollezza, diventa un luogo di corruzione specialmente per i giovani siciliani che vi trascorrono un periodo di studio o lavoro lontano dalla famiglia. Roma accende i sensi di questi giovani e consente loro di coltivare quei vizi che non oserebbero manifestare nella terra natale. Così è per Giovannino, principale attore dell'omonimo romanzo del 1954, e così è anche per il protagonista del libro di cui vorrei parlare.
Gli ospiti di quel castello fu pubblicato nel 1974, due anni prima della morte dello scrittore catanese, di cui è una sorta di testamento. È un'opera di agevole lettura, seppure enigmatica e ricca di simbolismi, tanto da collocarsi in una posizione a parte nella narrativa di quegli anni, più interessata a descrivere la società contemporanea e le sue contraddizioni. Patti invece ci riporta indietro di una decina di lustri, a quella metà degli anni Venti in cui il fascismo consolidava il proprio potere. Salvo brevi accenni, per lo più ironici, il racconto non ha tuttavia intenti politici, né di ricostruzione storica. Anzi, il presente e il passato sono talmente intersecati tra loro che si può parlare di una storia senza età.
La vicenda si svolge in una Roma placida e autunnale dove vive il protagonista del racconto, un ventitreenne che si è ivi trasferito dalla natia Sicilia. Intuitivo dunque pensare che si tratti di un alter ego dell'autore. L'esistenza del ragazzo scorre piuttosto monotona, se non fosse per le fugaci avventure amorose con cameriere e domestiche delle pensioni popolari in cui abita. Un giorno però, nei pressi di Piazza San Silvestro, il giovane percorre un vicoletto che non aveva mai notato prima, uno dei tanti che si dipanano nel centro storico. La viuzza conduce a un cancello malmesso, oltre il quale si estende un grande parco. Al centro del giardino, nel cuore della Città eterna ma al tempo stesso in un indefinito altrove, si erge un castello. Il ragazzo si fa coraggio, entra nel palazzo e di colpo si ritrova invecchiato di cinquant'anni.
Ha così inizio una curiosa avventura tra il realistico e l'onirico che vede il protagonista confrontarsi con gli "ospiti" del castello, personaggi enigmatici che vivono per qualche tempo nelle avite stanze e poi di colpo vengono portati via su un calesse guidato da un cocchiere col cilindro nero, forse la personificazione della Morte. Tutti gli ospiti, sebbene diversi tra loro, hanno due punti in comune: appartengono in qualche misura al passato del protagonista e, come lui, sono degli erotomani. Attraverso queste figure guidate da un'incontenibile sensualità, Patti vuole indagare l'enigma della carne, comprendere le ragioni che spingono l'essere umano a trasgredire alle regole della convenienza pur di soddisfare un effimero desiderio. Gli ospiti di quel castello vuole così essere una riflessione sul rapporto tra gioventù e senilità, la prima arresa alla selvaggia urgenza dell'eros, la seconda lacerata dal disfacimento fisico eppure ancora sensibile ai colpi devastanti di una sensualità mai sopita. All'interno di questo più ampio tema si inseriscono altri grandi conflitti, come quello tra amore e morte, ritrosia e sfacciataggine, corpo e spirito. 
Il romanzo ottenne lusinghieri pareri alla sua uscita, anche da parte di scrittori affermati come Prisco, che ne lodarono l'eccentricità rispetto alla produzione coeva. Devo tuttavia osservare che il mio parere non è altrettanto entusiasta. Al di là del piano più squisitamente narrativo, non sono riuscito a cogliere i simbolismi che pure si celano tra queste pagine. Nulla da obiettare sulla magistrale scrittura di Patti; in verità, è il senso più profondo del romanzo che mi sfugge, salvo il volerlo ritenere un mero divertissement, benché non credo sia il caso. Probabilmente nelle ambizioni dell'autore si trattava di un'opera da leggere a più livelli di approfondimento, a seconda della sensibilità del lettore nell'addentrarsi nei diversi piani simbolici nascosti dietro l'apparenza di un racconto leggero. Lo sconsiglio a chi non conosce ancora Patti, perché potrebbe farsi un'idea imprecisa del narratore catanese. Sarebbe allora preferibile iniziare con Giovannino, meglio ancora con Un bellissimo novembre.

6 luglio 2024

"Gioco all'alba" di Arthur Schnitzler: un perfetto congegno narrativo

Ci sono racconti che meritano di essere ricordati per la perfezione del congegno narrativo, preciso come un meccanismo a orologeria che scatta al momento giusto. Sono storie in cui tutti gli elementi combaciano alla perfezione, puzzle letterari composti da pezzi che si incastrano in un solo possibile verso. Gioco all'alba dell'austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931), è uno di questi. Romanzo breve scritto in età matura, è meno celebre di Doppio sogno e di Fuga nelle tenebre, eppure per certi versi è ancora più avvincente. Anzi, l'aggettivo giusto è avvinghiante. Il merito di questa malia non è tanto nel finale, scontato già a metà della narrazione, quanto nella strisciante tensione che conduce a quel finale e che esplode nelle ultime pagine, per l'appunto come una bomba a orologeria.
La vicenda si consuma in pochi, intensi giorni. Wilhelm, detto Willi, è un tenente dell'esercito asburgico, dedito alla bella vita tra donne, eventi mondani e giornate in caserma non troppo impegnative. Una sera un ex commilitone, tale Bogner, lo va a trovare per chiedergli in prestito mille fiorini, cifra necessaria per coprire un colpevole ammanco di cassa che, ove scoperto, gli procurerebbe grossi guai. Willi non possiede l'ingente somma, né è davvero intenzionato ad aiutare Bogner, considerato più un conoscente che un vero amico. Tuttavia, un po' per altruismo e un po' per desiderio di sfidare la sorte, si impegna a fare il possibile per reperire il denaro in appena ventiquattro ore, giocando d'azzardo la paga mensile. Nel corso di una folle notte il suo destino si compie: prima le carte benevole gli fanno guadagnare una cifra altissima, poi la febbre del gioco gli fa perdere tutto e persino maturare un onerosissimo debito con il console Schnabel, uno dei giocatori. Dalla sera all'alba la vita di Willi prende una piega drammatica e inaspettata: da ufficiale dalle finanze modeste ma sicure, si ritrova gravato di un ingente debito d'onore che non è in grado di saldare. Pagherà tutto e con gli interessi quando, alla spasmodica ricerca del denaro, incontrerà una sua vecchia fiamma, la crudele Leopoldine. È a questo punto che tutti i pezzi del mosaico, sparsi abilmente da Schnitzler nelle prime cento pagine, troveranno il perfetto incastro di cui parlavo all'inizio.
Il grande tema del romanzo è il gioco, o meglio la dipendenza da quello d'azzardo; oggi parleremmo di ludopatia, termine sconosciuto ai tempi di Schnitzler. Sarebbe tuttavia un'analisi superficiale, oltre che dettata dalla sensibilità contemporanea. Il vero gioco cui si riferiva lo scrittore austriaco attraverso la metafora delle carte è quello del destino, ancora più spietato di un tavolo verde. La vicenda di Willi insegna che non si può sfuggire al suo disegno perverso; possono volerci anni e numerose circonvoluzioni solo a prima vista casuali, ma tutto ciò che accade è già scritto e non c'è modo di mutarlo. Gli uomini sono apparentemente arbitri e protagonisti di questo gioco; in verità, sono pedine e vittime del passatempo crudele di un dio chiamato fato. Ogni azione e ogni omissione, per quanto sembrino dettate dal libero arbitrio, sono parte di una figurazione che sfugge alla capacità dell'uomo di dominarla. Il destino è già scritto e aspetta solo di compiersi; un qualsiasi evento, anche minimo, può dare il via a una ridda di accadimenti involontari e imprevedibili. Si pensi alla figura di Bogner, l'inetto ex commilitone che si presenta alla porta di Willi con una semplice richiesta di denaro. In un'ottica cristiana potrebbe essere la personificazione del diavolo tentatore, dato che è lui a instillare nell'ufficiale il tarlo del gioco. Con ogni probabilità, però, nessuna interpretazione teologica o teleologica può essere associata a Schnitzler, in quanto presupporrebbe una direzione finalistica in termini di causa/effetto o di peccato/espiazione, del tutto avulsa dalle sue intenzioni. Verosimilmente, il gioco delle carte è un simbolo della fatalità, dell'accadere casuale e rovinoso messo fortuitamente in moto dall'arrivo del misero Bogner.
Gioco all'alba è un libro del 1927 che mantiene ancora un'invidiabile freschezza, a conferma che si tratta di grande letteratura. A differenza di altri romanzi scritti nella stessa epoca non affronta il grande tòpos della letteratura austriaca del primo Novecento, ossia la caduta dell'Impero asburgico. Anzi, nelle pagine di Schnitzler quel mondo è vivo e vegeto, con le sue regole ferree spesso obsolete, il pervicace attaccamento alla divisa e all'onore, il culto dell'apparenza e la convinzione che sia preferibile la morte piuttosto che venire meno alla parola data.

24 giugno 2024

Federico Fiumani, la solitudine è il privilegio della libertà

Tra gli appassionati è tuttora aperto il dibattito se i Diaframma siano preferibili con o senza Miro Sassolini, l'inconfondibile voce che ha impreziosito gli anni Ottanta della band toscana. Se Siberia, Tre volte lacrime e Boxe sono ricordati come vette della new wave italica, lo si deve anche alla capacità di Miro di interpretare gli splendidi testi di Fiumani, merito di una voce tra le più intense del panorama tricolore di quegli anni. Come sa bene chi conosce a fondo la discografia del gruppo, Boxe (1988) si chiudeva con Caldo, cantata da Fiumani a voler testimoniare un doloroso ma ineludibile passaggio di consegne. La sua voce "asimmetrica", come l'ha definita Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, è da oltre trent'anni un vero e proprio marchio di fabbrica. La si ama o la si odia, tertium non datur.
Dopo la rottura con Sassolini, Fiumani si era messo alla prova con l'EP Gennaio, contenente due tra le sue canzoni più amate dal pubblico: l'omonima che dà il titolo al mini-album e L'amore segue i passi di un cane vagabondo. Ma mentre Gennaio serviva per scaldare i motori, nel 1990 usciva il primo long playing dei rinnovati Diaframma, intitolato non a caso In perfetta solitudine. La formazione che lo incise era a tre: Fiumani alla chitarra e voce, Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria. L'appoggio di una grande casa discografica come la Ricordi, oltre alla produzione di Vince Tempera, dimostrava l'ambizione del progetto. Peraltro, è storia arcinota il rifiuto di Fiumani di partecipare al Festival di Sanremo con un brano più commerciale, evento che riportò il gruppo nell'underground, di cui è tuttora uno degli alfieri.
Tornando a In perfetta solitudine, già il titolo dà l'idea di una ripartenza, se non addirittura di una rinascita. Abbandonate le dinamiche da band, Fiumani abbracciò una dimensione più cantautoriale, tanto che spesso si è parlato di "cantautorato rock". Una solitudine perfetta perché ha dato al musicista la giusta concentrazione per reinventarsi e intraprendere strade che la dimensione della rockband non consentiva di affrontare. Non a caso, qualche anno dopo, in una canzone poco nota intitolata Francesca, 1986, Fiumani ha ricordato il sofferto periodo che precedette lo scioglimento della formazione storica.
«All'epoca facevo un disco che doveva intitolarsi Falso amore. E stavo sempre in mezzo a gente che adesso non mi va nemmeno di nominare.»
In perfetta solitudine è composto da tredici tracce, di cui almeno sei sono diventate nel tempo veri e propri classici dei concerti dei Diaframma. Per quanto riguarda il suono, la stagione new wave è definitivamente alle spalle: abbandonati i toni plumbei di Siberia e la furia di Tre volte lacrime, Fiumani mostra la sua vena più cantautoriale. Non mancano le cavalcate elettriche (Trecento balene, Diamante grezzo), sebbene il suono appaia più smussato rispetto al passato. In canzoni come Il portiere e Beato me, ad esempio, funziona bene la combinazione voce e chitarra acustica, benché il nostro non abbia un'intonazione particolarmente "educata". Il vecchio amore chiamato punk non è tuttavia dimenticato, come dimostrano il finale di Verde e il piglio deciso del cantato di Io amo lei. Quest'ultima è, a mio avviso, una delle più originali canzoni d'amore scritte in Italia, grazie a un testo mai banale e particolarmente profondo.
«Io amo lei, non tutti gli uomini che ha avuto per dare un senso al suo passato.»
Brutto orso è un pezzo sul pugilato, altra grande passione del chitarrista toscano. Risalta un verso che è la dichiarazione di intenti di un artista che non si è mai venduto al mercato e ha protetto gelosamente la propria libertà, a costo di essere messo ai margini del giro che conta.
«E se perdo, voglio farlo come dico io!»
Fiumani dimostrò concretamente di voler percorrere fino in fondo la propria strada due anni dopo, quando diede alle stampe il disco autoprodotto Anni luce, in cui, finalmente libero dai legacci di una major, tracciò ancora meglio i confini del cantautorato punk-rock che ha orgogliosamente portato avanti fino ai giorni nostri. In perfetta solitudine è pertanto un disco di transizione, ma sarebbe un errore sottovalutarlo. Ritengo infatti che sia un ottimo album, come dimostrano le felici intuizioni presenti anche nelle tracce meno note. Si ascolti in proposito Io ho freddo adesso.
«Lei era bella, ma bella davvero, e allora sai perché quando venni, venni dentro di me.»
Arrivato alla fine della recensione, mi rendo conto di non essere riuscito nell'intento propostomi, ovvero dare un'idea più precisa dello stile musicale dei primi Diaframma post Sassolini. E allora, è sufficiente dire che In perfetta solitudine è la colonna sonora di una giovinezza orgogliosa e sofferta, il canto di un'anima alla conquista dell'agognata emancipazione, dopo essere stata a lungo in gabbia. D'altronde, come scriveva Gian Piero Bona, «la solitudine non è sempre una rinuncia, può essere il privilegio della libertà».

12 giugno 2024

"Punizione" di Giovanni Fiandaca: è possibile ripensare la pena

Ci sono concetti che diamo per scontati, affermazioni perentorie che riteniamo non possano essere messe in discussione, quasi appartengano all'ordine naturale delle cose, anziché essere un prodotto culturale e umano. Tra queste c'è l'assioma reato/pena detentiva, ossia la convinzione che a fronte della commissione di un delitto l'unica reazione giusta e doverosa sia la carcerazione. Ma è davvero così?
«Diamo per scontate le prassi punitive, anche se non sempre siamo in condizione di comprendere con facilità se certe reazioni abbiano davvero un significato punitivo.»
Il nome di Giovanni Fiandaca è conosciuto tra gli operatori del diritto, tra quanti abbiano studiato diritto penale nelle facoltà di giurisprudenza, o abbiano fatto ingresso almeno una volta in un'aula di tribunale in qualità di giudice, avvocato o cancelliere. Professore emerito di Diritto penale all'Università di Palermo, ha ricoperto, tra gli altri, gli incarichi di membro del CSM e Garante dei diritti dei detenuti per la Regione Sicilia. Gli studenti lo conoscono soprattutto per il celebre manuale di diritto penale scritto insieme a Enzo Musco, tuttora adottato in molti atenei. Di recentissima pubblicazione (gennaio 2024) è il breve saggio Punizione, uscito nella collana "Parole controtempo" de Il Mulino, volumetti che analizzano con taglio critico e al tempo stesso divulgativo una serie di parole "antiche" che tuttavia rivestono ancora un profondo significato. Nel corso del tempo sono stati pubblicati libri dai titoli eloquenti, come Occidente, Educazione, Lavoro, Passato, Saggezza e numerosi altri.
Il saggio è suddiviso in quattro parti. Le prime tre offrono un quadro complessivo sulla teoria generale della pena dall'età antica al presente, con uno sguardo sulle prospettive future. Fiandaca presenta un breve excursus dei principali orientamenti di giustizia retributiva, prestando al contempo attenzione ai futuri sviluppi della cosiddetta giustizia riparativa, di recente inserita anche nel nostro codice di procedura penale e nella legge di ordinamento penitenziario n. 354/1975. Ci sono inoltre stimolanti spunti extragiuridici, sul concetto di punizione in ambito filosofico, educativo, pedagogico e religioso. L'ultima parte è dedicata alla pena per eccellenza dell'epoca moderna, il carcere. Realtà ben conosciuta dall'autore per la sua esperienza, o sarebbe meglio definire missione, di Garante regionale dei diritti dei detenuti. Come noto, l'art. 27 della Costituzione assegna alla pena il compito di "tendere alla rieducazione del condannato". Fiandaca ne approfitta allora per tornare al tema principale del libro: se la pena deve essere rieducativa, può la detenzione assolvere davvero a tale compito? O non sarebbe meglio, salvo alcuni reati di grande allarme sociale, preferire forme alternative di esecuzione penale?
Come si evince, Punizione è un saggio che stimola la riflessione, mettendo in dubbio le certezze consolidate di cui parlavo all'inizio. Si leggano in proposito le lucide parole contro una delle tendenze più perniciose della nostra epoca, il populismo penale alimentato da alcune forze politiche e dall'influenza suadente dei mezzi di comunicazione di massa.
«Il grande paradosso evidenziato sin dalla premessa di questo libro deriva dalla coesistenza, nell'attuale momento storico, di due tendenze di fondo opposte: da un lato una contingente deriva punitivista, figlia di un populismo politico che tende appunto a canalizzare in chiave repressivo-ritorsiva sentimenti di rabbia, indignazione, risentimento e frustrazione diffusi nei settori sociali più svantaggiati; dall'altro, un'accresciuta consapevolezza, da parte di molti esperti a vario titolo di questioni penali, che le forme tradizionali di pena forniscono una risposta sempre meno adeguata e soddisfacente in termini sia di giustizia che di efficace contrasto alla criminalità.»
Un'ultima notazione va fatta riguardo ai destinatari. L'autore tiene a precisare che è un volume dal taglio divulgativo, volto a destare la curiosità dei non addetti ai lavori intorno al tema della pena. E in effetti bisogna riconoscere che il libro fornisce interessanti spunti di riflessione e risponde a molte domande, ma soprattutto pone dubbi, lasciando al lettore la possibilità di interrogarsi intorno alle tematiche trattate. Per quanto riguarda i giuristi, a mio avviso può essere un utile ripasso di teoria generale della pena, di caratura decisamente superiore ai vari compendi e manualetti in circolazione. Se dunque è principalmente indirizzato ai profani del diritto, sono certo che sarà apprezzato anche da avvocati, giuristi e operatori penitenziari. Particolarmente consigliato per questi ultimi, in ragione delle pagine contenenti una lucida analisi della realtà inframuraria italiana.

30 maggio 2024

Il manifesto della maternità negata firmato Ken Loach

L'aggettivo più usato quando si parla del cinema di Ken Loach è sicuramente "militante". Aggettivo in certi casi abusato, eppure mai così pregnante come nel suo caso. Il regista inglese sa sempre da che parte stare, senza tentennamenti: con i deboli, gli esclusi, i poveri, i disoccupati, i precari, gli immigrati, le minoranze, i perseguitati, i malati mentali, i detenuti, quelli che vivono nelle periferie delle città e del mondo. Allo stesso modo è facile individuare gli obiettivi dei suoi strali polemici: la burocrazia ottusa, i totalitarismi, le maggioranze indifferenti, gli affaristi senza scrupoli, i malvagi burattinai che tengono saldamente in mano i fili della nostra società. Si pensi a Family life, diventato negli anni un manifesto della cosiddetta antipsichiatria. Oppure a Paul, Mick e gli altri, dove un manipolo di fieri eroi della working class si oppone al disastroso processo di privatizzazione delle ferrovie britanniche. E ancora vengono in mente La canzone di Carla o il recente Sorry we missed you, in cui il nemico ha il volto violento, rispettivamente, della dittatura politica ed economica. 
A mio avviso, Ladybird ladybird è un film che in parte sfugge a siffatta visione manichea, pur affrontando con la solita determinazione temi scottanti di impegno civile. In questo lungometraggio del 1994, Loach ha saputo mantenere uno sguardo più lucido e obiettivo, lasciando che sia lo spettatore a farsi un'idea su dove stia il torto e dove la ragione, sempre che sia possibile. C'è la solita, sincera partecipazione al dolore dei personaggi, eppure il giudizio resta sospeso, perché mai come in questo caso la vittima è anche carnefice e ha colpe palesi. Ladybird Ladybird è una pellicola schietta che non veicola un messaggio preconfezionato, per quanto astrattamente giusto, ma carica sullo spettatore l'onere di decidere da che parte stare.
Nella triste Inghilterra thatcheriana del 1987 si consuma la tragica vicenda di Maggie. Abusata da piccola e cresciuta in un sordido orfanotrofio, ha quattro bambini, figli di padri diversi. Tabagista, propensa al turpiloquio, facile all'ira e alle reazioni esplosive, non riconosce di avere disturbi psichici. Tuttavia ama visceralmente i figli, sebbene li costringa a un'esistenza precaria, condita dalle violenze del nuovo compagno. A seguito di un evento particolarmente grave, i servizi sociali si attivano, le tolgono i bambini e li affidano ad altre famiglie, in attesa del pronunciamento del Tribunale dei minori sulla capacità genitoriale della madre. Proprio quando la sua vita sta andando a rotoli, la donna conosce in un pub il paraguaiano Jorge, un uomo mite e intelligente, esule politico perseguitato in patria per le sue idee antigovernative. Queste due solitudini si incontrano e Maggie proverà ancora una volta le gioie della maternità, fino a quando i servizi sociali busseranno di nuovo alla sua porta.
Mi sono dilungato sulla trama per poter tornare con cognizione di causa al discorso iniziale. Se infatti è vero che gli assistenti sociali e la polizia si mostrano insensibili e sordi al dolore e alle rimostranze di Maggie, è indiscutibile che lei non sia propriamente una buona madre. In questo senso ho parlato di una equidistanza di Loach rispetto alle due parti in conflitto. È indubbio che il regista parteggi per Maggie, quintessenza di quell'Inghilterra proletaria e immiserita cui ha dedicato la sua carriera; tuttavia non ne nasconde i disturbi, anzi li esaspera. In questo film ci sono due eccessi: da un lato, una burocrazia cieca e fredda che non esita a separare i minori in nome di un presunto e non provato "bene"; dall'altro, c'è una madre che non prova nemmeno ad affrancarsi dallo stigma della donna squilibrata, anzi esacerba il conflitto invece di collaborare con le istituzioni. Coi titoli di coda i dubbi rimangono: dov'è la ragione? E soprattutto, cos'è davvero giusto per i bambini? Lasciarli uniti ma in balia di una madre malata, per quanto amorevole, oppure dividerli per farli crescere in un contesto più sano? La pervicacia delle istituzioni assume quasi i toni sinistri della ragion di Stato, e tuttavia non si può negare la necessità di un intervento di sostegno.
Ladybird Ladybird è una summa dei temi cari al cineasta di Nuneaton: il disagio psichico, i disoccupati che sopravvivono grazie all'assistenza sociale, l'emigrazione, l'incomunicabilità tra cittadini e istituzioni, la grama esistenza delle periferie industriali nell'epoca thatcheriana. Soprattutto è un messaggio di denuncia contro una società incapace di accogliere il diverso, che viene prima emarginato e poi punito. Lo dice bene Maggie in uno dei suoi momenti di lucidità, accusando gli assistenti sociali di averla lasciata sola quando da bambina avrebbe avuto bisogno del loro intervento, e di essere invece intervenuti contro di lei da adulta, togliendole i figli. 
Ottime le interpretazioni dei due attori protagonisti. Crissy Rock è perfetta nei panni di Maggie, riesce a incarnare nevrosi e paure di una donna alla deriva; meritato l'Orso d'oro assegnatole come migliore attrice protagonista alla Berlinale del 1994. Applausi anche per Vladimir Vega nel ruolo dell'esule paraguayano Jorge. Un difetto del film è nell'eccessiva enfasi con cui vengono rappresentate alcune scene drammatiche, ma a Loach si può perdonare quasi tutto.
Una locandina del film

18 maggio 2024

Si può uscire dalla pancia del pescecane

È celebre la definizione che Italo Calvino ha dato dei classici, quali libri che non finiscono mai di dire quello che hanno da dire. È altresì inconfutabile che un romanzo come Pinocchio meriti a pieno titolo di essere inserito nel novero dei classici, non solo per il fatto di essere conosciuto in tutto il mondo. Il libro di Collodi può essere letto a più livelli, sia come favola edificante per i bambini che come romanzo di formazione adatto anche a un pubblico adulto. Come in tutte le grandi storie, inoltre, è possibile rinvenirvi sempre nuovi contenuti, se si ha la capacità di leggerlo secondo diversi angoli prospettici. Chiunque diffidasse dell'affermazione di Calvino o avesse semplicemente dei dubbi, dovrebbe assistere allo spettacolo teatrale Nella pancia del pescecane, rappresentato in un evento unico e speciale lo scorso 14 maggio nel suggestivo scenario della Sala Umberto di Roma.
Evento speciale perché la compagnia di attori è composta da quattordici detenuti della Casa di Reclusione di Rebibbia, formati e guidati dall'Accademia di teatro e arti performative "Stap Brancaccio" che da anni collabora con l'Istituto per l'organizzazione di attività trattamentali. Evento unico per il grande sforzo organizzativo a livello istituzionale che ha consentito di conciliare al meglio le esigenze artistiche con quelle della sicurezza. Evento speciale e unico per l'emozione palpabile del pubblico, composto dai familiari degli attori, da operatori penitenziari e figure istituzionali.
Nella pancia del pescecane è un'opera teatrale ispirata al Pinocchio di Collodi, che si rivela un romanzo così denso di significati palesi e nascosti da essere tuttora di ispirazione, a più di cent'anni dalla sua pubblicazione. La domanda è lecita: come è possibile sviscerare nuovi contenuti da un libro che negli anni è stato oggetto di innumerevoli riduzioni cinematografiche, di animazione e teatrali? È stato possibile grazie allo sforzo congiunto delle registe Emilia Martinelli e Tiziana Scrocca, della responsabile dell'Area educativa Sara Macchia, nonché dei quattordici attori che hanno arricchito il testo con i loro pensieri, frutto di dolorose esperienze di vita. Dal punto di vista organizzativo, essenziale l'impegno della Direzione e del personale di Polizia Penitenziaria della Casa di Reclusione di Rebibbia, da sempre impegnati a rendere effettivo il dettato del terzo comma dell'art. 27 della Costituzione. Da menzionare inoltre il contributo dato dalla Chiesa Valdese, che ha finanziato il progetto con i fondi dell'Otto per mille.
I protagonisti della pièce sono quattordici burattini (in senso metaforico), quattordici Pinocchio che si incontrano per caso, imprigionati nella pancia di un pescecane. Tutti vittime di un simbolico naufragio, quello di un'esistenza che ha intrapreso strade devianti, per responsabilità proprie o del contesto sociale. I burattini sono sconfortati, perché temono di essere digeriti e di perdersi così definitivamente. Per dare un senso al tempo passato nella pancia del pescecane, anche e soprattutto per alimentare la speranza di uscirne, i naufraghi iniziano a raccontare la propria vita e le esperienze che li hanno condotti a perdersi in mare. Più che un racconto è una confessione, perché ciascuno ritrova nel volto dell'altro compagno uno specchio in cui riflettersi. Le numerose storie si fondono in una sola ed è a questo punto che lo spettatore inizia a capire che il pescecane è una metafora del carcere e la sua pancia simboleggia le mura entro le quali i detenuti trascorrono le loro giornate. Questa è, a mio avviso, la grande intuizione degli autori dello spettacolo: l'aver estrapolato dal testo di Collodi una riflessione sulla prigione né scontata, né banale. Ecco che allora tutti i pezzi si ricompongono e la storia di Pinocchio rivela sorprendenti analogie con quella dei detenuti: la povertà, la fame, le cattive compagnie, l'essere cresciuti in contesti sociali difficili, l'assenza di figure genitoriali stabili. Senza dimenticare le colpe proprie: l'abbandono scolastico, l'aver seguito le sirene del denaro facile, il non aver ascoltato la saggia voce dei tanti "grilli parlanti" incontrati nel corso degli anni. Il racconto diventa così catarsi, secondo la più classica tradizione teatrale, nonché occasione di riscatto.
Il messaggio più potente lanciato dallo spettacolo non è tuttavia il pentimento o la volontà di cambiare vita. Ciò è certamente presente, ma non è tutto. Il vero messaggio è un altro, è la ferma decisione di non farsi digerire dal pescecane. Dopo anni in cui non sono stati pienamente arbitri del proprio destino, prima fuori e poi dentro il pescecane, i quattordici burattini sono decisi a tagliare i fili che li tengono legati al passato e ad affacciarsi con spirito rinnovato al mare che li attende fuori, non più in tempesta.
Ho volutamente lasciato alla fine un giudizio sugli attori, davvero straordinari. La loro recitazione è stata impeccabile: hanno saputo far ridere e piangere il pubblico, grazie a innate doti comiche, insospettabili capacità introspettive e un'abilità di improvvisazione degna degli attori professionisti. Notevole la loro presenza scenica, soprattutto perché hanno recitato in quasi totale assenza di scenografia. Scope di saggina a figurare i denti del pescecane, un cappello per impersonare Mangiafuoco, una tovaglia a quadri per inscenare l'Osteria del Gambero Rosso, tanto è bastato a riempire la scena. Anche i brevi monologhi scritti dagli attori hanno un contenuto che potremmo definire letterario nel senso più pieno del termine.
Come ho già scritto, è stato un evento unico e speciale. Lo è stato per gli attori, le loro famiglie, i registi, gli autori e gli operatori penitenziari. Più in generale, è stato un evento che ha rimesso al centro i concetti di comunità e istituzione.
La locandina dello spettacolo teatrale

7 maggio 2024

"Nella casa della gioia" di Franz Werfel: sic transit gloria mundi

In ogni letteratura nazionale ci sono dei tòpoi, motivi e tematiche ricorrenti che in qualche modo definiscono lo spirito di un popolo, o comunque sono di ispirazione per quanti hanno l'incarico gravoso di farsi portavoce del sentimento nazionale, ossia scrittori e poeti. Di solito si tratta di vicende pubbliche significative che hanno segnato un dato periodo storico; raramente eventi lieti, quasi sempre tragedie collettive. In Italia il tòpos d'eccellenza della letteratura novecentesca è la Resistenza, per Spagna e Portogallo la lunga dittatura, per l'Austria è inevitabilmente la fine dell'Impero asburgico. La finis Austriae è l'evento con cui si sono confrontati tutti i principali autori austriaci (e in misura minore cechi e ungheresi), da Lernet-Holenia a Schnitzler, da Joseph Roth a Werfel, per citarne solo alcuni. Il crollo dell'Impero austro-ungarico ha rappresentato la linea di demarcazione tra un passato glorioso e un futuro fosco e decadente, culminato con l'Anschluss.
La letteratura ha la capacità di captare lo sgomento di una nazione sublimandolo in arte; e ciò avvenne precisamente in Austria dopo il 1919. La fine della monarchia generò stagnazione economica e una strisciante crisi politica, ma soprattutto fece maturare in molti – specialmente aristocratici, militari, artisti e commercianti – una nostalgica melanconia per un passato aureo definitivamente tramontato. Una tragedia collettiva, dunque, l'amara consapevolezza di un'antica gloria destinata ad annegare nella volgarità del presente.
Tra le opere che raccontano questo passaggio cruciale, va segnalato il romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, Nella casa della gioia. In verità Franz Werfel nacque a Praga nel 1890, primogenito di una famiglia ebraica mediamente agiata. Tuttavia era germanofono e la sua carriera di intellettuale decollò dopo la Prima guerra mondiale, con il trasferimento a Vienna. Abbandonò l'amata città dopo l'annessione dell'Austria alla Germania nazista, peregrinando tra la Francia e gli Stati Uniti, dove spirò nel 1945.
Nella casa della gioia non è la sua opera principale, eppure è un libro godibile che si legge d'un fiato e si fa apprezzare per stile e contenuti. La prospettiva da cui viene osservata la fine dell'Impero asburgico è quella di una casa di piacere, il rinomato casino di Via del Camoscio, un antico locale fondato, secondo la leggenda, da un membro della Casa reale. I suoi clienti appartengono alle classi altolocate: aristocratici, militari, magistrati, alti funzionari pubblici, ricchi commercianti. In parole povere, è un postribolo d'alto bordo. Werfel ricostruisce in sole cento pagine l'atmosfera del luogo, presentando al lettore uno straordinario caleidoscopio di personaggi, ossia clienti, prostitute e gerenti. Il casino è un microcosmo, uno specchio della società gaudente dell'ultimo scorcio dell'Impero asburgico. Non c'è una trama vera e propria: ciò che interessava allo scrittore era offrire un fedele ritratto di un luogo e un'epoca irripetibili, nonché dei personaggi che l'animavano. Ci sono delle sottotrame accennate, come la storia d'amore tra la sfuggente Ludmilla e il cupo Oskar, ma il fulcro del romanzo è un altro, ovvero il raccontare gli ultimi giorni del casino di Via del Camoscio, coincidenti per uno straordinario sincronismo con gli ultimi palpiti dell'Impero. La sera del 28 giugno 1914, infatti, l'atmosfera libertina del bordello è scossa dalla notizia dell'assassinio a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, di fatto il casus belli che diede il via alla Prima guerra mondiale. Negli stessi giorni muore improvvisamente anche Maxl, proprietario dell'appartamento di Via del Camoscio e tenutario della casa di piacere. In una delle scene più emblematiche e simboliche del libro, il catafalco del povero Maxl è innalzato nella Sala Grande del postribolo, divenuta camera ardente.
«E ancora una volta trascorse, inavvertito, uno di quei momenti che sono saturi delle contraddizioni sublimi, shakespeariane, della vita.»
La dipartita di Maxl di fatto chiude il romanzo e al tempo stesso è una morte simbolica, perché con lui si inabissa «un'epoca gioconda, serena e spensierata che ormai giaceva nella bara, per scomparire per sempre».
Nella casa della gioia è, a mio modesto avviso, un gioiellino della letteratura del primo Novecento, ingiustamente dimenticato e negletto dai più. Sfido altri scrittori, anche più blasonati e celebri, a saper riassumere il sapore pieno e il senso più profondo di un'epoca in appena cento pagine. Werfel c'è riuscito, adottando per giunta l'originale punto di osservazione di una casa di tolleranza elevata a istituzione pubblica. Se a ciò aggiungiamo il tono confidente e complice della narrazione, come se l'io narrante sussurrasse all'orecchio del lettore, possiamo affermare senza tema di smentita che si tratta di un piccolo capolavoro.
Un'edizione TEA degli anni Novanta