29 gennaio 2022

"Una banda di idioti" di John Kennedy Toole: una risata vi seppellirà

Ho già parlato altrove delle drammatiche peripezie che hanno condotto alla pubblicazione di questo romanzo. John Kennedy Toole (1937-1969) scrisse appena due libri, per giunta pubblicati postumi. Si suicidò nel 1969, all'età di trentadue anni, senza aver dato alle stampe un solo volume. La madre, con encomiabile pervicacia, tentò di far pubblicare un corposo manoscritto ritrovato nella stanza del figlio, proponendolo senza esito a diversi editori. Finalmente nel 1980, grazie all'intercessione dello scrittore Walker Percy che ebbe la pazienza di leggere quei fogli unti e ingialliti, Una banda di idioti vide la luce nelle librerie americane. Fu un successo straordinario di pubblico e critica, che valse allo sfortunato autore un Premio Pulitzer postumo, nel 1981. Tuttora è uno dei più celebri long-seller della letteratura statunitense.

Parlare del romanzo significa inevitabilmente girare intorno a Ignatius J. Reilly, il suo atipico protagonista. Ignatius ha trent'anni e vive a New Orleans, in una modesta casa di Constantinople Street, assieme alla madre vedova. Riconoscerlo è facile: ha i baffi, è grande e grosso, indossa sempre un cappello con paraorecchie, camicia di flanella, pantaloni larghi e una lunga sciarpa. Ignatius odia i suoi simili e l'epoca in cui ha avuto la sventura di nascere; per lui l'Illuminismo ha dato il via alla inesorabile degenerazione del genere umano, mentre l'età aurea dell'umanità è stato il Medioevo. Quando osserva le altre persone inorridisce, perché ritiene manchino di “geometria e teologia”. Suo mentore è Boezio, autore del De consolatione philosophiae, opera che venera come un testo sacro. Ignatius è dunque tutt'altro che un eroe nel senso classico del termine: è apatico, odioso, indolente, saccente, misantropo, misogino, omofobo, vagamente razzista, asociale, narcisista, convinto di essere portatore di una superiorità morale e intellettuale sugli altri uomini. Ciononostante, si finisce per amarlo.
La trama può essere riassunta in poche battute. Ignatius e la madre provocano un sinistro stradale e vengono identificati da un poliziotto. Il danneggiato richiede un cospicuo risarcimento, che rischia di far affondare le finanze già traballanti della famiglia Reilly. Tampinato dalla madre, Ignatius è costretto a cercare un lavoro, il primo della sua vita. Ha così inizio una sequela di esilaranti vicende, nelle quali si manifesta l'inevitabile scontro tra il mondo immaginario di Ignatius e la realtà da lui tanto odiata perché carente di teologia e geometria. Sebbene il romanzo possa essere vagamente ascritto al genere picaresco, più ancora delle peripezie del protagonista sono i personaggi di contorno a rimanere impressi nella mente del lettore. Una banda di idioti è una feroce satira sociale, un attacco sfrontato contro la società americana, condotto però attraverso l'arma dell'ironia. Tutti i personaggi sono a modo loro degli idioti, a partire dall'agente Mancuso, costretto dai suoi sadici superiori a ridicoli travestimenti pur di arrestare qualche malvivente. Spiccano il caustico Jones, perennemente nascosto dietro gli occhiali da sole e una cortina di fumo, il vecchio Claude fissato coi comunisti, il fido Gonzalez e la rimbambita signorina Trilly delle Manifatture Levy. E come dimenticare la nazista in pantaloni di pelle Lana Lee, la radical chic Myrna Minkoff, Santa Battaglia, Gus Levy e la stessa signora Irene, madre di Ignatius? Personaggi di contorno, eppure perfettamente delineati dall'incisiva penna di Toole.  
Una banda di idioti rappresenta uno di quei (pochi) casi in cui il successo postumo di un libro non dipende da un omaggio pietoso del pubblico nei confronti dell'autore prematuramente scomparso. È un'opera davvero emblematica, un'ironica invettiva contro tutte le istituzioni borghesi, la famiglia in primis. E invero, l'ironia è il punto di forza del romanzo, come peraltro osservato da tutti i critici. La prima parte si mantiene su livelli davvero esilaranti: si ride molto e di gusto. Dalla metà in poi si assiste invece a un'estremizzazione del personaggio di Ignatius, che rallenta la narrazione e ne raffredda la verve comica.
Un libro di tal fatta non potrebbe essere partorito dalla nostra epoca, ossessionata dal politicamente corretto a ogni costo. Verrebbe subissato di critiche, senza comprenderne fino in fondo l'anima dadaista, schiettamente nichilista, beneficamente sincera e liberatoria. Reilly lancia i suoi strali in egual misura contro il capitale e i lavoratori, è vagamente razzista eppure incita i neri alla rivolta, è omofobo ma vorrebbe un Presidente omosessuale, odia gli hippies eppure la sua unica amica è un'irriducibile figlia dei fiori. Ignatius in fondo è come tutti gli umani: una somma di contraddizioni. Odiarlo significherebbe essere più misantropi di lui.
Copertina dell'edizione italiana (Marcos y Marcos)

18 gennaio 2022

Slowly, l'elogio della lentezza

La mia diffidenza verso i social network non dipende dalla volontà di difendere la mia sfera privata, né è un pregiudizio ideologico. Non ho profili social perché non riesco a stare dietro alla mole potenzialmente infinita di informazioni che vengono scambiate quotidianamente. Riconosco che i social network siano uno strumento potente, immediato e veloce; eppure, proprio l'immediatezza e la velocità ne sono al contempo il punto debole. Ciò che viene pubblicato è effimero, destinato a essere dimenticato in brevissimo tempo. Tutto dura appena il tempo di uno sguardo annoiato e distratto: articoli, fotografie, pensieri, citazioni, immagini. Il bello e il brutto hanno la stessa vetrina, la medesima durata, identica esposizione. Si pensi all'utente medio di Instagram, che viene bombardato sulla bacheca da un numero pressoché infinito di immagini. Giocoforza, il tempo che è possibile dedicare a ogni post è limitatissimo, qualche secondo o poco più. Accade così che alcune immagini, che pure meriterebbero un posto d'onore, siano subissate da tonnellate di ciarpame. Velocità e immediatezza si traducono in un drammatico appiattimento dei contenuti. I social hanno volutamente rinunciato ai benefici della lentezza, in nome di una società dove impera la regola del tutto e subito.
C'è però un'applicazione che fa della lentezza la sua bandiera. Si chiama Slowly e già il nome è tutto un programma: significa infatti lentamente, con calma. Slowly non è un social network, né un'applicazione per incontri. A differenza dei primi, consente una comunicazione riservata solo tra due persone; a differenza delle seconde, lo scopo ultimo non è quello di incontrarsi. Anzi, i profili riportano soltanto il nome e un avatar: non c'è modo di inserire fotografie. In parole povere, Slowly è la versione contemporanea dei vecchi scambi epistolari con gli “amici di penna”. É uno strumento per scambiare lettere virtuali con utenti che appartengono ad altre culture, etnie, religioni, nazionalità. Basta creare un profilo anche senza informazioni personali, scegliere gli argomenti di interesse e una o più lingue che si conoscono. Non è possibile la ricerca nominativa dei corrispondenti, ma si può fare una selezione sulla base della lingua, dell'età, del sesso, della nazionalità o degli interessi. Per fare un esempio concreto, si potrà cercare un cinese interessato a parlare di calcio, oppure un messicano appassionato di archeologia. Individuato un utente con caratteristiche in comune, basterà inviargli una lettera. In alternativa, è possibile lanciare un messaggio in bottiglia: scrivere una missiva che sarà recapitata dal sistema a un utente a caso.
A questo punto entra in gioco la caratteristica principale di Slowly, ossia la lentezza. Le lettere impiegano tempi diversi per giungere a destinazione, a seconda della distanza tra mittente e destinatario. Ci vogliono cinque ore per inviare una lettera in Francia, diciassette per farla arrivare in India, venti per gli Stati Uniti, dodici per l'Uganda, ventiquattro ore per l'Indonesia o l'Australia, e così via. Naturalmente, la risposta impiegherà lo stesso tempo di viaggio.
I tempi sono dilatati anche per volontà degli utenti: chi si iscrive a Slowly è alla ricerca della lentezza. Scrivere una lettera non è come mettere una fotografia su Instagram: ci vuole tempo, dedizione, pensiero, attenzione. La risposta può arrivare dopo giorni, una settimana o persino un mese. Ci sono utenti che rispondono a distanza di settimane, ma non si tratta di un segno di disinteresse o maleducazione. C'è un patto tacito tra i corrispondenti: ciascuno accetta i tempi dell'altro, senza scomporsi. Questo desiderio di lentezza porta con sé una serie di vantaggi. In primis, non c'è spazio per chi ha cattive intenzioni. Slowly è un'isola felice nel mare magnum della rete: non ci sono disturbatori o molestatori, perché le caratteristiche dell'applicazione inibiscono queste categorie. In secondo luogo, su Slowly è facile trovare affinità. Proprio perché è un'applicazione diversa dalle altre, chi si iscrive condivide un sentire comune. Si parla di tutto ed è facile creare punti di contatto anche con persone molto lontane. Anzi, Slowly ci fa capire come bisogni, pensieri e sentimenti siano gli stessi a tutte le latitudini.
Come ben sa chi legge questo blog, non scrivo mai di tecnologia e mezzi di comunicazione. Eppure Slowly è qualcosa di diverso, che merita di essere divulgato: è un luogo virtuale dove ritrovare il piacere della scrittura e l'ansia positiva dell'attesa, dove assaporare le stesse sensazioni che provavano i nostri antenati quando vedevano il postino con una busta in mano.
I francobolli virtuali di Slowly

6 gennaio 2022

Atticus Finch, l'integrità dell'avvocato e la funzione sociale della difesa d'ufficio

Evito di recensire opere celebri per un preciso motivo: il mio commento puramente amatoriale nulla potrebbe aggiungere in termini di analisi critica. Tuttavia, se è vero che un classico è un libro che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire, è sempre possibile coglierne una nuova sfumatura. Il buio oltre la siepe è a tutti gli effetti un classico moderno, universalmente noto anche grazie a una fortunata riduzione cinematografica. Si è detto tutto di questo libro, considerato il manifesto antirazzista per eccellenza.

La vicenda è ambientata in Alabama negli anni Trenta del secolo scorso. Viene narrata attraverso gli occhi della piccola Scout, sebbene il vero protagonista sia il padre di quest'ultima, l'avvocato Atticus Finch. Il legale è un uomo retto, intellettualmente onesto, profondamente devoto alla sua professione. E proprio l'operato professionale di Atticus ci offre un'ulteriore (e poco approfondita) chiave di lettura del libro. Quando si parla del romanzo di Harper Lee, solitamente si dibatte su temi quali la discriminazione, il razzismo, il bigottismo e la miopia culturale della provincia americana. Si dimentica però un altro punto focale: Il buio oltre la siepe è un elogio del ruolo sociale dell'avvocatura, con particolare riferimento a quella funzione essenziale – e spesso negletta specialmente dalla politica – che è la difesa d'ufficio.
La vicenda al centro del libro è nota. Atticus Finch viene incaricato della difesa d'ufficio di Tom Robinson, un uomo accusato di violenza carnale. Oltre che per il tipo di reato, il caso è particolarmente spinoso per due ragioni. In primis, per quel delitto in Alabama è prevista la pena di morte. In secondo luogo, l'imputato è di colore mentre la presunta vittima è una diciannovenne bianca. Il calvario giudiziario di Tom Robinson va di pari passo con la gogna cui è sottoposto Atticus Finch, accusato di essere un “negrofilo”, un traditore della “razza bianca” e della sua presunta superiorità. Alla fine Robinson verrà condannato, nonostante l'esistenza di ragionevoli dubbi sulla sua colpevolezza; è un'ingiustizia enorme, eppure già scritta a causa del colore della pelle dell'imputato. Atticus è consapevole di essere diventato a sua volta un bersaglio della furia razzista, ma sa di non potersi sottrarre a un caso che involge la sua coscienza. Cerca così di spiegarlo agli increduli figli.
«Quel che posso dirvi è che quando tu e Jem sarete grandi, forse ripenserete a queste cose con compassione, e capirete che non ho tradito la mia famiglia, ma che se vi ho esposto a difficoltà, è stato perché non potevo fare diversamente. Questo di Tom Robinson è un caso che tocca direttamente il vivo della coscienza di un uomo.»
Attualizzando il discorso, potremmo dire che Atticus subisce la cosiddetta “macchina del fango”, la gogna mediatica che negli ultimi dieci anni ha assunto la forma dell'indignazione da social network. L'odio si trasmette dall'imputato al suo difensore, come se quest'ultimo fosse un correo e non un garante del giusto processo. Gli abitanti di Maycomb – non tutti, ma la maggioranza – accusano Atticus di difendere il reato e non il reo, di volersi ergere a paladino dei neri, nonostante sia risaputo che questi ultimi si fanno sovente sopraffare da istinti bestiali che li inducono a commettere reati. Un pensiero barbaro, senza dubbio; ma siamo sicuri che appartenga davvero al passato? Purtroppo non è così. Basta leggere i commenti sotto un qualsivoglia fatto di cronaca che sconvolge l'opinione pubblica. Quasi sempre l'avvocato diventa un bersaglio, attaccato con maggiore veemenza per il fatto di difendere il Tom Robinson di turno. C'è una parte dell'opinione pubblica, non dissimile dai benpensanti dell'Alabama, che non comprende l'enorme differenza che c'è tra il garantire la difesa tecnica e cercare escamotage per l'impunità, tra il difendere il reo e giustificare il reato. L'avvocato non difende il delitto, offre assistenza tecnica per garantire che il processo sia equo, cardine imprescindibile del moderno Stato di diritto. Viviamo purtroppo in un'epoca in cui il ruolo sociale dell'avvocatura è appannato dalla logica distorta di chi identifica difensore e persona difesa, di quanti, digiuni di cultura giuridica, vorrebbero che i processi si facessero senza avvocati.
La lezione di Atticus è valida ancora oggi, sebbene provenga da un'altra epoca e da un ordinamento giuridico profondamente diverso dal nostro. Atticus Finch è l'emblema del legale che assume un incarico spinoso non per lucrarci o guadagnare notorietà, ma per portare avanti una battaglia di civiltà e giustizia, sebbene sia consapevole in partenza di essere destinato alla sconfitta. E purtroppo, proprio per il fatto di essere stato un elemento essenziale dell'imperfetta macchina processuale, Finch subirà un duro colpo dalla condanna di Robinson.
«A un avvocato succede almeno una volta nella sua carriera, proprio per la natura del suo lavoro, che un caso abbia una ripercussione diretta sulla sua vita.»
Bisognerebbe dunque rileggere Il buio oltre la siepe secondo quest'ottica, per ridare valenza, agli occhi dell'opinione pubblica, alla funzione sociale dell'avvocatura, che molti colpevolmente negano o dimenticano.
Gregory Peck è Atticus Finch nel film (foto tratta da Wikipedia)

25 dicembre 2021

"So alone": dove il mare è più profondo

La strada del rock è disseminata di eroi belli e dannati, crollati ai margini dopo una vita di genialità e dissolutezza. John Anthony Genzale, in arte Johnny Thunders (1952-1991), è uno di loro e la sua vicenda di eccessi è emblematica. Johnny era il ragazzo introverso e sensibile, il fragile dallo sguardo stralunato, il tossico, il cattivo esempio, il malinconico divorato da un demone autodistruttivo, l'italo-americano con un adesivo della Madonna sulla chitarra. Johnny era l'abisso dove il mare è più profondo. E forse, anche per questo, è uno a cui non si può non volere bene. Come ha scritto Ira Robbins di Trouser Press, Thunders era un «punk di strada […], un uomo che viveva la musica come se fosse l'unica cosa davvero importante, uno che per la musica si è sacrificato in un fatale rituale di sangue». L'esordio fu con i New York Dolls, gruppo all'avanguardia e dissacratore che ha sotterrato definitivamente l'epoca d'oro del glam, forte di un'attitudine che anticipava il punk. Oltre a Genzale, in quella band di squinternati militavano David Johansen, Sylvain Sylvain, Jerry Nolan e Arthur Kane. Lasciate le bambole di New York dopo due LP, il nostro fondò gli Heartbreakers con Walter Lure, suo amico di eccessi. Tra i principali esponenti della scena punk americana, gli Heartbreakers pubblicarono L.A.M.F., lavoro fulminante ed epocale nonostante la bassa qualità della registrazione.
Chiusa anche questa esperienza, Thunders iniziò nel 1978 la sua altalenante carriera solista, dando alle stampe So alone. Il disco fu registrato in sole tre settimane e pubblicato in Inghilterra il 6 ottobre del 1978: è un album vario, composto in egual misura da intense ballate, covers dei Dolls, rivisitazioni rockabilly e infuocate cavalcate punk. Lo stesso artista ne raccontò la genesi in un'intervista rilasciata alla fanzine Trouser Press: «avevo sempre avuto un repertorio di canzoni lente, che gli altri Heartbreakers non volevano suonare; ho sempre voluto farle, ma a Jerry non piaceva suonare pezzi lenti». La produzione fu affidata a Steve Lillywhite, coadiuvato dallo stesso Thunders. Autorevole la platea di musicisti e ospiti: oltre ai vecchi amici Rath e Lure, nel disco hanno suonato Paul Cook e Steve Jones dei Sex Pistols, Phil Lynott dei Thin Lizzy, Steve Marriott e Patti Palladin. Eloquente lo scatto di copertina, con Johnny in una stanza anonima, stravaccato sopra una sedia, lo sguardo liquido di sfida, o forse semplicemente perso nei suoi mondi alternativi.
Apre le danze la strumentale Pipeline degli Chantays, annegata in un'orgia di riverberi grazie alle chitarre di Thunders e Steve Jones. La successiva You can't put your arms round a memory è il pezzo più celebre scritto da Johnny. Vale la pena acquistare il disco solo per questa canzone, che non esito a definire tra le cento più belle di tutti i tempi. È un canto di desolazione accompagnato da una chitarra che lacera l'anima, una lancinante invettiva contro il dolore della solitudine.
«Feel so restless, I am, beat my head against a pole, try to knock some sense, down in my bones. And even though they don't show, the scars aren't so old.»
Si rifiata con Great big kiss, duetto rockabilly con Pat Palladin, che riprende l'intro di un celebre brano dei New York Dolls. London boys è invece un pezzo punk tiratissimo, che sembra uscito da Never mind the bollocks; la prima impressione è confermata dalla lettura delle note di copertina, dove apprendiamo che alla chitarra e batteria c'erano rispettivamente Jones e Cook. Sulla stessa direttrice Leave me alone, dall'incedere tipicamente punk. Sempre tra i pezzi scritti da Thunders, spicca l'energica (She's so) untouchable, impreziosita dal suono del sax, a dimostrazione ancora una volta delle capacità camaleontiche del nostro. Tra le cover, merita un cenno Subway train, già apparsa nel primo disco delle Dolls; Thunders non era soddisfatto della prima versione e decise di inciderla nuovamente. Come rivelò alla rivista ZigZag, «avevo scritto testo e musica e Johansen solo un paio di cosette; avrei sempre voluto cantarla da solo». Spicca anche Daddy rollin' stone, un pezzo R&B di Otis Blackwell già interpretato dagli Who nel 1965.
So alone non è un disco perfetto, né unitario. Un lavoro coi suoi alti e bassi, in cui convivono con sapiente equilibrio le diverse anime di John Genzale, il suo amore per il rock anni Sessanta, i suoi demoni, la sua ribellione e la sua dolcissima malinconia. Riduttivo parlare di punk; questo è il tentativo di un ragazzo che sognava di scrivere e interpretare il disco rock perfetto, l'utopia di chi, in mezzo a tanti difetti, ha avuto l'indiscutibile pregio di seguire sempre il proprio istinto. Come rivelò a Kris Needs di ZigZag, «sto programmando di andare a New Orleans, trovare qualche musicista nero tra i quaranta e i cinquant'anni, un buon tastierista e un buon sassofonista e suonare con loro». Purtroppo il suo sogno non si è mai realizzato; restano i lavori con Dolls e Heartbreakers, nonché una manciata di buoni dischi solisti, come appunto So alone. Ascoltatelo, come tributo alla coerenza di questo sfortunato italo-americano. Lo merita tutto.
Lo scatto di copertina e, in basso, foto tratte dal libretto interno

13 dicembre 2021

Roma da (ri)scoprire n. 4: l'eclettismo del Museo Boncompagni Ludovisi

Roma è così ricca di luoghi d'arte che le amministrazioni competenti possono permettersi il lusso di garantire l'accesso libero a un discreto numero di musei. E sarebbe un errore il credere che la gratuità sia legata alla modesta rilevanza del luogo. Anzi, spazi espositivi permanenti come il Museo Napoleonico o il Museo Barracco sopravanzano di gran lunga alcune tra le tanto pubblicizzate mostre temporanee, sovraffollate e sovente deludenti. Il Museo Boncompagni Ludovisi è uno tra i luoghi poco conosciuti che meritano una visita. È situato in una delle strade più eleganti della Capitale, quella Via Boncompagni che raccorda Via Veneto con la zona di Porta Pia. Nonostante la centralità, è una strada poco frequentata al di fuori degli orari d'ufficio, stante l'assenza di negozi o altre attrattive. Alberata, signorile e silenziosa, mantiene un'aura alto-borghese, quasi mitteleuropea da fin de siècle. A circa metà del suo percorso troviamo il Villino Boncompagni-Ludovisi, sede dell'omonimo "Museo per le arti decorative, il costume e la moda dei secoli XIX e XX". Il Villino è un'elegante costruzione con un grazioso giardino, progettata nel 1901 dall'architetto Giovanni Battista Giovenale su incarico di Luigi Boncompagni Ludovisi. Ha un piano seminterrato e un piano ammezzato, originariamente destinati ai servizi e alla servitù, mentre il piano primo era abitato dalla famiglia. Nel 1932 l'edificio è stato interessato da importanti lavori di ristrutturazione che hanno trasformato il piano rialzato, destinato alla sola rappresentanza. Come riportato nei cartelli esplicativi, «i caratteri decorativi e compositivi dell'esterno rimandano a una rivisitazione personale barocca del Giovenale, non priva di artifici illusionistici adottati per risolvere alcune soluzioni di dettaglio». Non mancano tracce liberty, come le decorazioni floreali sulle finestre e sulla ringhiera a protezione del terrazzo di copertura.
Il Museo è strutturato su due piani e ospita quadri, sculture, suppellettili, mobili, vasellame, arazzi, abiti e gioielli riconducibili alle principali correnti artistiche italiane della seconda metà del XIX secolo e della prima metà del XX. È dunque uno spazio dedicato principalmente all'arte e alla moda italiane, anche se non mancano incursioni europee o esotiche, come le collezioni di vasi cinesi. Il piano rialzato è il più interessante, perché si entra negli spazi di rappresentanza della villa. La prima stanza è la Sala di Papa Boncompagni, destinata oggi ad accogliere un immaginario studiolo dedicato al Papa Gregorio XIII, il cui ritratto campeggia sulla parete sopra il caminetto. Nella sala si possono ammirare una serie di pregevoli manufatti, tra cui un antico mappamondo, due nature morte con pesci, poltrone in velluto intagliato, arazzi e persino una piccola riproduzione in bronzo della Colonna Traiana risalente al XIX secolo.
Particolare della Sala di Papa Boncompagni

La visita prosegue entrando nel meraviglioso Salone delle vedute di Villa Boncompagni, che dà direttamente sul grazioso giardino. È questo l'ambiente più grande, destinato a ricevere gli ospiti importanti. La stanza è caratterizzata da una ricca decorazione parietale a tempera realizzata a trompe-l'oeil. Entro una cornice architettonica fatta di colonne e pilastri, sono disegnate finte prospettive con scorci di viali alberati, che riproducono il parco della non più esistente Villa Ludovisi. Sul soffitto è riprodotta una finta balaustra che inquadra una volta celeste con motivi ornamentali, opera probabilmente di Alberto Chiarotto. Lo sguardo del visitatore è inevitabilmente attirato dal ritratto a grandezza naturale della principessa Alice Blanceflor Boncompagni Ludovisi de Bildt, olio su tela del 1925 del pittore ungherese Philip de Laszlo. Pregevoli due stipi in metallo dorato e decorati con scene campestri, opere di fine manifattura cinese acquistate dalla Compagnia delle Indie.
Il meraviglioso Salone delle vedute di Villa Boncompagni
Philip de Laszlo, Ritratto della principessa Boncompagni

Segue la Sala della culla dei Principi Savoia, così detta perché al centro è posta la culla dei principi reali, realizzata in bronzo, argento e oro dallo scultore Giulio Monteverde. Anche in questa stanza vi sono pregevoli suppellettili, sebbene il pezzo forte sia la carta da parati di gusto liberty con motivi esotici, dipinta a mano da artigiani francesi. La visita al piano rialzato si conclude con la Galleria degli arazzi, che ospita anche gioielli e abiti femminili risalenti agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
La culla dei principi Savoia
La lunga Galleria degli arazzi

Il primo piano è uno spazio più tradizionalmente museale. É suddiviso in una serie di salette dedicate alle principali correnti artistiche italiane ed europee del periodo 1880-1940. Molto interessante la sala intitolata Gli affetti, che raccoglie bronzetti d'arredo con figure femminili o d'infanti e animali realizzati in ceramica invetriata. Notevole anche La figlia del pittore, olio su tavola del 1939 di Giacomo Balla. Altre salette sono dedicate al Futurismo, all'Art déco, al taglio quasi fotografico della ritrattistica negli anni della Belle Epoque. Di questa parte del percorso espositivo, tre opere sono a mio modo di vedere particolarmente significative: Maschere di Gian Emilio Malerba, la grande vetrata dipinta di Duilio Cambellotti (Visione eroica) e la Figura di donna di Antonio Donghi (1932).

Duilio Cambellotti, Visione eroica
Giacomo Balla, La figlia del pittore
Antonio Donghi, Figura di donna

Il percorso si conclude nella stanza da bagno che Andrea Boncompagni commissionò durante i lavori di ristrutturazione del 1932, con grande cura nella scelta dei marmi, degli arredi e delle tende. Qui sono collocati alcuni splendidi abiti da sera che raccontano il gusto e la moda femminile negli anni Trenta. E in un angolo ci sono proprio due ragazze vestite “alla moda”, con vistosi cappelli a tesa larga: sono Le amiche, quadro del 1940 di Giorgio de Chirico.
In parole povere, il Museo Boncompagni Ludovisi è un luogo eclettico e poco conosciuto, che in un'oretta scarsa consente di attraversare tutte le principali correnti artistiche e mondane della giovane Italia a cavallo dei due secoli.
Le fotografie sono liberamente utilizzabili, purché venga citata la fonte.
La sala da bagno
Giorgio de Chirico, Le amiche

2 dicembre 2021

"Il sospetto" di Friedrich Dürrenmatt: la libertà è un delitto

Sospetto, caso e libertà sono i tre concetti intorno a cui ruota questo celebre romanzo, edito in volume per la prima volta nel 1953. La tesi del caso come arbitro e gerente dei destini umani non è nuova per chi conosce la produzione dello scrittore svizzero: è il nucleo ideologico di libri come La promessa o La panne. Per Dürrenmatt il mondo è un pezzo di terra che per ventura ruota intorno al sole, la realtà è un mistero inestricabile, come un codice solo parzialmente decifrabile dalla ragione o dominabile dalla volontà. Ne Il sospetto questa teoria si rivela in tutta la sua drammaticità.
«Tutto quello che si combina, le buone azioni come i delitti, succede così, per conto suo, il bene e il male cadono in tasca alla gente per caso, come a una lotteria; è per caso che uno diventa giusto e per caso che diventa un malvagio.»
È dal caso che nasce il sospetto, è da un evento casuale che prende il via l'indagine poliziesca. Il commissario della Polizia Criminale di Berna, Hans Bärlach, è ricoverato in ospedale per una grave patologia, assistito dal dottor Hungertobel, suo caro amico. Una sera, per puro caso, Bärlach sfoglia davanti all'amico un vecchio numero della rivista Life, ove campeggia una foto paurosa e disturbante che ritrae un medico nazista in un campo di concentramento, intento a operare senza narcosi un prigioniero. Hungertobel, nell'osservare la fotografia, ha un'impercettibile reazione di disagio che non sfugge all'occhio allenato del poliziotto Bärlach. Interrogato dal commissario, il medico afferma che l'assassino ritratto nella fotografia gli ricorda Emmenberger, un suo vecchio compagno di studi, primario in una clinica privata di Zurigo. Questa osservazione casuale è sufficiente per innescare il sospetto nella mente di Bärlach. Sembra impossibile che Emmenberger e Nehle, il medico nazista ritratto nella fotografia, siano la stessa persona; eppure il sospetto si ingigantisce, guadagna terreno e verosimiglianza, fino a occupare ogni fibra del cervello del vecchio commissario. Ha così inizio l'indagine poliziesca, quella scienza che si avvale in egual misura di “matematica e fantasia”, che porterà Bärlach a confrontarsi con i ciechi disegni del caso, a perdersi nelle spire del sospetto.
La verità a cui giungerà Bärlach è ancora più spaventosa delle sue supposizioni. Per arrivarci, dovrà scavare sino alle radici dell'inferno, conoscere un mostro che non uccide per noia o sadismo, ma per affermare la propria libertà al di sopra degli abusati concetti del bene e del male. La scoperta è sconvolgente: in un mondo regolato dal caso e dominato dal sospetto, persino il delitto può essere una manifestazione della libertà, uno strumento perverso di affermazione di sé.
«Non esiste una giustizia – come potrebbe essere giusta la materia? – esiste soltanto una libertà che nessuno si è meritata, una libertà che ognuno deve prendersi. La libertà è il coraggio del delitto, perché è essa stessa un delitto.»
Sebbene il romanzo sia ambientato quasi interamente nel chiuso di due stanze d'ospedale, è attraversato dall'inizio alla fine da una tensione strisciante, che avvince il lettore pagina dopo pagina. Addirittura il commissario Bärlach non si muove dal suo letto; come un ragno, tesse la sua trama senza allontanarsi dalla tela. Mentre nei gialli classici è il protagonista che si muove alla ricerca del colpevole, in questo romanzo sono gli altri personaggi (ivi compreso il colpevole) a ruotare intorno al letto dell'investigatore, a conferma del fatto che Dürrenmatt non era un giallista come gli altri. Forse è persino riduttivo annoverarlo tra i giallisti, perché attribuirgli un'etichetta significherebbe ignorare la profondità della sua analisi della società e del mondo. Per lui il poliziesco non era un fine, ma un mezzo. Nei suoi romanzi l'inchiesta fuoriesce dai limiti entro cui è storicamente confinata: non è uno strumento per individuare l'assassino, ma un mezzo per indagare il senso ultimo della realtà, per inchiodarla alle sue menzogne e contraddizioni. Il sospetto, per quanto sia un'opera giovanile, brilla per compiutezza e maturità di pensiero; è un giallo filosofico, o forse un trattato sull'umanità sotto forma di novella. In parole povere, è una delle prove narrative che meglio descrivono lo smarrimento e la crisi di coscienza del Novecento. E ancora oggi sorprende la lucidità dello sguardo dello scrittore elvetico, se si pensa che all'epoca della pubblicazione gli orrori del conflitto e del nazismo erano troppo recenti, vividi e pulsanti nell'animo degli europei.

21 novembre 2021

Appunti per un nuovo romanzo

Qualche giorno fa ho ricevuto una gradita sorpresa: una persona che ha letto Le rovine in attesa mi ha inviato una mail, chiedendomi se è in vista la pubblicazione di un nuovo romanzo, essendo trascorsi più di cinque anni dal precedente. Dalla mia risposta è nato un interessante scambio di osservazioni, che ha tuttavia lasciato aperte diverse domande.
Partendo dal quesito del lettore, la risposta è sì, per quanto dubito possa interessare a qualcun altro. Un nuovo romanzo c'è, è quasi pronto, al netto del lavoro di rilettura e correzione che sto portando avanti da qualche mese. È un progetto ambizioso, un romanzo storico ambientato in Cilento negli anni immediatamente successivi all'unificazione nazionale. Non so dire se sia riuscito o meno, né se io sia all'altezza del compito che mi ero prefissato quando è nata l'idea. Spinto da alcune letture per me decisive – Alianello e Jovine –, ho tentato la carta del romanzo meridionale, o meglio meridionalista, ma non nel significato di “partigianeria sudista” che la parola ha assunto negli ultimi anni. Si può parlare di romanzo meridionalista perché affronta le problematiche connesse al periodo postunitario, sia pure entro la cornice di una vicenda di fantasia. Nulla di assolutamente originale, una strada già percorsa dagli autori citati. L'ambientazione è periferica, quel Cilento povero, campestre, orgoglioso e ribelle che finora non ha trovato grandi spazi nella nostra letteratura, se si eccettuano casi isolati (Noi credevamo su tutti). La trama sarà svelata a tempo debito; è sufficiente dire che è la storia di tre fratelli che fanno scelte opposte negli anni turbolenti della contrapposizione tra “briganti” e “piemontesi”. Ribadisco che non è un libro che vuole propugnare un'ideologia o un revirement della vulgata storiografica; a me interessa più il lato umano, il tema delle scelte contrapposte. In questo senso, nelle mie intenzioni il romanzo dovrebbe avere una valenza universale, che va al di là della contingenza storica. Voglio dire che la storia è ambientata in un'epoca (1863) e in un luogo (Cilento) precisi, ma il suo significato più profondo potrebbe valere per ogni momento storico in cui gli uomini si sono trovati a fare scelte estreme e radicali, spesso divisive per le stesse famiglie. La storia potrebbe essere traslata nel Nord Italia post 8 settembre 1943, oppure nel Cile del golpe Pinochet: il senso non cambierebbe.
Il mio corrispondente mi ha dunque domandato quando verrà pubblicato il romanzo. Candidamente ho ammesso di non avere una risposta neppure sul se verrà pubblicato. Per quanto lo giudichi una buona prova, sono estremamente autocritico. È un libro necessario, di cui non si può fare a meno? No! È un libro che intercetta gli umori e i desideri della nostra epoca? Men che meno. È un romanzo che cavalca le mode del momento? Neanche per idea. È un romanzo che può interessare a qualcuno? Certamente sono di più quelli che sbadiglierebbero dopo il primo capitolo. Eppure non è questo il punto. Sempre più spesso mi chiedo perché qualcuno dovrebbe leggere il mio romanzo, se a mia volta non incentivo gli scrittori cosiddetti emergenti. Lo dico senza nascondermi: non acquisto mai opere di autori emergenti, perché la mole dei grandi autori del passato è sterminata ed è arduo trovare tempo per i contemporanei, specie se sconosciuti. Purtroppo si pubblica troppo e a prezzi non competitivi. Per quale ragione dovrei acquistare a quattordici euro il romanzo di uno sconosciuto, quando i classici si trovano a meno o persino a due lire nelle librerie dell'usato? Servirebbe una diversa politica delle case editrici, sia sui prezzi che sulla selezione delle opere da pubblicare. Sono queste le riflessioni che ho fatto con il mio interlocutore, lasciando tante domande aperte e un indefinibile sapore di auto-boicottaggio.
Ciò ovviamente non significa che non tenterò la strada della pubblicazione. Scrivere un romanzo non è solo l'esigenza di far uscire una parte della propria sensibilità, né l'effimero piacere di vedere la pila di fogli ingrossarsi. È innanzitutto una fatica, un lavoro che sottrae tempo e risorse ad altre attività più piacevoli o necessarie. Pertanto, inutile nascondersi, il punto di approdo di ogni autore è lo scaffale di una libreria. Pur con tutti i dubbi e le incertezze delle mie riflessioni, ci proverò ancora una volta.
Le tentazioni di Sant'Antonio di Domenico Morelli (particolare):
un'idea di copertina per il mio prossimo romanzo

9 novembre 2021

"I fuochi del Basento" di Raffaele Nigro: un secolo di lotte contadine

La storia del Mezzogiorno è un succedersi di lotte sociali, ribellioni, rivoluzioni riuscite o abortite. Il vento del cambiamento ha sempre soffiato sul Meridione, nonostante la sua posizione periferica rispetto ai centri europei del pensiero liberale, Londra e Parigi su tutti. Si pensi al periodo murattiano, oppure alle cicliche rivolte antiborboniche che infiammarono il Regno negli anni 1820-21, 1848, 1857. Com'è noto, l'unificazione nazionale non placò il fuoco della ribellione, che anzi si rinvigorì nei confronti del nuovo nemico, identificato nei Savoia invasori. La letteratura meridionale del Novecento ha sempre guardato con interesse a questo fermento, tentandone un'analisi dal punto di vista politico, economico e sociologico. E se pure ci sono autori che hanno approfondito l'incidenza del pensiero liberale e carbonaro nel Meridione, il tema portante è da sempre la dicotomia tra baroni e braccianti, declinata nelle sue varie forme: galantuomini e cafoni, civili e zappaterra, giamberghe e zampitti, signori e servitori. Tanti sono i romanzi che hanno affrontato la tematica; tra i più importanti, Le terre del Sacramento e Signora Ava di Francesco Jovine, L'eredità della priora di Carlo Alianello, ma anche Fontamara di Ignazio Silone.
Il melfitano Raffaele Nigro nel 1987 aggiunse un altro tassello alla già lunga e nobile lista. Il suo tentativo sembrava fuori tempo massimo, in un'epoca che aveva esaurito la spinta della prima ondata meridionalistica ed era ancora molto lontana dal revisionismo storiografico dei giorni nostri. E invece I fuochi del Basento incontrò il favore di pubblico e critica, con la vittoria dei premi Campiello e Napoli. La ragione del successo è presto detta: è scritto bene ed è appassionante e labirintico come tutte le grandi storie. É un romanzo corale, una vera e propria saga familiare che racconta le vicende di quattro generazioni della famiglia Nigro, dalla seconda metà del XVIII secolo fino al 1863. I personaggi attraversano da protagonisti uno dei periodi più travagliati della storia del Mezzogiorno, che vede avvicendarsi sul trono di Napoli i Borbone, i Francesi con Re Murat, poi di nuovo i Borbone con la Restaurazione e infine i Savoia. Non ci sono però soltanto le grandi lotte per il potere: in basso c'è tutto un mondo contadino in fermento, che segue con interesse e partecipazione le vicende politiche, nella speranza che le rivoluzioni conducano finalmente alla tanto desiderata spartizione delle terre.
I fuochi del Basento racconta proprio il sogno di una repubblica contadina, un governo equo retto dalle migliori menti e dalle braccia più robuste, l'utopia di una società in cui a comandare siano gli intellettuali più illuminati assieme a chi lavora la terra. Questo è il sogno di Francesco Nigro, protagonista del romanzo, che da bracciante si fa capobrigante, coltivando il sogno di imparare a leggere e scrivere per affrancarsi dalla schiavitù. Sulla stessa lunghezza d'onda si muovono altri personaggi, che infiammano le terre di Puglia e Basilicata per affermare la propria libertà. Sull'altro versante della barricata ci sono gli aristocratici, reazionari che vogliono mantenere lo status quo e provano orrore per un governo fatto di "cafoni e cacacarte". Raffaele Nigro ha ricostruito con dovizia certosina un territorio e un'epoca spesso ignorati dai libri di storia; è un romanzo denso e corposo, che "pesa" più delle duecentocinquanta pagine che lo compongono. C'è dentro tutto un mondo, una mole straordinaria di personaggi e vicende, che lo rendono un classico contemporaneo. Per quanto sia arrivato tardi rispetto ad altre pietre miliari della letteratura meridionale (e meridionalistica), è riuscito comunque a ritagliarsi un posto d'onore. Altre opere forse hanno raccontato la rivoluzione con maggiore approfondimento politico; penso a Il resto di niente di Striano o a Noi credevamo della Banti. Tuttavia, I fuochi del Basento può vantare una narrazione di più ampio respiro, che abbraccia oltre un secolo di storia locale ed europea.
Per quanto riguarda il linguaggio, Nigro optò per l'uso dell'italiano in luogo del dialetto. Una scelta non facile, che tuttavia si è rivelata felice. Il rischio di una tale scelta è quello di sacrificare la credibilità dei personaggi, rendendo innaturale il loro modo di esprimersi. Invece i braccianti di Nigro parlano una lingua accurata ma semplice, perfettamente verosimile grazie al sapiente inserimento di dialettismi e costruzioni lessicali mutuate dal linguaggio informale del ceto contadino. Un libro che non può mancare in una piccola biblioteca di letteratura meridionale.
Prima edizione Camunia del 1987

28 ottobre 2021

"Hibernation": suoni dalla città di ghiaccio

Tempo fa, recensendo il primo e unico disco dei Mercenaries di Claudio Dentes, utilizzai l'espressione “nostrani ma strani”, a significare l'eccentricità del gruppo nel panorama musicale italiano. La definizione ben si adatta ai Chrisma (poi Krisma), forse il più celebre e riuscito esperimento del synth-pop nazionale, un nome che non ha bisogno di presentazioni. La vicenda è nota: Maurizio Arcieri, già icona beat coi New Dada e modello di fotoromanzi, conobbe e sposò la svizzera Christina Moser; il duo prese il nome di Chrisma, dalle loro iniziali. Esordirono con un repertorio leggero di gusto danzereccio, per essere poi folgorati dal punk in quel di Londra. Il resto è storia: la pubblicazione di Chinese restaurant, il tentativo di portare in Italia il genere elettronico, l'equivoco di chi li scambiò per filonazisti, Maurizio che si tagliò un dito durante un concerto come risposta alle contestazioni. Al di là degli aneddoti, è indubbio che il duo abbia avuto una certa popolarità e diversi passaggi televisivi, a differenza di altri gruppi wave nostrani che pure cantavano in inglese, come Neon o Frigidaire Tango. Al successo ha contribuito molto la fama di coppia inossidabile, lei meravigliosa come una diva d'altri tempi, lui un bello da fotoromanzo. Ma i Chrisma erano tutt'altro che apparenza: sostanza pura e talento limpidissimo.

Si ascolti Hibernation, anno di grazia 1979, il loro secondo disco. Dentro c'è tutta l'essenza dei Chrisma: il punk, l'elettronica, i cosmici tedeschi, la new wave più algida e sperimentale. Una combinazione vincente, un suono al contempo decadente e futurista che oscilla tra Londra e fascinazioni mitteleuropee. Hibernation appunto, a indicare una musica fredda, spersonalizzata, algida. Il disco fu prodotto da Niko Papathanassiou, fratello del più noto Vangelis, con Dave Marinone quale ingegnere del suono, già collaboratore de Le Orme e Vecchioni. La copertina di Mario Convertino è splendida, sensuale e futuristica, tra le migliori del rock italiano. In sala di registrazione, oltre a Maurizio (voce e tastiere) e Christina, c'erano Ezio Vevey alla chitarra (dalla Locanda delle fate), Papathanassiou ai sintetizzatori e il grande Lucio Fabbri col suo violino (in Rush '79 e We r.).  
L'esordio di Calling è un perfetto esempio di electro-punk: un tappeto sghembo di sintetizzatori e la voce salmodiante di Arcieri, un andamento incalzante che potrebbe andare avanti all'infinito. Aurora B., la seconda traccia, è un capolavoro. Da dove cominciare? Dal piano su cui si innestano rimasugli di elettronica, dalla voce di Christina che è essa stessa un'interpretazione del testo, dagli struggenti violini o dalla fisarmonica che fa capolino in coda? Le parole non possono rendere l'idea: basti dire che è un brano raffinatissimo, dalle tonalità new romantic, forse il vertice della produzione italiana. Il primo lato si chiude con Hibernated nazi, in cui i Chrisma giocano con l'equivoco e ci regalano un pezzo che non avrebbe sfigurato in Before and after science di Brian Eno. A sorpresa, la seconda facciata alza ancora l'asticella. Fenomenale Gott gott electron, che all'epoca fu lanciato come singolo. L'incedere è marziale e algido, nello stile dei Kraftwerk; la voce di Maurizio è robotica, mentre Christina aggiunge un tocco caldo, umanissimo. La successiva We r. è un'evoluzione del sexy sound che li lanciò nel 1976, virato stavolta verso territori elettronici. Il testo è intrigante e due versi rendono bene l'idea: «she looks so chaste / putting on the leather mask». Infine, So you don't e Lover sono due cavalcate elettriche con la chitarra di Vevey in evidenza; è post-punk ai massimi livelli, che anticipa una tendenza che un paio d'anni dopo sarà il marchio di fabbrica dei primi Sound di Jeopardy.
Il disco è stato ristampato in vinile nel 2015 dalla Spittle Records, per cui è facilmente reperibile senza svenarsi. In un'epoca come la nostra, così povera di fantasia, Hibernation può ancora dire la sua. Electro-punk e synth-pop sembrano appartenere a epoche remote, eppure questo LP viene direttamente dal futuro.
La celebre copertina di Mario Convertino
Retro del 33 giri

15 ottobre 2021

"La Bibbia al neon" di John Kennedy Toole: ombre dalla provincia americana

Fino a una settimana fa non sapevo neppure chi fosse John Kennedy Toole, né l'avevo mai sentito nominare. Faccio ammenda e riconosco che la mia conoscenza della letteratura americana della seconda metà del XX secolo è piuttosto limitata: Kerouac, Fante, Burroughs e qualcun altro. Il nome di Toole si è aggiunto alla ristretta schiera dopo la lettura de La Bibbia al neon, pescato per caso su una bancarella di libri usati. La scelta, per quanto casuale, si è rivelata così azzeccata che ho deciso di procurarmi l'altro suo libro, Una banda di idioti, recensito entusiasticamente da critica e pubblico. Ho scritto “l'altro” e non “un altro” suo libro, perché John Kennedy Toole è autore di due romanzi, per giunta pubblicati postumi. Si suicidò nel 1969, all'età di trentadue anni, senza aver dato alle stampe un solo volume; fu per la caparbietà della madre e l'intercessione dello scrittore Walker Percy se nel 1980 Una banda di idioti vide finalmente la luce nelle librerie americane.

La prima edizione de La Bibbia al neon risale invece al 1989, anche se in realtà è il primo libro di Toole in ordine cronologico. L'autore lo ultimò all'età di sedici anni, giudicandolo troppo acerbo e ingenuo per poter essere pubblicato. Sorge dunque un dilemma: se sia giusto dare alle stampe un volume contro la volontà del suo autore. Se infatti Toole tentò di far pubblicare Una banda di idioti, chiuse invece in un cassetto il suo precoce esordio. Ovviamente non è possibile dare una risposta univoca; di certo l'iniziativa fu presa dalla madre, per cui si presume che abbia fatto la scelta più rispettosa della memoria del figlio. Al di là di questo aspetto, è fuor di dubbio che sarebbe stato un peccato se questo libro non fosse mai esistito. Certo ci sono delle ingenuità, sicuramente si nota una giovanile esuberanza senza freni, eppure, se venisse offerto in lettura a scatola chiusa, sono certo che nessuno lo bollerebbe come un prodotto adolescenziale. La Bibbia al neon forse non è un grande romanzo, nondimeno è egualmente memorabile. Sfido molti degli autori a noi contemporanei a diffondersi in pagine di così sofferta intensità emotiva, nella descrizione lucida e commossa di un travaglio interiore che non ha risposte.
Io narrante e protagonista è David, un bambino che vive in una piccola contea della Louisiana, nella bigotta e sonnolenta provincia americana. A vegliare sui costumi e sulla moralità degli abitanti ci sono le supreme autorità di un ancien régime stantio e polveroso, eppure ancora duro a morire: lo sceriffo, il pastore protestante e gli insegnanti. Simbolo materiale di questa oppressione del pensiero è una grande bibbia al neon piazzata sopra il tetto della chiesa, che di notte spande la sua luce artificiale per tutta la valle, intimando ai nottambuli di pentirsi e orientare i propri pensieri verso ciò che è giusto e casto. La famiglia di David è malvista, perché ha in sé i marchi del peccato: nessuno è iscritto nei registri parrocchiali e la zia Mae aveva un passato come ballerina e cantante in locali di terz'ordine. Il romanzo inizia quando la zia Mae va a vivere a casa di David, ancora bambino, e si conclude con la fine dell'adolescenza di quest'ultimo. È dunque un romanzo di formazione, anche se inquadrarlo entro un genere non rende pienamente giustizia. La Bibbia al neon è in primis un romanzo corale e una feroce critica alla provincia americana a cavallo del secondo conflitto mondiale: una società ripiegata su se stessa, razzista, classista, incapace di slanci vitali, conformista fino alla fobia del diverso. In questo contesto uno come David non può che soccombere. D'altronde, lui proviene da una famiglia modesta, a cui si aggiunge una donna scandalosa come la zia Mae. É un ragazzino immaginoso e solitario, che guarda il mondo da una prospettiva eccentrica rispetto al comune sentire, in una società che non accetta siffatte deviazioni.
Il romanzo può essere agevolmente diviso in due parti. La cesura è rappresentata dalla morte del padre in guerra, nella lontana Italia. Se nella prima parte predominano i toni ironici e soffusi, nella seconda c'è un vero e proprio climax drammatico, che culmina nel doloroso finale. La Bibbia al neon è un'opera che nelle prime pagine ti accarezza docilmente, per poi colpirti senza pietà come un pugno allo stomaco. Affrontata l'ultima riga, si rimane tramortiti. È giusto trattare così il lettore? Una risposta non c'è, ma una cosa è certa: questo è l'effetto della vera letteratura.