26 ottobre 2020

"Il maledetto libro di storia…" di Lorenzo Del Boca: due secoli di verità di comodo

Il maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere, di Lorenzo Del Boca, si inserisce nel filone storiografico “revisionista” che negli ultimi anni ha ottenuto successo di pubblico, grazie soprattutto ad alcuni saggi che forniscono una versione alternativa della vicenda risorgimentale e della genesi della Questione meridionale. Il libro di Del Boca condivide pregi e difetti di questa fortunata corrente. Il principale pregio è nella scelta di un punto di vista non conforme alla vulgata ufficiale, ossia «la storia ideologizzata che si presenta con le caratteristiche della propaganda». La storia, spiega l'Autore, è sempre stata scritta per glorificare i vincitori e demonizzare gli sconfitti, amplificando le virtù dei primi ed esagerando i difetti dei secondi. Egli si propone pertanto l'ambizioso scopo di riscrivere le vicende italiane degli ultimi due secoli secondo una prospettiva eccentrica rispetto a quella dominante. L'obiettivo dei suoi strali polemici sono ovviamente i libri scolastici, che peccano di approfondimento e tendono ad assumere un punto di vista acritico, tutto orientato in favore dei vincitori.
Ponendosi come un'alternativa ai testi canonici, il saggio mantiene uno stile volutamente divulgativo, a volte persino semplicistico. Vengono alla luce taluni limiti, che tuttavia non inficiano la bontà complessiva del volume. Lorenzo Del Boca non è uno storico di professione, ma un giornalista che si occupa di storiografia; sa dunque di non dover perseguire l'asettica obiettività del professore, ma di potersi lanciare in valutazioni personali, spesso irriverenti, indiscrezioni giornalistiche, storie di letto che hanno il sapore del pettegolezzo. Si pensi al giudizio sui Savoia: spietato, senza appello né indulgenza. Con ciò non voglio certo affermare che uno storico debba essere servile o adulatore nei confronti dei potenti; chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia italiana non può che avere un'opinione estremamente negativa su Casa Savoia. Eppure, lo storico di professione deve sapersi distaccare dagli eventi narrati, vestendo l'indignazione con le parole e l'atteggiamento dello scienziato, anziché con la rabbia del partigiano deluso. Libri come questo di Del Boca, e altri dello stesso filone, scontano purtroppo un atteggiamento caustico e indisponente, che li rende facile bersaglio degli storici di professione. Spero di non essere frainteso: lungi da me l'affermare che questi volumi non abbiano il grande merito di aprire gli occhi del lettore, facendogli conoscere una verità spesso diversa e più amara di quella edulcorata raccontata dai libri di scuola. Rimane però un “sapore giornalistico”, che di per sé non è un male, ma li espone alle opinioni non lusinghiere dell'accademia.
Il maledetto libro è diviso in due parti, Ottocento e Novecento. La prima è sicuramente la migliore e la più approfondita, offrendo un quadro esaustivo delle complesse vicende che vanno dalla Restaurazione del 1815 all'uccisione di Umberto I ad opera di Gaetano Bresci. Esemplari i capitoli dedicati alla conquista del Regno delle Due Sicilie e degli altri Stati preunitari; Del Boca abbatte a picconate l'agiografia risorgimentale, restituendoci un ritratto impietoso dei principali protagonisti, da Garibaldi a Vittorio Emanuele II, passando per Cavour. Il Risorgimento, spiega l'Autore, non è stato (solo) una redenzione guidata da idealisti e anime belle, ma una bieca macchinazione costruita nelle cancellerie europee, a danno di sovrani legittimi e ad esclusivo vantaggio delle mire espansionistiche dei Savoia. La seconda parte è incentrata sulla Prima guerra mondiale e sulla parabola del fascismo, fino a toccare – per la verità in maniera superficiale – gli anni della Guerra Fredda. Ancora una volta Del Boca scruta gli eventi con la sua lente demistificatrice, mettendo in luce la verità sul primo conflitto mondiale, che fu solo una macelleria di proporzioni inimmaginabili. E ancora, non tace delle rappresaglie perpetrate dai partigiani dopo la caduta del regime, né della tragedia delle foibe.
Pur con i limiti evidenziati, ritengo sia un'opera controcorrente, persino coraggiosa nello sforzo di squarciare il velo di ipocrisia delle verità ufficiali, che da oltre due secoli ci propinano un racconto di comodo, a uso e consumo dei soli vincitori. Consiglio la lettura del volume a quanti conoscono per sommi capi la storia italiana degli ultimi due secoli, magari per averla ascoltata a scuola e mai più approfondita.

14 ottobre 2020

San Galgano nel cuore del Cilento

L'abbazia di San Galgano, in Toscana, è universalmente nota per avere il cielo come volta, in quanto, dopo il crollo del tetto, sono rimaste in piedi soltanto le mura perimetrali. La peculiare situazione di rovina consente tuttavia di ammirare e studiare nei minimi dettagli la struttura architettonica. Un edificio simile, anche se poco noto, si trova nel comune di Sessa Cilento, a valle della frazione di San Mango, nell'area geografica denominata “Cilento antico” o “Alto Cilento”, comprendente i casali sorti alle pendici del monte Stella e attraversati dal corso del fiume Alento. Si tratta dei ruderi della Chiesa di Santa Maria degli Eremiti, che nel nome ricorda gli anacoreti che la abitarono, alla ricerca di spiritualità e silenzio lontano dal consorzio umano. Come detto, si trova fuori l'abitato di San Mango, in uno spiazzo denominato Largo degli Abati Cavensi, a memoria della secolare giurisdizione che i monaci della Badia di Cava ebbero su questo luogo suggestivo.
Un benemerito cartello antistante le rovine consente agli sparuti visitatori di conoscere la storia dell'edificio. Apprendiamo che la chiesa viene citata per la prima volta in un documento del 1329, anche se si ipotizza un'origine più antica. Dal resoconto di una visita pastorale del 1505 sappiamo che era composta da una navata centrale con l'altare maggiore e da cappelle laterali minori, dedicate ai santi. Una serie di iscrizioni murate indicano che la fabbrica originaria è stata ampliata nel tempo, fino a raggiungere dimensioni considerevoli, testimoniate dalle imponenti rovine. Per oltre quattro secoli fu parrocchia per le comunità di San Mango, Castagneta e Santa Lucia, per essere infine abbandonata nell'Ottocento perché pericolante. Dopo un lungo periodo di oblio è stata oggetto di una meritoria opera di recupero e di consolidamento, che ci consente di ammirarla com'è oggi. 
Troneggia intatto il campanile, costruito negli anni 1543-1547 e integralmente recuperato. Si caratterizza perché è separato dal corpo principale della chiesa, peculiarità che si ritrova anche nella vicina cappella cimiteriale di Santa Maria delle Valletelle. Sul perché di questa scelta anomala è possibile fare una congettura, ipotizzando che questi campanili avessero anche il ruolo di torri di avvistamento, o che siano stati riutilizzati in funzione sacra dopo aver prestato una funzione difensiva. Il resto sono ruderi, che lasciano ampio spazio all'immaginazione, ma danno un'idea sufficientemente definita di come doveva essere l'eremo. Rimangono in piedi alcuni muri perimetrali, le nicchie che ospitavano le statue, parte dell'abside, gli archi che separavano il transetto, le finestre strette come feritoie, le scale che conducevano alla cripta, i basamenti delle colonne. Il tutto è messo in sicurezza e liberamente fruibile dal pubblico, prestando comunque un minimo di attenzione a dove si mettono i piedi. 
Ovvio che il paragone con il sito di San Galgano ha un valore puramente indicativo, né deve essere preso alla lettera. L'abbazia toscana è universalmente nota e meglio conservata, con le mura perimetrali, l'abside e la facciata praticamente intatti. Tuttavia, pur con le debite cautele, il paragone non è del tutto peregrino, né azzardato: le rovine di Santa Maria degli Eremiti conservano infatti il medesimo fascino della decadenza, il segno tangibile che le opere e l'ingegno umano sono destinati a soccombere di fronte all'ineluttabile scorrere del tempo
Ringrazio Irene Nigro per le fotografie, che lascio al libero utilizzo, purché ne venga citata la provenienza da questo blog.
Una visione d'insieme del sito di Santa Maria degli Eremiti
I ruderi del fabbricato
Il campanile di Santa Maria degli Eremiti
Il campanile della vicina chiesa di Santa Maria delle Valletelle
Ruderi della navata centrale
Particolare del transetto
Il basamento di una colonna
Particolare dell'abside
L'accesso alla cripta
Ruderi del transetto

30 settembre 2020

"La rivolta dei tristi – I moti cilentani del 1828" di Benedetto D'Angelo: una storia di terra e libertà

In epoca borbonica il Cilento era definito “terra dei tristi”. La ragione di un tale appellativo risiedeva nella leggendaria e pervicace opposizione dei suoi abitanti a qualsiasi forma di potere costituito; tristi, dunque, nel senso di sciagurati, torbidi, malvagi, ingrati. In effetti i cilentani nei secoli si sono ribellati più volte, nella vana speranza di migliorare le proprie condizioni di vita liberandosi dal giogo del sovrano di turno, dei galantuomini schiavisti, di un clero bigotto e prono ai voleri dei potenti. Era così naturale che il vento delle nuove idee liberali e carbonare soffiasse anche in questa landa remota, traducendosi in un florilegio di sette segrete che si ispiravano ai principi egualitari della Rivoluzione francese. Dopo la Restaurazione del 1815, il Cilento si ribellò tre volte: nel 1820-21, nel 1828 e nel 1848. I libri di storia colpevolmente ignorano i moti del Cilento, dedicandovi al massimo qualche cenno distratto. Ma vi è di più: tali eventi sono praticamente sconosciuti al grande pubblico, spesso persino a livello locale. E se tutti sanno associare un pensiero patriottico all'udire i nomi di Pisacane o dei fratelli Bandiera, pochissimi hanno sentito parlare di Costabile Carducci o di Antonio Maria De Luca. Eppure non si tratta di vicende secondarie: le rivolte cilentane ebbero vasta eco ai tempi, anche all'estero, oltre a costituire un tassello importante della vicenda risorgimentale.
L'editore Galzerano di Casalvelino Scalo, che tempo fa ho ospitato su questo blog con un'intervista, ha fatto luce su queste vicende, dedicando ai moti del 1828 diverse pubblicazioni. La rivolta dei tristi – I moti cilentani del 1828, di Benedetto D'Angelo, è un breve saggio che persegue uno scopo divulgativo, sebbene l'Autore dichiari che l'opera non ha pretese di esaustività. Si tratta di un testo agevole e godibile, che tratteggia con sufficiente precisione e approfondimento l'insurrezione del 1828, soffermandosi altresì sul contesto storico, sulle cause, le conseguenze e l'eredità lasciata dai moti. D'Angelo fa pregevole opera di storico, prendendo per mano il lettore e guidandolo con pochi ma precisi cenni nell'Europa post Restaurazione. La sua attenzione è ovviamente incentrata sul Cilento, ma non dimentica di ricostruire il contesto in cui la rivolta nacque, contesto che supera i ristretti confini dell'area geografica di riferimento. Il lettore rimarrà stupito proprio da questo aspetto, che l'Autore rimarca: i moti cilentani maturarono in un magma ideologico (il pensiero liberale), settario (la Carboneria) e diplomatico (la Restaurazione) di grande fermento a livello europeo, in cui il Cilento si collocò come una sorta di laboratorio ove preparare le grandi rivoluzioni del domani.
Il saggio si sofferma su tutte le fasi della rivolta, dalla preparazione agli esiti. Grande attenzione viene dedicata alla feroce repressione e alle vicende giudiziarie, con una puntuale ricostruzione dei processi agli insorti. E proprio alle figure dei rivoltosi sono dedicate le pagine più intense del saggio, con precisi ritratti dei controversi fratelli Capozzoli, del canonico De Luca, dell'avvocato Teodosio De Dominicis, di Antonio Galotti e di altri personaggi minori.
Meno convincente è, a mio avviso, il deciso punto di vista antiborbonico – con tanto di giudizi tranchant – che emerge dalle pagine. Sia chiaro: bene fa l'Autore a ricordare la spietatezza del maresciallo Del Carretto nella repressione della rivolta, puntando giustamente l'indice contro il regime illiberale dei Borbone. Tuttavia, sarebbe stato opportuno precisare che le medesime raccapriccianti scene del 1828 si sarebbero ripetute trent'anni dopo, sotto i Savoia conquistatori del Sud. Le teste mozzate esposte in gabbie come monito, le fucilazioni dopo processi sommari, l'incendio e la razzia di interi villaggi, la negazione di ogni diritto costituzionale non sono stati, purtroppo, esclusivo appannaggio dei Borbone. Quelli che sono venuti dopo, calpestando proprio la memoria di quanti nel 1828 e nel 1848 si erano battuti per la libertà, forse hanno fatto pure peggio, perché nascosti dietro la maschera dei liberatori. Ritengo che il saggio, per dovere di completezza, avrebbe dovuto porre l'accento anche su questo aspetto, per quanto possa essere controverso. Difatti, la parola d'ordine dei rivoluzionari del 1828 non era “Italia”, quanto piuttosto “libertà”, al punto che nel famoso Proclama di Palinuro gli insorti si rivolgevano direttamente al Re, chiedendogli di concedere la Costituzione. A mio modesto avviso, il canonico De Luca, Galotti, De Dominicis e gli altri rivoltosi non possono essere definiti patrioti, quanto piuttosto “martiri della libertà”, perché la loro missione non era fare l'unità del Paese.
Far emergere la storia locale è sempre un bene; farlo in un territorio che spesso tende a dimenticare l'eroismo dei propri antenati è addirittura opera meritoria. Consiglio caldamente la lettura di questo saggio, non solo ai cultori della storia locale, ma più in generale a quanti amano approfondire le vicende italiane dell'Ottocento. Tenendo presente che solo chi sa scavare nelle radici è in grado di comprendere meglio l'età contemporanea.

18 settembre 2020

"La promessa" di Friedrich Dürrenmatt: la morte del romanzo poliziesco

Raramente leggo romanzi gialli, non sono mai stato un appassionato del genere, salvo qualche incursione fumettistica (Nick Raider, Diabolik). Per Dürrenmatt faccio volentieri un'eccezione, forse perché non era un giallista puro, né i suoi romanzi possono essere confinati entro i ristretti limiti di un genere. Si leggano due capolavori come Il giudice e il suo boia e La panne: il caso da risolvere c'è, ma è un pretesto per affrontare problematiche giuridiche tra le più profonde, quali il rapporto tra colpevolezza e punizione, o il conflitto tra la verità processuale e le ingarbugliate implicazioni del reale. La promessa merita invece un discorso a parte, perché lo scrittore svizzero scopre subito le carte in tavola e annuncia già nel sottotitolo di voler scrivere un “requiem per il romanzo poliziesco”.
Gli scrittori di gialli, sostiene Dürrenmatt, ignorano colpevolmente il ruolo che la casualità gioca nell'intreccio del reale. Credono ciecamente nella ragione, aderiscono fideisticamente al mito dell'intelletto, quale unica forza in grado di decifrare misteri apparentemente insolubili. Per loro l'indagine è un affare squisitamente umano, un balocco della ragione, che da sola e senza l'aiuto di circostanze esterne sa dipanare il garbuglio. Sherlock Holmes è l'esempio tipico di questa impostazione. E invece lo scrittore svizzero ritiene che tale approccio sia fallace, o comunque riduttivo e insufficiente.
«Alla realtà si accede solo in parte con la logica. […] Spesso solo la fortuna o il caso intervengono in nostro favore. O in nostro sfavore. E invece nei vostri romanzi il caso non interviene mai, e se qualche elemento sembra casuale lo si attribuisce a una coincidenza o al destino. È sempre stato così, voi scrittori la verità la gettate in pasto alle regole drammaturgiche. […] Di un fatto non si potrà mai venire a capo nel modo in cui si risolve un calcolo matematico, se non altro perché non arriviamo mai a conoscere tutti gli elementi necessari ma disponiamo solo di alcuni dati, per lo più marginali. E troppa importanza assumono allora il caso, l'imprevisto, l'imponderabile.»
Ne La promessa, per dimostrare questa teoria, Dürrenmatt costruisce un intreccio esemplare. Matthäi è uno dei più brillanti commissari di Zurigo, destinato a una luminosa carriera fuori dalla Federazione; i funzionari elvetici l'hanno infatti scelto per una delicata missione istituzionale in Giordania. Il giorno prima di partire per Amman si verifica un evento che muta completamente il suo destino. Una bambina, Gritli Moser, viene brutalmente assassinata in un bosco, come era già accaduto anni prima a due sue coetanee. Matthäi, giunto sul luogo del delitto, promette solennemente ai genitori della piccola che troverà l'assassino e lo consegnerà alla Giustizia. La promessa diventa ossessione, in grado di scardinare la mente razionale e fredda del commissario. Viene arrestato von Gunten – anch'egli un perfetto zero come suggerisce il nome –, un venditore ambulante già conosciuto dalle forze dell'ordine. Contro di lui ci sono indizi e persino una confessione (estorta), ma manca la prova della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Matthäi non è convinto della responsabilità di von Gunten e inizia una sua personale indagine alla ricerca del vero assassino. In mancanza di appigli logici e non disponendo di elementi probatori da poter approfondire, Matthäi si affida al Caso, lasciando che sia quest'ultimo a lavorare per lui, a far cadere il vero assassino entro una tela di ragno meticolosamente tessuta. L'ossessiva ricerca del commissario va di pari passo con il suo abbrutimento fisico e morale, al punto che finisce per essere considerato un pazzo anche dalle persone a lui più vicine. E invece alla fine la sua intuizione si rivelerà azzeccata, e sarà per l'appunto la casualità a dare una risposta definitiva alle domande lasciate aperte.
Dürrenmatt era uno scrittore dalle intuizioni geniali, come dimostra anche questo romanzo. Per lui il mondo – e più in generale la realtà – era un mistero inestricabile, un codice solo parzialmente decifrabile dalla ragione. Ne La promessa questa tesi viene portata alle estreme conseguenze, nella parte in cui giustappunto si afferma che «la nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo; nella penombra dei suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale». Ecco perché i romanzi dello scrittore elvetico hanno il sapore di una scoperta per chi vi si imbatte, magari proprio casualmente. Sono così ricchi di significati reconditi che meritano di essere letti e riletti, magari a distanza di tempo. 

7 settembre 2020

Il silenzio perfetto alle sorgenti del Sammaro

Come ho già scritto più volte su queste pagine, il Cilento non è solo mare; nell'entroterra si nascondono suggestivi siti, assai piacevoli e godibili perché lontani dai grandi flussi turistici. Tra questi itinerari storico-naturalistici, meritano una visita le sorgenti del Sammaro, nel comune di Sacco. Il torrente Sammaro è uno dei principali subaffluenti del Calore Lucano, in cui sbocca dopo essere confluito nel Ripiti prima e nel Fasanella poi.
Per arrivare al sito partendo dalla zona costiera (o dall'autostrada), è necessario attraversare il celebre Ponte di Sacco: alto circa 170 metri, è una straordinaria opera di ingegneria, tra i ponti a singola arcata più alti d'Europa. Sporgendosi dal parapetto è possibile intravedere in basso una profonda fenditura che taglia il bosco: è lì che scorre il Sammaro, capace di scavare le rocce in secoli di paziente lavorio. Per raggiungere il sito naturalistico occorre svoltare a destra prima di entrare nell'abitato di Sacco. Si può lasciare l'automobile all'imbocco della strada asfaltata, oppure proseguire sino all'inizio del sentiero sterrato.
Il sentiero è largo, pulito e ben tracciato, abbellito da passerelle in legno e ponticelli. All'andata ci vogliono circa quindici minuti per arrivare alle sorgenti; al ritorno bisogna considerare il doppio del tempo, perché il percorso è tutto in salita. La discesa avviene in un silenzio perfetto, rotto soltanto dal chiacchiericcio delle acque, che avverte il visitatore che la meta è vicina. Si giunge a un'ampia piscina naturale contornata da alte rocce, dove le limpidissime acque sorgive del Sammaro si raccolgono prima di iniziare il loro corso. In inverno il torrente è impetuoso, ma anche in estate la portata è sufficiente a rendere il luogo assai suggestivo. Il percorso prosegue nella gola vera e propria, uno stretto passaggio incuneato tra le rocce, percorribile agevolmente per un buon tratto.
Per chi ha a disposizione più tempo, consiglio di visitare nei dintorni il paese abbandonato di Roscigno Vecchia e i ruderi di Sacco Vecchia.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie.
Il celebre Ponte di Sacco visto dalle sorgenti del Sammaro
La gola vista dal Ponte
Il sentiero che conduce alle sorgenti
La piscina naturale alle sorgenti del Sammaro
Le gole del Sammaro
Particolare del sentiero

25 agosto 2020

"Nelle terre estreme" di Jon Krakauer: la tragedia di un Thoreau dei nostri giorni

Chi era davvero Chris McCandless? È il quesito a cui Jon Krakauer cerca di dare una risposta nel suo celebre reportage Into the wild, tradotto impropriamente in italiano come Nelle terre estreme. Il giornalista e alpinista americano non dà una risposta, né sembra propendere per una tesi, dimostrando grande onestà intellettuale e sincera compassione per McCandless. Rimangono in piedi tre ipotesi, che poi sono quelle da subito sostenute dai lettori della rivista Outside, che per prima dedicò ampio risalto alla vicenda. Secondo una prima tesi, forse superficiale e assolutista, Chris aveva problemi psichici, o comunque era un temerario, un dilettante allo sbaraglio che “se l'è cercata”. Altri invece accostano la sua scelta alla disobbedienza civile di Thoreau, sostenendo che il giovane desiderasse soltanto fuggire da dogmi e catene della società contemporanea, in cui non si riconosceva. C'è poi chi sostiene il cliché del giovane di buona famiglia che si lancia in un'avventura rischiosa per vincere la noia e superare i limiti di una quieta esistenza borghese. Qual è la verità? Forse è nel mezzo delle tre interpretazioni. 
Chris McCandless era un giovane americano che nel 1990, subito dopo la laurea, decise di abbandonare la civiltà per vivere sulla strada e infine raggiungere da solo, a piedi e portando con sé il minimo indispensabile, la vetta del monte McKinley (o Denali) in Alaska. Prima di intraprendere il viaggio verso le terre estreme – o meglio, “nel selvaggio”, come suggerisce il titolo originale –, Chris abbandonò ogni bene materiale, lasciando la sua auto nel deserto e donando in beneficenza i risparmi. Più che l'avventura, sarà la morte in solitaria a renderlo celebre.
Nelle terre estreme, di Jon Krakauer, è il resoconto di questa straordinaria esperienza, purtroppo conclusasi tragicamente il 18 agosto 1992. L'autore è un giornalista e alpinista che, subito dopo il ritrovamento della salma del ragazzo, scrisse un articolo sulla rivista Outside, che ebbe vasta eco e diede fama postuma a McCandless. La mole di reazioni dei lettori e il dibattito che seguì, spinsero Krakauer a documentarsi meglio sulla vicenda per scrivere una biografia del giovane, diventata presto best-seller. Si tratta dunque di un'appassionata inchiesta giornalistica che cerca di indagare le cause della tragedia di McCandless. Il libro è tutto sommato avvincente, invero più per la straordinarietà della storia che per l'abilità letteraria di Krakauer. Il giornalista, nello sforzo di ricostruire a tutto tondo la figura di McCandless, si dilunga in particolari sulla vita, la famiglia, le amicizie e l'infanzia del ragazzo, aspetti che talvolta appesantiscono il ritmo della narrazione e poco aggiungono al nucleo centrale della storia. Quando invece si concentra sulle peregrinazioni del ragazzo nel cuore dell'Alaska, il libro sa lasciare il segno nella memoria dei lettori, pur non perdendo mai il taglio giornalistico di stretta aderenza alla realtà. Per questo non concordo con quanti sostengono che si tratti di un romanzo; è lo stesso Krakauer a mantenere i toni dell'inchiesta, disseminando le pagine di interviste a quanti conobbero il ragazzo, ritagli di giornale, precisi riferimenti storici, geografici, medici e botanici.
Al di là dei limiti, Nelle terre estreme è un libro che merita di essere letto, perché rende giustizia a una figura tragica e ribelle, altrimenti destinata all'oblio. Novello Thoreau o lupo che segue per istinto il richiamo della foresta, Chris McCandless è stato un ragazzo in grado di operare una scelta controcorrente, spingendosi sino alle estreme conseguenze.
Copertina dell'ultima edizione italiana (Corbaccio, luglio 2020)

13 agosto 2020

Quando Venere omaggiò il Cilento con una ciocca dei suoi capelli

Il Cilento è terra del mito, forse più di ogni altra in Italia; basti pensare alla vicenda del nocchiero Palinuro, oppure alla sirena Leucosia. C'è un'altra leggenda, forse meno nota delle altre perché conosciuta soltanto a livello locale, eppure ugualmente affascinante. Si racconta che la dea Venere fosse di passaggio nel basso Cilento, quando un pastore notò la sua straordinaria bellezza e ne rimase folgorato. L'innamoramento si tramutò in ossessione, al punto che il giovane, nottetempo, tagliò una ciocca di capelli alla dea addormentata. Venere, furente per la mancanza di rispetto, in un primo momento pensò di punire in modo esemplare il pastore, mutando infine il suo intendimento per compassione. Trasformò allora la ciocca di capelli in una cascatella di acqua cristallina, e il giovane in una pianta sempreverde adagiata sul fondo del rivo, consentendogli di sublimare il suo amore in un eterno presente.
Nacquero così, secondo la leggenda, le cascate chiamate “Capelli di Venere”, che oggi si trovano nel territorio del comune di Casaletto Spartano, nel primo entroterra del basso Cilento, non lontano dalle celebri località costiere di Policastro e Sapri. Per custodirle e renderle visitabili è stata creata una meravigliosa oasi, accessibile al modico prezzo di tre euro. L'oasi si trova in località Capello, poco prima dell'ingresso al paese, lungo la strada che porta alla frazione Battaglia. Il corso d'acqua che dà vita alle cascate è il Rio Casaletto, altresì noto come torrente Bussentino perché è un affluente dell'importante fiume Bussento.
Diversi i punti di interesse, che rendono la visita al sito una tappa obbligata per chi si trova in Cilento. L'attrazione principale sono ovviamente i “Capelli di Venere”, le delicate e sottili cascatelle che l'acqua del Bussentino disegna scorrendo sopra le piante di capelvenere, che crescono direttamente sulle rocce. Le cascate sono sovrastate da un esile ponte in pietra, probabilmente di origine medioevale, non percorribile. Gli escursionisti più esperti possono decidere di risalire il corso sassoso del Bussentino, magari saltando da una pietra all'altra, in un vallone costeggiato da ombrosi boschi. I meno temerari possono invece visitare un antico mulino ad acqua, recentemente restaurato, che conserva alcuni cimeli di storia locale, come le testimonianze del passaggio di Garibaldi e Pisacane. Proseguendo il corso del torrente in direzione della foce, si arriva a una cascata artificiale, nei cui dintorni sono sistemati tavoli e sedili per la sosta.
L'Oasi Capelli di Venere è un sito silenzioso e selvaggio, lontano dai grandi flussi turistici eppure ricco di storia e suggestioni. Soprattutto, è la dimostrazione che il Cilento non è solo mare, e che anzi le radici del suo passato mitico si trovano anche nell'entroterra.
Ringrazio Sara Nigro per le fotografie.
L'ingresso all'Oasi

Le cascate dette "Capelli di Venere"

Il ponte medioevale sul Bussentino

Il corso del torrente
La cascata artificiale

2 agosto 2020

I ruggenti anni Ottanta di Francesco Nuti: una classifica personale

Di recente ho rivisto tutti i film girati da Francesco Nuti negli anni Ottanta, ad eccezione di Son contento, che mi sono ripromesso di reperire. Li avevo già visti da adolescente ed ero rimasto affascinato dalla comicità scanzonata e malinconica di Nuti, sebbene non avessi ancora la capacità di comprenderla fino in fondo. A distanza di tanti anni ho scelto di riassaporare le pellicole del periodo 1981-1989, che secondo critica e pubblico sono le  migliori dello sfortunato attore e regista toscano. Auspicando che qualcuno voglia esprimere nei commenti il suo punto di vista, questa è la mia personale classifica.

1. Caruso Pascoski di padre polacco (1988). Il mio preferito, sin dal titolo. Una trama non banale e tante scene da ricordare. Forse il film più celebre di Nuti, anche se non tutti concordano nel ritenerlo il più riuscito. Eppure non conosce momenti di calo, riesce a mantenersi sul medesimo livello dall'inizio alla fine. Cast azzeccatissimo, che dà il giusto risalto al mattatore Nuti.
Scena da ricordare: le irresistibili gag di Caruso al cinema, che cerca di intrufolarsi nel bagno delle signore.

2. Io, Chiara e lo Scuro (1982). La coppia Nuti/De Sio funziona alla perfezione, regalando una storia d'amore non convenzionale. Il film è celebre perché racconta il mondo del biliardo all'italiana, con la straordinaria partecipazione di Marcello Lotti. Girato quasi tutto in notturna in una Roma spettrale, tra bische, tram e appartamenti da bohémien, è un film leggero e godibile, attraversato da una sottile malinconia.
Scena da ricordare: quando il Toscano spiega a Chiara perché è innamorato del biliardo.

3. Madonna che silenzio c'è stasera (1982). È il secondo lungometraggio della carriera di Nuti, all'epoca ventisettenne. Sconta forse una certa ingenuità di fondo, ma rimane un film bellissimo e malinconico, in grado di fotografare un'epoca (gli Ottanta del riflusso ideologico), una città emblema della provincia italiana (Prato), un'intera generazione disillusa e stanca. E per quanto possano essere diversi i tempi e le circostanze, ciascuno di noi potrà trovare nel protagonista una parte di sé.
Scene da ricordare: la lotta di Francesco con il telaio meccanico; il botta e risposta col barista Chiaramonti.
Battuta da ricordare: “Le cose importanti nella vita sono tre: o tu vai in Perù, o tu sposti la chiesa o tu vinci al Totocalcio”.

4. Willy Signori e vengo da lontano (1989). È forse l'opera della maturità di Nuti, il vertice di una produzione che purtroppo andrà declinando assieme alla fine degli anni Ottanta, di cui è stato uno dei migliori narratori. L'attore, qui anche nelle vesti di regista, sa passare abilmente dal registro drammatico a quello comico, costruendo una vicenda ironica e profonda, che non cede mai a facili patetismi.
Scena da ricordare: gli alterchi tra Willy (Nuti) e il suo fratello disabile Ugo (Haber).

5. Ad ovest di Paperino (1981). L'esordio sul grande schermo di Nuti, qui assieme ad Alessandro Benvenuti e Athina Cenci (i Giancattivi). Pellicola surreale, picaresca e anarchica, che racconta le quotidiane peregrinazioni di tre giovani sfaccendati alla ricerca di un posto nella vita. La forza sta nella spontaneità dell'interpretazione.
Scena da ricordare: il pranzo a casa di Novello Novelli.

6. Casablanca, Casablanca (1985). Ritorna la coppia Nuti/De Sio, trattandosi del seguito di Io, Chiara e lo Scuro. Inferiore al precedente, perché non ne possiede la freschezza e la spontaneità. Resta comunque una pellicola raffinata e godibile, che dà una pista a tante commediole contemporanee.
Scena da ricordare: l'uomo che dorme sul pianerottolo dell'albergo di Casablanca, utilizzato come sfogatoio e da prendere liberamente a schiaffi.

7. Tutta colpa del paradiso (1985). È il primo del felice sodalizio artistico con Ornella Muti. È ricordato per la meravigliosa ambientazione (la Val d'Aosta) e perché affronta con grande tatto un tema spinoso, l'allontanamento di un minore dai propri genitori per intervento dei servizi sociali. Molti lo considerano il film migliore di Nuti, o comunque quello della piena maturità artistica, che si manifesta nel saper maneggiare una storia toccante senza toni lacrimevoli e facili pietismi.
Scena da ricordare: Romeo che entra nel desolante bar del paese e cerca di raccogliere informazioni sul figlioletto.

8. Stregati (1986). Superba la fotografia, che esalta una Genova notturna e maliziosa. È la pellicola che mi è piaciuta di meno, perché si percepisce un certo narcisismo nella recitazione da parte di Nuti, che fu peraltro la principale accusa dei suoi detrattori all'uscita del film. Lorenzo, il protagonista, non riesce mai a entrare nel mio cuore, forse perché mi risulta difficile una sia pur parziale identificazione con il personaggio. La sceneggiatura è debole, un gradino sotto le altre commedie.
Scena da ricordare: lo scherzo architettato alla povera Clara da parte di Lorenzo e i suoi amici.
Locandina di Caruso Pascoski di padre polacco

20 luglio 2020

"Yes", i Morphine e il grande salto

I Morphine sono uno dei pochi gruppi degli ultimi trent'anni di cui si possa affermare che abbiano sperimentato qualcosa di originale. L'affermazione va tuttavia precisata. Al trio americano non si deve l'invenzione di un genere, né tantomeno la fondazione di un movimento. Più semplicemente, hanno creato un suono inconfondibile, che non si era mai sentito prima e che avrà (purtroppo) scarso seguito. Un basso a due (!) corde, batteria e sassofono era tutto ciò di cui avevano bisogno; senza elettronica e chitarre, i Morphine erano davvero un gruppo alternativo. Fossero nati oggi, sarebbero stati definiti indie, parola abusata ma perfetta nel loro caso. Come hanno scritto critici blasonati, è impossibile collocarli in un genere, sebbene vi siano reminiscenze jazz e blues. Tanto vale lasciar perdere; basti dire che i bostoniani suonavano esattamente il tipo di musica che ti aspetteresti da un trio sassofono-batteria-basso a due corde.
Yes, pubblicato nel 1995, è il loro terzo disco, dopo l'esordio di Good (1992) e l'eccellente Cure for pain (1993). Ritengo Yes il lavoro della maturità; non so dire se sia il migliore, ma di certo è un disco che focalizza al cento per cento le peculiarità del gruppo. Pur non essendo di facile assimilazione, ha potenzialità “commerciali” che invece mancano al successivo Like swimming, maggiormente sperimentale. Il gruppo è in stato di grazia, come dimostrano gli interventi di Dana Colley al sax, il drumming preciso di Billy Conway e, soprattutto, il basso e l'inconfondibile voce del compianto leader Mark Sandman.
Yes è un disco che rasenta la perfezione. Gli unici momenti poco convincenti sono quelli più sperimentali, come nelle conclusive Sharks e Free love. Il resto è pura goduria, l'apice creativo di un gruppo che seguiva senza compromessi una strada mai percorsa prima. L'analisi traccia per traccia ha poco senso, anche perché Yes va inteso come un continuum dall'inizio alla fine, un concentrato di nevrosi urbane, soffuse malinconie e fumosi ricordi di una vita che avremmo voluto vivere e che non abbiamo mai avuto il coraggio di prendere per il collo. Esemplare in tal senso l'incipit di Scratch: «I was once sittin' on the top of the world, / I really had things in my hands / but something went wrong, I'm not sure what, / and now I'm sittin' here at home alone». Il basso martellante e la voce ipnotica di Sandman reggono il filo del discorso, ma il marchio di fabbrica sono i poderosi innesti del sassofono di Dana Colley. Si ascolti in proposito la sesta traccia, All your way, per capire di cosa sto parlando. La partenza bruciante di Honey white, col suo sassofono trascinante, lascia il segno, al punto che a venticinque anni di distanza ancora ci chiediamo come mai non sia diventata una hit mondiale. Il trittico Scratch, Radar e Whisper, invece, rievoca atmosfere brumose di quieto rimpianto. All your way, lo ribadisco, è un altro dei momenti migliori dell'album, ma l'apice è probabilmente Super sex, pezzo dalla straordinaria carica erotica, non a caso utilizzato da Carlo Verdone in una celebre scena del suo Viaggi di nozze. Il ritmo è travolgente e la voce di Sandman si fa insinuante, evocando immagini di motel di terza categoria, bottiglie di whisky scolate senza ritegno e appuntamenti galanti in discoteche che trasudano sesso a buon mercato. Degna di nota la traccia conclusiva, la ballata acustica Gone for good, in cui i Morphine dimostrano di saper uscire fuori dal proprio recinto.
La maggior parte delle riviste e delle enciclopedie del settore non includono mai un disco dei Morphine tra quelli che bisogna necessariamente possedere in una collezione ideale. Il gruppo dello sfortunato Sandman sconta una certa ritrosia ad omologarsi alle leggi del mercato, o forse semplicemente l'amara sorte di chi ha portato avanti un discorso coraggioso in un'epoca, gli anni Novanta, in cui già si intravedevano i prodromi di quella profonda crisi d'identità e d'ispirazione che oggi stiamo vivendo. Per chi volesse conoscere i Morphine, Yes è il giusto punto di partenza, perché sa coniugare un sound rifinito e innovativo con una capacità di assimilazione che dovrebbe conquistare anche l'orecchio meno educato.

9 luglio 2020

Roma da (ri)scoprire n. 1: un piccolo angolo d'Oriente

Chi conosce il centro storico di Roma sa bene che ci sono innumerevoli tesori che si collocano ai margini dei consueti itinerari turistici. Sono chiese, monumenti, edifici e manufatti dal grande valore intrinseco, che tuttavia patiscono la concorrenza di altre e più blasonate opere d'arte. Si è scritto tanto di questi tesori nascosti, a cui sono dedicati libri, siti e ricerche. Senza alcuna pretesa di esaustività o di novità, inauguro una nuova rubrica del blog, dedicata proprio a questi luoghi.
Inizio con la piccola Chiesa di San Salvatore alle Coppelle, che si trova nell'omonima piazzetta nel rione Sant'Eustachio, a due passi dal maestoso Pantheon. La sua particolarità è data dal fatto che è una delle cosiddette “chiese nazionali di Roma”, ossia gli edifici di culto affidati alla cura e alla gestione di una comunità nazionale. Giova precisare che il concetto sociologico di “nazione” non equivale a quello politico di “Stato”, intendendosi con il primo un insieme di persone legate da vincoli culturali, storici e linguistici. Per questa ragione, mentre in alcuni casi i due concetti coincidono (Chiesa di San Luigi dei Francesi), in altri sono separati, come nel caso delle chiese facenti capo a comunità regionali o provinciali (Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani). Vi sono poi ipotesi intermedie, di Stati con più confessioni, che a Roma hanno dunque più chiese nazionali. Una è per l'appunto San Salvatore alle Coppelle, edificio di culto dei cattolici rumeni di rito bizantino. Si tratta di una Chiesa sui iuris, ossia legata a quella di Roma ma con proprie tradizioni liturgiche e spirituali. Per tale ragione, entrare in San Salvatore alle Coppelle è come fare un salto in Oriente.
La facciata è semplice, a capanna con due lesene per ciascun lato del portale; il campanile, parzialmente inglobato in un palazzo, tradisce le origini medioevali dell'edificio. Secondo la tradizione, il luogo di culto fu consacrato da papa Celestino III nel 1195, anche se si pensa che abbia un'origine più antica. L'esterno non presenta elementi di rimando all'Oriente.

Entrando la percezione cambia immediatamente, per due precise ragioni. La prima è il penetrante e gradevole odore d'incenso, tipico delle chiese che officiano in rito orientale. La seconda è che l'edificio è disseminato di icone di tipo bizantino, alcune antiche e altre recenti. La volta è a botte, decorata con motivi floreali e illuminata da quattro ampi finestroni per lato.



L'elemento di maggiore impatto è sicuramente l'iconostasi di fondo. Si tratta di una struttura tipica dell'architettura bizantina, una vera e propria parete divisoria tra lo spazio dell'officiante e quello occupato dai fedeli, decorata con icone e immagini sacre. L'iconostasi di San Salvatore alle Coppelle, che rappresenta l'ultima cena con figure di santi al contorno, risale ai primi anni del Novecento, quando la chiesa venne affidata alle cure del clero romeno. Pur non trattandosi di un'opera di particolare pregio, è sicuramente l'efficace testimone della sensazione d'Oriente che si prova entrando in questo luogo poco conosciuto.
Le fotografie sono liberamente utilizzabili, purché venga citata la fonte.